I n un tempo in cui l’innovazione tecnologica vive in maniera aderente al
concetto di progresso all’interno di logiche sempre più accelerazioniste e
turbocapitaliste ecco che l’Europa ‒ oggi bloccata a mezza strada tra un passato
colmo di contraddizioni e un futuro che pare decisamente meno roseo e ancor meno
progressivo per i propri abitanti ‒ sembra iniziare a elaborare quanto meno cosa
sia per lei il progresso, partendo da quando ancora l’innovazione tecnologica
aveva alla sua base l’uso di un’industria pesante, quella dell’acciaio come
quella del cemento.
Solitamente questi temi vengono affrontati e declinati all’interno di
discussioni tra manager ed economisti che devono tirare le fila di fronte a una
produzione industriale desueta e sempre più difficilmente in grado di convivere
con quelli che sono gli standard ambientali e sociali europei, ma ecco che
proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto
per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto,
la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i
conti con un passato che reclama giustizia, ma soprattutto che riporta a un
presente dentro al quale il gioco al ribasso ha ormai consumato ogni ambizione e
ancor più ogni desiderio.
> Proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento
> desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo
> sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a
> dover fare i conti con un passato che reclama giustizia.
La diga (pubblicato dall’eroico e virtuoso Prehistorica Editore, con la puntuale
traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella) ‒ scritto a quattro mani da due
autrici francesi di primo piano come Maylis De Kerangal, già autrice tra gli
altri dei romanzi Riparare i viventi (2015) e Corniche Kennedy (2018), e da Joy
Sorman di cui sempre Prehistorica Editore porterà in libreria a breve Il
testimone ‒ è un romanzo sull’assenza e sulla perdita di quel qui e ora su cui
si basa ossessivamente la nostra quotidianità, tra tracciabilità assoluta e
connessione permanente.
Il protagonista, l’ingegnere Tomi Motz è stato mandato dalla sua ditta a fare
dei sopralluoghi alla diga di Seyvoz (ispirata alla vera diga di Chevril, come
indica Luca Scarlini in postfazione al volume), ma subito avverte che qualcosa
non torna. Il suo appuntamento viene rimandato senza una chiara spiegazione e
anzi si trova ad inseguire una macchina con a bordo una giovane donna dai
capelli rossi che svanisce come nel nulla lungo la provinciale. Ma questo è solo
l’inizio di una lenta e inesorabile perdita di ogni riferimento. La
contemporaneità si scioglie davanti agli occhi di Motz, dando vita a visioni
lisergiche e a improvvise perdite di coscienza e soprattutto alla scomparsa di
quel sonno regolare su cui si basa da sempre la sua vita.
Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso
nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre a Metz inedite
riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato.
Ecco che ritornano attorno alla montagna deformata dall’uomo, a quel villaggio
cancellato dalla costruzione della diga che ne ha comportato l’allagamento, le
ragioni del passato, non meno urgenti e attuali di quelle di un futuro che
ancora non esiste.
> Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso
> nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre al
> protagonista inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni
> prese nel proprio passato.
Passato e futuro sono due immaginari che colgono alla sprovvista l’animo di Tomi
Motz, lettore di Flaubert e ora insonne senza pace: “Al risveglio, Tomi ha
aperto le tende con apprensione. Anche se lì fuori tutto era tornato in ordine,
un certo malessere aleggiava nella stanza”. E con quel malessere deve iniziare a
convivere l’ingegnere. Davanti a lui si pone la fine di un mondo nella sua forma
di realtà. Il romanzo vive su un doppio binario e con l’uso di due colori. Se da
un lato si assiste alla ricerca di un senso e di una possibilità di fuga che sia
anche una nuova forma del reale da parte di Motz che tra l’altro ricorda in
parte gli eroi del Nouveau roman, ecco che improvvisamente s’inseriscono ‒ in
quello che appare come un lungo monologo interiore ‒ pagine in inchiostro blu.
Lì riemergono infatti le storie di chi fu costretto a fuggire e ad abbandonare
il paese in seguito alla costruzione della diga: “Il lago si riempie al ritmo di
un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette,
modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e
preannunciano l’inondazione ormai prossima. L’indomani il cielo è di un blu
scuro slavato, striato da nuvole filiformi, è la fine”.
La diga è un romanzo che coglie il vuoto di un’esperienza tecnologica che ha a
lungo messo sotto scacco la natura sotto forma di progresso, ma ora che proprio
quei gesti non solo hanno spazzato via e distrutto comunità secolari, ma hanno
prodotto una natura ancora più avversa di quella che si voleva dominare, ecco
che comprendere la realtà e le sue dinamiche appare come un salto nel vuoto. Una
perdita totale di riferimenti là dove il bene e il male sembrano confondersi in
continuazione. L’umano viene così costretto a ritornare in relazione con il
mondo naturale, perché a guastarsi non è in realtà l’ambiente, ma tutto quello a
cui l’umano ha dato forma per deformare e assoggettare a sé il mondo riducendolo
al proprio servizio. Questo schema salta e appare ancora più evidente là dove la
tecnologia degli anni Sessanta, del ricco boom europeo post Seconda guerra
mondiale, s’imponeva con le cosiddette e ancora oggi tanto desiderate grandi
opere. Ecco che questi elementi introdotti nel mondo naturale arrivano ora a
generare, se non dei veri e propri disastri o tragedie, una distonia che si
riflette nell’incapacità di riconoscere sé e il mondo e di conseguenza sé stessi
all’interno del mondo stesso.
Sono minimi slittamenti quelli che influiscono sullo stato percettivo di Tomi
Motz, come se piano piano vivesse all’interno di un lungo scivolamento dove il
sonno finisce per coincidere con la veglia e viceversa. La diga ha la forma di
un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha
bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in
corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile
distinzione. Si tratterà così di quattro giorni dentro i quali Tomi Metz perde
totalmente il controllo di sé davanti al blu opaco e buio del lago, come una
gelatina da cui appare chiaro che sarà impossibile uscire una volta immersi: “La
paura gli batte nel corpo, picchia dalle tempie allo stomaco, sto diventando
pazzo? Il sogno che ho dimenticato, sarà mica quest’incubo? Per le strade non un
rumore, nulla si muove, e i muri sono sempre lì, a tappare gli edifici, hanno
nascosto gli abitanti, e non c’è un buco che sia sfuggito alla scomparsa”.
> La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere
> un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché
> la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza
> alcuna possibile distinzione.
Basterà tornare a Parigi perché Tomi Motz possa rimettere tutto in ordine nella
propria testa? La diga chiama a un’analisi collettiva, a una presa in carico di
una responsabilità che sia nuovamente pubblica e sociale in un tempo in cui
l’individualità prevale con l’unico risultato di consumare ogni individuo piano
piano, uno alla volta. Un romanzo importante, un testo capace di mostrare in
maniera plastica e matura la mutazione dentro cui siamo immersi, ma che
probabilmente non abbiamo mai voluto o a cui non prestiamo la dovuta attenzione.
La fine non riguarderà mai il mondo sembra indicare La diga, ma solo ogni umano
fino a trasformare l’intera umanità in un coacervo di esseri fragili e
totalmente incapaci di comprendere il senso stesso della propria vita.
L'articolo La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman proviene da Il Tascabile.
Tag - ambiente
C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia
di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo
l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di
quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per
vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi
l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate
e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice
di trenta centimetri.
Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin
Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi
otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque
matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of
Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire
confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia
o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street
credibility particolarmente elevato.
Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei
suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in
un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il
libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi
autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di
inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie
etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli
sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari
ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo
l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera.
A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una
regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi
di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato
da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni
giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella
prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive
come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato
di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone
autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically
correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per
Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le
divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da
cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano
guerra al fragile ecosistema del deserto”.
Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento
in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema.
L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi.
Benvenuti nella discarica del reale.
> Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
> Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
> vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti
> nella discarica del reale.
Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la
metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia
dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle
trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita
tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di
croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici
attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo
di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente
la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda
della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo
economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi
locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto,
la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In
questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la
causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità,
degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce
per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero
mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”.
Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico
nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione
minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e
predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente
sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento
accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le
diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia
della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si
affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla
carestia generale”.
La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo
della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia
elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista
della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo
nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione
del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso
salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della
combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e
dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè
“dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i
danni.
> L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle
> corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in
> competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui
come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella
che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del
capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei
singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di
fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le
comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale,
O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la
deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla
redditività globale”.
Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della
distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95%
degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta
l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta
degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis
attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia
alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il
risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il
capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine
depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale,
dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu
chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”.
Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che
tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista
tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto
per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon
ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella
sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che
intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo.
Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico,
così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali
– dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono
“catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture
socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric
Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare
sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente
ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene,
pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come
prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in
cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque,
che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale,
antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il
particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale
che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice
sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali
condizioni di disuguaglianza”.
> Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un
> marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza
> alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo.
Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da
György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia,
afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge
come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva
di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il
liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al
“post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici,
trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di
volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si
tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti
immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno,
“all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava
che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali)
senza parlare del capitalismo.
Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro
matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una
“ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo
epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in
un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva
come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale,
o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di
economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire
una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels,
né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui
muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo
causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se
infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica,
da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente
invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da
rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle
molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo
politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica
e sociale”.
D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la
pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè
potenziandola al massimo. Non a caso l’autore della working class chiude la
raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico:
“Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale.
[…] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo
sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno
sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per
quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del
testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e
finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti
di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il
vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”.
Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più
complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza
un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa
rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che
non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando
cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve
fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai
fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro
che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale,
cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta
dal processo di totalizzazione del capitale medesimo.
L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati
dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce
come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge,
“l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state
la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli
occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo
funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La
chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi
dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del
mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero
universo.
La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e
il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato:
è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli
elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la
sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o
estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla
luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un
valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e
ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio
e i giornali”
Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di
responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà
sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana,
aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della
storia del nostro Paese.
La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia
degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di
massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni,
grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato
vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la
materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da
quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi
potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una
trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una
trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa
dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione
bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla
lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare
alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici,
plastiche.
> Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a
> stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e
> scandagliarne il funzionamento.
Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si
tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li
vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare
quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli
promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini
col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella
dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla
guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica,
che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda
metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse
durare per sempre.
Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la
fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si
poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha
inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a
partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi
decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite
possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e
fame.
C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli
industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero
approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di
cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col
camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la
dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità
decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli
stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha
portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi,
quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è
anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo,
che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le
cose incorruttibili non piacciono”.
> C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica:
> gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava
> Primo Levi smise di essere tale.
Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione
materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è
che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le
conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.
La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella
delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività
hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato.
Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che
stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e
necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle
persone che ci vivono e dell’ecosistema.
Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più
gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle
cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è
più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e
utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha
riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria
l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva:
“La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti
dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche
(Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).
Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione
ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate
della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa
correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di
Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e
degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati
hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono
sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui
gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di
sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione
incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della
contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi
governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.
> Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale
> per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un
> inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie,
> tumori e morti inattese.
L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i
dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto
affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri
territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3%
in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle
conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il
negazionismo istituzionale.
La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del
rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai
SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei
pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase
si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla
certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un
rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della
fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe
interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a
standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un
certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le
indagini, quando va bene i processi.
Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la
produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori
Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una
facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una
piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia
di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le
fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che,
svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei
capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di
Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.
Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in
tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni
ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di
testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche
maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di
acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di
protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche,
direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del
processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un
nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex
contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la
proprietà della fabbrica.
> Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento
> spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta
> una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul
> lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.
Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino)
Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei
anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la
diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex
colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto
di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò
Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria
campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della
cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi,
contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un
tumore alla vescica.
Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate
all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia
Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che
sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva
deciso di farne.
> Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per
> solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso
> dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere
> non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona
> deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo
> dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso
> che verso gli altri.
C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il
dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e
insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in
Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo
in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto
mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per
almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai.
Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in
cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la
sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e
nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale,
con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente
rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per
determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando
a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad
ammalarsi, a morire.
Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque
nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di
Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando
sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il
crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni.
Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano,
ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo
specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e
verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si
lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non
lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in
fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero,
un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la
produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come
i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non
si scaldassero nell’afa della laguna.
Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano
vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le
colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli
anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le
conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale
superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è
chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per
disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il
comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.
> L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di
> danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state
> gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania,
> nella regione della Ruhr.
Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica
attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont).
Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la
produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un
rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la
deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche
il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi
dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha
dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la
disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500
ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della
coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin
dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da
cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro
zero” inizialmente auspicato.
Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere.
L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di
danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava
della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere
la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè,
era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a
difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica,
ma la centralità dell’interesse pubblico.
Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della
comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria
pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è
stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato
a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti
contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato
occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in
quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica
è diventata una voce attiva del PIL.
La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune
di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi
di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi
ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal
ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri
padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di
sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla
sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo
finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo
dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza.
> A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non
> è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla
> come guida dell’azione.
La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare
almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri
dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono
stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è
perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.
E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I
più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono
che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è
stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.
Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione
dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo
l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento
significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10,
tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria
dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce
nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli
obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto
alcun intervento.
C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres,
a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di
conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È
quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai
chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come
condizione minima per qualunque decisione.
Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno
male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i
fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni
inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare
anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base:
non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o
inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve
far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce
un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è
la precondizione della transizione.
