L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia
– chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro
perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha
sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle
analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per
millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze
perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di
sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8
nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha
dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora
attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché
credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti
i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che
poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno
glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei
tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni
e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a
colite ulcerosa.
Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché
potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta,
quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della
Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per
conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila
persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato
animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché
nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro
corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere
eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere
antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel
sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi
come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever
chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che
suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni.
I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa
ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare
che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così
stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li
degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo
vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci
restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli
animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni,
decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende
produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio
gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni
del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento
dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai
condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica.
Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella
dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il
film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di
menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni
esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono
interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni
naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee.
Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la
fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel
latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e
proteggerli.
> Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8
> nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli
> ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi
> ancora attraverso il latte durante l’allattamento.
Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti
di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla
figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato
su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha
chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho
provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa
che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino
il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che
colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice.
Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il
proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione.
Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori
all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie
come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati
nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto
testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i
prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli
senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque.
Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University
Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica
italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già
scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa
materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della
responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non
c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel
loro sangue da anni.
Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole
diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da
descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente
liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e
l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che
non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è
retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta
l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra
vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma
la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda
il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il
marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento
locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità
perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande
che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si
attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un
po’ di mal di gola.
> Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti:
> tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che
> per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli
> erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio.
Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici
riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo
caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e
pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli.
C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo
che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella
gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre
alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se
obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le
aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più
corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano
vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto,
della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano
sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio.
Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica
sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in
provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa
cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima
ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002,
quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito
industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia
proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità
di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente,
arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati
più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella
caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità.
Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il
2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di
2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75%
di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha
brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era
stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di
Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio,
a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero.
Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore
più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA
(Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di
Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei
dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari,
mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo.
La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo
chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa
non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo
apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il
tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica
depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di
pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una
precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se
nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più
inevitabile.
> Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più
> inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della
> sopravvivenza psichica.
È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato
in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a
un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi
fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo,
riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche
agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega
mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e
nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come
“indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi
economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove
sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene
in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto
nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del
folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per
esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia.
Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più
inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza
psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura
dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel
1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il
più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi
centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti
per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore
aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una
prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti
dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano
nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti.
Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva
gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e
fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece
stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti
operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila
abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno.
Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il
ritmo della morte industriale.
Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale,
un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe
erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era
sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie
in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era
“All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato.
Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva
l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le
generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui
si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei
terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha
dovuto ridefinire completamente la propria identità.
> L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni
> bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha
> dovuto ridefinire completamente la propria identità.
“Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione
familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il
disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è
fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione
di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere
stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto.
Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo
– a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””,
non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua
accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma,
elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo
né esserne completamente schiacciati.
Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica
costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa
trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto
d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per
eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco
piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il
veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono
stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il
reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la
demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È
come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto,
trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né
cancellabile.
Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle
conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene
da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di
contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la
nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella
bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni
di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai
lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla
Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno
dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case,
campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di
controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione
espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono
colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti
sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di
poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila
abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che
qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la
popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i
bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere
normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei
loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la
fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta.
Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo
spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone:
“Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di
quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più
ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi
chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e
istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi
proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel
contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è
difficilissimo richiudere.
> Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle
> conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale.
E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il
territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione
in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi
abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni
personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era
rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali
gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo
nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla
Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi
epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo
l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione
esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In
altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno
ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo.
La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto
per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che
proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla
contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra
il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le
famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci
vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti
continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento
siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila
persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma
un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di
quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come
arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi
abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del
2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni
industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno.
Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi
coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi,
che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia
significativamente superiori al resto della città.
Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento
viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia
esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva,
dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali
industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché
trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate,
del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano,
almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano
bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta
Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello
stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni
giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o
economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie?
Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte
per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non
dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto
nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il
lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due
dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel
qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione –
ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i
diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva,
evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini
sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di
sapere.
> La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto
> per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è
> che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla
> contaminazione e dalle sue conseguenze.
L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio
istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i
disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto
raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA
Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per
decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno
scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del
reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente.
A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere
pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il
segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la
Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le
aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla
propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di
quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere
soggetti attivi della propria vita.
Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di
organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le
Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale
nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza
pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea
pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la
scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il
termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte
a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi
minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono
evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono
qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le
istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e
su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E
quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando
tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa,
alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non
possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli.
> Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando
> queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno
> ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe.
L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli
anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata
nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i
diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione
difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti
a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un
luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è
nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che
contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza,
di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per
scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le
comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non
dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza
per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo
facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze
subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i
figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni.
Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi
pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone
scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi”
o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la
praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere
al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E
serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di
supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste
situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le
questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali,
economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è
solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale.
C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni
italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle
direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente
inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con
un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva
continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che
puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato
fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le
multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di
nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa
Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi
e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi
continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto
le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati
negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a
diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo
la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a
depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal
mare.
> Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non
> dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in
> militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge.
La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di
chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori,
perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono
geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico
nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non
solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un
futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio
in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di
possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni
scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a
chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come
se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi,
scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che
vivevano pensando di essere al sicuro.
La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un
sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la
produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato
incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di
sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della
Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un
errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni
quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti,
sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato
polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni
quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie
prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito
gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre
anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai
lavori che l’amianto causava il mesotelioma.
Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di
amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto
consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone.
Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di
incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale,
sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da
decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza
organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento
di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di
conseguenza.
Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per
dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani,
dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa
di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni.
Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i
medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono
migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione
di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se
sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così
radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo
della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso
– che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha
avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura,
ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni
società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono
risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente,
non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in
nessun luogo. Mai più.
L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
Tag - ambiente
I l 7 febbraio 2026 diecimila persone si trovano in piazza Medaglie d’Oro a
Milano per protestare contro l’insostenibilità dei giochi olimpici invernali
Milano-Cortina. Tra di loro ci sono movimenti, sigle politiche e sindacali,
cittadine e cittadini. In una narrazione di gadget gratuiti e villaggi
temporanei firmati da multinazionali, che poco si avvicina ai valori sportivi su
cui un’olimpiade dovrebbe fondarsi, esiste una contronarrazione tenace che dal
2019, quando l’Italia ha vinto l’assegnazione per il 2026, racconta le storture
economiche e sociali dietro i grandi eventi internazionali. Il tema è complesso
e si allontana, in questo caso, dall’argomento che dovrebbe essere centrale: lo
sport.
Tra le persone che si sono occupate di questa contronarrazione, c’è Beatrice
Citterio, ricercatrice in design per i beni culturali e paesaggistici alla
Libera Università di Bolzano, con un progetto di dottorato dedicato all’impatto
delle Olimpiadi Invernali 2026 sui territori coinvolti, con particolare focus
sulle aree dell’arco alpino. Lo strumento che Citterio ha scelto è la macchina
fotografica, mezzo che consente di congelare in singoli istanti le
trasformazioni subite dagli ecosistemi dall’inizio dei lavori. Il progetto si
articola in due volumi cartacei pubblicati nell’inverno 2024-25 e nell’inverno
2025-26, intitolati Giochi Preziosi I e II, che riportano le immagini raccolte
da Citterio, affiancate a testi critici e spiegazioni tecniche. I due volumi
sono poi integrati da una produzione parallela di articoli di approfondimento
reperibili online.
Citterio non ha studiato fotografia ma ha iniziato a usare la macchina
fotografica come mezzo documentario durante la tesi magistrale sull’industria
dello sci. Il supporto visivo è funzionale a un lavoro che si svolge in larga
parte sul campo, sia da un punto di vista pratico, per il ricordo individuale,
sia da un punto di vista metodologico. Un progetto dedicato a dei “lavori in
corso”, sogno di tutti gli “umarell” milanesi, è un progetto per sua natura
effimero, che analizza una dimensione passeggera di cui, finiti i grandi lavori,
rischia di non restare una testimonianza efficace. “È stata una pratica comune a
quasi tutti i giornalisti e ricercatori impegnati sui lavori per le Olimpiadi:
c’è chi ha preferito un medium fotografico o video e chi si è servito di
immagini satellitari”, mi ha spiegato Citterio da Base, a Milano, dove le sue
fotografie sono esposte fino al 22 marzo. Ci siamo incontrate nel giorno di
apertura dei giochi olimpici, in una Milano deserta a causa dei blocchi stradali
e della chiusura delle scuole: un’atmosfera che non si respirava dai mesi del
Covid. Gli unici rumori, mentre attraversavo la città da nord a sud, erano le
sirene della polizia e il rombo degli elicotteri.
La fotografia consente, a differenza di altri medium, di collegare le immagini
sia tra loro sia al contesto generale, diventando una lente per individuare le
questioni più rilevanti. Questo è l’aspetto principale che effettivamente emerge
dalla ricerca: le fotografie compongono il racconto preciso di un iter
burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed
evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio,
tramite l’immagine del cratere di un lago artificiale o di una piazza bloccata
dai lavori, dove i passanti vengono instradati attraverso camminamenti
prestabiliti come minuscole formichine. Il distacco tra natura e cultura si
esprime attraverso fotografie in cui le persone non sono presenti, se non come
mezzo di contrasto per raccontare l’opera in divenire, il cantiere, insomma
quello che l’umano stesso produce. Le poche presenze umane nelle pagine di
Giochi Preziosi sono appunto minuscole formiche, che offrono una scala per
valutare le dimensioni delle opere monstre che producono, dei loro formicai. In
altre foto, la presenza umana rappresenta invece la società civile: due ragazzi
di spalle su un ponte che guardano un palazzo mentre viene sventrato, un gruppo
riunito per un presidio, megafoni e striscioni a una manifestazione.
> Le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di
> urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un
> processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio.
Giochi Preziosi ricorda un altro progetto critico editoriale e fotografico sulla
gestione dei lavori olimpici, The Sochi Project del fotografo Rob Hornstra e del
giornalista Arnold van Bruggen, una mastodontica ricerca sociale e politica
partita dalle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014 e dai loro enormi costi (i
maggiori di sempre: 51 miliardi di dollari di spesa pubblica), per indagare
attraverso i giochi dinamiche locali specifiche. The Sochi Project si articola
in una serie molto ampia di materiali, con numerose pubblicazioni tra cui anche
fanzine. Le dinamiche sociopolitiche russe hanno una complessità con cui in
Italia, per fortuna, non dobbiamo confrontarci, ma l’impatto sulle comunità
locali di un grande evento internazionale è il punto cardine anche di Giochi
Preziosi. Nel caso specifico di Citterio, la scelta di pubblicare le fotografie
su due riviste autoprodotte, per dimensioni e tipo di carta analoghe a comuni
quotidiani, nasce da una riflessione sull’assenza di un racconto critico sulle
Olimpiadi sulle testate nazionali. “Un’occasione mancata per fare informazione a
servizio dei cittadini”, dice Beatrice Citterio: “Un’informazione raccolta in
questi anni quasi solamente da realtà giornalistiche indipendenti come
Altreconomia, LaViaLibera, o la campagna Open Olympics, da quotidiani locali, o
in alcuni casi riportata da programmi d’inchiesta come Report, ma assente dai
grandi giornali nazionali. Come abitante di Milano e di Bolzano dove avrei
voluto vedere queste immagini? Sul giornale”.
