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Il veleno che contamina la mente
L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa. Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni. I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni, decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica. Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee. Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e proteggerli. > Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8 > nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli > ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi > ancora attraverso il latte durante l’allattamento. Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice. Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione. Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel loro sangue da anni. Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un po’ di mal di gola. > Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti: > tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che > per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli > erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli. C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto, della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002, quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente, arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità. Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il 2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di 2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75% di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio, a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero. Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari, mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo. La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più inevitabile. > Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più > inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della > sopravvivenza psichica. È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo, riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come “indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia. Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel 1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti. Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno. Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il ritmo della morte industriale. Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale, un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era “All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato. Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha dovuto ridefinire completamente la propria identità. > L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni > bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha > dovuto ridefinire completamente la propria identità. “Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto. Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo – a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””, non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma, elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo né esserne completamente schiacciati. Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto, trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né cancellabile. Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case, campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta. Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone: “Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è difficilissimo richiudere. > Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle > conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo. La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del 2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno. Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi, che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia significativamente superiori al resto della città. Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva, dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate, del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano, almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie? Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione – ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva, evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di sapere. > La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto > per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è > che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla > contaminazione e dalle sue conseguenze. L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente. A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere soggetti attivi della propria vita. Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa, alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli. > Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando > queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno > ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza, di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni. Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi” o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali, economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale. C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal mare. > Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non > dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in > militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori, perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi, scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che vivevano pensando di essere al sicuro. La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti, sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai lavori che l’amianto causava il mesotelioma. Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone. Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale, sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di conseguenza. Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani, dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni. Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso – che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura, ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente, non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in nessun luogo. Mai più. L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
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Giochi Preziosi
I l 7 febbraio 2026 diecimila persone si trovano in piazza Medaglie d’Oro a Milano per protestare contro l’insostenibilità dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina. Tra di loro ci sono movimenti, sigle politiche e sindacali, cittadine e cittadini. In una narrazione di gadget gratuiti e villaggi temporanei firmati da multinazionali, che poco si avvicina ai valori sportivi su cui un’olimpiade dovrebbe fondarsi, esiste una contronarrazione tenace che dal 2019, quando l’Italia ha vinto l’assegnazione per il 2026, racconta le storture economiche e sociali dietro i grandi eventi internazionali. Il tema è complesso e si allontana, in questo caso, dall’argomento che dovrebbe essere centrale: lo sport. Tra le persone che si sono occupate di questa contronarrazione, c’è Beatrice Citterio, ricercatrice in design per i beni culturali e paesaggistici alla Libera Università di Bolzano, con un progetto di dottorato dedicato all’impatto delle Olimpiadi Invernali 2026 sui territori coinvolti, con particolare focus sulle aree dell’arco alpino. Lo strumento che Citterio ha scelto è la macchina fotografica, mezzo che consente di congelare in singoli istanti le trasformazioni subite dagli ecosistemi dall’inizio dei lavori. Il progetto si articola in due volumi cartacei pubblicati nell’inverno 2024-25 e nell’inverno 2025-26, intitolati Giochi Preziosi I e II, che riportano le immagini raccolte da Citterio, affiancate a testi critici e spiegazioni tecniche. I due volumi sono poi integrati da una produzione parallela di articoli di approfondimento reperibili online. Citterio non ha studiato fotografia ma ha iniziato a usare la macchina fotografica come mezzo documentario durante la tesi magistrale sull’industria dello sci. Il supporto visivo è funzionale a un lavoro che si svolge in larga parte sul campo, sia da un punto di vista pratico, per il ricordo individuale, sia da un punto di vista metodologico. Un progetto dedicato a dei “lavori in corso”, sogno di tutti gli “umarell” milanesi, è un progetto per sua natura effimero, che analizza una dimensione passeggera di cui, finiti i grandi lavori, rischia di non restare una testimonianza efficace. “È stata una pratica comune a quasi tutti i giornalisti e ricercatori impegnati sui lavori per le Olimpiadi: c’è chi ha preferito un medium fotografico o video e chi si è servito di immagini satellitari”, mi ha spiegato Citterio da Base, a Milano, dove le sue fotografie sono esposte fino al 22 marzo. Ci siamo incontrate nel giorno di apertura dei giochi olimpici, in una Milano deserta a causa dei blocchi stradali e della chiusura delle scuole: un’atmosfera che non si respirava dai mesi del Covid. Gli unici rumori, mentre attraversavo la città da nord a sud, erano le sirene della polizia e il rombo degli elicotteri. La fotografia consente, a differenza di altri medium, di collegare le immagini sia tra loro sia al contesto generale, diventando una lente per individuare le questioni più rilevanti. Questo è l’aspetto principale che effettivamente emerge dalla ricerca: le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio, tramite l’immagine del cratere di un lago artificiale o di una piazza bloccata dai lavori, dove i passanti vengono instradati attraverso camminamenti prestabiliti come minuscole formichine. Il distacco tra natura e cultura si esprime attraverso fotografie in cui le persone non sono presenti, se non come mezzo di contrasto per raccontare l’opera in divenire, il cantiere, insomma quello che l’umano stesso produce. Le poche presenze umane nelle pagine di Giochi Preziosi sono appunto minuscole formiche, che offrono una scala per valutare le dimensioni delle opere monstre che producono, dei loro formicai. In altre foto, la presenza umana rappresenta invece la società civile: due ragazzi di spalle su un ponte che guardano un palazzo mentre viene sventrato, un gruppo riunito per un presidio, megafoni e striscioni a una manifestazione. > Le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di > urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un > processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio. Giochi Preziosi ricorda un altro progetto critico editoriale e fotografico sulla gestione dei lavori olimpici, The Sochi Project del fotografo Rob Hornstra e del giornalista Arnold van Bruggen, una mastodontica ricerca sociale e politica partita dalle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014 e dai loro enormi costi (i maggiori di sempre: 51 miliardi di dollari di spesa pubblica), per indagare attraverso i giochi dinamiche locali specifiche. The Sochi Project si articola in una serie molto ampia di materiali, con numerose pubblicazioni tra cui anche fanzine. Le dinamiche sociopolitiche russe hanno una complessità con cui in Italia, per fortuna, non dobbiamo confrontarci, ma l’impatto sulle comunità locali di un grande evento internazionale è il punto cardine anche di Giochi Preziosi. Nel caso specifico di Citterio, la scelta di pubblicare le fotografie su due riviste autoprodotte, per dimensioni e tipo di carta analoghe a comuni quotidiani, nasce da una riflessione sull’assenza di un racconto critico sulle Olimpiadi sulle testate nazionali. “Un’occasione mancata per fare informazione a servizio dei cittadini”, dice Beatrice Citterio: “Un’informazione raccolta in questi anni quasi solamente da realtà giornalistiche indipendenti come Altreconomia, LaViaLibera, o la campagna Open Olympics, da quotidiani locali, o in alcuni casi riportata da programmi d’inchiesta come Report, ma assente dai grandi giornali nazionali. Come abitante di Milano e di Bolzano dove avrei voluto vedere queste immagini? Sul giornale”.   Il cantiere dell’Hotel Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, Belluno (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio) Il lavoro dietro Giochi Preziosi non è di stampo giornalistico (ma è una base interessante a cui attingere anche per un lavoro giornalistico), però sviluppa un racconto culturale e sociale narrativo. Spesso, quando si leggono i dati si vedono solo numeri, cifre che non riusciamo a immaginare in modo vivo al di là della pagina. Quanti sono nella pratica 500 larici abbattuti per fare posto a una pista da bob? Tanti, sicuramente. Resta il fatto che l’impatto emotivo delle foto di una foresta devastata sia diverso rispetto a una tabella piena di cifre. Basti pensare alle immagini impressionanti che sono circolate a fine 2018, dopo la tempesta Vaia che ha distrutto le foreste del Triveneto. Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione e l’oggetto giornale e l’oggetto fotografia, grazie a mostre e presentazioni, si amplificano, dando vita a una discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere. Se nel primo volume di Giochi Preziosi il focus di questa narrazione sono appunto le grandi opere, nel secondo acquistano spazio le comunità locali. La vita in montagna nel racconto di Citterio perde l’aura di romanticismo spesso erroneamente fantasticata da gente di città che un paio di volte all’anno parte per respirare quella che immagina sia “autenticità”. Nei paesi dell’arco alpino le comunità si stanno disgregando, con una progressiva perdita dei servizi essenziali e la pressione del turismo di massa. La montagna viene così svincolata dall’idea di un’alternativa alla città incontaminata, per costruire un racconto più realistico, in cui sono evidenziate e analizzate in maniera sistemica le fragilità dei singoli territori, a partire dagli investimenti turistici. Dare voce alle comunità locali è parte di questo lavoro e il secondo numero di Giochi Preziosi presenta tre contributi esterni. Il primo, di Roberta de Zanna, consigliera comunale di Cortina bene comune, e il secondo, a cura del Comitato per la tutela dell’Alute di Bormio, sono testi elaborati precedentemente, mentre il terzo, del collettivo valtellinese Perestroijka, è stato scritto appositamente per il progetto. Roberta de Zanna riflette sul concetto di identità di una comunità alla luce di un racconto dominante che si è focalizzato su simboli come tradizione, artigianalità e nazionalità che hanno plasmato e snaturato l’identità montana trasformando l’arco alpino in un luogo di turismo di massa. > Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione, dando vita a una > discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono > sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere. De Zanna indica come i progetti olimpionici abbiano comportato delle modifiche nella proprietà e nell’aspetto di immobili e luoghi, minando ulteriormente dall’alto un’identità locale già martoriata. Nonostante questo, il dissenso espresso dalla popolazione rispetto ai progetti legati alle Olimpiadi non è stato ascoltato e non sono state effettuate mediazioni soddisfacenti. Se infatti economie, contesti sociali ed ecosistemi, tra montagna e città, sono profondamente differenti, i processi decisionali che hanno interessato le grandi opere per queste Olimpiadi sono risultati al grande pubblico fumosi, mentre l’accelerazione burocratica connaturata ai grandi eventi ha messo in secondo piano le istanze delle comunità montane e della popolazione coinvolta nelle aree di interesse. Rispetto alla città, poi, le grandi modifiche strutturali risultano più impattanti in luoghi con una densità abitativa minore e, soprattutto, molto più visibili in un ambiente in cui la natura è preponderante. Si evidenzia così un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco, non ha garantito le istanze dei residenti (nel caso del contributo di de Zanna della popolazione ampezzana) e non ha previsto una consultazione popolare attiva. Un discorso simile vale per la cosiddetta tangenzialina dell’Alute, che da una ventina d’anni continua a tornare nel discorso pubblico. La tangenzialina, con un costo di circa 7 milioni, dovrebbe tagliare la piana agricola dell’Alute, un’area di grande importanza ambientale, una distesa di prati che segna l’ingresso a Bormio dalla Valtellina. I lavori risultano al momento in riprogrammazione e ai cittadini è stato negato il referendum abrogativo. Il contributo del Comitato per la tutela dell’Alute è interessante perché segue nel dettaglio gli step che hanno portato alla negazione di un referendum popolare su un’opera che è sempre stata presentata come di interesse pubblico. Il collettivo Perestroijka, invece, sposta il discorso sulla bassa valle, che sperimenta una quotidianità con tutte le problematiche delle valli ad alta quota, come l’isolamento, la carenza di servizi e la stagionalità. “I punti di turismo ad altitudine medio-alta sono come atolli che accumulano tutte le risorse su di sé, lasciando alla bassa valle sostanzialmente il traffico generato per raggiungerli. Nella bassa Valtellina l’industria non ha più la forza di una volta e i pochi fondi sono principalmente volti alla creazione di infrastrutture per arrivare nelle aree turistiche ad altitudine maggiore. Le aree più basse vengono così sostanzialmente deprivate, riducendosi al ruolo di oggetto di investimenti logistici che non sono direttamente rivolti a loro ma le attraversano e snaturano”, spiega Citterio.   La nuova cabinovia e i cannoni per l’innevamento programmato a Socrepes, Cortina d’Ampezzo, Belluno, estate 2025 (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio). I movimenti di protesta per le grandi opere olimpiche hanno caratterizzato la vita degli ultimi anni dei comuni montani di Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno e Anterselva, aree già segnate da problemi come le difficoltà dei collegamenti stradali, lo spopolamento, l’assenza dei servizi essenziali come negozi, scuole e, soprattutto, cliniche e poli ospedalieri. La protesta, nelle zone montane, è stata caratterizzata da una trasversalità politica, in un contesto sociale in cui l’appartenenza a fedi e partiti è molto più sfumata rispetto al laboratorio politico rappresentato dalle città, storicamente più polarizzate. Nelle comunità montane, dove non esiste anonimato e nella stessa famiglia ci possono essere persone che lavorano in industrie coinvolte nel lavoro turistico o, in questo caso, olimpico, protestare può comportare un costo personale più alto. > Si evidenzia un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco: non > ha garantito le istanze dei residenti e non ha previsto una consultazione > popolare attiva. A Milano, invece, si è costituito un movimento dal basso, il Comitato insostenibili Olimpiadi. Un CIO diverso da quello ufficiale quindi, che nei giorni di inaugurazione dei giochi olimpici ha temporaneamente occupato un palazzetto sportivo dismesso nel quartiere di Lampugnano (Palasharp), nella periferia ovest di Milano. L’occupazione ha ricalcato il modello delle TAZ, le Zone temporaneamente autonome teorizzate dal filosofo anarchico Hakim Bey, spazi autogestiti per un lasso di tempo determinato con finalità politiche di deistituzionalizzazione di stampo libertario. Al Palasharp occupato, il Comitato insostenibili Olimpiadi ha promosso quelle che ha chiamato Utopiadi, con delle giornate di sport popolare che hanno affiancato i cortei di protesta. La narrazione delle Olimpiadi Invernali 2026 è stata fin dall’inizio semplicistica, anche solo a partire dal nome “Milano-Cortina”. Fermo restando che tra Milano e Cortina, in provincia di Belluno, passano comunque 400 chilometri, i giochi non riguardano solo questi due poli. Come mi ha spiegato Citterio: “Il nome con cui sono conosciuti i giochi olimpici 2026 ha spostato l’attenzione da tutte le altre aree interessate, come Bormio e Livigno, che si trovano in Valtellina, in provincia di Sondrio, Predazzo e Tesero, in Val di Fiemme, in provincia di Trento, e Anterselva, che è in Val Pusteria, quindi in provincia di Bolzano. In più c’è Verona, dove si chiudono i giochi invernali e si inaugurano i giochi paralimpici. Chi segue lo sport magari è consapevole che una determinata gara si svolga a Bormio, ma non è detto che percepisca quanto è stato fatto per portare effettivamente quella gara a Bormio, investimenti, opere, eccetera”. Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene così messo in dubbio dalle controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Come si legge su Openpolis, quando si parla di sostenibilità bisogna considerare come avvengono le candidature ai giochi olimpici. Il Comitato interazionale olimpico (CIO o IOC) vaglia il dossier di candidatura che, per Milano-Cortina, si è fondato sul tema della sostenibilità e dell’abbassamento dei costi (argomenti cardine dell’Agenda olimpica 2020 a cui i Paesi ospitanti devono per forza attenersi), il basso impatto ambientale tramite il ricorso a strutture preesistenti e l’attenzione alla mobilità sostenibile e alle comunità locali. La spesa pubblica per le Olimpiadi 2026, tuttavia, si attesta sui 6 miliardi, il trasporto e le opere stradali correlate favoriscono il trasporto privato, quindi il traffico in aree molto distanti tra loro e con problematiche di connessioni stradali. Peraltro chiunque prenda la macchina per spostarsi da Milano durante il fine settimana, a prescindere dai giochi olimpici, ne è ben consapevole: il traffico verso le comunità montane è sempre altissimo, i collegamenti stradali sull’arco alpino interessati spesso da gravi disagi e gli spostamenti pubblici, superati i grandi centri abitati, non coprono adeguatamente le tratte. L’avanzamento dei lavori può essere monitorato attraverso il portale Simico.it della Società infrastrutture Milano-Cortina, che si occupa della realizzazione delle opere. Lo stato dei lavori, come da disclaimer del sito, deve essere aggiornato a 45 giorni. Al 16 febbraio 2026, gli interventi completati sono 40 su 98, 29 su 98 sono in fase di esecuzione, 27 in fase di progettazione e 2 sono in fase di gara. Questo implica che i lavori per svariati interventi infrastrutturali, in particolare snodi stradali come la variante di Cortina, siano pensati per essere iniziati in seguito ai giochi olimpici, con una serie di costi extra che rischiano di aumentare prima della conclusione dell’intervento. > Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la > candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene messo in dubbio dalle > controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Le Olimpiadi, come qualsiasi grande evento, sono state segnate da un’accelerazione delle pratiche e da un mancato confronto con la popolazione, locale e non, sulla spesa pubblica. “Non bisogna dimenticare”, dice Citterio, “che il sostegno economico degli sponsor è piuttosto basso, perché contribuiscono alla quota messa a disposizione dal CIO. L’impatto, per quanto riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina è molto più visibile sull’arco alpino perché interessa le risorse: energia, acqua, aria terreno. A Milano, invece, è meno visibile, perché è prevalentemente di natura sociale”. Una visione fondamentalmente diversa dal racconto che negli ultimi anni è stato portato avanti dai media mainstream. La narrazione che è emersa, soprattutto a ridosso dell’inizio della cerimonia inaugurale è però una narrazione tardiva, che non può più influenzare quanto fatto. Le problematiche dell’abitare sono note a Milano ed evidenziate dalle inchieste di urbanistica che hanno occupato il discorso pubblico negli ultimi mesi e che hanno coinvolto anche COIMA SGR, holding finanziaria che gestisce con Convivio e Prada Holding il Villaggio olimpico 2026. Villaggio olimpico che, a giochi conclusi, ospiterà uno studentato con stanze dal costo di quasi 1000 euro al mese. La crisi abitativa si riflette in maniera piuttosto speculare sulle terre alte, flagellate da un turismo di massa che, più che associarsi a una crescita di benessere economico e sociale, si affianca piuttosto a un aumento del costo degli affitti a lungo termine, alla perdita dei servizi di base e a un progressivo spopolamento delle comunità.   (fot. per gentile concessione Beatrice Citterio). Per fare solo un paio di esempi, la piscina di Cortina, di cui potrebbe usufruire tutta la cittadinanza (e, chissà, giovani aspiranti nuotatrici e nuotatori), è chiusa da 14 anni mentre l’emblematica pista da bob avrà un utilizzo limitato vista la scarsa pratica di questo sport, peraltro prettamente invernale, con una potenziale perdita di 500.000 euro all’anno circa (ricordiamo poi che il CIO aveva espresso parere positivo sull’utilizzo degli impianti già in essere a Innsbruck). A Bormio, invece, dove manca l’ospedale è stato costruito un policlinico in vista delle Olimpiadi, ma si tratta di un’infrastruttura temporanea che verrà demolita con la conclusione dei giochi, e senza un ospedale di prossimità gli abitanti della zona devono continuare a rivolgersi a Sondrio, Milano, o Lecco. Oppure riportando il discorso su Cortina, il Villaggio olimpico di Fiames è un’altra infrastruttura temporanea, su cui si è preferito investire invece di rivalutare edifici già esistenti. I processi accelerati dalle Olimpiadi si innestano quindi su territori già toccati da problematiche di esclusione sociale preesistenti e da una gentrificazione crescente correlata all’espansione turistica e all’inaccessibilità dei prezzi, facendole esplodere. Come si può pensare, allora, che una persona possa abitare e lavorare in un territorio dove mancano i servizi di base, dall’alimentari, alla piscina, alla palestra? Se Ampezzano e Cadore hanno assistito a un’impennata dei prezzi nell’ultimo quinquennio, lo stesso è avvenuto in varie zone di Milano. In un quest’ultimo caso, se molti processi sono stati indipendenti dai giochi olimpici, la riqualificazione di alcune aree, come quella dello scalo ferroviario di Porta Romana, hanno strettamente a che fare con le Olimpiadi. Uno strumento utile per chi volesse approfondire le speculazioni edilizie è il saggio Oro colato di Duccio Facchini e Luigi Casanova (2025), che mappa con precisione le operazioni immobiliari associate alle Olimpiadi Milano-Cortina. > Il turismo di massa, più che associarsi a una crescita di benessere economico > e sociale, implica un aumento del costo degli affitti a lungo termine, la > perdita dei servizi di base e un progressivo spopolamento delle comunità. Tornando a Giochi Preziosi, l’idea di Citterio è quella di non fermarsi al secondo volume, ma di continuare a monitorare anche il dopo-olimpiade. Le modifiche del territorio, spiega, sono ormai irreversibili, ma ci sono ancora manovre di azione possibili su opere non ancora iniziate e fondi non ancora vincolati (per esempio la tangenzialina dell’Alute, già nominata). Sono diverse e con diverse personalità le figure che si sono occupate di inchieste sull’organizzazione dei giochi olimpici 2026. Dalla montagna alla città quello che emerge dai movimenti di protesta e dal lavoro giornalistico di inchiesta è che, in mancanza di un’efficace sorveglianza “dall’alto”, sia stato necessario lo sviluppo di una sorveglianza “dal basso”. Persone, quindi, che si occupano del loro territorio, a livello di cittadinanza e a livello di movimento politico. Quando ci chiediamo cosa resterà delle grandi opere pensate per Milano-Cortina 2026, se saranno mai completate (dalle inchieste della rivista La Vialibera non sembra mai essere stato istituito il Forum per la sostenibilità dell’eredità olimpica di Milano-Cortina 2026) dobbiamo considerare che la sorveglianza sarà civile e popolare e dipenderà in larga parte dal coinvolgimento dei singoli cittadini e delle comunità interessate dai cambiamenti strutturali, a Milano come sull’arco alpino. L'articolo Giochi Preziosi proviene da Il Tascabile.