La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era
l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che
chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su
cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo
ereditato.
L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.
I diritti sono questione di linguaggio. Non solo perché il rispetto dei diritti
si manifesta nel modo in cui ci si rivolge all’altro o altra da sé, ma
soprattutto perché la presa di parola e l’autorappresentazione sono atti
fondativi dell’entrata nel consorzio giuridico, e prima ancora sociale. Con
alterne fortune, e in processi ancora in via di negoziazione, sono state le
parole (scritte, cantate, pronunciate nei parlamenti e nei tribunali, gridate
nelle manifestazioni e negli scioperi) a reificare e rinforzare i diritti delle
minoranze etniche e religiose, delle donne e delle persone LGBTQIA+, delle
classi subalterne. È dunque inevitabile che anche il riconoscimento dei diritti
del mondo più-che-umano passi attraverso una reinterpretazione radicale delle
sue capacità espressive.
E visto che le parole sono importanti, l’espressione più-che-umano – in inglese
abbreviata in MOTH (MOre-Than-Human), acronimo evocativo che letteralmente
significa “falena” – si deve a David Abram, che per primo la introdusse nel 1996
in The Spell of the Sensuous. Testo fondativo della filosofia ecologica
contemporanea, dopo trent’anni finalmente disponibile anche in italiano grazie
alla traduzione di Daniela Boccassini, L’incanto del sensibile propone una
visione del linguaggio e della percezione come questioni sempre più estese
rispetto all’ambito umano. Oltre il concetto di ambiente (che tende a ridurre
tutte le altre specie a mero sfondo delle attività antropiche), oltre quello di
natura (troppo spesso contrapposto a cultura), la nozione di più-che-umano
include e al tempo stesso travalica l’umano, interpretando la creatività, la
tecnologia e il linguaggio come spettri a diverse lunghezze distribuite tra
tutte le forme di vita. Il discorso viene talvolta esteso anche alle capacità
dell’intelligenza artificiale, che però non è il focus di questo articolo,
pensato piuttosto in relazione alle tante e varie forme di intelligenze
“naturali”.
> Oltre il concetto di ambiente e quello di natura (troppo spesso contrapposto a
> cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica
> l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come
> spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita.
Diritti più-che-umani: una questione naïve?
In ambito legale si sta dunque passando progressivamente dal discorso sui
diritti della natura a quello sui diritti del più-che-umano, come testimoniato
da More Than Human Rights: An Ecology of Law, Thought, and Narrative for Earthly
Flourishing (2024), testo-chiave del programma MOTH, edito da César
Rodríguez-Garavito. Il movimento muove da due assunti interconnessi. In primo
luogo, e come già discusso nelle proposte di nuove ecologie politiche di Bruno
Latour e Jane Bennett (rispettivamente in Politiche della natura, 2000, e
Materia vibrante, 2023), l’atto democratico per eccellenza è costituito dal
riconoscimento di un’infondata “partizione del sensibile”, che rende alcuni
soggetti parte della vita pubblica, relegandone altri al di sotto della soglia
di attenzione giuridica, se non morale – peccato originario che affonda le
radici già nella cosiddetta democrazia ateniese, che relegava gli schiavi allo
status di oggetti privi di qualsiasi diritto. L’idea è quella di includere nel
discorso legale anche i soggetti più-che-umani, finora nel migliore dei casi
ridotti a oggetti di proprietà, nel peggiore del tutto ignorati. D’altro canto,
l’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis
multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come
paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una
società da ricostituire, secondo le dinamiche del migliore intersezionalismo.
Nel suo ultimo libro, È vivo un fiume? (2025), Robert Macfarlane affronta la
questione posta dal titolo e racconta di come fosse stata liquidata in partenza
da uno dei suoi figli che, con la spontaneità dell’infanzia, gli avrebbe detto:
“Ma dai, papà, sarà un libro corto […] perché la risposta è sí!”. Esiste in
effetti una posizione che si potrebbe definire naïve nel dibattito sulla
vitalità e sui diritti del mondo più-che-umano, seguendo la quale tanto
inchiostro e fiato si potrebbero risparmiare – e, si badi, è il caso di una
naïveté tutta al positivo, candida ma non ottusa. È la condizione appunto dei
bambini, abituati a riconoscere la vita in tutte le sue forme, a dare voce agli
animali e agli oggetti, ad affezionarsi alle piante e agli spazi. Ed è il modo
d’essere di molte comunità indigene in tutto il mondo, in cui l’animismo ha
continuato per millenni a fornire le fondamenta di ogni comportamento
individuale e collettivo – centrale infatti nella proposta di un’antropologia
oltre l’umano di Eduardo Kohn, in Come pensano le foreste (2021).
> L’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis
> multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come
> paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una
> società da ricostituire.
Come nella Storia del genere umano di Leopardi, c’è un parallelo tra la
condizione infantile e quella apparentemente primitiva – ma che in realtà è
molto più contemporanea di quanto una certa intelligentsia occidentale si sia
convinta a colpi di colonizzazioni e denigrazioni filosofiche. Yuvan, uno dei
personaggi che accompagnano Macfarlane nella tappa indiana del suo viaggio
intercontinentale – quella centrale, dopo l’esplorazione nella foresta di Los
Cedros in Ecuador e prima del Mutehekau Shipu canadese – si chiede:
> Che cosa può essere successo a un mondo in cui l’animismo è una rarità, o è
> visto come una “stranezza”? Ma che cosa c’è di “strano” nel percepire
> l’estensione e l’energia della vita che ci circonda, e di tutte le vite con
> cui si intreccia ognuna delle nostre piccole vite?
Quel che è successo sono decenni, secoli di cosiddetto sviluppo incentrato sul
solo profitto economico, sono la ridicolizzazione della poesia e la
brutalizzazione della bellezza, sono l’annichilimento politico di ogni
pluralismo e una pulsione di morte che dal centro dell’occidente atlantico si
propone di trascinare con sé quante più fette di mondo possibile. Sono il
graduale silenziamento della polifonia di voci e versi e canti in cui siamo
immersi – come già profetizzato da Rachel Carson nell’agghiacciante apertura di
Primavera silenziosa – e, insieme a questi, la messa a tacere di qualsiasi
contraddittorio intellettuale complesso.
Radicalismo oltranzista
Se si volesse invece ascoltare questo contraddittorio, si potrebbe ampliare la
domanda di partenza di Macfarlane e arrivare al nucleo caldo della riflessione
MOTH: cosa implica il riconoscimento della vitalità di un fiume, o di ogni altro
essere non umano? Quali sono le conseguenze etiche, e soprattutto legali, di
questa espansione di vitalità? Accanto alla postura naïve, e arrivando talvolta
a risposte simili attraverso fini percorsi filosofici, ce n’è una che si
potrebbe definire “radicale oltranzista”. È la posizione di chi, nel riconoscere
dignità, diritti e valore morale a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che
l’essere umano rinunciasse al proprio privilegio epistemologico e al compito
autoconferitosi di arbitro morale. Esponente di rilievo di questa convinzione è
Michael Marder, autore del recente La pianta filosofale: Un erbario
intellettuale (2025). In un saggio precedente, ancora non disponibile in
italiano – Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life (2013) – Marder accoglie
il potenziale rivoluzionario di un report come quello della Commissione federale
d’etica per la biotecnologia nel settore non umano, dal titolo La dignità della
creatura nel regno vegetale, ma nota come, accanto al riconoscimento della
dignità e del valore morale delle piante, e alla conseguente sanzione dei danni
nei loro confronti, manchi persino lì un’attenzione reale alle specificità della
vita vegetale.
> C’è chi, come Michael Marder, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale
> a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio
> privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale.
Dal canto suo, Marder propone dieci conseguenze etiche del pensare con – e
possibilmente come – le piante, individuando così non tanto i modi in cui queste
si comportano come gli esseri umani, ma anche quelli in cui gli esseri umani
possono riconoscere il quantum botanico che li abita. Tra le modalità vegetali
applicabili a qualsiasi forma vivente c’è la consapevolezza che il pensare sia
sempre anche un fare, che lo stare al mondo sia al tempo stesso il fatto più
unico e più generico possibile, che ogni individuo si sviluppi secondo ritmi e
tempi propri, che la vita in comune sia basata su un’inerente e irriducibile
incompletezza dei singoli. Secondo Marder, approfondire il plant-thinking è un
modo per decostruire la presunta preminenza intellettuale degli esseri umani.
Una sfida che trova terreno fertile in ambito filosofico più che consenso nella
comunità botanica, e che è stata estesa persino all’ambito minerale da Federico
Luisetti, in Essere pietra (2024), saggio in cui l’alterità delle pietre è
interpretata come una “sfida all’egemonia della persona vivente”.
Ma in che modo il discorso sulle intelligenze e sui linguaggi più-che-umani
incontra il diritto? A che punto la presa d’atto di una vitalità diffusa si
trasforma in acquisizione di diritti e responsabilità? Se la posizione naïve
tende a non porsi questa domanda (i bambini e le bambine non sentono il bisogno
di stilare leggi, e molte popolazioni indigene finora non hanno avuto la
necessità di farlo in termini di civil o common law), la posizione
“oltranzista”, come accennato, rifiuta ogni preminenza umana in tale processo.
Le ragioni di questa visione radicale sono del resto incontrovertibili: come
pensare che agli esseri umani basti riconoscere che un essere sia vivo per
rispettarlo e proteggerlo, quando la condizione umana stessa non sembra agire da
deterrente in nessuna delle guerre che da sempre si susseguono, oggi se
possibile con più ferocia che mai?
Il pragmatismo dell’ascolto di altri linguaggi
A queste due visioni se ne aggiunge una terza, “pragmatica”, che è forse quella
che meglio descrive gli intenti di Macfarlane e Rodríguez-Garavito, tra gli
altri. Il punto di vista di chi si lascia sollecitare dal pensiero più radicale,
cercando però di non imboccare una strada senza uscita alla fine della quale ci
sarebbe solo l’impossibilità di agire, in quanto esseri umani, a favore di ogni
altro essere vivente – pena un rafforzamento ulteriore della gerarchia
antropocentrica. Significativo, in tal senso, un dialogo tra Macfarlane e Wayne,
uno dei compagni di viaggio in È vivo un fiume?, che qui parla per primo:
> – Resto però scettico sull’idea di dare voce al fiume o a suo vantaggio. Mi
> sembra un’idea non solo insufficiente, ma anche esposta al rischio di
> ventriloquio. […]
> – È il punto cruciale che va risolto, senza dubbio, – dico annuendo. – Non
> “chi parla a nome del fiume?” ma “che cosa dice il fiume?” […]
> – Già. […] Perché tali diritti non si riducano a una forma mascherata di
> manovra politica tra noi umani, dovremo trovare modi di prestare ascolto a
> queste altre entità, divinità fluviali incluse, e di ascoltare il mondo
> insieme a loro. E questo ovviamente deve avvenire non solo nelle comunità
> indigene, o tra artisti, scrittori e stravaganti marginali come noi, ma anche
> tra gli attori statali, gli attori delle imprese, gli attori industriali,
> l’intero cast. I detentori del potere.
È per questo motivo che il discorso sui linguaggi non verbali è da considerarsi
unito a filo doppio alla questione etica e legislativa. Solamente imparando ad
ascoltare i fiumi, ma anche i laghi, l’oceano, gli alberi e le foreste, e
prestando ascolto a chi ha affinato questa pratica in secoli e secoli di
dedizione all’ambiente circostante – e qui il sapere indigeno incontra il
pragmatismo – si potrà pensare di proteggere ogni forma di vita nei modi a
ciascuna adeguati.
> Il dibattito sui diritti del più-che-umano ha consentito di raggiungere
> traguardi storici, come la sentenza che nel 2017 ha stabilito che il Gange e
> lo Yamuna dovessero essere considerati “entità viventi”, con tanto di diritti
> connessi.
È grazie al pragmatismo volenteroso dei membri del movimento MOTH, del resto,
che un nuovo tipo di giurisprudenza ambientale, strettamente connessa a cause di
giustizia sociale, sta prendendo piede in tutto il mondo. La costituzione
promossa da Rafael Correa e approvata in Ecuador nel 2008, ad esempio, prevede
quattro articoli dedicati ai diritti della natura a esistere, a rigenerarsi, a
essere risanata e rispettata. Il lavoro dei giudici Agustín Grijalva Jiménez e
Ramiro Ávila Santamaría è stato poi fondamentale nel far valere questi diritti a
protezione della foresta di Los Cedros, una vera e propria culla di
biodiversità, poco prima che venisse annichilita per far posto all’estrazione di
metalli pesanti a cielo aperto.
Sempre due giudici, ma stavolta in India, nell’Alta Corte dell’Uttarakhand,
hanno decretato in una sentenza storica del 2017 che il Gange e lo Yamuna – due
dei fiumi più sacri dell’induismo – dovevano essere riconosciuti come “entità
viventi” con diritti connessi. I negoziati di decolonizzazione che in Nuova
Zelanda vanno avanti da decenni tra maori e corona britannica, con annesso
riconoscimento del fiume Whanganui come persona giuridica ed essere vivente,
hanno ispirato, dall’altra parte dell’oceano, un’alleanza trasversale per
proteggere la Mutehekau Shipu (Magpie River nella lingua dei colonizzatori)
dall’estrattivismo idrico della Hydro-Québec: alleanza che ha dato luogo a una
risoluzione poliglotta a salvaguardia della vita e del futuro del fiume –
redatta anche nel linguaggio degli indigeni della penisola del Labrador-Quebec,
l’innu.
