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Il veleno che contamina la mente
L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa. Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni. I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni, decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica. Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee. Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e proteggerli. > Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8 > nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli > ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi > ancora attraverso il latte durante l’allattamento. Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice. Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione. Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel loro sangue da anni. Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un po’ di mal di gola. > Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti: > tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che > per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli > erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli. C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto, della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002, quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente, arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità. Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il 2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di 2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75% di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio, a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero. Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari, mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo. La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più inevitabile. > Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più > inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della > sopravvivenza psichica. È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo, riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come “indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia. Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel 1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti. Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno. Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il ritmo della morte industriale. Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale, un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era “All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato. Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha dovuto ridefinire completamente la propria identità. > L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni > bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha > dovuto ridefinire completamente la propria identità. “Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto. Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo – a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””, non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma, elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo né esserne completamente schiacciati. Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto, trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né cancellabile. Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case, campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta. Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone: “Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è difficilissimo richiudere. > Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle > conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo. La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del 2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno. Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi, che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia significativamente superiori al resto della città. Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva, dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate, del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano, almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie? Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione – ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva, evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di sapere. > La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto > per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è > che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla > contaminazione e dalle sue conseguenze. L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente. A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere soggetti attivi della propria vita. Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa, alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli. > Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando > queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno > ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza, di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni. Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi” o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali, economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale. C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal mare. > Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non > dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in > militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori, perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi, scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che vivevano pensando di essere al sicuro. La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti, sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai lavori che l’amianto causava il mesotelioma. Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone. Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale, sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di conseguenza. Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani, dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni. Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso – che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura, ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente, non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in nessun luogo. Mai più. L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
Società
sociologia
ambiente
psicologia
L’arte della noia
