I colloqui tra Stati Uniti e Iran rischiano di fallire prima ancora di
cominciare. Washington, secondo fonti statunitensi ad Axios, avrebbe infatti
respinto le ultime richieste di Teheran, facendo saltare l’incontro previsto per
venerdì tra l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano,
Abbas Araghchi. E a rendere ancora più teso il clima sono le parole di Donald
Trump che avverte la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Direi
che dovrebbe essere molto preoccupato“, ha detto il presidente Usa in
un’intervista a Nbc News.
I negoziati, nati per scongiurare un nuovo attacco americano contro il regime,
sono pertanto in bilico. “Il divario tra le parti è troppo ampio e non può
essere colmato”, ha spiegato un funzionario israeliano a Ynet, al termine di una
giornata di incertezze sul formato dei colloqui, sui temi da affrontare, perfino
sulla sede dell’incontro. I colloqui però non sarebbero ancora definitivamente
saltati. Stando a fonti americane di Axios e Channel 12, Witkoff e il genero di
Trump, Jared Kushner, dovrebbero recarsi giovedì in Qatar, al termine della
tappa di Abu Dhabi per la crisi ucraina, proprio per discutere della situazione
con l’Iran. E poi rientrare a Miami senza proseguire per l’Oman dove avrebbero
dovuto incontrare gli emissari di Teheran. Tuttavia, hanno sottolineato i
funzionari statunitensi, “se gli iraniani sono disposti a tornare al formato
originale, gli Stati Uniti sono pronti a incontrarsi già questa settimana o la
prossima”.
Dopo un mese di minacce da parte di Trump, che prima ha intimato agli ayatollah
di cessare la repressione violenta delle proteste e poi ha spostato il focus sul
dossier nucleare iraniano, sembrava che i colloqui dovessero tenersi
inizialmente venerdì a Istanbul con la partecipazione di altri Paesi arabi e
musulmani. Teheran aveva poi chiesto di spostarli in Oman e le agenzie iraniane
avevano dato per certo il trasferimento dell’incontro a Muscat, mentre dagli
Stati Uniti non era giunta alcuna conferma. “Pensavamo di aver stabilito un
formato che era stato approvato in Turchia. Era creato da diversi partner che
intendevano prendervi parte. Poi ho visto che gli iraniani non erano d’accordo”,
ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio in conferenza stampa a
Washington, aggiungendo che la questione della sede era “ancora in via di
discussione”. “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”, aveva quindi
ribadito.
Ma, al di là della sede dei colloqui, ad accrescere le distanze tra le
rispettive posizioni sarebbe stata soprattutto l’agenda sul tavolo. L’Iran aveva
chiesto che i negoziati fossero esclusivamente bilaterali – senza la presenza di
Paesi terzi – e si limitassero al solo dossier nucleare e delle scorte di uranio
arricchito di cui dispone, mentre gli Stati Uniti hanno insistito per mettere
sul tavolo anche il programma dei missili balistici e il finanziamento delle
milizie filo-iraniane nella regione, da Hezbollah alla Jihad islamica
palestinese fino agli Houthi yemeniti. “Affinché i colloqui con l’Iran portino a
qualcosa di significativo, dovrebbero includere certi elementi, a cominciare
dalla discussione sui suoi missili balistici, il suo sostegno alle
organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il
trattamento riservato alla sua popolazione”, ha ribadito Rubio ricevendo il no
della Repubblica islamica: “La questione principale è la questione nucleare
iraniana – ha fatto sapere il regime – e una delle richieste più importanti
dell’Iran è la revoca delle sanzioni statunitensi”.
L'articolo In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump:
“Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della
strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald
Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro
rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in
rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo
nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo
ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa
contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli
Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad
hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a
un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere
prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di
prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione
europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro
30 giorni.
Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano
imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano
da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità
di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da
noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la
crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta
gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da
anni questo mercato.
La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70%
dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale –
ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di
Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro
dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando
una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le
limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima
dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in
cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano.
Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha
infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare
l’accesso a questi materiali.
“Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di
approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le
nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere
utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o
senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la
nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco
Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà
l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche:
“Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la
vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri
incontri, ma anche ad azioni concrete”.
Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la
creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito
di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67
miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe
contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina,
che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi
inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà
conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori
americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le
parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary
Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva,
una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre
rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di
batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è
attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti
forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto
da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi
gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e
Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia
diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi
di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad
ampliare ulteriormente la rete.
