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Enzo Bianchi: “Il movimento pacifista si è indebolito. Da Papa Leone XIV avrei voluto una parola più chiara sui conflitti in corso”
“Per la pace è tempo di creare nuove forme di protesta, più efficaci dei cortei. In Palestina si continua a morire ma più nessuno protesta. È vergognoso!”. Nell’ultimo mese ha rischiato la vita a causa dei gravi problemi di salute che lo accompagnano ma all’indomani di una giornata dedicata a padre David Maria Turoldo, organizzata a Casa della Madia, è di nuovo ai fornelli. Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose e della nuova fraternità ad Albiano d’Ivrea, 83 anni compiuti lo scorsi tre marzo, passa la giornata tra la cucina (la sua grande passione) e la sua cella dove studia, prega, legge attentamente i quotidiani e ha contatti con amici credenti e non, di ogni parte del mondo. Maglione rosso, giacca con la penna rigorosamente nel taschino, scarpe comode, barba bianchissima stile stubble ben curata, lo si riconosce dall’inconfondibile voce: “Oggi sto preparando del gulasch che ho imparato a fare in Ungheria sul lago Balaton. Senta, senta che profumo…”. Sul tavolo la paprika, cumino, aglio, pomodoro e i quotidiani. “Sabato scorso ho cucinato turco, spesso preparo piatti indiani, cinesi: mangiare diversificato secondo gli incontri che ho fatto con le genti arricchisce, offre la possibilità di dialogo”. Fratel Enzo, assistiamo da giorni a nuovi conflitti, ma non si vedono reazioni. Che fine ha fatto il pacifismo? Si è molto indebolito. Purtroppo il movimento pacifista segue sempre delle ondate di entusiasmo che si accendono di fronte ai fatti di cronaca ma poi cade nell’oblio. Pensi alla Palestina: di fronte al genocidio di Gaza c’è stato un coro di proteste ma ora più nulla. La mia generazione e quella degli anni Settanta erano abituate ai cortei ma forse ci si è stancati di queste forme. Chiediamoci: queste manifestazioni generano educazione alla pace, alla non violenza? Non mi sembra. C’è anche molta ignoranza. Quanto si sa delle guerre in Congo, tra Pakistan e Afghanistan, in Sudan? Non se ne parla. I grandi giornali italiani soffrono di glaucoma perché vedono con un campo visivo sempre più ristretto, non riescono a mettere gli occhi sulle periferie del mondo. Ci sono conflitti che – nonostante le barbarie siano le stesse di quelle tra Russia e Ucraina o Israele, Usa e Iran – non interessano a molti media. Papa Francesco spesso mi diceva: “Fratel Enzo, perché nessuno parla delle periferie? Ha citato Bergoglio. In questo momento storico si sarebbe aspettato una diversa presa di posizione di Papa Leone XIV? Sì, avrei voluto una parola più chiara, sia sul conflitto palestinese sia ora sull’Iran. Siamo davanti ad un’aggressione da parte degli Stati Uniti. Prevost si è espresso più volte per la pace e la fine della guerra tra i contendenti ma noi abbiamo a che fare solo con un assalitore: Donald Trump. Gli ultimi conflitti stanno alimentando una retorica religiosa. Stiamo assistendo ad una lotta tra gli estremismi cristiani, ebrei e islamici? Sì, sarà una guerra religiosa con dosi di cristianesimo americano non di cattolicesimo e di ebraismo religioso. Papa Giovanni Paolo II, già ai tempi della guerra del Golfo, fece di tutto, perché non fosse il cristianesimo uno dei contendenti verso l’Islam. Non dimentichiamo che Ronald Reagan parlava di crociata cristiana mentre altri di crociata anticristiana. Giovanni Paolo II ha impedito questo scontro e da allora la Santa Sede non può tornare indietro. Domenica 15 marzo, in Italia, è arrivato Peter Thiel a tenere una lezione sull’Anticristo. È preoccupato per queste iniziative? Sì, ma sono sicuro che non lasceranno traccia e non avranno possibilità di allargarsi. È una specie di grido folle, forsennato che vorrebbe in qualche misura che il cristianesimo fosse altro, che ci fosse un altro Vangelo. Lei, fratel Enzo, va spesso a fare la spesa al supermercato. Il caro petrolio rischia di contagiare il carrello della spesa. Lo vede con i suoi occhi. Guardo ciò che compra la gente non per curiosità ma per comprendere cosa mangiano. Osservo che acquistano prodotti sempre più scadenti, di scarsa qualità perché sono costretti a causa della mancanza di denaro. Ad avere problemi sono il ceto basso e medio. Per i ricchi non è cambiato nulla. Sono stato appositamente a Milano e a Torino in due negozi dove vendevano cinque acciughe a venticinque euro: c’è chi le compra e le serve come antipasto! A chi passa alla Madia, ai nostri lettori cosa suggerisce di fare? Bisogna vivere la pace nel quotidiano, in famiglia imparando a non usare violenza nel nostro parlare, nei pensieri. La letteratura sulla pace in Italia non manca, penso ad Aldo Capitini, a Ernesto Balducci. Servirebbe che nelle nostre biblioteche si organizzassero letture sul tema, seminari. So che il gulasch la richiama, ma mi conceda un’ultima domanda. Prego. Lei stesso l’ha confidato: nelle ultime settimane è stato ricoverato d’urgenza ed è stato ad un passo dalla morte. Cosa ha pensato in quelle ore? Ho avuto paura della sofferenza. Ho terrore del dolore. Il medico è stato chiaro specificando che per la mia età e la mia condizione fisica avrei potuto non farcela. Con franchezza mi ha detto: “Se ha qualcosa da dire ai suo cari lo faccia”. Da quel momento sono entrato in uno stato di pace. Ho guardato alla mia esistenza: sono contento di aver vissuto così, son felice di ciò che ho fatto. Non mi importava più di morire. Mi son detto: “È arrivato il tempo del riposo”. È stato un viaggio in cui non mi sono