Nayib Bukele entra nella cerchia stretta delle “persone favorite” di Donald
Trump, che al National Prayer Breakfast lo ha presentato come “un grande
alleato”. Il tycoon ha anche speso parole di elogio per le carceri di El
Salvador, su cui Washington ha investito 4,76 milioni di dollari per spedire
“assassini e trafficanti di droga entrati illegalmente” negli Usa. “Fanno un
lavoro fantastico” e “molto umano”, ma “sono abbastanza forti”, ha osservato
Trump, ringraziando il leader salvadoregno, presente alla cerimonia religiosa.
“Molta gente non sa che il nostro nemico non era solo di carne e ossa, ma anche
spirituale”, ha poi detto Bukele, parodiando le Sacre Scritture per giustificare
il regime di eccezione contro i Pandilleros, che “adorano Satana“. L’endorsement
di Trump non è casuale, ma arriva pochi giorni dopo le rilevazioni dell’Ong
Socorro jurídico humanitario, che denuncia la morte di almeno 1.300 detenuti
sotto custodia dello Stato salvadoregno dall’inizio del regime di eccezione
imposto da Bukele, cioè dal 2023 al 2025. L’ong ha documentato individualmente
470 casi specifici nei quali un terzo delle morti, il 31,8%, è dovuta alla
violenza fisica, e il 31,6% per mancata attenzione medica di fronte a malattie
come il diabete, l’ipertensione, pneumonia o malnutrizione severa. Inoltre nel
31% dei casi la causa di morte risulta “sconosciuta” o “riservata” mentre lo
0,9% è attribuita al suicidio.
Tra i morti ci sono anche quattro bambini, tra cui Génesis, 17 mesi, deceduta
per una pneumonia bilaterale, senza accesso alle cure mediche, e Carlitos, sei
mesi, nato in cella e deceduto dopo 172 in condizioni igieniche precarie,
colpito da scabbia, pneumonia e insufficienza renale ed epatica. Nell’elenco
delle vittime c’è pure Henry Joya, disabile, morto sotto anch’egli sotto
custodia. È stato tumulato in una fossa comune nel cimitero La Bermeja: le
autorità non avevano neppure informato i familiari del suo decesso.
Secondo Socorro Jurídico Humanitario il 94% delle vittime non erano criminali:
“Soltanto il 6% appartenevano o avevano fatto parte di gruppi criminali”.
L’indagine, dal titolo Informe de muertos en prisiones de El Salvador, durante
el régimen de excepción 2022-2025, è stata eseguita sulla base di testimonianze
di familiari e congiunti, senza riscontri da parte delle autorità salvadoregne.
Il regime d’eccezione è stato decretato da Bukele dopo l’impennata di 87 omicidi
registrata dal 25 al 27 aprile, con le quali le Gang hanno smentito l’esistenza
del “Plan de control territorial” annunciato dallo stesso Bukele. “Il cosiddetto
piano non esisteva. C’era semmai un piano di non aggressione fra gruppi armati,
che il governo Bukele vendeva come proprio”, spiega la direttrice dell’Ong,
Ingrid Escobar. “Poi qualcosa si è rotto e il gruppi criminali hanno inviato un
messaggio al governo, trucidando persone innocenti”.
Nei tre anni di “regime” si sono registrate 90.844 arresti, di cui 27mila – il
30% – sono detenzioni arbitrarie. La popolazione carceraria è salita a 119.200
reclusi, con un tasso di sovraffollamento del 369,5% e una stima di 1.820
detenuti ogni 100mila abitanti. Molte di queste detenzioni sono frutto di
pressioni governative sugli agenti di polizia, ai quali venivano assegnate quote
di detenzione obbligatorie. “Sono stati arrestati migliaia di innocenti, anche
su segnalazione delle stesse gang e senza prove”, si legge sul dossier. “Dovete
fermare cinque persone oggi, non importa il perché”, era l’ordine impartito agli
agenti della Policía nacional civil durante la formazione del mattino. “Ci
dicevano: ‘non potrete tornare al comando senza raggiungere la meta
giornaliera’”, confessa un agente a Human Rights Watch, che conferma
l’imposizione di una soglia minima di detenzioni giornaliere alla Pnc.
Nelle retate sono stati portati via anche predicatori evangelici, ritenuti –
senza prove – gangster o collaboratori delle gang, tra cui Mauricio Quintanilla
Medrano, 53 anni, ed Eddy Berrios Castellon, 55 anni: entrambi morti a causa di
aggressioni e torture fisiche. Gli operatori di Socorro jurídico humanitario
commentano che “la cifra dei decessi in carcere potrebbe essere ben più alta”,
ma i familiari “temono rappresaglie” da parte del potere centrale. Molti di loro
hanno ricevuto le salme dei propri cari dentro urne sigillate, senza possibilità
di autopsia, e numerose esequie si sono svolte sotto lo sguardo vigile degli
agenti armati.
Interpellato sul dossier, Bukele non riconosce gli eccessi del regime
d’eccezione, ma parla di “cifre inventate” e “accuse pretestuose”. Più che
generare imbarazzo il Sistema penitenziario salvadoregno è divenuto punto di
riferimento per alcuni Paesi della regione, tra cui gli alleati Argentina ed
Ecuador che accelerano le procedure per emulare il “modello Bukele”. Anche
Messico, Guatemala e Perù hanno inviato delegazioni diplomatiche a San Salvador
per prendere appunti. Il mantra, ripetuto una settimana fa dal presidente cileno
José Antonio Kast, in visita a San Salvador, è sempre lo stesso: “Decisioni
dure, ma necessarie”, per “evitare la deriva criminale”.
L'articolo Salvador, le ong denunciano il “metodo Bukele”: “Morti almeno 1.300
detenuti e quattro bambini” proviene da Il Fatto Quotidiano.