L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e
Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti dispiega i suoi primi effetti visibili
sul modo in cui l’amministrazione Trump si interfacia con la città di
Minneapolis e il Minnesota. Tom Homan, lo ‘zar dei confini’ inviato da Donald
Trump nello Stato, ha annunciato che 700 agenti federali per l’immigrazione
lasceranno “immediatamente” la città. Il gruppo in partenza, riferisce il
Washington Post, include agenti e funzionari dell’Immigration and Customs
Enforcement (ICE) e della Customs and Border Protection (CBP). Il ritiro riduce
la presenza federale da circa 3.000 agenti a 2.300, una diminuzione
significativa ma il loro numero resta comunque molto superiore agli 80 presenti
nell’area di Minneapolis prima dell’inizio dell’Operazione Metro Surge il 1°
dicembre. “Vogliamo rendere la nostra operazione più efficiente e intelligente –
ha detto -. Non ci stiamo arrendendo”.
Nella seconda conferenza stampa dal suo arrivo, la scorsa settimana, nella città
precipitata nel caos dall’avvio delle operazioni anti-immigrati, Homan ha
affermato che il ritiro è stato reso possibile da una maggiore “collaborazione”
con le autorità carcerarie del Minnesota. “Questo ha reso disponibili più agenti
per arrestare e rimuovere i criminali stranieri, più agenti che prendono in
custodia i criminali stranieri direttamente dalle prigioni, e significa che vi
saranno meno agenti sulle strade a condurre operazioni”. Il ritiro avrà “effetto
immediato”, senza precisare se interesserà solo Minneapolis o tutto il
Minnesota.
Una cosa è certa, ha tenuto a mettere in chiaro l’inviato del tycoon: “Solo
perché si dà la priorità alle minacce alla sicurezza pubblica non significa che
noi ci dimentichiamo degli altri”, ha detto Homan ribadendo che, per quanto il
target delle deportazioni di massa siano i cosiddetti “stranieri criminali”,
anche altri immigrati senza documenti, con nessun precedente penale, potranno
essere arrestati.
Homan “non partirà”, ha aggiunto, fino a quando “tutto non sarà completato”,
intendendo l’operazione anti-immigrati avviata nei mesi scorsi. “Dobbiamo
ricordare che abbiamo agenti federali incaricati dell’inchiesta sulle frodi, non
si muoveranno, finiranno il loro lavoro”, ha poi aggiunto, riferendosi
all’indagine sulle frodi a carico del sistema del welfare, per il quale sono
stati incriminati in maggioranza cittadini di origine somala, usata dalla Casa
Bianca per giustificare l’operazione in Minnesota.
L'articolo Minneapolis, l’annuncio dello “zar dei confini” Homan: Trump ritira
700 agenti federali di Ice e Border Patrol proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante Donald Trump si fosse speso personalmente, sono stati i democratici a
vincere le recenti elezioni suppletive in Texas, storica roccaforte
repubblicana. Non ha funzionato nemmeno il trucco di ridisegnare i collegi
elettorali. Anzi, pare proprio che i repubblicani “si siano dati la zappa sui
piedi”, spiega Mario Del Pero, docente di Storia degli Stati Uniti alla Sciences
Po di Parigi e autori di “Buio Americano – Gli Stati Uniti e il mondo nell’era
Trump” (il Mulino). Il rischio per Trump e i suoi è quello di aver fatto male i
conti, di aver avvantaggiato l’avversario ridisegnando i collegi in vista delle
prossime elezioni di medio termine. Il rischio per gli Stati Uniti? Se Trump
uscisse sconfitto dal voto di novembre, “quello di un golpe è concreto”,
risponde Del Pero, appena rientrato da un viaggio di lavoro nel Missouri:
“Entrare negli Stati Uniti? Mai stato così preoccupato”.
L'articolo Trump, e adesso? Gli Usa e il rischio golpe. La diretta con Mario Del
Pero e Franz Baraggino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non tutti i mali vengono per nuocere. Il regime fascista e razzista di Trump si
sta rendendo colpevole di numerosi crimini all’interno e all’esterno delle
frontiere degli Stati Uniti, in quanto costituisce l’ineluttabile prodotto della
decadenza profonda e incontenibile del sistema politico ed economico che ha
dominato il mondo per oltre ottanta anni.
Qualcuno si illude, specialmente all’interno della pavida cosiddetta classe
dirigente europea, che si tratti di un fenomeno passeggero. Non è così. Profonda
e di lungo periodo è la tendenza, che riguarda l’intero Occidente, verso
impianti sociali e politici di netta impronta fascista, basati sull’esclusione
di settori crescenti della popolazione e la propaganda suprematista volta a
mobilitare altri settori contro nemici più o meno immaginari per coltivare di
fatto gli interessi di ristrette classi dominanti.
Una delle conseguenze del prevalere di questa tendenza è la fine definitiva di
ogni comunanza di interessi e di progetti all’interno del cosiddetto Occidente.
La progressiva riduzione dei margini di sfruttamento del resto del mondo
concessi all’Occidente obbliga gli Stati Uniti ad abbandonare dispendiose
funzioni di rappresentanza e tutela generale della classe dominante globale e
provoca l’insorgere di nuove conflittualità in seno al campo occidentale.