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Le energie del mondo di Gianluca Ruggieri
C hiunque abbia provato a sollevare l’argomento durante una cena tra amici, o in un altro contesto non specialistico, sa bene che l’energia non è uno di quei temi che riscuotono troppo successo. A meno che non si finisca a parlare di bollette, o che qualcuno sbatta sul tavolo la carta jolly del nucleare, difficilmente la conversazione prenderà slancio, ed è probabile che nel giro di poco qualcuno provi a sterzare la conversazione su un binario più rassicurante. Un po’ come il riscaldamento globale, l’energia è uno di quegli argomenti tanto importanti quanto apparentemente respingenti. Il che è curioso, perché a ben vedere è l’elefante presente in tantissime stanze: quella climatica, quella geopolitica, quella economica, ha un ruolo centrale nel lavoro come nel costo della vita, per non parlare dell’intelligenza artificiale. Il problema è che, per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli peggio raccontati. Nel suo Le energie del mondo (2025), Gianluca Ruggieri, ricercatore e docente di fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, prova a rimediare a decenni di narrazioni superficiali e strumentali, ponendosi l’obiettivo di restituire la complessità delle questioni energetiche senza per questo farti cadere il mento sul petto. > Per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per > funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo > poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli più strumentalizzati e > peggio raccontati. Da lontano, lo si potrebbe scambiare per un vademecum per chi voglia farsi un’idea delle sfide legate al settore energetico e colmare le varie lacune. Intendiamoci, per certi versi lo è: parliamo di uno di quei libri che anche una volta finiti tieni a portata di mano, ritornando all’occorrenza su alcuni capitoli specifici. Ma è anche un libro capace di fornire una chiave di lettura per comprendere meglio l’attualità, e volendo, una bussola per orientarcisi. Che non si tratti del solito libro sull’energia è chiaro fin dalla prima parte, in cui Ruggieri mette in relazione due concetti solo in apparenza slegati, quello di “dipendenza” e quello di “ideologia”. Ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni di storia energetica italiana, l’autore mostra in quale modo il nostro Paese abbia sviluppato una dipendenza dai combustibili fossili, come questa dipendenza abbia alimentato un’illusione di sicurezza energetica, e come nel periodo postpandemico l’illusione sia andata in frantumi. “In Italia, in particolare, nel 2020 il 40% dell’energia primaria era fornito dal gas naturale” scrive Ruggieri “E circa il 38% del gas naturale utilizzato proveniva dalla Russia”. Poteva essere un punto di svolta, una presa di coscienza pur tardiva delle conseguenze economiche e geopolitiche di una dipendenza fossile, e invece è stata un’altra occasione persa, in buona parte per via di come la crisi del 2021-23 è stata raccontata. > In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a > proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri > interlocutori è quella di essere “ideologici”. Ma è possibile fare un > dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il > contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è > più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un > obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della > civiltà umana per come la conosciamo? Ci siamo abituati a dare per scontata una disponibilità energetica che fino a prima della rivoluzione industriale era impensabile: nel giro di 200 anni l’energia usata dalla popolazione mondiale è aumentata di diverse decine di volte. Una crescita senza precedenti, che ha favorito un progresso altrimenti inimmaginabile, ma sarebbe assurdo pensare che questo ritmo possa essere mantenuto indefinitamente. > L’ideologia più pericolosa è quella che tratta come infinito il capitale > naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale frutto di un lungo > processo di sedimentazione e interconnessione, che non si ricostruisce a colpi > di investimenti o manovre economiche. Basta dare un’occhiata ai report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) o anche solo alle curve di crescita degli ultimi 30 anni, per rendersi conto che l’ideologia più pericolosa è quella che normalizza lo sfruttamento crescente delle risorse e degli ecosistemi, affidandosi a modelli di sviluppo che trattano come infinito il capitale naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale che è frutto di decine di migliaia di anni di sedimentazioni e interconnessioni, e che non si ricostruisce a colpi di investimenti o manovre economiche. Ma per smontare questa ideologia dobbiamo prima liberarci di una dipendenza dal fossile che non è solo economica, ma anche psicologica e culturale. E per liberarci di questa dipendenza un passo utile è sfatare i tanti falsi miti che incrostano il discorso energetico: ad esempio l’idea che il futuro dell’energia siano l’idrogeno e le biomasse; o che allo stato attuale non possiamo permetterci una transizione rapida (economicamente parlando, è vero il contrario); o che non siamo ancora in grado di sfruttare le energie rinnovabili su larga scala (eolico e fotovoltaico oggi sono le fonti in più rapida crescita); o che le tecnologie rinnovabili siano meno efficienti di quelle fossili. Quest’ultima falsità è particolarmente insidiosa, perché va a prendere uno dei difetti propria della produzione fossile e lo ribalta in un salto carpiato. Per come è strutturata la filiera fossile, infatti, il 62,5% dell’energia che usiamo viene dissipata e non svolge nessun lavoro, un colabrodo energetico inaggirabile: > Tutte le tecnologie che vengono proposte per la decarbonizzazione sono molto > più efficienti di quelle attuali. Guardando i dati a volte potremmo essere > tratti in inganno e pensare che non sia così: centrali a gas e carbone hanno > un’efficienza del 33-50%, mentre i pannelli fotovoltaici “solo” del 30%. Ma > una volta bruciato il carbone, il petrolio o il gas, quella risorsa non c’è > più. Mentre usare il vento o la radiazione solare non intacca alcun patrimonio > e non consuma nulla: avremmo già un miglioramento energetico anche con > un’efficienza irrisoria. Perciò con le rinnovabili non solo possiamo generare > elettricità eliminando gli sprechi, ma anche recuperare energia che altrimenti > andrebbe perduta. Uno dei maggiori meriti di questo libro, è la sua capacità di mostrare come la transizione ecologica non possa essere unicamente una transizione energetica, ma debba necessariamente prevedere anche un cambio di paradigma culturale. Per un libro che parla di energia non è affatto una cosa scontata. Ma nemmeno inattesa, considerando che, come abbiamo visto, uno dei primi concetti affrontati dall’autore è quello di “dipendenza”. Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé. [/blockquote] A giudicare dagli ultimi chiari di luna, esiste la possibilità concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche di potere esistenti. [/blockquote] Prendiamo l’automobile: come Ruggieri spiega bene in un capitolo dedicato alle auto elettriche e alla mobilità sostenibile, a partire da inizio Novecento l’automobile ha colonizzato il nostro immaginario, prendendosi uno spazio enorme. Pensiamo ai film, allo sport, alle pubblicità, ma anche a come sono costruite le nostre città. “Per generazioni”, scrive Ruggieri, “l’automobile è stata sinonimo di emancipazione, libertà, futuro”. Questo ha contribuito a far sì che gli impatti negativi dovuti alla sua diffusione siano sempre sembrati trascurabili rispetto ai vantaggi prodotti. > A conti fatti, quando ci spostiamo con un’automobile dotata di motore a > combustione, è come se ci stessimo muovendo a bordo di una stufa. Una stufa in > grado di convertire in moto solo una frazione minima del calore, che disperde > energia sia quando accelera sia quando frena, e che per portare una persona di > corporatura media deve spostare una massa 10-15 volte superiore. Tutto questo > fa sì che quando usiamo un’automobile tradizionale per muoverci consumiamo 100 > volte l’energia che sarebbe teoricamente necessaria. Un altro merito è quello di fornire un punto d’osservazione obliquo su questioni che tendono a essere inquadrate sempre con le stesse angolazioni. Il caso delle auto elettriche, a proposito, è emblematico. Mentre il discorso pubblico tende a imporre una dicotomia falsata – da un lato chi vorrebbe mantenere in strada le auto a motore termico, dall’altro chi invece sostituirebbe ogni veicolo fossile con uno elettrico – Ruggieri insiste sulla necessità di ripensare la mobilità, riducendo il numero di auto in circolazione, potenziando un trasporto pubblico sostenibile, orientando le politiche cittadine alla sicurezza stradale e alla sostenibilità. > Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di > dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto > ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo > fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé. Ed è qui che il libro si apre a un discorso meno tecnico e più sociale. Perché per quanto sia fuori discussione che abbiamo bisogno urgente di una transizione ecologica, è anche vero che questa transizione non sarà automaticamente giusta. A giudicare dagli ultimi chiari di luna, anzi, esiste la possibilità concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche di potere esistenti. Per evitare che ciò succeda, è necessario tenere conto delle ricadute sociali che ogni cambiamento strutturale inevitabilmente finisce per creare, e orientare questo necessario cambio di rotta verso una riduzione delle disuguaglianze e a una effettiva democrazia energetica: > Sappiamo bene come le grandi aziende di fornitura energetica siano state in > grado di moltiplicare a dismisura i propri profitti, i dividendi e i compensi > per i propri dirigenti, anche in situazioni di crisi generale. E sappiamo > altrettanto bene come i grandi paesi esportatori abbiano potuto accumulare > enormi ricchezze che nel peggiore dei casi finiscono a finanziare invasioni e > guerre, come è successo negli ultimi anni in Ucraina, in Yemen e in > Nagorno-Karabakh. Le tecnologie della transizione invece possono essere > dispiegate su scala molto diversa, e in impianti molto più vicini al > consumatore finale. […] La partecipazione popolare alla transizione potrà > ulteriormente rafforzarsi attraverso strumenti come l’autoconsumo collettivo e > le comunità energetiche rinnovabili, che consentono la condivisione a livello > locale dell’energia elettrica prodotta in impianti rinnovabili. Dicevamo all’inizio che l’argomento energetico viene spesso ostracizzato da molte conversazioni e che in parte ciò è dovuto al modo superficiale e frammentario in cui è stato raccontato. Se questo libro funziona così bene è anche perché è strutturato in modo da mettere in relazione i tanti aspetti della questione, fornendo uno sguardo ampio che rende naturale al lettore trovare i punti di contatto tra problemi che è abituato a considerare separati. A giudicare da questo libro, Ruggieri sarebbe in grado di dare l’argomento energetico in pasto a una tavolata di persone tutt’altro che propense, e innescare una conversazione che duri fino agli amari. In tempi di capitalismo dopaminergico, falsi miti, e attenzione frammentata, non è cosa da poco. L'articolo Le energie del mondo di Gianluca Ruggieri proviene da Il Tascabile.
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Il lupo solitario di Adam Weymouth
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale, scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da Iperborea nella traduzione di Luca Fusari. Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia, Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite. > Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e > il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000 > chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia. Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza, politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole, racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione. Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore: > Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi > impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede > nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile > all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo > del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E > così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa > riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche. Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra società e di difendere le sue radici e tradizioni. > A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo, > favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come > l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione. L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel 2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon (2019). Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane, scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi, seppur complessa, è possibile. Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022: > Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa > capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più > fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione > dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora. > La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo > tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo > fermarlo. Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli umani. > Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo > migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo > vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di > sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue > radici e tradizioni. Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi mammiferi. Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo. Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca, la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒ animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo. L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
