Q uattro professori di mezza età, esausti e un po’ spenti, siedono intorno a un
tavolo di ristorante. Uno di loro introduce una tesi dello psichiatra norvegese
Finn Skårderud: l’essere umano nasce con un deficit alcolico dello 0,05%. Il
sangue, in altre parole, avrebbe bisogno di una piccola quota costante di alcol
per funzionare al meglio.
È la scena d’apertura di Un altro giro, film del regista danese Thomas
Vinterberg del 2020. La tesi è pseudoscientifica – Skårderud ha poi precisato di
averla formulata solo come metafora in una prefazione – ma al film non interessa
smontarla. La prende sul serio quel tanto che basta a trasformarla in un
esperimento esistenziale. I quattro professori cominciano a bere poco, poi
sempre di più, nel tentativo di incrinare il torpore che sembra essersi
depositato sulle loro vite adulte: le lezioni ripetute per inerzia, i matrimoni
esausti, la sensazione di essersi allontanati non tanto dalla felicità quanto
dall’intensità. L’alcol, nel film, non appare soltanto come una sostanza.
Assomiglia piuttosto a una tecnologia della sospensione: qualcosa capace di
allentare temporaneamente il peso della coscienza ordinaria.
Per capire perché oggi l’alcol abbia un ruolo così ingombrante nelle nostre
vite, tanto da dominare buona parte delle occorrenze sociali, bisogna fare un
passo indietro di circa dieci milioni di anni.
Scimmie ubriache
Molto prima delle anfore e dei brindisi, le foreste tropicali erano già sature
di fermentazione: frutti troppo maturi caduti a terra, zuccheri degradati dai
lieviti e insetti attratti dall’odore dolciastro dell’etanolo. Lo studio “The
evolutionary ecology of ethanol”, pubblicato nel 2024, descrive la fermentazione
degli zuccheri da parte dei lieviti come un fenomeno strutturale degli
ecosistemi ricchi di frutta, non un incidente biochimico marginale. Piante,
lieviti, insetti e mammiferi si sono coevoluti intorno all’etanolo per milioni
di anni, sviluppando strategie per sfruttarlo, tollerarlo o evitarlo. Il consumo
di alcol, in questa prospettiva, non appare più come una deviazione culturale
comparsa tardi nella storia umana, ma come parte del paesaggio biologico dentro
cui si sono evoluti i primati.
> Già nelle foreste dei nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli
> zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo, una traccia
> olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente
> assimilabile.
È su questo sfondo che il biologo evoluzionista Robert Dudley ha formulato la
cosiddetta drunken monkey hypothesis (ipotesi della scimmia ubriaca). Nelle
foreste pluviali frequentate dai nostri antenati primati, i lieviti degradavano
gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo. La sua
volatilità permetteva all’odore della fermentazione di disperdersi rapidamente
nell’aria: una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e
facilmente assimilabile. Gli individui più attratti da quell’odore (e più capaci
di tollerarne gli effetti) godevano dunque di un vantaggio adattativo reale.
Negli anni alcune ricerche hanno fornito indizi biologici coerenti con questa
prospettiva. Nel 2014, un gruppo di ricerca guidato da Matthew Carrigan ha
aggiunto un tassello importante alla questione. Attraverso la ricostruzione in
laboratorio dell’enzima ADH4, coinvolto nella metabolizzazione dell’alcol, i
ricercatori hanno dimostrato che l’antenato comune di uomini, scimpanzé e
gorilla sviluppò circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica che
rendeva molto più efficiente il metabolismo dell’etanolo. La mutazione comparve
proprio nel momento in cui alcuni primati iniziarono a trascorrere più tempo a
terra, dove i frutti fermentati erano più facilmente accessibili: una
coincidenza che, per Dudley e Carrigan, non è affatto casuale. Non abbiamo
iniziato a bere perché abbiamo scoperto la fermentazione. Eravamo già attrezzati
per farlo molto prima di aver inventato qualsiasi anfora.
> Secondo Edward Slingerland l’ebbrezza non ha accompagnato la civiltà umana
> soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e
> propria tecnologia sociale.
La drunken monkey hypothesis spiega bene l’origine della nostra attrazione per
l’etanolo, ma lascia aperta una domanda più difficile: perché gli esseri umani
continuano a cercare deliberatamente l’ebbrezza anche quando non hanno più
bisogno di seguire l’odore della frutta fermentata per sopravvivere? È da qui
che parte Edward Slingerland, filosofo e sinologo autore di Sbronzi. Come
abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà (2022). La sua
tesi è che l’ebbrezza non abbia accompagnato la civiltà umana soltanto come
effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia
sociale.