Difficile ipotizzare quali saranno le prossime tappe dell’innegabile e rovinosa
decadenza degli Stati Uniti, se cioè ci sarà l’auspicabile cacciata di Trump e
della sua cricca da parte di una sommossa popolare, una guerra civile aperta o
strisciante, oppure un consolidamento necessariamente precario del regime
autoritario trumpiano, con tratti sicuramente fascisti. Quello che è certo è
che, nonostante le più o meno invincibili armate mandate a fare vittime e danni
in giro per il mondo, si aggraverà progressivamente e inevitabilmente la
marginalizzazione degli Stati Uniti sul piano degli equilibri globali.
Marginalizzazione accelerata e peggiorata dallo scomposto agitarsi di Trump che
minaccia e insolentisce chiunque, senza guardare in faccia a nessuno, si tratti
di Canada, Groenlandia, Messico o altri Paesi ancora, purché in qualche modo a
suo giudizio collocabili in quella che considera l’area d’influenza statunitense
ovvero brandisce l’arma spuntata dei dazi contro chiunque osi disobbedire ai
suoi ordini, si tratti di forniture petrolifere a Cuba o della conservazione dei
privilegi riservati ai suoi protetti operanti nei settori delle comunicazioni e
dell’intelligenza artificiale.
Trump oscilla costantemente tra brutalità militare e aperture al negoziato, ma
proprio per questo risulta sempre più inaffidabile.
Tale situazione impone lo sganciamento immediato e irreversibile dagli Stati
Uniti e la chiusura altrettanto immediata della loro alleanza politica per
antonomasia, che è la Nato. Si tratta di un imperativo urgente per l’intera
Europa, che deve ristabilire rapporti proficui e cooperativi, nel reciproco
interesse, con la Russia e con la Cina, smettendo di sperperare risorse per il
riarmo e la guerra.
Una scelta di comune buon senso che però risulta contraria agli interessi delle
lobby armamentistiche per favorire le quali gli scellerati governi europei e
italiani praticano il terrorismo propagandistico più sfacciato. Ma si tratta se
possibile di un’urgenza ancora più grande per l’Italia, data la sua collocazione
strategica nell’area mediterranea che richiede un’attenzione effettiva alla
situazione mediorientale e africana, al di là della burla del Piano Mattei, e la
fine delle insensate vendite di armamenti a Israele e ai potentati del Golfo ed
altri Stati arabi.
Superando l’ignobile sudditanza nei confronti degli Stati Uniti sarà possibile
porre fine all’inaccettabile complicità del nostro Paese nel genocidio del
popolo palestinese ed operare nello spirito dell’art. 11 della Costituzione per
realizzare una pace stabile e duratura basata sul pieno esercizio dei diritti di
tale popolo in conformità al diritto internazionale.
Va impedita l’omologazione dell’Europa al progetto trumpiano che comporta il
definitivo asservimento agli Stati Uniti dal punto di vista delle forniture
energetiche e di armamenti e la subordinazione totale alle richieste dei Big
Five. Cina e Russia non sono nemici ma partner indispensabili per creare un
mondo nuovo che superi definitivamente il colonialismo di stampo occidentale ed
europeo che ha segnato in modo estremamente negativo gli ultimi cinque secoli di
storia dell’umanità.
L’inevitabile e incontenibile emigrazione di massa verso l’Europa deve
costituire la base di un nuovo rapporto di cooperazione per attuare uno sviluppo
comune coi Paesi di provenienza. Dobbiamo dare tutto il sostegno militante e
solidale possibile al popolo statunitense in lotta contro Trump e gli assassini
nazifascisti dell’Ice.
Com’è evidente occorre quindi con urgenza una vera e propria rivoluzione
copernicana, per fare finalmente l’esatto contrario di quello che fanno le
nostre attuali classi dominanti, europee o, ancora peggio, italiane.
L'articolo Lo scomposto agitarsi di Trump accelera il declino Usa: non tutti i
mali vengono per nuocere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jamie Dettmer is opinion editor and a foreign affairs columnist at POLITICO
Europe.
Another round of U.S.-brokered Ukraine talks commence today in Abu Dhabi.
The overall outlook remains no less bleak for Ukraine, as it inches toward the
fourth anniversary of Russia’s war. Yet there are signs that what comes out of
this week’s face-to-face negotiations may finally answer a key question: Is
Russian President Vladimir Putin serious?
On the eve of the planned two-day talks, Russia resumed its large-scale air
assault on Ukraine’s battered infrastructure after a brief weekend hiatus.
Striking cities including Kyiv, Dnipro, Kharkiv, Sumy and Odesa overnight with
450 drones and 71 missiles, including ballistic, Russia hit the country’s energy
grid and residential houses as temperatures dropped below -20 degrees Celsius.