sentito solo ma accompagnato dalla fede, dal Signore che ho sentito accanto. Mi è solo spiaciuto pensare che stavo per lasciare un mondo peggiore rispetto a quando sono nato. Il profumo delle cipolle, della paprika (“dolce e piccante”, precisa fratel Bianchi), del cumino, della carne prende il posto delle parole. Fratel Maurizio, sfuma il tutto con un mestolo ma a dire l’ultima parola è Enzo, come lo chiamano i suoi compagni di viaggio: “Mi raccomando, aggiungiamo brodo man mano che si asciuga. Dovete imparare a farlo…”. L'articolo Enzo Bianchi: “Il movimento pacifista si è indebolito. Da Papa Leone XIV avrei voluto una parola più chiara sui conflitti in corso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Impennata di contratti sul prezzo del petrolio pochi minuti prima del post di Trump sulla tregua con l’Iran. I sospetti
Chi ci ha guadagnato? Pochi minuti prima che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annunciasse lunedì il rinvio per cinque giorni degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, i trader hanno piazzato scommesse per centinaia di milioni di dollari sul mercato petrolifero. Movimenti anomali che alimentano sospetti di insider trading. Ovvero, che chi ha comprato e venduto avesse informazioni riservate che gli hanno consentito di lucrare sulla presunta tregua, peraltro subito rotta secondo Teheran che ha denunciato nuovi raid su impianti del gas. Ipotesi che fanno il paio con l’accusa lanciata a caldo dal presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, che – smentendo negoziati con gli Stati Uniti – ha parlato di “notizie false utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”. Secondo il Financial Times, tra le 6:49 e le 6:50 ora di New York, appena quindici minuti prima del post di Trump su Truth Social in cui elogiava i colloqui “produttivi” con Teheran, sono stati scambiati circa 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore nominale di 580 milioni di dollari. Contestualmente, i future sull’indice azionario S&P 500 hanno registrato un’impennata, con volumi insolitamente elevati. La Bbc conferma fornendo qualche dato: alle 06:49, gli operatori avevano piazzato 733 contratti sul WTI, saliti a 2.007 un minuto dopo, per un valore di circa 170 milioni di dollari, mentre sul Brent i volumi sono passati da 20 a oltre 1.600 contratti, equivalenti a circa 150 milioni di dollari. Analisti come Mukesh Sahdev di XAnalysts parlano di “situazione sicuramente anomala”, sottolineando che a quell’ora del giorno, in genere, le transazioni sono molto più limitate. L’annuncio di Trump alle 07:04 ha scatenato una forte ondata di vendite sul petrolio facendone scendere il prezzo e un rimbalzo dei mercati azionari, nonostante il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, abbia negato che fossero in corso negoziati. Diversi hedge fund e gestori hanno osservato che operazioni di grandi dimensioni prima di annunci ufficiali del governo si sono verificate più volte negli ultimi mesi. Anche a gennaio, prima della destituzione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, gli scommettitori su Polymarket hanno piazzato grandi scommesse basate su eventi politici imminenti e c’è chi ci ha guadagnato centinaia di migliaia di dollari. La Casa Bianca, per bocca del portavoce Kush Desai sentito dal Ft, ha respinto ogni insinuazione: “Non tolleriamo che alcun funzionario tragga profitto illegalmente da informazioni riservate”. E qualsiasi accusa è “priva di fondamento”. L'articolo Impennata di contratti sul prezzo del petrolio pochi minuti prima del post di Trump sulla tregua con l’Iran. I sospetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma spingono le merci cinesi verso l’Italia
I dazi di Donald Trump non hanno ridotto, semmai rallentato, la crescita delle esportazioni italiane, neanche di quelle dirette negli Usa, tanto che la bilancia commerciale nel 2025 è risultata in surplus per 50 miliardi, due in più del 2024, semmai le tariffe statunitensi sulle merci hanno accentuato la penetrazione cinese nel mercato europeo e nel nostro in particolare. Potrebbe essere questo il riassunto del poderoso “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” pubblicato lunedì dall’Istat, che in realtà contiene anche molto altro, ad esempio la particolare esposizione della nostra economia agli attuali rischi geopolitici o il ruolo dell’austerità nella creazione del modello “export-led” (orientato alle esportazioni) della crescita italiana. LO SPAURACCHIO TRUMP Andiamo con ordine e partiamo proprio dalle scelte della Casa Bianca: “L’imposizione dei dazi aggiuntivi sembra avere prodotto effetti ancora poco diffusi”, scrive l’istituto statistico nazionale, “la grande maggioranza delle unità che esportavano negli Stati Uniti non ha registrato variazioni rilevanti nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. Anche l’orientamento strategico sui mercati esteri, per la gran parte delle imprese, non ha subito variazioni significative”. E ancora: “Le restrizioni tariffarie statunitensi sembrano avere avuto un effetto inferiore alle attese anche sull’andamento delle esportazioni. Nel 2025 la dinamica degli scambi in valore è stata positiva (rispettivamente +3,3% per l’export e +3,1 per l’import), con incrementi significativi nei confronti degli Stati Uniti (+7,2 per cento all’export e +35,9 all’import)”. Un fatto rilevante a fronte delle performance negative degli altri grandi Paesi Ue: l’export tedesco verso gli Usa fa segnare -9,4% nel 2025, quello spagnolo -9,7%, quello francese -0,9%. CHI VINCE, CHI PERDE In realtà un