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Belém: voci fuori dalla COP30
I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto ritagliarsi i suoi spazi. In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde: Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”; “Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto: “Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”. Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro che abitano i quartieri più poveri e dimenticati. Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP, come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.   La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém (fot. Sophia Grew). La “COP dei popoli” André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga: definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale, la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão, la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile, Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo. > Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a > far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno > ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è > rimasto ai margini, escluso dai dibattiti. Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém, vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia, con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350 indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP, la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni del Brasile. Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume. Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to COP30”. Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma, soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze. E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca. > In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena > della storia, con almeno tremila rappresentanti. Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF distribuiscono ventagli.   Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas», «Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot. Sophia Grew). Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché “aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza, punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero mutirão di questa COP30. Silenzio in periferia “Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali. L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua, il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit. Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di “periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata. Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo. Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni, a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene. Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie, palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém, nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città, cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019 erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte 291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei prezzi, quindi escludendo i ceti popolari. > Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature > globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo > le conseguenze. Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi, innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi), le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém. Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono, riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie, proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé bottiglie di plastica, tappi, batteri.   Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot. Sophia Grew). È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio. E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono: “Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine. Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio, dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della negligenza del potere pubblico”. > Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua > lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi > dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora > cambiato niente”. La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta, toccherà entrare con la forza. 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Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia
L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre, che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989. Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra galleggiare sul deserto più che sul fiume.  Sono foto che mostrano gli effetti del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale. Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio dell’ecosistema amazzonico stesso. Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici. Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della grave siccità. > L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale > contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle > Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza.  La maggior parte della foresta, quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza. Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030, annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato, anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni secondo. A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo. Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o  tipping point), la soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000 e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia. Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate e più di 183 sono morte nelle inondazioni. Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti. > La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo > globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta > Frontiera incontattata. L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica. Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio 2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro, trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture. “L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi: proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo, e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare con le sfide ambientali, i confini non esistono”. Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará, la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10 al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”. Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo, nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche e dannose per l’ambiente e per la salute. Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16 miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco (UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente colpiscono l’area. All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi, tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos. Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è passato alla storia. > Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso > e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo > così al modello proposto dall’opposizione. Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del 2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il referendum” continua Bermeo. Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”, ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i diritti collettivi. “Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di 12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e sostentamento. Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a dover collaborare con attività estrattive o minerarie”. L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
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Il paesaggio che (non) ascoltiamo
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti, qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico, che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni. Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una spiaggia deserta – sono intessuti di suoni. Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme. Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci. Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo, perfino sulla pace che desideriamo. > Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato > quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è > quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere > delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare > degli anni. Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa, perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche a come questo suonerà. L’antropofonia e l’inquinamento acustico Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto, l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel (dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore, boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata all’insopportabile rombo di un aereo in decollo. > Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di > esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle > raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese. È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il 2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%, secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli. Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono esposte al rumore del traffico aereo. Effetti dell’inquinamento acustico La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000 casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore. > L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la > salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi > prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi > del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione. In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno 1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6 miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti, quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati. Il rumore delle armi, il rumore come arma Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra: il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori, specie se forti e improvvisi. > In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono > quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica, > per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB. Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device, dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto. Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare. I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per chi non è in grado di udire la guerra. Il silenzio: non solo un’assenza di suoni Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il silenzio per pura sottrazione del rumore. > Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è > che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma > sulla soglia minima di percezione umana. Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi, niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia, e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto, ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare, scrosciare di fiumi e frusciare di foglie. In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di silenzio differente. > La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del > tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente > allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente > cantieri, demolizioni e costruzioni. Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così, come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità che li abita. Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della biodiversità È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che, circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale, che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno invasivo, di monitoraggio. I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli, diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta. > Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i > suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, > un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente > potrà replicare. Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei mammiferi marini. Immaginare un futuro silenzioso Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati, annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia. Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo, prima di perderle per sempre. L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
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Che lingua parla la politica militante?