È (e deve essere) complicato…
Tutti questi casi rendono chiaro il valore e i limiti di due concetti che sono
spesso più abusati che compresi fino in fondo. Da un lato il valore del
“postumanesimo” non in quanto visione tesa a superare, annullare o silenziare
l’umano (come talvolta si fraintende), bensì come proposta di un’umanità
alternativa, basata sull’interazione costante col mondo più-che-umano in termini
non appropriativi, non estrattivi. Un progetto fondamentalmente antirazzista,
femminista, antiabilista e antispecista, teso a modificare il modo in cui gli
esseri umani sono concettualizzati: da “monadi” a “quanti” in costante relazione
con qualsiasi altro essere. Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di
una foresta, in un’ottica postumana, passa dunque anche il benessere degli
esseri umani che in quegli spazi vivono e di tutti gli altri che, pur senza
saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da questi assicurati.
D’altro canto, e in continuità con la proposta postumana, è opportuno
riconoscere i limiti della nozione di Antropocene: nozione utile a riconoscere
le responsabilità umane nei cambiamenti geologici, oltre che climatici, a cui la
Terra è stata sottoposta negli ultimi decenni e secoli, ma che corre il rischio
di appiattire sotto un’unica etichetta responsabilità non comparabili. Gli
indigeni che hanno visto i propri mondi scomparire non possono essere messi
sullo stesso piano dei coloni di ieri e di oggi che quegli stessi mondi hanno
violato; le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo consumano
infinitamente meno, prese nel complesso, di quanto non faccia un singolo
cittadino statunitense nello stesso arco di tempo; coloro che combattono per
proteggere i diritti dell’ambiente non sono anthropos (da cui Antropocene,
appunto) come chi quell’ambiente lo dà per scontato, disprezza e viola. Tra le
alternative possibili, meglio forse parlare di “Capitalocene”, come proposto da
Jason W. Moore, o Wasteocene, mettendo in luce la produzione di luoghi e
comunità di scarto come intrinseca al capitalismo, secondo l’analisi di Marco
Armiero.
> Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta passa anche il
> benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono, e quello di tutti gli
> altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da
> questi assicurati.
Le alternative implicano un grado maggiore di complessità: è il destino di una
visione del mondo più attenta e sfumata. In medicina è stato necessario
parcellizzare il corpo umano per arrivare a una conoscenza approfondita dei suoi
specifici funzionamenti, ma ora è sempre più comune affrontare problemi piccoli
e grandi alla luce dell’interazione tra organi diversi, e soprattutto tra mente
e corpo. In biologia l’endosimbiosi sta sradicando il concetto di individuo,
laddove si sono scoperti organismi che vivono all’interno di altri e da cui
questi altri non possono prescindere. La teoria quantistica sta rivelando ogni
ente come possibile solo nella relazione e in quanto relazionale. Allo stesso
modo, è arrivato il momento di immaginare anche il diritto legato al mondo
circostante come interconnesso a quello prettamente umano.
In tutti questi casi, la complessità porrà questioni filosofiche e pratiche di
difficile risoluzione. Ad esempio: se i fiumi hanno diritti, hanno anche
responsabilità in casi di esondazione? Dove inizia e dove finisce l’agency di un
albero o di qualsiasi altro essere vivente, se tutto è interrelato? In che modo
uno stato di diritto può implementare una giurisprudenza ambientale senza che il
suo funzionamento ne venga sovraccaricato a dismisura? Questioni aperte e senza
dubbio impegnative. Ma se c’è una lezione che alberi e fiumi sanno insegnare è
quella della pazienza. Laddove è stata naturalizzata l’idea che multinazionali e
imprese commerciali di brevissimo corso possano avere più diritti degli esseri
umani, con criterio si potrà riuscire a venire a capo anche degli interrogativi
legati ai diritti del più-che-umano e del tempo profondo che trascende le vite
dei singoli individui. Se non saremo in grado di farlo, avremo perso noi stessi
il diritto di abitare la Terra. Lei, dal canto suo, continuerà a girare.
L'articolo I diritti del più-che-umano proviene da Il Tascabile.
L
> a nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo
> l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […].
> Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori,
> autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal
> peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo,
> nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. […]. Dimentichiamo che noi
> stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli
> elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua
> ci vivifica e ristora.
>
>
>
> Niente di questo mondo ci risulta indifferente.
A maggio 2015 la forza dirompente dell’enciclica Laudato si’ scuoteva alle
fondamenta il mondo cattolico e l’istituzione Chiesa. Siamo composti – scriveva
papa Francesco – dagli elementi stessi del pianeta. Viviamo la sua malattia.
Quel testo ha dato vita a una mobilitazione generale delle e dei fedeli che, in
tutto il mondo, hanno preso parte a iniziative grandi e piccole a contrasto
della crisi climatica. Attivazione che alle nostre latitudini associamo solo al
mondo cattolico ma che invece ha riguardato e riguarda molti altri culti.
L’altare e la biosfera
Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più
vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il
quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose
terrene. La Terra è anzi diventata l’unico spazio in cui si gioca la salvezza,
biologica o spirituale che sia. A Occidente è stato un po’ come fare i conti con
le accuse che lo storico americano Lynn White Jr aveva mosso a partire dal 1967,
identificando il peccato originale dell’ecologia nell’antropocentrismo predatore
del cristianesimo occidentale che è stato a fondamento dello sfruttamento
illimitato della natura.
Dal saggio di White The Historical Roots of Our Ecologic Crisis alla stesura
della Laudato si’ sono passati quasi cinquant’anni. Cinque decenni di
negazionismo terreno e furia celeste, in cui sempre meno uomini si arricchivano
perpetuando un modello di società che devastava il pianeta, e quest’ultimo si
scaldava, inviando tempeste, siccità e inondazioni come monito per un’umanità
piuttosto restìa ad afferrare il concetto. Fino a che non è diventato
particolarmente esplicito e anche le fedi hanno scelto di mobilitarsi.
> Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più
> vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il
> quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose
> terrene.
Dall’enciclica Laudato si’ al manifesto dei vescovi del Sud del mondo del marzo
2026, la fede cristiana si è trasformata in politica climatica e finanza etica.
Il cambiamento è globale e interreligioso: riguarda il concetto islamico di
Mīzān (equilibrio divino) così come la resistenza simbolica dei monaci
thailandesi, che “ordinano” gli alberi per proteggerli dal disboscamento. In
tempi di paradigmi che scricchiolano, l’antropocentrismo sembra sull’orlo del
suo sempre troppo ritardato collasso. Le grandi religioni stanno offrendo la
base filosofica per riconoscere la natura non più come oggetto, ma come soggetto
di diritto.
Dal dogma al bilancio: il Vaticano e la finanza climatica
Per le cattoliche e i cattolici, l’enciclica Laudato si’ rappresenta questo
passaggio. Il testo, presentato e vissuto non solo come un’esortazione
spirituale ma come una teologia politica che ha ridefinito il ruolo della Chiesa
nel mondo contemporaneo, ha da subito avuto una vocazione ecumenica. Indirizzata
a “ogni persona che abita questo pianeta”, l’enciclica supera i confini
confessionali per parlare alle donne e agli uomini di tutto il mondo, anche e
soprattutto a chi alle fedi non si affida più da tempo. Il fulcro politico del
testo sta nell’ecologia integrale: nella lettura ‒ scontata per chi di
ecosistema si occupa da sempre, di meno per il Vaticano ‒, che fonde la crisi
ambientale con quella sociale. Non esistono due crisi separate, scriveva di suo
pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale. “Il grido della terra”
coincide con “il grido dei poveri”.
Fornendo nuove e solide basi alla relazione delle e dei fedeli con il creato,
“la casa comune”, il documento attacca apertamente il paradigma tecnocratico e
il mito della crescita infinita come fondamento delle nostre società. Crescita
sempre appannaggio di pochi, come testimoniato dal messaggio riportato dei
vescovi della Nuova Zelanda: “cosa significa il comandamento ‘non uccidere’
quando ‘un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura
tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno
bisogno per sopravvivere’”? Il testo dell’enciclica è stato tanto radicale che,
con la proposta di creare un’autorità politica mondiale per la gestione dei beni
comuni, ha contribuito al clima politico e culturale che ha accompagnato la
stesura dell’Accordo di Parigi.
Ma la Laudato si’ non si è limitata alla proposta, è passata all’azione
spingendo enormi masse di cattoliche e cattolici a promuovere e alimentare il
movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili. Non bastano più le
condanne morali: le donne e gli uomini di fede, così come le strutture interne
alla Chiesa, sono chiamati a usare il capitale come leva politica. Il movimento
per il disinvestimento, coordinato dal Movimento Laudato Si’, ha spinto più di
600 istituzioni religiose a tagliare per sempre i ponti con l’industria fossile,
eliminando tutti gli investimenti in fondi, aziende e azioni che supportino
energie climalteranti. A marzo 2026 i vescovi di Asia, Africa e America Latina
hanno nuovamente formalizzato l’impegno a riconsiderare i portafogli diocesani,
definendo l’abbandono di carbone, petrolio e gas come un “imperativo morale”.
> Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica
> sfida socioambientale.
La Chiesa è scesa dunque in campo e lo ha fatto con una strategia non solo etica
ma pragmatica, presentando il disinvestimento come una decisione finanziaria
“sana e prudente” per evitare il rischio di riporre ricchezze in asset destinati
a perdere valore. In un mondo che va sempre più verso il rifiuto dei
combustibili fossili, le istituzioni cattoliche hanno scelto di non restare a
guardare: grandi realtà come la provincia gesuita europea e molte diocesi
italiane e canadesi hanno già aderito alla mobilitazione. L’obiettivo è
influenzare i mercati per una transizione energetica giusta, legando la finanza
alla pace e alla tutela per chi ha di meno, che spesso subisce maggiormente gli
impatti della crisi climatica.
L’eco-Islam e i nuovi monaci della foresta
Appena pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ad agosto
2015 più di sessanta leader e accademici musulmani si riunivano a Istanbul per
lanciare il loro grido di battaglia. Il loro pubblico, del resto, consiste in
più di 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. La Dichiarazione di Istanbul
ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito
l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti
da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile.
Questo movimento sta influenzando una riscoperta delle origini della religione
con un inedito interesse ambientale. Il cuore concettuale della presa di
posizione dei leader islamici è la nozione teologica di Mīzān, l’equilibrio
perfetto e l’armonia divina in cui Allah ha creato l’universo. Una forma di
ordine di cui l’essere umano non è padrone assoluto ma khalīfah: custode,
vicario. Alla nostra specie è affidato anzi il compito di mantenere questo
equilibrio, proteggerlo. Questo approccio alle cose terrene consente di
rileggere la crisi climatica come manifestazione fisica della fasād, la
corruzione morale e materiale derivata dall’avidità umana che ha spezzato il
sacro legame tra uomo e biosfera.
Pratiche tradizionali come l’hima – le riserve naturali per il bene pubblico
radicate in 14 secoli di storia – o il waqf (le donazioni pie) diventano modelli
di conservazione comunitaria che offrono alternative alla legislazione civile.
Esempi come il Misali Ethics Project a Zanzibar mostrano la capacità dell’etica
islamica di proteggere la biodiversità marina anche dove le leggi statali
faticano a imporsi.
> La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri
> della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la
> transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo
> morale ineluttabile.
L’onda del risveglio spirituale è arrivata anche nelle foreste del Sud-Est
asiatico, dove i monaci si sono erti a difesa delle foreste contro i progetti di
estrazione fossile. In Thailandia, per contrastare il disboscamento illegale, i
monaci celebrano il rito della Buat ton mai: ordinano gli alberi come sacerdoti.
Anche solo a livello di immaginario, si tratta di atti potentissimi. Durante la
cerimonia le piante più imponenti vengono avvolte nelle vesti color zafferano
del Sangha e così consacrate, nel mezzo di canti monastici. In questo modo sono
elevate a tutti gli effetti allo status di membri della comunità religiosa. Non
si tratta solo di un rito molto suggestivo: la foresta in questo modo diventa
uno spazio inviolabile e, in quanto tale, attiva un potente deterrente karmico
verso chi voglia violarla. Abbattere un albero “ordinato” equivale ad ammazzare
un monaco, con tutte le conseguenze che il karma ne dispone.
Oltre l’antropocentrismo: diritti della natura e cosmogonie indigene
Ci sono casi in cui l’incontro tra fede e tutela dell’ecosistema diventa
dimensione di fusione identitaria. In Amazzonia le grandi religioni stanno
assorbendo la sapienza ancestrale delle comunità indigene, che da sempre vivono
in comunione con la natura. Movimenti come l’Interfaith rainforest initiative
(IRI) riuniscono leader cristiani, musulmani, ebrei e indù intorno ai guardiani
della foresta, dando vita a una missione tanto sacra quanto umana: proteggere il
polmone verde del pianeta. E farlo secondo una logica per la quale la natura non
è più oggetto da gestire, né luogo che ci ospita ma soggetto di diritto, una
vera e propria parente della specie umana che, in quanto tale, gode di
personalità giuridica. Da questo punto di vista le fedi si sono fatte ponte che
ha tradotto le cosmogonie, che considerano fiumi e foreste come antenati, in
concetti e linguaggio della giurisprudenza occidentale. La sinergia che ne
deriva è uno scudo politico e morale per chi impegna la propria vita a difesa
dell’ambiente e identifica la salvezza biologica del pianeta in quella
spirituale dell’umanità.
Le Faith-based organizations
Non si tratta di movimenti dettati dal volontarismo di singoli leader più o meno
virtuosi. Stiamo ormai assistendo all’espansione e al consolidamento di una rete
capillare di organizzazioni basate sulla fede, le Faith-based organization
(FBO), che oggi parlano all’84% della popolazione mondiale. Organizzazioni che
scendono in campo, abbandonando il ruolo indugiante di osservatori marginali, e
che si propongono come supporto alla governance climatica globale, forti di un
peso materiale impressionante: gestiscono circa il 10% delle attività
finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili.