Il cantiere dell’Hotel Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, Belluno (fot. per gentile
concessione Beatrice Citterio)
Il lavoro dietro Giochi Preziosi non è di stampo giornalistico (ma è una base
interessante a cui attingere anche per un lavoro giornalistico), però sviluppa
un racconto culturale e sociale narrativo. Spesso, quando si leggono i dati si
vedono solo numeri, cifre che non riusciamo a immaginare in modo vivo al di là
della pagina. Quanti sono nella pratica 500 larici abbattuti per fare posto a
una pista da bob? Tanti, sicuramente. Resta il fatto che l’impatto emotivo delle
foto di una foresta devastata sia diverso rispetto a una tabella piena di cifre.
Basti pensare alle immagini impressionanti che sono circolate a fine 2018, dopo
la tempesta Vaia che ha distrutto le foreste del Triveneto. Dove non arrivano i
numeri arriva sempre la narrazione e l’oggetto giornale e l’oggetto fotografia,
grazie a mostre e presentazioni, si amplificano, dando vita a una discussione
politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro
pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere.
Se nel primo volume di Giochi Preziosi il focus di questa narrazione sono
appunto le grandi opere, nel secondo acquistano spazio le comunità locali. La
vita in montagna nel racconto di Citterio perde l’aura di romanticismo spesso
erroneamente fantasticata da gente di città che un paio di volte all’anno parte
per respirare quella che immagina sia “autenticità”. Nei paesi dell’arco alpino
le comunità si stanno disgregando, con una progressiva perdita dei servizi
essenziali e la pressione del turismo di massa. La montagna viene così
svincolata dall’idea di un’alternativa alla città incontaminata, per costruire
un racconto più realistico, in cui sono evidenziate e analizzate in maniera
sistemica le fragilità dei singoli territori, a partire dagli investimenti
turistici.
Dare voce alle comunità locali è parte di questo lavoro e il secondo numero di
Giochi Preziosi presenta tre contributi esterni. Il primo, di Roberta de Zanna,
consigliera comunale di Cortina bene comune, e il secondo, a cura del Comitato
per la tutela dell’Alute di Bormio, sono testi elaborati precedentemente, mentre
il terzo, del collettivo valtellinese Perestroijka, è stato scritto
appositamente per il progetto. Roberta de Zanna riflette sul concetto di
identità di una comunità alla luce di un racconto dominante che si è focalizzato
su simboli come tradizione, artigianalità e nazionalità che hanno plasmato e
snaturato l’identità montana trasformando l’arco alpino in un luogo di turismo
di massa.
> Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione, dando vita a una
> discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono
> sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere.
De Zanna indica come i progetti olimpionici abbiano comportato delle modifiche
nella proprietà e nell’aspetto di immobili e luoghi, minando ulteriormente
dall’alto un’identità locale già martoriata. Nonostante questo, il dissenso
espresso dalla popolazione rispetto ai progetti legati alle Olimpiadi non è
stato ascoltato e non sono state effettuate mediazioni soddisfacenti. Se infatti
economie, contesti sociali ed ecosistemi, tra montagna e città, sono
profondamente differenti, i processi decisionali che hanno interessato le grandi
opere per queste Olimpiadi sono risultati al grande pubblico fumosi, mentre
l’accelerazione burocratica connaturata ai grandi eventi ha messo in secondo
piano le istanze delle comunità montane e della popolazione coinvolta nelle aree
di interesse. Rispetto alla città, poi, le grandi modifiche strutturali
risultano più impattanti in luoghi con una densità abitativa minore e,
soprattutto, molto più visibili in un ambiente in cui la natura è preponderante.
Si evidenzia così un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco,
non ha garantito le istanze dei residenti (nel caso del contributo di de Zanna
della popolazione ampezzana) e non ha previsto una consultazione popolare
attiva.
Un discorso simile vale per la cosiddetta tangenzialina dell’Alute, che da una
ventina d’anni continua a tornare nel discorso pubblico. La tangenzialina, con
un costo di circa 7 milioni, dovrebbe tagliare la piana agricola dell’Alute,
un’area di grande importanza ambientale, una distesa di prati che segna
l’ingresso a Bormio dalla Valtellina. I lavori risultano al momento in
riprogrammazione e ai cittadini è stato negato il referendum abrogativo. Il
contributo del Comitato per la tutela dell’Alute è interessante perché segue nel
dettaglio gli step che hanno portato alla negazione di un referendum popolare su
un’opera che è sempre stata presentata come di interesse pubblico.
Il collettivo Perestroijka, invece, sposta il discorso sulla bassa valle, che
sperimenta una quotidianità con tutte le problematiche delle valli ad alta
quota, come l’isolamento, la carenza di servizi e la stagionalità. “I punti di
turismo ad altitudine medio-alta sono come atolli che accumulano tutte le
risorse su di sé, lasciando alla bassa valle sostanzialmente il traffico
generato per raggiungerli. Nella bassa Valtellina l’industria non ha più la
forza di una volta e i pochi fondi sono principalmente volti alla creazione di
infrastrutture per arrivare nelle aree turistiche ad altitudine maggiore. Le
aree più basse vengono così sostanzialmente deprivate, riducendosi al ruolo di
oggetto di investimenti logistici che non sono direttamente rivolti a loro ma le
attraversano e snaturano”, spiega Citterio.
La nuova cabinovia e i cannoni per l’innevamento programmato a Socrepes,
Cortina d’Ampezzo, Belluno, estate 2025 (fot. per gentile concessione Beatrice
Citterio).
I movimenti di protesta per le grandi opere olimpiche hanno caratterizzato la
vita degli ultimi anni dei comuni montani di Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno
e Anterselva, aree già segnate da problemi come le difficoltà dei collegamenti
stradali, lo spopolamento, l’assenza dei servizi essenziali come negozi, scuole
e, soprattutto, cliniche e poli ospedalieri. La protesta, nelle zone montane, è
stata caratterizzata da una trasversalità politica, in un contesto sociale in
cui l’appartenenza a fedi e partiti è molto più sfumata rispetto al laboratorio
politico rappresentato dalle città, storicamente più polarizzate. Nelle comunità
montane, dove non esiste anonimato e nella stessa famiglia ci possono essere
persone che lavorano in industrie coinvolte nel lavoro turistico o, in questo
caso, olimpico, protestare può comportare un costo personale più alto.
> Si evidenzia un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco: non
> ha garantito le istanze dei residenti e non ha previsto una consultazione
> popolare attiva.
A Milano, invece, si è costituito un movimento dal basso, il Comitato
insostenibili Olimpiadi. Un CIO diverso da quello ufficiale quindi, che nei
giorni di inaugurazione dei giochi olimpici ha temporaneamente occupato un
palazzetto sportivo dismesso nel quartiere di Lampugnano (Palasharp), nella
periferia ovest di Milano. L’occupazione ha ricalcato il modello delle TAZ, le
Zone temporaneamente autonome teorizzate dal filosofo anarchico Hakim Bey, spazi
autogestiti per un lasso di tempo determinato con finalità politiche di
deistituzionalizzazione di stampo libertario. Al Palasharp occupato, il Comitato
insostenibili Olimpiadi ha promosso quelle che ha chiamato Utopiadi, con delle
giornate di sport popolare che hanno affiancato i cortei di protesta.
La narrazione delle Olimpiadi Invernali 2026 è stata fin dall’inizio
semplicistica, anche solo a partire dal nome “Milano-Cortina”. Fermo restando
che tra Milano e Cortina, in provincia di Belluno, passano comunque 400
chilometri, i giochi non riguardano solo questi due poli. Come mi ha spiegato
Citterio: “Il nome con cui sono conosciuti i giochi olimpici 2026 ha spostato
l’attenzione da tutte le altre aree interessate, come Bormio e Livigno, che si
trovano in Valtellina, in provincia di Sondrio, Predazzo e Tesero, in Val di
Fiemme, in provincia di Trento, e Anterselva, che è in Val Pusteria, quindi in
provincia di Bolzano. In più c’è Verona, dove si chiudono i giochi invernali e
si inaugurano i giochi paralimpici. Chi segue lo sport magari è consapevole che
una determinata gara si svolga a Bormio, ma non è detto che percepisca quanto è
stato fatto per portare effettivamente quella gara a Bormio, investimenti,
opere, eccetera”.
Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura
e i festeggiamenti per la vittoria viene così messo in dubbio dalle
controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Come si legge su
Openpolis, quando si parla di sostenibilità bisogna considerare come avvengono
le candidature ai giochi olimpici. Il Comitato interazionale olimpico (CIO o
IOC) vaglia il dossier di candidatura che, per Milano-Cortina, si è fondato sul
tema della sostenibilità e dell’abbassamento dei costi (argomenti cardine
dell’Agenda olimpica 2020 a cui i Paesi ospitanti devono per forza attenersi),
il basso impatto ambientale tramite il ricorso a strutture preesistenti e
l’attenzione alla mobilità sostenibile e alle comunità locali. La spesa pubblica
per le Olimpiadi 2026, tuttavia, si attesta sui 6 miliardi, il trasporto e le
opere stradali correlate favoriscono il trasporto privato, quindi il traffico in
aree molto distanti tra loro e con problematiche di connessioni stradali.
Peraltro chiunque prenda la macchina per spostarsi da Milano durante il fine
settimana, a prescindere dai giochi olimpici, ne è ben consapevole: il traffico
verso le comunità montane è sempre altissimo, i collegamenti stradali sull’arco
alpino interessati spesso da gravi disagi e gli spostamenti pubblici, superati i
grandi centri abitati, non coprono adeguatamente le tratte.
L’avanzamento dei lavori può essere monitorato attraverso il portale Simico.it
della Società infrastrutture Milano-Cortina, che si occupa della realizzazione
delle opere. Lo stato dei lavori, come da disclaimer del sito, deve essere
aggiornato a 45 giorni. Al 16 febbraio 2026, gli interventi completati sono 40
su 98, 29 su 98 sono in fase di esecuzione, 27 in fase di progettazione e 2 sono
in fase di gara. Questo implica che i lavori per svariati interventi
infrastrutturali, in particolare snodi stradali come la variante di Cortina,
siano pensati per essere iniziati in seguito ai giochi olimpici, con una serie
di costi extra che rischiano di aumentare prima della conclusione
dell’intervento.
> Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la
> candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene messo in dubbio dalle
> controinchieste che lasciano emergere una visione contraria.
Le Olimpiadi, come qualsiasi grande evento, sono state segnate da
un’accelerazione delle pratiche e da un mancato confronto con la popolazione,
locale e non, sulla spesa pubblica. “Non bisogna dimenticare”, dice Citterio,
“che il sostegno economico degli sponsor è piuttosto basso, perché
contribuiscono alla quota messa a disposizione dal CIO. L’impatto, per quanto
riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina è molto più visibile sull’arco alpino
perché interessa le risorse: energia, acqua, aria terreno. A Milano, invece, è
meno visibile, perché è prevalentemente di natura sociale”. Una visione
fondamentalmente diversa dal racconto che negli ultimi anni è stato portato
avanti dai media mainstream. La narrazione che è emersa, soprattutto a ridosso
dell’inizio della cerimonia inaugurale è però una narrazione tardiva, che non
può più influenzare quanto fatto.