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo, contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici, grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità. Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere conto della volontà di chi abita quei territori. Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald Damarnin e dichiarati illegali. Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia, lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del governo francese. > L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica > laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma > collettive e strutturali. In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma collettive e strutturali. Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne, una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori, firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola, titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di “Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”. Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche, ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento. Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche” rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo, l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica del movimento. Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva, quasi imperativa: > Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono > previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati. > Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della > società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura. > Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane. > Disertare. Insediarsi in campagna. Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”: Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo che tutte e tutti possano recuperare le forze. In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura (“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”; “Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per “autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”. > Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement > de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le > fa coesistere e le tiene insieme. Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo. Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e a evitare ogni confronto. In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi agisce, tra chi scrive e chi lotta. Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero – ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica. L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura. > Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire > “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una > scelta di campo.  In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere, leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma di sapere che non pretende egemonia, ma relazione. Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato, perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival, accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici. Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio, l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza” contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita. La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito, persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica. È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere. > L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili > diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi > agisce, tra chi scrive e chi lotta. Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta. L'articolo Che lingua parla la politica militante? proviene da Il Tascabile.
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Il treno verde meno sostenibile al mondo
L e monumentali rovine del sito maya di Calakmul sono completamente immerse nella giungla, che le ha nascoste e protette fino a pochi decenni fa. Salendo in cima all’Estructura II, il più alto edificio maya conosciuto, lo sguardo spazia sopra il mare verde delle chiome degli alberi. Calakmul è stata un tempo la capitale del regno di Kaan, il regno della testa di serpente. Città inespugnabile, dominava un territorio sconfinato che arrivava fino all’attuale Guatemala, dove era situata Tikal, la città-Stato che contendeva a Calakmul il predominio sull’area. Il destino, beffardo, ha voluto che proprio a Calakmul, la capitale del regno della testa di serpente, sorgesse una delle 34 stazioni del Tren Maya, il “grande serpente metallico” che attraverserà la penisola dello Yucatán. 1554 chilometri, 34 stazioni, 42 treni, collegamento con 7 aeroporti e 26 aree archeologiche, per un costo stimato che sfiora i 30 miliardi di dollari. Questi sono i numeri essenziali che raccontano il progetto nato dalla fantasia dell’ormai ex presidente, Andrés Manuel López Obrador, all’indomani della sua elezione, nel 2018. Ripetutamente dipinto dal presidente come un grande progetto di speranza e sviluppo, una volta completato, il Tren Maya rappresenterà l’imperitura testimonianza del passaggio di López Obrador nella storia del Paese centroamericano. Ma non si tratta solo di aspirare all’immortalità. Un megaprogetto è soprattutto un formidabile generatore di consenso politico, a livello centrale e locale. Il paradigma che emerge dalla vicenda del Tren Maya è universale. Che si tratti di una linea ferroviaria o di un ponte, che avvenga in Messico o in Italia. Quando le grandi opere nate “in alto”, nelle stanze del potere centrale, vengono calate “in basso”, su territori spesso impreparati o inadeguati, in nome del progresso e dello sviluppo, i costi ambientali, sociali e culturali rischiano di diventare enormi. Il Tren Maya inizia il suo viaggio con una promessa: trasportare i turisti attraverso la Regione Maya e, così facendo, offrire opportunità economiche e benessere ad alcune delle comunità più povere del Paese, che non hanno case in muratura né un sistema fognario, guadagnano meno del salario minimo e spesso non proseguono gli studi oltre le scuole elementari. > Il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di > riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione, che > porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali e impianti di > produzione energetica. È il presidente stesso a esporsi in prima persona promettendo che il treno porterà posti di lavoro e sviluppo per pagare il “debito morale” dello Stato messicano nei confronti del suo Sud-Est, storicamente trascurato. “Il Tren Maya è un atto di giustizia”, ha detto López Obrador, originario del vicino Stato di Tabasco, nel corso di un incontro con le comunità locali. Un progetto di trasformazione strutturale In realtà il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione. La ferrovia porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali, impianti di produzione energetica. In corrispondenza delle 20 stazioni principali è prevista la costruzione dei cosiddetti “poli di sviluppo”, destinati a ospitare ognuno 50.000 persone, con allevamenti di maiali e polli per soddisfare le necessità dei turisti. Ma c’è di più. Il progetto del Tren Maya prevede il collegamento diretto con un altro megaprogetto fortemente voluto da López Obrador e in gran parte già realizzato: il Corredor interoceánico, una ferrovia che mette in collegamento il Pacifico e l’Atlantico nel punto più stretto del Messico, offrendo un’alternativa terrestre più economica e più veloce al Canale di Panama. Nell’intenzione del presidente anche questo progetto, con i suoi parchi industriali, raffinerie e porti, contribuirà allo sviluppo della regione e darà una spinta a tutta l’economia messicana. Il tracciato del Tren Maya si snoda attraverso tutti e cinque gli Stati che costituiscono la penisola dello Yucatán: Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo. Il percorso del treno, più volte modificato, a partire da quello originario lungo 900 chilometri, ha il suo cuore nell’anello ferroviario che, toccando i maggiori siti archeologici, le città coloniali e le località balneari della costa caraibica, parte e torna a Cancún, la capitale turistica della penisola. Cancún è una città artificiale, letteralmente costruita a tavolino dal governo messicano per favorire la nascita di un polo turistico alternativo ad Acapulco. Quando il 23 gennaio 1970 fu avviato il progetto di sviluppo, l’area contava solo tre residenti, i custodi della locale piantagione di cocco. Oggi, dopo 50 anni, Cancún ha quasi 900.000 abitanti e ogni anno viene visitata da oltre 20 milioni di turisti. Un vero eldorado, soprattutto per i tour operator stranieri, le catene alberghiere internazionali e i gestori messicani di discoteche e parchi dei divertimenti. Ad attirare i turisti nello Yucatán non sono solo la sabbia bianca e l’acqua turchese delle spiagge caraibiche, ma anche gli spettacolari siti archeologici della civiltà Maya e l’immenso patrimonio di biodiversità delle sue sconfinate foreste e della seconda più grande barriera corallina al mondo. Gran parte degli abitanti della penisola dello Yucatán sono di origine indigena, per lo più discendenti dai Maya. Le popolazioni indigene, con la loro cultura e il loro modo di rapportarsi all’ambiente, sostengono e preservano la biodiversità dello Yucatán ma spesso non traggono benefici dallo sviluppo turistico. Al massimo, hanno accesso ai lavori più umili, come quelli da personale delle pulizie negli hotel. È così che si comprende perché, nonostante lo sfruttamento turistico, lo Yucatán rimane un’area depressa nel quadro nazionale. In quattro dei cinque Stati che lo compongono, le famiglie, in particolare quelle indigene, hanno un reddito medio di gran lunga inferiore a quello nazionale, oltre 7 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e più di 2 milioni in condizioni di indigenza. > Un gruppo di accademici ha firmato un appello per chiedere al governo di > fermare i piani di costruzione: il treno è considerato una minaccia ambientale > “su scala planetaria” con effetti potenzialmente devastanti. La costruzione del Tren Maya è avvenuta con tempi da record e ad opera di imprese quasi esclusivamente messicane: un vanto per la nazione. I primi 500 chilometri del tratto Campeche-Cancún sono stati inaugurati il 15 dicembre 2023, poco più di mille giorni dopo l’inizio dei lavori. Il completamento effettivo della linea, inizialmente previsto per la fine del 