effetto i dazi lo hanno avuto, rallentando in qualche settore la crescita delle esportazioni: una cosa che ha riguardato in particolare “le imprese che avevano gli Usa come primo mercato di destinazione”, soprattutto nel comparto dei Mobili e, in misura minore, per Abbigliamento, Alimentari e Prodotti in metallo (per Istat hanno sofferto “una mancata crescita delle vendite pari complessivamente a 1,5 miliardi di euro”). Nonostante questo solo un’impresa su venti pianifica di investire in nuovi impianti produttivi negli Usa. Se si scompone il dato generale delle esportazioni, si scopre che la crescita delle vendite estere della manifattura, che vale l’80 di tutte le vendite di beni all’estero, “si concentra in un numero molto ristretto di settori: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e metallurgia hanno registrato nel 2025 incrementi molto sostenuti, compresi tra il 16,5 e il 28,5 per cento”. Sono gli stessi, in particolare i primi due, che hanno trainato l’export italiano negli Usa, spiega sempre Istat, e che hanno generato gran parte dell’aumento dell’import (+35,5% la farmaceutica). LA CINA È VICINA L’altro effetto rilevante dei dazi di Trump riguarda paradossalmente il nostro rapporto commerciale con Pechino. L’eccesso di produzione dovuto al corposo calo delle esportazioni cinesi verso gli Usa s’è riversato, come previsto, in Europa: +17,2% nel 2025 (+20,1 nella manifattura), “sui livelli più elevati di sempre”, scrive Istat. Una dinamica che in Italia è più accentuata che nel resto dell’Ue: “La quota della Cina sulle importazioni complessive dell’Italia, nel 2025, era la più elevata tra le maggiori economie dell’Unione (10,3% a fronte del 7,5 della Germania e del 6,6 della Francia)”. Peraltro non si parla più della vendita dei soli beni finali: gli acquisti di input intermedi cinesi destinati alle fabbriche italiane sono cresciuti del 60% dal 2017. “Nel triennio 2023-2025, la Cina si è affermata come il primo fornitore di prodotti a valenza strategica per il sistema industriale dei principali paesi dell’Ue (9,3% del valore totale) e, soprattutto, per l’Italia (11,3%)”. Se l’import cresce, peraltro, non altrettanto fanno le esportazioni: quelle italiane verso Pechino nel 2025 sono calate del 6,6%, meno di quello tedesche (-9,7), ma più di quelle francesi (-1,5%). La Spagna, invece, va in controtendenza: +7,2%. MERCATO POCO COMUNE E RISCHI GLOBALI “Tra i principali partner europei, l’Italia continua a rappresentare il Paese più esposto alla domanda extra-Ue (nel 2025 pesava il 48,2 per cento sulle esportazioni nazionali) e, in particolare, a quella statunitense (10,8 per cento)”, scrive Istat. E d’altra parte l’Italia deve il suo surplus commerciale al resto del mondo, perché resta “un acquirente netto nei confronti dell’area Ue”. Questa dipendenza dal commercio extra-Unione, peraltro, rende anche il nostro Paese più esposto ai rischi geopolitici (il Golfo Persico in guerra, per dire, vale oltre 25 miliardi di export l’anno). Un pericolo ancora più cogente per le importazioni. Della Cina s’è detto e basti qui citare le forniture energetiche per illustrare la preoccupata conclusione dell’Istat: “Circa il 60 per cento dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi a rischio politico medio o alto”. A COSA È SERVITA L’AUSTERITÀ Scrive l’Istat che “la vocazione export-led del nostro Paese e la sua forte proiezione verso i mercati extra Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua crescita economica” nell’era della globalizzazione: tra 2000 e 2024 il contributo della domanda estera netta alla crescita del Pil italiano è stato positivo, ma in quantità “inferiore – circa la metà – rispetto a quello della Germania e della Spagna”. Notevole che dopo il 2011, l’anno della crisi europea e dell’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi, “all’effetto positivo della domanda estera netta sulla crescita del Pil italiano ha contribuito soprattutto la modesta dinamica delle importazioni, a sua volta determinata dalla debolezza della domanda interna”. Tradotto: l’austerità distrugge i redditi disponibili, crollano quindi le importazioni, che fanno aumentare il surplus con l’estero, guadagnato soprattutto fuori dall’Europa. Ora l’instabilità geopolitica globale rende probabilmente necessario un riposizionamento delle imprese italiane dai mercati extra Ue a quello comune: il rischio, però, è che così venga intaccato significativamente proprio quel surplus che ha pagato a così caro prezzo nell’ultimo quindicennio. L'articolo I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma spingono le merci cinesi verso l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Jessica Foster, la soldatessa pro-Trump che fa impazzire il popolo Maga non esiste: l’inchiesta del Washington Post smaschera la “ragazza dei sogni”