Le problematiche dell’abitare sono note a Milano ed evidenziate dalle inchieste
di urbanistica che hanno occupato il discorso pubblico negli ultimi mesi e che
hanno coinvolto anche COIMA SGR, holding finanziaria che gestisce con Convivio e
Prada Holding il Villaggio olimpico 2026. Villaggio olimpico che, a giochi
conclusi, ospiterà uno studentato con stanze dal costo di quasi 1000 euro al
mese. La crisi abitativa si riflette in maniera piuttosto speculare sulle terre
alte, flagellate da un turismo di massa che, più che associarsi a una crescita
di benessere economico e sociale, si affianca piuttosto a un aumento del costo
degli affitti a lungo termine, alla perdita dei servizi di base e a un
progressivo spopolamento delle comunità.
(fot. per gentile concessione Beatrice Citterio).
Per fare solo un paio di esempi, la piscina di Cortina, di cui potrebbe
usufruire tutta la cittadinanza (e, chissà, giovani aspiranti nuotatrici e
nuotatori), è chiusa da 14 anni mentre l’emblematica pista da bob avrà un
utilizzo limitato vista la scarsa pratica di questo sport, peraltro prettamente
invernale, con una potenziale perdita di 500.000 euro all’anno circa (ricordiamo
poi che il CIO aveva espresso parere positivo sull’utilizzo degli impianti già
in essere a Innsbruck). A Bormio, invece, dove manca l’ospedale è stato
costruito un policlinico in vista delle Olimpiadi, ma si tratta di
un’infrastruttura temporanea che verrà demolita con la conclusione dei giochi, e
senza un ospedale di prossimità gli abitanti della zona devono continuare a
rivolgersi a Sondrio, Milano, o Lecco. Oppure riportando il discorso su Cortina,
il Villaggio olimpico di Fiames è un’altra infrastruttura temporanea, su cui si
è preferito investire invece di rivalutare edifici già esistenti.
I processi accelerati dalle Olimpiadi si innestano quindi su territori già
toccati da problematiche di esclusione sociale preesistenti e da una
gentrificazione crescente correlata all’espansione turistica e
all’inaccessibilità dei prezzi, facendole esplodere. Come si può pensare,
allora, che una persona possa abitare e lavorare in un territorio dove mancano i
servizi di base, dall’alimentari, alla piscina, alla palestra? Se Ampezzano e
Cadore hanno assistito a un’impennata dei prezzi nell’ultimo quinquennio, lo
stesso è avvenuto in varie zone di Milano. In un quest’ultimo caso, se molti
processi sono stati indipendenti dai giochi olimpici, la riqualificazione di
alcune aree, come quella dello scalo ferroviario di Porta Romana, hanno
strettamente a che fare con le Olimpiadi. Uno strumento utile per chi volesse
approfondire le speculazioni edilizie è il saggio Oro colato di Duccio Facchini
e Luigi Casanova (2025), che mappa con precisione le operazioni immobiliari
associate alle Olimpiadi Milano-Cortina.
> Il turismo di massa, più che associarsi a una crescita di benessere economico
> e sociale, implica un aumento del costo degli affitti a lungo termine, la
> perdita dei servizi di base e un progressivo spopolamento delle comunità.
Tornando a Giochi Preziosi, l’idea di Citterio è quella di non fermarsi al
secondo volume, ma di continuare a monitorare anche il dopo-olimpiade. Le
modifiche del territorio, spiega, sono ormai irreversibili, ma ci sono ancora
manovre di azione possibili su opere non ancora iniziate e fondi non ancora
vincolati (per esempio la tangenzialina dell’Alute, già nominata). Sono diverse
e con diverse personalità le figure che si sono occupate di inchieste
sull’organizzazione dei giochi olimpici 2026. Dalla montagna alla città quello
che emerge dai movimenti di protesta e dal lavoro giornalistico di inchiesta è
che, in mancanza di un’efficace sorveglianza “dall’alto”, sia stato necessario
lo sviluppo di una sorveglianza “dal basso”. Persone, quindi, che si occupano
del loro territorio, a livello di cittadinanza e a livello di movimento
politico. Quando ci chiediamo cosa resterà delle grandi opere pensate per
Milano-Cortina 2026, se saranno mai completate (dalle inchieste della rivista La
Vialibera non sembra mai essere stato istituito il Forum per la sostenibilità
dell’eredità olimpica di Milano-Cortina 2026) dobbiamo considerare che la
sorveglianza sarà civile e popolare e dipenderà in larga parte dal
coinvolgimento dei singoli cittadini e delle comunità interessate dai
cambiamenti strutturali, a Milano come sull’arco alpino.
L'articolo Giochi Preziosi proviene da Il Tascabile.
C hiunque abbia provato a sollevare l’argomento durante una cena tra amici, o in
un altro contesto non specialistico, sa bene che l’energia non è uno di quei
temi che riscuotono troppo successo. A meno che non si finisca a parlare di
bollette, o che qualcuno sbatta sul tavolo la carta jolly del nucleare,
difficilmente la conversazione prenderà slancio, ed è probabile che nel giro di
poco qualcuno provi a sterzare la conversazione su un binario più rassicurante.
Un po’ come il riscaldamento globale, l’energia è uno di quegli argomenti tanto
importanti quanto apparentemente respingenti. Il che è curioso, perché a ben
vedere è l’elefante presente in tantissime stanze: quella climatica, quella
geopolitica, quella economica, ha un ruolo centrale nel lavoro come nel costo
della vita, per non parlare dell’intelligenza artificiale. Il problema è che,
per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per
funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo poche
conoscenze specifiche, nonché uno di quelli peggio raccontati.
Nel suo Le energie del mondo (2025), Gianluca Ruggieri, ricercatore e docente di
fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, prova a rimediare a
decenni di narrazioni superficiali e strumentali, ponendosi l’obiettivo di
restituire la complessità delle questioni energetiche senza per questo farti
cadere il mento sul petto.
> Per quanto sia letteralmente la linfa che serve al nostro sistema per
> funzionare, l’energia è anche uno degli argomenti su cui in media abbiamo
> poche conoscenze specifiche, nonché uno di quelli più strumentalizzati e
> peggio raccontati.
Da lontano, lo si potrebbe scambiare per un vademecum per chi voglia farsi
un’idea delle sfide legate al settore energetico e colmare le varie lacune.
Intendiamoci, per certi versi lo è: parliamo di uno di quei libri che anche una
volta finiti tieni a portata di mano, ritornando all’occorrenza su alcuni
capitoli specifici. Ma è anche un libro capace di fornire una chiave di lettura
per comprendere meglio l’attualità, e volendo, una bussola per orientarcisi.
Che non si tratti del solito libro sull’energia è chiaro fin dalla prima parte,
in cui Ruggieri mette in relazione due concetti solo in apparenza slegati,
quello di “dipendenza” e quello di “ideologia”. Ripercorrendo gli ultimi
cinquant’anni di storia energetica italiana, l’autore mostra in quale modo il
nostro Paese abbia sviluppato una dipendenza dai combustibili fossili, come
questa dipendenza abbia alimentato un’illusione di sicurezza energetica, e come
nel periodo postpandemico l’illusione sia andata in frantumi. “In Italia, in
particolare, nel 2020 il 40% dell’energia primaria era fornito dal gas naturale”
scrive Ruggieri “E circa il 38% del gas naturale utilizzato proveniva dalla
Russia”. Poteva essere un punto di svolta, una presa di coscienza pur tardiva
delle conseguenze economiche e geopolitiche di una dipendenza fossile, e invece
è stata un’altra occasione persa, in buona parte per via di come la crisi del
2021-23 è stata raccontata.
> In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a
> proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri
> interlocutori è quella di essere “ideologici”. Ma è possibile fare un
> dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il
> contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è
> più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un
> obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della
> civiltà umana per come la conosciamo?
Ci siamo abituati a dare per scontata una disponibilità energetica che fino a
prima della rivoluzione industriale era impensabile: nel giro di 200 anni
l’energia usata dalla popolazione mondiale è aumentata di diverse decine di
volte. Una crescita senza precedenti, che ha favorito un progresso altrimenti
inimmaginabile, ma sarebbe assurdo pensare che questo ritmo possa essere
mantenuto indefinitamente.
> L’ideologia più pericolosa è quella che tratta come infinito il capitale
> naturale su cui si regge la nostra civiltà. Un capitale frutto di un lungo
> processo di sedimentazione e interconnessione, che non si ricostruisce a colpi
> di investimenti o manovre economiche.
Basta dare un’occhiata ai report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate
Change) o anche solo alle curve di crescita degli ultimi 30 anni, per rendersi
conto che l’ideologia più pericolosa è quella che normalizza lo sfruttamento
crescente delle risorse e degli ecosistemi, affidandosi a modelli di sviluppo
che trattano come infinito il capitale naturale su cui si regge la nostra
civiltà. Un capitale che è frutto di decine di migliaia di anni di
sedimentazioni e interconnessioni, e che non si ricostruisce a colpi di
investimenti o manovre economiche.
Ma per smontare questa ideologia dobbiamo prima liberarci di una dipendenza dal
fossile che non è solo economica, ma anche psicologica e culturale. E per
liberarci di questa dipendenza un passo utile è sfatare i tanti falsi miti che
incrostano il discorso energetico: ad esempio l’idea che il futuro dell’energia
siano l’idrogeno e le biomasse; o che allo stato attuale non possiamo
permetterci una transizione rapida (economicamente parlando, è vero il
contrario); o che non siamo ancora in grado di sfruttare le energie rinnovabili
su larga scala (eolico e fotovoltaico oggi sono le fonti in più rapida
crescita); o che le tecnologie rinnovabili siano meno efficienti di quelle
fossili. Quest’ultima falsità è particolarmente insidiosa, perché va a prendere
uno dei difetti propria della produzione fossile e lo ribalta in un salto
carpiato. Per come è strutturata la filiera fossile, infatti, il 62,5%
dell’energia che usiamo viene dissipata e non svolge nessun lavoro, un colabrodo
energetico inaggirabile:
> Tutte le tecnologie che vengono proposte per la decarbonizzazione sono molto
> più efficienti di quelle attuali. Guardando i dati a volte potremmo essere
> tratti in inganno e pensare che non sia così: centrali a gas e carbone hanno
> un’efficienza del 33-50%, mentre i pannelli fotovoltaici “solo” del 30%. Ma
> una volta bruciato il carbone, il petrolio o il gas, quella risorsa non c’è
> più. Mentre usare il vento o la radiazione solare non intacca alcun patrimonio
> e non consuma nulla: avremmo già un miglioramento energetico anche con
> un’efficienza irrisoria. Perciò con le rinnovabili non solo possiamo generare
> elettricità eliminando gli sprechi, ma anche recuperare energia che altrimenti
> andrebbe perduta.
