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La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman
I n un tempo in cui l’innovazione tecnologica vive in maniera aderente al concetto di progresso all’interno di logiche sempre più accelerazioniste e turbocapitaliste ecco che l’Europa ‒ oggi bloccata a mezza strada tra un passato colmo di contraddizioni e un futuro che pare decisamente meno roseo e ancor meno progressivo per i propri abitanti ‒ sembra iniziare a elaborare quanto meno cosa sia per lei il progresso, partendo da quando ancora l’innovazione tecnologica aveva alla sua base l’uso di un’industria pesante, quella dell’acciaio come quella del cemento. Solitamente questi temi vengono affrontati e declinati all’interno di discussioni tra manager ed economisti che devono tirare le fila di fronte a una produzione industriale desueta e sempre più difficilmente in grado di convivere con quelli che sono gli standard ambientali e sociali europei, ma ecco che proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i conti con un passato che reclama giustizia, ma soprattutto che riporta a un presente dentro al quale il gioco al ribasso ha ormai consumato ogni ambizione e ancor più ogni desiderio. > Proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento > desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo > sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a > dover fare i conti con un passato che reclama giustizia. La diga (pubblicato dall’eroico e virtuoso Prehistorica Editore, con la puntuale traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella) ‒ scritto a quattro mani da due autrici francesi di primo piano come Maylis De Kerangal, già autrice tra gli altri dei romanzi Riparare i viventi (2015)  e Corniche Kennedy (2018), e da Joy Sorman di cui sempre Prehistorica Editore porterà in libreria a breve Il testimone ‒ è un romanzo sull’assenza e sulla perdita di quel qui e ora su cui si basa ossessivamente la nostra quotidianità, tra tracciabilità assoluta e connessione permanente. Il protagonista, l’ingegnere Tomi Motz è stato mandato dalla sua ditta a fare dei sopralluoghi alla diga di Seyvoz (ispirata alla vera diga di Chevril, come indica Luca Scarlini in postfazione al volume), ma subito avverte che qualcosa non torna. Il suo appuntamento viene rimandato senza una chiara spiegazione e anzi si trova ad inseguire una macchina con a bordo una giovane donna dai capelli rossi che svanisce come nel nulla lungo la provinciale. Ma questo è solo l’inizio di una lenta e inesorabile perdita di ogni riferimento. La contemporaneità si scioglie davanti agli occhi di Motz, dando vita a visioni lisergiche e a improvvise perdite di coscienza e soprattutto alla scomparsa di quel sonno regolare su cui si basa da sempre la sua vita. Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre a Metz inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato. Ecco che ritornano attorno alla montagna deformata dall’uomo, a quel villaggio cancellato dalla costruzione della diga che ne ha comportato l’allagamento, le ragioni del passato, non meno urgenti e attuali di quelle di un futuro che ancora non esiste. > Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso > nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre al > protagonista inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni > prese nel proprio passato. Passato e futuro sono due immaginari che colgono alla sprovvista l’animo di Tomi Motz, lettore di Flaubert e ora insonne senza pace: “Al risveglio, Tomi ha aperto le tende con apprensione. Anche se lì fuori tutto era tornato in ordine, un certo malessere aleggiava nella stanza”. E con quel malessere deve iniziare a convivere l’ingegnere. Davanti a lui si pone la fine di un mondo nella sua forma di realtà. Il romanzo vive su un doppio binario e con l’uso di due colori. Se da un lato si assiste alla ricerca di un senso e di una possibilità di fuga che sia anche una nuova forma del reale da parte di Motz che tra l’altro ricorda in parte gli eroi del Nouveau roman, ecco che improvvisamente s’inseriscono ‒ in quello che appare come un lungo monologo interiore ‒ pagine in inchiostro blu. Lì riemergono infatti le storie di chi fu costretto a fuggire e ad abbandonare il paese in seguito alla costruzione della diga: “Il lago si riempie al ritmo di un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette, modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e preannunciano l’inondazione ormai prossima. L’indomani il cielo è di un blu scuro slavato, striato da nuvole filiformi, è la fine”. La diga è un romanzo che coglie il vuoto di un’esperienza tecnologica che ha a lungo messo sotto scacco la natura sotto forma di progresso, ma ora che proprio quei gesti non solo hanno spazzato via e distrutto comunità secolari, ma hanno prodotto una natura ancora più avversa di quella che si voleva dominare, ecco che comprendere la realtà e le sue dinamiche appare come un salto nel vuoto. Una perdita totale di riferimenti là dove il bene e il male sembrano confondersi in continuazione. L’umano viene così costretto a ritornare in relazione con il mondo naturale, perché a guastarsi non è in realtà l’ambiente, ma tutto quello a cui l’umano ha dato forma per deformare e assoggettare a sé il mondo riducendolo al proprio servizio. Questo schema salta e appare ancora più evidente là dove la tecnologia degli anni Sessanta, del ricco boom europeo post Seconda guerra mondiale, s’imponeva con le cosiddette e ancora oggi tanto desiderate grandi opere. Ecco che questi elementi introdotti nel mondo naturale arrivano ora a generare, se non dei veri e propri disastri o tragedie, una distonia che si riflette nell’incapacità di riconoscere sé e il mondo e di conseguenza sé stessi all’interno del mondo stesso. Sono minimi slittamenti quelli che influiscono sullo stato percettivo di Tomi Motz, come se piano piano vivesse all’interno di un lungo scivolamento dove il sonno finisce per coincidere con la veglia e viceversa. La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile distinzione. Si tratterà così di quattro giorni dentro i quali Tomi Metz perde totalmente il controllo di sé davanti al blu opaco e buio del lago, come una gelatina da cui appare chiaro che sarà impossibile uscire una volta immersi: “La paura gli batte nel corpo, picchia dalle tempie allo stomaco, sto diventando pazzo? Il sogno che ho dimenticato, sarà mica quest’incubo? Per le strade non un rumore, nulla si muove, e i muri sono sempre lì, a tappare gli edifici, hanno nascosto gli abitanti, e non c’è un buco che sia sfuggito alla scomparsa”. > La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere > un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché > la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza > alcuna possibile distinzione. Basterà tornare a Parigi perché Tomi Motz possa rimettere tutto in ordine nella propria testa? La diga chiama a un’analisi collettiva, a una presa in carico di una responsabilità che sia nuovamente pubblica e sociale in un tempo in cui l’individualità prevale con l’unico risultato di consumare ogni individuo piano piano, uno alla volta. Un romanzo importante, un testo capace di mostrare in maniera plastica e matura la mutazione dentro cui siamo immersi, ma che probabilmente non abbiamo mai voluto o a cui non prestiamo la dovuta attenzione. La fine non riguarderà mai il mondo sembra indicare La diga, ma solo ogni umano fino a trasformare l’intera umanità in un coacervo di esseri fragili e totalmente incapaci di comprendere il senso stesso della propria vita. L'articolo La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman proviene da Il Tascabile.
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Città morte di Mike Davis
C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice di trenta centimetri. Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street credibility particolarmente elevato. Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera. A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano guerra al fragile ecosistema del deserto”. Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema. L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi. Benvenuti nella discarica del reale. > Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in > Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla > vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti > nella discarica del reale. Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente. Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto, la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità, degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”. Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla carestia generale”. La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè “dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i danni. > L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle > corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in > competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente. Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale, O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla redditività globale”. Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95% degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale, dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”. Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo. Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico, così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali – dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono “catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene, pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque, che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale, antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali condizioni di disuguaglianza”. > Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un > marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza > alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo. Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia, afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al “post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici, trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno, “all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali) senza parlare del capitalismo. Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una “ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale, o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels, né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica, da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica e sociale”. D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo.  Non a caso l’autore della working class chiude la raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico: “Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale. […] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”. Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale, cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta dal processo di totalizzazione del capitale medesimo. L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
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La promessa tradita della chimica
Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge, “l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero universo. La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato: è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali” Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana, aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della storia del nostro Paese. La chimica come mestiere di uomini L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni, grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici, plastiche. > Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a > stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e > scandagliarne il funzionamento. Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica, che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse durare per sempre. Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e fame. C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi, quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono”. > C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica: > gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava > Primo Levi smise di essere tale. Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante. La mappa di un’eredità inattesa Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato. Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle persone che ci vivono e dell’ecosistema. Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva: “La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche (Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…). Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze. > Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale > per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un > inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, > tumori e morti inattese. L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3% in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il negazionismo istituzionale. La chimica alla sbarra: il processo IPCA Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le indagini, quando va bene i processi. Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che, svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima. Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche, direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la proprietà della fabbrica. > Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento > spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta > una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul > lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone. Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino) Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi, contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un tumore alla vescica. Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva deciso di farne. > Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per > solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso > dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere > non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona > deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo > dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso > che verso gli altri. C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai. Quanto verde sarà la riconversione L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale, con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad ammalarsi, a morire. Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni. Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano, ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero, un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non si scaldassero nell’afa della laguna. Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento. > L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di > danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state > gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania, > nella regione della Ruhr. Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont). Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500 ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro zero” inizialmente auspicato. Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere. L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè, era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica, ma la centralità dell’interesse pubblico. Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica è diventata una voce attiva del PIL. La bonifica come cura del territorio e della comunità Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza.  > A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non > è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla > come guida dell’azione. La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove. E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee. Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10, tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto alcun intervento. C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come condizione minima per qualunque decisione. Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base: non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è la precondizione della transizione. La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo ereditato. L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.