Una miscela calibrata di patriottismo a stelle e strisce, propaganda politica e pornografia soft-core, il tutto generato e confezionato dall’intelligenza artificiale. È questa la formula alla base del caso “Jessica Foster”, un fenomeno social esploso e rapidamente imploso negli Stati Uniti che ha acceso i riflettori su una nuova, redditizia strategia di manipolazione digitale. La finta soldatessa dell’esercito americano, creata al computer per incarnare l’ideale femminile dell’elettore medio del movimento MAGA (Make America Great Again), è riuscita ad accumulare oltre un milione di follower su Instagram in soli quattro mesi, prima che un’inchiesta del Washington Post portasse alla cancellazione dei suoi account. L’ASCESA DELLA “RAGAZZA DEI SOGNI”: DA ZELENSKY A PUTIN Il debutto digitale di Jessica Foster risale al giorno del Ringraziamento, con un video in cui la giovane donna — bionda, occhi azzurri, inquadrata davanti a una bandiera americana con una camicetta striminzita — invitava a lasciare un “like” a “ogni ragazzo etero a cui piace una ragazza dell’esercito americano”. Da quel momento, il profilo ha pubblicato oltre 50 contenuti tra foto e video, raccogliendo centinaia di migliaia di interazioni. Le immagini, sebbene generate dall’IA, la ritraevano nelle situazioni più esclusive della geopolitica mondiale. La finta militare è apparsa nello Studio Ovale con Donald Trump, ha scortato il presidente sulla pista d’atterraggio nel primo giorno degli attacchi contro l’Iran e si è messa in posa in mimetica nel deserto o accanto a un caccia F-22 Raptor. Nel suo portfolio virtuale figuravano anche selfie e incontri con la first lady Melania Trump, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la stella del calcio Lionel Messi e il presidente russo Vladimir Putin. Di recente, era stata “immortalata” mentre teneva un discorso alla conferenza del “Board of Peace“, l’ente fortemente voluto dal presidente statunitense per sostituire l’Onu nella gestione dei conflitti (a cominciare da Gaza). GLI ERRORI DELL’IA E L’OBIETTIVO FINANZIARIO Nonostante il realismo di facciata, le immagini presentavano diverse incongruenze tecniche tipiche dell’intelligenza artificiale. I cartelli del “Board of Peace” presentavano errori ortografici, trasformandosi in “Boarder of Peace”. Le divise mostrate nei vari scatti mescolavano in modo caotico qualifiche, medaglie e mostrine appartenenti a diversi corpi militari. A questi si aggiungevano dettagli palesemente irrealistici ma funzionali ad attirare l’attenzione del pubblico maschile: magliette mimetiche estremamente attillate, pose con i tacchi a spillo a bordo di navi da guerra o inquadrature focalizzate su piedi nudi con smalto viola scuro. La narrazione visiva era accompagnata da didascalie con battute spinte e video di finte lotte con i cuscini in camerata tra colleghe. L’obiettivo finale di questa operazione, come evidenziato dagli esperti consultati dal Washington Post, non era solo la propaganda politica, ma il profitto economico. Il profilo Instagram serviva infatti da esca per reindirizzare gli utenti verso una pagina a pagamento su OnlyFans, contenente materiale esplicito. L’INCHIESTA DEL WASHINGTON POST E LA CHIUSURA DEGLI ACCOUNT A far crollare il castello di carte è stata l’indagine del Washington Post. I giornalisti del quotidiano hanno verificato l’assenza di qualsiasi documento ufficiale che attestasse la presenza di Jessica Foster nelle forze armate statunitensi. Contattato dalla testata, l’anonimo gestore del profilo non ha fornito alcun commento. Al contrario, il giorno successivo alla richiesta del quotidiano, ha pubblicato un’ennesima foto falsa che ritraeva la soldatessa a bordo di una nave militare nello Stretto di Hormuz. Anche la Casa Bianca ha rifiutato di commentare la vicenda. Poche ore dopo l’uscita dell’inchiesta, Instagram ha rimosso l’account per “violazione delle regole della piattaforma“. Parallelamente, i vertici di OnlyFans hanno confermato al Washington Post di aver chiuso il profilo a pagamento a lei collegato, poiché la reale identità del “creator” non ha superato i protocolli di verifica della piattaforma. IL TREND VIRALE Il caso Foster non è isolato, ma si inserisce in una strategia sempre più diffusa negli Stati Uniti. Su piattaforme come TikTok, Instagram e X proliferano account gestiti dall’IA che riproducono finte soldatesse, camioniste o agenti di polizia sostenitrici di Trump. Profili che mescolano un patriottismo basico alla pornografia soft-core per accaparrarsi visualizzazioni, monetizzare l’interesse e influenzare l’opinione pubblica. Nelle ultime settimane il fenomeno ha varcato i confini americani. Sono comparsi online centinaia di video generati dall’IA che mostrano finte soldatesse e pilote iraniane intente a incitare le forze armate di Teheran. L'articolo Jessica Foster, la soldatessa pro-Trump che fa impazzire il popolo Maga non esiste: l’inchiesta del Washington Post smaschera la “ragazza dei sogni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cuba al buio: il blackout totale piega l’isola. Il piano di Trump per gli investimenti, dal turismo all’export
Più di ventiquattro ore senza elettricità. Quello di sabato è stato il secondo blackout totale, per Cuba, in una settimana. E il terzo da quando Donald Trump ha imposto il blocco petroliero sull’isola, dove – come sostiene il leader dell’Avana Miguel Díaz-Canel – da “tre mesi non arriva un’imbarcazione con combustibile”. Questa volta a saltare è stata “sesta unità” della località di Nuevitas, provocando un “effetto a cascata sugli impianti in linea”, si legge sull’account X di “Unión eléctrica de Cuba”, fornitore energetico nazionale, che assicurava l’avvio dei “protocolli” per il ripristino del servizio. All’alba di domenica il 90% dei cittadini era ancora senza elettricità. I più colpiti sono gli ospedali. “Si fa il possibile, proprio come nei teatri di guerra”, commenta Juana Moreno, infermiera, 43 anni. “Non si registrano pazienti deceduti a causa dei blackout, ma è un timore costante. E mancano le medicine, che alcuni degenti condividono tra loro”, dice a Telemundo Martín Hernández Isas, ematologo, che ogni giorno percorre 32 chilometri per raggiungere il posto di lavoro, cioè l‘Instituto di hematología e immunologia dell’Avana. L’America Latina osserva con preoccupazione quella che il