“Putin must be deprived of illusions that he can achieve anything by his
bombing, terror, and aggression,” pleaded Ukraine’s frustrated Minister of
Foreign Affairs Andrii Sybiha. “Neither anticipated diplomatic efforts in Abu
Dhabi this week nor his promises to the United States kept him from continuing
terror against ordinary people in the harshest winter.”
According to U.S. President Donald Trump, those promises included refraining
from targeting Kyiv and other major cities for a whole week during a period of
“extraordinary cold.” But no sooner had Trump spoken than Kremlin spokesperson
Dmitry Peskov warned the break would only last a weekend.
That’s hardly an auspicious launchpad to negotiations, and has many Ukrainian
politicians arguing that Russia is merely going through the motions to ensure it
doesn’t end up on the wrong side of an unpredictable U.S. leader — albeit one
who seems inordinately patient with Putin, and much less so with Ukrainian
President Volodymyr Zelenskyy.
Not that Ukrainians had put much store in a week-long “energy ceasefire” to
begin with. A vicious war has taught them to expect the worst.
“Unfortunately, everything is entirely predictable,” posted Zelenskyy adviser
Mykhailo Podolyak on Tuesday. “This is what a Russian ‘ceasefire’ looks like:
during a brief thaw, stockpile enough missiles and then strike at night when
temperatures drop to minus 24 Celsius or lower, targeting civilians. Russia sees
no reason whatsoever to stop the war, halt genocidal practices, or engage in
diplomacy. Only large-scale freezing tactics.”
It’s difficult to quibble with his pessimism. Putin’s Kremlin has a long track
record of using peace talks to delay, obfuscate, exhaust opponents and continue
with war. It’s part of a playbook the Russian leader and his lugubrious Minister
of Foreign Affairs Sergey Lavrov have used time and again in Ukraine, and for
years in Syria.
Nonetheless, according to some Ukrainian and U.S. sources familiar with the
conduct of the talks, there are indications that the current negotiations may be
more promising than widely credited. They say both sides are actually being more
“constructive” — which, admittedly, is an adjective that has often been misused.
“Before, these negotiations were like pulling teeth without anesthetic,” said a
Republican foreign policy expert who has counseled Kyiv. Granted anonymity in
order to speak freely, he said: “Before, I felt like screaming whenever I had to
see another readout that said the discussions were ‘constructive.’ But now, I
think they are constructive in some ways. I’m noticing the Russians are taking
these talks more seriously.”
It’s part of a playbook the Russian leader and his lugubrious Minister of
Foreign Affairs Sergey Lavrov have used time and again in Ukraine, and for years
in Syria. | Maxim Shipenkov/EPA
Some of this, he said, owes to the skill of those now leading the Ukrainian team
after the departure of Zelenskyy’s powerful former chief of staff, Andriy
Yermak. Among the smartest and most able are: Yermak’s replacement as head of
the Office of the President and former chief of the Main Intelligence
Directorate Kyrylo Budanov; Secretary of the National Security and Defense
Council Rustem Umerov; and Davyd Arakhamia, who heads the parliamentary faction
of Zelenskyy’s ruling Servant of the People party.
“I am noticing since Davyd got involved … there’s been a noticeable improvement
with the Russian negotiators. I think that’s because they respect them —
especially Davyd — and because they see them as people who are living in reality
and are prepared to compromise,” the expert explained. “I’m cautiously
optimistic that we have a reasonable chance to end this conflict in the spring.”
A former senior Ukrainian official who was also granted anonymity to speak to
POLITICO was less optimistic, but even he concurred there’s been a shift in the
mood music and a change in tone from Russia at the negotiating table.
Describing the head of the Russian delegation, chief of the Main Directorate of
the General Staff of the Russian Armed Forces Igor Kostyukov, and Military
Intelligence officer Alexander Zorin as practical men, he said neither were
prone to giving long lectures on the conflict’s “root causes” — unlike Lavrov
and Putin. “The Russian intelligence officers have been workmanlike, digging
into practical details,” noted the former official, whom Zelenskyy’s office
still consults.
He hazards that the change may have to do with the Kremlin’s reading that Europe
is getting more serious about continent-wide defense, ramping up weapons
production and trying to become less dependent on the U.S. for its overall
security.
“Putin must be deprived of illusions that he can achieve anything by his
bombing, terror, and aggression,” pleaded Ukraine’s frustrated Minister of
Foreign Affairs Andrii Sybiha. | Olivier Matthys/EPA
“A peace deal, an end of the war, could take a lot of the momentum out of this —
European leaders would have a much tougher time selling to their voters the
sacrifices that will be needed to shift to higher defense spending,” he said.
Of course, Russia’s shift in tone may be another attempt to string Trump along.
“Putin has almost nothing to show for the massive costs of the war. Accepting a
negotiated settlement now, where he cannot claim a clear ‘win’ for Russia and
for the Russian people, would be a big problem domestically,” argued retired
Australian general Mick Ryan.
