N el 2014, all’Università della Virginia, un gruppo di psicologi guidato da
Timothy Wilson chiese a oltre quattrocento studenti di passare tra i sei e i
quindici minuti seduti in una stanza vuota, senza stimoli esterni, solo con i
propri pensieri. In una delle varianti dell’esperimento, i partecipanti avevano
a disposizione un pulsante che produceva una fastidiosa scossa elettrica alla
caviglia. Prima di iniziare, la maggior parte si dichiarò disponibile a pagare
pur di evitarla. Ma una volta soli, il 67% degli uomini e il 25% delle donne
premette il pulsante almeno una volta. Alcuni più volte. Uno arrivò a farlo
centonovanta volte in meno di un quarto d’ora.
Dopo la pubblicazione su Science, la scena fu letta e raccontata dai media come
un sintomo sociale: l’incapacità a stare da soli, la fuga da sé stessi, la
società talmente assuefatta agli stimoli da preferire il dolore all’ozio
mentale. L’esperimento, però, isolava una condizione che nelle vite quotidiane
si presenta di rado, e con sempre meno agio: il pensiero lasciato libero,
sciolto da obiettivi, senza una direzione impostata dall’esterno. Quei minuti
sospesi mettevano alla prova il modo in cui la mente reagisce alla mancanza di
un compito preciso, all’assenza di punti di riferimento esterni, e la scossa si
presentava quindi come l’unica soluzione per spezzare l’attesa e per ristabilire
una minima forma di libero arbitrio.
> James Danckert e John Eastwood descrivono la noia come la spiacevole
> condizione in cui desideriamo essere impegnati in qualcosa di significativo,
> ma non riusciamo a trovare nulla che ci coinvolga.
I quattrocento volontari avevano sperimentato quella che comunemente chiamiamo
noia, un’esperienza che si manifesta quando l’attenzione cerca un appiglio di
valore e non lo trova. Un disallineamento tra il desiderio di sentirci coinvolti
e l’incapacità di trovare qualcosa che ci catturi davvero.
Una noia, tante noie
Per lungo tempo, in psicologia, la noia è rimasta un oggetto difficile da
definire in modo condiviso. È un’esperienza comune ma sfuggente: varia per
intensità, durata, contesto, e si sovrappone ad altri stati come apatia,
frustrazione o disinteresse. Proprio per questo, la letteratura ha prodotto
spiegazioni parziali e talvolta divergenti. Tra le definizioni oggi più
accreditate e utilizzate, c’è quella proposta dal neuroscienziato James Danckert
e dallo psicologo John Eastwood, che descrivono la noia come uno stato
spiacevole in cui desideriamo essere impegnati in qualcosa di significativo, ma
non riusciamo a trovare nulla che ci coinvolga. La mente resta attiva, ma nulla
nel mondo intorno riesce a catturare il nostro interesse.
Uno tra i primi psicologi a studiare sistematicamente la noia è stato Joseph E.
Barmack, negli anni Trenta. Interessato all’alienazione degli operai di
fabbrica, chiese agli studenti della Columbia University di simularne le
condizioni, per esempio, cancellando per lunghi periodi di tempo lettere
specifiche da testi, o semplicemente fissando schermi vuoti. Una o due ore dopo
si manifestavano i primi segnali di irrequietezza, seguiti da un forte calo del
rendimento. La soluzione proposta da Barmack consisteva in somministrazioni di
caffeina, efedrina e benzedrina (un’anfetamina), che facevano calare i livelli
di noia. Proprio come la scossa elettrica dell’esperimento di Wilson, gli
stimolanti tenevano a bada gli effetti mentali della monotonia, anche se solo
temporaneamente.
A interessare Barmack era la noia situazionale, caratterizzata da episodi legati
al contesto, come una riunione di lavoro interminabile o un compito
particolarmente ripetitivo: una sensazione temporanea che si risolve cambiando
attività e differente dalla noia cronica, che invece è una predisposizione
personale che prescinde dalle circostanze esterne.
> Negli ultimi anni la noia è stata interpretata come un meccanismo adattivo,
> che svolge un ruolo preciso nella regolazione del comportamento, e cioè
> monitorare ciò che facciamo e avvisarci quando l’attività in corso ha perso
> valore o significato.
