U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro
anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul
progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con
il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e
industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno
della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha
ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima.
Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International
Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.
Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di
essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e
poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male
solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote
sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di
ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una
quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una
biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto
dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da
una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni
operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno
esplicita.
Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee
costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare
gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli
“aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli
proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che
non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante
vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente
lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti
agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il
prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante
destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.
Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot.
Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.
Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla
produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta
della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in
sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha
raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si
considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta,
si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione
indipendente Transport & Environment.
> Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre
> biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei
> piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su
un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del
progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG
e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio,
Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli
azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni
che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori
interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o
hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di
dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile
Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.
Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore
dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere
pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in
Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi
acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria
di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati
permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del
progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.
Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici
in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura
commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il
direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene
presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali,
allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati
concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione
degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle
dichiarazioni dell’azienda”.
Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda
il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei
report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo
raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a
seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro
negativo.
> Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le
> comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i
> risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di
esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni
convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il
ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come
BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna
e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati
e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le
cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore
dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi,
hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano
destinati alla produzione alimentare.
Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato
Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le
piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte
confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta
alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti.
“Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici,
che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato
un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment,
ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla
filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per
l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.
> Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino
> terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca
Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino
una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo
0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di
problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le
interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa
direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.
La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra
imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari
che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in
ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni
Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha
seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya
e l’aggregatore è stato rescisso”.
Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per
successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle,
ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle
colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio
degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali,
prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani
coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel
contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo
dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.
> Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di
> intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi
> rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero
dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le
altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle
campagne.
Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge
dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG
ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti,
energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili
dell’ufficio italiano dell’organizzazione.
“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya
una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto
poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è
possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in
Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub
locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono
affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei
sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi.
Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non
rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il
quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia
rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei
trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di
finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la
coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya,
mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.
La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie
prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti
verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.
> Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza,
> bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per
> produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto
è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti,
chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza
sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite
all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara
che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si
attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità
operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli
stagionali”.
Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota
significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare
venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri
legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture
alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.
Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport
& Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla
tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi
passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La
coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su
terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica
inferiore al 2%”.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla
provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati
a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le
organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti
di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo
rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non
“passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre,
gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario,
in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un
sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una
materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto
forti”, spiega Carlo Tritto.
> La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza
> e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della
sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si
affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee.
L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo,
sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in
Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente
investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei
circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di
irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est
asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra
soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata
ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.
Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di
ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di
sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è
riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960
tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica.
Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia,
con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali.
L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota
enorme di biomasse: circa il 90%.
Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono
presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si
tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo
nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e,
dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI),
Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030
anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni
balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa,
in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con
decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a
controllo pubblico di fatto.
> L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse:
> circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima
si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si
sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità
ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta
ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci
raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione
su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.
Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le
biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i
biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i
volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di
processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la
grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di
importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas
usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in
particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna
dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente
a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori
hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati
quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come
soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita
infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui
che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata,
come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei
rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria,
superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità
reciproche”.
Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche,
infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane
e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano
il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli
investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici
in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La
dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata
tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.
> Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in
> realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e
> interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo
sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno
dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito
per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e
dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della
biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026,
però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle
criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività
dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità
tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli
africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori
risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e
continuativa”.
Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice
Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire
[…] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi
africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di
migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno
strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla
prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata
come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere
da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi
energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di
essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa
indossa una maschera ambigua.
L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.
Tag - energia
C hiunque abbia provato a sollevare l’argomento durante una cena tra amici, o in
un altro contesto non specialistico, sa bene che l’energia non è uno di quei
temi che riscuotono troppo successo. A meno che non si finisca a parlare di
bollette, o che qualcuno sbatta sul tavolo la carta jolly del nucleare,
difficilmente la conversazione prenderà slancio, ed è probabile che nel giro di
poco qualcuno provi a sterzare la conversazione su un binario più rassicurante.
Un po’ come il riscaldamento globale, l’energia è uno di quegli argomenti tanto
importanti quanto apparentemente respingenti. Il che è curioso, perché a ben
vedere è l’elefante presente in tantissime stanze: quella climatica, quella
geopolitica, quella economica, ha un ruolo centrale nel lavoro come nel costo
della vita, per non parlare dell’intelligenza artificiale. Il problema è che,
per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per
funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche
conoscenze specifiche, nonché uno di quelli peggio raccontati.
Nel suo Le energie del mondo (2025), Gianluca Ruggieri, ricercatore e docente di
fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, prova a rimediare a
decenni di narrazioni superficiali e strumentali, ponendosi l’obiettivo di
restituire la complessità delle questioni energetiche senza per questo farti
cadere il mento sul petto.