Whatever the reasons, what emerges from Abu Dhabi in the coming days will likely
tell us if Putin finally means business.
“Prima di questa riunione ho visitato mia madre, per congedarmi”. La prende con
ironia il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ma l’incontro con Donald
Trump non sarà una passeggiata di salute. Dietro l’esagerazione c’è un fondo di
verità, poiché il vis-à-vis Trump prevede ricatti, minacce e ritorsioni.
Soprattutto se si parla di narcotraffico e sicurezza, temi controversi, ora al
centro dell’agenda, e della possibile presenza militare Usa a Bogotà. L’incontro
bilaterale nello Studio Ovale è previsto nel pomeriggio di martedì 3 febbraio.
Dopo, Petro terrà alle 15.30 (le 21.30 in Italia) una conferenza stampa
nell’ambasciata colombiana a Washington.
Petro ha avuto numerosi scontri con l’amministrazione Trump: le sue critiche
alla Casa Bianca – lotta ai narcos, sostegno a Israele – gli sono valse la
revoca del visto Usa (nuovamente rilasciato ai fini del viaggio) e le attuali
sanzioni del Dipartimento del tesoro. “Sarai il prossimo”, era stata la minaccia
del tycoon il 4 gennaio che, subito dopo il blitz anti-Maduro a Caracas, lo ha
chiamato “uomo malato” e ha accusato il suo Paese di “fabbricare droga per
spedirla negli Stati Uniti”. Petro, che in passato ha paragonato l’ascesa di
Trump a “quella di Hitler nel 1933”, ha apertamente contestato l’intervento Usa
a Caracas: “Sono i primi a bombardare una capitale latinoamericana”.
L’escalation è venuta meno dopo un’ora di telefonata, l’8 gennaio, ritenuta
“cordiale” e “amichevole” da entrambi i leader. È prevalsa la linea Trump: meno
dialogo con l’Ejército de liberación nacional (Eln) e guerra ai narcos. La
Colombia ha quindi ceduto allo strapotere di Trump, come anche Brasile e
Messico, che hanno preferito raggiungere un’intesa prima di affrontare scenari
inediti. Il riavvicinamento non è spontaneo, spiega El País, ma è frutto di un
lavoro di tessitura portato avanti dalla ministra degli Esteri colombiana, Rosa
Yolanda Villavicencio, e l’amministrazione Trump. L’auspicio è quello di
“rilanciare la relazione diplomatica” Caracas-Washington con “ricadute positive
per l’intera regione”, sostiene Villavicencio, che accompagna la delegazione
colombiana.
In realtà Bogotà non aveva alternative: lacerato dal narcotraffico, la guerra
nel Catatumbo ha superato l’anno e le destre, pronte all’assalto, promettono
“mano dura” in vista delle elezioni presidenziali del 31 maggio. Petro non si
ricandida, ma affiderà la continuità del suo programma alla fragile coalizione
del Pacto Histórico, che potrebbe essere guidata da Iván Cepeda. Molto dipenderà
però dagli Stati Uniti, che sostengono apertamente le opposizioni – ancora senza
candidato unico – e vogliono porre fine alla linea garantista e anti-Nato voluta
da Petro. Nel frattempo, a destra, viene meno la tradizionale egemonia del
Centro democratico e prende forza l’opzione dell’ultraconservatore Abelardo De
La Espriella, controverso avvocato, criticato per la sua vicinanza al
colombo-libanese Alex Saab. “Benvenuti all’estrema coerenza”, dice De La
Espriella, che promette trasformare la Colombia in una “nazione miracolo”
perseguitando i corrotti e le guerriglie.
Il partito della “mano dura” è cresciuto durante l’estate scorsa, in seguito
all‘omicidio del senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, morto in ospedale
l’11 agosto, due mesi dopo l’attentato subito durante un comizio a Bogotà.
“Pagherai per tutto. Non ci sarà più impunità per te”, ha minacciato De La
Espriella, accusando Petro della morte di Uribe Turbay.
I toni esasperati trovano terreno fertile nella crisi di sicurezza, complici le
cifre di un Paese allo sbando: 13.726 omicidi nel 2025 e la crescita dei gruppi
armati del 45% negli ultimi tre anni, con oltre 25.278 membri. Anche la
coltivazione di coca registra un’impennata, secondo le stime Onu, con 253mila
ettari nel 2023 (sette volte la città di Medellín) e una produzione cresciuta
del 53% in un anno, con 2.600 tonnellate.