deputato messicano di Morena – il partito progressista di Claudia Sheinbaum -, Luis Humberto Fernández, definisce l’attuale crisi come “la peggiore” nella storia di Cuba. Quasi il 90% della popolazione è in povertà e, da settimane, il malcontento si manifesta nelle strade: cortei, proteste, atti vandalici. Escluso l’intervento militare degli Stati Uniti, almeno per il momento. “Non è previsto”, ha detto il comandante Francis Donovan (SouthCom) interpellato giovedì al Congresso Usa. In realtà crisi e sofferenza del popolo servono a Washington per inchiodare il regime dell’Avana sul tavolo dei negoziati. Ma la posta in gioco è più affaristica che politica. Fonti vicine al dossier sostengono che l’amministrazione Trump sia più concentrata sul controllo Usa su settori come il turismo, l’energia e persino l’export di alimenti. Un primo segnale di apertura è stato il via libera agli investimenti dei cubani residenti all’estero nell’isola, annunciata il 16 marzo dal numero due dell’Avana, Oscar Pérez Oliva, nipote di Raúl e di Fidel Castro. “Cuba è aperta a una relazione fluida con le imprese statunitensi” e “anche con i cubani che risiedono negli Usa e i loro discendenti”, ha detto Pérez-Oliva a Nbc News, aprendo anche a investimenti “infrastrutturali”. Nei piani Usa pare sia previsto lo sbarco di catene alberghiere quali Marriott, Hilton e Hyatt, pronte a spiazzare quelle già presenti (Melìa, Iberostar e altri brand messi alle strette dalla crisi). L’Avana conosce bene le ambizioni dell’attuale presidente Usa. A fine anni Novanta la Trump Organization aggirò l’embargo Usa per esplorare eventuali investimenti a Cuba (68mila dollari spesi, messi a bilancio come aiuto umanitario) e nel 2008 fece richiesta per introdurre il suo marchio all’Avana, con licenza dal 2010 al 2008. Accordo vicino, ma sempre a rischio, considerato il carattere volatile del tycoon e la sua esigenza di portare a casa un risultato politico, cioè la caduta di Díaz-Canel, anche lasciando intatta la presenza dei Castro e la struttura militare. In pratica, il governo reale. Non si discute infatti sulla presenza di Raúl Castro all’Avana, che ha già espresso il desiderio di poter “morire nell’isola”. E non è nemmeno chiara la posizione dei Castro sulla permanenza al potere di Díaz-Canel, blindata in pubblico dai proclami di resistenza ma trattabile per i settori più pragmatici del regime. Al suo posto gli Usa vorrebbero una figura come quella dello stesso Pérez-Oliva. L’esito della trattativa dipenderà in parte dalle capacità di mediazione sul fronte cubano, guidato da un altro nipote dei Castro, il 41enne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, in prima fila quando Díaz-Canel è intervenuto pubblicamente per confermare le trattative in corso. Raúl Guillermo è più concentrato sugli affari che sulla Revolución in sé. Ed è più affine allo stile di vita di Miami, che a quello dell’Avana. Il suo inedito protagonismo è dovuto all’influenza – ereditata dal padre Luis Alberto Rodríguez López-Calleja – sull’impresa pubblica Gaesa, Grupo de administración empresarial sociedad anónima, che gestisce i principali asset dell’isola. Proprio quelli che interessano agli Usa. L’Avana tratta con Washington, dunque, e si presenta indebolita dalla crisi, ma comunque in piedi, grazie anche al sostegno di alleati come Cina, Colombia, Brasile, Messico e Russia. L'articolo Cuba al buio: il blackout totale piega l’isola. Il piano di Trump per gli investimenti, dal turismo all’export proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa
Caracas dormiva ancora: scuole chiuse, lavoratori a casa per la vittoria della nazionale del Venezuela al Classico mondiale di baseball, lo sport più diffuso nel Paese sudamericano. In diretta social Delcy Rodríguez aveva proclamato il 18 marzo “Festa nazionale” e persino Donald Trump esultava rilanciando la boutade del “51 Stato”, trascinando con sé i riflettori, fissi sulla guerra in Medioriente. La macchina del regime però non si è fermata e, nella distrazione generale, ha improvvisamente rimosso sette ministri e tutto l’Alto comando militare. La prima testa a cadere è quella del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, per il quale gli Usa offrono una ricompensa di 15 milioni di dollari. Delcy lo ringrazia per la sua “dedizione” e “lealtà alla Patria” dopo dodici anni di servizio e nei circuiti militari si parla di un suo possibile esilio a Mosca o in altre destinazioni affini a Caracas. Al posto di Padrino López subentra il generale Gustavo González López, già nominato al vertice del Controspionaggio militare tre giorni dopo il blitz della Cia per catturare Maduro. È una scelta volta a “garantire la sovranità” e “l’integrità territoriale della Repubblica”, spiega Rodríguez. Tuttavia l’ong Provea contesta la nomina e sostiene che González sia stato “artefice di detenzioni arbitrarie e torture”. Fonti qualificate riferiscono a ilfatto.it che la promozione di González – già a capo del Servizio bolivariano di Intelligence – a ministro della Difesa è stata voluta dalla Cia, che tra l’altro ha annunciato la sua presenza permanente nel Paese. “Rodríguez controlla attraverso la sorveglianza, non attraverso la leadership”, commenta a ilfatto.it l’esperto Antonio De La Cruz, per il quale la riorganizzazione di Rodríguez “non ha a che fare con una transizione” ma è un “tentativo di accentrare potere” dentro al chavismo, Rodríguez ha anche sostituito i ministri dell’Istruzione universitaria, della Cultura, del Lavoro, del Trasporto, dell’Energia elettrica e delle Politiche abitative. Alle purghe in