> Le Faith-based organizations gestiscono circa il 10% delle attività
> finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili.
Questa imponente capacità di fare massa critica permette a reti interreligiose
come la GreenFaith o il Movimento Laudato si’ di trasformare un mandato morale
in una ben più efficace leva di mercato. Come i dati confermano: circa il 35% di
tutti i disinvestimenti dai combustibili fossili, a livello globale, proviene da
istituzioni religiose, compresi grandi attori come la Chiesa d’Inghilterra o il
Vaticano. Organizzazioni religiose che hanno mutato forma, si sono trasformate
in movimenti di attivazione diretta, di finanza etica e anche di pressione
politica e advocacy istituzionale per raggiungere obiettivi strutturali come
l’abbandono globale dei combustibili fossili.
Una nuova escatologia
Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in
cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. Accade ad
esempio in Brasile, dove una parte del mondo evangelico più conservatore ha
storicamente sostenuto politiche di espansione agricola a scapito
dell’Amazzonia, vedendo nel dominio sulla terra un mandato divino
incontestabile. Così come negli Stati Uniti, dove influenti settori del
cattolicesimo e del protestantesimo ultraconservatore percepiscono
l’ambientalismo come una sorta di cavallo di Troia per un’agenda neopagana o
globalista, arrivando a etichettare la giustizia climatica come una distrazione
dalle battaglie bioetiche tradizionali.
Gli esempi fino a qui riportati non sono esaustivi dei dispositivi di fede in
quanto tali ma vogliono essere la fotografia di un movimento che sta crescendo
sia globalmente sia territorio per territorio, regione per regione. E si sta
rafforzando perché riporta alle origini il legame della nostra specie con
l’ambiente che la circonda. Esattamente come fa la crisi climatica, ci fa
scendere dal piedistallo antropocentrico e ci ricorda che siamo natura nella
natura, che la salvezza del nostro pianeta, così come il suo perire, sono la
nostra salvezza e il nostro perire. Stiamo assistendo a un processo di
secolarizzazione inversa: per secoli la modernità ha spinto il sacro ai margini,
oggi la spiritualità sta tornando con vigore a occuparsi della Terra, che si sta
delineando come spazio fisico ma anche metafisico in cui si gioca la salvezza. E
in cui la protezione del luogo in cui siamo, che lo chiamiamo Creato, Casa
comune, Al-Ard, Pṛthivī, Pachamama o biosfera, lungi dall’essere un’opzione
morale è un vero e proprio obbligo ontologico. Non c’è spirito che possa
salvarsi senza un pianeta che ne ospiti il corpo.
> Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza
> in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo.
In questo gioco deve esserci necessariamente qualcuno che vince, che viene
tutelato: i più poveri, i Paesi in via di sviluppo. E qualcuno che, per una
volta, perde: le lobby fossili, le economie sviluppate intorno all’estrattivismo
e all’iperconsumo. È come se una questione di fondamentale giustizia sociale,
con l’irrompere della crisi climatica a scompaginare il quadro, stia assurgendo
a un rango più elevato. Chi si oppone alla transizione necessaria, a questo
punto, ne risponderà in una dimensione umana e storica ma, se ci crede, anche in
una metafisica e ultraterrena. E il divino rappresentato da gran parte dei culti
non sembra troppo incline a subire il fascino dei dividendi o del greenwashing.
L'articolo Nuova escatologia terrena proviene da Il Tascabile.
È il 22 settembre 1989. In Europa centrale e orientale sta per esplodere quello
che sarà ricordato come “l’Autunno delle nazioni”, una stagione di enormi
stravolgimenti politici e sociali che porterà alla caduta del muro di Berlino e
al rovesciamento dei regimi del blocco sovietico. In una tranquilla valle
slovena, un gruppetto di persone è seduto a semicerchio all’interno di un bosco
di faggi e abeti. Discutono animatamente. Parlano di futuro, stabilità,
diversità. Tutti, sulla pelle, sentono brividi di entusiasmo. Nell’oscillare di
rami e foglie riconoscono la brezza di un cambiamento possibile.
A Robanov Kot, remoto villaggio di pochi abitanti della valle Savinja, non è
riunito un gruppo di rivoluzionari pronti all’azione. O meglio, si tratta in
effetti di rivoluzionari che vogliono imprimere un netto cambio di passo, ma non
parlano di rovesciare regimi autoritari (forse anche di quello, ma nelle pause e
probabilmente sottovoce). Sono un gruppo di studiosi di selvicoltura ed ecologia
forestale che hanno da tempo in testa di lanciare e diffondere un approccio
innovativo nel modo di gestire i boschi del Vecchio continente, proponendo un
necessario ribilanciamento tra economia ed ecologia.
> La selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli
> approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di
> generare servizi ecosistemici utili alla società.
In quel lontano giorno del 1989 viene fondata Pro Silva Europa: un’associazione,
oggi diffusa in 25 Paesi (in Italia dal 1996), che promuove attivamente una
selvicoltura “close to nature” (prossima alla natura). Per capire perché questo
momento sia così importante, è prima necessario aver chiaro di cosa parliamo
quando parliamo di selvicoltura.
Di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura
Semplificando, la selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle
tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con
l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società. Non solo legno,
ma anche tanto altro: tutto ciò che, tramite la gestione attiva di un’area
forestale, può portare benefici diretti o indiretti al nostro vivere, come la
possibilità di fruizione turistico-ricreativa, il mantenimento di un particolare
paesaggio, la prevenzione dagli incendi, la raccolta di prodotti selvatici, la
protezione di nuclei abitati e infrastrutture dalla caduta di massi o valanghe,
la conservazione attiva di habitat e specie a rischio.
La spinta ideale del gruppo riunito a Robanov Kot nasce da una constatazione di
fondo sullo stato delle foreste europee, che risentono dei lasciti di oltre un
secolo e mezzo di “selvicoltura finanziaria” applicata su larga scala e votata
alla massima produzione legnosa. I boschi, secondo la Scuola sassone di Tharandt
(che ha dato il via, nel 1811, alle scienze forestali in Europa), andavano
gestiti in base al principio del massimo reddito netto e in funzione delle
esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle
foreste locali, dove prevalevano latifoglie miste, con impianti artificiali di
specie più redditizie: pino silvestre e soprattutto abete rosso.
Questa impostazione è ovviamente da collocare in un preciso contesto storico,
quello tedesco e in generale europeo dei primi dell’Ottocento, di grande
fermento industriale. Serviva tanto legname e in modo costante nel tempo: le
neonate scienze forestali erano state chiamate a trovare un modo per produrlo e
lo avevano efficacemente ideato, pensando ai boschi quasi come a campi agricoli.
Se questa concezione ha avuto il merito di risolvere le necessità
dell’industria, da essa è derivata anche una sempre maggiore fragilità delle
foreste, resa evidente soprattutto da schianti da vento e massicci attacchi di
insetti, ma anche dalla costante diminuzione di numerose specie. In pratica, una
scarsa funzionalità ecologica data da boschi eccessivamente artificializzati.
> Per molto tempo le foreste sono state gestite in base al principio del massimo
> reddito netto e alle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato
> alla sostituzione delle foreste locali con impianti artificiali di specie più
> redditizie, come pino silvestre e abete rosso.
I forestali riuniti a Robanov Kot, cresciuti professionalmente nel secondo
dopoguerra, quando le scienze forestali hanno iniziato a interrogarsi seriamente
sui problemi appena descritti, pensano di contribuire a risolverli attraverso
un’operazione prima di tutto culturale: promuovere un modo di gestire i boschi
che continui a essere produttivo e adatto ai bisogni della società, ma che si
ispiri alle dinamiche di funzionamento delle foreste naturali. L’idea del
professor Dušan Mlinšek dell’Università di Ljubljana, già presidente della IUFRO
(International Union of Forest Research Organizations), è di lanciare un appello
a tutti i forestali europei convinti della necessità di un’innovazione in senso
naturalistico. È lui, insieme ad altre figure di spicco della selvicoltura
europea come Brice de Turckheim, un proprietario e consulente forestale
francese, a organizzare l’incontro del 1989 a Robanov Kot. La dichiarazione con
cui Pro Silva decide di presentarsi al mondo è breve, ma al tempo stesso densa,
critica e visionaria:
> Promuoviamo un movimento, a livello europeo, per foreste stabili, sane e
> produttive. Riteniamo che l’economia forestale tradizionale debba evolvere
> verso una gestione globale dell’ecosistema, al fine di garantirne la
> produttività e la stabilità. L’opzione di una selvicoltura paziente e
> rispettosa delle leggi naturali favorisce la diversità, lo sviluppo
> sostenibile, la ricchezza strutturale e la rinnovazione naturale delle foreste
> composte da specie adatte alle stazioni.
Linee guida, con una “r” in più
27 luglio 2023. Trentaquattro anni dopo la nascita di Pro Silva e a seguito di
centinaia, forse migliaia tra convegni, seminari e soprattutto escursioni
tecniche organizzati dalle varie diramazioni locali dell’associazione, accade
qualcosa che probabilmente i padri fondatori riuniti in Slovenia non avevano
neppure osato immaginare. La Commissione Europea pubblica delle Linee guida che
prendono il nome proprio dal concetto chiave ‒ “selvicoltura close to nature” ‒
coniato nel documento fondativo del 1989. Un grande segnale, che dimostra come
quel gruppo di esperti avesse visto lontano.
> Non è facile rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito
> benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile,
> il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro.
C’è però un problema, o meglio, una differenza quasi impercettibile che tuttavia
genera da subito un acceso dibattito: è stata aggiunta una lettera, una “r”. Il
documento europeo si chiama infatti: “Guidelines on closer-to-nature forest
management”. Closer, non close. “Più vicina”, non “vicina”. Anche se può
sembrare una questione di lana caprina, non lo è affatto. Quella “r”, in
aggiunta al classico “close to nature” promosso da Pro Silva, è stata
determinante per far avallare le Linee guida anche dai Paesi nordeuropei dove,
molto più che nella parte centrale e soprattutto meridionale del Vecchio
continente, la gestione è ancora fortemente di stampo agronomico.
Vasti boschi, in queste zone, sono ancora oggi coltivati in modo analogo a
monospecifici campi di mais: si piantano, crescono, si tagliano, si ripiantano.
Molte meno le attenzioni alle dinamiche ecologiche, alla rinnovazione spontanea,
alla diversità specifica e strutturale tipica di un bosco naturale. Ma
ultimamente, anche in queste piantagioni si sono resi evidenti numerosi limiti,
che hanno iniziato a porre profondi interrogativi. Problemi crescenti
amplificati della crisi climatica, come tempeste di vento, attacchi di patogeni,
vasti incendi, ma anche livelli di biodiversità sempre più in calo. Tuttavia, in
questi Paesi l’economia forestale è ancora oggi trainante: non è certo facile,
in questi contesti, rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito
benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile,
il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro.
L’utilizzo del termine closer (e non close) è stato ritenuto più accettabile
perché indica un cammino graduale da intraprendere: non selvicoltura prossima
alla natura in senso stretto ‒ qui e ora ‒ ma più vicina rispetto alla
situazione attuale. Un percorso in divenire quindi, da compiere passo dopo
passo, di cambiamento in cambiamento. Se da un lato l’aggiunta della “r” può
indubbiamente celare un’accettazione solo parziale dell’approccio, dall’altro
esorta tutti gli attori coinvolti a ragionare, pragmaticamente, su quali singole
azioni si possono implementare, da subito, per muoversi nella direzione di un
cambio di rotta ritenuto indispensabile per conservare le biodiversità forestale
e rendere le foreste più resistenti e resilienti anche riguardo agli effetti
della crisi climatica.
Ma a parte l’aggiunta della “r”, perché si è sentita la necessità di scrivere e
pubblicare queste Linee guida?
Due strategie in dialogo
La necessità deriva dalla pubblicazione di due importanti Strategie europee che
devono necessariamente dialogare tra loro: la “Strategia dell’UE sulla
biodiversità per il 2030” e la “Nuova strategia dell’UE per le foreste per il
2030”. L’approccio “closer to nature” è stato riconosciuto come una sorta di
collante capace di tenere insieme le sfide di entrambe: conservazione della
biodiversità, adattamento al cambiamento climatico, produzione continua di
materia prima rinnovabile e di altri servizi ecosistemici necessari alla
società. Nelle Linee guida europee il concetto di gestione forestale “closer to
nature” viene descritto come un “grande ombrello concettuale” che riunisce tutti
gli approcci che mirano a rafforzare biodiversità, resilienza e capacità di
adattamento climatico delle foreste attivamente gestite.
> Elementi che in passato erano ritenuti inutili, se non addirittura dannosi,
> come gli alberi senescenti e il legno morto in piedi e a terra, oggi sono
> riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità.
I principi fondanti sono, ad esempio, la conservazione di “alberi habitat”
(alberi senescenti e ricchi di microhabitat come ferite, cavità, fessure o parti
di legno in fase di degradazione) e, più in generale, del legno morto in piedi e
a terra: elementi che in passato erano ritenuti inutili se non addirittura
dannosi, ma che oggi sono riconosciuti come fondamentali per la conservazione
della biodiversità (basti pensare che le cosiddette specie saproxiliche, che
dipendono cioè dal ciclo del legno morto, rappresentano il 30% circa delle
specie normalmente riscontrabili nei boschi).
Altri elementi cardine dell’approccio sono la promozione delle specie arboree
autoctone e della loro diversità genetica; l’incentivo alla rinnovazione
naturale da seme; la valorizzazione dell’eterogeneità strutturale dei boschi; la
riduzione degli interventi di gestione intensiva; il sostegno all’eterogeneità
del paesaggio forestale. Queste misure, secondo la Commissione, dovrebbero
essere urgentemente inserite in un disegno strategico che preveda un
bilanciamento tra le attività produttive e quelle utili alla conservazione di
ambienti forestali ricchi di biodiversità.