La birra prima del pane?
Siamo nel 9500 avanti Cristo, nell’attuale Turchia sudorientale. Su un altopiano
battuto dal vento, gruppi di cacciatori-raccoglitori stanno costruendo qualcosa
di straordinario: enormi pilastri in pietra decorati con bassorilievi di
animali, alcuni del peso di decine di tonnellate. Göbekli Tepe (“collina
panciuta” in turco) è oggi considerato il più antico sito monumentale del mondo,
e precede di millenni l’invenzione dell’agricoltura stanziale. Resta da capire
come società ancora nomadi siano riuscite a coordinare un’impresa simile.
Una delle ipotesi più affascinanti, e più discusse, è che a tenerle insieme
fosse la birra. Analisi chimiche sui recipienti rinvenuti nel sito hanno
individuato tracce compatibili con la produzione di bevande fermentate. L’idea,
ripresa anche da Slingerland, è che banchetti rituali abbiano preceduto, e forse
incentivato, la transizione all’agricoltura: non avremmo iniziato a coltivare
cereali soltanto per produrre pane, ma anche per garantire scorte sufficienti di
birra.
> Edward Slingerland capovolge la narrazione secondo cui l’alcol sarebbe un
> sottoprodotto accidentale della civiltà, suggerendo che esista una connessione
> ricorrente tra la produzione di alcolici e la nascita delle grandi civiltà.
La tesi è volutamente provocatoria, ma ha il merito di capovolgere una
narrazione molto radicata: quella secondo cui l’alcol sarebbe soltanto un
sottoprodotto accidentale della civiltà. Al contrario, come osserva Slingerland,
esiste una connessione ricorrente tra la produzione centralizzata di alcolici e
la nascita delle grandi civiltà del mondo antico. In Mesopotamia, in Egitto, in
Cina o nell’America precolombiana le bevande fermentate erano insieme alimento,
rituale religioso e strumento politico. Non semplici piaceri accessori, ma
tecnologie di coesione sociale.
Vulnerabili insieme
Ma perché l’alcol funziona così bene come collante sociale? La risposta passa
anche per la neurobiologia. L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte
evolutivamente più recente del cervello umano: quella coinvolta nel controllo
esecutivo, nella valutazione del rischio, nell’automonitoraggio. In altre
parole, allenta temporaneamente alcuni dei meccanismi cognitivi che ci rendono
guardinghi, ipervigili, troppo consapevoli di noi stessi. Non ci rende stupidi o
inabili (almeno non subito) ma meno diffidenti, più inclini all’esposizione
emotiva, più disposti a interpretare con benevolenza le intenzioni altrui. È
questo che Edward Slingerland descrive come una “stretta di mano chimica”: bere
insieme significa entrare volontariamente in uno stato di vulnerabilità
reciproca, inviando un segnale credibile di fiducia.
Secondo Slingerland, il temporaneo “disarmo” della corteccia prefrontale avrebbe
offerto vantaggi evolutivi importanti. Non solo perché facilita la cooperazione
tra estranei, ma anche perché riduce lo stress sociale e allenta il pensiero
rigidamente analitico, favorendo creatività, improvvisazione e coesione di
gruppo. In questa prospettiva, l’ebbrezza non sarebbe un semplice effetto
collaterale della civiltà, ma uno degli strumenti che hanno permesso a primati
naturalmente sospettosi e territoriali di vivere insieme in comunità sempre più
numerose e complesse.
> L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello umano
> coinvolta nell’autocontrollo e nella valutazione del rischio. Questo potrebbe
> aver avuto un ruolo nella riduzione dello stress sociale e aver favorito
> creatività, improvvisazione e coesione di gruppo.
Eppure, se l’alcol agisse semplicemente come un disinibitore universale, gli
esseri umani da ubriachi dovrebbero comportarsi più o meno tutti allo stesso
modo. È l’osservazione da cui partono Craig MacAndrew e Robert Edgerton in
Drunken Comportment: A Social Explanation (1969), uno dei testi più influenti
sull’antropologia dell’ebbrezza. Studiando società molto diverse tra loro, i due
autori notarono che il comportamento degli ubriachi varia radicalmente a seconda
del contesto culturale: in alcune società l’ubriachezza favorisce aggressività e
violenza, in altre malinconia, ritualità o persino compostezza cerimoniale.