2024, dovrebbe avvenire entro la fine del 2025. Un’opera ad alto impatto ambientale Appena dopo la presentazione del progetto, sono cominciate le critiche. Nel 2018 l’organizzazione ambientalista tedesca Salviamo la foresta ha lanciato una petizione per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli impatti ambientali che avrebbe avuto il Tren Maya, ottenendo una buona risonanza sia in Messico sia a livello internazionale con quasi 300.000 firme raccolte. Nel 2020 attraverso la voce del subcomandante Moises si sono duramente espressi anche gli zapatisti, definendo il Tren Maya “l’ennesima grande opera con la quale il Governo voleva distruggere il territorio”. Da quel momento le voci contrarie si sono moltiplicate. Tra queste quelle degli archeologi, preoccupati che la ricchezza, in gran parte ancora inesplorata, di resti di antiche civiltà presente lungo il tracciato venga irrimediabilmente distrutta o resa inaccessibile. Ma la maggior parte delle critiche si è concentrata sugli impatti ambientali dell’opera. A luglio del 2020, un gruppo di 85 accademici, molti dei quali messicani, ha firmato un appello per chiedere al governo di fermare i piani di costruzione, individuando nel treno una minaccia ambientale “su scala planetaria” e avvertendo degli effetti potenzialmente devastanti sulla falda acquifera, già sottoposta a una forte pressione a causa dell’urbanizzazione. Va considerato che geologicamente lo Yucatán è un’immensa distesa calcarea, praticamente priva di acqua in superficie, ma caratterizzata dal più grande sistema di fiumi sotterranei al mondo. Una vasta rete interconnessa che forma la Grande falda acquifera Maya, fonte di acqua potabile per circa cinque milioni di messicani. Gli speleologi locali hanno ripetutamente denunciato gli effetti del passaggio della linea ferroviaria sopra il sistema di gallerie carsiche e i danni ai cenotes, formazioni geologiche uniche al mondo, costituite da piscine di acqua cristallina scoperte dal crollo della volta rocciosa sovrastante, considerate dai Maya luoghi sacri di accesso al mondo degli inferi. A dare un’idea concreta di quello che sta avvenendo sono gli speleologi di Cenotes urbanos, un gruppo locale impegnato nel mappare il maggior numero di queste formazioni calcaree, nel tentativo di impedirne la distruzione: “Le grotte non sono solo dei tubi, vuoti, brutti e bui. Sono ecosistemi pieni di vita che lavorano in squadra con gli ecosistemi della giungla. La rotta ferroviaria attraversa almeno un centinaio di cenotes. Qui il terreno calcareo si sbriciola, perciò i binari non poggiano direttamente a terra ma vengono sopraelevati a 17 metri d’altezza, su centinaia di pali del diametro di oltre un metro conficcati a 25 metri di profondità; è come costruire su gusci d’uovo. Gli scavi distruggono alghe e batteri essenziali per la sopravvivenza dell’ecosistema e inquinano l’acqua. A volte, per procedere più in fretta, le ruspe tappano i cenotes con la terra. È un danno incalcolabile, irreversibile”. > Secondo il Tribunale internazionale per i diritti della natura, il Tren Maya > rappresenta una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali > del popolo maya, il che costituirebbe un crimine di ecocidio ed etnocidio. Un’altra fonte di preoccupazione è l’impronta che il passaggio del Tren Maya e le opere complementari lasceranno sulla foresta e la fauna che la abita. All’atto della presentazione del progetto il presidente López Obrador si era lasciato un po’ andare all’entusiasmo assicurando nei comizi che non sarebbe stato abbattuto un solo albero. Nella realtà, l’apertura di un corridoio, che a volte raggiunge i 60 metri di larghezza, all’interno della foresta pluviale, ha richiesto l’abbattimento di molti alberi, difficilmente compensabili con le piantumazioni e le risemine previste dal progetto. Le stime più accreditate parlano di una superficie deforestata compresa tra 6.000 e 10.000 ettari. Tutto sommato, però, questa cifra impallidisce al confronto con i 100.000 ettari di foresta persi solo nel 2023 nella regione, a causa di pratiche agricole non sostenibili, dell’espansione degli allevamenti e dell’urbanizzazione della costa. Più della deforestazione è la frammentazione degli habitat naturali il vero rischio per la seconda più grande foresta pluviale dell’America Latina. Specie animali che si muovono su grandi estensioni di territorio, in particolare grandi carnivori come il giaguaro, o specie a rischio di estinzione, come il tapiro di Baird, potrebbero subire forti limitazioni alle possibilità di movimento per effetto di barriere artificiali come la ferrovia. Per mitigare questi impatti, il governo ha previsto la costruzione di attraversamenti per la fauna selvatica, ma purtroppo la maggior parte di essi è costituita da sottopassi, anziché da cavalcavia aperti, più costosi ma molto più funzionali. I costi e le minacce sociali Anche il Tribunale internazionale per i diritti della natura si è occupato del Tren Maya. Il tribunale, formato da cittadini e istituito nel 2014 per rappresentare i “diritti soggettivi della natura”, ha deciso di occuparsi del caso dopo che l’Assemblea del territorio Maya dello Yucatán ha richiesto il suo intervento il 5 giugno 2022. A marzo del 2023, i cinque giudici del tribunale hanno raccolto le testimonianze di 23 diverse comunità indigene. La sentenza emessa non lascia posto a fraintendimenti: “Il Tren Maya – si legge nel testo ‒ rappresenta in modo inconfutabile una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali del Popolo Maya, il che costituisce un crimine di ecocidio ed etnocidio”. Al Tren Maya non sono mancate anche le critiche di chi lamenta che i costi sociali per la realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori internazionali del settore turistico. L’ONG messicana Prodesc, inoltre, ha denunciato ripetuti episodi di esproprio illegale degli ejidos, le terre comunitarie istituite dopo la Rivoluzione messicana, nonostante le affermazioni iniziali del governo che il progetto avrebbe interessato solo territori di proprietà federale. “Il cosiddetto Tren Maya non è un treno e non è maya, perché non è pensato per la popolazione ma per gli interessi del governo e delle imprese che sfruttano le risorse locali” ripetono gli esponenti del Congresso nazionale indigeno, organismo che riunisce le comunità indigene del Messico. > Tra espropri, gentrificazione e impatti ecologici, i costi sociali per la > realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità > locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori > internazionali del settore turistico. E intanto, nelle zone di passaggio del treno, si è già innescato un processo di gentrificazione (vale a dire di trasformazione di un’area abitativa popolare in una più esclusiva), che ha fatto lievitare i prezzi dei beni essenziali e delle case. Anche il processo di consultazione delle popolazioni locali è stato ritenuto, da più parti, insufficiente e poco trasparente. Il presidente López Obrador e i suoi emissari sono stati apertamente accusati di manipolare le comunità indigene facendo leva sulla loro condizione di povertà e utilizzando metodi scorretti per ottenere il loro assenso al progetto. Alle accuse di mancato coinvolgimento delle popolazioni indigene nella decisione il presidente ha risposto con l’esito del referendum indetto per approvare il Tren Maya, stravinto con il 90% dei consensi. Un referendum, però, votato da meno dell’1% degli aventi diritto e dichiarato non conforme agli standard internazionali dagli osservatori dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani. López Obrador ha sistematicamente ignorato o denigrato, attraverso i media governativi, tutte le critiche al progetto, riuscendo nell’intento di depotenziarle. Gli ambientalisti sono stati ripetutamente tacciati di essere “radical chic, corrotti e pagati dagli Stati Uniti”, e il mondo accademico scientifico di essere formato da “intellettuali borghesi che non conoscono la realtà”. > Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo > che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale > l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello > sviluppo economico. Le cause intentate dagli ambientalisti e dai gruppi indigeni e le sentenze dei tribunali messicani hanno inizialmente bloccato i lavori e introdotto modifiche al percorso originale. La minaccia di ulteriori rallentamenti ha indotto López Obrador nel 2021 a conferire, per decreto, lo status di “progetto di sicurezza nazionale” al Tren Maya e ad affidarne la realizzazione all’esercito, un’istituzione con una lunga storia di violazioni dei diritti umani. Con questo sistema sono state scavalcate tutte le autorizzazioni e le valutazioni di impatto ambientale e sociale, molte delle quali ancora in corso. All’esercito è passata anche la gestione diretta di diversi cantieri e la supervisione del funzionamento del Tren Maya, testimoniata in modo evidente dalla massiccia presenza di uomini in mimetica con armi di grosso calibro in tutte le stazioni e nei maggiori cantieri. Il viejito Ma cosa pensano i messicani del Tren Maya? Molti reporter europei hanno cercato di cogliere il pensiero dei locali parlando con loro mentre percorrevano, come semplici passeggeri, le prime tratte aperte. Tutti più o meno hanno raccontato una realtà simile. Salendo a bordo è evidente lo stato di eccitazione dei messicani che per la prima volta prendono il treno. Un selfie dietro l’altro e video a raffica dal finestrino anche quando fuori non c’è nulla da vedere. Alla richiesta di un parere sugli impatti ambientali del progetto, la maggior parte delle opinioni si assomigliano: “Non è un problema, ma quale deforestazione?, non sono impatti così gravi come dicono, qualche impatto è inevitabile se vogliamo lo sviluppo”. Nessuno sembra essere particolarmente interessato agli aspetti economici e sociali o ai diritti degli indigeni. D’altronde, basta entrare in una delle 34 stazioni per capire lo sforzo che il governo sta facendo affinché i messicani si approprino del treno e lo sentano come parte dell’identità nazionale. “Todas y todos somos Tren Maya”, recita il messaggio che compare ovunque, sui video, sui social, sulle riviste, sui gadget per i viaggiatori. Tra le popolazioni locali, i consensi maggiori al progetto arrivano dalle classi basse e medie, attratte dalla prospettiva di nuovi posti di lavoro. Qualcuno, perfettamente allineato col governo, parla addirittura di interessi economici che manipolano la gente per contrastare il treno. Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello sviluppo economico. Eletto con il consenso più alto della storia messicana recente, López Obrador è un politico di sinistra incline al tradizionale populismo messicano, che ha sempre coltivato un’immagine da “uomo del popolo”. Il subcomandante Marcos, all’epoca della sua prima elezione, lo definì “l’uovo del serpente”, per indicare la sua indole liberista sotto il guscio progressista. Sospinto dal consenso popolare, il presidente si è permesso di usare il pugno di ferro con i detrattori del progetto a cui, nel 2019 durante un comizio nello Stato del Campeche, ha inviato un messaggio esplicito: “Con la pioggia, i tuoni o i lampi, che lo vogliate o meno, il Tren Maya lo faremo”. Il rapporto tra il presidente le classi popolari è stato efficacemente descritto dal reporter cubano Dario Alemán: “I poveri, indubbiamente, vedono in lui un paladino contro l’oligarchia. Potremmo azzardare che gli vogliano addirittura bene, lo chiamano affettuosamente viejito (“nonnetto”) […]. Difficile biasimarli. Mai nessun altro politico ha portato avanti un programma sociale come quello di López Obrador, che ha aumentato le pensioni minime degli anziani, ha garantito sussidi bimestrali agli handicappati. E sebbene non si stia parlando di cifre astronomiche, nelle zone più arretrate del Messico fanno la differenza”. La nuova presidente E la neopresidente Claudia Sheinbaum? Cosa pensa del Tren Maya la donna, prima nella storia messicana, che il 1° ottobre del 2024 ha preso il posto di López Obrador? Considerata da tutti gli osservatori una “delfina” del vecchio presidente, Sheinbaum ha iniziato il mandato in piena continuità con il suo predecessore, continuando a inaugurare nuove tratte del Tren Maya senza perdere l’occasione di ribadire le prodigiose ricadute economiche e di sviluppo che l’opera porterà con sé. La neopresidente, scienziata del clima, ha anche continuato a sminuire le preoccupazioni ambientali legate al treno e ha contrattaccato chiedendosi dove fossero gli stessi ambientalisti che oggi contrastano il Tren Maya quando, nei decenni passati, lo sviluppo turistico ha trasformato la Riviera Maya causando enormi impatti ambientali. > Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare dell’affermazione di un modello > “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi > commerciali e finanziari sono predominanti rispetto a quelli collettivi. Ora però il suo governo sembra aver cambiato posizione. All’inizio di aprile di quest’anno, durante un incontro con i media, Alicia Bárcena, capo del ministero dell’Ambiente e delle Risorse naturali, ha riconosciuto pubblicamente i danni causati dal Tren Maya agli ecosistemi della regione del Quintana Roo e comunicato che il suo ministero sta effettuando sopralluoghi nell’area colpita con l’obiettivo di sviluppare misure di compensazione per i danni alle infrastrutture ed eventuali cambi di destinazione d’uso del territorio, per rispondere alle esigenze e alle preoccupazioni delle comunità locali. Bárcena ha preannunciato l’avvio di un piano di ripristino ambientale che dovrebbe riguardare l’intero tracciato del treno e i cui costi, a detta del sottosegretario alla Biodiversità e al Ripristino ambientale del governo, Marina Robles García, dovranno essere assunti da “chi ha eseguito i lavori”. Tra le azioni più importanti del piano annunciate da Bárcena si prevede l’eliminazione delle recinzioni metalliche che ostacolano il libero transito della fauna, la protezione di caverne e cenotes e il divieto di costruire strade secondarie nella giungla per le attività turistiche: “Possono essere le comunità stesse ad aiutarci a ripristinare l’ecosistema forestale, invece di appaltare ai consorzi che sono coinvolti nel Treno Maya, aziende che vengono, piantano un albero e il giorno dopo muore”. Una vicenda esemplare In attesa che questa nuova sensibilità del governo messicano nei confronti dell’ambiente e delle comunità locali diventi realtà, il sogno del populista López Obrador prosegue spedito. Il prossimo obiettivo è l’estensione del tracciato del treno per raggiungere la città maya di Tikal, in Guatemala, e il 15 agosto scorso i leader di Messico, Guatemala e Belize si sono incontrati a Calakmul proprio per discutere dell’ampliamento della linea ferroviaria. Nell’occasione hanno anche annunciato la creazione di un’area protetta sovranazionale per proteggere l’intera foresta pluviale Maya. Con gli impatti del megaprogetto in Messico davanti agli occhi e il greenwashing in agguato, la cautela è d’obbligo. Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare, che assomiglia a tante altre che in America Latina e nel resto del mondo raccontano l’affermazione di un modello “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi commerciali e finanziari, quasi sempre di pochi, sono predominanti rispetto ai diritti collettivi di natura ambientale, sociale e culturale. Un modello che ha i suoi esempi anche in Europa, dallo sfruttamento minerario dei territori Sami in Lapponia al ponte sullo stretto di Messina, e che afferma una visione produttivistica in cui il patrimonio culturale e naturale è usato come merce, come prodotto e in cui la sostenibilità dei megaprogetti viene valutata in termini quasi esclusivamente economici. Un modello di sviluppo che nega o nasconde qualsiasi discussione sulle conseguenze, in cui le grandi opere sono imposte senza un reale consenso, senza una coprogettazione con le comunità locali, generando forti divisioni al loro interno e una spirale di criminalizzazione e repressione di chi vi si oppone. Un modello che irrompe nei territori promettendo condizioni di vita migliori e finisce per alterarne profondamente gli equilibri, producendo enormi impatti sociali e ambientali che spesso si manifestano pienamente nel medio e lungo termine, quando ormai è impossibile porvi rimedio. L'articolo Il treno verde meno sostenibile al mondo proviene da Il Tascabile.
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La città come organismo
R accontando di una città che si rinnova pur mantenendo dentro di sé il germe delle sue versioni precedenti, Italo Calvino descrive così Clarice, all’interno delle sue Città invisibili (1972): > farfalla suntuosa sgusciava dalla […] crisalide pezzente; la nuova abbondanza > faceva traboccare la città di materiali edifici oggetti nuovi; […] Ogni nuova > Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro, > sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e > morte. Quello di attribuire caratteristiche proprie delle creature viventi a uno scenario urbano è un espediente letterario piuttosto comune: dalla Dublino di James Joyce alla Jerusalem (Northampton) di Alan Moore, la città ci affascina al punto che spesso le vogliamo conferire un’anima, una vitalità, persino trasformandola in un vero e proprio personaggio della storia. Giocare con le città (raccontandole, riprogettandole o immaginandole dal nulla) non è un’attività di solo appannaggio della letteratura, ma anche dell’urbanistica e della sociologia. In queste discipline la metafora della città come organismo compare almeno da due secoli, con le prime avvisaglie che emergono già nella filosofia materialista di fine Ottocento quando, per analizzare la rapida industrializzazione e urbanizzazione della società, l’urbanistica inizia a prendere in prestito concetti della biologia e della fisiologia. Negli anni Sessanta questi concetti si consolidano nel termine metabolismo urbano, usato per la prima volta per descrivere il flusso di entrata e uscita di risorse naturali in una ipotetica città di un milione di abitanti. Col tempo, questo filone con tanti nomi, declinazioni e progetti ha incorporato anche elementi dell’ambientalismo, della cibernetica, dell’ingegneria gestionale. La città quindi non esiste più come un’entità separata a livello concettuale dall’ambiente naturale, ma diventa un “antroma”, un bioma di origine antropica. È natura a sua volta: un luogo pulsante, attivo, che respira, mangia, espelle come se fosse cosa viva, in diretto contrasto con la concezione, ancora più antica, della città come un macchinario da far funzionare, fatto di parti meccaniche da riparare se si rompono. L’urbanistica organica cerca invece di vedere la città in maniera olistica: non si concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo. Una città smart ma non in quanto iperconnessa e digitalizzata, bensì perché possiede quelle proprietà associate all’intelligenza animale: capacità di adattamento, flessibilità, risoluzione dei problemi per la propria sopravvivenza. Un luogo che quindi potrebbe, se così organizzato, essere in grado di affrontare problematiche epocali, come quella del cambiamento climatico, alla stregua delle altre creature viventi. > L’urbanistica organica concepisce la città in maniera olistica: non si > concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi > sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo.  Partiamo da un esempio semplice: come un organismo, una città ha bisogno di termoregolarsi a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Un dipartimento di ricerca o un data center necessitano di fresco tutto l’anno per mantenere una temperatura ottimale per server ed esperimenti; mentre una piscina con annessa palestra deve riscaldare grandi ambienti durante le ore di attività. Perché allora non progettare edifici in modo che il caldo sia condotto verso gli ambienti freddi quando ne hanno bisogno, e viceversa? Perché non utilizzare materiali che in qualche modo accumulino il caldo di giorno per rilasciarlo di notte, e meccanismi di distribuzione del calore che allacciano un intero quartiere? La metodologia REAP (Rotterdam Energy Approach and Planning) in corso di sperimentazione in alcune aree della città olandese, ad esempio, è incentrata proprio sulla ridistribuzione dei flussi di energia e calore, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza della città di Rotterdam dai combustibili fossili e raggiungere la carbon neutrality. Iniziative come CityLoops, finanziate dall’Unione Europea, mirano invece a ridurre lo spreco di materiali di costruzione e demolizione e di scarti alimentari rimettendoli in circolo, a disposizione di altri progetti. Logico, ma fin qui nemmeno troppo diverso dal concetto di economia circolare, che porta con sé i propri limiti, anche semantici. L’economia circolare sottintende un ritorno di investimento, una rimessa in circolazione delle risorse garantendo un guadagno per le aziende coinvolte. L’efficienza di un sistema è misurata in milioni di euro, che