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I diritti del più-che-umano
I diritti sono questione di linguaggio. Non solo perché il rispetto dei diritti si manifesta nel modo in cui ci si rivolge all’altro o altra da sé, ma soprattutto perché la presa di parola e l’autorappresentazione sono atti fondativi dell’entrata nel consorzio giuridico, e prima ancora sociale. Con alterne fortune, e in processi ancora in via di negoziazione, sono state le parole (scritte, cantate, pronunciate nei parlamenti e nei tribunali, gridate nelle manifestazioni e negli scioperi) a reificare e rinforzare i diritti delle minoranze etniche e religiose, delle donne e delle persone LGBTQIA+, delle classi subalterne. È dunque inevitabile che anche il riconoscimento dei diritti del mondo più-che-umano passi attraverso una reinterpretazione radicale delle sue capacità espressive. E visto che le parole sono importanti, l’espressione più-che-umano – in inglese abbreviata in MOTH (MOre-Than-Human), acronimo evocativo che letteralmente significa “falena” – si deve a David Abram, che per primo la introdusse nel 1996 in The Spell of the Sensuous. Testo fondativo della filosofia ecologica contemporanea, dopo trent’anni finalmente disponibile anche in italiano grazie alla traduzione di Daniela Boccassini, L’incanto del sensibile propone una visione del linguaggio e della percezione come questioni sempre più estese rispetto all’ambito umano. Oltre il concetto di ambiente (che tende a ridurre tutte le altre specie a mero sfondo delle attività antropiche), oltre quello di natura (troppo spesso contrapposto a cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita. Il discorso viene talvolta esteso anche alle capacità dell’intelligenza artificiale, che però non è il focus di questo articolo, pensato piuttosto in relazione alle tante e varie forme di intelligenze “naturali”. > Oltre il concetto di ambiente e quello di natura (troppo spesso contrapposto a > cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica > l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come > spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita. Diritti più-che-umani: una questione naïve? In ambito legale si sta dunque passando progressivamente dal discorso sui diritti della natura a quello sui diritti del più-che-umano, come testimoniato da More Than Human Rights: An Ecology of Law, Thought, and Narrative for Earthly Flourishing (2024), testo-chiave del programma MOTH, edito da César Rodríguez-Garavito. Il movimento muove da due assunti interconnessi. In primo luogo, e come già discusso nelle proposte di nuove ecologie politiche di Bruno Latour e Jane Bennett (rispettivamente in Politiche della natura, 2000, e Materia vibrante, 2023), l’atto democratico per eccellenza è costituito dal riconoscimento di un’infondata “partizione del sensibile”, che rende alcuni soggetti parte della vita pubblica, relegandone altri al di sotto della soglia di attenzione giuridica, se non morale – peccato originario che affonda le radici già nella cosiddetta democrazia ateniese, che relegava gli schiavi allo status di oggetti privi di qualsiasi diritto. L’idea è quella di includere nel discorso legale anche i soggetti più-che-umani, finora nel migliore dei casi ridotti a oggetti di proprietà, nel peggiore del tutto ignorati. D’altro canto, l’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una società da ricostituire, secondo le dinamiche del migliore intersezionalismo. Nel suo ultimo libro, È vivo un fiume? (2025), Robert Macfarlane affronta la questione posta dal titolo e racconta di come fosse stata liquidata in partenza da uno dei suoi figli che, con la spontaneità dell’infanzia, gli avrebbe detto: “Ma dai, papà, sarà un libro corto […] perché la risposta è sí!”. Esiste in effetti una posizione che si potrebbe definire naïve nel dibattito sulla vitalità e sui diritti del mondo più-che-umano, seguendo la quale tanto inchiostro e fiato si potrebbero risparmiare – e, si badi, è il caso di una naïveté tutta al positivo, candida ma non ottusa. È la condizione appunto dei bambini, abituati a riconoscere la vita in tutte le sue forme, a dare voce agli animali e agli oggetti, ad affezionarsi alle piante e agli spazi. Ed è il modo d’essere di molte comunità indigene in tutto il mondo, in cui l’animismo ha continuato per millenni a fornire le fondamenta di ogni comportamento individuale e collettivo – centrale infatti nella proposta di un’antropologia oltre l’umano di Eduardo Kohn, in Come pensano le foreste (2021). > L’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis > multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come > paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una > società da ricostituire. Come nella Storia del genere umano di Leopardi, c’è un parallelo tra la condizione infantile e quella apparentemente primitiva – ma che in realtà è molto più contemporanea di quanto una certa intelligentsia occidentale si sia convinta a colpi di colonizzazioni e denigrazioni filosofiche. Yuvan, uno dei personaggi che accompagnano Macfarlane nella tappa indiana del suo viaggio intercontinentale – quella centrale, dopo l’esplorazione nella foresta di Los Cedros in Ecuador e prima del Mutehekau Shipu canadese – si chiede: > Che cosa può essere successo a un mondo in cui l’animismo è una rarità, o è > visto come una “stranezza”? Ma che cosa c’è di “strano” nel percepire > l’estensione e l’energia della vita che ci circonda, e di tutte le vite con > cui si intreccia ognuna delle nostre piccole vite? Quel che è successo sono decenni, secoli di cosiddetto sviluppo incentrato sul solo profitto economico, sono la ridicolizzazione della poesia e la brutalizzazione della bellezza, sono l’annichilimento politico di ogni pluralismo e una pulsione di morte che dal centro dell’occidente atlantico si propone di trascinare con sé quante più fette di mondo possibile. Sono il graduale silenziamento della polifonia di voci e versi e canti in cui siamo immersi – come già profetizzato da Rachel Carson nell’agghiacciante apertura di Primavera silenziosa – e, insieme a questi, la messa a tacere di qualsiasi contraddittorio intellettuale complesso. Radicalismo oltranzista Se si volesse invece ascoltare questo contraddittorio, si potrebbe ampliare la domanda di partenza di Macfarlane e arrivare al nucleo caldo della riflessione MOTH: cosa implica il riconoscimento della vitalità di un fiume, o di ogni altro essere non umano? Quali sono le conseguenze etiche, e soprattutto legali, di questa espansione di vitalità? Accanto alla postura naïve, e arrivando talvolta a risposte simili attraverso fini percorsi filosofici, ce n’è una che si potrebbe definire “radicale oltranzista”. È la posizione di chi, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale. Esponente di rilievo di questa convinzione è Michael Marder, autore del recente La pianta filosofale: Un erbario intellettuale (2025). In un saggio precedente, ancora non disponibile in italiano – Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life (2013) – Marder accoglie il potenziale rivoluzionario di un report come quello della Commissione federale d’etica per la biotecnologia nel settore non umano, dal titolo La dignità della creatura nel regno vegetale, ma nota come, accanto al riconoscimento della dignità e del valore morale delle piante, e alla conseguente sanzione dei danni nei loro confronti, manchi persino lì un’attenzione reale alle specificità della vita vegetale. > C’è chi, come Michael Marder, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale > a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio > privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale. Dal canto suo, Marder propone dieci conseguenze etiche del pensare con – e possibilmente come – le piante, individuando così non tanto i modi in cui queste si comportano come gli esseri umani, ma anche quelli in cui gli esseri umani possono riconoscere il quantum botanico che li abita. Tra le modalità vegetali applicabili a qualsiasi forma vivente c’è la consapevolezza che il pensare sia sempre anche un fare, che lo stare al mondo sia al tempo stesso il fatto più unico e più generico possibile, che ogni individuo si sviluppi secondo ritmi e tempi propri, che la vita in comune sia basata su un’inerente e irriducibile incompletezza dei singoli. Secondo Marder, approfondire il plant-thinking è un modo per decostruire la presunta preminenza intellettuale degli esseri umani. Una sfida che trova terreno fertile in ambito filosofico più che consenso nella comunità botanica, e che è stata estesa persino all’ambito minerale da Federico Luisetti, in Essere pietra (2024), saggio in cui l’alterità delle pietre è interpretata come una “sfida all’egemonia della persona vivente”. Ma in che modo il discorso sulle intelligenze e sui linguaggi più-che-umani incontra il diritto? A che punto la presa d’atto di una vitalità diffusa si trasforma in acquisizione di diritti e responsabilità? Se la posizione naïve tende a non porsi questa domanda (i bambini e le bambine non sentono il bisogno di stilare leggi, e molte popolazioni indigene finora non hanno avuto la necessità di farlo in termini di civil o common law), la posizione “oltranzista”, come accennato, rifiuta ogni preminenza umana in tale processo. Le ragioni di questa visione radicale sono del resto incontrovertibili: come pensare che agli esseri umani basti riconoscere che un essere sia vivo per rispettarlo e proteggerlo, quando la condizione umana stessa non sembra agire da deterrente in nessuna delle guerre che da sempre si susseguono, oggi se possibile con più ferocia che mai? Il pragmatismo dell’ascolto di altri linguaggi A queste due visioni se ne aggiunge una terza, “pragmatica”, che è forse quella che meglio descrive gli intenti di Macfarlane e Rodríguez-Garavito, tra gli altri. Il punto di vista di chi si lascia sollecitare dal pensiero più radicale, cercando però di non imboccare una strada senza uscita alla fine della quale ci sarebbe solo l’impossibilità di agire, in quanto esseri umani, a favore di ogni altro essere vivente – pena un rafforzamento ulteriore della gerarchia antropocentrica. Significativo, in tal senso, un dialogo tra Macfarlane e Wayne, uno dei compagni di viaggio in È vivo un fiume?, che qui parla per primo: > – Resto però scettico sull’idea di dare voce al fiume o a suo vantaggio. Mi > sembra un’idea non solo insufficiente, ma anche esposta al rischio di > ventriloquio. […] > – È il punto cruciale che va risolto, senza dubbio, – dico annuendo. – Non > “chi parla a nome del fiume?” ma “che cosa dice il fiume?” […] > – Già. […] Perché tali diritti non si riducano a una forma mascherata di > manovra politica tra noi umani, dovremo trovare modi di prestare ascolto a > queste altre entità, divinità fluviali incluse, e di ascoltare il mondo > insieme a loro. E questo ovviamente deve avvenire non solo nelle comunità > indigene, o tra artisti, scrittori e stravaganti marginali come noi, ma anche > tra gli attori statali, gli attori delle imprese, gli attori industriali, > l’intero cast. I detentori del potere. È per questo motivo che il discorso sui linguaggi non verbali è da considerarsi unito a filo doppio alla questione etica e legislativa. Solamente imparando ad ascoltare i fiumi, ma anche i laghi, l’oceano, gli alberi e le foreste, e prestando ascolto a chi ha affinato questa pratica in secoli e secoli di dedizione all’ambiente circostante – e qui il sapere indigeno incontra il pragmatismo – si potrà pensare di proteggere ogni forma di vita nei modi a ciascuna adeguati. > Il dibattito sui diritti del più-che-umano ha consentito di raggiungere > traguardi storici, come la sentenza che nel 2017 ha stabilito che il Gange e > lo Yamuna dovessero essere considerati “entità viventi”, con tanto di diritti > connessi. È grazie al pragmatismo volenteroso dei membri del movimento MOTH, del resto, che un nuovo tipo di giurisprudenza ambientale, strettamente connessa a cause di giustizia sociale, sta prendendo piede in tutto il mondo. La costituzione promossa da Rafael Correa e approvata in Ecuador nel 2008, ad esempio, prevede quattro articoli dedicati ai diritti della natura a esistere, a rigenerarsi, a essere risanata e rispettata. Il lavoro dei giudici Agustín Grijalva Jiménez e Ramiro Ávila Santamaría è stato poi fondamentale nel far valere questi diritti a protezione della foresta di Los Cedros, una vera e propria culla di biodiversità, poco prima che venisse annichilita per far posto all’estrazione di metalli pesanti a cielo aperto. Sempre due giudici, ma stavolta in India, nell’Alta Corte dell’Uttarakhand, hanno decretato in una sentenza storica del 2017 che il Gange e lo Yamuna – due dei fiumi più sacri dell’induismo – dovevano essere riconosciuti come “entità viventi” con diritti connessi. I negoziati di decolonizzazione che in Nuova Zelanda vanno avanti da decenni tra maori e corona britannica, con annesso riconoscimento del fiume Whanganui come persona giuridica ed essere vivente, hanno ispirato, dall’altra parte dell’oceano, un’alleanza trasversale per proteggere la Mutehekau Shipu (Magpie River nella lingua dei colonizzatori) dall’estrattivismo idrico della Hydro-Québec: alleanza che ha dato luogo a una risoluzione poliglotta a salvaguardia della vita e del futuro del fiume – redatta anche nel linguaggio degli indigeni della penisola del Labrador-Quebec, l’innu. È (e deve essere) complicato… Tutti questi casi rendono chiaro il valore e i limiti di due concetti che sono spesso più abusati che compresi fino in fondo. Da un lato il valore del “postumanesimo” non in quanto visione tesa a superare, annullare o silenziare l’umano (come talvolta si fraintende), bensì come proposta di un’umanità alternativa, basata sull’interazione costante col mondo più-che-umano in termini non appropriativi, non estrattivi. Un progetto fondamentalmente antirazzista, femminista, antiabilista e antispecista, teso a modificare il modo in cui gli esseri umani sono concettualizzati: da “monadi” a “quanti” in costante relazione con qualsiasi altro essere. Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta, in un’ottica postumana, passa dunque anche il benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono e di tutti gli altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da questi assicurati. D’altro canto, e in continuità con la proposta postumana, è opportuno riconoscere i limiti della nozione di Antropocene: nozione utile a riconoscere le responsabilità umane nei cambiamenti geologici, oltre che climatici, a cui la Terra è stata sottoposta negli ultimi decenni e secoli, ma che corre il rischio di appiattire sotto un’unica etichetta responsabilità non comparabili. Gli indigeni che hanno visto i propri mondi scomparire non possono essere messi sullo stesso piano dei coloni di ieri e di oggi che quegli stessi mondi hanno violato; le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo consumano infinitamente meno, prese nel complesso, di quanto non faccia un singolo cittadino statunitense nello stesso arco di tempo; coloro che combattono per proteggere i diritti dell’ambiente non sono anthropos (da cui Antropocene, appunto) come chi quell’ambiente lo dà per scontato, disprezza e viola. Tra le alternative possibili, meglio forse parlare di “Capitalocene”, come proposto da Jason W. Moore, o Wasteocene, mettendo in luce la produzione di luoghi e comunità di scarto come intrinseca al capitalismo, secondo l’analisi di Marco Armiero. > Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta passa anche il > benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono, e quello di tutti gli > altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da > questi assicurati. Le alternative implicano un grado maggiore di complessità: è il destino di una visione del mondo più attenta e sfumata. In medicina è stato necessario parcellizzare il corpo umano per arrivare a una conoscenza approfondita dei suoi specifici funzionamenti, ma ora è sempre più comune affrontare problemi piccoli e grandi alla luce dell’interazione tra organi diversi, e soprattutto tra mente e corpo. In biologia l’endosimbiosi sta sradicando il concetto di individuo, laddove si sono scoperti organismi che vivono all’interno di altri e da cui questi altri non possono prescindere. La teoria quantistica sta rivelando ogni ente come possibile solo nella relazione e in quanto relazionale. Allo stesso modo, è arrivato il momento di immaginare anche il diritto legato al mondo circostante come interconnesso a quello prettamente umano. In tutti questi casi, la complessità porrà questioni filosofiche e pratiche di difficile risoluzione. Ad esempio: se i fiumi hanno diritti, hanno anche responsabilità in casi di esondazione? Dove inizia e dove finisce l’agency di un albero o di qualsiasi altro essere vivente, se tutto è interrelato? In che modo uno stato di diritto può implementare una giurisprudenza ambientale senza che il suo funzionamento ne venga sovraccaricato a dismisura? Questioni aperte e senza dubbio impegnative. Ma se c’è una lezione che alberi e fiumi sanno insegnare è quella della pazienza. Laddove è stata naturalizzata l’idea che multinazionali e imprese commerciali di brevissimo corso possano avere più diritti degli esseri umani, con criterio si potrà riuscire a venire a capo anche degli interrogativi legati ai diritti del più-che-umano e del tempo profondo che trascende le vite dei singoli individui. Se non saremo in grado di farlo, avremo perso noi stessi il diritto di abitare la Terra. Lei, dal canto suo, continuerà a girare. L'articolo I diritti del più-che-umano proviene da Il Tascabile.