La loro intuizione coglie un punto fondamentale. L’alcol modifica davvero alcuni
processi cognitivi – agisce sulla valutazione del rischio, sull’autocontrollo,
sulla percezione dei segnali sociali – ma ciò che emerge da quella modificazione
dipende profondamente dal contesto culturale. L’alcol, insomma, non crea
comportamenti dal nulla: abbassa alcune soglie cognitive e sociali, lasciando
emergere ciò che una determinata cultura considera possibile, tollerabile o
persino desiderabile.
Il tempo sospeso
È questo che MacAndrew ed Edgerton chiamano time out: un intervallo socialmente
autorizzato in cui le regole ordinarie vengono temporaneamente allentate. Non
abolite (esiste sempre una “clausola dei limiti”, come la definiscono i due
antropologi), ma sospese quel tanto che basta a permettere forme di
comportamento normalmente inibite. Dentro questo spazio liminale diventano
possibili la confidenza tra estranei, la confessione inattesa, il contatto
fisico tra persone che di solito mantengono le distanze.
In questo senso l’ubriachezza assomiglia molto allo spazio della festa descritto
da Michail Bachtin: una parentesi temporanea in cui le gerarchie si attenuano, i
codici si rilassano e la vita quotidiana perde per qualche ora la propria
rigidità. Per questo il bere collettivo accompagna così spesso carnevali,
banchetti rituali e notti di festa. L’alcol non produce semplicemente euforia:
contribuisce a creare una particolare percezione del tempo sociale.
> Nella storia della letteratura, e non solo, l’astemio appare spesso come una
> figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere:
> qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante.
Il sociologo Joseph Gusfield ritrovava qualcosa di simile nei rituali del
“drinking time”, quei momenti socialmente codificati, come l’aperitivo
contemporaneo, che segnano il passaggio dal tempo del lavoro al tempo dello
svago, dalla gerarchia dell’ufficio alla socialità del bancone. Il primo
bicchiere segnala già un cambio di regime.
Bere al proprio posto
Bere non serve soltanto a sospendere temporaneamente le regole ordinarie.
Storicamente ha funzionato anche come una vera e propria grammatica sociale:
organizza gerarchie, definisce appartenenze, stabilisce chi è dentro e chi è
fuori.
Nell’antica Roma la qualità del vino servito rifletteva rigidamente la posizione
sociale del bevitore: il Falerno per l’élite, la posca e i vini adulterati per
schiavi e liberti. Bere insieme significava anche riconoscersi reciprocamente
dentro un ordine condiviso.
È una logica che riaffiora anche nella Parigi di Maigret costruita da Georges
Simenon. Come ha osservato l’antropologa Lisa Anne Gurr, nei romanzi di Simenon
le bevande funzionano quasi come marcatori sociali automatici: gli operai bevono
vino rosso, la piccola borghesia birra e cognac, l’alta borghesia champagne,
armagnac e tè. Anche il genere contribuisce a organizzare questa geografia
alcolica: gli uomini bevono, le donne molto meno, e quando consumano alcol
vengono spesso associate a marginalità, disordine o ambiguità morale. L’astemio,
invece, appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia
costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta
apertamente inquietante.
> La civiltà contadina europea aveva con l’alcol un rapporto molto diverso dal
> nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i
> pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia.
Anche le taverne popolari studiate dallo storico Thomas Brennan nella Parigi del
Settecento erano molto più che luoghi di consumo: spazi in cui si negoziavano
alleanze, reputazione, solidarietà e conflitti. L’alcol, insomma, non
accompagnava semplicemente la vita sociale. Contribuiva a organizzarla.
Il lato oscuro di Dioniso
Dipendenze, incidenti, patologie epatiche, violenza: i danni dell’alcol sono
noti, ed esiste una nutrita letteratura che li esplora a fondo. Si calcola che
il consumo di sostanze alcoliche sia responsabile di circa 2,6 milioni di morti
ogni anno, di cui 400.000 imputabili a tumori, e che rappresenti il 5,1% del
carico globale di malattia (DALY). La IARC (International Agency for Research on
Cancer) classifica le bevande alcoliche come cancerogeno di gruppo 1 dal 1988.
Il meccanismo è noto: l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, anch’essa
cancerogena, che danneggia il DNA. Nel gennaio del 2023 l’Organizzazione
mondiale della sanità ha riconosciuto che il rischio oncologico cresce con la
quantità ma ha dichiarato che non esiste una soglia sotto la quale sia nullo.