N el 2014, all’Università della Virginia, un gruppo di psicologi guidato da Timothy Wilson chiese a oltre quattrocento studenti di passare tra i sei e i quindici minuti seduti in una stanza vuota, senza stimoli esterni, solo con i propri pensieri. In una delle varianti dell’esperimento, i partecipanti avevano a disposizione un pulsante che produceva una fastidiosa scossa elettrica alla caviglia. Prima di iniziare, la maggior parte si dichiarò disponibile a pagare pur di evitarla. Ma una volta soli, il 67% degli uomini e il 25% delle donne premette il pulsante almeno una volta. Alcuni più volte. Uno arrivò a farlo centonovanta volte in meno di un quarto d’ora. Dopo la pubblicazione su Science, la scena fu letta e raccontata dai media come un sintomo sociale: l’incapacità a stare da soli, la fuga da sé stessi, la società talmente assuefatta agli stimoli da preferire il dolore all’ozio mentale. L’esperimento, però, isolava una condizione che nelle vite quotidiane si presenta di rado, e con sempre meno agio: il pensiero lasciato libero, sciolto da obiettivi, senza una direzione impostata dall’esterno. Quei minuti sospesi mettevano alla prova il modo in cui la mente reagisce alla mancanza di un compito preciso, all’assenza di punti di riferimento esterni, e la scossa si presentava quindi come l’unica soluzione per spezzare l’attesa e per ristabilire una minima forma di libero arbitrio. > James Danckert e John Eastwood descrivono la noia come la spiacevole > condizione in cui desideriamo essere impegnati in qualcosa di significativo, > ma non riusciamo a trovare nulla che ci coinvolga. I quattrocento volontari avevano sperimentato quella che comunemente chiamiamo noia, un’esperienza che si manifesta quando l’attenzione cerca un appiglio di valore e non lo trova. Un disallineamento tra il desiderio di sentirci coinvolti e l’incapacità di trovare qualcosa che ci catturi davvero. Una noia, tante noie Per lungo tempo, in psicologia, la noia è rimasta un oggetto difficile da definire in modo condiviso. È un’esperienza comune ma sfuggente: varia per intensità, durata, contesto, e si sovrappone ad altri stati come apatia, frustrazione o disinteresse. Proprio per questo, la letteratura ha prodotto spiegazioni parziali e talvolta divergenti. Tra le definizioni oggi più accreditate e utilizzate, c’è quella proposta dal neuroscienziato James Danckert e dallo psicologo John Eastwood, che descrivono la noia come uno stato spiacevole in cui desideriamo essere impegnati in qualcosa di significativo, ma non riusciamo a trovare nulla che ci coinvolga. La mente resta attiva, ma nulla nel mondo intorno riesce a catturare il nostro interesse. Uno tra i primi psicologi a studiare sistematicamente la noia è stato Joseph E. Barmack, negli anni Trenta. Interessato all’alienazione degli operai di fabbrica, chiese agli studenti della Columbia University di simularne le condizioni, per esempio, cancellando per lunghi periodi di tempo lettere specifiche da testi, o semplicemente fissando schermi vuoti. Una o due ore dopo si manifestavano i primi segnali di irrequietezza, seguiti da un forte calo del rendimento. La soluzione proposta da Barmack consisteva in somministrazioni di caffeina, efedrina e benzedrina (un’anfetamina), che facevano calare i livelli di noia. Proprio come la scossa elettrica dell’esperimento di Wilson, gli stimolanti tenevano a bada gli effetti mentali della monotonia, anche se solo temporaneamente. A interessare Barmack era la noia situazionale, caratterizzata da episodi legati al contesto, come una riunione di lavoro interminabile o un compito particolarmente ripetitivo: una sensazione temporanea che si risolve cambiando attività e differente dalla noia cronica, che invece è una predisposizione personale che prescinde dalle circostanze esterne. > Negli ultimi anni la noia è stata interpretata come un meccanismo adattivo, > che svolge un ruolo preciso nella regolazione del comportamento, e cioè > monitorare ciò che facciamo e avvisarci quando l’attività in corso ha perso > valore o significato. Oggi, grazie al lavoro degli psicologi tedeschi Thomas Goetz e Reinhard Pekrun, specializzati nello studio delle emozioni in contesto scolastico, sappiamo che la noia situazionale può assumere forme diverse. Attraverso rilevazioni in tempo reale, condotte in ambito universitario, i due ricercatori ne hanno distinte quattro configurazioni principali, ma al di là delle differenze fenomenologiche, il denominatore comune rimane lo stesso: un divario tra l’aspettativa cognitiva e gli stimoli esterni, percepiti come inadeguati. Negli ultimi anni, filosofi come Andreas Elpidorou (The Anatomy of Boredom, 2025) e scienziati tra cui lo stesso Danckert (Out of My Skull, 2018) hanno proposto di leggere la noia come un meccanismo adattivo, che svolge un ruolo preciso nella regolazione del comportamento. In questa prospettiva, la noia monitora ciò che facciamo e ci avvisa quando l’attività in corso ha perso valore o significato, spingendoci a riorientare la nostra attenzione e le nostre scelte. Il suo carattere spiacevole svolge un ruolo chiave e agisce come un meccanismo di allerta: come la fame ci spinge a cercare cibo o la stanchezza a riposare, la noia ci chiede di interrompere routine inefficaci per esplorare novità e ridefinire obiettivi. Guardando alla noia in prospettiva evolutiva, la si può interpretare come un meccanismo che ci segnala quando un comportamento ha perso la sua utilità adattiva. Laddove, per i nostri antenati, la ripetizione sterile poteva rivelarsi costosa, un impulso che li spingesse a esplorare e a cambiare direzione avrebbe rappresentato un vantaggio per la sopravvivenza. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2025 suggerisce che la noia funzioni come un segnale di allontanamento da uno stato cognitivo ottimale. Quando la mente si accorge che le risorse cognitive non vengono utilizzate al meglio ‒ o vengono impiegate male ‒ la noia emerge per spingerci a riorientare l’interesse e dare nuovo senso a ciò che facciamo. Senza questa spinta regolativa, rischieremmo di restare bloccati in situazioni che non ci soddisfano, senza riuscire ad adattarci ai cambiamenti. Intrattenimento e saturazione Ma per accogliere questo segnale e riorientarci serve tempo, quello stesso tempo che oggi sembra essere scomparso. Nel giro di pochi decenni, l’ambiente cognitivo in cui questa esperienza si manifesta è cambiato profondamente. Le tecnologie digitali hanno accorciato drasticamente i tempi dell’attenzione. Le code, i viaggi, le pause sono riempite da flussi continui di microstimolazioni: notifiche, aggiornamenti, scorrimenti rapidi. La concentrazione, sollecitata da stimoli frammentari e incessanti, fatica a trovare un ritmo interno e la noia cambia forma: si accorcia, si manifesta