> Per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per
> funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo
> poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli più strumentalizzati e
> peggio raccontati.
Da lontano, lo si potrebbe scambiare per un vademecum per chi voglia farsi
un’idea delle sfide legate al settore energetico e colmare le varie lacune.
Intendiamoci, per certi versi lo è: parliamo di uno di quei libri che anche una
volta finiti tieni a portata di mano, ritornando all’occorrenza su alcuni
capitoli specifici. Ma è anche un libro capace di fornire una chiave di lettura
per comprendere meglio l’attualità, e volendo, una bussola per orientarcisi.
Che non si tratti del solito libro sull’energia è chiaro fin dalla prima parte,
in cui Ruggieri mette in relazione due concetti solo in apparenza slegati,
quello di “dipendenza” e quello di “ideologia”. Ripercorrendo gli ultimi
cinquant’anni di storia energetica italiana, l’autore mostra in quale modo il
nostro Paese abbia sviluppato una dipendenza dai combustibili fossili, come
questa dipendenza abbia alimentato un’illusione di sicurezza energetica, e come
nel periodo postpandemico l’illusione sia andata in frantumi. “In Italia, in
particolare, nel 2020 il 40% dell’energia primaria era fornito dal gas naturale”
scrive Ruggieri “E circa il 38% del gas naturale utilizzato proveniva dalla
Russia”. Poteva essere un punto di svolta, una presa di coscienza pur tardiva
delle conseguenze economiche e geopolitiche di una dipendenza fossile, e invece
è stata un’altra occasione persa, in buona parte per via di come la crisi del
2021-23 è stata raccontata.
> In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a
> proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri
> interlocutori è quella di essere “ideologici”. Ma è possibile fare un
> dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il
> contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è
> più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un
> obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della
> civiltà umana per come la conosciamo?
Ci siamo abituati a dare per scontata una disponibilità energetica che fino a
prima della rivoluzione industriale era impensabile: nel giro di 200 anni
l’energia usata dalla popolazione mondiale è aumentata di diverse decine di
volte. Una crescita senza precedenti, che ha favorito un progresso altrimenti
inimmaginabile, ma sarebbe assurdo pensare che questo ritmo possa essere
mantenuto indefinitamente.
> L’ideologia più pericolosa è quella che tratta come infinito il capitale
> naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale frutto di un lungo
> processo di sedimentazione e interconnessione, che non si ricostruisce a colpi
> di investimenti o manovre economiche.
Basta dare un’occhiata ai report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate
Change) o anche solo alle curve di crescita degli ultimi 30 anni, per rendersi
conto che l’ideologia più pericolosa è quella che normalizza lo sfruttamento
crescente delle risorse e degli ecosistemi, affidandosi a modelli di sviluppo
che trattano come infinito il capitale naturale su cui si regge la nostra
civiltà. Un capitale che è frutto di decine di migliaia di anni di
sedimentazioni e interconnessioni, e che non si ricostruisce a colpi di
investimenti o manovre economiche.
Ma per smontare questa ideologia dobbiamo prima liberarci di una dipendenza dal
fossile che non è solo economica, ma anche psicologica e culturale. E per
liberarci di questa dipendenza un passo utile è sfatare i tanti falsi miti che
incrostano il discorso energetico: ad esempio l’idea che il futuro dell’energia
siano l’idrogeno e le biomasse; o che allo stato attuale non possiamo
permetterci una transizione rapida (economicamente parlando, è vero il
contrario); o che non siamo ancora in grado di sfruttare le energie rinnovabili
su larga scala (eolico e fotovoltaico oggi sono le fonti in più rapida
crescita); o che le tecnologie rinnovabili siano meno efficienti di quelle
fossili. Quest’ultima falsità è particolarmente insidiosa, perché va a prendere
uno dei difetti propria della produzione fossile e lo ribalta in un salto
carpiato. Per come è strutturata la filiera fossile, infatti, il 62,5%
dell’energia che usiamo viene dissipata e non svolge nessun lavoro, un colabrodo
energetico inaggirabile:
> Tutte le tecnologie che vengono proposte per la decarbonizzazione sono molto
> più efficienti di quelle attuali. Guardando i dati a volte potremmo essere
> tratti in inganno e pensare che non sia così: centrali a gas e carbone hanno
> un’efficienza del 33-50%, mentre i pannelli fotovoltaici “solo” del 30%. Ma
> una volta bruciato il carbone, il petrolio o il gas, quella risorsa non c’è
> più. Mentre usare il vento o la radiazione solare non intacca alcun patrimonio
> e non consuma nulla: avremmo già un miglioramento energetico anche con
> un’efficienza irrisoria. Perciò con le rinnovabili non solo possiamo generare
> elettricità eliminando gli sprechi, ma anche recuperare energia che altrimenti
> andrebbe perduta.