corso sopravvivono in pochi: Diosdado Cabello, ministro dell’Interno e della Giustizia, il più influente sulle forze dell’Ordine e sui gruppi paramilitari, e Nicolás Maduro Guerra, figlio di Maduro, il cui volto è utile a Delcy per presentare una tesi di “continuità” il padre, in cella a Brooklyn. Altre scosse ai vertici di Caracas si sono verificate nelle ultime settimane, con decine di rimozioni di gabinetto, tra cui anche quella dell’italiana Camilla Fabri, moglie dell’imprenditore Alex Saab, allora viceministra per la Comunicazione internazionale. L’offensiva interna del chavismo si traduce anche in arresti eccellenti, come quelli dell’oligarca Wilmer Ruperti, catturato venerdì per corruzione e altre accuse simili a quelle affrontate da Raúl Gorrín e dallo stesso Saab (che rischia addirittura l’estradizione negli Usa). Sempre nelle ore di festa nazionale Rodríguez ha ottenuto il controllo sulla raffineria Citgo, il più grande asset di Caracas negli Usa, ponendo fine all’ammanco di oltre 700 milioni di dollari che, attraverso la Fundación Simón Bolívar, hanno finanziato le spese folli di Beatriz Elena García Carmona (figlia del golpista Pedro Carmona Estanga) e altre figure di spicco delle opposizioni venezuelane. La sua offensiva si estende anche qui, in Europa, dove si rifugiano Francisco D’Agostino (Maiorca) e Alessandro Bazzoni (Lugano), artefici di uno schema di corruzione che ha sottratto 21 miliardi di dollari alla statale Pdvsa, riciclati anche nelle gare di Polo in Regno Unito. Per il tycoon Rodríguez sta facendo un lavoro “davvero buono”, poiché gli permette di estrarre “milioni, letteralmente milioni, barili di petrolio”, utili ad affrontare la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran. Caracas è dunque diventata la cava in cui Washington e amici fanno scorta energetica: eroga fino a 80mila barili di petrolio giornalieri verso gli Usa e apre l’Arco minero dell’Orinoco – estensione di giacimenti lunga quasi 112mila chilometri – agli Stati Uniti per l’estrazione di oro e minerali critici. Il Paese ha anche dato il via libera all’export di gas all’impresa Cardón IV, gestita da Eni e Repsol, nel più grande giacimento dell’America Latina, senza alcun vincolo normativo legato alla sostenibilità ambientale. Inoltre Rodríguez riceve costanti visite di funzionari Usa: venerdì ha incontrato una delegazione del Senato americano guidata dall’incaricata di Affari Laura Dogu. “Una conversazione rispettosa, nel contesto di un dialogo di pace”, ha detto Palazzo di Miraflores. Nelle settimane precedenti il Paese ha ricevuto altre visite di monitoraggio: Francis Donovan, capo del SouthCom, e il presidente del Consiglio di dominio energetico Usa, Doug Burgum. Maduro? Al di là dei proclami, è solo un ricordo lontano, alla cui difesa legale viene negato persino il sostegno economico di Caracas. Archiviata anche María Corina Machado, che i repubblicani ritengono inaffidabile se paragonata all’alleata Rodríguez. L'articolo Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump, giù le mani da Cuba!
Il rozzo e nefasto peracottaro che presiede ancora, speriamo per breve tempo, ai destini della principale Potenza dell’Occidente e del corteo di vergognosi servi sciocchi che l’accompagna, compreso il governo italiano, ha avuto recentemente l’ardire di affermare che presto “si prenderà Cuba”. Tale mostra di demenziale arroganza costituisce nuova riprova del fatto che Trump vive in un mondo tutto suo ed è afflitto da delirio di onnipotenza, convinto che la macchina da guerra che guida gli dia il diritto di saccheggiare e bistrattare ogni Stato e ogni popolo. Un individuo del genere è ovviamente pericolosissimo per il genere umano nel suo complesso e se i popoli, a cominciare da quello degli Stati Uniti che si ribella con sempre maggior forza alla sua follia, non lo fermeranno al più presto, andrà a sbattere prima o poi nella guerra mondiale nucleare di cui le sue azioni sconsiderate, insieme a quelle del suo socio del cuore, il criminale genocida Netanyahu, stanno ponendo le premesse. Trump, nonostante il suo vaniloquio tracotante, buono solo per infinocchiare una Meloni o un Milei, costituisce l’espressione vivente del declino inarrestabile e rovinoso degli Stati Uniti. Odia Cuba non solo per compiacere il suo Segretario di Stato Rubio, rampollo di una delle famiglie di latifondisti subcoloniali che la Rivoluzione di Fidel e del Che mandò in esilio oltre sessantacinque anni fa. Trump odia Cuba perché Cuba è il simbolo vivente di una lotta vittoriosa, che dura per l’appunto da oltre sessantacinque anni, per la dignità e l’orgoglio nazionale di un popolo, parole del tutto incomprensibili a soggetti come Meloni, La Russa, il bistecchiere Delmastro Delle Vedove e simili, che pure per ironia della sorte e grottesco paradosso si definiscono patrioti, continuano ad essere chiamati “sovranisti” dalla bizzarra stampa mainstream, e hanno mutuato la propria denominazione dall’inno nazionale composto da un giovane patriota come Goffredo Mameli, morto combattendo nella difesa di Roma e che sicuramente si starà rivoltando nella tomba per avere, sia pure involontariamente, tenuto a battesimo simili figuri. Cuba è il simbolo vivente della lotta contro l’imperialismo e il colonialismo. Fu grazie ai militari cubani che cominciò la fine del regime razzista sudafricano dell’apartheid, sconfitti nell’epica battaglia di Cuito Canavale. Cuba è il simbolo vivente della solidarietà umana, prestata nei fatti da migliaia di medici cubani in decine e decine di Paesi, compreso il nostro ai tempi del Covid e ancora