Ma guardare all’alcol soltanto come a una sostanza patologica rischia di rendere
incomprensibile la sua persistenza quasi universale nella storia umana. Le
società non hanno semplicemente “bevuto”. Hanno incorporato l’alcol dentro forme
di vita molto diverse tra loro, attribuendogli funzioni, significati e spazi
sociali variabili. La civiltà contadina europea, per esempio, aveva con il vino
un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava
il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino
l’infanzia. Non era separato dalla vita ordinaria come sostanza eccezionale
dedicata all’ebbrezza, ma integrato nella continuità materiale della comunità.
In Il pane selvaggio (1980, il grande affresco di Piero Camporesi dedicato alla
cultura alimentare popolare tra Medioevo ed età moderna) fermentazione, fame,
ebbrezza e nutrimento appartengono allo stesso paesaggio corporeo e sociale: un
mondo in cui il confine tra alimentazione, alterazione dei sensi e sopravvivenza
è molto meno netto di quanto sia diventato nella modernità urbana. È la
modernità industriale a trasformare progressivamente questo rapporto. L’alcol si
separa dai rituali relativamente stabili che lo contenevano e gli davano
significato, e diventa sempre più spesso compensazione privata, anestesia,
automedicazione diffusa.
Nell’Inghilterra preindustriale del Settecento il gin invade i quartieri operai
di Londra come un sedativo a basso costo: ubriaca, stordisce, attenua per
qualche ora la durezza della vita urbana e del lavoro salariato. Due secoli
dopo, nei sobborghi americani del dopoguerra, il bere domestico femminile
convive con il consumo crescente di tranquillanti e sedativi prescritti: non più
rito collettivo, ma gestione silenziosa dell’ansia, della solitudine e
dell’oppressione quotidiana.
> Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando: si beve meno, soprattutto tra i più
> giovani. Perfino dentro culture storicamente legate all’eccesso compaiono
> forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la
> funzionalità del giorno dopo.
Cambiano le epoche e cambiano le sostanze, ma ritorna la stessa intuizione
elementare: modificare temporaneamente la coscienza può rendere più sopportabile
ciò che altrimenti rischierebbe di diventare insostenibile.
Un nuovo puritanesimo?
La storia moderna dell’alcol sembra oscillare continuamente tra due poli: da un
lato lubrificante sociale, dall’altro sostanza da controllare, medicalizzare,
neutralizzare. Negli ultimi anni, almeno in una parte dell’Occidente urbano, si
ha però l’impressione che qualcosa stia cambiando ulteriormente. Si beve meno, o
almeno così suggeriscono diverse ricerche, ma soprattutto sembra cambiare il
rapporto con la perdita di controllo. Perfino dentro culture nate storicamente
intorno all’eccesso, come quella del clubbing o del rave, compaiono forme sempre
più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità
del giorno dopo.
Come osserva Edward Slingerland, nel rapporto contemporaneo con l’alcol sembra
essersi imposto progressivamente un lessico sempre più medicale. Il corpo viene
trattato come un progetto manageriale permanente da ottimizzare: sonno,
idratazione, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di cortisolo. Dentro
questo paradigma, l’ebbrezza appare quasi scandalosa non perché immorale, ma
perché improduttiva. Implica perdita di controllo, spreco, rallentamento,
vulnerabilità e opacità.
Eppure il punto centrale del rapporto umano con l’alcol non è mai stato soltanto
la sostanza in sé. L’alcol è una tecnologia bio-sociale: modifica processi
cognitivi reali, ma ciò che emerge da quell’alterazione è sempre stato plasmato
da rituali, contesti e aspettative collettive. È forse per questo che accompagna
l’umanità praticamente da sempre: non solo perché produce piacere, ma perché gli
esseri umani hanno imparato a usarlo per costruire forme temporanee di fiducia,
sospensione e vita comune.
Viene allora da chiedersi cosa accada a una società quando gli spazi
culturalmente autorizzati del time out iniziano a restringersi o a essere
percepiti soprattutto come rischio da gestire. La risposta che Slingerland
lascia intravedere è che quei bisogni non spariscono. Tendono piuttosto a
riemergere altrove: droghe ricreative, social media trasformati in macchine di
stimolazione dopaminergica continua, forme di immersione compulsiva. Esperienze
di alterazione spesso meno rituali, meno collettive e non necessariamente più
sicure dell’ubriachezza tradizionale.
Dioniso non è mai scomparso. Si è solo spostato sugli schermi, nelle cuffie,
nelle capsule che promettono euforia senza postumi. Resta da capire se
un’alterazione vissuta in solitudine possa davvero sostituire l’esigenza sociale
che portava le persone a ubriacarsi intorno a un fuoco.