Oggi, grazie al lavoro degli psicologi tedeschi Thomas Goetz e Reinhard Pekrun,
specializzati nello studio delle emozioni in contesto scolastico, sappiamo che
la noia situazionale può assumere forme diverse. Attraverso rilevazioni in tempo
reale, condotte in ambito universitario, i due ricercatori ne hanno distinte
quattro configurazioni principali, ma al di là delle differenze fenomenologiche,
il denominatore comune rimane lo stesso: un divario tra l’aspettativa cognitiva
e gli stimoli esterni, percepiti come inadeguati.
Negli ultimi anni, filosofi come Andreas Elpidorou (The Anatomy of Boredom,
2025) e scienziati tra cui lo stesso Danckert (Out of My Skull, 2018) hanno
proposto di leggere la noia come un meccanismo adattivo, che svolge un ruolo
preciso nella regolazione del comportamento. In questa prospettiva, la noia
monitora ciò che facciamo e ci avvisa quando l’attività in corso ha perso valore
o significato, spingendoci a riorientare la nostra attenzione e le nostre
scelte. Il suo carattere spiacevole svolge un ruolo chiave e agisce come un
meccanismo di allerta: come la fame ci spinge a cercare cibo o la stanchezza a
riposare, la noia ci chiede di interrompere routine inefficaci per esplorare
novità e ridefinire obiettivi.
Guardando alla noia in prospettiva evolutiva, la si può interpretare come un
meccanismo che ci segnala quando un comportamento ha perso la sua utilità
adattiva. Laddove, per i nostri antenati, la ripetizione sterile poteva
rivelarsi costosa, un impulso che li spingesse a esplorare e a cambiare
direzione avrebbe rappresentato un vantaggio per la sopravvivenza. Una ricerca
pubblicata su Nature nel 2025 suggerisce che la noia funzioni come un segnale di
allontanamento da uno stato cognitivo ottimale. Quando la mente si accorge che
le risorse cognitive non vengono utilizzate al meglio ‒ o vengono impiegate male
‒ la noia emerge per spingerci a riorientare l’interesse e dare nuovo senso a
ciò che facciamo. Senza questa spinta regolativa, rischieremmo di restare
bloccati in situazioni che non ci soddisfano, senza riuscire ad adattarci ai
cambiamenti.
Intrattenimento e saturazione
Ma per accogliere questo segnale e riorientarci serve tempo, quello stesso tempo
che oggi sembra essere scomparso. Nel giro di pochi decenni, l’ambiente
cognitivo in cui questa esperienza si manifesta è cambiato profondamente. Le
tecnologie digitali hanno accorciato drasticamente i tempi dell’attenzione. Le
code, i viaggi, le pause sono riempite da flussi continui di microstimolazioni:
notifiche, aggiornamenti, scorrimenti rapidi. La concentrazione, sollecitata da
stimoli frammentari e incessanti, fatica a trovare un ritmo interno e la noia
cambia forma: si accorcia, si manifesta più frequentemente e diventa più
difficile da abitare.
La psicologa Gloria Mark studia da anni il legame tra concentrazione e digitale.
Nel suo libro Attention Span (2023) documenta come il tempo medio dedicato a una
singola attività si sia accorciato progressivamente, e sia passato in pochi anni
da oltre due minuti a una manciata di secondi. Dopo ogni interruzione, però,
servono decine di minuti per recuperare la concentrazione. Ricostruire il filo
del pensiero, reintegrare le informazioni e ritrovare lo stato di immersione
richiede tempo. Ne consegue che l’attenzione viene continuamente spostata da un
punto all’altro, senza potersi consolidare, e la noia si manifesta in queste
micropause, ma scompare prima di potersi sviluppare o trasformare in
qualcos’altro.
> Oggi, sollecitata com’è da stimoli frammentari e incessanti, la nostra
> attenzione fatica a trovare un ritmo interno e la noia cambia forma: si
> accorcia, si manifesta più frequentemente e diventa più difficile da abitare.
Uno studio del 2024, pubblicato su Nature Communications Psychology, mostra come
i media digitali, con i loro contenuti brevi, personalizzati e ad alta
rotazione, invece di ridurre la noia, contribuiscono ad accentuarla, innalzando
la soglia di ciò che viene percepito come coinvolgente. Quando guardiamo
qualcosa che segue un ritmo diverso, magari semplicemente più lento o meno
dinamico, lo percepiamo subito come faticoso. Quindi passiamo da un contenuto
all’altro per alleggerire stati di sovraccarico, inquietudine e lieve
frustrazione. Questa strategia funziona sul breve termine, poi le soglie
percettive si alzano ancora, il bisogno di novità cresce, e la sensazione di
insoddisfazione ricompare più forte.