più frequentemente e diventa più difficile da abitare. La psicologa Gloria Mark studia da anni il legame tra concentrazione e digitale. Nel suo libro Attention Span (2023) documenta come il tempo medio dedicato a una singola attività si sia accorciato progressivamente, e sia passato in pochi anni da oltre due minuti a una manciata di secondi. Dopo ogni interruzione, però, servono decine di minuti per recuperare la concentrazione. Ricostruire il filo del pensiero, reintegrare le informazioni e ritrovare lo stato di immersione richiede tempo. Ne consegue che l’attenzione viene continuamente spostata da un punto all’altro, senza potersi consolidare, e la noia si manifesta in queste micropause, ma scompare prima di potersi sviluppare o trasformare in qualcos’altro. > Oggi, sollecitata com’è da stimoli frammentari e incessanti, la nostra > attenzione fatica a trovare un ritmo interno e la noia cambia forma: si > accorcia, si manifesta più frequentemente e diventa più difficile da abitare. Uno studio del 2024, pubblicato su Nature Communications Psychology, mostra come i media digitali, con i loro contenuti brevi, personalizzati e ad alta rotazione, invece di ridurre la noia, contribuiscono ad accentuarla, innalzando la soglia di ciò che viene percepito come coinvolgente. Quando guardiamo qualcosa che segue un ritmo diverso, magari semplicemente più lento o meno dinamico, lo percepiamo subito come faticoso. Quindi passiamo da un contenuto all’altro per alleggerire stati di sovraccarico, inquietudine e lieve frustrazione. Questa strategia funziona sul breve termine, poi le soglie percettive si alzano ancora, il bisogno di novità cresce, e la sensazione di insoddisfazione ricompare più forte. La noia contemporanea sembra quindi diventata un disagio diffuso, una latenza emotiva che viene assorbita prima di poter orientare il comportamento verso qualcosa di specifico. Quella legata agli ambienti digitali si confonde con la stimolazione stessa. Accompagna lo scrolling, spinge la ricerca compulsiva di contenuti e alimenta un’attesa che genera ulteriore insoddisfazione. Il gesto stesso del cercare produce il vuoto che vorrebbe colmare. Questa dinamica ha conseguenze concrete sul comportamento. Una rassegna sistematica pubblicata nel 2025, e intitolata Connected by Boredom, mostra come la predisposizione alla noia agisca da fattore di rischio per l’uso problematico di smartphone, social media e Internet. Il meccanismo assume una forma circolare. La noia ci orienta verso i dispositivi in cerca di sollievo immediato; le microgratificazioni digitali innalzano rapidamente la soglia di coinvolgimento; e quando la noia riaffiora, l’apertura dello schermo diventa una risposta automatica. Si struttura così un ciclo anticipatorio, in cui anche un accenno minimo di vuoto emotivo attiva l’uso compulsivo del dispositivo. > Se fatichiamo ad abitare la noia forse è perché il modo in cui viene > riconosciuta e interpretata dipende sempre dal tempo in cui si manifesta e dal > modo in cui quel tempo viene organizzato. La ricerca identifica diversi mediatori in questo processo: la paura di perdersi qualcosa (FOMO), stati depressivi, bassa capacità di autoregolazione, metacognizioni disfunzionali. Recenti studi esplorano anche come la propensione alla noia, così come la noia cronica, si associ a un senso di scarsa agentività ‒ la percezione di poter influenzare attivamente ciò che ci accade ‒ e a frustrazione, con implicazioni per disturbi d’ansia e depressione. Che cosa chiamiamo noia Se fatichiamo ad abitare la noia forse è perché il modo in cui viene riconosciuta e interpretata dipende sempre dal tempo in cui si manifesta e dal modo in cui quel tempo viene organizzato. Nelle società antiche esistevano esperienze affini a ciò che oggi chiamiamo noia, ma il loro significato era ben riconosciuto e inscritto, per esempio, all’interno di cornici spirituali o simboliche. I Greci descrivevano la melanconia come una disposizione del temperamento legata agli equilibri del corpo e dell’animo, mentre la filosofia la associava alla riflessione e talvolta anche all’ingegno. Con il taedium vitae, Seneca individua nella noia una stanchezza dell’esistenza legata allo spreco del tempo. Il tedio monastico, l’acedia medievale, viene letto come una prova spirituale, una crisi del rapporto con il divino. Questa relazione muta profondamente con la modernità. A partire dal Settecento il tempo viene progressivamente misurato e trasformato in una variabile economica. Come mostra E.P. Thompson nel celebre Time, Work-Discipline, and Industrial Capitalism (1967), la diffusione dell’orologio e della misurazione standardizzata del tempo accompagna la trasformazione del lavoro e della vita quotidiana. Il tempo diventa così uno strumento di disciplina sociale, perché introduce un criterio esterno che sincronizza le attività e distingue i momenti produttivi da quelli improduttivi. Dentro questo nuovo regime temporale prende forma la noia moderna. Come ricostruisce Elizabeth S. Goodstein, il discorso moderno sulla noia emerge quando si indeboliscono le cornici di senso che in passato orientavano l’esperienza. Il tempo continua a scorrere in modo lineare e continuo, ma perde la capacità di offrire un significato condiviso agli intervalli, all’attesa, alla ripetizione. La noia si configura allora come una forma di coscienza riflessiva, il segnale di una frattura tra il fluire del tempo e la possibilità dell’esperienza di farsi significativa. Nel corso dell’Ottocento questa trasformazione diventa visibile anche nell’immaginario letterario. In Bleak House (1853) di Charles Dickens, l’aristocratica Lady Dedlock si dice “annoiata a morte” da un’esistenza fatta di rituali sociali e intrattenimenti insignificanti. È una noia che nasce dal privilegio e dall’eccesso di tempo, una forma di noia simile a quella che riemerge, un secolo più tardi, nel romanzo La noia di Alberto Moravia, dove Dino, ricco e senza urgenze materiali, sperimenta l’incapacità di attribuire valore e di sentirsi coinvolto dalla realtà che lo circonda. Con l’industrializzazione avanzata e poi con la cultura di massa, la noia viene progressivamente ricondotta a un problema individuale. All’inizio del Novecento la psicologia la collega a difficoltà attentive, cali motivazionali, riduzione della risposta emotiva. Questa lettura si consolida nel secondo Novecento: Erich Fromm individua nella noia una delle malattie del nostro tempo, legata tanto al lavoro ripetitivo quanto al tempo libero colonizzato dal consumo. Quando l’essere umano non trova stimoli autentici, la noia lo spinge verso forme perverse di coinvolgimento, come violenza, aggressività, dipendenze. > Studi sperimentali