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Nuova escatologia terrena
L > a nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo > l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […]. > Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, > autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal > peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, > nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. […]. Dimentichiamo che noi > stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli > elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua > ci vivifica e ristora. > > > > Niente di questo mondo ci risulta indifferente. A maggio 2015 la forza dirompente dell’enciclica Laudato si’ scuoteva alle fondamenta il mondo cattolico e l’istituzione Chiesa. Siamo composti – scriveva papa Francesco – dagli elementi stessi del pianeta. Viviamo la sua malattia. Quel testo ha dato vita a una mobilitazione generale delle e dei fedeli che, in tutto il mondo, hanno preso parte a iniziative grandi e piccole a contrasto della crisi climatica. Attivazione che alle nostre latitudini associamo solo al mondo cattolico ma che invece ha riguardato e riguarda molti altri culti. L’altare e la biosfera Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose terrene. La Terra è anzi diventata l’unico spazio in cui si gioca la salvezza, biologica o spirituale che sia. A Occidente è stato un po’ come fare i conti con le accuse che lo storico americano Lynn White Jr aveva mosso a partire dal 1967, identificando il peccato originale dell’ecologia nell’antropocentrismo predatore del cristianesimo occidentale che è stato a fondamento dello sfruttamento illimitato della natura. Dal saggio di White The Historical Roots of Our Ecologic Crisis alla stesura della Laudato si’ sono passati quasi cinquant’anni. Cinque decenni di negazionismo terreno e furia celeste, in cui sempre meno uomini si arricchivano perpetuando un modello di società che devastava il pianeta, e quest’ultimo si scaldava, inviando tempeste, siccità e inondazioni come monito per un’umanità piuttosto restìa ad afferrare il concetto. Fino a che non è diventato particolarmente esplicito e anche le fedi hanno scelto di mobilitarsi. > Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più > vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il > quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose > terrene. Dall’enciclica Laudato si’ al manifesto dei vescovi del Sud del mondo del marzo 2026, la fede cristiana si è trasformata in politica climatica e finanza etica. Il cambiamento è globale e interreligioso: riguarda il concetto islamico di Mīzān (equilibrio divino) così come la resistenza simbolica dei monaci thailandesi, che “ordinano” gli alberi per proteggerli dal disboscamento. In tempi di paradigmi che scricchiolano, l’antropocentrismo sembra sull’orlo del suo sempre troppo ritardato collasso. Le grandi religioni stanno offrendo la base filosofica per riconoscere la natura non più come oggetto, ma come soggetto di diritto. Dal dogma al bilancio: il Vaticano e la finanza climatica Per le cattoliche e i cattolici, l’enciclica Laudato si’ rappresenta questo passaggio. Il testo, presentato e vissuto non solo come un’esortazione spirituale ma come una teologia politica che ha ridefinito il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha da subito avuto una vocazione ecumenica. Indirizzata a “ogni persona che abita questo pianeta”, l’enciclica supera i confini confessionali per parlare alle donne e agli uomini di tutto il mondo, anche e soprattutto a chi alle fedi non si affida più da tempo. Il fulcro politico del testo sta nell’ecologia integrale: nella lettura ‒ scontata per chi di ecosistema si occupa da sempre, di meno per il Vaticano ‒, che fonde la crisi ambientale con quella sociale. Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale. “Il grido della terra” coincide con “il grido dei poveri”. Fornendo nuove e solide basi alla relazione delle e dei fedeli con il creato, “la casa comune”, il documento attacca apertamente il paradigma tecnocratico e il mito della crescita infinita come fondamento delle nostre società. Crescita sempre appannaggio di pochi, come testimoniato dal messaggio riportato dei vescovi della Nuova Zelanda: “cosa significa il comandamento ‘non uccidere’ quando ‘un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere’”? Il testo dell’enciclica è stato tanto radicale che, con la proposta di creare un’autorità politica mondiale per la gestione dei beni comuni, ha contribuito al clima politico e culturale che ha accompagnato la stesura dell’Accordo di Parigi. Ma la Laudato si’ non si è limitata alla proposta, è passata all’azione spingendo enormi masse di cattoliche e cattolici a promuovere e alimentare il movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili. Non bastano più le condanne morali: le donne e gli uomini di fede, così come le strutture interne alla Chiesa, sono chiamati a usare il capitale come leva politica. Il movimento per il disinvestimento, coordinato dal Movimento Laudato Si’, ha spinto più di 600 istituzioni religiose a tagliare per sempre i ponti con l’industria fossile, eliminando tutti gli investimenti in fondi, aziende e azioni che supportino energie climalteranti. A marzo 2026 i vescovi di Asia, Africa e America Latina hanno nuovamente formalizzato l’impegno a riconsiderare i portafogli diocesani, definendo l’abbandono di carbone, petrolio e gas come un “imperativo morale”. > Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica > sfida socioambientale. La Chiesa è scesa dunque in campo e lo ha fatto con una strategia non solo etica ma pragmatica, presentando il disinvestimento come una decisione finanziaria “sana e prudente” per evitare il rischio di riporre ricchezze in asset destinati a perdere valore. In un mondo che va sempre più verso il rifiuto dei combustibili fossili, le istituzioni cattoliche hanno scelto di non restare a guardare: grandi realtà come la provincia gesuita europea e molte diocesi italiane e canadesi hanno già aderito alla mobilitazione. L’obiettivo è influenzare i mercati per una transizione energetica giusta, legando la finanza alla pace e alla tutela per chi ha di meno, che spesso subisce maggiormente gli impatti della crisi climatica. L’eco-Islam e i nuovi monaci della foresta Appena pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ad agosto 2015 più di sessanta leader e accademici musulmani si riunivano a Istanbul per lanciare il loro grido di battaglia. Il loro pubblico, del resto, consiste in più di 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile. Questo movimento sta influenzando una riscoperta delle origini della religione con un inedito interesse ambientale. Il cuore concettuale della presa di posizione dei leader islamici è la nozione teologica di Mīzān, l’equilibrio perfetto e l’armonia divina in cui Allah ha creato l’universo. Una forma di ordine di cui l’essere umano non è padrone assoluto ma khalīfah: custode, vicario. Alla nostra specie è affidato anzi il compito di mantenere questo equilibrio, proteggerlo. Questo approccio alle cose terrene consente di rileggere la crisi climatica come manifestazione fisica della fasād, la corruzione morale e materiale derivata dall’avidità umana che ha spezzato il sacro legame tra uomo e biosfera. Pratiche tradizionali come l’hima – le riserve naturali per il bene pubblico radicate in 14 secoli di storia – o il waqf (le donazioni pie) diventano modelli di conservazione comunitaria che offrono alternative alla legislazione civile. Esempi come il Misali Ethics Project a Zanzibar mostrano la capacità dell’etica islamica di proteggere la biodiversità marina anche dove le leggi statali faticano a imporsi. > La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri > della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la > transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo > morale ineluttabile. L’onda del risveglio spirituale è arrivata anche nelle foreste del Sud-Est asiatico, dove i monaci si sono erti a difesa delle foreste contro i progetti di estrazione fossile. In Thailandia, per contrastare il disboscamento illegale, i monaci celebrano il rito della Buat ton mai: ordinano gli alberi come sacerdoti. Anche solo a livello di immaginario, si tratta di atti potentissimi. Durante la cerimonia le piante più imponenti vengono avvolte nelle vesti color zafferano del Sangha e così consacrate, nel mezzo di canti monastici. In questo modo sono elevate a tutti gli effetti allo status di membri della comunità religiosa. Non si tratta solo di un rito molto suggestivo: la foresta in questo modo diventa uno spazio inviolabile e, in quanto tale, attiva un potente deterrente karmico verso chi voglia violarla. Abbattere un albero “ordinato” equivale ad ammazzare un monaco, con tutte le conseguenze che il karma ne dispone. Oltre l’antropocentrismo: diritti della natura e cosmogonie indigene Ci sono casi in cui l’incontro tra fede e tutela dell’ecosistema diventa dimensione di fusione identitaria. In Amazzonia le grandi religioni stanno assorbendo la sapienza ancestrale delle comunità indigene, che da sempre vivono in comunione con la natura. Movimenti come l’Interfaith rainforest initiative (IRI) riuniscono leader cristiani, musulmani, ebrei e indù intorno ai guardiani della foresta, dando vita a una missione tanto sacra quanto umana: proteggere il polmone verde del pianeta. E farlo secondo una logica per la quale la natura non è più oggetto da gestire, né luogo che ci ospita ma soggetto di diritto, una vera e propria parente della specie umana che, in quanto tale, gode di personalità giuridica. Da questo punto di vista le fedi si sono fatte ponte che ha tradotto le cosmogonie, che considerano fiumi e foreste come antenati, in concetti e linguaggio della giurisprudenza occidentale. La sinergia che ne deriva è uno scudo politico e morale per chi impegna la propria vita a difesa dell’ambiente e identifica la salvezza biologica del pianeta in quella spirituale dell’umanità. Le Faith-based organizations Non si tratta di movimenti dettati dal volontarismo di singoli leader più o meno virtuosi. Stiamo ormai assistendo all’espansione e al consolidamento di una rete capillare di organizzazioni basate sulla fede, le Faith-based organization (FBO), che oggi parlano all’84% della popolazione mondiale. Organizzazioni che scendono in campo, abbandonando il ruolo indugiante di osservatori marginali, e che si propongono come supporto alla governance climatica globale, forti di un peso materiale impressionante: gestiscono circa il 10% delle attività finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili. > Le Faith-based organizations gestiscono circa il 10% delle attività > finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili. Questa imponente capacità di fare massa critica permette a reti interreligiose come la GreenFaith o il Movimento Laudato si’ di trasformare un mandato morale in una ben più efficace leva di mercato. Come i dati confermano: circa il 35% di tutti i disinvestimenti dai combustibili fossili, a livello globale, proviene da istituzioni religiose, compresi grandi attori come la Chiesa d’Inghilterra o il Vaticano. Organizzazioni religiose che hanno mutato forma, si sono trasformate in movimenti di attivazione diretta, di finanza etica e anche di pressione politica e advocacy istituzionale per raggiungere obiettivi strutturali come l’abbandono globale dei combustibili fossili. Una nuova escatologia Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. Accade ad esempio in Brasile, dove una parte del mondo evangelico più conservatore ha storicamente sostenuto politiche di espansione agricola a scapito dell’Amazzonia, vedendo nel dominio sulla terra un mandato divino incontestabile. Così come negli Stati Uniti, dove influenti settori del cattolicesimo e del protestantesimo ultraconservatore percepiscono l’ambientalismo come una sorta di cavallo di Troia per un’agenda neopagana o globalista, arrivando a etichettare la giustizia climatica come una distrazione dalle battaglie bioetiche tradizionali. Gli esempi fino a qui riportati non sono esaustivi dei dispositivi di fede in quanto tali ma vogliono essere la fotografia di un movimento che sta crescendo sia globalmente sia territorio per territorio, regione per regione. E si sta rafforzando perché riporta alle origini il legame della nostra specie con l’ambiente che la circonda. Esattamente come fa la crisi climatica, ci fa scendere dal piedistallo antropocentrico e ci ricorda che siamo natura nella natura, che la salvezza del nostro pianeta, così come il suo perire, sono la nostra salvezza e il nostro perire. Stiamo assistendo a un processo di secolarizzazione inversa: per secoli la modernità ha spinto il sacro ai margini, oggi la spiritualità sta tornando con vigore a occuparsi della Terra, che si sta delineando come spazio fisico ma anche metafisico in cui si gioca la salvezza. E in cui la protezione del luogo in cui siamo, che lo chiamiamo Creato, Casa comune, Al-Ard, Pṛthivī, Pachamama o biosfera, lungi dall’essere un’opzione morale è un vero e proprio obbligo ontologico. Non c’è spirito che possa salvarsi senza un pianeta che ne ospiti il corpo. > Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza > in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. In questo gioco deve esserci necessariamente qualcuno che vince, che viene tutelato: i più poveri, i Paesi in via di sviluppo. E qualcuno che, per una volta, perde: le lobby fossili, le economie sviluppate intorno all’estrattivismo e all’iperconsumo. È come se una questione di fondamentale giustizia sociale, con l’irrompere della crisi climatica a scompaginare il quadro, stia assurgendo a un rango più elevato. Chi si oppone alla transizione necessaria, a questo punto, ne risponderà in una dimensione umana e storica ma, se ci crede, anche in una metafisica e ultraterrena. E il divino rappresentato da gran parte dei culti non sembra troppo incline a subire il fascino dei dividendi o del greenwashing. L'articolo Nuova escatologia terrena proviene da Il Tascabile.