La noia contemporanea sembra quindi diventata un disagio diffuso, una latenza
emotiva che viene assorbita prima di poter orientare il comportamento verso
qualcosa di specifico. Quella legata agli ambienti digitali si confonde con la
stimolazione stessa. Accompagna lo scrolling, spinge la ricerca compulsiva di
contenuti e alimenta un’attesa che genera ulteriore insoddisfazione. Il gesto
stesso del cercare produce il vuoto che vorrebbe colmare.
Questa dinamica ha conseguenze concrete sul comportamento. Una rassegna
sistematica pubblicata nel 2025, e intitolata Connected by Boredom, mostra come
la predisposizione alla noia agisca da fattore di rischio per l’uso problematico
di smartphone, social media e Internet. Il meccanismo assume una forma
circolare. La noia ci orienta verso i dispositivi in cerca di sollievo
immediato; le microgratificazioni digitali innalzano rapidamente la soglia di
coinvolgimento; e quando la noia riaffiora, l’apertura dello schermo diventa una
risposta automatica. Si struttura così un ciclo anticipatorio, in cui anche un
accenno minimo di vuoto emotivo attiva l’uso compulsivo del dispositivo.
> Se fatichiamo ad abitare la noia forse è perché il modo in cui viene
> riconosciuta e interpretata dipende sempre dal tempo in cui si manifesta e dal
> modo in cui quel tempo viene organizzato.
La ricerca identifica diversi mediatori in questo processo: la paura di perdersi
qualcosa (FOMO), stati depressivi, bassa capacità di autoregolazione,
metacognizioni disfunzionali. Recenti studi esplorano anche come la propensione
alla noia, così come la noia cronica, si associ a un senso di scarsa agentività
‒ la percezione di poter influenzare attivamente ciò che ci accade ‒ e a
frustrazione, con implicazioni per disturbi d’ansia e depressione.
Che cosa chiamiamo noia
Se fatichiamo ad abitare la noia forse è perché il modo in cui viene
riconosciuta e interpretata dipende sempre dal tempo in cui si manifesta e dal
modo in cui quel tempo viene organizzato. Nelle società antiche esistevano
esperienze affini a ciò che oggi chiamiamo noia, ma il loro significato era ben
riconosciuto e inscritto, per esempio, all’interno di cornici spirituali o
simboliche. I Greci descrivevano la melanconia come una disposizione del
temperamento legata agli equilibri del corpo e dell’animo, mentre la filosofia
la associava alla riflessione e talvolta anche all’ingegno. Con il taedium
vitae, Seneca individua nella noia una stanchezza dell’esistenza legata allo
spreco del tempo. Il tedio monastico, l’acedia medievale, viene letto come una
prova spirituale, una crisi del rapporto con il divino.
Questa relazione muta profondamente con la modernità. A partire dal Settecento
il tempo viene progressivamente misurato e trasformato in una variabile
economica. Come mostra E.P. Thompson nel celebre Time, Work-Discipline, and
Industrial Capitalism (1967), la diffusione dell’orologio e della misurazione
standardizzata del tempo accompagna la trasformazione del lavoro e della vita
quotidiana. Il tempo diventa così uno strumento di disciplina sociale, perché
introduce un criterio esterno che sincronizza le attività e distingue i momenti
produttivi da quelli improduttivi. Dentro questo nuovo regime temporale prende
forma la noia moderna. Come ricostruisce Elizabeth S. Goodstein, il discorso
moderno sulla noia emerge quando si indeboliscono le cornici di senso che in
passato orientavano l’esperienza. Il tempo continua a scorrere in modo lineare e
continuo, ma perde la capacità di offrire un significato condiviso agli
intervalli, all’attesa, alla ripetizione. La noia si configura allora come una
forma di coscienza riflessiva, il segnale di una frattura tra il fluire del
tempo e la possibilità dell’esperienza di farsi significativa.
Nel corso dell’Ottocento questa trasformazione diventa visibile anche
nell’immaginario letterario. In Bleak House (1853) di Charles Dickens,
l’aristocratica Lady Dedlock si dice “annoiata a morte” da un’esistenza fatta di
rituali sociali e intrattenimenti insignificanti. È una noia che nasce dal
privilegio e dall’eccesso di tempo, una forma di noia simile a quella che
riemerge, un secolo più tardi, nel romanzo La noia di Alberto Moravia, dove
Dino, ricco e senza urgenze materiali, sperimenta l’incapacità di attribuire
valore e di sentirsi coinvolto dalla realtà che lo circonda.