Quella “r” aggiunta al concetto di “close to nature”, insomma, non deve essere
letta come una scusa per rallentare, ma piuttosto come uno stimolo per dare
gambe, il più presto possibile e in modo pragmatico, alle sfide contenute nelle
due strategie europee: passo dopo passo, attraverso una coraggiosa azione
politica.
Tra segregazione e integrazione
A redigere le Linee guida per una selvicoltura più vicina alla natura sono stati
chiamati numerosi esperti da tutta Europa insieme allo European Forest Institute
(EFI). Un po’ come nel caso della nascita di Pro Silva, tante teste pensanti
provenienti da zone geografiche molto diverse hanno accettato una sfida non
certo facile, ma dal grande potenziale generativo.
> In futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale,
> per preservare al massimo la biodiversità. Ma avremo anche bisogno di alcuni
> boschi fortemente produttivi: piantagioni specializzate per produrre legname.
A coordinare l’eterogeneo gruppo di esperti è stato un professore di
selvicoltura dell’Università di Copenaghen, Jørgen Bo Larsen. Il forestale
danese è stato invitato ad aprire il XIV Congresso della Società italiana di
Selvicoltura ed Ecologia forestale – SISEF, proprio per presentare le
riflessioni di fondo che stanno alla base delle Linee guida. Durante la sua
presentazione, Larsen ha mostrato un diagramma semplice ma illuminante, capace
di stimolare profondi interrogativi su come dovrebbero essere gestite in futuro
le foreste europee per raggiungere i tanti, diversi e complessi obiettivi che
ruotano attorno a esse: ambientali, produttivi, sociali e climatici.
La riflessione parte da due dati di fatto. Il primo (in verde nel diagramma): in
futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale,
quindi senza interventi dell’uomo, per preservare al massimo la biodiversità
all’interno di ecosistemi forestali il più possibile indisturbati e simili alle
foreste vergini. Il secondo (in giallo): avremo ancora bisogno anche di boschi
fortemente produttivi, per garantire la disponibilità di legno, materia prima
rinnovabile che sarà sempre più richiesta nel cammino della transizione
ecologica.
Ma adottando solo queste due modalità di gestione, agli antipodi a livello di
approccio, si creerebbe un modello fortemente segregativo: gestione intensiva in
certe aree, esclusione totale dell’attività umana in altre. Un modello che,
specialmente in Europa, dove le foreste convivono con l’agricoltura e i nuclei
abitati in un paesaggio plasmato da millenni dall’azione antropica, non potrebbe
mai funzionare. Si genererebbero squilibri e conflitti (dove limitare fortemente
la gestione? E dove, invece, puntare su una produzione intensiva?), ma anche
rischi ambientali come incendi e dissesti, che potrebbero colpire anche zone
abitate e infrastrutture, oltre a causare un’enorme perdita culturale e
paesaggistica.
Ecco allora dove si inserisce, come un cuneo (bianco nel diagramma), l’approccio
“closer to nature”: tra i due estremi, portando un necessario equilibrio. Nel
diagramma una freccia rossa indica chiaramente la direzione: nel contesto
europeo occorre muoversi integrando sempre più questa “terza via”. Ma dove
collocarsi precisamente? Quali percentuali assegnare alle tre diverse ipotesi
gestionali? Dipende da tanti e complessi fattori, diversi di territorio in
territorio. Facciamo un esempio plausibile in molti contesti italiani.
> Il biologo inglese Edward O. Wilson ha proposto di destinare metà della
> superficie terrestre a riserva naturale per preservare la biodiversità. Una
> provocazione che ha avuto il merito di stimolare riflessioni, ma di fatto
> irrealistica.
Una parte di foreste dovrà essere lasciata unicamente alla libera evoluzione
naturale, in luoghi dove la mancata gestione non rischi di tradursi in un
pericolo per la popolazione: ipotizziamo il 10-20%. Un’altra dovrà essere
rappresentata da piantagioni specializzate, da realizzare in aree non troppo
accidentate, ben accessibili e lontane dal cuore delle aree protette:
ipotizziamo quindi un altro 10-20%. E il restante 60-80%? È lì, nella maggior
parte del territorio, che occorrerà applicare una selvicoltura più vicina alla
natura: all’interno di foreste seminaturali in cui appare strategico e
sostenibile applicare una gestione multifunzionale, che integri la conservazione
della natura alla produzione di beni e servizi. Ecco allora la parola chiave:
integrazione, l’esatto opposto di segregazione.
“In questi ultimi anni c’è stato un dibattito molto vivace a livello scientifico
e culturale sui due approcci di gestione delle risorse naturali: approccio
segregativo ed approccio integrativo”, spiega Renzo Motta, docente di
selvicoltura all’Università di Torino e membro italiano del gruppo di lavoro che
ha redatto le Linee guida europee. Questo dibattito è stato in parte suscitato
dal libro Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, pubblicato nel 2016
dal biologo inglese Edward O. Wilson, nel quale l’autore propone che metà della
superficie terrestre sia destinata a riserva naturale per preservare la
biodiversità. La provocazione di Wilson, secondo Motta, ha avuto il merito di
stimolare riflessioni e proposte ma, in concreto: “È caratterizzata da una forte
connotazione ideologica e appare irrealistica”. Oltre a Motta, molti altri
esperti forestali pensano che sia molto più concreto ed efficace, almeno nel
contesto europeo, puntare su strategie di integrazione.
Lo fa, ad esempio, il progetto Horizon TRANSFORMIT, coordinato da EFI, che mira
proprio a promuovere una “Gestione forestale integrativa” (IFM, Integrative
Forest Management) al fine di “trasformare le foreste europee” (da qui il nome).
Questo approccio prevede di coniugare, all’interno di un complesso forestale, la
fornitura di servizi ecosistemici, la conservazione della biodiversità e la
resilienza climatica. Il progetto ha da poco pubblicato una lista di 17
indicatori che vengono proposti come uno strumento pragmatico per guidare i
gestori forestali verso il cambiamento auspicato. Inutile dire che questi
indicatori ricalcano, in buona parte, le indicazioni generali contenute nelle
citate Linee guida europee.
> In Italia la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a
> macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi.
L’approccio integrativo, insomma, sembra sempre quello preferibile nel nostro
contesto. Non a caso la rete europea che dal 2016 (anno di uscita del libro di
Wilson) propone la convivenza tra conservazione della natura e gestione
forestale si chiama Integrate Network: un’alleanza guidata da EFI a cui anche
Pro Silva collabora.
A che punto siamo
Dall’approvazione delle Linee guida europee sono passati più di due anni. Il
tema ha inizialmente suscitato grande interesse e dibattito tra esperti di alto
livello, ma un cambiamento diffuso, purtroppo, appare ancora troppo lontano dal
realizzarsi, specialmente in quei Paesi dove gli interessi attorno alla
produzione massiccia di legno sono elevati. In Italia, anche grazie a Pro Silva,
la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di
leopardo, soprattutto sulle Alpi. Nel nostro contesto sono poche le aree in cui
la gestione forestale è definibile come intensiva, ma molti miglioramenti in
senso naturalistico potrebbero essere comunque implementati nelle pratiche
ordinarie, spesso uguali a sé stesse da decenni.
“Sembra esserci una generale esitazione riguardo all’adozione delle Linee
guida”, spiega al Tascabile Jørgen Bo Larsen, il coordinatore delle stesse.
Secondo il ricercatore, il principale motivo è che la loro adozione
comporterebbe una maggiore regolamentazione del settore forestale senza alcuna
compensazione economica. “Manca uno schema di certificazione volontaria per una
gestione forestale più vicina alla natura, come era previsto dalla Strategia
forestale dell’UE per il 2030”, sottolinea Larsen: “Se e quando questo sistema
di certificazione ancora in sospeso verrà sviluppato e accompagnato da un
sistema di compensazione, la situazione potrebbe iniziare a sbloccarsi”. Larsen
ha un’opinione chiara rispetto a come dare una spinta concreta alla diffusione
dell’approccio. Un’opinione che dà grande valore al modello integrativo e che,
proprio per questo, potrebbe non piacere a chi invece propende per quello
segregativo.
> L’esperto danese Jørgen Bo Larsen propone di non considerare le aree protette
> solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, ma come
> laboratori privilegiati in cui applicare l’approccio closer to nature.
“La mia opinione personale riguarda il modo in cui le foreste gestite con
approccio closer to nature verrebbero considerate all’interno degli obiettivi di
protezione definiti dalla Strategia UE per la biodiversità”, spiega. Entro il
2030, infatti, almeno il 30% del territorio dell’Unione Europea dovrebbe essere
protetto, di cui il 20% sotto normale protezione e il 10% sotto protezione
rigorosa. “Se le foreste gestite secondo lo schema di certificazione per la
gestione forestale più vicina alla natura potessero essere accettate nella
categoria corrispondente al 20% di protezione”, sottolinea sempre Larsen, “si
potrebbe davvero compiere un importante passo in avanti, perché i principi della
gestione forestale più vicina alla natura potrebbero diventare uno strumento
chiave che permetterebbe ai Paesi dell’UE di raggiungere gli obiettivi di
protezione imposti dalla normativa”.
L’esperto danese, attraverso questa proposta provocatoria, esorta a non
considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le
attività antropiche, di gestione forestale in particolare, ma, al contrario,
come laboratori privilegiati in cui sviluppare una gestione forestale
integrativa seguendo l’approccio closer to nature.
Due esempi, in Italia
Jerry F. Franklin, un grande studioso della gestione forestale su basi
ecologiche dell’America Settentrionale, ha spiegato che in passato la
selvicoltura si è concentrata soprattutto su quanto prelevare dal bosco. Adesso,
anche alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, occorre invece concentrarsi
su quanto e cosa lasciare. Questa visione si sposa benissimo con gli obiettivi
di due diversi progetti finanziati dal programma Life dell’Unione Europea che
lavorano a un processo di integrazione basato sull’approccio closer to nature:
inserire, all’interno della gestione forestale ordinaria, pratiche adatte ad
aumentare la conservazione della biodiversità. Non a caso a questi progetti
collaborano sia l’European Forest Institute, sia la Rete Integrate, sia,
ovviamente, Pro Silva.
Il primo è il progetto Life Span, coordinato dal CNR-IRET, che nella parte
friulana della foresta del Cansiglio e nella foresta bavarese di Sailershausen
sta realizzando una particolare forma di gestione integrata: la creazione di un
insieme di SHS (Saproxylic Habitat Sites, siti adatti agli organismi
saproxilici, cioè che necessitano di legno morto), dove il bosco viene reso il
più simile possibile a una foresta vergine, con alberi morti in piedi e a terra,
radure e fusti in cui sono presenti cavità e ferite. Queste piccole isole sono
sparse nel mare di una foresta attivamente gestita, dove si produce anche
legname con interventi non intensivi: esse agiscono come nodi di una rete che
favorisce la diffusione della biodiversità in tutto il comprensorio forestale.
Sulla stessa linea di pensiero lavora anche il progetto Life GoProForMED,
coordinato da DREAm Italia e attivo in quattro Paesi del bacino del
Mediterraneo: Italia, Spagna, Francia e Grecia. Il progetto propone la creazione
di una rete ecologica costituita da “core area” (aree ad alto valore
conservazionistico), “isole per la biodiversità” (simili a quelle previste dal
Life Span) e singoli “alberi habitat”, il tutto distribuito all’interno di una
superficie boschiva in cui è prevista anche una gestione produttiva.
> Anche in Italia stanno emergendo progetti che si rifanno alla direzione
> proposta dagli studiosi riuniti nel 1989 in Slovenia: avvicinarsi, con
> coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione.
Questi progetti, in fondo, non sono altro che un’evoluzione della proposta
lanciata dagli studiosi riuniti nel 1989 a Robanov Kot, in Slovenia. Una serie
di passi, lungo il cammino indicato da quella “r” aggiunta al titolo delle Linee
guida europee, che indica la direzione auspicata anche da Motta e Larsen: quella
di avvicinarsi, con coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione
e conservazione, sia all’interno di ogni singolo bosco, sia a scala di
paesaggio.
Integrazione: una sfida politica e culturale
Gli strumenti per sviluppare questo approccio e quindi per “trasformare le
foreste europee”, insomma, ci sono già tutti: Linee guida, indicatori, reti di
esperti, associazioni come Pro Silva, progetti pilota. Cosa manca ancora?
Probabilmente solo una seria volontà politica: quella di andare oltre le
pressioni di chi vuole mantenere lo status quo e passare dalle intenzioni ai
fatti, attraverso forti investimenti in azioni e strumenti concreti che rendano
questo approccio non solo desiderabile dalla società, ma anche conveniente per
proprietari e gestori, come auspicato da Larsen. Ma sarebbe un vero peccato
considerare tutta questa storia solo come una questione prettamente
tecnico-scientifica da risolvere unicamente a livello politico. Si tratta
infatti anche di una vera e propria sfida culturale, che appare cruciale per il
futuro.
L’approccio segregativo, dividendo nettamente due modalità di gestione ‒
conservativa e produttiva ‒ separa in fondo anche due mondi, due pezzi
importanti della società, che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano:
chi studia e promuove la tutela degli ambienti naturali e chi lavora nella
filiera produttiva bosco-legno e nell’ordinaria gestione forestale. L’approccio
integrativo, al contrario, li obbliga ad avvicinarsi, a “sporcarsi le mani”, a
trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le
parti, basati su esigenze reali, evidenze scientifiche e su una comune visione
di intenti. Li esorta, così, anche a parlarne pubblicamente, a raccontare i
passi in avanti compiuti, a condividere questo necessario esercizio di
equilibrio con più persone possibili. Li spinge, insomma, al difficile compito
di costruire e condividere una nuova “selvicultura”, quella auspicata dal
“Manifesto per una selvicoltura più vicina alla natura” proposto dalla rivista
Sherwood e cofirmato da numerosi attori del mondo forestale e ambientalista
italiano.