Uno dei maggiori meriti di questo libro, è la sua capacità di mostrare come la
transizione ecologica non possa essere unicamente una transizione energetica, ma
debba necessariamente prevedere anche un cambio di paradigma culturale. Per un
libro che parla di energia non è affatto una cosa scontata. Ma nemmeno inattesa,
considerando che, come abbiamo visto, uno dei primi concetti affrontati
dall’autore è quello di “dipendenza”. Se è relativamente semplice individuare
nel sistema fossile dinamiche di dipendenza economica (e geopolitica), più
difficile è prendere atto di quanto ci risulti culturalmente difficile
allontanarci dal modello di sviluppo fossile, e dalle promesse che da sempre
porta con sé.
[/blockquote] A giudicare dagli ultimi chiari di luna, esiste la possibilità
concreta che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le
dinamiche di potere esistenti. [/blockquote]
Prendiamo l’automobile: come Ruggieri spiega bene in un capitolo dedicato alle
auto elettriche e alla mobilità sostenibile, a partire da inizio Novecento
l’automobile ha colonizzato il nostro immaginario, prendendosi uno spazio
enorme. Pensiamo ai film, allo sport, alle pubblicità, ma anche a come sono
costruite le nostre città. “Per generazioni”, scrive Ruggieri, “l’automobile è
stata sinonimo di emancipazione, libertà, futuro”. Questo ha contribuito a far
sì che gli impatti negativi dovuti alla sua diffusione siano sempre sembrati
trascurabili rispetto ai vantaggi prodotti.
> A conti fatti, quando ci spostiamo con un’automobile dotata di motore a
> combustione, è come se ci stessimo muovendo a bordo di una stufa. Una stufa in
> grado di convertire in moto solo una frazione minima del calore, che disperde
> energia sia quando accelera sia quando frena, e che per portare una persona di
> corporatura media deve spostare una massa 10-15 volte superiore. Tutto questo
> fa sì che quando usiamo un’automobile tradizionale per muoverci consumiamo 100
> volte l’energia che sarebbe teoricamente necessaria.
Un altro merito è quello di fornire un punto d’osservazione obliquo su questioni
che tendono a essere inquadrate sempre con le stesse angolazioni. Il caso delle
auto elettriche, a proposito, è emblematico. Mentre il discorso pubblico tende a
imporre una dicotomia falsata – da un lato chi vorrebbe mantenere in strada le
auto a motore termico, dall’altro chi invece sostituirebbe ogni veicolo fossile
con uno elettrico – Ruggieri insiste sulla necessità di ripensare la mobilità,
riducendo il numero di auto in circolazione, potenziando un trasporto pubblico
sostenibile, orientando le politiche cittadine alla sicurezza stradale e alla
sostenibilità.
> Se è relativamente semplice individuare nel sistema fossile dinamiche di
> dipendenza economica (e geopolitica), più difficile è prendere atto di quanto
> ci risulti culturalmente difficile allontanarci dal modello di sviluppo
> fossile, e dalle promesse che da sempre porta con sé.
Ed è qui che il libro si apre a un discorso meno tecnico e più sociale. Perché
per quanto sia fuori discussione che abbiamo bisogno urgente di una transizione
ecologica, è anche vero che questa transizione non sarà automaticamente giusta.
A giudicare dagli ultimi chiari di luna, anzi, esiste la possibilità concreta
che l’abbandono delle fonti fossili venga sfruttato per ricentrare le dinamiche
di potere esistenti. Per evitare che ciò succeda, è necessario tenere conto
delle ricadute sociali che ogni cambiamento strutturale inevitabilmente finisce
per creare, e orientare questo necessario cambio di rotta verso una riduzione
delle disuguaglianze e a una effettiva democrazia energetica:
> Sappiamo bene come le grandi aziende di fornitura energetica siano state in
> grado di moltiplicare a dismisura i propri profitti, i dividendi e i compensi
> per i propri dirigenti, anche in situazioni di crisi generale. E sappiamo
> altrettanto bene come i grandi paesi esportatori abbiano potuto accumulare
> enormi ricchezze che nel peggiore dei casi finiscono a finanziare invasioni e
> guerre, come è successo negli ultimi anni in Ucraina, in Yemen e in
> Nagorno-Karabakh. Le tecnologie della transizione invece possono essere
> dispiegate su scala molto diversa, e in impianti molto più vicini al
> consumatore finale. […] La partecipazione popolare alla transizione potrà
> ulteriormente rafforzarsi attraverso strumenti come l’autoconsumo collettivo e
> le comunità energetiche rinnovabili, che consentono la condivisione a livello
> locale dell’energia elettrica prodotta in impianti rinnovabili.
Dicevamo all’inizio che l’argomento energetico viene spesso ostracizzato da
molte conversazioni e che in parte ciò è dovuto al modo superficiale e
frammentario in cui è stato raccontato. Se questo libro funziona così bene è
anche perché è strutturato in modo da mettere in relazione i tanti aspetti della
questione, fornendo uno sguardo ampio che rende naturale al lettore trovare i
punti di contatto tra problemi che è abituato a considerare separati. A
giudicare da questo libro, Ruggieri sarebbe in grado di dare l’argomento
energetico in pasto a una tavolata di persone tutt’altro che propense, e
innescare una conversazione che duri fino agli amari. In tempi di capitalismo
dopaminergico, falsi miti, e attenzione frammentata, non è cosa da poco.
L'articolo Le energie del mondo di Gianluca Ruggieri proviene da Il Tascabile.
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile
al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di
provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è
diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un
animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di
osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di
stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di
Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale,
scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il
lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da
Iperborea nella traduzione di Luca Fusari.
Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia,
Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a
partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere
infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di
Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare
GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato
Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi
quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha
tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli
incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il
congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo
chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite.
> Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e
> il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000
> chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia.
Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza,
politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole,
racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile
instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla
pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno
iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo
ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e
sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente
riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito
areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un
ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione.
Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli
umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio
sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse
tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è
spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui
percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore:
> Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi
> impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede
> nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile
> all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo
> del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E
> così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa
> riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche.
Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le
fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in
questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni
che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i
confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo
migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo
vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza
e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con
tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra
società e di difendere le sue radici e tradizioni.
> A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo,
> favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come
> l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione.
L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel
2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere
Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è
la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già
nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le
comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon
(2019).
Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui
pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto
toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert
Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che
ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf
Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e
cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane,
scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in
Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite
causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie
come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano
riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della
vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi,
seppur complessa, è possibile.
Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni
scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di
Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato
dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento
inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di
Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il
simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato
di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e
foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che
polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può
dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa
l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del
ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022:
> Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa
> capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più
> fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione
> dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora.
> La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo
> tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo
> fermarlo.
Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di
Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci
possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze
delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un
legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità
per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un
razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal
comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli
umani.
> Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo
> migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo
> vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di
> sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue
> radici e tradizioni.
Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo
aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature
e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di
pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso
ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della
Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo
da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono
numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi
mammiferi.
Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola
storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci
la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di
ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo.
Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca,
la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒
animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per
quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non
voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico
salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo.
L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della
città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza
dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del
popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero
in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della
città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del
popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei
negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti
bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri
messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto
ritagliarsi i suoi spazi.
In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli
striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde:
Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”;
“Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare
il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio
Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne
indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il
caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano
la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte
sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché
risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima
nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte
e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto:
“Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”.
Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un
filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro
che abitano i quartieri più poveri e dimenticati.
Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di
questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido
emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva
la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre
chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla
maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP,
come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a
occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non
chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano
ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo
caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.
La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém
(fot. Sophia Grew).
La “COP dei popoli”
André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento
usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga:
definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo
comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il
supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue
indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare
il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti
climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale,
la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile
in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di
cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori
dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di
gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão,
la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella
Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni
e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile,
Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo.
> Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a
> far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno
> ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è
> rimasto ai margini, escluso dai dibattiti.
Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém,
vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della
propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo
brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni
indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi
dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di
persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze
e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti,
la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia,
con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350
indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche
alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP,
la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre
parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati
nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni
del Brasile.
Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente
accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi
alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le
pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume.
Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato
indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira
fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to
COP30”.
Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a
stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue
alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un
legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma,
soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano
l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il
fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di
sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono
tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia
familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il
petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le
popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano
si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati
percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il
sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi
del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le
promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive
in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze.
E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto
miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della
nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della
Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque
veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se
sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che
dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si
può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo
stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una
volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta
contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca.
> In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena
> della storia, con almeno tremila rappresentanti.
Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili
fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per
un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più
folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano
stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto,
con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una
ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le
autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per
perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio
delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo
sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di
diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene
valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica
piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di
persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente
l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti
alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF
distribuiscono ventagli.
Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas»,
«Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot.
Sophia Grew).
Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di
soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una
sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che
ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre
cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante
la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate
per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le
istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché
“aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere
proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei
popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere
ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno
all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza
segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle
grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza,
punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero
mutirão di questa COP30.
Silenzio in periferia
“Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e
periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali.
L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua,
il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai
programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione
con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit.
Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone
si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La
narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di
“periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il
polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la
regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata.
Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che
sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo.
Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni,
a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che
avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte
per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione
pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene.
Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie,
palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém,
nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior
parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo
impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del
Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per
accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città,
cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e
ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante
minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019
erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte
291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche
se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste
innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei
prezzi, quindi escludendo i ceti popolari.
> Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature
> globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo
> le conseguenze.
Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha
prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno
abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati
dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi,
innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della
gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém
non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi),
le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in
Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha
raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non
ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto
che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche
parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém.
Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È
stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le
pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione
che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente
ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più
grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali
che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano
più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case
intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono,
riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei
primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove
l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie,
proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la
COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla
prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali
saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto
sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della
popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé
bottiglie di plastica, tappi, batteri.
Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot.
Sophia Grew).
È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di
questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta
collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di
impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti
nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro
istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto
tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima
questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo
loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un
impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i
cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio.
E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le
imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione
ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono:
“Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la
dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale
sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo
aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema
cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas
tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun
tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine.
Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio,
dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della
negligenza del potere pubblico”.
> Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua
> lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi
> dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora
> cambiato niente”.
La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto
al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo
finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei
combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei
quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di
aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha
ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a
essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al
riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far
cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno
essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I
decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta,
toccherà entrare con la forza.
L'articolo Belém: voci fuori dalla COP30 proviene da Il Tascabile.
L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che
vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre,
che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta
altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica
peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989.
Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del
World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese
alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla
crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio
un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il
letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia
di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra
galleggiare sul deserto più che sul fiume. Sono foto che mostrano gli effetti
del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro
di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale.
Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che
si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni
più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta
grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe
sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni
distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di
inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal
cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio
dell’ecosistema amazzonico stesso.
Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica
e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici.
Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella
biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio
delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande
all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua
dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua
attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il
maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della
grave siccità.
> L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
> contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle
> Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo.
La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che
minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali
che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza. La maggior parte della foresta,
quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si
estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura
minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la
più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che
abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per
impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in
pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del
mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza.
Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei
quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni
di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando
di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della
deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è
attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora
lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030,
annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato,
anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono
stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni
secondo.