recenti, come quelli di Sandi Mann e Rebekah Cadman, > mostrano che attività monotone e temporalmente dilatate possono favorire la > generazione di idee nuove. Qualche anno più tardi la noia entra stabilmente nei laboratori e viene misurata come tratto con la cosiddetta boredom proneness (predisposizione alla noia), associata a impulsività, comportamenti a rischio e stati depressivi. Negli anni Duemila, alcuni studiosi iniziano a identificare con maggiore precisione le diverse forme della noia. Il classicista Peter Toohey distingue tra una noia semplice, legata alla mancanza contingente di stimoli e presente anche negli animali non umani, e una noia esistenziale, più duratura e pervasiva. Quest’ultima, che assume la forma di uno stato d’animo più che di un’emozione momentanea, viene concettualizzata e nominata soprattutto negli ultimi due secoli, quando filosofi, scrittori e critici sociali iniziano a descriverla come esperienza di vuoto e alienazione. Studi sperimentali ancora più recenti, come quelli di Sandi Mann e Rebekah Cadman, mostrano che attività monotone e temporalmente dilatate possono favorire la generazione di idee nuove. Abitare la noia Uscita dal binario del disturbo, la noia può entrare tra le competenze emotive e cognitive da coltivare. Si tratta di imparare a riconoscerla e ad abitarla senza reagire in automatico. In ambienti educativi e clinici si sperimenta da tempo la possibilità di trasformarla in uno strumento. Il programma Boredom Intervention Training (BIT), sviluppato nel 2021, ad esempio, alterna momenti di psicoeducazione a esercizi di esposizione, aiutando i partecipanti a riconoscere gli stimoli che scatenano la noia e a tollerare l’inattività senza evitarla. I risultati mostrano un aumento della consapevolezza e una riduzione della fuga immediata da contesti poveri di stimoli. Anche fuori dagli spazi terapeutici, alcune pratiche semplici mostrano effetti interessanti: camminare senza meta (e senza telefono) aumenta la fluidità del pensiero creativo, facilitando la generazione di idee; restare per alcuni minuti senza stimoli esterni aiuta a riconfigurare i problemi; lasciare vagare la mente durante una pausa può aiutare a migliorare un testo già scritto, soprattutto quando si riprende lo stesso tema dopo l’interruzione. La possibilità di individuare e abitare la noia riguarda anche le scelte collettive. Alcune scuole, centri culturali e luoghi di formazione iniziano a fare spazio a questo approccio. Esperienze strutturate di “educazione al vuoto”, letture lente, silenzio condiviso, laboratori di inattività vengono proposti come strumenti per sviluppare autonomia, concentrazione, immaginazione. > Scuole e luoghi di formazione stanno iniziando a integrare la noia nei loro > approcci. Esperienze strutturate di “educazione al vuoto”, letture lente, > silenzio condiviso, laboratori di inattività vengono proposti come strumenti > per sviluppare autonomia, concentrazione, immaginazione. Restare nella noia apre uno spazio in cui le priorità si spostano, le domande si riformulano e il ritmo interiore si modifica. Chi riesce a sostare in quella soglia senza cercare una soluzione immediata guadagna spesso un punto di vista diverso. Nel celebre esperimento di Timothy Wilson, molti partecipanti hanno scelto una scossa elettrica per interrompere pochi minuti di silenzio mentale. Quel dato mostra quanto risulti difficile restare in un tempo privo di stimoli e di compiti. Eppure, proprio in quel tempo la mente può interrompere gli automatismi, generare un cambiamento, orientarsi verso qualcosa di più utile o più adatto. Premere il pulsante spezza l’attesa, ma chiude ogni possibilità. L'articolo L’arte della noia proviene da Il Tascabile.
Scienze
psicologia
comportamento
Il silenzio della divisa
L a mattina del 22 aprile 2024, l’allieva maresciallo Beatrice Belcuore non si presenta in servizio nella Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze. Ha venticinque anni, frequenta il secondo anno di corso per diventare sottufficiale. Quando i colleghi cominciano a cercarla, trovano il suo corpo in un’aula dell’istituto. L’arma d’ordinanza è accanto a lei. Non ha lasciato messaggi, almeno non nel senso convenzionale del termine. O forse l’ha fatto, ma in un linguaggio che nessuno intorno a lei era stato formato a decifrare: silenzi, ritiri, piccole crepe nell’armatura quotidiana che nessuno ha saputo riconoscere come sintomi, perché si impara a leggere il pericolo esterno, non quello che cresce dentro. La notizia occupa poche righe nei quotidiani locali. Un comunicato dell’Arma parla di cordoglio. I familiari chiedono riserbo, che viene accordato con quella rapidità che la società riserva alle morti scomode. Qualche giorno dopo, in un’altra città, un’altra uniforme, un altro corpo, un’altra pistola d’ordinanza. Poi un altro ancora. Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando qualcuno comincia a contare – e qualcuno conta, da anni – emerge un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle malattie endemiche. Non c’è un momento preciso in cui la divisa smette di essere stoffa e diventa identità. Accade attraverso la ripetizione dei gesti, l’assimilazione dei codici, l’interiorizzazione del ruolo. L’uniforme è un dispositivo semiotico potente: stabilisce chi sei prima che tu parli, determina le aspettative, crea una distanza tra chi la indossa e chi la osserva. Chi veste l’autorità deve incarnarla. E l’autorità, nella costruzione simbolica collettiva, non ammette fragilità. Se chi deve proteggere ha paura, se chi garantisce ordine è nel caos, l’intero edificio vacilla. Il problema è che sotto ogni divisa c’è un corpo con un limite. Quando quel limite viene raggiunto in silenzio, quando il carico diventa insostenibile ma il sistema non offre modi legittimi per dirlo, quando chiedere aiuto significa mettere a rischio l’identità professionale, il gesto estremo smette di essere incomprensibile. Diventa, in una logica perversa, l’unica via d’uscita da una contraddizione che non ammette mediazioni. > Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che > si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando si comincia a contare, emerge > un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle > malattie endemiche. Beatrice Belcuore è una persona con una storia che non conosceremo. Ma è anche un sintomo. Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza, penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da decenni. Nel 2023 si sono registrati 39 suicidi tra le forze dell’ordine, con un tasso che continua a mantenersi costantemente superiore rispetto alla popolazione civile. La letteratura internazionale documenta lo stesso fenomeno in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia. Paesi diversi, culture organizzative diverse, stessa costante: la divisa come fattore di rischio. Eppure ogni volta la narrazione pubblica procede per rimozione. Si parla di fragilità individuale, problemi personali, gesti imprevedibili. Si evita di guardare alla struttura che produce quelle condizioni, di interrogarne i meccanismi. Come se il suicidio fosse un evento casuale, anziché l’esito di processi che la scienza ha cominciato a mappare con precisione: dalla psicologia del trauma alla sociologia delle organizzazioni, dalla psichiatria occupazionale alle neuroscienze dello stress. La domanda non è perché Beatrice Belcuore abbia compiuto quel gesto. È perché il sistema che l’ha formata, inquadrata, armata non abbia saputo vedere che stava per compierlo. La risposta non sta nella sua storia personale che, come detto, non conosceremo; ma nell’architettura psicosociale delle istituzioni totali, nella costruzione culturale dell’invulnerabilità, nei meccanismi organizzativi che trasformano il disagio in tabù e il tabù in tragedia. Quella mattina di aprile non è morta solo una persona. È collassato, ancora una volta, un sistema di protezioni che forse non era mai esistito. L’architettura del rischio: stress traumatico e carico allostatico La psicologia occupazionale ha un termine preciso per descrivere ciò che accade quando un individuo è esposto, ripetutamente e professionalmente, a situazioni di forte intensità emotiva: stress traumatico secondario. A differenza del trauma acuto – quello che si sperimenta durante un singolo evento critico – il trauma secondario è cumulativo, progressivo, e spesso difficile da riconoscere perché si confonde con la routine. Non c’è un momento preciso in cui “accade”. È piuttosto un’erosione silenziosa della capacità di regolazione emotiva. > Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza, > penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della > popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da > decenni. Gli operatori delle forze dell’ordine sono esposti quotidianamente a situazioni che per la maggior parte delle persone rappresenterebbero eventi eccezionali: incidenti mortali, interventi su violenze domestiche, gestione di soggetti in stato di alterazione psicofisica, minacce dirette alla propria incolumità. La ricerca epidemiologica ha documentato come questa esposizione prolungata produca tassi significativamente più alti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD, Post-Traumatic Stress Disorder), depressione maggiore, disturbi d’ansia e abuso di sostanze rispetto alla popolazione generale. Negli Stati Uniti, le prevalenze di PTSD tra gli agenti raggiungono il 35%, contro il 6-8% della popolazione civile. Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che la neuroscienza dello stress ha cominciato a illuminare negli ultimi anni: il concetto di carico allostatico. L’allostasi è il processo attraverso cui il corpo mantiene la stabilità attraverso il cambiamento – è, in altre parole, il modo in cui ci adattiamo allo stress. Ma quando lo stress diventa cronico, i sistemi di adattamento cominciano a logorarsi. Il carico allostatico è il prezzo biologico che paghiamo per un’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress: alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, infiammazione cronica, disfunzioni del sistema immunitario, modificazioni nella struttura e nella funzionalità dell’ippocampo e della corteccia prefrontale. In termini più diretti: il corpo e la mente di chi lavora costantemente in condizioni di allarme si trasformano. E questa trasformazione non è semplicemente “psicologica” ma profondamente biologica. Gli studi condotti su veterani di guerra e su operatori delle forze di polizia hanno mostrato pattern simili di alterazione neuroendocrina, con conseguenze sulla capacità decisionale, sulla regolazione degli impulsi, sulla percezione del futuro. L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri stati interni. Ciò che rende questo meccanismo particolarmente pericoloso nelle forze dell’ordine è la mancanza di riconoscimento. A differenza di altre professioni ad alto carico emotivo – si pensi agli infermieri di terapia intensiva o ai vigili del fuoco – dove l’esaurimento professionale (burnout) è ormai ampiamente discusso, nelle forze armate e di polizia permane l’idea che il disagio psicologico sia un segno di inadeguatezza. La cultura organizzativa non facilita la narrazione del proprio malessere. Al contrario, la reprime. La costruzione sociale dell’invulnerabilità Per comprendere davvero il fenomeno del suicidio nelle forze dell’ordine, dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come la società costruisce simbolicamente la figura dell’autorità in divisa. Non si tratta solo di un lavoro: è un ruolo sociale ad alto contenuto performativo. Nelle scienze sociali, il concetto di “performance di ruolo” – elaborato da Erving Goffman in The Presentation of Self in Everyday Life (1959; trad. it. La vita quotidiana come rappresentazione, 1969) – descrive come gli individui mettano in scena, letteralmente, il personaggio sociale che sono chiamati a interpretare. > L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione > paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un > appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri > stati interni. La divisa è uno dei più potenti dispositivi di performance sociale. Segna immediatamente una differenza: chi la indossa non è più semplicemente un cittadino, ma un rappresentante dello Stato, un detentore di autorità legittima, un garante dell’ordine pubblico. Questa posizione simbolica implica aspettative molto rigide: controllo emotivo, capacità decisionale anche sotto pressione, forza fisica e psicologica, impermeabilità alla paura. Il problema nasce quando questa performance diventa totale, quando cioè non è più possibile distinguere tra il ruolo pubblico e l’identità privata. Goffman parla anche di “istituzioni totali” in Asylums (1961; trad. it. 1968) per descrivere quegli ambienti – carceri, conventi, caserme – in cui tutti gli aspetti della vita quotidiana sono condotti nello stesso luogo, sotto la stessa autorità, e secondo un programma razionale unico. Le forze dell’ordine non sono istituzioni totali nel senso pieno del termine, ma ne condividono alcune caratteristiche fondamentali: la gerarchia rigida, la separazione simbolica dal mondo civile, l’enfasi sulla disciplina e sull’obbedienza, l’idea che la vita professionale abbia la precedenza su quella personale. Questa configurazione produce un effetto paradossale: da un