non sono sinonimi di tonnellate di CO2 e nemmeno di salute ambientale o benessere collettivo. Anche se molti progetti di urbanistica organica non sono incompatibili con un’economia circolare, in quest’ultima la logica aziendale ed estrattiva permangono, e continuano a fare a pugni con la termodinamica. A un certo punto il reinvestimento non è più economicamente produttivo, sopravvengono i diminishing returns (rendimenti decrescenti). > Per le città, come per gli organismi viventi, un’iperspecializzazione potrebbe > rivelarsi rischiosa, poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi > inaspettate. L’urbanismo organico promette qualcosa di diverso: quantificare, tracciare e se possibile distribuire non i flussi monetari, ma quelli energetici e materiali. Ecco allora spuntare elaborati diagrammi di flusso per rappresentare non solo i sistemi energetici di intere città, ma anche la “dieta” di risorse di cui necessitano, comprese quelle alimentari consumate dalla popolazione. Da questi diagrammi gli urbanisti derivano versioni ancora più complesse, per rappresentare una ipotetica versione ottimale di quegli stessi flussi di materia ed energia. Teorie come quella dello swarm planning, invece che incentrarsi su grandi opere, promuovono la progettazione di molteplici interventi di urbanistica su piccola scala, coinvolgendo le comunità locali. Questi interventi, concepiti in batteria e ognuno con una soluzione diversa, sono predisposti in anticipo e pronti a essere implementati in maniera puntuale in caso di necessità. L’idea è che, come per gli organismi viventi, l’iperspecializzazione sia evolutivamente rischiosa poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi inaspettate, quando essere generalisti offre invece più chance. Un approccio che vede le città come fragili e suscettibili a mutamenti repentini, soprattutto in un’ottica di crisi climatica ed energetica, ma anche capaci di adattarsi. Alcuni ricercatori si sono anche spinti a calcolare il metabolismo di una città. Uno studio ha registrato e analizzato il pattern metabolico (quante risorse entrano, quanta energia si genera, quanti scarti vengono prodotti) delle quattro principali città della Danimarca. Ne è emerso che, rispetto ad altre metropoli di grandezza paragonabile, le città danesi hanno un profilo metabolico più basso, che sono riuscite ulteriormente a ridurre negli ultimi anni. Studiare le città come se fossero un organismo potrebbe quindi aiutarci a comprenderle meglio, a concepire e architettare nuove modalità di funzionamento. Non è difficile capire come l’urbanismo organico riesca a catturare l’immaginazione, in particolare quella di ambientalisti ed ecologisti. Ma una domanda sorge spontanea: che tipo di organismo è, una città? Se ha un profilo metabolico, a quale creatura, nel regno dei viventi, assomiglia di più? Proviamo a ipotizzare. Le città consumano tanta energia e generano molti scarti rispetto alla loro massa: un profilo metabolico tipico di un piccolo animale molto mobile e attivo, come un roditore o un colibrì. Ma le città, oltre ad avere una massa enorme, sono anche sessili, assomigliando in questo molto di più a una massa fungina o algale di enorme estensione, tipo un micelio sotterraneo che abbraccia un’intera foresta. Se sono industrializzate producono anche molta energia, ma non fissano la CO2 come gli organismi fotosintetici, e quindi non possono neanche essere paragonate a loro. Non riconvertono gli scarti in materia fertile come fanno i funghi, semmai ne producono di ulteriori. Forse assomigliano a un qualche tipo di corallo, o una colonia batterica (viste dall’alto, sembrano crescere proprio come loro) ma i batteri consumano il substrato sul quale si trovano, mentre le città moderne e globalizzate hanno la capacità di trarre risorse per il loro sostentamento dall’altra parte del pianeta. E noi esseri umani che la abitiamo che cosa siamo, in questa similitudine? Organismi separati, come simbionti che abitano il suo corpo colossale? Anche noi una colonia batterica? Oppure un parassita che ne infesta le membra e che ne detta le decisioni, una sorta di fungo Cordyceps su scala metropolitana? Siamo i suoi neuroni? > Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco > conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare. Dobbiamo purtroppo abbandonare questo esperimento mentale: non sembra esserci, in natura, qualcosa di efficacemente paragonabile alle città, almeno a livello metabolico. Peccato, perché ci avrebbe sicuramente aiutato a comprenderle meglio, comparando le caratteristiche biologiche delle forme di vita a loro più simili. Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare. Forse è il caso invece di capire davvero se l’approccio organico all’urbanistica sia sufficiente a farla funzionare meglio. Un organismo è fatto di sistemi e tessuti ben organizzati che rispondono a un imperativo: la sua stessa sopravvivenza. I tessuti di un organismo funzionale, tranne nel caso di un cancro, non sono in competizione tra loro. Possiamo dire che funzioni così nelle città di oggi? Se le diverse comunità, quartieri, edifici, istituzioni e aziende sono le cellule di una stessa creatura, la loro attività è davvero corale e organizzata? Definirle come tali non è sufficiente affinché una collaborazione volta alla sopravvivenza collettiva abbia effettivamente luogo. E le altre città? Finora abbiamo sorvolato sulla questione, ma si tratta di una domanda fondamentale. Se le città sono organismi, vuol dire che esiste anche un loro ecosistema: come vivono i membri di questo ecosistema? Come unità di una sola colonia globale, oppure in aspra competizione tra loro per le risorse? Esiste una catena alimentare con città produttrici e città consumatrici? Ridisegnare una città come Milano, in modo che sia più sostenibile, più vivibile, meno inquinata è di sicuro un vantaggio per gli abitanti di Milano ‒ ma per tutti gli altri? Non è ancora del tutto chiaro se l’efficienza metabolica di una singola città si traduca in un miglioramento delle condizioni anche per le città limitrofe o distanti. Da dove ha preso l’energia, dove finiscono i suoi rifiuti? In un paradigma gestionale ed economico di tipo estrattivo, chi paga davvero la bolletta dei lavori di rinnovo che rendono una metropoli più green? Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi in una ennesima rivisitazione del greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile perché riuscita a raggiungere la tanto agognata neutralità metabolica al suo interno, a scapito dell’esterno. Un po’ come nel caso dell’Europa, che ha “ridotto le sue emissioni” negli ultimi anni, perché ne ha esternalizzato gli effetti sul Sud globale tramite il meccanismo del mercato della CO2. > Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi > in un’operazione di greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile > perché ha raggiunto una neutralità metabolica esternalizzandone i costi. Gli scienziati che hanno provato a misurare il metabolismo delle città danesi ammettono questo limite nello studio stesso: non ci sono abbastanza dati per comprendere la portata dell’impatto ambientale che ha una città. Non tanto nella città esaminata, bensì nel luogo da dove questa ha ottenuto le sue risorse energetiche e materiali. Ed è altrettanto difficile capire, o anche solo rintracciare, dove vanno a finire i flussi di materiale di scarto, le sue emissioni. Il limite principale del concetto sta tutto qui: fino a dove si estendono i confini della città-organismo? La sua pelle potrà corrispondere alle linee di demarcazione municipali, ma la sua influenza è percepita ben oltre. Per limiti tecnici, assenza di informazioni, e per evitare di confrontarsi con una complessità di diversi ordini di grandezza maggiore, finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema chiuso, affrontando questioni energetiche e ambientali a livello locale. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo, perché gli organismi non vivono in isolamento. Se si riuscirà a comprendere appieno la complessità ecosistemica delle città ‒ ed è una faccenda di una complessità enorme ‒ si potrà forse riuscire a sviluppare un piano metabolico urbano su scala nazionale, se non addirittura globale. Con relative misure di urbanistica da applicare sulla singola città a seconda delle circostanze locali, tenendo in considerazione le aspettative di impatto su quella città e su tutte le altre. Un’impresa titanica che richiede una quantità spropositata di dati, modelli accurati, e soprattutto una decisa volontà politica. Che sia fatta in maniera centralizzata o distribuita, l’urbanistica organica richiede una pianificazione volta alla cooperazione, ed entrambe queste parole sono lo spauracchio di più di una fazione politica. > Finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema > chiuso. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo, > perché gli organismi non vivono in isolamento. Senza una visione su larga scala, il metabolismo urbano rimane un concetto importante ma incompleto: molto utile per risolvere problematiche locali, meno per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico. I suoi limiti sono gli stessi dell’attuale approccio dominante alle questioni ecologiche, che consiste nell’adottare soluzioni personali per quelle che sono faccende sistemiche. Tocca quindi sperare che, anche in assenza di informazioni sufficienti per pianificare un flusso metabolico su larghissima scala, l’attività che ogni singola città può fare per rendere sé stessa più sostenibile arriverà, in via incrementale, a rendere l’insieme delle città più vivibile. E che l’ecosistema di queste città sia uno dove vige la collaborazione e non una lotta efferata per le risorse. Sempre nelle Città invisibili, Calvino descrive Leonia, un’altra città ossessionata dal rinnovare di continuo sé stessa, e che in questa impresa finisce per accumulare attorno a sé tonnellate di spazzatura, un confine di rifiuti che la circonda come una instabile catena montuosa che rischia di franare da un momento all’altro. E peggio di una Leonia c’è solo un mondo fatto da tante città come questa, in competizione tra loro. > Forse il mondo intero […] è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al > centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee > e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si > puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. L'articolo La città come organismo proviene da Il Tascabile.
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