A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in
circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e
già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo.
Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un
punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o tipping point), la
soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando
cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri
sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più
asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento
climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando
queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta
già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità
estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato
che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000
e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia.
Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di
Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione
nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate
e più di 183 sono morte nelle inondazioni.
Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che
allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per
vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di
legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e
non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che
abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa
specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione
internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e
trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli
della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti.
> La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo
> globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta
> Frontiera incontattata.
L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica.
Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio
2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro,
trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è
quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle
regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta
sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a
governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua
visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto
dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul
raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di
agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture.
“L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi:
proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo,
e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti
di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della
foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il
cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit
Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare
con le sfide ambientali, i confini non esistono”.
Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo
sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con
l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome
Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio
corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará,
la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10
al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare
frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per
farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”.
Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo
il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e
designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica
copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del
bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo,
nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le
Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato
in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas
naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche
e dannose per l’ambiente e per la salute.
Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione
petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni
l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16
miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a
pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La
compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato
ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco
(UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree
contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia
ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente
colpiscono l’area.
All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi,
tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche
come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato
oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo
di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più
remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di
dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando
era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e
nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per
difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos.
Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione
popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo
solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato
a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel
sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è
passato alla storia.
> Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso
> e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo
> così al modello proposto dall’opposizione.
Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria
sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato
la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di
riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione
dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni
dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro
anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente
Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le
trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco
nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del
giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili
di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di
petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del
collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del
2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte
interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della
regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il
referendum” continua Bermeo.
Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei
referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”,
ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la
prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa
natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea
Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette
e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel
registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta
fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio
la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i
diritti collettivi.
“Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno
relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla
consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un
altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la
consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E
considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree
protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche
contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di
12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza
contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione
culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e
sostentamento.
Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e
raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance
tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter
sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un
lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che
ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in
queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde
prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla
del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è
gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa
alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a
dover collaborare con attività estrattive o minerarie”.
L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde
dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti,
qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il
paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato
quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è
quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico,
che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno
e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni.
Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche
quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una
spiaggia deserta – sono intessuti di suoni.
Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si
muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio
sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale
per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della
biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni
possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è
proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme.
Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che
in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con
una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade
d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del
canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto
scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle
conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci.
Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi
hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi
sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni
di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che
l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci
può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli
spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo,
perfino sulla pace che desideriamo.
> Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato
> quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è
> quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere
> delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare
> degli anni.
Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò
che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché
invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa,
perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e
alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso
dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli
umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito
ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo
gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati
dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla
biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche
a come questo suonerà.
L’antropofonia e l’inquinamento acustico
Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire
dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la
geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il
mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto,
l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver
generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel
(dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri
viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore,
boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata
all’insopportabile rombo di un aereo in decollo.
> Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
> esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle
> raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese.
È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a
costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel
mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il
2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%,
secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli.
Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non
oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con
picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi
esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul
rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al
rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi
un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di
molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni
di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario
produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono
esposte al rumore del traffico aereo.
Effetti dell’inquinamento acustico
La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui
viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che
l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce
ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo
estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha
presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale
l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in
Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete
di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo
termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di
concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli
effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico
provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e
disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000
casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore.
> L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la
> salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi
> prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi
> del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione.
In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno
1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni
di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi
invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci
all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure
aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo
di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli
di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei
trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6
miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un
valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci
sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che
solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti,
quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati.
Il rumore delle armi, il rumore come arma
Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del
paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima
alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra:
il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba
atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra
marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che
producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a
rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli
aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli
impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione
prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi
post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori,
specie se forti e improvvisi.
> In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono
> quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica,
> per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB.
Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come
strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device,
dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la
Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di
manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver
utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La
popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma
quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si
abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro
della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il
suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto.
Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della
guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini
sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una
benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e
per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare.
I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe
che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità
del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per
chi non è in grado di udire la guerra.
Il silenzio: non solo un’assenza di suoni
Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la
pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il
silenzio per pura sottrazione del rumore.
> Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è
> che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma
> sulla soglia minima di percezione umana.
Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori
umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi,
niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie,
niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e
costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un
paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i
suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia,
e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti
dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio
assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto,
ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai
rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare,
scrosciare di fiumi e frusciare di foglie.
In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa
c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca
attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al
silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio
chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che
abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla
soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel
negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di
silenzio differente.
> La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del
> tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente
> allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente
> cantieri, demolizioni e costruzioni.
Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di
allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando
una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così,
come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava
accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare
indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità
che li abita.
Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della
biodiversità
È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che,
circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce
ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national
d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo
stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei
ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale,
che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati
per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie
indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o
ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più
aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente
registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno
invasivo, di monitoraggio.
I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma
anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando
l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a
nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una
melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non
solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli,
diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le
vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie
scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta.
> Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i
> suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note,
> un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente
> potrà replicare.
Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le
altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il
nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro
impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto
marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e
disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei
mammiferi marini.
Immaginare un futuro silenzioso
Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città
tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il
benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non
significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce
dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati,
annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un
vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una
riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si
sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia.
Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa
quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la
possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari
di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che
entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità
di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e
di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un
cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che
vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo
giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto
ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo,
prima di perderle per sempre.
L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di
Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono
scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di
Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei
Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo,
contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici,
grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese
per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità.
Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti
sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante
l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di
irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume
di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno
l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere
conto della volontà di chi abita quei territori.
Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione
di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti
antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di
manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti
persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i
Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald
Damarnin e dichiarati illegali.
Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche
del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo
modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia,
lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il
movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di
altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la
Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti
e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del
governo francese.
> L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica
> laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma
> collettive e strutturali.
In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un
soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni
Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla
fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di
militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a
partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano
una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto
del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono
le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di
risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche
che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in
politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o
identitarie, ma collettive e strutturali.
Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi
eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne,
una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori,
firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques
en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola,
titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros
de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di
“Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di
Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”.
Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il
manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche,
ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento.
Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de
la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa
coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche”
rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo,
l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni
tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica
del movimento.
Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di
enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i
movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non
tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche
inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la
narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene
molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva,
quasi imperativa:
> Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono
> previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati.
> Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della
> società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura.
> Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane.
> Disertare. Insediarsi in campagna.
Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei
comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere
immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”:
Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti
e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il
bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e
un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà
alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo
che tutte e tutti possano recuperare le forze.
In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note
con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle
costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura
(“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a
ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e
suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare
le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso
personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”;
“Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è
personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra
uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le
grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per
“autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”.
> Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement
> de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le
> fa coesistere e le tiene insieme.
Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui
si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si
tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a
chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha
a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che
identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi
sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso
politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”,
“attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo.
Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso
è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie
giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla
nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi
applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano
infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto
stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti
un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori
dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere
di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre
un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e
a evitare ogni confronto.
In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica
primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci
vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca
solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle
piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo
l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza
imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo
Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del
tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero –
ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la
sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella
disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo
lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica.
L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come
architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del
pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non
è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di
spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura.
> Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire
> “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una
> scelta di campo.
In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro
che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta
oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere,
leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza
collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo
in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in
Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione
pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma
di sapere che non pretende egemonia, ma relazione.
Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti
per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato,
perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni
linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri
dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il
dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival,
accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici.
Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è
visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio,
l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma
dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato
in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come
oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a
descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i
Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle
grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza”
contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema
iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti
che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica
del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita.
La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un
modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né
sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito,
persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica.
È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la
discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro
ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere.
> L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
> diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
> agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del
Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della
decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa
in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il
discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna
un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti
ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza
strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa
dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la
memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si
riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta.
L'articolo Che lingua parla la politica militante? proviene da Il Tascabile.
L e monumentali rovine del sito maya di Calakmul sono completamente immerse
nella giungla, che le ha nascoste e protette fino a pochi decenni fa. Salendo in
cima all’Estructura II, il più alto edificio maya conosciuto, lo sguardo spazia
sopra il mare verde delle chiome degli alberi. Calakmul è stata un tempo la
capitale del regno di Kaan, il regno della testa di serpente. Città
inespugnabile, dominava un territorio sconfinato che arrivava fino all’attuale
Guatemala, dove era situata Tikal, la città-Stato che contendeva a Calakmul il
predominio sull’area. Il destino, beffardo, ha voluto che proprio a Calakmul, la
capitale del regno della testa di serpente, sorgesse una delle 34 stazioni del
Tren Maya, il “grande serpente metallico” che attraverserà la penisola dello
Yucatán. 1554 chilometri, 34 stazioni, 42 treni, collegamento con 7 aeroporti e
26 aree archeologiche, per un costo stimato che sfiora i 30 miliardi di dollari.
Questi sono i numeri essenziali che raccontano il progetto nato dalla fantasia
dell’ormai ex presidente, Andrés Manuel López Obrador, all’indomani della sua
elezione, nel 2018.
Ripetutamente dipinto dal presidente come un grande progetto di speranza e
sviluppo, una volta completato, il Tren Maya rappresenterà l’imperitura
testimonianza del passaggio di López Obrador nella storia del Paese
centroamericano. Ma non si tratta solo di aspirare all’immortalità. Un
megaprogetto è soprattutto un formidabile generatore di consenso politico, a
livello centrale e locale. Il paradigma che emerge dalla vicenda del Tren Maya è
universale. Che si tratti di una linea ferroviaria o di un ponte, che avvenga in
Messico o in Italia. Quando le grandi opere nate “in alto”, nelle stanze del
potere centrale, vengono calate “in basso”, su territori spesso impreparati o
inadeguati, in nome del progresso e dello sviluppo, i costi ambientali, sociali
e culturali rischiano di diventare enormi.
Il Tren Maya inizia il suo viaggio con una promessa: trasportare i turisti
attraverso la Regione Maya e, così facendo, offrire opportunità economiche e
benessere ad alcune delle comunità più povere del Paese, che non hanno case in
muratura né un sistema fognario, guadagnano meno del salario minimo e spesso non
proseguono gli studi oltre le scuole elementari.
> Il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di
> riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione, che
> porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali e impianti di
> produzione energetica.
È il presidente stesso a esporsi in prima persona promettendo che il treno
porterà posti di lavoro e sviluppo per pagare il “debito morale” dello Stato
messicano nei confronti del suo Sud-Est, storicamente trascurato. “Il Tren Maya
è un atto di giustizia”, ha detto López Obrador, originario del vicino Stato di
Tabasco, nel corso di un incontro con le comunità locali.