lato, crea un forte senso di appartenenza e identità collettiva – il “corpo” come comunità di destino; dall’altro, rende estremamente difficile esprimere vulnerabilità. La vulnerabilità è percepita come una contraddizione logica rispetto al ruolo. Se sei chiamato a proteggere gli altri, come puoi ammettere di aver bisogno di protezione? Se devi garantire ordine, come puoi dichiarare che il tuo mondo interiore è nel caos? La sociologa Raewyn Connell, in Masculinities (1995), ha mostrato come nelle professioni tradizionalmente maschili – e le forze dell’ordine lo sono ancora in larga misura – si costruisca una “mascolinità egemonica” basata su forza, autocontrollo, stoicismo, rifiuto della dipendenza emotiva. Anche se il numero di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura organizzativa continua a premiare questi tratti. Il risultato è una socializzazione professionale che scoraggia sistematicamente la richiesta di aiuto. La ricerca di Michelle R. Tuckey e collaboratori (2012) sulla cultura del silenzio nelle forze di polizia ha documentato come la maggioranza degli agenti con sintomi depressivi non cerchi aiuto professionale, citando la paura dello stigma come motivazione principale. > Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni > segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera, > ma come una minaccia al senso stesso di sé. E qui entra in gioco un meccanismo psicologico cruciale: l’internalizzazione del ruolo. Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera, ma come una minaccia al senso stesso di sé. La psicologia del sé, da Kohut in poi, ha mostrato come l’identità sia costruita attraverso narrazioni coerenti. Se la mia narrazione identitaria è “sono un agente forte, affidabile, sempre in controllo”, riconoscere un momento di crisi diventa un atto destabilizzante. Non è solo dire “sto soffrendo”, è dire “forse non sono chi credevo di essere”. La gerarchia come ostacolo alla comunicazione del disagio Le organizzazioni militari e paramilitari funzionano secondo una logica verticale molto precisa. La catena di comando è il principio organizzativo fondamentale: ordini discendono dall’alto, responsabilità salgono dal basso. Questo modello è funzionale in situazioni operative, dove la rapidità decisionale e l’esecuzione coordinata sono essenziali. Ma quando si tratta di salute mentale, la gerarchia diventa un ostacolo strutturale. Gli studi sulle organizzazioni ad alta affidabilità (high reliability organizations) – ospedali, centrali nucleari, aviazione civile – hanno mostrato che uno dei principali fattori di rischio è la difficoltà nella comunicazione ascendente. Quando un subordinato percepisce che segnalare un problema potrebbe essere interpretato come incompetenza, è molto più probabile che taccia. Nelle forze dell’ordine, questo effetto è amplificato da una cultura che valorizza l’autonomia operativa e la capacità di “farcela da soli”. Ricerche addirittura precedenti sull’apprendimento organizzativo hanno introdotto il concetto di “sicurezza psicologica” (psychological safety): la percezione condivisa che sia possibile assumersi rischi interpersonali – come ammettere un errore, fare domande, esprimere preoccupazioni – senza essere puniti o umiliati. Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress. Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende a essere bassa. E questo ha conseguenze dirette sulla salute mentale. Un agente che sta attraversando una fase di forte stress – problemi familiari, esposizione a eventi traumatici, sintomi depressivi – difficilmente comunicherà il proprio stato al superiore, per paura di essere considerato “non idoneo”, di vedere sospeso il porto d’armi, di essere destinato a mansioni amministrative percepite come degradanti rispetto al gruppo. > Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone > imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress. > Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende > a essere bassa. Il paradosso è che proprio quando il supporto sarebbe più necessario i meccanismi organizzativi lo rendono inaccessibile. E questo non per malafede, ma per una logica istituzionale che fatica a integrare la dimensione della vulnerabilità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo su cui dovremmo interrogarci: la struttura gerarchica non è solo un ostacolo neutrale alla comunicazione. È un sistema che produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche, dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale diventa funzionale al mantenimento dell’ordine: chi soffre in silenzio non disturba, non rallenta, non mette in discussione. L’arma come presenza costante e fattore di rischio C’è un elemento materiale che differenzia gli operatori delle forze dell’ordine dalla maggior parte dei lavoratori: la disponibilità quotidiana di un’arma da fuoco. Questo aspetto è raramente discusso apertamente, ma la letteratura scientifica sul suicidio è molto chiara: l’accesso immediato a mezzi letali aumenta drasticamente la probabilità che un impulso suicidario si traduca in morte. La suicidologia distingue tra ideazione suicidaria, pianificazione e tentativo. Non tutte le persone che pensano al suicidio lo pianificano, e non tutte quelle che lo pianificano lo tentano. Ma uno dei fattori più predittivi del passaggio dall’idea all’azione è la disponibilità di un metodo altamente letale. Le armi da fuoco hanno un tasso di letalità superiore al 90%, contro il 3% per l’overdose di farmaci da banco e il 23% per l’impiccagione secondo i dati del Centers for Disease Control statunitense. Gli studi epidemiologici condotti negli Stati Uniti – dove la disponibilità di armi è molto più diffusa che in Europa – hanno documentato una correlazione significativa tra possesso di armi e rischio di suicidio, con un aumento del rischio del 300% rispetto a case senza armi, soprattutto tra gli uomini. Il 90% dei tentativi di suicidio con arma da fuoco risulta fatale entro pochi minuti, contro una media del 15% per altri metodi, che lasciano tempo per soccorso e pentimento. > La struttura gerarchica produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche, > dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale > sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale > diventa funzionale al mantenimento dell’ordine. Ma nelle forze dell’ordine la situazione è ancora più complessa: l’arma non è solo disponibile, è parte integrante dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di autorità, un oggetto familiare. I dati raccolti da John Violanti e Andrea Steege (2021) sul Federal Bureau of Investigation’s National Incident-Based Reporting System mostrano che