Preoccupa anche il conflitto nella regione del Catatumbo, dove le formazioni
armate come Eln e le dissidenze ex-Farc – contrarie alla sottoscrizione
dell’accordo di pace – si contendono il controllo sulle coltivazioni di coca:
colpite 92mila persone, si contano 101mila sfollati. La situazione è in parte
peggiorata con l’escalation Usa in Venezuela alla quale l’Eln ha risposto
convocando uno “sciopero armato” per “respingere le minacce di intervento
neocoloniale” di Trump. Alza la voce la popolazione, attraverso l’associazione
delle Madri del Catatumbo: “Non è normale che le scuole siano circondate dal
conflitto né che i bambini dormano nella paura”. Le madri esigono “azioni
concrete” volte alla “protezione della popolazione civile”. Esigono anche di
“interrompere il reclutamento di minori”, che andrebbero lasciati “fuori da ogni
guerra”.
Fazioni più estreme, ma anche settori disillusi della società colombiana,
invocano il grande ritorno dello zio Sam, attraverso una riedizione del “Plan
Colombia” – operazione antidroga rivelatasi disfunzionale nei primi anni duemila
– e il ripristino della cooperazione in materia di Intelligence con Washington,
sospesa da Petro a novembre 2025.
L'articolo Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe:
il presidente Petro vola da Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Chiediamo ora un risarcimento danni di un miliardo di dollari e non vogliamo
più avere a che fare con l’Università di Harvard in futuro”. La richiesta è
stata avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nel suo
secondo mandato ha colpito pesantemente l’ateneo della Ivy League col taglio dei
fondi. A maggio aveva infatti comunicato all’università che non avrà diritto a
nuove sovvenzioni federali finché non avrebbe soddisfatto le richieste
dell’amministrazione americana, mettendo in atto una politica anti woke e contro
le proteste filopalestinesi. Il tycoon aveva precedentemente congelato 2,2
miliardi di dollari in finanziamenti federali a Harvard, dopo che si era
rifiutato di adeguarsi alle richieste di rivedere la governance, le politiche
disciplinari e di assunzione, nonché i programmi di diversità. Harvard aveva
reagito avviando una causa legale. Il risarcimento chiesto dal tycoon è legato,
spiega il capo della Casa Bianca, al fatto che Harvard “si comporta in modo
pessimo da molto tempo”, e a suo giudizio fornisce al New York Times notizie
definite “sciocchezze”. Il riferimento è alla notizia riportata dal quotidiano
secondo cui l’ateneo avrebbe ottenuto alcune concessioni nell’ambito delle
trattative in corso con il governo per raggiungere un accordo.
Trump ha accusato l’istituzione universitaria, da lui definita “profondamente
antisemita” di voler “attuare un complicato programma di formazione
professionale“, “respinto perché del tutto inappropriato” e “che non era altro
che un modo per evitare un massiccio risarcimento di oltre 500 milioni di
dollari, una cifra che dovrebbe essere molto più alta date le gravi e palesi
illegalità commesse”. “Questa dovrebbe essere una questione penale, non civile,
e Harvard dovrà affrontare le conseguenze delle sue azioni illecite. In ogni
caso, questo caso continuerà finché non sarà fatta giustizia“, ha affermato,
prima di criticare “il pessimo lavoro nel risolvere una situazione molto grave
per la sua istituzione e, cosa ancora più importante, per l’America stessa. In
un messaggio successivo, il presidente ha chiesto ai redattori del New York
Times di correggere l’articolo che, a suo dire, era “completamente sbagliato”.
“La copertura che ho ricevuto dal New York Times è deliberatamente fuorviante.
Vedremo presto come andrà la mia causa contro questi truffatori”, ha aggiunto.
L'articolo Trump chiede all’università di Harvard un miliardo di risarcimento
danni: “Dice sciocchezze al New York Times” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo il recente accordo di libero scambio tra Unione europea e India (definito
il più ampio e ambizioso mai firmato dalle due parti), il primo ministro indiano
Narendra Modi ha siglato un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Ad
annunciarlo è stato il presidente Donald Trump sottolineando che l’India ha
promesso di non acquistare più petrolio russo, e in cambio gli Usa ridurranno i
dazi.
“È stato un onore parlare con il premier Modi ed è uno dei miei più grandi
amici. Ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di acquistarne
molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela. Questo aiuterà
a porre fine alla guerra in Ucraina“, ha scritto Trump sul suo social Truth.
“Con effetto immediato”, rende noto il tycoon, gli Usa applicheranno una tariffa
reciproca ridotta, abbassandola dal 25% al 18%. L’India, di contro, “si
impegnerà a ridurre a zero le proprie tariffe e le barriere non tariffarie nei
confronti degli Stati Uniti”. Modi “si è anche impegnato ad acquistare prodotti
americani in misura molto maggiore, per un valore di oltre 500 miliardi di
dollari, in energia, tecnologia, prodotti agricoli, carbone e molti altri
prodotti statunitensi”, ha messo in evidenza Trump. “Il nostro straordinario
rapporto con l’India si rafforzerà ulteriormente in futuro. Io e Modi siamo due
persone che portano a termine i progetti, qualcosa che non si può dire della
maggior parte delle persone”, ha concluso al termine del colloquio telefonica
con il premier indiano.