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La terza via delle foreste
È il 22 settembre 1989. In Europa centrale e orientale sta per esplodere quello che sarà ricordato come “l’Autunno delle nazioni”, una stagione di enormi stravolgimenti politici e sociali che porterà alla caduta del muro di Berlino e al rovesciamento dei regimi del blocco sovietico. In una tranquilla valle slovena, un gruppetto di persone è seduto a semicerchio all’interno di un bosco di faggi e abeti. Discutono animatamente. Parlano di futuro, stabilità, diversità. Tutti, sulla pelle, sentono brividi di entusiasmo. Nell’oscillare di rami e foglie riconoscono la brezza di un cambiamento possibile. A Robanov Kot, remoto villaggio di pochi abitanti della valle Savinja, non è riunito un gruppo di rivoluzionari pronti all’azione. O meglio, si tratta in effetti di rivoluzionari che vogliono imprimere un netto cambio di passo, ma non parlano di rovesciare regimi autoritari (forse anche di quello, ma nelle pause e probabilmente sottovoce). Sono un gruppo di studiosi di selvicoltura ed ecologia forestale che hanno da tempo in testa di lanciare e diffondere un approccio innovativo nel modo di gestire i boschi del Vecchio continente, proponendo un necessario ribilanciamento tra economia ed ecologia. > La selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli > approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di > generare servizi ecosistemici utili alla società. In quel lontano giorno del 1989 viene fondata Pro Silva Europa: un’associazione, oggi diffusa in 25 Paesi (in Italia dal 1996), che promuove attivamente una selvicoltura “close to nature” (prossima alla natura). Per capire perché questo momento sia così importante, è prima necessario aver chiaro di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura. Di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura Semplificando, la selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società. Non solo legno, ma anche tanto altro: tutto ciò che, tramite la gestione attiva di un’area forestale, può portare benefici diretti o indiretti al nostro vivere, come la possibilità di fruizione turistico-ricreativa, il mantenimento di un particolare paesaggio, la prevenzione dagli incendi, la raccolta di prodotti selvatici, la protezione di nuclei abitati e infrastrutture dalla caduta di massi o valanghe, la conservazione attiva di habitat e specie a rischio. La spinta ideale del gruppo riunito a Robanov Kot nasce da una constatazione di fondo sullo stato delle foreste europee, che risentono dei lasciti di oltre un secolo e mezzo di “selvicoltura finanziaria” applicata su larga scala e votata alla massima produzione legnosa. I boschi, secondo la Scuola sassone di Tharandt (che ha dato il via, nel 1811, alle scienze forestali in Europa), andavano gestiti in base al principio del massimo reddito netto e in funzione delle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle foreste locali, dove prevalevano latifoglie miste, con impianti artificiali di specie più redditizie: pino silvestre e soprattutto abete rosso. Questa impostazione è ovviamente da collocare in un preciso contesto storico, quello tedesco e in generale europeo dei primi dell’Ottocento, di grande fermento industriale. Serviva tanto legname e in modo costante nel tempo: le neonate scienze forestali erano state chiamate a trovare un modo per produrlo e lo avevano efficacemente ideato, pensando ai boschi quasi come a campi agricoli. Se questa concezione ha avuto il merito di risolvere le necessità dell’industria, da essa è derivata anche una sempre maggiore fragilità delle foreste, resa evidente soprattutto da schianti da vento e massicci attacchi di insetti, ma anche dalla costante diminuzione di numerose specie. In pratica, una scarsa funzionalità ecologica data da boschi eccessivamente artificializzati. > Per molto tempo le foreste sono state gestite in base al principio del massimo > reddito netto e alle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato > alla sostituzione delle foreste locali con impianti artificiali di specie più > redditizie, come pino silvestre e abete rosso. I forestali riuniti a Robanov Kot, cresciuti professionalmente nel secondo dopoguerra, quando le scienze forestali hanno iniziato a interrogarsi seriamente sui problemi appena descritti, pensano di contribuire a risolverli attraverso un’operazione prima di tutto culturale: promuovere un modo di gestire i boschi che continui a essere produttivo e adatto ai bisogni della società, ma che si ispiri alle dinamiche di funzionamento delle foreste naturali. L’idea del professor Dušan Mlinšek dell’Università di Ljubljana, già presidente della IUFRO (International Union of Forest Research Organizations), è di lanciare un appello a tutti i forestali europei convinti della necessità di un’innovazione in senso naturalistico. È lui, insieme ad altre figure di spicco della selvicoltura europea come Brice de Turckheim, un proprietario e consulente forestale francese, a organizzare l’incontro del 1989 a Robanov Kot. La dichiarazione con cui Pro Silva decide di presentarsi al mondo è breve, ma al tempo stesso densa, critica e visionaria: > Promuoviamo un movimento, a livello europeo, per foreste stabili, sane e > produttive. Riteniamo che l’economia forestale tradizionale debba evolvere > verso una gestione globale dell’ecosistema, al fine di garantirne la > produttività e la stabilità. L’opzione di una selvicoltura paziente e > rispettosa delle leggi naturali favorisce la diversità, lo sviluppo > sostenibile, la ricchezza strutturale e la rinnovazione naturale delle foreste > composte da specie adatte alle stazioni. Linee guida, con una “r” in più 27 luglio 2023. Trentaquattro anni dopo la nascita di Pro Silva e a seguito di centinaia, forse migliaia tra convegni, seminari e soprattutto escursioni tecniche organizzati dalle varie diramazioni locali dell’associazione, accade qualcosa che probabilmente i padri fondatori riuniti in Slovenia non avevano neppure osato immaginare. La Commissione Europea pubblica delle Linee guida che prendono il nome proprio dal concetto chiave ‒ “selvicoltura close to nature” ‒ coniato nel documento fondativo del 1989. Un grande segnale, che dimostra come quel gruppo di esperti avesse visto lontano. > Non è facile rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito > benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, > il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro. C’è però un problema, o meglio, una differenza quasi impercettibile che tuttavia genera da subito un acceso dibattito: è stata aggiunta una lettera, una “r”. Il documento europeo si chiama infatti: “Guidelines on closer-to-nature forest management”.  Closer, non close. “Più vicina”, non “vicina”. Anche se può sembrare una questione di lana caprina, non lo è affatto. Quella “r”, in aggiunta al classico “close to nature” promosso da Pro Silva, è stata determinante per far avallare le Linee guida anche dai Paesi nordeuropei dove, molto più che nella parte centrale e soprattutto meridionale del Vecchio continente, la gestione è ancora fortemente di stampo agronomico. Vasti boschi, in queste zone, sono ancora oggi coltivati in modo analogo a monospecifici campi di mais: si piantano, crescono, si tagliano, si ripiantano. Molte meno le attenzioni alle dinamiche ecologiche, alla rinnovazione spontanea, alla diversità specifica e strutturale tipica di un bosco naturale. Ma ultimamente, anche in queste piantagioni si sono resi evidenti numerosi limiti, che hanno iniziato a porre profondi interrogativi. Problemi crescenti amplificati della crisi climatica, come tempeste di vento, attacchi di patogeni, vasti incendi, ma anche livelli di biodiversità sempre più in calo. Tuttavia, in questi Paesi l’economia forestale è ancora oggi trainante: non è certo facile, in questi contesti, rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro. L’utilizzo del termine closer (e non close) è stato ritenuto più accettabile perché indica un cammino graduale da intraprendere: non selvicoltura prossima alla natura in senso stretto ‒ qui e ora ‒ ma più vicina rispetto alla situazione attuale. Un percorso in divenire quindi, da compiere passo dopo passo, di cambiamento in cambiamento. Se da un lato l’aggiunta della “r” può indubbiamente celare un’accettazione solo parziale dell’approccio, dall’altro esorta tutti gli attori coinvolti a ragionare, pragmaticamente, su quali singole azioni si possono implementare, da subito, per muoversi nella direzione di un cambio di rotta ritenuto indispensabile per conservare le biodiversità forestale e rendere le foreste più resistenti e resilienti anche riguardo agli effetti della crisi climatica. Ma a parte l’aggiunta della “r”, perché si è sentita la necessità di scrivere e pubblicare queste Linee guida? Due strategie in dialogo La necessità deriva dalla pubblicazione di due importanti Strategie europee che devono necessariamente dialogare tra loro: la “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030” e la “Nuova strategia dell’UE per le foreste per il 2030”. L’approccio “closer to nature” è stato riconosciuto come una sorta di collante capace di tenere insieme le sfide di entrambe: conservazione della biodiversità, adattamento al cambiamento climatico, produzione continua di materia prima rinnovabile e di altri servizi ecosistemici necessari alla società. Nelle Linee guida europee il concetto di gestione forestale “closer to nature” viene descritto come un “grande ombrello concettuale” che riunisce tutti gli approcci che mirano a rafforzare biodiversità, resilienza e capacità di adattamento climatico delle foreste attivamente gestite. > Elementi che in passato erano ritenuti inutili, se non addirittura dannosi, > come gli alberi senescenti e il legno morto in piedi e a terra, oggi sono > riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità. I principi fondanti sono, ad esempio, la conservazione di “alberi habitat” (alberi senescenti e ricchi di microhabitat come ferite, cavità, fessure o parti di legno in fase di degradazione) e, più in generale, del legno morto in piedi e a terra: elementi che in passato erano ritenuti inutili se non addirittura dannosi, ma che oggi sono riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità (basti pensare che le cosiddette specie saproxiliche, che dipendono cioè dal ciclo del legno morto, rappresentano il 30% circa delle specie normalmente riscontrabili nei boschi). Altri elementi cardine dell’approccio sono la promozione delle specie arboree autoctone e della loro diversità genetica; l’incentivo alla rinnovazione naturale da seme; la valorizzazione dell’eterogeneità strutturale dei boschi; la riduzione degli interventi di gestione intensiva; il sostegno all’eterogeneità del paesaggio forestale. Queste misure, secondo la Commissione, dovrebbero essere urgentemente inserite in un disegno strategico che preveda un bilanciamento tra le attività produttive e quelle utili alla conservazione di ambienti forestali ricchi di biodiversità. Quella “r” aggiunta al concetto di “close to nature”, insomma, non deve essere letta come una scusa per rallentare, ma piuttosto come uno stimolo per dare gambe, il più presto possibile e in modo pragmatico, alle sfide contenute nelle due strategie europee: passo dopo passo, attraverso una coraggiosa azione politica. Tra segregazione e integrazione A redigere le Linee guida per una selvicoltura più vicina alla natura sono stati chiamati numerosi esperti da tutta Europa insieme allo European Forest Institute (EFI). Un po’ come nel caso della nascita di Pro Silva, tante teste pensanti provenienti da zone geografiche molto diverse hanno accettato una sfida non certo facile, ma dal grande potenziale generativo. > In futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, > per preservare al massimo la biodiversità.  