Uno dei maggiori meriti di questo libro, è la sua capacità di mostrare come la
transizione ecologica non possa essere unicamente una transizione energetica, ma
debba necessariamente prevedere anche un cambio di paradigma culturale. Per un
libro che parla di energia non è affatto una cosa scontata. Ma nemmeno inattesa,
considerando che, come abbiamo visto, uno dei primi concetti affrontati
dall’autore è quello di “dipendenza”. Se è relativamente semplice individuare
nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più
difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile
allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre
porta con sé.
[/blockquote] A giudicare dagli ultimi chiari di luna, esiste la possibilità
concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le
dinamiche di potere esistenti. [/blockquote]
Prendiamo l’automobile: come Ruggieri spiega bene in un capitolo dedicato alle
auto elettriche e alla mobilità sostenibile, a partire da inizio Novecento
l’automobile ha colonizzato il nostro immaginario, prendendosi uno spazio
enorme. Pensiamo ai film, allo sport, alle pubblicità, ma anche a come sono
costruite le nostre città. “Per generazioni”, scrive Ruggieri, “l’automobile è
stata sinonimo di emancipazione, libertà, futuro”. Questo ha contribuito a far
sì che gli impatti negativi dovuti alla sua diffusione siano sempre sembrati
trascurabili rispetto ai vantaggi prodotti.
> A conti fatti, quando ci spostiamo con un’automobile dotata di motore a
> combustione, è come se ci stessimo muovendo a bordo di una stufa. Una stufa in
> grado di convertire in moto solo una frazione minima del calore, che disperde
> energia sia quando accelera sia quando frena, e che per portare una persona di
> corporatura media deve spostare una massa 10-15 volte superiore. Tutto questo
> fa sì che quando usiamo un’automobile tradizionale per muoverci consumiamo 100
> volte l’energia che sarebbe teoricamente necessaria.
Un altro merito è quello di fornire un punto d’osservazione obliquo su questioni
che tendono a essere inquadrate sempre con le stesse angolazioni. Il caso delle
auto elettriche, a proposito, è emblematico. Mentre il discorso pubblico tende a
imporre una dicotomia falsata – da un lato chi vorrebbe mantenere in strada le
auto a motore termico, dall’altro chi invece sostituirebbe ogni veicolo fossile
con uno elettrico – Ruggieri insiste sulla necessità di ripensare la mobilità,
riducendo il numero di auto in circolazione, potenziando un trasporto pubblico
sostenibile, orientando le politiche cittadine alla sicurezza stradale e alla
sostenibilità.
> Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di
> dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto
> ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo
> fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé.
Ed è qui che il libro si apre a un discorso meno tecnico e più sociale. Perché
per quanto sia fuori discussione che abbiamo bisogno urgente di una transizione
ecologica, è anche vero che questa transizione non sarà automaticamente giusta.
A giudicare dagli ultimi chiari di luna, anzi, esiste la possibilità concreta
che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche
di potere esistenti. Per evitare che ciò succeda, è necessario tenere conto
delle ricadute sociali che ogni cambiamento strutturale inevitabilmente finisce
per creare, e orientare questo necessario cambio di rotta verso una riduzione
delle disuguaglianze e a una effettiva democrazia energetica:
> Sappiamo bene come le grandi aziende di fornitura energetica siano state in
> grado di moltiplicare a dismisura i propri profitti, i dividendi e i compensi
> per i propri dirigenti, anche in situazioni di crisi generale. E sappiamo
> altrettanto bene come i grandi paesi esportatori abbiano potuto accumulare
> enormi ricchezze che nel peggiore dei casi finiscono a finanziare invasioni e
> guerre, come è successo negli ultimi anni in Ucraina, in Yemen e in
> Nagorno-Karabakh. Le tecnologie della transizione invece possono essere
> dispiegate su scala molto diversa, e in impianti molto più vicini al
> consumatore finale. […] La partecipazione popolare alla transizione potrà
> ulteriormente rafforzarsi attraverso strumenti come l’autoconsumo collettivo e
> le comunità energetiche rinnovabili, che consentono la condivisione a livello
> locale dell’energia elettrica prodotta in impianti rinnovabili.
Dicevamo all’inizio che l’argomento energetico viene spesso ostracizzato da
molte conversazioni e che in parte ciò è dovuto al modo superficiale e
frammentario in cui è stato raccontato. Se questo libro funziona così bene è
anche perché è strutturato in modo da mettere in relazione i tanti aspetti della
questione, fornendo uno sguardo ampio che rende naturale al lettore trovare i
punti di contatto tra problemi che è abituato a considerare separati. A
giudicare da questo libro, Ruggieri sarebbe in grado di dare l’argomento
energetico in pasto a una tavolata di persone tutt’altro che propense, e
innescare una conversazione che duri fino agli amari. In tempi di capitalismo
dopaminergico, falsi miti, e attenzione frammentata, non è cosa da poco.
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