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È morto Phil Campbell, il chitarrista dei Motörhead si è spento a 64 anni “a seguito di una complessa operazione”
Il chitarrista britannico Phil Campbell, storico membro della band heavy metal Motörhead, è morto all’età di 64 anni. L’artista si è spento a Pontypridd, in Galles, sua città natale, venerdì sera “pacificamente”, dopo “una lunga e coraggiosa battaglia in terapia intensiva a seguito di una complessa operazione”, come hanno fatto sapere la famiglia e il suo gruppo sui social. Campbell, nato il 7 maggio 1961, è stato uno dei chitarristi più rappresentativi della scena heavy metal internazionale. CHI ERA PHIL CAMPBELL La carriera di Campbell ebbe inizio negli anni Settanta quando fondò – nel 1979 – la band Persian Risk. Entrò invece nei Motörhead nel 1984, e rimase una presenza stabile nella formazione per più di 30 anni. In seguito all’uscita di Burston nel 1995 divenne l’unico chitarrista dei Motörhead, rimanendo al fianco di Lemmy fino allo scioglimento del gruppo nel 2015. Dopo la fine del gruppo, Campbell avviò il progetto familiare Phil Campbell and the Bastard Sons, con cui pubblicò nel 2019 l’album ”Old Lions Still Roar” e intraprese diverse tournée, spesso insieme ai suoi tre figli. IL RICORDO DELLA FAMIGLIA La famiglia lo ricorda come “un marito devoto, un padre meraviglioso e un nonno orgoglioso”, sottolineando che “era profondamente amato da tutti coloro che lo conoscevano e mancherà immensamente”. Campbell lascia la moglie Julie, i figli Todd, Dane e Tyla Campbell e i nipoti. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Motörhead (@officialmotorhead) L'articolo È morto Phil Campbell, il chitarrista dei Motörhead si è spento a 64 anni “a seguito di una complessa operazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Megadeth, il canto del cigno di Dave Mustaine non può lasciare indifferenti
Come per ogni nuova uscita dei Megadeth, non riesco a non prendermi tutto il tempo necessario per ascoltare — e riascoltare — ogni sfaccettatura del genio di questa band. In questo caso, diciassette giorni sono bastati al sottoscritto per farsi un’idea più che definitiva sul loro ultimo (in tutti i sensi) lavoro omonimo, dato alle stampe lo scorso 23 gennaio su Tradecraft/BLKIIBLK (etichetta, quest’ultima, lanciata appena un mese fa dal gruppo italiano Frontiers Music). Le aspettative — altissime, come sempre per un album che arriva a coronamento di oltre quarant’anni di onorata carriera — trovano, lo dico subito, una corrispondenza solo parziale nell’effettiva resa di un disco indubbiamente più che buono, ma complessivamente meno convincente dei due precedenti The Sick, The Dying… And The Dead! e Dystopia. Al netto della bontà dell’apporto in studio della new entry Teemu Mäntysaari, è tuttavia evidente l’assenza — soprattutto in fase compositiva — dell’ex partner in crime di Dave Mustaine, Kiko Loureiro, che della recente rinascita della leggendaria formazione trash metal americana era stato ben più che un semplice coprotagonista. Megadeth è, in sostanza, un lavoro che si mantiene appena al di sopra dei singoli che lo avevano anticipato (Tipping Point, I Don’t Care, Let There Be Shred e Puppet Parade), ma che tende a perdere progressivamente forza con l’avanzare dei minuti, fatta eccezione per pochi episodi degni di nota come Hey, God?! e The Last Note. Peccato non poter annoverare tra questi l’attesissima cover del classico dei Metallica Ride the Lightning — presente come bonus track — che aggiunge poco a quanto già detto e suonato da James Hetfield e compagni. Non è certo un mistero che di questa, come di altre composizioni scritte da Mustaine, i Metallica abbiano saputo approfittare eccome, soprattutto agli albori della loro carriera. Primo album del gruppo a raggiungere la vetta della classifica statunitense (oltre alla quinta posizione in Italia), Megadeth sembra strizzare l’occhio alla fase più heavy metal e melodica della band — quella di Youthanasia e Cryptic Writings — piuttosto che agli episodi più feroci e ispirati della stessa discografia. “Then let this last note never die”: così sussurra Dave Mustaine nel finale di questo suo ultimo lavoro, rimarcando il peso emotivo della scelta di dire addio ai propri fan con un tour finale che — se non fosse per gli attuali limiti fisici e vocali — avrebbe probabilmente rinviato di qualche anno. E chissà che, al termine di questa imperdibile serie di concerti, che farà tappa anche in Italia a giugno, il rosso chitarrista e cantante non scelga davvero di seppellire la propria creatura oppure — come già accaduto nei primi anni Duemila — di rivedere in corsa un testamento artistico già annunciato. D’altronde, che vita — e che storia — è mai stata la sua? Sempre in rincorsa, mai in rimessa; costantemente all’attacco. Autore di alcuni dei lavori più pionieristici e fondamentali del genere, dal primo Killing Is My Business… And Business Is Good! passando per il capolavoro Rust In Peace e includendo il successivo Countdown To Extinction, Mustaine ha segnato in modo indelebile la storia del metal. La consapevolezza che questo possa essere il suo canto del cigno non può lasciare indifferenti coloro che, come me e tanti altri, sono cresciuti sognando con una loro cassetta o un cd fisso nel walkman, imparando ad amare sonorità e stile di una band rivelatasi fin da subito compagna fedele dei propri tormenti adolescenziali — e non solo. Grazie di tutto, Dave. È impossibile non volerti bene, anche lontano dal tuo prime. Voto: 6,5. L'articolo Megadeth, il canto del cigno di Dave Mustaine non può lasciare indifferenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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