oggi in Calabria. Cuba è il simbolo vivente dell’umanità che il capitalismo alla Epstein, di cui Trump per vari motivi è uno dei massimi portavoce, vorrebbe sopprimere, perché vede negli esseri umani solo possibilità di sfruttamento lavorativo o sessuale, e se non gli servono li massacra, come sta facendo Netanyahu coi Palestinesi e ora anche coi Libanesi. Cuba è il simbolo vivente di una società egualitaria che, nonostante le ristrettezze indotte da un blocco economico che dura da oltre sessantacinque anni, e che Trump ha esasperato trasformandolo anche in blocco militare, continua a costituire un modello alternativo anche per le classi oppresse dell’Occidente, per quei milioni e milioni di statunitensi privi della possibilità di soddisfare i propri bisogni più elementari e per questo costituisce effettivamente una minaccia non già per la sicurezza degli Stati Uniti, ma per la sopravvivenza di un sistema disumano basato su oppressione e sfruttamento. Per tutti questi motivi Trump odia Cuba. Per tutti questi motivi le persone autenticamente libere, oneste e democratiche del pianeta devono amarla e sostenerla. Minacciando di ridurre Caracas come Gaza, Trump ha rapito il legittimo presidente venezolano Maduro e la sua sposa e ha ottenuto temporaneamente la cessazione della fornitura di petrolio venezolano a Cuba. Ma entrambi tali risultati sono stati ottenuti in violazione del diritto internazionale e Maduro e Cilia vanno liberati al più presto così come devono riprendere le forniture di petrolio venezolano a Cuba. Non è infatti ammissibile che sia la legge della giungla a disciplinare i rapporti tra gli Stati perché questa è la strada senza uscita che porta alla guerra mondiale e alla fine dell’umanità. Dobbiamo quindi rafforzare ed estendere la campagna di solidarietà con Cuba con iniziative come la Flotilla Nuestramerica che ha raggiunto l’isola il 21 marzo. Affinché l’iniziativa della società civile sì affianchi a quella degli Stati, con in testa Messico, Russia e Cina, che non intendono sottostare all’odioso ricatto e alle inposizioni dell’autoproclamato dittatorucolo del pianeta. A Roma si terrà, sabato 11 aprile prossimo, una manifestazione di carattere nazionale su questi temi, cui dobbiamo partecipare in massa per gridare a Trump, Rubio e i loro servitori nostrani: giù le mani da Cuba, patrimonio irrinunciabile dell’umanità in lotta per un mondo migliore! L'articolo Trump, giù le mani da Cuba! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu
Stati Uniti e Israele volevano, speravano, che la guerra scatenata contro l’Iran avrebbe dato la spinta necessaria agli oppositori degli Ayatollah per rovesciare il regime e determinarne la fine. Oppositori che, peraltro, sono stati massacrati a gennaio, durante le proteste antigovernative represse con la più grande violenza nella storia della Repubblica islamica. Ma giunti al 24esimo giorno di conflitto, il piano sembra non essere riuscito. Lo scrive il New York Times, che ha parlato a condizione di anonimato con oltre una decina di funzionari americani, israeliani e di altre nazionalità. Intanto, sul fronte interno, il regime continua a mostrare il pugno duro nei confronti di chi auspicava un cambio e sta procedendo con le prime esecuzioni: la scorsa settimana sono stati impiccati tre uomini condannati per l’omicidio di due agenti di polizia durante i disordini, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni per i diritti umani come Hengaw, che temono che Teheran stia intensificando le esecuzioni contro detenuti politici e manifestanti a fronte delle crescenti pressioni militari e internazionali. “I casi relativi agli elementi terroristici e ai rivoltosi di gennaio sono stati trattati. Alcuni hanno portato all’emissione di sentenze definitive, che ora vengono eseguite. In alcuni casi l’esecuzione è già avvenuta nei giorni scorsi e i risultati saranno comunicati. Non verrà concessa alcuna clemenza ai condannati in questi casi”, ha dichiarato il primo vice capo della magistratura Hamzeh Khalili, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giudiziaria Mizan. Il capo del Mossad, David Barnea, voleva fomentare l’opposizione iraniana nei primi giorni della guerra, scatenare una rivolta e arrivare al rovesciamento del regime di Teheran. Piano che Barnea ha illustrato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prima del 28 febbraio e ad alti funzionari dell’Amministrazione Trump durante la sua visita a Washington a metà gennaio. Alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane erano scettici sulla riuscita, ma Netanyahu lo ha adottato e anche il presidente americano Trump era ottimista. A loro avviso l’uccisione dei leader iraniani all’inizio del conflitto poteva portare a una rivolta di massa in grado di porre fine rapidamente alla guerra e a regime. Ma a tre settimane dall’inizio della guerra non c’è una rivolta iraniana. Secondo le intelligence americana e israeliana che il governo teocratico di Teheran è indebolito, ma intatto, mentre la paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive di una ribellione e di incursioni transfrontaliere da parte di milizie etniche al di fuori dell’Iran. Il New York Times parla di “falla fondamentale” nella preparazione della guerra. Invece di implodere, il governo iraniano si è trincerato e ha intensificato il conflitto. Privatamente Netanyahu si è detto deluso dal fallimento del piano del Mossad di fomentare una rivolta in Iran, anche perché aveva fatto leva su questo per convincere Trump ad attaccare, hanno affermato funzionari americani ed israeliani, sia