tra gli agenti di polizia statunitensi il 93% dei suicidi completati avviene con l’arma d’ordinanza. In Italia, secondo i dati parziali raccolti dall’Osservatorio Nazionale sul Disagio e il Benessere nelle Forze di Polizia, tra il 2018 e il 2023 l’85% dei suicidi nelle forze dell’ordine è avvenuto con arma da fuoco, contro una media nazionale del 12% per la popolazione comune. La psicologia dell’azione suicidaria mostra che molti suicidi avvengono in momenti di crisi acuta, spesso preceduti da poche ore o minuti di pianificazione. In questi momenti, la presenza di un’arma può ridurre il tempo tra l’impulso e l’azione a una frazione di secondo. Non c’è tempo per la riflessione, per il pentimento, per la ricerca di aiuto: nel 24% dei casi di suicidio con arma da fuoco il tempo tra la decisione e l’azione è inferiore a cinque minuti. Ciò che rende questo aspetto particolarmente delicato è la relazione emotiva con l’arma. Per un agente, l’arma d’ordinanza non è solo uno strumento: è il segno tangibile della fiducia istituzionale, della capacità di esercitare autorità, del diritto-dovere di proteggere. Ma è anche il mezzo attraverso cui lo Stato delega l’uso legittimo della violenza. E questa violenza, che nelle operazioni quotidiane viene diretta verso l’esterno – verso il sospetto, il criminale, il deviante – può, in momenti di crisi, rivolgersi verso l’interno. L’arma diventa il punto di convergenza tra l’autorità dello Stato e la fragilità dell’individuo, tra il mandato di controllare e l’impossibilità di farlo. Rimuovere temporaneamente l’arma a qualcuno che sta attraversando una crisi è percepito come una sospensione dell’identità professionale. E questo rende estremamente difficile implementare protocolli preventivi che includano la gestione temporanea dell’armamento. Ma c’è una questione più profonda: l’arma non è solo un oggetto pericoloso per chi la porta. È il simbolo di un sistema che affida la risoluzione dei conflitti alla minaccia della forza, che forma le persone all’uso della violenza come strumento ordinario, e poi si sorprende quando quella violenza, non più contenibile, si riversa su chi dovrebbe esercitarla. > Nelle forze dell’ordine l’arma non è solo disponibile, è parte integrante > dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di > autorità, un oggetto familiare. Eppure, i programmi di prevenzione più avanzati includono proprio questo elemento: la possibilità di un ritiro temporaneo e non punitivo dell’arma in situazioni di stress acuto, accompagnato da supporto psicologico intensivo. In Norvegia, il protocollo implementato dal 2016 prevede che qualsiasi agente possa richiedere volontariamente un periodo di allontanamento dall’arma, fino a trenta giorni, senza conseguenze sulla carriera e con accesso immediato a supporto psicologico specializzato. I dati preliminari mostrano una riduzione del 40% nei suicidi tra agenti nei primi cinque anni di implementazione. Ma perché questo sia accettabile è necessario un cambio culturale profondo: l’arma deve essere vista come uno strumento professionale, non come un’estensione dell’identità. E questo significa interrogare l’intera relazione tra autorità e violenza. Modelli di prevenzione: cosa dice la ricerca La psicologia della prevenzione del suicidio ha fatto enormi progressi negli ultimi trent’anni. Sappiamo che il suicidio, contrariamente a credenze diffuse, è spesso prevedibile e prevenibile. Ma per farlo efficacemente, è necessario agire su più livelli: individuale, relazionale, organizzativo, culturale. I programmi di prevenzione più efficaci nelle organizzazioni ad alto rischio – e qui la ricerca si basa su esperienze maturate nelle forze armate, nei corpi di polizia, nei servizi di emergenza – condividono alcune caratteristiche fondamentali. Primo livello: la formazione alla consapevolezza. Non si tratta solo di insegnare ai singoli operatori a riconoscere i propri sintomi, ma di formare i superiori e i colleghi a intercettare segnali precoci di disagio. Gli studi sul peer support – il supporto tra pari – mostrano che le persone sono molto più propense a confidarsi con un collega che con un superiore gerarchico o con un professionista esterno. I programmi più avanzati includono la formazione di peer supporters: colleghi che ricevono una formazione specifica per ascoltare, orientare, e facilitare l’accesso a risorse professionali. Secondo livello: la supervisione strutturata. Nelle professioni cliniche – psicologi, psicoterapeuti – la supervisione è obbligatoria e continua. Nelle forze dell’ordine, invece, il debriefing psicologico dopo eventi critici è spesso facoltativo o limitato a situazioni estreme. La ricerca mostra invece che una supervisione regolare, non legata a eventi specifici, riduce significativamente il rischio di accumulo di stress traumatico. Non si tratta di “terapia”, ma di uno spazio protetto in cui elaborare le esperienze operative, normalizzare le reazioni emotive, condividere strategie di coping. Terzo livello: la destigmatizzazione del supporto psicologico. Finché chiedere aiuto sarà percepito come un segno di debolezza, i programmi di prevenzione avranno un’efficacia limitata. Alcune forze di polizia – ad esempio in Canada e nei paesi scandinavi – hanno integrato la figura dello psicologo direttamente nei team operativi, non come valutatore ma come risorsa. Questo cambia radicalmente la percezione: lo psicologo non è più qualcuno a cui si va quando “si ha un problema”, ma un professionista che accompagna costantemente il lavoro operativo. Quarto livello: i protocolli di gestione dell’arma. Alcuni dipartimenti di polizia hanno introdotto protocolli che permettono un ritiro temporaneo e volontario dell’arma da parte dell’operatore, o un ritiro deciso dal comando ma non punitivo, legato esclusivamente a situazioni di stress documentato. L’importante è che questa misura sia accompagnata da supporto intensivo e da un percorso chiaro di reintegrazione. Quinto livello: la leadership consapevole. Lo stile di leadership è uno dei più potenti predittori del benessere psicologico nei gruppi di lavoro: una leadership autoritaria e distante aumenta il rischio; una leadership supportiva e orientata alle persone lo riduce. Formare i comandanti a riconoscere e rispondere al disagio psicologico dei subordinati non è un optional, ma una competenza essenziale. Oltre l’individuo: ripensare la cultura organizzativa Tutti i programmi elencati sopra sono importanti, ma rischiano di rimanere interventi superficiali se non si accompagnano a un cambiamento più profondo della cultura organizzativa. E qui entriamo in un terreno più complesso, perché non si tratta semplicemente di aggiungere servizi