> L’approccio segregativo separa due mondi che troppo poco spesso si conoscono e
> si confrontano; l’approccio integrativo, al contrario, li obbliga a trovare
> punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti.
Close o closer, che dir si voglia, sono parole che indicano prossimità, legame,
contatto, empatia, dialogo. L’opposto di una società che tende sempre più spesso
a polarizzarsi, ragionando attraverso stereotipi e banalizzazioni ed evitando di
abitare la complessità. Al contrario, in questo delicato ma cruciale momento di
transizione, un serio e pragmatico dibattito sulla gestione responsabile degli
spazi naturali, non solo delle foreste, meriterebbe di tornare ad essere close,
o closer, alla vita di tutti noi.
L'articolo La terza via delle foreste proviene da Il Tascabile.
L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia
– chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro
perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha
sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle
analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per
millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze
perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di
sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8
nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha
dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora
attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché
credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti
i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che
poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno
glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei
tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni
e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a
colite ulcerosa.
Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché
potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta,
quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della
Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per
conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila
persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato
animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché
nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro
corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere
eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere
antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel
sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi
come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever
chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che
suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni.
I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa
ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare
che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così
stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li
degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo
vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci
restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli
animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni,
decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende
produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio
gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni
del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento
dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai
condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica.
Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella
dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il
film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di
menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni
esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono
interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni
naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee.
Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la
fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel
latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e
proteggerli.
> Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8
> nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli
> ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi
> ancora attraverso il latte durante l’allattamento.
Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti
di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla
figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato
su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha
chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho
provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa
che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino
il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che
colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice.
Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il
proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione.
Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori
all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie
come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati
nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto
testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i
prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli
senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque.
Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University
Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica
italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già
scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa
materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della
responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non
c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel
loro sangue da anni.
Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole
diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da
descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente
liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e
l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che
non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è
retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta
l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra
vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma
la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda
il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il
marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento
locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità
perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande
che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si
attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un
po’ di mal di gola.
> Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti:
> tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che
> per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli
> erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio.
Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici
riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo
caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e
pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli.
C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo
che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella
gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre
alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se
obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le
aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più
corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano
vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto,
della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano
sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio.
Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica
sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in
provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa
cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima
ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002,
quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito
industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia
proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità
di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente,
arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati
più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella
caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità.
Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il
2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di
2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75%
di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha
brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era
stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di
Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio,
a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero.
Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore
più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA
(Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di
Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei
dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari,
mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo.
La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo
chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa
non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo
apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il
tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica
depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di
pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una
precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se
nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più
inevitabile.
> Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più
> inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della
> sopravvivenza psichica.
È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato
in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a
un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi
fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo,
riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche
agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega
mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e
nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come
“indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi
economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove
sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene
in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto
nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del
folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per
esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia.
Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più
inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza
psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura
dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel
1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il
più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi
centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti
per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore
aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una
prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti
dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano
nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti.
Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva
gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e
fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece
stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti
operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila
abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno.
Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il
ritmo della morte industriale.
Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale,
un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe
erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era
sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie
in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era
“All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato.
Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva
l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le
generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui
si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei
terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha
dovuto ridefinire completamente la propria identità.
> L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni
> bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha
> dovuto ridefinire completamente la propria identità.
“Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione
familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il
disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è
fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione
di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere
stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto.
Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo
– a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””,
non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua
accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma,
elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo
né esserne completamente schiacciati.
Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica
costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa
trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto
d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per
eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco
piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il
veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono
stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il
reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la
demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È
come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto,
trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né
cancellabile.
Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle
conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene
da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di
contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la
nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella
bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni
di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai
lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla
Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno
dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case,
campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di
controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione
espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono
colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti
sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di
poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila
abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che
qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la
popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i
bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere
normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei
loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la
fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta.
Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo
spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone:
“Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di
quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più
ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi
chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e
istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi
proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel
contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è
difficilissimo richiudere.
> Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle
> conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale.
E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il
territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione
in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi
abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni
personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era
rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali
gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo
nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla
Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi
epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo
l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione
esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In
altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno
ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo.
La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto
per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che
proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla
contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra
il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le
famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci
vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti
continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento
siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila
persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma
un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di
quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come
arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi
abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del
2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni
industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno.
Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi
coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi,
che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia
significativamente superiori al resto della città.
Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento
viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia
esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva,
dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali
industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché
trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate,
del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano,
almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano
bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta
Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello
stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni
giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o
economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie?
Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte
per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non
dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto
nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il
lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due
dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel
qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione –
ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i
diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva,
evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini
sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di
sapere.
> La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto
> per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è
> che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla
> contaminazione e dalle sue conseguenze.
L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio
istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i
disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto
raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA
Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per
decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno
scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del
reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente.
A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere
pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il
segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la
Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le
aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla
propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di
quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere
soggetti attivi della propria vita.
Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di
organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le
Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale
nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza
pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea
pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la
scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il
termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte
a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi
minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono
evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono
qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le
istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e
su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E
quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando
tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa,
alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non
possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli.
> Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando
> queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno
> ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe.
L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli
anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata
nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i
diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione
difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti
a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un
luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è
nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che
contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza,
di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per
scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le
comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non
dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza
per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo
facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze
subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i
figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni.
Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi
pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone
scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi”
o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la
praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere
al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E
serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di
supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste
situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le
questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali,
economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è
solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale.
C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni
italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle
direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente
inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con
un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva
continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che
puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato
fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le
multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di
nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa
Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi
e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi
continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto
le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati
negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a
diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo
la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a
depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal
mare.
> Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non
> dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in
> militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge.
La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di
chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori,
perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono
geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico
nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non
solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un
futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio
in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di
possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni
scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a
chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come
se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi,
scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che
vivevano pensando di essere al sicuro.
La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un
sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la
produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato
incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di
sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della
Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un
errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni
quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti,
sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato
polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni
quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie
prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito
gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre
anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai
lavori che l’amianto causava il mesotelioma.
Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di
amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto
consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone.
Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di
incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale,
sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da
decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza
organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento
di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di
conseguenza.
Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per
dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani,
dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa
di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni.
Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i
medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono
migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione
di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se
sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così
radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo
della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso
– che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha
avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura,
ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni
società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono
risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente,
non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in
nessun luogo. Mai più.
L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
I l 7 febbraio 2026 diecimila persone si trovano in piazza Medaglie d’Oro a
Milano per protestare contro l’insostenibilità dei giochi olimpici invernali
Milano-Cortina. Tra di loro ci sono movimenti, sigle politiche e sindacali,
cittadine e cittadini. In una narrazione di gadget gratuiti e villaggi
temporanei firmati da multinazionali, che poco si avvicina ai valori sportivi su
cui un’olimpiade dovrebbe fondarsi, esiste una contronarrazione tenace che dal
2019, quando l’Italia ha vinto l’assegnazione per il 2026, racconta le storture
economiche e sociali dietro i grandi eventi internazionali. Il tema è complesso
e si allontana, in questo caso, dall’argomento che dovrebbe essere centrale: lo
sport.
Tra le persone che si sono occupate di questa contronarrazione, c’è Beatrice
Citterio, ricercatrice in design per i beni culturali e paesaggistici alla
Libera Università di Bolzano, con un progetto di dottorato dedicato all’impatto
delle Olimpiadi Invernali 2026 sui territori coinvolti, con particolare focus
sulle aree dell’arco alpino. Lo strumento che Citterio ha scelto è la macchina
fotografica, mezzo che consente di congelare in singoli istanti le
trasformazioni subite dagli ecosistemi dall’inizio dei lavori. Il progetto si
articola in due volumi cartacei pubblicati nell’inverno 2024-25 e nell’inverno
2025-26, intitolati Giochi Preziosi I e II, che riportano le immagini raccolte
da Citterio, affiancate a testi critici e spiegazioni tecniche. I due volumi
sono poi integrati da una produzione parallela di articoli di approfondimento
reperibili online.
Citterio non ha studiato fotografia ma ha iniziato a usare la macchina
fotografica come mezzo documentario durante la tesi magistrale sull’industria
dello sci. Il supporto visivo è funzionale a un lavoro che si svolge in larga
parte sul campo, sia da un punto di vista pratico, per il ricordo individuale,
sia da un punto di vista metodologico. Un progetto dedicato a dei “lavori in
corso”, sogno di tutti gli “umarell” milanesi, è un progetto per sua natura
effimero, che analizza una dimensione passeggera di cui, finiti i grandi lavori,
rischia di non restare una testimonianza efficace. “È stata una pratica comune a
quasi tutti i giornalisti e ricercatori impegnati sui lavori per le Olimpiadi:
c’è chi ha preferito un medium fotografico o video e chi si è servito di
immagini satellitari”, mi ha spiegato Citterio da Base, a Milano, dove le sue
fotografie sono esposte fino al 22 marzo. Ci siamo incontrate nel giorno di
apertura dei giochi olimpici, in una Milano deserta a causa dei blocchi stradali
e della chiusura delle scuole: un’atmosfera che non si respirava dai mesi del
Covid. Gli unici rumori, mentre attraversavo la città da nord a sud, erano le
sirene della polizia e il rombo degli elicotteri.
La fotografia consente, a differenza di altri medium, di collegare le immagini
sia tra loro sia al contesto generale, diventando una lente per individuare le
questioni più rilevanti. Questo è l’aspetto principale che effettivamente emerge
dalla ricerca: le fotografie compongono il racconto preciso di un iter
burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed
evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio,
tramite l’immagine del cratere di un lago artificiale o di una piazza bloccata
dai lavori, dove i passanti vengono instradati attraverso camminamenti
prestabiliti come minuscole formichine. Il distacco tra natura e cultura si
esprime attraverso fotografie in cui le persone non sono presenti, se non come
mezzo di contrasto per raccontare l’opera in divenire, il cantiere, insomma
quello che l’umano stesso produce. Le poche presenze umane nelle pagine di
Giochi Preziosi sono appunto minuscole formiche, che offrono una scala per
valutare le dimensioni delle opere monstre che producono, dei loro formicai. In
altre foto, la presenza umana rappresenta invece la società civile: due ragazzi
di spalle su un ponte che guardano un palazzo mentre viene sventrato, un gruppo
riunito per un presidio, megafoni e striscioni a una manifestazione.
> Le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di
> urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un
> processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio.
Giochi Preziosi ricorda un altro progetto critico editoriale e fotografico sulla
gestione dei lavori olimpici, The Sochi Project del fotografo Rob Hornstra e del
giornalista Arnold van Bruggen, una mastodontica ricerca sociale e politica
partita dalle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014 e dai loro enormi costi (i
maggiori di sempre: 51 miliardi di dollari di spesa pubblica), per indagare
attraverso i giochi dinamiche locali specifiche. The Sochi Project si articola
in una serie molto ampia di materiali, con numerose pubblicazioni tra cui anche
fanzine. Le dinamiche sociopolitiche russe hanno una complessità con cui in
Italia, per fortuna, non dobbiamo confrontarci, ma l’impatto sulle comunità
locali di un grande evento internazionale è il punto cardine anche di Giochi
Preziosi. Nel caso specifico di Citterio, la scelta di pubblicare le fotografie
su due riviste autoprodotte, per dimensioni e tipo di carta analoghe a comuni
quotidiani, nasce da una riflessione sull’assenza di un racconto critico sulle
Olimpiadi sulle testate nazionali. “Un’occasione mancata per fare informazione a
servizio dei cittadini”, dice Beatrice Citterio: “Un’informazione raccolta in
questi anni quasi solamente da realtà giornalistiche indipendenti come
Altreconomia, LaViaLibera, o la campagna Open Olympics, da quotidiani locali, o
in alcuni casi riportata da programmi d’inchiesta come Report, ma assente dai
grandi giornali nazionali. Come abitante di Milano e di Bolzano dove avrei
voluto vedere queste immagini? Sul giornale”.
Il cantiere dell’Hotel Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, Belluno (fot. per gentile
concessione Beatrice Citterio)
Il lavoro dietro Giochi Preziosi non è di stampo giornalistico (ma è una base
interessante a cui attingere anche per un lavoro giornalistico), però sviluppa
un racconto culturale e sociale narrativo. Spesso, quando si leggono i dati si
vedono solo numeri, cifre che non riusciamo a immaginare in modo vivo al di là
della pagina. Quanti sono nella pratica 500 larici abbattuti per fare posto a
una pista da bob? Tanti, sicuramente. Resta il fatto che l’impatto emotivo delle
foto di una foresta devastata sia diverso rispetto a una tabella piena di cifre.