in servizio che in pensione. Eppure i vertici militari statunitensi avevano detto a Trump che gli iraniani non sarebbero scesi in piazza a protestare mentre Stati Uniti e Israele bombardavano, ritenendo anche bassa l’ipotesi di una guerra civile. Nate Swanson, ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, ha detto di non aver mai visto un “piano serio” per promuovere una rivolta in Iran all’interno del governo statunitense. “Molti manifestanti non scendono in piazza perché temono di essere uccisi”, ha affermato Swanson, ora all’Atlantic Council. “Verranno massacrati. Questo è un dato. Ma il secondo dato è che c’è una buona parte di persone che desidera semplicemente una vita migliore, e al momento si sente messa da parte. Non apprezzano il regime, ma non vogliono morire opponendosi ad esso. Quel 60% resterà a casa”, ha aggiunto spiegando che “ci sono ancora ferventi oppositori del regime, ma non sono armati e non stanno portando la maggior parte della popolazione in piazza”. Il predecessore di Barnea alla guida del Mossad, Yossi Cohen, decise era una perdita di tempo tentare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran. La strategia del Mossad allora era indebolire il governo per costringerlo ad arrendersi alle richieste israeliane e americane, con sanzioni economiche, uccisioni di scienziati nucleari e leader militari iraniani, e sabotaggio di impianti nucleari. L'articolo Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump porta gli agenti dell’Ice negli aeroporti Usa. Così sposta l’attenzione dalla guerra e dai malumori della base
La loro presenza tra le strade di Minneap0lis aveva scatenato la protesta nelle settimane in cui le loro retate terrorizzavano il Minnesota e non solo. E ora Trump ha deciso di portare anche negli aeroporti gli uomini dell’Immigration and Customs Enforcement, gli stessi dispiegati a migliaia dalla Casa Bianca in diverse città degli Stati Uniti per mostrare il suo pugno duro contro i migranti. Stretto tra una guerra all’Iran che non sta andando come previsto e i malumori della sua base, il tycoon ha dunque deciso di spostare nuovamente l’attenzione su un terreno caro alla sua base – quello della sicurezza e dell’immigrazione – spedendo gli agenti dell’Ice a lavorare fianco degli impiegati della Tsa – la sicurezza aeroportuale – per alleggerirne il carico e ridurre il caos negli scali. Un compito per il quale, però, gli uomini dell’immigrazione non sono stati addestrati. “Da domani (oggi, ndr) l’Ice si recherà negli aeroporti per assistere i nostri straordinari agenti della sicurezza, rimasti al proprio posto nonostante il fatto che i democratici della sinistra radicale, concentrati esclusivamente sulla protezione di criminali incalliti entrati illegalmente nel nostro Paese, stiano mettendo in pericolo gli Usa bloccando i fondi che erano stati concordati da tempo, con tanto di contratti firmati e sigillati”, ha annunciato il presidente in un post su Truth. Il riferimento è allo shutdown del dipartimento per la sicurezza interna che si protrae ormai da oltre un mese e ha lasciato senza stipendio gli impiegati della Tsa. Repubblicani e democratici scaricano gli uni sugli altri la responsabilità della paralisi dei finanziamenti e, in effetti, il blocco è dovuto ad un’impasse politica. L’opposizione si rifiuta di votare la legge fino a quando non saranno inseriti degli emendamenti che prevedano la responsabilità degli agenti dell’immigrazione e dei confini. Il Grand old party non vuole cedere di un millimetro e così in mancanza di un compromesso agenzie come la Tsa, la Fema (la protezione civile Usa) e la Guardia Costiera non possono pagare lo stipendi ai loro dipendenti. A guidare la nuova missione sarà lo zar dei confini di Trump, Tom Homan, che il presidente americano aveva inviato a Minneapolis per calmare le acque dopo l’uccisione di Renee Good e Alex Pretti. Quello che succederà con gli agenti dell’Ice negli aeroporti non è chiaro. In un post su Truth, Trump ha menzionato che si dedicheranno ad arresti di immigranti illegali, ma questo non avrebbe nulla a che fare con l’aiutare gli addetti alla sicurezza o smaltire le file dei controlli. Peraltro, come ha fatto notare il sindacato che rappresenta i dipendenti della Tsa, “sostituire quelli non retribuiti con agenti dell’Ice non è una soluzione, bensì una pericolosa escalation”. “Non sono formati né certificati in sicurezza aeroportuale”, ha affermato il leader del sindacato Everett Kelley, sottolineando che gli agenti della Tsa trascorrono mesi a sviluppare competenze altamente specialistiche per individuare esplosivi, armi e minacce sofisticate progettate per eludere i controlli. “Non ci si può improvvisare in questo”. Quindi il rischio è che più che colmare una lacuna se ne crei un’altra, ancora più pericolosa, nella sicurezza. Sta di fatto che The Donald ha preso la sua decisione. Determinata, in parte, anche dal bisogno di distogliere l’attenzione dalla guerra contro l’Iran che si sta protraendo più del previsto e sta facendo aumentare il malcontento nella base Maga. Al post in cui annunciava il dispiegamento dell’Ice ne è seguito un altro nel quale il presidente individuo un nuovo nemico da battere, questa volta interno: i democratici. “Con la morte dell’Iran, il più grande nemico dell’America è il partito democratico, radicale di sinistra e altamente incompetente! “. L'articolo Trump porta gli agenti dell’Ice negli aeroporti Usa. Così sposta l’attenzione dalla guerra e dai malumori della base proviene da Il Fatto Quotidiano.
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