Poco dopo è lo stesso Modi a ringraziare il presidente Usa. “È stato fantastico
parlare oggi con il mio caro amico, il presidente Trump. Sono lieto che i
prodotti ‘Made in India’ avranno dazi ridotti al 18%. Un grande grazie al
presidente Trump, a nome degli 1,4 miliardi di persone dell’India, per questo
splendido annuncio”. Ha commentato il premier indiano. “Quando due grandi
economie e le più grandi democrazie del mondo lavorano insieme, questo va a
beneficio dei nostri popoli e apre immense opportunità di cooperazione
reciprocamente vantaggiosa”, ha scritto Mosi su X, aggiungendo che “la
leadership del presidente Trump è fondamentale per la pace, la stabilità e la
prosperità globali. L’India sostiene pienamente i suoi sforzi per la pace. Non
vedo l’ora di lavorare a stretto contatto con lui per portare la nostra
partnership a livelli senza precedenti”, ha concluso.
L'articolo Trump annuncia accordo commerciale con l’India: “Modi non acquisterà
più petrolio russo. Da oggi dazi al 18%” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due vittorie nello Stato che è storicamente la roccaforte dei repubblicani e di
Donald Trump, e che dai democratici vengono interpretate come un segnale di
speranza per le elezioni di midterm che si svolgeranno a novembre. Sono due i
seggi che i dem hanno strappato al Gop in Texas: uno al Senato statale – nel
distretto di Fort Worth in cui il presidente nel 2024 aveva vinto con 17 punti
di vantaggio -, dove il leader sindacalista Taylor Rehmet ha sconfitto con 16
punti di margine la conservatrice Leigh Wambsganss, sostenuta da Trump. L’altro
alla Camera federale, dove Christian Menefee (nella foto) ha vinto un seggio, da
tempo vacante, in un distretto dem di Houston, cosa che restringerà ad appena 4
seggi, 218 a 214 la maggioranza repubblicana. Il Senato degli Stati Uniti,
controllato dai repubblicani con 53 voti contro 47, rappresenterà una sfida più
grande per i democratici, ma i leader del partito sono incoraggiati dai loro
candidati che hanno già vinto in stati competitivi come la Carolina del Nord, il
Maine, l’Ohio e persino l’Alaska. Un segnale preoccupante per i repubblicani, ma
che il tycoon ha minimizzato: “Non sono coinvolto, sono elezioni locali in
Texas”, ha detto, attribuendo la sconfitta al fatto che lui non fosse sulla
scheda elettorale. Parole che sono in contrasto con i commenti arrivati dai
vertici repubblicani del Texas, preoccupati dalla sconfitta Maga in una delle
sue roccaforti. Sul fronte dei consensi, secondo un sondaggio condotto da Pew
Research e pubblicato il 29 gennaio, la fiducia degli elettori nei confronti di
Trump è scesa di 3 punti percentuali rispetto allo scorso autunno, attestandosi
ora al 37%. Anche la fiducia nel rispetto di Trump per i valori democratici
degli Stati Uniti, nella sua capacità di scegliere buoni consiglieri e di agire
eticamente durante il suo mandato è diminuita rispetto all’anno scorso.
Il trend demografico – Dai media Usa non emergono particolari sull’analisi dei
flussi in queste due ultime chiamate alle urne, ma il New York Times dedica un
approfondimento al cambio della demografia nel secondo stato più popoloso dopo
la California. Da giugno 2024 a giugno 2025, il Texas ha assistito a un
rallentamento dell’immigrazione verso lo Stato, cosa che è andata di pari passo
con la riduzione ancora più netta dell’immigrazione, che ha aggiunto solo circa
167.500 persone alla popolazione lo scorso anno, meno della metà rispetto al
2023. Si tratta, comunque, di una tendenza nazionale: “l’immigrazione netta nel
Paese – scrive il Nyt – ha raggiunto livelli record dopo l’allentamento delle
restrizioni pandemiche, raggiungendo il picco di 2,7 milioni nei 12 mesi
terminati a giugno 2024. Tuttavia, a ciò hanno fatto seguito una stretta alle
frontiere verso la fine del mandato di Biden, e poi le politiche aggressive di
Trump volte a limitare l’immigrazione legale e a espellere i residenti
irregolari”.