Basti pensare alle immagini impressionanti che sono circolate a fine 2018, dopo
la tempesta Vaia che ha distrutto le foreste del Triveneto. Dove non arrivano i
numeri arriva sempre la narrazione e l’oggetto giornale e l’oggetto fotografia,
grazie a mostre e presentazioni, si amplificano, dando vita a una discussione
politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro
pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere.
Se nel primo volume di Giochi Preziosi il focus di questa narrazione sono
appunto le grandi opere, nel secondo acquistano spazio le comunità locali. La
vita in montagna nel racconto di Citterio perde l’aura di romanticismo spesso
erroneamente fantasticata da gente di città che un paio di volte all’anno parte
per respirare quella che immagina sia “autenticità”. Nei paesi dell’arco alpino
le comunità si stanno disgregando, con una progressiva perdita dei servizi
essenziali e la pressione del turismo di massa. La montagna viene così
svincolata dall’idea di un’alternativa alla città incontaminata, per costruire
un racconto più realistico, in cui sono evidenziate e analizzate in maniera
sistemica le fragilità dei singoli territori, a partire dagli investimenti
turistici.
Dare voce alle comunità locali è parte di questo lavoro e il secondo numero di
Giochi Preziosi presenta tre contributi esterni. Il primo, di Roberta de Zanna,
consigliera comunale di Cortina bene comune, e il secondo, a cura del Comitato
per la tutela dell’Alute di Bormio, sono testi elaborati precedentemente, mentre
il terzo, del collettivo valtellinese Perestroijka, è stato scritto
appositamente per il progetto. Roberta de Zanna riflette sul concetto di
identità di una comunità alla luce di un racconto dominante che si è focalizzato
su simboli come tradizione, artigianalità e nazionalità che hanno plasmato e
snaturato l’identità montana trasformando l’arco alpino in un luogo di turismo
di massa.
> Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione, dando vita a una
> discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono
> sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere.
De Zanna indica come i progetti olimpionici abbiano comportato delle modifiche
nella proprietà e nell’aspetto di immobili e luoghi, minando ulteriormente
dall’alto un’identità locale già martoriata. Nonostante questo, il dissenso
espresso dalla popolazione rispetto ai progetti legati alle Olimpiadi non è
stato ascoltato e non sono state effettuate mediazioni soddisfacenti. Se infatti
economie, contesti sociali ed ecosistemi, tra montagna e città, sono
profondamente differenti, i processi decisionali che hanno interessato le grandi
opere per queste Olimpiadi sono risultati al grande pubblico fumosi, mentre
l’accelerazione burocratica connaturata ai grandi eventi ha messo in secondo
piano le istanze delle comunità montane e della popolazione coinvolta nelle aree
di interesse. Rispetto alla città, poi, le grandi modifiche strutturali
risultano più impattanti in luoghi con una densità abitativa minore e,
soprattutto, molto più visibili in un ambiente in cui la natura è preponderante.
Si evidenzia così un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco,
non ha garantito le istanze dei residenti (nel caso del contributo di de Zanna
della popolazione ampezzana) e non ha previsto una consultazione popolare
attiva.
Un discorso simile vale per la cosiddetta tangenzialina dell’Alute, che da una
ventina d’anni continua a tornare nel discorso pubblico. La tangenzialina, con
un costo di circa 7 milioni, dovrebbe tagliare la piana agricola dell’Alute,
un’area di grande importanza ambientale, una distesa di prati che segna
l’ingresso a Bormio dalla Valtellina. I lavori risultano al momento in
riprogrammazione e ai cittadini è stato negato il referendum abrogativo. Il
contributo del Comitato per la tutela dell’Alute è interessante perché segue nel
dettaglio gli step che hanno portato alla negazione di un referendum popolare su
un’opera che è sempre stata presentata come di interesse pubblico.
Il collettivo Perestroijka, invece, sposta il discorso sulla bassa valle, che
sperimenta una quotidianità con tutte le problematiche delle valli ad alta
quota, come l’isolamento, la carenza di servizi e la stagionalità. “I punti di
turismo ad altitudine medio-alta sono come atolli che accumulano tutte le
risorse su di sé, lasciando alla bassa valle sostanzialmente il traffico
generato per raggiungerli. Nella bassa Valtellina l’industria non ha più la
forza di una volta e i pochi fondi sono principalmente volti alla creazione di
infrastrutture per arrivare nelle aree turistiche ad altitudine maggiore. Le
aree più basse vengono così sostanzialmente deprivate, riducendosi al ruolo di
oggetto di investimenti logistici che non sono direttamente rivolti a loro ma le
attraversano e snaturano”, spiega Citterio.
La nuova cabinovia e i cannoni per l’innevamento programmato a Socrepes,
Cortina d’Ampezzo, Belluno, estate 2025 (fot. per gentile concessione Beatrice
Citterio).
I movimenti di protesta per le grandi opere olimpiche hanno caratterizzato la
vita degli ultimi anni dei comuni montani di Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno
e Anterselva, aree già segnate da problemi come le difficoltà dei collegamenti
stradali, lo spopolamento, l’assenza dei servizi essenziali come negozi, scuole
e, soprattutto, cliniche e poli ospedalieri. La protesta, nelle zone montane, è
stata caratterizzata da una trasversalità politica, in un contesto sociale in
cui l’appartenenza a fedi e partiti è molto più sfumata rispetto al laboratorio
politico rappresentato dalle città, storicamente più polarizzate. Nelle comunità
montane, dove non esiste anonimato e nella stessa famiglia ci possono essere
persone che lavorano in industrie coinvolte nel lavoro turistico o, in questo
caso, olimpico, protestare può comportare un costo personale più alto.
> Si evidenzia un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco: non
> ha garantito le istanze dei residenti e non ha previsto una consultazione
> popolare attiva.
A Milano, invece, si è costituito un movimento dal basso, il Comitato
insostenibili Olimpiadi. Un CIO diverso da quello ufficiale quindi, che nei
giorni di inaugurazione dei giochi olimpici ha temporaneamente occupato un
palazzetto sportivo dismesso nel quartiere di Lampugnano (Palasharp), nella
periferia ovest di Milano. L’occupazione ha ricalcato il modello delle TAZ, le
Zone temporaneamente autonome teorizzate dal filosofo anarchico Hakim Bey, spazi
autogestiti per un lasso di tempo determinato con finalità politiche di
deistituzionalizzazione di stampo libertario. Al Palasharp occupato, il Comitato
insostenibili Olimpiadi ha promosso quelle che ha chiamato Utopiadi, con delle
giornate di sport popolare che hanno affiancato i cortei di protesta.
La narrazione delle Olimpiadi Invernali 2026 è stata fin dall’inizio
semplicistica, anche solo a partire dal nome “Milano-Cortina”. Fermo restando
che tra Milano e Cortina, in provincia di Belluno, passano comunque 400
chilometri, i giochi non riguardano solo questi due poli. Come mi ha spiegato
Citterio: “Il nome con cui sono conosciuti i giochi olimpici 2026 ha spostato
l’attenzione da tutte le altre aree interessate, come Bormio e Livigno, che si
trovano in Valtellina, in provincia di Sondrio, Predazzo e Tesero, in Val di
Fiemme, in provincia di Trento, e Anterselva, che è in Val Pusteria, quindi in
provincia di Bolzano. In più c’è Verona, dove si chiudono i giochi invernali e
si inaugurano i giochi paralimpici. Chi segue lo sport magari è consapevole che
una determinata gara si svolga a Bormio, ma non è detto che percepisca quanto è
stato fatto per portare effettivamente quella gara a Bormio, investimenti,
opere, eccetera”.
Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura
e i festeggiamenti per la vittoria viene così messo in dubbio dalle
controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Come si legge su
Openpolis, quando si parla di sostenibilità bisogna considerare come avvengono
le candidature ai giochi olimpici. Il Comitato interazionale olimpico (CIO o
IOC) vaglia il dossier di candidatura che, per Milano-Cortina, si è fondato sul
tema della sostenibilità e dell’abbassamento dei costi (argomenti cardine
dell’Agenda olimpica 2020 a cui i Paesi ospitanti devono per forza attenersi),
il basso impatto ambientale tramite il ricorso a strutture preesistenti e
l’attenzione alla mobilità sostenibile e alle comunità locali. La spesa pubblica
per le Olimpiadi 2026, tuttavia, si attesta sui 6 miliardi, il trasporto e le
opere stradali correlate favoriscono il trasporto privato, quindi il traffico in
aree molto distanti tra loro e con problematiche di connessioni stradali.
Peraltro chiunque prenda la macchina per spostarsi da Milano durante il fine
settimana, a prescindere dai giochi olimpici, ne è ben consapevole: il traffico
verso le comunità montane è sempre altissimo, i collegamenti stradali sull’arco
alpino interessati spesso da gravi disagi e gli spostamenti pubblici, superati i
grandi centri abitati, non coprono adeguatamente le tratte.
L’avanzamento dei lavori può essere monitorato attraverso il portale Simico.it
della Società infrastrutture Milano-Cortina, che si occupa della realizzazione
delle opere. Lo stato dei lavori, come da disclaimer del sito, deve essere
aggiornato a 45 giorni. Al 16 febbraio 2026, gli interventi completati sono 40
su 98, 29 su 98 sono in fase di esecuzione, 27 in fase di progettazione e 2 sono
in fase di gara. Questo implica che i lavori per svariati interventi
infrastrutturali, in particolare snodi stradali come la variante di Cortina,
siano pensati per essere iniziati in seguito ai giochi olimpici, con una serie
di costi extra che rischiano di aumentare prima della conclusione
dell’intervento.
> Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la
> candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene messo in dubbio dalle
> controinchieste che lasciano emergere una visione contraria.
Le Olimpiadi, come qualsiasi grande evento, sono state segnate da
un’accelerazione delle pratiche e da un mancato confronto con la popolazione,
locale e non, sulla spesa pubblica. “Non bisogna dimenticare”, dice Citterio,
“che il sostegno economico degli sponsor è piuttosto basso, perché
contribuiscono alla quota messa a disposizione dal CIO. L’impatto, per quanto
riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina è molto più visibile sull’arco alpino
perché interessa le risorse: energia, acqua, aria terreno. A Milano, invece, è
meno visibile, perché è prevalentemente di natura sociale”. Una visione
fondamentalmente diversa dal racconto che negli ultimi anni è stato portato
avanti dai media mainstream. La narrazione che è emersa, soprattutto a ridosso
dell’inizio della cerimonia inaugurale è però una narrazione tardiva, che non
può più influenzare quanto fatto.
Le problematiche dell’abitare sono note a Milano ed evidenziate dalle inchieste
di urbanistica che hanno occupato il discorso pubblico negli ultimi mesi e che
hanno coinvolto anche COIMA SGR, holding finanziaria che gestisce con Convivio e
Prada Holding il Villaggio olimpico 2026. Villaggio olimpico che, a giochi
conclusi, ospiterà uno studentato con stanze dal costo di quasi 1000 euro al
mese. La crisi abitativa si riflette in maniera piuttosto speculare sulle terre
alte, flagellate da un turismo di massa che, più che associarsi a una crescita
di benessere economico e sociale, si affianca piuttosto a un aumento del costo
degli affitti a lungo termine, alla perdita dei servizi di base e a un
progressivo spopolamento delle comunità.
(fot. per gentile concessione Beatrice Citterio).
Per fare solo un paio di esempi, la piscina di Cortina, di cui potrebbe
usufruire tutta la cittadinanza (e, chissà, giovani aspiranti nuotatrici e
nuotatori), è chiusa da 14 anni mentre l’emblematica pista da bob avrà un
utilizzo limitato vista la scarsa pratica di questo sport, peraltro prettamente
invernale, con una potenziale perdita di 500.000 euro all’anno circa (ricordiamo
poi che il CIO aveva espresso parere positivo sull’utilizzo degli impianti già
in essere a Innsbruck). A Bormio, invece, dove manca l’ospedale è stato
costruito un policlinico in vista delle Olimpiadi, ma si tratta di
un’infrastruttura temporanea che verrà demolita con la conclusione dei giochi, e
senza un ospedale di prossimità gli abitanti della zona devono continuare a
rivolgersi a Sondrio, Milano, o Lecco. Oppure riportando il discorso su Cortina,
il Villaggio olimpico di Fiames è un’altra infrastruttura temporanea, su cui si
è preferito investire invece di rivalutare edifici già esistenti.
I processi accelerati dalle Olimpiadi si innestano quindi su territori già
toccati da problematiche di esclusione sociale preesistenti e da una
gentrificazione crescente correlata all’espansione turistica e
all’inaccessibilità dei prezzi, facendole esplodere. Come si può pensare,
allora, che una persona possa abitare e lavorare in un territorio dove mancano i
servizi di base, dall’alimentari, alla piscina, alla palestra? Se Ampezzano e
Cadore hanno assistito a un’impennata dei prezzi nell’ultimo quinquennio, lo
stesso è avvenuto in varie zone di Milano. In un quest’ultimo caso, se molti
processi sono stati indipendenti dai giochi olimpici, la riqualificazione di
alcune aree, come quella dello scalo ferroviario di Porta Romana, hanno
strettamente a che fare con le Olimpiadi. Uno strumento utile per chi volesse
approfondire le speculazioni edilizie è il saggio Oro colato di Duccio Facchini
e Luigi Casanova (2025), che mappa con precisione le operazioni immobiliari
associate alle Olimpiadi Milano-Cortina.
> Il turismo di massa, più che associarsi a una crescita di benessere economico
> e sociale, implica un aumento del costo degli affitti a lungo termine, la
> perdita dei servizi di base e un progressivo spopolamento delle comunità.