L'articolo Perché beviamo proviene da Il Tascabile.
Tag - comportamento
N el 2014, all’Università della Virginia, un gruppo di psicologi guidato da
Timothy Wilson chiese a oltre quattrocento studenti di passare tra i sei e i
quindici minuti seduti in una stanza vuota, senza stimoli esterni, solo con i
propri pensieri. In una delle varianti dell’esperimento, i partecipanti avevano
a disposizione un pulsante che produceva una fastidiosa scossa elettrica alla
caviglia. Prima di iniziare, la maggior parte si dichiarò disponibile a pagare
pur di evitarla. Ma una volta soli, il 67% degli uomini e il 25% delle donne
premette il pulsante almeno una volta. Alcuni più volte. Uno arrivò a farlo
centonovanta volte in meno di un quarto d’ora.
Dopo la pubblicazione su Science, la scena fu letta e raccontata dai media come
un sintomo sociale: l’incapacità a stare da soli, la fuga da sé stessi, la
società talmente assuefatta agli stimoli da preferire il dolore all’ozio
mentale. L’esperimento, però, isolava una condizione che nelle vite quotidiane
si presenta di rado, e con sempre meno agio: il pensiero lasciato libero,
sciolto da obiettivi, senza una direzione impostata dall’esterno. Quei minuti
sospesi mettevano alla prova il modo in cui la mente reagisce alla mancanza di
un compito preciso, all’assenza di punti di riferimento esterni, e la scossa si
presentava quindi come l’unica soluzione per spezzare l’attesa e per ristabilire
una minima forma di libero arbitrio.
> James Danckert e John Eastwood descrivono la noia come la spiacevole
> condizione in cui desideriamo essere impegnati in qualcosa di significativo,
> ma non riusciamo a trovare nulla che ci coinvolga.
I quattrocento volontari avevano sperimentato quella che comunemente chiamiamo
noia, un’esperienza che si manifesta quando l’attenzione cerca un appiglio di
valore e non lo trova. Un disallineamento tra il desiderio di sentirci coinvolti
e l’incapacità di trovare qualcosa che ci catturi davvero.
Una noia, tante noie
Per lungo tempo, in psicologia, la noia è rimasta un oggetto difficile da
definire in modo condiviso. È un’esperienza comune ma sfuggente: varia per
intensità, durata, contesto, e si sovrappone ad altri stati come apatia,
frustrazione o disinteresse. Proprio per questo, la letteratura ha prodotto
spiegazioni parziali e talvolta divergenti. Tra le definizioni oggi più
accreditate e utilizzate, c’è quella proposta dal neuroscienziato James Danckert
e dallo psicologo John Eastwood, che descrivono la noia come uno stato
spiacevole in cui desideriamo essere impegnati in qualcosa di significativo, ma
non riusciamo a trovare nulla che ci coinvolga. La mente resta attiva, ma nulla
nel mondo intorno riesce a catturare il nostro interesse.
Uno tra i primi psicologi a studiare sistematicamente la noia è stato Joseph E.
Barmack, negli anni Trenta. Interessato all’alienazione degli operai di
fabbrica, chiese agli studenti della Columbia University di simularne le
condizioni, per esempio, cancellando per lunghi periodi di tempo lettere
specifiche da testi, o semplicemente fissando schermi vuoti. Una o due ore dopo
si manifestavano i primi segnali di irrequietezza, seguiti da un forte calo del
rendimento. La soluzione proposta da Barmack consisteva in somministrazioni di
caffeina, efedrina e benzedrina (un’anfetamina), che facevano calare i livelli
di noia. Proprio come la scossa elettrica dell’esperimento di Wilson, gli
stimolanti tenevano a bada gli effetti mentali della monotonia, anche se solo
temporaneamente.
A interessare Barmack era la noia situazionale, caratterizzata da episodi legati
al contesto, come una riunione di lavoro interminabile o un compito
particolarmente ripetitivo: una sensazione temporanea che si risolve cambiando
attività e differente dalla noia cronica, che invece è una predisposizione
personale che prescinde dalle circostanze esterne.
> Negli ultimi anni la noia è stata interpretata come un meccanismo adattivo,
> che svolge un ruolo preciso nella regolazione del comportamento, e cioè
> monitorare ciò che facciamo e avvisarci quando l’attività in corso ha perso
> valore o significato.