Un progetto di trasformazione strutturale
In realtà il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero
progetto di riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della
regione. La ferrovia porta con sé resort, lotti residenziali, centri
commerciali, impianti di produzione energetica. In corrispondenza delle 20
stazioni principali è prevista la costruzione dei cosiddetti “poli di sviluppo”,
destinati a ospitare ognuno 50.000 persone, con allevamenti di maiali e polli
per soddisfare le necessità dei turisti. Ma c’è di più. Il progetto del Tren
Maya prevede il collegamento diretto con un altro megaprogetto fortemente voluto
da López Obrador e in gran parte già realizzato: il Corredor interoceánico, una
ferrovia che mette in collegamento il Pacifico e l’Atlantico nel punto più
stretto del Messico, offrendo un’alternativa terrestre più economica e più
veloce al Canale di Panama. Nell’intenzione del presidente anche questo
progetto, con i suoi parchi industriali, raffinerie e porti, contribuirà allo
sviluppo della regione e darà una spinta a tutta l’economia messicana.
Il tracciato del Tren Maya si snoda attraverso tutti e cinque gli Stati che
costituiscono la penisola dello Yucatán: Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e
Quintana Roo. Il percorso del treno, più volte modificato, a partire da quello
originario lungo 900 chilometri, ha il suo cuore nell’anello ferroviario che,
toccando i maggiori siti archeologici, le città coloniali e le località balneari
della costa caraibica, parte e torna a Cancún, la capitale turistica della
penisola.
Cancún è una città artificiale, letteralmente costruita a tavolino dal governo
messicano per favorire la nascita di un polo turistico alternativo ad Acapulco.
Quando il 23 gennaio 1970 fu avviato il progetto di sviluppo, l’area contava
solo tre residenti, i custodi della locale piantagione di cocco. Oggi, dopo 50
anni, Cancún ha quasi 900.000 abitanti e ogni anno viene visitata da oltre 20
milioni di turisti. Un vero eldorado, soprattutto per i tour operator stranieri,
le catene alberghiere internazionali e i gestori messicani di discoteche e
parchi dei divertimenti. Ad attirare i turisti nello Yucatán non sono solo la
sabbia bianca e l’acqua turchese delle spiagge caraibiche, ma anche gli
spettacolari siti archeologici della civiltà Maya e l’immenso patrimonio di
biodiversità delle sue sconfinate foreste e della seconda più grande barriera
corallina al mondo.
Gran parte degli abitanti della penisola dello Yucatán sono di origine indigena,
per lo più discendenti dai Maya. Le popolazioni indigene, con la loro cultura e
il loro modo di rapportarsi all’ambiente, sostengono e preservano la
biodiversità dello Yucatán ma spesso non traggono benefici dallo sviluppo
turistico. Al massimo, hanno accesso ai lavori più umili, come quelli da
personale delle pulizie negli hotel. È così che si comprende perché, nonostante
lo sfruttamento turistico, lo Yucatán rimane un’area depressa nel quadro
nazionale. In quattro dei cinque Stati che lo compongono, le famiglie, in
particolare quelle indigene, hanno un reddito medio di gran lunga inferiore a
quello nazionale, oltre 7 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e
più di 2 milioni in condizioni di indigenza.
> Un gruppo di accademici ha firmato un appello per chiedere al governo di
> fermare i piani di costruzione: il treno è considerato una minaccia ambientale
> “su scala planetaria” con effetti potenzialmente devastanti.
La costruzione del Tren Maya è avvenuta con tempi da record e ad opera di
imprese quasi esclusivamente messicane: un vanto per la nazione. I primi 500
chilometri del tratto Campeche-Cancún sono stati inaugurati il 15 dicembre 2023,
poco più di mille giorni dopo l’inizio dei lavori. Il completamento effettivo
della linea, inizialmente previsto per la fine del 2024, dovrebbe avvenire entro
la fine del 2025.
Un’opera ad alto impatto ambientale
Appena dopo la presentazione del progetto, sono cominciate le critiche. Nel 2018
l’organizzazione ambientalista tedesca Salviamo la foresta ha lanciato una
petizione per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli impatti ambientali che
avrebbe avuto il Tren Maya, ottenendo una buona risonanza sia in Messico sia a
livello internazionale con quasi 300.000 firme raccolte. Nel 2020 attraverso la
voce del subcomandante Moises si sono duramente espressi anche gli zapatisti,
definendo il Tren Maya “l’ennesima grande opera con la quale il Governo voleva
distruggere il territorio”. Da quel momento le voci contrarie si sono
moltiplicate. Tra queste quelle degli archeologi, preoccupati che la ricchezza,
in gran parte ancora inesplorata, di resti di antiche civiltà presente lungo il
tracciato venga irrimediabilmente distrutta o resa inaccessibile.
Ma la maggior parte delle critiche si è concentrata sugli impatti ambientali
dell’opera. A luglio del 2020, un gruppo di 85 accademici, molti dei quali
messicani, ha firmato un appello per chiedere al governo di fermare i piani di
costruzione, individuando nel treno una minaccia ambientale “su scala
planetaria” e avvertendo degli effetti potenzialmente devastanti sulla falda
acquifera, già sottoposta a una forte pressione a causa dell’urbanizzazione. Va
considerato che geologicamente lo Yucatán è un’immensa distesa calcarea,
praticamente priva di acqua in superficie, ma caratterizzata dal più grande
sistema di fiumi sotterranei al mondo. Una vasta rete interconnessa che forma la
Grande falda acquifera Maya, fonte di acqua potabile per circa cinque milioni di
messicani. Gli speleologi locali hanno ripetutamente denunciato gli effetti del
passaggio della linea ferroviaria sopra il sistema di gallerie carsiche e i
danni ai cenotes, formazioni geologiche uniche al mondo, costituite da piscine
di acqua cristallina scoperte dal crollo della volta rocciosa sovrastante,
considerate dai Maya luoghi sacri di accesso al mondo degli inferi.
A dare un’idea concreta di quello che sta avvenendo sono gli speleologi di
Cenotes urbanos, un gruppo locale impegnato nel mappare il maggior numero di
queste formazioni calcaree, nel tentativo di impedirne la distruzione: “Le
grotte non sono solo dei tubi, vuoti, brutti e bui. Sono ecosistemi pieni di
vita che lavorano in squadra con gli ecosistemi della giungla. La rotta
ferroviaria attraversa almeno un centinaio di cenotes. Qui il terreno calcareo
si sbriciola, perciò i binari non poggiano direttamente a terra ma vengono
sopraelevati a 17 metri d’altezza, su centinaia di pali del diametro di oltre un
metro conficcati a 25 metri di profondità; è come costruire su gusci d’uovo. Gli
scavi distruggono alghe e batteri essenziali per la sopravvivenza
dell’ecosistema e inquinano l’acqua. A volte, per procedere più in fretta, le
ruspe tappano i cenotes con la terra. È un danno incalcolabile, irreversibile”.
> Secondo il Tribunale internazionale per i diritti della natura, il Tren Maya
> rappresenta una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali
> del popolo maya, il che costituirebbe un crimine di ecocidio ed etnocidio.
Un’altra fonte di preoccupazione è l’impronta che il passaggio del Tren Maya e
le opere complementari lasceranno sulla foresta e la fauna che la abita.
All’atto della presentazione del progetto il presidente López Obrador si era
lasciato un po’ andare all’entusiasmo assicurando nei comizi che non sarebbe
stato abbattuto un solo albero. Nella realtà, l’apertura di un corridoio, che a
volte raggiunge i 60 metri di larghezza, all’interno della foresta pluviale, ha
richiesto l’abbattimento di molti alberi, difficilmente compensabili con le
piantumazioni e le risemine previste dal progetto. Le stime più accreditate
parlano di una superficie deforestata compresa tra 6.000 e 10.000 ettari. Tutto
sommato, però, questa cifra impallidisce al confronto con i 100.000 ettari di
foresta persi solo nel 2023 nella regione, a causa di pratiche agricole non
sostenibili, dell’espansione degli allevamenti e dell’urbanizzazione della
costa.
Più della deforestazione è la frammentazione degli habitat naturali il vero
rischio per la seconda più grande foresta pluviale dell’America Latina. Specie
animali che si muovono su grandi estensioni di territorio, in particolare grandi
carnivori come il giaguaro, o specie a rischio di estinzione, come il tapiro di
Baird, potrebbero subire forti limitazioni alle possibilità di movimento per
effetto di barriere artificiali come la ferrovia. Per mitigare questi impatti,
il governo ha previsto la costruzione di attraversamenti per la fauna selvatica,
ma purtroppo la maggior parte di essi è costituita da sottopassi, anziché da
cavalcavia aperti, più costosi ma molto più funzionali.
I costi e le minacce sociali
Anche il Tribunale internazionale per i diritti della natura si è occupato del
Tren Maya. Il tribunale, formato da cittadini e istituito nel 2014 per
rappresentare i “diritti soggettivi della natura”, ha deciso di occuparsi del
caso dopo che l’Assemblea del territorio Maya dello Yucatán ha richiesto il suo
intervento il 5 giugno 2022. A marzo del 2023, i cinque giudici del tribunale
hanno raccolto le testimonianze di 23 diverse comunità indigene. La sentenza
emessa non lascia posto a fraintendimenti: “Il Tren Maya – si legge nel testo ‒
rappresenta in modo inconfutabile una violazione dei diritti della Natura e dei
diritti bioculturali del Popolo Maya, il che costituisce un crimine di ecocidio
ed etnocidio”.
Al Tren Maya non sono mancate anche le critiche di chi lamenta che i costi
sociali per la realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle
comunità locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi
operatori internazionali del settore turistico. L’ONG messicana Prodesc,
inoltre, ha denunciato ripetuti episodi di esproprio illegale degli ejidos, le
terre comunitarie istituite dopo la Rivoluzione messicana, nonostante le
affermazioni iniziali del governo che il progetto avrebbe interessato solo
territori di proprietà federale. “Il cosiddetto Tren Maya non è un treno e non è
maya, perché non è pensato per la popolazione ma per gli interessi del governo e
delle imprese che sfruttano le risorse locali” ripetono gli esponenti del
Congresso nazionale indigeno, organismo che riunisce le comunità indigene del
Messico.
> Tra espropri, gentrificazione e impatti ecologici, i costi sociali per la
> realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità
> locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori
> internazionali del settore turistico.
E intanto, nelle zone di passaggio del treno, si è già innescato un processo di
gentrificazione (vale a dire di trasformazione di un’area abitativa popolare in
una più esclusiva), che ha fatto lievitare i prezzi dei beni essenziali e delle
case.
Anche il processo di consultazione delle popolazioni locali è stato ritenuto, da
più parti, insufficiente e poco trasparente. Il presidente López Obrador e i
suoi emissari sono stati apertamente accusati di manipolare le comunità indigene
facendo leva sulla loro condizione di povertà e utilizzando metodi scorretti per
ottenere il loro assenso al progetto. Alle accuse di mancato coinvolgimento
delle popolazioni indigene nella decisione il presidente ha risposto con l’esito
del referendum indetto per approvare il Tren Maya, stravinto con il 90% dei
consensi. Un referendum, però, votato da meno dell’1% degli aventi diritto e
dichiarato non conforme agli standard internazionali dagli osservatori dell’Alto
commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani. López Obrador ha
sistematicamente ignorato o denigrato, attraverso i media governativi, tutte le
critiche al progetto, riuscendo nell’intento di depotenziarle. Gli ambientalisti
sono stati ripetutamente tacciati di essere “radical chic, corrotti e pagati
dagli Stati Uniti”, e il mondo accademico scientifico di essere formato da
“intellettuali borghesi che non conoscono la realtà”.
> Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo
> che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale
> l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello
> sviluppo economico.
Le cause intentate dagli ambientalisti e dai gruppi indigeni e le sentenze dei
tribunali messicani hanno inizialmente bloccato i lavori e introdotto modifiche
al percorso originale. La minaccia di ulteriori rallentamenti ha indotto López
Obrador nel 2021 a conferire, per decreto, lo status di “progetto di sicurezza
nazionale” al Tren Maya e ad affidarne la realizzazione all’esercito,
un’istituzione con una lunga storia di violazioni dei diritti umani. Con questo
sistema sono state scavalcate tutte le autorizzazioni e le valutazioni di
impatto ambientale e sociale, molte delle quali ancora in corso. All’esercito è
passata anche la gestione diretta di diversi cantieri e la supervisione del
funzionamento del Tren Maya, testimoniata in modo evidente dalla massiccia
presenza di uomini in mimetica con armi di grosso calibro in tutte le stazioni e
nei maggiori cantieri.
Il viejito
Ma cosa pensano i messicani del Tren Maya? Molti reporter europei hanno cercato
di cogliere il pensiero dei locali parlando con loro mentre percorrevano, come
semplici passeggeri, le prime tratte aperte. Tutti più o meno hanno raccontato
una realtà simile. Salendo a bordo è evidente lo stato di eccitazione dei
messicani che per la prima volta prendono il treno. Un selfie dietro l’altro e
video a raffica dal finestrino anche quando fuori non c’è nulla da vedere. Alla
richiesta di un parere sugli impatti ambientali del progetto, la maggior parte
delle opinioni si assomigliano: “Non è un problema, ma quale deforestazione?,
non sono impatti così gravi come dicono, qualche impatto è inevitabile se
vogliamo lo sviluppo”. Nessuno sembra essere particolarmente interessato agli
aspetti economici e sociali o ai diritti degli indigeni. D’altronde, basta
entrare in una delle 34 stazioni per capire lo sforzo che il governo sta facendo
affinché i messicani si approprino del treno e lo sentano come parte
dell’identità nazionale. “Todas y todos somos Tren Maya”, recita il messaggio
che compare ovunque, sui video, sui social, sulle riviste, sui gadget per i
viaggiatori.
Tra le popolazioni locali, i consensi maggiori al progetto arrivano dalle classi
basse e medie, attratte dalla prospettiva di nuovi posti di lavoro. Qualcuno,
perfettamente allineato col governo, parla addirittura di interessi economici
che manipolano la gente per contrastare il treno. Molti albergatori, tassisti,
guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo che il territorio pagherà con
l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale l’opinione che si tratti di un
sacrificio necessario sull’altare dello sviluppo economico.
Eletto con il consenso più alto della storia messicana recente, López Obrador è
un politico di sinistra incline al tradizionale populismo messicano, che ha
sempre coltivato un’immagine da “uomo del popolo”. Il subcomandante Marcos,
all’epoca della sua prima elezione, lo definì “l’uovo del serpente”, per
indicare la sua indole liberista sotto il guscio progressista. Sospinto dal
consenso popolare, il presidente si è permesso di usare il pugno di ferro con i
detrattori del progetto a cui, nel 2019 durante un comizio nello Stato del
Campeche, ha inviato un messaggio esplicito: “Con la pioggia, i tuoni o i lampi,
che lo vogliate o meno, il Tren Maya lo faremo”.
Il rapporto tra il presidente le classi popolari è stato efficacemente descritto
dal reporter cubano Dario Alemán: “I poveri, indubbiamente, vedono in lui un
paladino contro l’oligarchia. Potremmo azzardare che gli vogliano addirittura
bene, lo chiamano affettuosamente viejito (“nonnetto”) […]. Difficile
biasimarli. Mai nessun altro politico ha portato avanti un programma sociale
come quello di López Obrador, che ha aumentato le pensioni minime degli anziani,
ha garantito sussidi bimestrali agli handicappati. E sebbene non si stia
parlando di cifre astronomiche, nelle zone più arretrate del Messico fanno la
differenza”.
La nuova presidente
E la neopresidente Claudia Sheinbaum? Cosa pensa del Tren Maya la donna, prima
nella storia messicana, che il 1° ottobre del 2024 ha preso il posto di López
Obrador? Considerata da tutti gli osservatori una “delfina” del vecchio
presidente, Sheinbaum ha iniziato il mandato in piena continuità con il suo
predecessore, continuando a inaugurare nuove tratte del Tren Maya senza perdere
l’occasione di ribadire le prodigiose ricadute economiche e di sviluppo che
l’opera porterà con sé. La neopresidente, scienziata del clima, ha anche
continuato a sminuire le preoccupazioni ambientali legate al treno e ha
contrattaccato chiedendosi dove fossero gli stessi ambientalisti che oggi
contrastano il Tren Maya quando, nei decenni passati, lo sviluppo turistico ha
trasformato la Riviera Maya causando enormi impatti ambientali.
> Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare dell’affermazione di un modello
> “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi
> commerciali e finanziari sono predominanti rispetto a quelli collettivi.
Ora però il suo governo sembra aver cambiato posizione. All’inizio di aprile di
quest’anno, durante un incontro con i media, Alicia Bárcena, capo del ministero
dell’Ambiente e delle Risorse naturali, ha riconosciuto pubblicamente i danni
causati dal Tren Maya agli ecosistemi della regione del Quintana Roo e
comunicato che il suo ministero sta effettuando sopralluoghi nell’area colpita
con l’obiettivo di sviluppare misure di compensazione per i danni alle
infrastrutture ed eventuali cambi di destinazione d’uso del territorio, per
rispondere alle esigenze e alle preoccupazioni delle comunità locali.
Bárcena ha preannunciato l’avvio di un piano di ripristino ambientale che
dovrebbe riguardare l’intero tracciato del treno e i cui costi, a detta del
sottosegretario alla Biodiversità e al Ripristino ambientale del governo, Marina
Robles García, dovranno essere assunti da “chi ha eseguito i lavori”. Tra le
azioni più importanti del piano annunciate da Bárcena si prevede l’eliminazione
delle recinzioni metalliche che ostacolano il libero transito della fauna, la
protezione di caverne e cenotes e il divieto di costruire strade secondarie
nella giungla per le attività turistiche: “Possono essere le comunità stesse ad
aiutarci a ripristinare l’ecosistema forestale, invece di appaltare ai consorzi
che sono coinvolti nel Treno Maya, aziende che vengono, piantano un albero e il
giorno dopo muore”.
Una vicenda esemplare
In attesa che questa nuova sensibilità del governo messicano nei confronti
dell’ambiente e delle comunità locali diventi realtà, il sogno del populista
López Obrador prosegue spedito. Il prossimo obiettivo è l’estensione del
tracciato del treno per raggiungere la città maya di Tikal, in Guatemala, e il
15 agosto scorso i leader di Messico, Guatemala e Belize si sono incontrati a
Calakmul proprio per discutere dell’ampliamento della linea ferroviaria.
Nell’occasione hanno anche annunciato la creazione di un’area protetta
sovranazionale per proteggere l’intera foresta pluviale Maya. Con gli impatti
del megaprogetto in Messico davanti agli occhi e il greenwashing in agguato, la
cautela è d’obbligo.
Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare, che assomiglia a tante altre che
in America Latina e nel resto del mondo raccontano l’affermazione di un modello
“estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi
commerciali e finanziari, quasi sempre di pochi, sono predominanti rispetto ai
diritti collettivi di natura ambientale, sociale e culturale. Un modello che ha
i suoi esempi anche in Europa, dallo sfruttamento minerario dei territori Sami
in Lapponia al ponte sullo stretto di Messina, e che afferma una visione
produttivistica in cui il patrimonio culturale e naturale è usato come merce,
come prodotto e in cui la sostenibilità dei megaprogetti viene valutata in
termini quasi esclusivamente economici. Un modello di sviluppo che nega o
nasconde qualsiasi discussione sulle conseguenze, in cui le grandi opere sono
imposte senza un reale consenso, senza una coprogettazione con le comunità
locali, generando forti divisioni al loro interno e una spirale di
criminalizzazione e repressione di chi vi si oppone. Un modello che irrompe nei
territori promettendo condizioni di vita migliori e finisce per alterarne
profondamente gli equilibri, producendo enormi impatti sociali e ambientali che
spesso si manifestano pienamente nel medio e lungo termine, quando ormai è
impossibile porvi rimedio.
L'articolo Il treno verde meno sostenibile al mondo proviene da Il Tascabile.
R accontando di una città che si rinnova pur mantenendo dentro di sé il germe
delle sue versioni precedenti, Italo Calvino descrive così Clarice, all’interno
delle sue Città invisibili (1972):
> farfalla suntuosa sgusciava dalla […] crisalide pezzente; la nuova abbondanza
> faceva traboccare la città di materiali edifici oggetti nuovi; […] Ogni nuova
> Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro,
> sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e
> morte.
Quello di attribuire caratteristiche proprie delle creature viventi a uno
scenario urbano è un espediente letterario piuttosto comune: dalla Dublino di
James Joyce alla Jerusalem (Northampton) di Alan Moore, la città ci affascina al
punto che spesso le vogliamo conferire un’anima, una vitalità, persino
trasformandola in un vero e proprio personaggio della storia.
Giocare con le città (raccontandole, riprogettandole o immaginandole dal nulla)
non è un’attività di solo appannaggio della letteratura, ma anche
dell’urbanistica e della sociologia. In queste discipline la metafora della
città come organismo compare almeno da due secoli, con le prime avvisaglie che
emergono già nella filosofia materialista di fine Ottocento quando, per
analizzare la rapida industrializzazione e urbanizzazione della società,
l’urbanistica inizia a prendere in prestito concetti della biologia e della
fisiologia. Negli anni Sessanta questi concetti si consolidano nel termine
metabolismo urbano, usato per la prima volta per descrivere il flusso di entrata
e uscita di risorse naturali in una ipotetica città di un milione di abitanti.
Col tempo, questo filone con tanti nomi, declinazioni e progetti ha incorporato
anche elementi dell’ambientalismo, della cibernetica, dell’ingegneria
gestionale.
La città quindi non esiste più come un’entità separata a livello concettuale
dall’ambiente naturale, ma diventa un “antroma”, un bioma di origine antropica.
È natura a sua volta: un luogo pulsante, attivo, che respira, mangia, espelle
come se fosse cosa viva, in diretto contrasto con la concezione, ancora più
antica, della città come un macchinario da far funzionare, fatto di parti
meccaniche da riparare se si rompono. L’urbanistica organica cerca invece di
vedere la città in maniera olistica: non si concentra su un singolo edificio o
progetto urbano come se fossero ingranaggi sostituibili, ma li considera
nell’insieme, come organi dello stesso corpo. Una città smart ma non in quanto
iperconnessa e digitalizzata, bensì perché possiede quelle proprietà associate
all’intelligenza animale: capacità di adattamento, flessibilità, risoluzione dei
problemi per la propria sopravvivenza. Un luogo che quindi potrebbe, se così
organizzato, essere in grado di affrontare problematiche epocali, come quella
del cambiamento climatico, alla stregua delle altre creature viventi.
> L’urbanistica organica concepisce la città in maniera olistica: non si
> concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi
> sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo.