Con l’industrializzazione avanzata e poi con la cultura di massa, la noia viene
progressivamente ricondotta a un problema individuale. All’inizio del Novecento
la psicologia la collega a difficoltà attentive, cali motivazionali, riduzione
della risposta emotiva. Questa lettura si consolida nel secondo Novecento: Erich
Fromm individua nella noia una delle malattie del nostro tempo, legata tanto al
lavoro ripetitivo quanto al tempo libero colonizzato dal consumo. Quando
l’essere umano non trova stimoli autentici, la noia lo spinge verso forme
perverse di coinvolgimento, come violenza, aggressività, dipendenze.
> Studi sperimentali recenti, come quelli di Sandi Mann e Rebekah Cadman,
> mostrano che attività monotone e temporalmente dilatate possono favorire la
> generazione di idee nuove.
Qualche anno più tardi la noia entra stabilmente nei laboratori e viene misurata
come tratto con la cosiddetta boredom proneness (predisposizione alla noia),
associata a impulsività, comportamenti a rischio e stati depressivi. Negli anni
Duemila, alcuni studiosi iniziano a identificare con maggiore precisione le
diverse forme della noia. Il classicista Peter Toohey distingue tra una noia
semplice, legata alla mancanza contingente di stimoli e presente anche negli
animali non umani, e una noia esistenziale, più duratura e pervasiva.
Quest’ultima, che assume la forma di uno stato d’animo più che di un’emozione
momentanea, viene concettualizzata e nominata soprattutto negli ultimi due
secoli, quando filosofi, scrittori e critici sociali iniziano a descriverla come
esperienza di vuoto e alienazione. Studi sperimentali ancora più recenti, come
quelli di Sandi Mann e Rebekah Cadman, mostrano che attività monotone e
temporalmente dilatate possono favorire la generazione di idee nuove.
Abitare la noia
Uscita dal binario del disturbo, la noia può entrare tra le competenze emotive e
cognitive da coltivare. Si tratta di imparare a riconoscerla e ad abitarla senza
reagire in automatico. In ambienti educativi e clinici si sperimenta da tempo la
possibilità di trasformarla in uno strumento. Il programma Boredom Intervention
Training (BIT), sviluppato nel 2021, ad esempio, alterna momenti di
psicoeducazione a esercizi di esposizione, aiutando i partecipanti a riconoscere
gli stimoli che scatenano la noia e a tollerare l’inattività senza evitarla. I
risultati mostrano un aumento della consapevolezza e una riduzione della fuga
immediata da contesti poveri di stimoli.
Anche fuori dagli spazi terapeutici, alcune pratiche semplici mostrano effetti
interessanti: camminare senza meta (e senza telefono) aumenta la fluidità del
pensiero creativo, facilitando la generazione di idee; restare per alcuni minuti
senza stimoli esterni aiuta a riconfigurare i problemi; lasciare vagare la mente
durante una pausa può aiutare a migliorare un testo già scritto, soprattutto
quando si riprende lo stesso tema dopo l’interruzione. La possibilità di
individuare e abitare la noia riguarda anche le scelte collettive. Alcune
scuole, centri culturali e luoghi di formazione iniziano a fare spazio a questo
approccio. Esperienze strutturate di “educazione al vuoto”, letture lente,
silenzio condiviso, laboratori di inattività vengono proposti come strumenti per
sviluppare autonomia, concentrazione, immaginazione.
> Scuole e luoghi di formazione stanno iniziando a integrare la noia nei loro
> approcci. Esperienze strutturate di “educazione al vuoto”, letture lente,
> silenzio condiviso, laboratori di inattività vengono proposti come strumenti
> per sviluppare autonomia, concentrazione, immaginazione.
Restare nella noia apre uno spazio in cui le priorità si spostano, le domande si
riformulano e il ritmo interiore si modifica. Chi riesce a sostare in quella
soglia senza cercare una soluzione immediata guadagna spesso un punto di vista
diverso. Nel celebre esperimento di Timothy Wilson, molti partecipanti hanno
scelto una scossa elettrica per interrompere pochi minuti di silenzio mentale.
Quel dato mostra quanto risulti difficile restare in un tempo privo di stimoli e
di compiti. Eppure, proprio in quel tempo la mente può interrompere gli
automatismi, generare un cambiamento, orientarsi verso qualcosa di più utile o
più adatto. Premere il pulsante spezza l’attesa, ma chiude ogni possibilità.
L'articolo L’arte della noia proviene da Il Tascabile.