Oggi, grazie al lavoro degli psicologi tedeschi Thomas Goetz e Reinhard Pekrun,
specializzati nello studio delle emozioni in contesto scolastico, sappiamo che
la noia situazionale può assumere forme diverse. Attraverso rilevazioni in tempo
reale, condotte in ambito universitario, i due ricercatori ne hanno distinte
quattro configurazioni principali, ma al di là delle differenze fenomenologiche,
il denominatore comune rimane lo stesso: un divario tra l’aspettativa cognitiva
e gli stimoli esterni, percepiti come inadeguati.
Negli ultimi anni, filosofi come Andreas Elpidorou (The Anatomy of Boredom,
2025) e scienziati tra cui lo stesso Danckert (Out of My Skull, 2018) hanno
proposto di leggere la noia come un meccanismo adattivo, che svolge un ruolo
preciso nella regolazione del comportamento. In questa prospettiva, la noia
monitora ciò che facciamo e ci avvisa quando l’attività in corso ha perso valore
o significato, spingendoci a riorientare la nostra attenzione e le nostre
scelte. Il suo carattere spiacevole svolge un ruolo chiave e agisce come un
meccanismo di allerta: come la fame ci spinge a cercare cibo o la stanchezza a
riposare, la noia ci chiede di interrompere routine inefficaci per esplorare
novità e ridefinire obiettivi.
Guardando alla noia in prospettiva evolutiva, la si può interpretare come un
meccanismo che ci segnala quando un comportamento ha perso la sua utilità
adattiva. Laddove, per i nostri antenati, la ripetizione sterile poteva
rivelarsi costosa, un impulso che li spingesse a esplorare e a cambiare
direzione avrebbe rappresentato un vantaggio per la sopravvivenza. Una ricerca
pubblicata su Nature nel 2025 suggerisce che la noia funzioni come un segnale di
allontanamento da uno stato cognitivo ottimale. Quando la mente si accorge che
le risorse cognitive non vengono utilizzate al meglio ‒ o vengono impiegate male
‒ la noia emerge per spingerci a riorientare l’interesse e dare nuovo senso a
ciò che facciamo. Senza questa spinta regolativa, rischieremmo di restare
bloccati in situazioni che non ci soddisfano, senza riuscire ad adattarci ai
cambiamenti.
Intrattenimento e saturazione
Ma per accogliere questo segnale e riorientarci serve tempo, quello stesso tempo
che oggi sembra essere scomparso. Nel giro di pochi decenni, l’ambiente
cognitivo in cui questa esperienza si manifesta è cambiato profondamente. Le
tecnologie digitali hanno accorciato drasticamente i tempi dell’attenzione. Le
code, i viaggi, le pause sono riempite da flussi continui di microstimolazioni:
notifiche, aggiornamenti, scorrimenti rapidi. La concentrazione, sollecitata da
stimoli frammentari e incessanti, fatica a trovare un ritmo interno e la noia
cambia forma: si accorcia, si manifesta più frequentemente e diventa più
difficile da abitare.
La psicologa Gloria Mark studia da anni il legame tra concentrazione e digitale.
Nel suo libro Attention Span (2023) documenta come il tempo medio dedicato a una
singola attività si sia accorciato progressivamente, e sia passato in pochi anni
da oltre due minuti a una manciata di secondi. Dopo ogni interruzione, però,
servono decine di minuti per recuperare la concentrazione. Ricostruire il filo
del pensiero, reintegrare le informazioni e ritrovare lo stato di immersione
richiede tempo. Ne consegue che l’attenzione viene continuamente spostata da un
punto all’altro, senza potersi consolidare, e la noia si manifesta in queste
micropause, ma scompare prima di potersi sviluppare o trasformare in
qualcos’altro.
> Oggi, sollecitata com’è da stimoli frammentari e incessanti, la nostra
> attenzione fatica a trovare un ritmo interno e la noia cambia forma: si
> accorcia, si manifesta più frequentemente e diventa più difficile da abitare.
Uno studio del 2024, pubblicato su Nature Communications Psychology, mostra come
i media digitali, con i loro contenuti brevi, personalizzati e ad alta
rotazione, invece di ridurre la noia, contribuiscono ad accentuarla, innalzando
la soglia di ciò che viene percepito come coinvolgente. Quando guardiamo
qualcosa che segue un ritmo diverso, magari semplicemente più lento o meno
dinamico, lo percepiamo subito come faticoso. Quindi passiamo da un contenuto
all’altro per alleggerire stati di sovraccarico, inquietudine e lieve
frustrazione. Questa strategia funziona sul breve termine, poi le soglie
percettive si alzano ancora, il bisogno di novità cresce, e la sensazione di
insoddisfazione ricompare più forte.