Partiamo da un esempio semplice: come un organismo, una città ha bisogno di
termoregolarsi a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Un
dipartimento di ricerca o un data center necessitano di fresco tutto l’anno per
mantenere una temperatura ottimale per server ed esperimenti; mentre una piscina
con annessa palestra deve riscaldare grandi ambienti durante le ore di attività.
Perché allora non progettare edifici in modo che il caldo sia condotto verso gli
ambienti freddi quando ne hanno bisogno, e viceversa? Perché non utilizzare
materiali che in qualche modo accumulino il caldo di giorno per rilasciarlo di
notte, e meccanismi di distribuzione del calore che allacciano un intero
quartiere?
La metodologia REAP (Rotterdam Energy Approach and Planning) in corso di
sperimentazione in alcune aree della città olandese, ad esempio, è incentrata
proprio sulla ridistribuzione dei flussi di energia e calore, con l’obiettivo di
ridurre la dipendenza della città di Rotterdam dai combustibili fossili e
raggiungere la carbon neutrality. Iniziative come CityLoops, finanziate
dall’Unione Europea, mirano invece a ridurre lo spreco di materiali di
costruzione e demolizione e di scarti alimentari rimettendoli in circolo, a
disposizione di altri progetti.
Logico, ma fin qui nemmeno troppo diverso dal concetto di economia circolare,
che porta con sé i propri limiti, anche semantici. L’economia circolare
sottintende un ritorno di investimento, una rimessa in circolazione delle
risorse garantendo un guadagno per le aziende coinvolte. L’efficienza di un
sistema è misurata in milioni di euro, che non sono sinonimi di tonnellate di
CO2 e nemmeno di salute ambientale o benessere collettivo. Anche se molti
progetti di urbanistica organica non sono incompatibili con un’economia
circolare, in quest’ultima la logica aziendale ed estrattiva permangono, e
continuano a fare a pugni con la termodinamica. A un certo punto il
reinvestimento non è più economicamente produttivo, sopravvengono i diminishing
returns (rendimenti decrescenti).
> Per le città, come per gli organismi viventi, un’iperspecializzazione potrebbe
> rivelarsi rischiosa, poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi
> inaspettate.
L’urbanismo organico promette qualcosa di diverso: quantificare, tracciare e se
possibile distribuire non i flussi monetari, ma quelli energetici e materiali.
Ecco allora spuntare elaborati diagrammi di flusso per rappresentare non solo i
sistemi energetici di intere città, ma anche la “dieta” di risorse di cui
necessitano, comprese quelle alimentari consumate dalla popolazione. Da questi
diagrammi gli urbanisti derivano versioni ancora più complesse, per
rappresentare una ipotetica versione ottimale di quegli stessi flussi di materia
ed energia. Teorie come quella dello swarm planning, invece che incentrarsi su
grandi opere, promuovono la progettazione di molteplici interventi di
urbanistica su piccola scala, coinvolgendo le comunità locali. Questi
interventi, concepiti in batteria e ognuno con una soluzione diversa, sono
predisposti in anticipo e pronti a essere implementati in maniera puntuale in
caso di necessità. L’idea è che, come per gli organismi viventi,
l’iperspecializzazione sia evolutivamente rischiosa poiché lascia il fianco
scoperto a catastrofi inaspettate, quando essere generalisti offre invece più
chance. Un approccio che vede le città come fragili e suscettibili a mutamenti
repentini, soprattutto in un’ottica di crisi climatica ed energetica, ma anche
capaci di adattarsi.
Alcuni ricercatori si sono anche spinti a calcolare il metabolismo di una città.
Uno studio ha registrato e analizzato il pattern metabolico (quante risorse
entrano, quanta energia si genera, quanti scarti vengono prodotti) delle quattro
principali città della Danimarca. Ne è emerso che, rispetto ad altre metropoli
di grandezza paragonabile, le città danesi hanno un profilo metabolico più
basso, che sono riuscite ulteriormente a ridurre negli ultimi anni. Studiare le
città come se fossero un organismo potrebbe quindi aiutarci a comprenderle
meglio, a concepire e architettare nuove modalità di funzionamento.
Non è difficile capire come l’urbanismo organico riesca a catturare
l’immaginazione, in particolare quella di ambientalisti ed ecologisti. Ma una
domanda sorge spontanea: che tipo di organismo è, una città? Se ha un profilo
metabolico, a quale creatura, nel regno dei viventi, assomiglia di più? Proviamo
a ipotizzare. Le città consumano tanta energia e generano molti scarti rispetto
alla loro massa: un profilo metabolico tipico di un piccolo animale molto mobile
e attivo, come un roditore o un colibrì. Ma le città, oltre ad avere una massa
enorme, sono anche sessili, assomigliando in questo molto di più a una massa
fungina o algale di enorme estensione, tipo un micelio sotterraneo che abbraccia
un’intera foresta. Se sono industrializzate producono anche molta energia, ma
non fissano la CO2 come gli organismi fotosintetici, e quindi non possono
neanche essere paragonate a loro. Non riconvertono gli scarti in materia fertile
come fanno i funghi, semmai ne producono di ulteriori. Forse assomigliano a un
qualche tipo di corallo, o una colonia batterica (viste dall’alto, sembrano
crescere proprio come loro) ma i batteri consumano il substrato sul quale si
trovano, mentre le città moderne e globalizzate hanno la capacità di trarre
risorse per il loro sostentamento dall’altra parte del pianeta.
E noi esseri umani che la abitiamo che cosa siamo, in questa similitudine?
Organismi separati, come simbionti che abitano il suo corpo colossale? Anche noi
una colonia batterica? Oppure un parassita che ne infesta le membra e che ne
detta le decisioni, una sorta di fungo Cordyceps su scala metropolitana? Siamo i
suoi neuroni?
> Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco
> conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare.
Dobbiamo purtroppo abbandonare questo esperimento mentale: non sembra esserci,
in natura, qualcosa di efficacemente paragonabile alle città, almeno a livello
metabolico. Peccato, perché ci avrebbe sicuramente aiutato a comprenderle
meglio, comparando le caratteristiche biologiche delle forme di vita a loro più
simili. Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora
poco conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare.
Forse è il caso invece di capire davvero se l’approccio organico all’urbanistica
sia sufficiente a farla funzionare meglio. Un organismo è fatto di sistemi e
tessuti ben organizzati che rispondono a un imperativo: la sua stessa
sopravvivenza. I tessuti di un organismo funzionale, tranne nel caso di un
cancro, non sono in competizione tra loro. Possiamo dire che funzioni così nelle
città di oggi? Se le diverse comunità, quartieri, edifici, istituzioni e aziende
sono le cellule di una stessa creatura, la loro attività è davvero corale e
organizzata? Definirle come tali non è sufficiente affinché una collaborazione
volta alla sopravvivenza collettiva abbia effettivamente luogo.
E le altre città? Finora abbiamo sorvolato sulla questione, ma si tratta di una
domanda fondamentale. Se le città sono organismi, vuol dire che esiste anche un
loro ecosistema: come vivono i membri di questo ecosistema? Come unità di una
sola colonia globale, oppure in aspra competizione tra loro per le risorse?
Esiste una catena alimentare con città produttrici e città consumatrici?
Ridisegnare una città come Milano, in modo che sia più sostenibile, più
vivibile, meno inquinata è di sicuro un vantaggio per gli abitanti di Milano ‒
ma per tutti gli altri? Non è ancora del tutto chiaro se l’efficienza metabolica
di una singola città si traduca in un miglioramento delle condizioni anche per
le città limitrofe o distanti. Da dove ha preso l’energia, dove finiscono i suoi
rifiuti? In un paradigma gestionale ed economico di tipo estrattivo, chi paga
davvero la bolletta dei lavori di rinnovo che rendono una metropoli più green?
Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi
in una ennesima rivisitazione del greenwashing, con una città che si dichiara
sostenibile perché riuscita a raggiungere la tanto agognata neutralità
metabolica al suo interno, a scapito dell’esterno. Un po’ come nel caso
dell’Europa, che ha “ridotto le sue emissioni” negli ultimi anni, perché ne ha
esternalizzato gli effetti sul Sud globale tramite il meccanismo del mercato
della CO2.
> Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi
> in un’operazione di greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile
> perché ha raggiunto una neutralità metabolica esternalizzandone i costi.
Gli scienziati che hanno provato a misurare il metabolismo delle città danesi
ammettono questo limite nello studio stesso: non ci sono abbastanza dati per
comprendere la portata dell’impatto ambientale che ha una città. Non tanto nella
città esaminata, bensì nel luogo da dove questa ha ottenuto le sue risorse
energetiche e materiali. Ed è altrettanto difficile capire, o anche solo
rintracciare, dove vanno a finire i flussi di materiale di scarto, le sue
emissioni. Il limite principale del concetto sta tutto qui: fino a dove si
estendono i confini della città-organismo? La sua pelle potrà corrispondere alle
linee di demarcazione municipali, ma la sua influenza è percepita ben oltre.
Per limiti tecnici, assenza di informazioni, e per evitare di confrontarsi con
una complessità di diversi ordini di grandezza maggiore, finora il metabolismo
urbano si è limitato a considerare la città come sistema chiuso, affrontando
questioni energetiche e ambientali a livello locale. Ma una città chiusa non può
essere davvero considerata un organismo, perché gli organismi non vivono in
isolamento.
Se si riuscirà a comprendere appieno la complessità ecosistemica delle città ‒
ed è una faccenda di una complessità enorme ‒ si potrà forse riuscire a
sviluppare un piano metabolico urbano su scala nazionale, se non addirittura
globale. Con relative misure di urbanistica da applicare sulla singola città a
seconda delle circostanze locali, tenendo in considerazione le aspettative di
impatto su quella città e su tutte le altre. Un’impresa titanica che richiede
una quantità spropositata di dati, modelli accurati, e soprattutto una decisa
volontà politica. Che sia fatta in maniera centralizzata o distribuita,
l’urbanistica organica richiede una pianificazione volta alla cooperazione, ed
entrambe queste parole sono lo spauracchio di più di una fazione politica.
> Finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema
> chiuso. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo,
> perché gli organismi non vivono in isolamento.
Senza una visione su larga scala, il metabolismo urbano rimane un concetto
importante ma incompleto: molto utile per risolvere problematiche locali, meno
per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico. I suoi limiti sono
gli stessi dell’attuale approccio dominante alle questioni ecologiche, che
consiste nell’adottare soluzioni personali per quelle che sono faccende
sistemiche. Tocca quindi sperare che, anche in assenza di informazioni
sufficienti per pianificare un flusso metabolico su larghissima scala,
l’attività che ogni singola città può fare per rendere sé stessa più sostenibile
arriverà, in via incrementale, a rendere l’insieme delle città più vivibile. E
che l’ecosistema di queste città sia uno dove vige la collaborazione e non una
lotta efferata per le risorse.
Sempre nelle Città invisibili, Calvino descrive Leonia, un’altra città
ossessionata dal rinnovare di continuo sé stessa, e che in questa impresa
finisce per accumulare attorno a sé tonnellate di spazzatura, un confine di
rifiuti che la circonda come una instabile catena montuosa che rischia di
franare da un momento all’altro. E peggio di una Leonia c’è solo un mondo fatto
da tante città come questa, in competizione tra loro.
> Forse il mondo intero […] è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al
> centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee
> e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si
> puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
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