Ma avremo anche bisogno di alcuni > boschi fortemente produttivi: piantagioni specializzate per produrre legname. A coordinare l’eterogeneo gruppo di esperti è stato un professore di selvicoltura dell’Università di Copenaghen, Jørgen Bo Larsen. Il forestale danese è stato invitato ad aprire il XIV Congresso della Società italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale – SISEF, proprio per presentare le riflessioni di fondo che stanno alla base delle Linee guida. Durante la sua presentazione, Larsen ha mostrato un diagramma semplice ma illuminante, capace di stimolare profondi interrogativi su come dovrebbero essere gestite in futuro le foreste europee per raggiungere i tanti, diversi e complessi obiettivi che ruotano attorno a esse: ambientali, produttivi, sociali e climatici. La riflessione parte da due dati di fatto. Il primo (in verde nel diagramma): in futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, quindi senza interventi dell’uomo, per preservare al massimo la biodiversità all’interno di ecosistemi forestali il più possibile indisturbati e simili alle foreste vergini. Il secondo (in giallo): avremo ancora bisogno anche di boschi fortemente produttivi, per garantire la disponibilità di legno, materia prima rinnovabile che sarà sempre più richiesta nel cammino della transizione ecologica. Ma adottando solo queste due modalità di gestione, agli antipodi a livello di approccio, si creerebbe un modello fortemente segregativo: gestione intensiva in certe aree, esclusione totale dell’attività umana in altre. Un modello che, specialmente in Europa, dove le foreste convivono con l’agricoltura e i nuclei abitati in un paesaggio plasmato da millenni dall’azione antropica, non potrebbe mai funzionare. Si genererebbero squilibri e conflitti (dove limitare fortemente la gestione? E dove, invece, puntare su una produzione intensiva?), ma anche rischi ambientali come incendi e dissesti, che potrebbero colpire anche zone abitate e infrastrutture, oltre a causare un’enorme perdita culturale e paesaggistica. Ecco allora dove si inserisce, come un cuneo (bianco nel diagramma), l’approccio “closer to nature”: tra i due estremi, portando un necessario equilibrio. Nel diagramma una freccia rossa indica chiaramente la direzione: nel contesto europeo occorre muoversi integrando sempre più questa “terza via”. Ma dove collocarsi precisamente? Quali percentuali assegnare alle tre diverse ipotesi gestionali? Dipende da tanti e complessi fattori, diversi di territorio in territorio. Facciamo un esempio plausibile in molti contesti italiani. > Il biologo inglese Edward O. Wilson ha proposto di destinare metà della > superficie terrestre a riserva naturale per preservare la biodiversità. Una > provocazione che ha avuto il merito di stimolare riflessioni, ma di fatto > irrealistica. Una parte di foreste dovrà essere lasciata unicamente alla libera evoluzione naturale, in luoghi dove la mancata gestione non rischi di tradursi in un pericolo per la popolazione: ipotizziamo il 10-20%. Un’altra dovrà essere rappresentata da piantagioni specializzate, da realizzare in aree non troppo accidentate, ben accessibili e lontane dal cuore delle aree protette: ipotizziamo quindi un altro 10-20%. E il restante 60-80%? È lì, nella maggior parte del territorio, che occorrerà applicare una selvicoltura più vicina alla natura: all’interno di foreste seminaturali in cui appare strategico e sostenibile applicare una gestione multifunzionale, che integri la conservazione della natura alla produzione di beni e servizi. Ecco allora la parola chiave: integrazione, l’esatto opposto di segregazione. “In questi ultimi anni c’è stato un dibattito molto vivace a livello scientifico e culturale sui due approcci di gestione delle risorse naturali: approccio segregativo ed approccio integrativo”, spiega Renzo Motta, docente di selvicoltura all’Università di Torino e membro italiano del gruppo di lavoro che ha redatto le Linee guida europee. Questo dibattito è stato in parte suscitato dal libro Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, pubblicato nel 2016 dal biologo inglese Edward O. Wilson, nel quale l’autore propone che metà della superficie terrestre sia destinata a riserva naturale per preservare la biodiversità. La provocazione di Wilson, secondo Motta, ha avuto il merito di stimolare riflessioni e proposte ma, in concreto: “È caratterizzata da una forte connotazione ideologica e appare irrealistica”. Oltre a Motta, molti altri esperti forestali pensano che sia molto più concreto ed efficace, almeno nel contesto europeo, puntare su strategie di integrazione. Lo fa, ad esempio, il progetto Horizon TRANSFORMIT, coordinato da EFI, che mira proprio a promuovere una “Gestione forestale integrativa” (IFM, Integrative Forest Management) al fine di “trasformare le foreste europee” (da qui il nome). Questo approccio prevede di coniugare, all’interno di un complesso forestale, la fornitura di servizi ecosistemici, la conservazione della biodiversità e la resilienza climatica. Il progetto ha da poco pubblicato una lista di 17 indicatori che vengono proposti come uno strumento pragmatico per guidare i gestori forestali verso il cambiamento auspicato. Inutile dire che questi indicatori ricalcano, in buona parte, le indicazioni generali contenute nelle citate Linee guida europee. > In Italia la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a > macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. L’approccio integrativo, insomma, sembra sempre quello preferibile nel nostro contesto. Non a caso la rete europea che dal 2016 (anno di uscita del libro di Wilson) propone la convivenza tra conservazione della natura e gestione forestale si chiama Integrate Network: un’alleanza guidata da EFI a cui anche Pro Silva collabora. A che punto siamo Dall’approvazione delle Linee guida europee sono passati più di due anni. Il tema ha inizialmente suscitato grande interesse e dibattito tra esperti di alto livello, ma un cambiamento diffuso, purtroppo, appare ancora troppo lontano dal realizzarsi, specialmente in quei Paesi dove gli interessi attorno alla produzione massiccia di legno sono elevati. In Italia, anche grazie a Pro Silva, la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. Nel nostro contesto sono poche le aree in cui la gestione forestale è definibile come intensiva, ma molti miglioramenti in senso naturalistico potrebbero essere comunque implementati nelle pratiche ordinarie, spesso uguali a sé stesse da decenni. “Sembra esserci una generale esitazione riguardo all’adozione delle Linee guida”, spiega al Tascabile Jørgen Bo Larsen, il coordinatore delle stesse. Secondo il ricercatore, il principale motivo è che la loro adozione comporterebbe una maggiore regolamentazione del settore forestale senza alcuna compensazione economica. “Manca uno schema di certificazione volontaria per una gestione forestale più vicina alla natura, come era previsto dalla Strategia forestale dell’UE per il 2030”, sottolinea Larsen: “Se e quando questo sistema di certificazione ancora in sospeso verrà sviluppato e accompagnato da un sistema di compensazione, la situazione potrebbe iniziare a sbloccarsi”. Larsen ha un’opinione chiara rispetto a come dare una spinta concreta alla diffusione dell’approccio. Un’opinione che dà grande valore al modello integrativo e che, proprio per questo, potrebbe non piacere a chi invece propende per quello segregativo. > L’esperto danese Jørgen Bo Larsen propone di non considerare le aree protette > solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, ma come > laboratori privilegiati in cui applicare l’approccio closer to nature. “La mia opinione personale riguarda il modo in cui le foreste gestite con approccio closer to nature verrebbero considerate all’interno degli obiettivi di protezione definiti dalla Strategia UE per la biodiversità”, spiega. Entro il 2030, infatti, almeno il 30% del territorio dell’Unione Europea dovrebbe essere protetto, di cui il 20% sotto normale protezione e il 10% sotto protezione rigorosa. “Se le foreste gestite secondo lo schema di certificazione per la gestione forestale più vicina alla natura potessero essere accettate nella categoria corrispondente al 20% di protezione”, sottolinea sempre Larsen, “si potrebbe davvero compiere un importante passo in avanti, perché i principi della gestione forestale più vicina alla natura potrebbero diventare uno strumento chiave che permetterebbe ai Paesi dell’UE di raggiungere gli obiettivi di protezione imposti dalla normativa”. L’esperto danese, attraverso questa proposta provocatoria, esorta a non considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, di gestione forestale in particolare, ma, al contrario, come laboratori privilegiati in cui sviluppare una gestione forestale integrativa seguendo l’approccio closer to nature. Due esempi, in Italia Jerry F. Franklin, un grande studioso della gestione forestale su basi ecologiche dell’America Settentrionale, ha spiegato che in passato la selvicoltura si è concentrata soprattutto su quanto prelevare dal bosco. Adesso, anche alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, occorre invece concentrarsi su quanto e cosa lasciare. Questa visione si sposa benissimo con gli obiettivi di due diversi progetti finanziati dal programma Life dell’Unione Europea che lavorano a un processo di integrazione basato sull’approccio closer to nature: inserire, all’interno della gestione forestale ordinaria, pratiche adatte ad aumentare la conservazione della biodiversità. Non a caso a questi progetti collaborano sia l’European Forest Institute, sia la Rete Integrate, sia, ovviamente, Pro Silva. Il primo è il progetto Life Span, coordinato dal CNR-IRET, che nella parte friulana della foresta del Cansiglio e nella foresta bavarese di Sailershausen sta realizzando una particolare forma di gestione integrata: la creazione di un insieme di SHS (Saproxylic Habitat Sites, siti adatti agli organismi saproxilici, cioè che necessitano di legno morto), dove il bosco viene reso il più simile possibile a una foresta vergine, con alberi morti in piedi e a terra, radure e fusti in cui sono presenti cavità e ferite. Queste piccole isole sono sparse nel mare di una foresta attivamente gestita, dove si produce anche legname con interventi non intensivi: esse agiscono come nodi di una rete che favorisce la diffusione della biodiversità in tutto il comprensorio forestale. Sulla stessa linea di pensiero lavora anche il progetto Life GoProForMED, coordinato da DREAm Italia e attivo in quattro Paesi del bacino del Mediterraneo: Italia, Spagna, Francia e Grecia. Il progetto propone la creazione di una rete ecologica costituita da “core area” (aree ad alto valore conservazionistico), “isole per la biodiversità” (simili a quelle previste dal Life Span) e singoli “alberi habitat”, il tutto distribuito all’interno di una superficie boschiva in cui è prevista anche una gestione produttiva. > Anche in Italia stanno emergendo progetti che si rifanno alla direzione > proposta dagli studiosi riuniti nel 1989 in Slovenia: avvicinarsi, con > coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione. Questi progetti, in fondo, non sono altro che un’evoluzione della proposta lanciata dagli studiosi riuniti nel 1989 a Robanov Kot, in Slovenia. Una serie di passi, lungo il cammino indicato da quella “r” aggiunta al titolo delle Linee guida europee, che indica la direzione auspicata anche da Motta e Larsen: quella di avvicinarsi, con coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione, sia all’interno di ogni singolo bosco, sia a scala di paesaggio. Integrazione: una sfida politica e culturale Gli strumenti per sviluppare questo approccio e quindi per “trasformare le foreste europee”, insomma, ci sono già tutti: Linee guida, indicatori, reti di esperti, associazioni come Pro Silva, progetti pilota. Cosa manca ancora? Probabilmente solo una seria volontà politica: quella di andare oltre le pressioni di chi vuole mantenere lo status quo e passare dalle intenzioni ai fatti, attraverso forti investimenti in azioni e strumenti concreti che rendano questo approccio non solo desiderabile dalla società, ma anche conveniente per proprietari e gestori, come auspicato da Larsen. Ma sarebbe un vero peccato considerare tutta questa storia solo come una questione prettamente tecnico-scientifica da risolvere unicamente a livello politico. Si tratta infatti anche di una vera e propria sfida culturale, che appare cruciale per il futuro. L’approccio segregativo, dividendo nettamente due modalità di gestione ‒ conservativa e produttiva ‒ separa in fondo anche due mondi, due pezzi importanti della società, che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano: chi studia e promuove la tutela degli ambienti naturali e chi lavora nella filiera produttiva bosco-legno e nell’ordinaria gestione forestale. L’approccio integrativo, al contrario, li obbliga ad avvicinarsi, a “sporcarsi le mani”, a trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti, basati su esigenze reali, evidenze scientifiche e su una comune visione di intenti. Li esorta, così, anche a parlarne pubblicamente, a raccontare i passi in avanti compiuti, a condividere questo necessario esercizio di equilibrio con più persone possibili. Li spinge, insomma, al difficile compito di costruire e condividere una nuova “selvicultura”, quella auspicata dal “Manifesto per una selvicoltura più vicina alla natura” proposto dalla rivista Sherwood e cofirmato da numerosi attori del mondo forestale e ambientalista italiano. > L’approccio segregativo separa due mondi che troppo poco spesso si conoscono e > si confrontano; l’approccio integrativo, al contrario, li obbliga a trovare > punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti. Close o closer, che dir si voglia, sono parole che indicano prossimità, legame, contatto, empatia, dialogo. L’opposto di una società che tende sempre più spesso a polarizzarsi, ragionando attraverso stereotipi e banalizzazioni ed evitando di abitare la complessità. Al contrario, in questo delicato ma cruciale momento di transizione, un serio e pragmatico dibattito sulla gestione responsabile degli spazi naturali, non solo delle foreste, meriterebbe di tornare ad essere close, o closer, alla vita di tutti noi. L'articolo La terza via delle foreste proviene da Il Tascabile.