La noia contemporanea sembra quindi diventata un disagio diffuso, una latenza
emotiva che viene assorbita prima di poter orientare il comportamento verso
qualcosa di specifico. Quella legata agli ambienti digitali si confonde con la
stimolazione stessa. Accompagna lo scrolling, spinge la ricerca compulsiva di
contenuti e alimenta un’attesa che genera ulteriore insoddisfazione. Il gesto
stesso del cercare produce il vuoto che vorrebbe colmare.
Questa dinamica ha conseguenze concrete sul comportamento. Una rassegna
sistematica pubblicata nel 2025, e intitolata Connected by Boredom, mostra come
la predisposizione alla noia agisca da fattore di rischio per l’uso problematico
di smartphone, social media e Internet. Il meccanismo assume una forma
circolare. La noia ci orienta verso i dispositivi in cerca di sollievo
immediato; le microgratificazioni digitali innalzano rapidamente la soglia di
coinvolgimento; e quando la noia riaffiora, l’apertura dello schermo diventa una
risposta automatica. Si struttura così un ciclo anticipatorio, in cui anche un
accenno minimo di vuoto emotivo attiva l’uso compulsivo del dispositivo.
> Se fatichiamo ad abitare la noia forse è perché il modo in cui viene
> riconosciuta e interpretata dipende sempre dal tempo in cui si manifesta e dal
> modo in cui quel tempo viene organizzato.
La ricerca identifica diversi mediatori in questo processo: la paura di perdersi
qualcosa (FOMO), stati depressivi, bassa capacità di autoregolazione,
metacognizioni disfunzionali. Recenti studi esplorano anche come la propensione
alla noia, così come la noia cronica, si associ a un senso di scarsa agentività
‒ la percezione di poter influenzare attivamente ciò che ci accade ‒ e a
frustrazione, con implicazioni per disturbi d’ansia e depressione.
Che cosa chiamiamo noia
Se fatichiamo ad abitare la noia forse è perché il modo in cui viene
riconosciuta e interpretata dipende sempre dal tempo in cui si manifesta e dal
modo in cui quel tempo viene organizzato. Nelle società antiche esistevano
esperienze affini a ciò che oggi chiamiamo noia, ma il loro significato era ben
riconosciuto e inscritto, per esempio, all’interno di cornici spirituali o
simboliche. I Greci descrivevano la melanconia come una disposizione del
temperamento legata agli equilibri del corpo e dell’animo, mentre la filosofia
la associava alla riflessione e talvolta anche all’ingegno. Con il taedium
vitae, Seneca individua nella noia una stanchezza dell’esistenza legata allo
spreco del tempo. Il tedio monastico, l’acedia medievale, viene letto come una
prova spirituale, una crisi del rapporto con il divino.
Questa relazione muta profondamente con la modernità. A partire dal Settecento
il tempo viene progressivamente misurato e trasformato in una variabile
economica. Come mostra E.P. Thompson nel celebre Time, Work-Discipline, and
Industrial Capitalism (1967), la diffusione dell’orologio e della misurazione
standardizzata del tempo accompagna la trasformazione del lavoro e della vita
quotidiana. Il tempo diventa così uno strumento di disciplina sociale, perché
introduce un criterio esterno che sincronizza le attività e distingue i momenti
produttivi da quelli improduttivi. Dentro questo nuovo regime temporale prende
forma la noia moderna. Come ricostruisce Elizabeth S. Goodstein, il discorso
moderno sulla noia emerge quando si indeboliscono le cornici di senso che in
passato orientavano l’esperienza. Il tempo continua a scorrere in modo lineare e
continuo, ma perde la capacità di offrire un significato condiviso agli
intervalli, all’attesa, alla ripetizione. La noia si configura allora come una
forma di coscienza riflessiva, il segnale di una frattura tra il fluire del
tempo e la possibilità dell’esperienza di farsi significativa.
Nel corso dell’Ottocento questa trasformazione diventa visibile anche
nell’immaginario letterario. In Bleak House (1853) di Charles Dickens,
l’aristocratica Lady Dedlock si dice “annoiata a morte” da un’esistenza fatta di
rituali sociali e intrattenimenti insignificanti. È una noia che nasce dal
privilegio e dall’eccesso di tempo, una forma di noia simile a quella che
riemerge, un secolo più tardi, nel romanzo La noia di Alberto Moravia, dove
Dino, ricco e senza urgenze materiali, sperimenta l’incapacità di attribuire
valore e di sentirsi coinvolto dalla realtà che lo circonda.