Il seggio al Senato statale – La vittoria di Rehmet, leader sindacale e
veterano, si è aggiunta al record dei democratici di sovraperformance nelle
elezioni speciali finora in questo ciclo. Con quasi tutti i voti contati, Rehmet
ha ottenuto un comodo vantaggio di oltre 14 punti percentuali. I democratici
hanno affermato che si tratta di un’ulteriore prova del fatto che gli elettori
sotto la seconda amministrazione Trump sono motivati a rifiutare i candidati del
Partito Repubblicano e le loro politiche. Il presidente del Comitato Nazionale
Democratico Ken Martin lo ha definito “un segnale di avvertimento per i
repubblicani di tutto il paese”. Il seggio era vacante perché il rappresentante
repubblicano in carica per quattro mandati, Kelly Hancock, si è dimesso per
assumere una carica a livello statale. Hancock ha vinto facilmente le elezioni
ogni volta che si è candidato per la carica e i repubblicani hanno mantenuto il
seggio per decenni. Il distretto è più repubblicano della sua sede, la contea di
Tarrant. Trump ha vinto la contea con 5 punti nel 2024, ma il presidente
democratico Joe Biden l’ha portata nel 2020 con circa 1.800 voti su oltre
834.000 espressi. Trump ha pubblicato un post sulla corsa alla presidenza sulla
sua piattaforma di social media sabato scorso, esortando gli elettori a
sostenere Wambsganss. L’ha definita un’imprenditrice di successo e
“un’incredibile sostenitrice” del suo movimento Make America Great Again. Ma
Rehmet ha avuto il sostegno di organizzazioni nazionali, tra cui il DNC e
VoteVets, un gruppo di veterani che ha dichiarato di aver speso 500mila dollari
in pubblicità. Rehmet, che ha prestato servizio nell’Aeronautica militare e
lavora come macchinista, si è concentrato sulla riduzione dei costi, sul
sostegno all’istruzione pubblica e sulla tutela dei posti di lavoro. I
democratici sono stati incoraggiati dalla loro performance nelle elezioni da
quando Trump è entrato in carica. A novembre, il partito ha dominato il primo
grande giorno delle elezioni dal suo ritorno alla Casa Bianca, vincendo in
particolare le elezioni governative in Virginia e New Jersey. I candidati
democratici hanno anche vinto elezioni speciali in Kentucky e Iowa. E mentre il
repubblicano Matt Van Epps ha vinto un’elezione speciale in Tennessee per un
seggio alla Camera degli Stati Uniti, il margine di vittoria relativamente
esiguo ha dato ai democratici la speranza per le elezioni di medio termine di
questo autunno. La vittoria di Rehmet gli consente di servire solo fino
all’inizio di gennaio, e deve vincere le elezioni generali di novembre per
mantenere il seggio per un mandato completo di quattro anni. La legislatura del
Texas non si riunirà fino al 2027 e il GOP avrà ancora una maggioranza di
rilievo.
Il sondaggio del Pew Research Center – Il tasso di approvazione del presidente
Trump sta calando: più di due terzi degli americani disapprovano il modo in cui
il presidente sta gestendo il suo secondo mandato presidenziale. Il gradimento è
sceso di 3 punti percentuali rispetto allo scorso autunno, attestandosi ora al
37%. Il sostegno a Trump tra i repubblicani resta alto, al 73%, anche se questa
percentuale è leggermente inferiore rispetto a un sondaggio condotto lo scorso
settembre. Solo il 25 percento dei repubblicani e il 94 percento dei democratici
ha dichiarato di disapprovare il lavoro di Trump, mentre il 5 percento dei
democratici ha espresso approvazione. Metà degli intervistati ha giudicato
negativamente le azioni del secondo mandato di Trump, e solo il 21% le ha
giudicate in modo positivo, e il 25% ha soddisfatto le proprie aspettative. Il
27% sostiene la maggior parte delle politiche del presidente Usa, in calo
rispetto al 35% registrato al suo ritorno in carica l’anno scorso, una tendenza
che, come hanno notato i ricercatori, è stata trainata in gran parte dai
repubblicani. Molti degli intervistati hanno inoltre espresso una scarsa fiducia
in Trump in diversi parametri, tra cui le sue capacità di leadership, la sua
forma fisica e mentale. Un calo della fiducia dei repubblicani ha contribuito a
un calo di 8 punti nella fiducia complessiva nell’etica di Trump rispetto a
febbraio 2025. Il 55% dei repubblicani ha affermato allora di essere
estremamente o molto fiducioso che Trump abbia agito eticamente all’inizio del
suo secondo mandato, rispetto al 42% attuale. Sebbene la fiducia complessiva
nell’etica del presidente fosse già relativamente bassa lo scorso febbraio,
attestandosi al 29%, da allora è scesa di 8 punti percentuali. Tra gli elementi
rilevati dal sondaggio, il desiderio dell’82% dei democratici di vedere i loro
leader del Congresso reagire a Trump. Il sondaggio è stato pubblicato il 29
gennaio e condotto dal 20 al 26 gennaio su 8.512 adulti statunitensi e presenta
un margine di errore di 1,4 punti percentuali. Dunque i dati sono stati raccolti
durante le operazioni Ice in Minnesota nelle quali è stato ucciso il 27enne Alex
Pretti, cittadino americano.
L'articolo Texas: i dem vincono al Senato, nella roccaforte di Trump.
Repubblicani sconfitti anche alla Camera federale proviene da Il Fatto
Quotidiano.