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Il veleno che contamina la mente
L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa. Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni. I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni, decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica. Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee. Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e proteggerli. > Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8 > nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli > ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi > ancora attraverso il latte durante l’allattamento. Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice. Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione. Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel loro sangue da anni. Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un po’ di mal di gola. > Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti: > tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che > per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli > erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli. C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto, della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002, quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente, arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità. Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il 2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di 2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75% di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio, a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero. Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari, mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo. La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più inevitabile. > Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più > inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della > sopravvivenza psichica. È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo, riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come “indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia. Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel 1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti. Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno. Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il ritmo della morte industriale. Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale, un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era “All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato. Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha dovuto ridefinire completamente la propria identità. > L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni > bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha > dovuto ridefinire completamente la propria identità. “Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto. Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo – a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””, non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma, elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo né esserne completamente schiacciati. Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto, trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né cancellabile. Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case, campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta. Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone: “Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è difficilissimo richiudere. > Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle > conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo. La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del 2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno. Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi, che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia significativamente superiori al resto della città. Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva, dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate, del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano, almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie? Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione – ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva, evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di sapere. > La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto > per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è > che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla > contaminazione e dalle sue conseguenze. L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente. A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere soggetti attivi della propria vita. Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa, alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli. > Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando > queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno > ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza, di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni. Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi” o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali, economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale. C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal mare. > Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non > dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in > militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori, perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi, scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che vivevano pensando di essere al sicuro. La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti, sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai lavori che l’amianto causava il mesotelioma. Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone. Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale, sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di conseguenza. Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani, dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni. Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso – che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura, ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente, non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in nessun luogo. Mai più. L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
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Giochi Preziosi
I l 7 febbraio 2026 diecimila persone si trovano in piazza Medaglie d’Oro a Milano per protestare contro l’insostenibilità dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina. Tra di loro ci sono movimenti, sigle politiche e sindacali, cittadine e cittadini. In una narrazione di gadget gratuiti e villaggi temporanei firmati da multinazionali, che poco si avvicina ai valori sportivi su cui un’olimpiade dovrebbe fondarsi, esiste una contronarrazione tenace che dal 2019, quando l’Italia ha vinto l’assegnazione per il 2026, racconta le storture economiche e sociali dietro i grandi eventi internazionali. Il tema è complesso e si allontana, in questo caso, dall’argomento che dovrebbe essere centrale: lo sport. Tra le persone che si sono occupate di questa contronarrazione, c’è Beatrice Citterio, ricercatrice in design per i beni culturali e paesaggistici alla Libera Università di Bolzano, con un progetto di dottorato dedicato all’impatto delle Olimpiadi Invernali 2026 sui territori coinvolti, con particolare focus sulle aree dell’arco alpino. Lo strumento che Citterio ha scelto è la macchina fotografica, mezzo che consente di congelare in singoli istanti le trasformazioni subite dagli ecosistemi dall’inizio dei lavori. Il progetto si articola in due volumi cartacei pubblicati nell’inverno 2024-25 e nell’inverno 2025-26, intitolati Giochi Preziosi I e II, che riportano le immagini raccolte da Citterio, affiancate a testi critici e spiegazioni tecniche. I due volumi sono poi integrati da una produzione parallela di articoli di approfondimento reperibili online. Citterio non ha studiato fotografia ma ha iniziato a usare la macchina fotografica come mezzo documentario durante la tesi magistrale sull’industria dello sci. Il supporto visivo è funzionale a un lavoro che si svolge in larga parte sul campo, sia da un punto di vista pratico, per il ricordo individuale, sia da un punto di vista metodologico. Un progetto dedicato a dei “lavori in corso”, sogno di tutti gli “umarell” milanesi, è un progetto per sua natura effimero, che analizza una dimensione passeggera di cui, finiti i grandi lavori, rischia di non restare una testimonianza efficace. “È stata una pratica comune a quasi tutti i giornalisti e ricercatori impegnati sui lavori per le Olimpiadi: c’è chi ha preferito un medium fotografico o video e chi si è servito di immagini satellitari”, mi ha spiegato Citterio da Base, a Milano, dove le sue fotografie sono esposte fino al 22 marzo. Ci siamo incontrate nel giorno di apertura dei giochi olimpici, in una Milano deserta a causa dei blocchi stradali e della chiusura delle scuole: un’atmosfera che non si respirava dai mesi del Covid. Gli unici rumori, mentre attraversavo la città da nord a sud, erano le sirene della polizia e il rombo degli elicotteri. La fotografia consente, a differenza di altri medium, di collegare le immagini sia tra loro sia al contesto generale, diventando una lente per individuare le questioni più rilevanti. Questo è l’aspetto principale che effettivamente emerge dalla ricerca: le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio, tramite l’immagine del cratere di un lago artificiale o di una piazza bloccata dai lavori, dove i passanti vengono instradati attraverso camminamenti prestabiliti come minuscole formichine. Il distacco tra natura e cultura si esprime attraverso fotografie in cui le persone non sono presenti, se non come mezzo di contrasto per raccontare l’opera in divenire, il cantiere, insomma quello che l’umano stesso produce. Le poche presenze umane nelle pagine di Giochi Preziosi sono appunto minuscole formiche, che offrono una scala per valutare le dimensioni delle opere monstre che producono, dei loro formicai. In altre foto, la presenza umana rappresenta invece la società civile: due ragazzi di spalle su un ponte che guardano un palazzo mentre viene sventrato, un gruppo riunito per un presidio, megafoni e striscioni a una manifestazione. > Le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di > urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un > processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio. Giochi Preziosi ricorda un altro progetto critico editoriale e fotografico sulla gestione dei lavori olimpici, The Sochi Project del fotografo Rob Hornstra e del giornalista Arnold van Bruggen, una mastodontica ricerca sociale e politica partita dalle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014 e dai loro enormi costi (i maggiori di sempre: 51 miliardi di dollari di spesa pubblica), per indagare attraverso i giochi dinamiche locali specifiche. The Sochi Project si articola in una serie molto ampia di materiali, con numerose pubblicazioni tra cui anche fanzine. Le dinamiche sociopolitiche russe hanno una complessità con cui in Italia, per fortuna, non dobbiamo confrontarci, ma l’impatto sulle comunità locali di un grande evento internazionale è il punto cardine anche di Giochi Preziosi. Nel caso specifico di Citterio, la scelta di pubblicare le fotografie su due riviste autoprodotte, per dimensioni e tipo di carta analoghe a comuni quotidiani, nasce da una riflessione sull’assenza di un racconto critico sulle Olimpiadi sulle testate nazionali. “Un’occasione mancata per fare informazione a servizio dei cittadini”, dice Beatrice Citterio: “Un’informazione raccolta in questi anni quasi solamente da realtà giornalistiche indipendenti come Altreconomia, LaViaLibera, o la campagna Open Olympics, da quotidiani locali, o in alcuni casi riportata da programmi d’inchiesta come Report, ma assente dai grandi giornali nazionali. Come abitante di Milano e di Bolzano dove avrei voluto vedere queste immagini? Sul giornale”.   Il cantiere dell’Hotel Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, Belluno (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio) Il lavoro dietro Giochi Preziosi non è di stampo giornalistico (ma è una base interessante a cui attingere anche per un lavoro giornalistico), però sviluppa un racconto culturale e sociale narrativo. Spesso, quando si leggono i dati si vedono solo numeri, cifre che non riusciamo a immaginare in modo vivo al di là della pagina. Quanti sono nella pratica 500 larici abbattuti per fare posto a una pista da bob? Tanti, sicuramente. Resta il fatto che l’impatto emotivo delle foto di una foresta devastata sia diverso rispetto a una tabella piena di cifre. Basti pensare alle immagini impressionanti che sono circolate a fine 2018, dopo la tempesta Vaia che ha distrutto le foreste del Triveneto. Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione e l’oggetto giornale e l’oggetto fotografia, grazie a mostre e presentazioni, si amplificano, dando vita a una discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere. Se nel primo volume di Giochi Preziosi il focus di questa narrazione sono appunto le grandi opere, nel secondo acquistano spazio le comunità locali. La vita in montagna nel racconto di Citterio perde l’aura di romanticismo spesso erroneamente fantasticata da gente di città che un paio di volte all’anno parte per respirare quella che immagina sia “autenticità”. Nei paesi dell’arco alpino le comunità si stanno disgregando, con una progressiva perdita dei servizi essenziali e la pressione del turismo di massa. La montagna viene così svincolata dall’idea di un’alternativa alla città incontaminata, per costruire un racconto più realistico, in cui sono evidenziate e analizzate in maniera sistemica le fragilità dei singoli territori, a partire dagli investimenti turistici. Dare voce alle comunità locali è parte di questo lavoro e il secondo numero di Giochi Preziosi presenta tre contributi esterni. Il primo, di Roberta de Zanna, consigliera comunale di Cortina bene comune, e il secondo, a cura del Comitato per la tutela dell’Alute di Bormio, sono testi elaborati precedentemente, mentre il terzo, del collettivo valtellinese Perestroijka, è stato scritto appositamente per il progetto. Roberta de Zanna riflette sul concetto di identità di una comunità alla luce di un racconto dominante che si è focalizzato su simboli come tradizione, artigianalità e nazionalità che hanno plasmato e snaturato l’identità montana trasformando l’arco alpino in un luogo di turismo di massa. > Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione, dando vita a una > discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono > sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere. De Zanna indica come i progetti olimpionici abbiano comportato delle modifiche nella proprietà e nell’aspetto di immobili e luoghi, minando ulteriormente dall’alto un’identità locale già martoriata. Nonostante questo, il dissenso espresso dalla popolazione rispetto ai progetti legati alle Olimpiadi non è stato ascoltato e non sono state effettuate mediazioni soddisfacenti. Se infatti economie, contesti sociali ed ecosistemi, tra montagna e città, sono profondamente differenti, i processi decisionali che hanno interessato le grandi opere per queste Olimpiadi sono risultati al grande pubblico fumosi, mentre l’accelerazione burocratica connaturata ai grandi eventi ha messo in secondo piano le istanze delle comunità montane e della popolazione coinvolta nelle aree di interesse. Rispetto alla città, poi, le grandi modifiche strutturali risultano più impattanti in luoghi con una densità abitativa minore e, soprattutto, molto più visibili in un ambiente in cui la natura è preponderante. Si evidenzia così un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco, non ha garantito le istanze dei residenti (nel caso del contributo di de Zanna della popolazione ampezzana) e non ha previsto una consultazione popolare attiva. Un discorso simile vale per la cosiddetta tangenzialina dell’Alute, che da una ventina d’anni continua a tornare nel discorso pubblico. La tangenzialina, con un costo di circa 7 milioni, dovrebbe tagliare la piana agricola dell’Alute, un’area di grande importanza ambientale, una distesa di prati che segna l’ingresso a Bormio dalla Valtellina. I lavori risultano al momento in riprogrammazione e ai cittadini è stato negato il referendum abrogativo. Il contributo del Comitato per la tutela dell’Alute è interessante perché segue nel dettaglio gli step che hanno portato alla negazione di un referendum popolare su un’opera che è sempre stata presentata come di interesse pubblico. Il collettivo Perestroijka, invece, sposta il discorso sulla bassa valle, che sperimenta una quotidianità con tutte le problematiche delle valli ad alta quota, come l’isolamento, la carenza di servizi e la stagionalità. “I punti di turismo ad altitudine medio-alta sono come atolli che accumulano tutte le risorse su di sé, lasciando alla bassa valle sostanzialmente il traffico generato per raggiungerli. Nella bassa Valtellina l’industria non ha più la forza di una volta e i pochi fondi sono principalmente volti alla creazione di infrastrutture per arrivare nelle aree turistiche ad altitudine maggiore. Le aree più basse vengono così sostanzialmente deprivate, riducendosi al ruolo di oggetto di investimenti logistici che non sono direttamente rivolti a loro ma le attraversano e snaturano”, spiega Citterio.   La nuova cabinovia e i cannoni per l’innevamento programmato a Socrepes, Cortina d’Ampezzo, Belluno, estate 2025 (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio). I movimenti di protesta per le grandi opere olimpiche hanno caratterizzato la vita degli ultimi anni dei comuni montani di Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno e Anterselva, aree già segnate da problemi come le difficoltà dei collegamenti stradali, lo spopolamento, l’assenza dei servizi essenziali come negozi, scuole e, soprattutto, cliniche e poli ospedalieri. La protesta, nelle zone montane, è stata caratterizzata da una trasversalità politica, in un contesto sociale in cui l’appartenenza a fedi e partiti è molto più sfumata rispetto al laboratorio politico rappresentato dalle città, storicamente più polarizzate. Nelle comunità montane, dove non esiste anonimato e nella stessa famiglia ci possono essere persone che lavorano in industrie coinvolte nel lavoro turistico o, in questo caso, olimpico, protestare può comportare un costo personale più alto. > Si evidenzia un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco: non > ha garantito le istanze dei residenti e non ha previsto una consultazione > popolare attiva. A Milano, invece, si è costituito un movimento dal basso, il Comitato insostenibili Olimpiadi. Un CIO diverso da quello ufficiale quindi, che nei giorni di inaugurazione dei giochi olimpici ha temporaneamente occupato un palazzetto sportivo dismesso nel quartiere di Lampugnano (Palasharp), nella periferia ovest di Milano. L’occupazione ha ricalcato il modello delle TAZ, le Zone temporaneamente autonome teorizzate dal filosofo anarchico Hakim Bey, spazi autogestiti per un lasso di tempo determinato con finalità politiche di deistituzionalizzazione di stampo libertario. Al Palasharp occupato, il Comitato insostenibili Olimpiadi ha promosso quelle che ha chiamato Utopiadi, con delle giornate di sport popolare che hanno affiancato i cortei di protesta. La narrazione delle Olimpiadi Invernali 2026 è stata fin dall’inizio semplicistica, anche solo a partire dal nome “Milano-Cortina”. Fermo restando che tra Milano e Cortina, in provincia di Belluno, passano comunque 400 chilometri, i giochi non riguardano solo questi due poli. Come mi ha spiegato Citterio: “Il nome con cui sono conosciuti i giochi olimpici 2026 ha spostato l’attenzione da tutte le altre aree interessate, come Bormio e Livigno, che si trovano in Valtellina, in provincia di Sondrio, Predazzo e Tesero, in Val di Fiemme, in provincia di Trento, e Anterselva, che è in Val Pusteria, quindi in provincia di Bolzano. In più c’è Verona, dove si chiudono i giochi invernali e si inaugurano i giochi paralimpici. Chi segue lo sport magari è consapevole che una determinata gara si svolga a Bormio, ma non è detto che percepisca quanto è stato fatto per portare effettivamente quella gara a Bormio, investimenti, opere, eccetera”. Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene così messo in dubbio dalle controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Come si legge su Openpolis, quando si parla di sostenibilità bisogna considerare come avvengono le candidature ai giochi olimpici. Il Comitato interazionale olimpico (CIO o IOC) vaglia il dossier di candidatura che, per Milano-Cortina, si è fondato sul tema della sostenibilità e dell’abbassamento dei costi (argomenti cardine dell’Agenda olimpica 2020 a cui i Paesi ospitanti devono per forza attenersi), il basso impatto ambientale tramite il ricorso a strutture preesistenti e l’attenzione alla mobilità sostenibile e alle comunità locali. La spesa pubblica per le Olimpiadi 2026, tuttavia, si attesta sui 6 miliardi, il trasporto e le opere stradali correlate favoriscono il trasporto privato, quindi il traffico in aree molto distanti tra loro e con problematiche di connessioni stradali. Peraltro chiunque prenda la macchina per spostarsi da Milano durante il fine settimana, a prescindere dai giochi olimpici, ne è ben consapevole: il traffico verso le comunità montane è sempre altissimo, i collegamenti stradali sull’arco alpino interessati spesso da gravi disagi e gli spostamenti pubblici, superati i grandi centri abitati, non coprono adeguatamente le tratte. L’avanzamento dei lavori può essere monitorato attraverso il portale Simico.it della Società infrastrutture Milano-Cortina, che si occupa della realizzazione delle opere. Lo stato dei lavori, come da disclaimer del sito, deve essere aggiornato a 45 giorni. Al 16 febbraio 2026, gli interventi completati sono 40 su 98, 29 su 98 sono in fase di esecuzione, 27 in fase di progettazione e 2 sono in fase di gara. Questo implica che i lavori per svariati interventi infrastrutturali, in particolare snodi stradali come la variante di Cortina, siano pensati per essere iniziati in seguito ai giochi olimpici, con una serie di costi extra che rischiano di aumentare prima della conclusione dell’intervento. > Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la > candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene messo in dubbio dalle > controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Le Olimpiadi, come qualsiasi grande evento, sono state segnate da un’accelerazione delle pratiche e da un mancato confronto con la popolazione, locale e non, sulla spesa pubblica. “Non bisogna dimenticare”, dice Citterio, “che il sostegno economico degli sponsor è piuttosto basso, perché contribuiscono alla quota messa a disposizione dal CIO. L’impatto, per quanto riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina è molto più visibile sull’arco alpino perché interessa le risorse: energia, acqua, aria terreno. A Milano, invece, è meno visibile, perché è prevalentemente di natura sociale”. Una visione fondamentalmente diversa dal racconto che negli ultimi anni è stato portato avanti dai media mainstream. La narrazione che è emersa, soprattutto a ridosso dell’inizio della cerimonia inaugurale è però una narrazione tardiva, che non può più influenzare quanto fatto. Le problematiche dell’abitare sono note a Milano ed evidenziate dalle inchieste di urbanistica che hanno occupato il discorso pubblico negli ultimi mesi e che hanno coinvolto anche COIMA SGR, holding finanziaria che gestisce con Convivio e Prada Holding il Villaggio olimpico 2026. Villaggio olimpico che, a giochi conclusi, ospiterà uno studentato con stanze dal costo di quasi 1000 euro al mese. La crisi abitativa si riflette in maniera piuttosto speculare sulle terre alte, flagellate da un turismo di massa che, più che associarsi a una crescita di benessere economico e sociale, si affianca piuttosto a un aumento del costo degli affitti a lungo termine, alla perdita dei servizi di base e a un progressivo spopolamento delle comunità.   (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio). Per fare solo un paio di esempi, la piscina di Cortina, di cui potrebbe usufruire tutta la cittadinanza (e, chissà, giovani aspiranti nuotatrici e nuotatori), è chiusa da 14 anni mentre l’emblematica pista da bob avrà un utilizzo limitato vista la scarsa pratica di questo sport, peraltro prettamente invernale, con una potenziale perdita di 500.000 euro all’anno circa (ricordiamo poi che il CIO aveva espresso parere positivo sull’utilizzo degli impianti già in essere a Innsbruck). A Bormio, invece, dove manca l’ospedale è stato costruito un policlinico in vista delle Olimpiadi, ma si tratta di un’infrastruttura temporanea che verrà demolita con la conclusione dei giochi, e senza un ospedale di prossimità gli abitanti della zona devono continuare a rivolgersi a Sondrio, Milano, o Lecco. Oppure riportando il discorso su Cortina, il Villaggio olimpico di Fiames è un’altra infrastruttura temporanea, su cui si è preferito investire invece di rivalutare edifici già esistenti. I processi accelerati dalle Olimpiadi si innestano quindi su territori già toccati da problematiche di esclusione sociale preesistenti e da una gentrificazione crescente correlata all’espansione turistica e all’inaccessibilità dei prezzi, facendole esplodere. Come si può pensare, allora, che una persona possa abitare e lavorare in un territorio dove mancano i servizi di base, dall’alimentari, alla piscina, alla palestra? Se Ampezzano e Cadore hanno assistito a un’impennata dei prezzi nell’ultimo quinquennio, lo stesso è avvenuto in varie zone di Milano. In un quest’ultimo caso, se molti processi sono stati indipendenti dai giochi olimpici, la riqualificazione di alcune aree, come quella dello scalo ferroviario di Porta Romana, hanno strettamente a che fare con le Olimpiadi. Uno strumento utile per chi volesse approfondire le speculazioni edilizie è il saggio Oro colato di Duccio Facchini e Luigi Casanova (2025), che mappa con precisione le operazioni immobiliari associate alle Olimpiadi Milano-Cortina. > Il turismo di massa, più che associarsi a una crescita di benessere economico > e sociale, implica un aumento del costo degli affitti a lungo termine, la > perdita dei servizi di base e un progressivo spopolamento delle comunità. Tornando a Giochi Preziosi, l’idea di Citterio è quella di non fermarsi al secondo volume, ma di continuare a monitorare anche il dopo-olimpiade. Le modifiche del territorio, spiega, sono ormai irreversibili, ma ci sono ancora manovre di azione possibili su opere non ancora iniziate e fondi non ancora vincolati (per esempio la tangenzialina dell’Alute, già nominata). Sono diverse e con diverse personalità le figure che si sono occupate di inchieste sull’organizzazione dei giochi olimpici 2026. Dalla montagna alla città quello che emerge dai movimenti di protesta e dal lavoro giornalistico di inchiesta è che, in mancanza di un’efficace sorveglianza “dall’alto”, sia stato necessario lo sviluppo di una sorveglianza “dal basso”. Persone, quindi, che si occupano del loro territorio, a livello di cittadinanza e a livello di movimento politico. Quando ci chiediamo cosa resterà delle grandi opere pensate per Milano-Cortina 2026, se saranno mai completate (dalle inchieste della rivista La Vialibera non sembra mai essere stato istituito il Forum per la sostenibilità dell’eredità olimpica di Milano-Cortina 2026) dobbiamo considerare che la sorveglianza sarà civile e popolare e dipenderà in larga parte dal coinvolgimento dei singoli cittadini e delle comunità interessate dai cambiamenti strutturali, a Milano come sull’arco alpino. L'articolo Giochi Preziosi proviene da Il Tascabile.