Tornando a Giochi Preziosi, l’idea di Citterio è quella di non fermarsi al
secondo volume, ma di continuare a monitorare anche il dopo-olimpiade. Le
modifiche del territorio, spiega, sono ormai irreversibili, ma ci sono ancora
manovre di azione possibili su opere non ancora iniziate e fondi non ancora
vincolati (per esempio la tangenzialina dell’Alute, già nominata). Sono diverse
e con diverse personalità le figure che si sono occupate di inchieste
sull’organizzazione dei giochi olimpici 2026. Dalla montagna alla città quello
che emerge dai movimenti di protesta e dal lavoro giornalistico di inchiesta è
che, in mancanza di un’efficace sorveglianza “dall’alto”, sia stato necessario
lo sviluppo di una sorveglianza “dal basso”. Persone, quindi, che si occupano
del loro territorio, a livello di cittadinanza e a livello di movimento
politico. Quando ci chiediamo cosa resterà delle grandi opere pensate per
Milano-Cortina 2026, se saranno mai completate (dalle inchieste della rivista La
Vialibera non sembra mai essere stato istituito il Forum per la sostenibilità
dell’eredità olimpica di Milano-Cortina 2026) dobbiamo considerare che la
sorveglianza sarà civile e popolare e dipenderà in larga parte dal
coinvolgimento dei singoli cittadini e delle comunità interessate dai
cambiamenti strutturali, a Milano come sull’arco alpino.
L'articolo Giochi Preziosi proviene da Il Tascabile.
C hiunque abbia provato a sollevare l’argomento durante una cena tra amici, o in
un altro contesto non specialistico, sa bene che l’energia non è uno di quei
temi che riscuotono troppo successo. A meno che non si finisca a parlare di
bollette, o che qualcuno sbatta sul tavolo la carta jolly del nucleare,
difficilmente la conversazione prenderà slancio, ed è probabile che nel giro di
poco qualcuno provi a sterzare la conversazione su un binario più rassicurante.
Un po’ come il riscaldamento globale, l’energia è uno di quegli argomenti tanto
importanti quanto apparentemente respingenti. Il che è curioso, perché a ben
vedere è l’elefante presente in tantissime stanze: quella climatica, quella
geopolitica, quella economica, ha un ruolo centrale nel lavoro come nel costo
della vita, per non parlare dell’intelligenza artificiale. Il problema è che,
per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per
funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche
conoscenze specifiche, nonché uno di quelli peggio raccontati.
Nel suo Le energie del mondo (2025), Gianluca Ruggieri, ricercatore e docente di
fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, prova a rimediare a
decenni di narrazioni superficiali e strumentali, ponendosi l’obiettivo di
restituire la complessità delle questioni energetiche senza per questo farti
cadere il mento sul petto.
> Per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per
> funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo
> poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli più strumentalizzati e
> peggio raccontati.
Da lontano, lo si potrebbe scambiare per un vademecum per chi voglia farsi
un’idea delle sfide legate al settore energetico e colmare le varie lacune.
Intendiamoci, per certi versi lo è: parliamo di uno di quei libri che anche una
volta finiti tieni a portata di mano, ritornando all’occorrenza su alcuni
capitoli specifici. Ma è anche un libro capace di fornire una chiave di lettura
per comprendere meglio l’attualità, e volendo, una bussola per orientarcisi.
Che non si tratti del solito libro sull’energia è chiaro fin dalla prima parte,
in cui Ruggieri mette in relazione due concetti solo in apparenza slegati,
quello di “dipendenza” e quello di “ideologia”. Ripercorrendo gli ultimi
cinquant’anni di storia energetica italiana, l’autore mostra in quale modo il
nostro Paese abbia sviluppato una dipendenza dai combustibili fossili, come
questa dipendenza abbia alimentato un’illusione di sicurezza energetica, e come
nel periodo postpandemico l’illusione sia andata in frantumi. “In Italia, in
particolare, nel 2020 il 40% dell’energia primaria era fornito dal gas naturale”
scrive Ruggieri “E circa il 38% del gas naturale utilizzato proveniva dalla
Russia”. Poteva essere un punto di svolta, una presa di coscienza pur tardiva
delle conseguenze economiche e geopolitiche di una dipendenza fossile, e invece
è stata un’altra occasione persa, in buona parte per via di come la crisi del
2021-23 è stata raccontata.
> In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a
> proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri
> interlocutori è quella di essere “ideologici”. Ma è possibile fare un
> dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il
> contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è
> più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un
> obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della
> civiltà umana per come la conosciamo?
Ci siamo abituati a dare per scontata una disponibilità energetica che fino a
prima della rivoluzione industriale era impensabile: nel giro di 200 anni
l’energia usata dalla popolazione mondiale è aumentata di diverse decine di
volte. Una crescita senza precedenti, che ha favorito un progresso altrimenti
inimmaginabile, ma sarebbe assurdo pensare che questo ritmo possa essere
mantenuto indefinitamente.
> L’ideologia più pericolosa è quella che tratta come infinito il capitale
> naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale frutto di un lungo
> processo di sedimentazione e interconnessione, che non si ricostruisce a colpi
> di investimenti o manovre economiche.
Basta dare un’occhiata ai report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate
Change) o anche solo alle curve di crescita degli ultimi 30 anni, per rendersi
conto che l’ideologia più pericolosa è quella che normalizza lo sfruttamento
crescente delle risorse e degli ecosistemi, affidandosi a modelli di sviluppo
che trattano come infinito il capitale naturale su cui si regge la nostra
civiltà. Un capitale che è frutto di decine di migliaia di anni di
sedimentazioni e interconnessioni, e che non si ricostruisce a colpi di
investimenti o manovre economiche.
Ma per smontare questa ideologia dobbiamo prima liberarci di una dipendenza dal
fossile che non è solo economica, ma anche psicologica e culturale. E per
liberarci di questa dipendenza un passo utile è sfatare i tanti falsi miti che
incrostano il discorso energetico: ad esempio l’idea che il futuro dell’energia
siano l’idrogeno e le biomasse; o che allo stato attuale non possiamo
permetterci una transizione rapida (economicamente parlando, è vero il
contrario); o che non siamo ancora in grado di sfruttare le energie rinnovabili
su larga scala (eolico e fotovoltaico oggi sono le fonti in più rapida
crescita); o che le tecnologie rinnovabili siano meno efficienti di quelle
fossili. Quest’ultima falsità è particolarmente insidiosa, perché va a prendere
uno dei difetti propria della produzione fossile e lo ribalta in un salto
carpiato. Per come è strutturata la filiera fossile, infatti, il 62,5%
dell’energia che usiamo viene dissipata e non svolge nessun lavoro, un colabrodo
energetico inaggirabile:
> Tutte le tecnologie che vengono proposte per la decarbonizzazione sono molto
> più efficienti di quelle attuali. Guardando i dati a volte potremmo essere
> tratti in inganno e pensare che non sia così: centrali a gas e carbone hanno
> un’efficienza del 33-50%, mentre i pannelli fotovoltaici “solo” del 30%. Ma
> una volta bruciato il carbone, il petrolio o il gas, quella risorsa non c’è
> più. Mentre usare il vento o la radiazione solare non intacca alcun patrimonio
> e non consuma nulla: avremmo già un miglioramento energetico anche con
> un’efficienza irrisoria. Perciò con le rinnovabili non solo possiamo generare
> elettricità eliminando gli sprechi, ma anche recuperare energia che altrimenti
> andrebbe perduta.
Uno dei maggiori meriti di questo libro, è la sua capacità di mostrare come la
transizione ecologica non possa essere unicamente una transizione energetica, ma
debba necessariamente prevedere anche un cambio di paradigma culturale. Per un
libro che parla di energia non è affatto una cosa scontata. Ma nemmeno inattesa,
considerando che, come abbiamo visto, uno dei primi concetti affrontati
dall’autore è quello di “dipendenza”. Se è relativamente semplice individuare
nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più
difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile
allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre
porta con sé.
[/blockquote] A giudicare dagli ultimi chiari di luna, esiste la possibilità
concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le
dinamiche di potere esistenti. [/blockquote]
Prendiamo l’automobile: come Ruggieri spiega bene in un capitolo dedicato alle
auto elettriche e alla mobilità sostenibile, a partire da inizio Novecento
l’automobile ha colonizzato il nostro immaginario, prendendosi uno spazio
enorme. Pensiamo ai film, allo sport, alle pubblicità, ma anche a come sono
costruite le nostre città. “Per generazioni”, scrive Ruggieri, “l’automobile è
stata sinonimo di emancipazione, libertà, futuro”. Questo ha contribuito a far
sì che gli impatti negativi dovuti alla sua diffusione siano sempre sembrati
trascurabili rispetto ai vantaggi prodotti.
> A conti fatti, quando ci spostiamo con un’automobile dotata di motore a
> combustione, è come se ci stessimo muovendo a bordo di una stufa. Una stufa in
> grado di convertire in moto solo una frazione minima del calore, che disperde
> energia sia quando accelera sia quando frena, e che per portare una persona di
> corporatura media deve spostare una massa 10-15 volte superiore. Tutto questo
> fa sì che quando usiamo un’automobile tradizionale per muoverci consumiamo 100
> volte l’energia che sarebbe teoricamente necessaria.
Un altro merito è quello di fornire un punto d’osservazione obliquo su questioni
che tendono a essere inquadrate sempre con le stesse angolazioni. Il caso delle
auto elettriche, a proposito, è emblematico. Mentre il discorso pubblico tende a
imporre una dicotomia falsata – da un lato chi vorrebbe mantenere in strada le
auto a motore termico, dall’altro chi invece sostituirebbe ogni veicolo fossile
con uno elettrico – Ruggieri insiste sulla necessità di ripensare la mobilità,
riducendo il numero di auto in circolazione, potenziando un trasporto pubblico
sostenibile, orientando le politiche cittadine alla sicurezza stradale e alla
sostenibilità.
> Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di
> dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto
> ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo
> fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé.
Ed è qui che il libro si apre a un discorso meno tecnico e più sociale. Perché
per quanto sia fuori discussione che abbiamo bisogno urgente di una transizione
ecologica, è anche vero che questa transizione non sarà automaticamente giusta.
A giudicare dagli ultimi chiari di luna, anzi, esiste la possibilità concreta
che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche
di potere esistenti. Per evitare che ciò succeda, è necessario tenere conto
delle ricadute sociali che ogni cambiamento strutturale inevitabilmente finisce
per creare, e orientare questo necessario cambio di rotta verso una riduzione
delle disuguaglianze e a una effettiva democrazia energetica:
> Sappiamo bene come le grandi aziende di fornitura energetica siano state in
> grado di moltiplicare a dismisura i propri profitti, i dividendi e i compensi
> per i propri dirigenti, anche in situazioni di crisi generale. E sappiamo
> altrettanto bene come i grandi paesi esportatori abbiano potuto accumulare
> enormi ricchezze che nel peggiore dei casi finiscono a finanziare invasioni e
> guerre, come è successo negli ultimi anni in Ucraina, in Yemen e in
> Nagorno-Karabakh. Le tecnologie della transizione invece possono essere
> dispiegate su scala molto diversa, e in impianti molto più vicini al
> consumatore finale. […] La partecipazione popolare alla transizione potrà
> ulteriormente rafforzarsi attraverso strumenti come l’autoconsumo collettivo e
> le comunità energetiche rinnovabili, che consentono la condivisione a livello
> locale dell’energia elettrica prodotta in impianti rinnovabili.
Dicevamo all’inizio che l’argomento energetico viene spesso ostracizzato da
molte conversazioni e che in parte ciò è dovuto al modo superficiale e
frammentario in cui è stato raccontato. Se questo libro funziona così bene è
anche perché è strutturato in modo da mettere in relazione i tanti aspetti della
questione, fornendo uno sguardo ampio che rende naturale al lettore trovare i
punti di contatto tra problemi che è abituato a considerare separati. A
giudicare da questo libro, Ruggieri sarebbe in grado di dare l’argomento
energetico in pasto a una tavolata di persone tutt’altro che propense, e
innescare una conversazione che duri fino agli amari. In tempi di capitalismo
dopaminergico, falsi miti, e attenzione frammentata, non è cosa da poco.
L'articolo Le energie del mondo di Gianluca Ruggieri proviene da Il Tascabile.
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile
al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di
provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è
diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un
animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di
osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di
stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di
Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale,
scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il
lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da
Iperborea nella traduzione di Luca Fusari.
Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia,
Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a
partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere
infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di
Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare
GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato
Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi
quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha
tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli
incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il
congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo
chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite.
> Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e
> il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000
> chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia.
Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza,
politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole,
racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile
instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla
pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno
iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo
ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e
sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente
riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito
areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un
ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione.
Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli
umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio
sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse
tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è
spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui
percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore:
> Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi
> impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede
> nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile
> all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo
> del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E
> così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa
> riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche.
Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le
fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in
questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni
che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i
confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo
migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo
vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza
e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con
tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra
società e di difendere le sue radici e tradizioni.
> A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo,
> favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come
> l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione.
L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel
2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere
Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è
la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già
nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le
comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon
(2019).
Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui
pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto
toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert
Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che
ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf
Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e
cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane,
scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in
Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite
causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie
come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano
riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della
vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi,
seppur complessa, è possibile.
Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni
scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di
Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato
dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento
inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di
Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il
simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato
di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e
foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che
polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può
dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa
l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del
ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022:
> Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa
> capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più
> fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione
> dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora.
> La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo
> tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo
> fermarlo.
Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di
Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci
possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze
delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un
legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità
per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un
razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal
comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli
umani.
> Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo
> migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo
> vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di
> sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue
> radici e tradizioni.
Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo
aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature
e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di
pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso
ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della
Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo
da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono
numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi
mammiferi.
Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola
storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci
la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di
ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo.
Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca,
la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒
animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per
quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non
voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico
salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo.
L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.