Con l’industrializzazione avanzata e poi con la cultura di massa, la noia viene
progressivamente ricondotta a un problema individuale. All’inizio del Novecento
la psicologia la collega a difficoltà attentive, cali motivazionali, riduzione
della risposta emotiva. Questa lettura si consolida nel secondo Novecento: Erich
Fromm individua nella noia una delle malattie del nostro tempo, legata tanto al
lavoro ripetitivo quanto al tempo libero colonizzato dal consumo. Quando
l’essere umano non trova stimoli autentici, la noia lo spinge verso forme
perverse di coinvolgimento, come violenza, aggressività, dipendenze.
> Studi sperimentali recenti, come quelli di Sandi Mann e Rebekah Cadman,
> mostrano che attività monotone e temporalmente dilatate possono favorire la
> generazione di idee nuove.
Qualche anno più tardi la noia entra stabilmente nei laboratori e viene misurata
come tratto con la cosiddetta boredom proneness (predisposizione alla noia),
associata a impulsività, comportamenti a rischio e stati depressivi. Negli anni
Duemila, alcuni studiosi iniziano a identificare con maggiore precisione le
diverse forme della noia. Il classicista Peter Toohey distingue tra una noia
semplice, legata alla mancanza contingente di stimoli e presente anche negli
animali non umani, e una noia esistenziale, più duratura e pervasiva.
Quest’ultima, che assume la forma di uno stato d’animo più che di un’emozione
momentanea, viene concettualizzata e nominata soprattutto negli ultimi due
secoli, quando filosofi, scrittori e critici sociali iniziano a descriverla come
esperienza di vuoto e alienazione. Studi sperimentali ancora più recenti, come
quelli di Sandi Mann e Rebekah Cadman, mostrano che attività monotone e
temporalmente dilatate possono favorire la generazione di idee nuove.
Abitare la noia
Uscita dal binario del disturbo, la noia può entrare tra le competenze emotive e
cognitive da coltivare. Si tratta di imparare a riconoscerla e ad abitarla senza
reagire in automatico. In ambienti educativi e clinici si sperimenta da tempo la
possibilità di trasformarla in uno strumento. Il programma Boredom Intervention
Training (BIT), sviluppato nel 2021, ad esempio, alterna momenti di
psicoeducazione a esercizi di esposizione, aiutando i partecipanti a riconoscere
gli stimoli che scatenano la noia e a tollerare l’inattività senza evitarla. I
risultati mostrano un aumento della consapevolezza e una riduzione della fuga
immediata da contesti poveri di stimoli.
Anche fuori dagli spazi terapeutici, alcune pratiche semplici mostrano effetti
interessanti: camminare senza meta (e senza telefono) aumenta la fluidità del
pensiero creativo, facilitando la generazione di idee; restare per alcuni minuti
senza stimoli esterni aiuta a riconfigurare i problemi; lasciare vagare la mente
durante una pausa può aiutare a migliorare un testo già scritto, soprattutto
quando si riprende lo stesso tema dopo l’interruzione. La possibilità di
individuare e abitare la noia riguarda anche le scelte collettive. Alcune
scuole, centri culturali e luoghi di formazione iniziano a fare spazio a questo
approccio. Esperienze strutturate di “educazione al vuoto”, letture lente,
silenzio condiviso, laboratori di inattività vengono proposti come strumenti per
sviluppare autonomia, concentrazione, immaginazione.
> Scuole e luoghi di formazione stanno iniziando a integrare la noia nei loro
> approcci. Esperienze strutturate di “educazione al vuoto”, letture lente,
> silenzio condiviso, laboratori di inattività vengono proposti come strumenti
> per sviluppare autonomia, concentrazione, immaginazione.
Restare nella noia apre uno spazio in cui le priorità si spostano, le domande si
riformulano e il ritmo interiore si modifica. Chi riesce a sostare in quella
soglia senza cercare una soluzione immediata guadagna spesso un punto di vista
diverso. Nel celebre esperimento di Timothy Wilson, molti partecipanti hanno
scelto una scossa elettrica per interrompere pochi minuti di silenzio mentale.
Quel dato mostra quanto risulti difficile restare in un tempo privo di stimoli e
di compiti. Eppure, proprio in quel tempo la mente può interrompere gli
automatismi, generare un cambiamento, orientarsi verso qualcosa di più utile o
più adatto. Premere il pulsante spezza l’attesa, ma chiude ogni possibilità.
L'articolo L’arte della noia proviene da Il Tascabile.