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Le energie del mondo di Gianluca Ruggieri
C hiunque abbia provato a sollevare l’argomento durante una cena tra amici, o in un altro contesto non specialistico, sa bene che l’energia non è uno di quei temi che riscuotono troppo successo. A meno che non si finisca a parlare di bollette, o che qualcuno sbatta sul tavolo la carta jolly del nucleare, difficilmente la conversazione prenderà slancio, ed è probabile che nel giro di poco qualcuno provi a sterzare la conversazione su un binario più rassicurante. Un po’ come il riscaldamento globale, l’energia è uno di quegli argomenti tanto importanti quanto apparentemente respingenti. Il che è curioso, perché a ben vedere è l’elefante presente in tantissime stanze: quella climatica, quella geopolitica, quella economica, ha un ruolo centrale nel lavoro come nel costo della vita, per non parlare dell’intelligenza artificiale. Il problema è che, per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli peggio raccontati. Nel suo Le energie del mondo (2025), Gianluca Ruggieri, ricercatore e docente di fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, prova a rimediare a decenni di narrazioni superficiali e strumentali, ponendosi l’obiettivo di restituire la complessità delle questioni energetiche senza per questo farti cadere il mento sul petto. > Per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per > funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo > poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli più strumentalizzati e > peggio raccontati. Da lontano, lo si potrebbe scambiare per un vademecum per chi voglia farsi un’idea delle sfide legate al settore energetico e colmare le varie lacune. Intendiamoci, per certi versi lo è: parliamo di uno di quei libri che anche una volta finiti tieni a portata di mano, ritornando all’occorrenza su alcuni capitoli specifici. Ma è anche un libro capace di fornire una chiave di lettura per comprendere meglio l’attualità, e volendo, una bussola per orientarcisi. Che non si tratti del solito libro sull’energia è chiaro fin dalla prima parte, in cui Ruggieri mette in relazione due concetti solo in apparenza slegati, quello di “dipendenza” e quello di “ideologia”. Ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni di storia energetica italiana, l’autore mostra in quale modo il nostro Paese abbia sviluppato una dipendenza dai combustibili fossili, come questa dipendenza abbia alimentato un’illusione di sicurezza energetica, e come nel periodo postpandemico l’illusione sia andata in frantumi. “In Italia, in particolare, nel 2020 il 40% dell’energia primaria era fornito dal gas naturale” scrive Ruggieri “E circa il 38% del gas naturale utilizzato proveniva dalla Russia”. Poteva essere un punto di svolta, una presa di coscienza pur tardiva delle conseguenze economiche e geopolitiche di una dipendenza fossile, e invece è stata un’altra occasione persa, in buona parte per via di come la crisi del 2021-23 è stata raccontata. > In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a > proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri > interlocutori è quella di essere “ideologici”. Ma è possibile fare un > dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il > contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è > più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un > obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della > civiltà umana per come la conosciamo? Ci siamo abituati a dare per scontata una disponibilità energetica che fino a prima della rivoluzione industriale era impensabile: nel giro di 200 anni l’energia usata dalla popolazione mondiale è aumentata di diverse decine di volte. Una crescita senza precedenti, che ha favorito un progresso altrimenti inimmaginabile, ma sarebbe assurdo pensare che questo ritmo possa essere mantenuto indefinitamente. > L’ideologia più pericolosa è quella che tratta come infinito il capitale > naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale frutto di un lungo > processo di sedimentazione e interconnessione, che non si ricostruisce a colpi > di investimenti o manovre economiche. Basta dare un’occhiata ai report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) o anche solo alle curve di crescita degli ultimi 30 anni, per rendersi conto che l’ideologia più pericolosa è quella che normalizza lo sfruttamento crescente delle risorse e degli ecosistemi, affidandosi a modelli di sviluppo che trattano come infinito il capitale naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale che è frutto di decine di migliaia di anni di sedimentazioni e interconnessioni, e che non si ricostruisce a colpi di investimenti o manovre economiche. Ma per smontare questa ideologia dobbiamo prima liberarci di una dipendenza dal fossile che non è solo economica, ma anche psicologica e culturale. E per liberarci di questa dipendenza un passo utile è sfatare i tanti falsi miti che incrostano il discorso energetico: ad esempio l’idea che il futuro dell’energia siano l’idrogeno e le biomasse; o che allo stato attuale non possiamo permetterci una transizione rapida (economicamente parlando, è vero il contrario); o che non siamo ancora in grado di sfruttare le energie rinnovabili su larga scala (eolico e fotovoltaico oggi sono le fonti in più rapida crescita); o che le tecnologie rinnovabili siano meno efficienti di quelle fossili. Quest’ultima falsità è particolarmente insidiosa, perché va a prendere uno dei difetti propria della produzione fossile e lo ribalta in un salto carpiato. Per come è strutturata la filiera fossile, infatti, il 62,5% dell’energia che usiamo viene dissipata e non svolge nessun lavoro, un colabrodo energetico inaggirabile: > Tutte le tecnologie che vengono proposte per la decarbonizzazione sono molto > più efficienti di quelle attuali. Guardando i dati a volte potremmo essere > tratti in inganno e pensare che non sia così: centrali a gas e carbone hanno > un’efficienza del 33-50%, mentre i pannelli fotovoltaici “solo” del 30%. Ma > una volta bruciato il carbone, il petrolio o il gas, quella risorsa non c’è > più. Mentre usare il vento o la radiazione solare non intacca alcun patrimonio > e non consuma nulla: avremmo già un miglioramento energetico anche con > un’efficienza irrisoria. Perciò con le rinnovabili non solo possiamo generare > elettricità eliminando gli sprechi, ma anche recuperare energia che altrimenti > andrebbe perduta. Uno dei maggiori meriti di questo libro, è la sua capacità di mostrare come la transizione ecologica non possa essere unicamente una transizione energetica, ma debba necessariamente prevedere anche un cambio di paradigma culturale. Per un libro che parla di energia non è affatto una cosa scontata. Ma nemmeno inattesa, considerando che, come abbiamo visto, uno dei primi concetti affrontati dall’autore è quello di “dipendenza”. Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé. [/blockquote] A giudicare dagli ultimi chiari di luna, esiste la possibilità concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche di potere esistenti. [/blockquote] Prendiamo l’automobile: come Ruggieri spiega bene in un capitolo dedicato alle auto elettriche e alla mobilità sostenibile, a partire da inizio Novecento l’automobile ha colonizzato il nostro immaginario, prendendosi uno spazio enorme. Pensiamo ai film, allo sport, alle pubblicità, ma anche a come sono costruite le nostre città. “Per generazioni”, scrive Ruggieri, “l’automobile è stata sinonimo di emancipazione, libertà, futuro”. Questo ha contribuito a far sì che gli impatti negativi dovuti alla sua diffusione siano sempre sembrati trascurabili rispetto ai vantaggi prodotti. > A conti fatti, quando ci spostiamo con un’automobile dotata di motore a > combustione, è come se ci stessimo muovendo a bordo di una stufa. Una stufa in > grado di convertire in moto solo una frazione minima del calore, che disperde > energia sia quando accelera sia quando frena, e che per portare una persona di > corporatura media deve spostare una massa 10-15 volte superiore. Tutto questo > fa sì che quando usiamo un’automobile tradizionale per muoverci consumiamo 100 > volte l’energia che sarebbe teoricamente necessaria. Un altro merito è quello di fornire un punto d’osservazione obliquo su questioni che tendono a essere inquadrate sempre con le stesse angolazioni. Il caso delle auto elettriche, a proposito, è emblematico. Mentre il discorso pubblico tende a imporre una dicotomia falsata – da un lato chi vorrebbe mantenere in strada le auto a motore termico, dall’altro chi invece sostituirebbe ogni veicolo fossile con uno elettrico – Ruggieri insiste sulla necessità di ripensare la mobilità, riducendo il numero di auto in circolazione, potenziando un trasporto pubblico sostenibile, orientando le politiche cittadine alla sicurezza stradale e alla sostenibilità. > Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di > dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto > ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo > fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé. Ed è qui che il libro si apre a un discorso meno tecnico e più sociale. Perché per quanto sia fuori discussione che abbiamo bisogno urgente di una transizione ecologica, è anche vero che questa transizione non sarà automaticamente giusta. A giudicare dagli ultimi chiari di luna, anzi, esiste la possibilità concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche di potere esistenti. Per evitare che ciò succeda, è necessario tenere conto delle ricadute sociali che ogni cambiamento strutturale inevitabilmente finisce per creare, e orientare questo necessario cambio di rotta verso una riduzione delle disuguaglianze e a una effettiva democrazia energetica: > Sappiamo bene come le grandi aziende di fornitura energetica siano state in > grado di moltiplicare a dismisura i propri profitti, i dividendi e i compensi > per i propri dirigenti, anche in situazioni di crisi generale. E sappiamo > altrettanto bene come i grandi paesi esportatori abbiano potuto accumulare > enormi ricchezze che nel peggiore dei casi finiscono a finanziare invasioni e > guerre, come è successo negli ultimi anni in Ucraina, in Yemen e in > Nagorno-Karabakh. Le tecnologie della transizione invece possono essere > dispiegate su scala molto diversa, e in impianti molto più vicini al > consumatore finale. […] La partecipazione popolare alla transizione potrà > ulteriormente rafforzarsi attraverso strumenti come l’autoconsumo collettivo e > le comunità energetiche rinnovabili, che consentono la condivisione a livello > locale dell’energia elettrica prodotta in impianti rinnovabili. Dicevamo all’inizio che l’argomento energetico viene spesso ostracizzato da molte conversazioni e che in parte ciò è dovuto al modo superficiale e frammentario in cui è stato raccontato. Se questo libro funziona così bene è anche perché è strutturato in modo da mettere in relazione i tanti aspetti della questione, fornendo uno sguardo ampio che rende naturale al lettore trovare i punti di contatto tra problemi che è abituato a considerare separati. A giudicare da questo libro, Ruggieri sarebbe in grado di dare l’argomento energetico in pasto a una tavolata di persone tutt’altro che propense, e innescare una conversazione che duri fino agli amari. In tempi di capitalismo dopaminergico, falsi miti, e attenzione frammentata, non è cosa da poco. L'articolo Le energie del mondo di Gianluca Ruggieri proviene da Il Tascabile.
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Il lupo solitario di Adam Weymouth
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale, scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da Iperborea nella traduzione di Luca Fusari. Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia, Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite. > Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e > il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000 > chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia. Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza, politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole, racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione. Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore: > Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi > impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede > nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile > all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo > del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E > così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa > riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche. Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra società e di difendere le sue radici e tradizioni. > A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo, > favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come > l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione. L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel 2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon (2019). Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane, scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi, seppur complessa, è possibile. Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022: > Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa > capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più > fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione > dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora. > La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo > tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo > fermarlo. Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli umani. > Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo > migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo > vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di > sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue > radici e tradizioni. Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi mammiferi. Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo. Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca, la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒ animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo. L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
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