o protocolli, ma di mettere in discussione alcuni assunti di fondo. Il primo assunto è che la forza emotiva sia una caratteristica stabile e individuale. In realtà, la psicologia contemporanea ci dice che la resilienza – la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti – non è un tratto di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente in qualsiasi condizione: la resilienza emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di recupero. Il secondo assunto è che l’espressione della vulnerabilità sia incompatibile con l’efficienza operativa. Anche questo è falso. Gli studi sulle high performing teams – dai Navy SEAL alle unità speciali – mostrano che i gruppi più efficaci sono quelli in cui esiste fiducia reciproca, comunicazione aperta, capacità di ammettere errori e limiti. L’idea che la durezza emotiva produca prestazioni migliori è un mito. Produce solo isolamento. Il terzo assunto è che il benessere psicologico sia responsabilità esclusiva dell’individuo. Questa concezione neoliberale della salute mentale – “sta a te prenderti cura di te stesso” – ignora completamente il ruolo delle condizioni strutturali. Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico, carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità dal sistema all’individuo. Come ha documentato Byung-Chul Han in La società della stanchezza (2012; nuova ed. 2020), la psicologizzazione del disagio sociale è uno dei principali meccanismi di occultamento delle responsabilità sistemiche. > La capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti non è un tratto > di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale > e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente: la resilienza > emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di > recupero. Per un vero cambiamento, è necessario che le istituzioni si assumano la responsabilità del benessere psicologico come parte integrante della missione organizzativa. Questo significa investire in personale sufficiente per ridurre il sovraccarico, garantire tempi di recupero adeguati, costruire ambienti di lavoro psicologicamente sicuri, valorizzare la comunicazione del disagio come segno di consapevolezza e non di debolezza. Ma significa anche interrogare la funzione stessa di queste istituzioni. Perché se il problema fosse solo organizzativo – questione di protocolli, di risorse, di formazione – i Paesi con maggiori investimenti in welfare e salute mentale non dovrebbero mostrare gli stessi pattern. Eppure li mostrano. Il che suggerisce che c’è qualcosa di strutturale nel rapporto tra autorità, violenza e sofferenza psichica che nessuna riforma organizzativa può risolvere da sola. L’autorità come sistema di violenza: oltre Milgram Quando si parla di forze dell’ordine, c’è un elefante nella stanza che i discorsi sul benessere psicologico raramente affrontano: il fatto che queste istituzioni sono, per definizione, agenzie di violenza legittima. Non è un giudizio morale, è una constatazione sociologica. Max Weber lo disse chiaramente: lo Stato moderno rivendica il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica. Le forze dell’ordine sono lo strumento attraverso cui questo monopolio viene esercitato quotidianamente. Gli esperimenti di Stanley Milgram (1963, 1974) sulla obbedienza all’autorità hanno mostrato qualcosa di profondamente disturbante: nelle giuste condizioni strutturali, persone ordinarie sono disposte a infliggere sofferenza ad altri semplicemente perché un’autorità legittima glielo ordina. L’esperimento è noto: i partecipanti credevano di somministrare scariche elettriche sempre più intense a un’altra persona (in realtà un attore) ogni volta che sbagliava una risposta. Il 65% arrivò a somministrare la scossa massima, potenzialmente letale, solo perché lo sperimentatore in camice bianco diceva “continui, per favore”. > Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico, > carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta > di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità > dal sistema all’individuo. Milgram identificò diversi fattori che facilitavano l’obbedienza: la legittimità dell’autorità, la presenza di una struttura gerarchica chiara, la distanza dalla vittima, la frammentazione della responsabilità, l’assenza di modelli di disobbedienza. Tutti questi fattori sono presenti, in forma amplificata, nelle organizzazioni militari e di polizia. L’uniforme conferisce legittimità, la catena di comando è rigidissima, le vittime della violenza sono spesso “altri” (criminali, devianti, stranieri), la responsabilità è diffusa nel “corpo”, e la cultura organizzativa punisce sistematicamente chi si discosta dagli ordini. Ma quello che Milgram ha documentato era la capacità dell’autorità di far compiere violenza ad altri. Cosa succede quando quella stessa struttura richiede agli individui di essere pronti a subire violenza, o a infliggerla a sé stessi attraverso il sacrificio della propria salute mentale? Quello che Philip Zimbardo (2007) ha chiamato “l’effetto Lucifero”: sistemi malati trasformano persone sane in agenti e vittime di violenza contemporaneamente. Nel famoso esperimento della prigione di Stanford (1971), Zimbardo assegnò casualmente alcuni studenti universitari al ruolo di guardie o prigionieri in una prigione simulata. In sei giorni, le “guardie” svilupparono comportamenti sadici, i “prigionieri” mostrarono segni di grave stress psicologico, e l’esperimento dovette essere interrotto. La conclusione di Zimbardo è devastante: non serve una predisposizione personale alla crudeltà. Bastano strutture di potere asimmetriche, ruoli rigidi, assenza di responsabilità esterna, e la deindividuazione che l’uniforme produce. Nelle forze dell’ordine reali, questi meccanismi non durano sei giorni. Durano anni, decenni, intere carriere. E la violenza non è simulata: è reale, interiorizzata, costante. Chi indossa la divisa è chiamato a infliggere ordine, ma paga il prezzo di una disciplina che normalizza il sacrificio di sé. Una questione di potere, non di cura C’è dunque un ultimo livello di analisi, quello che rende davvero scomodo guardare in faccia questo fenomeno: il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua a legittimare. La retorica pubblica sulle forze dell’ordine oscilla tra due estremi apparentemente opposti ma strutturalmente complementari: l’esaltazione dell’eroe in divisa, sempre pronto al sacrificio estremo, e la demonizzazione del repressore, strumento di un potere oppressivo. Entrambe le narrazioni, per quanto politicamente contrapposte, condividono lo stesso meccanismo di rimozione: disumanizzano. L’eroe non può avere paura perché la paura contraddirebbe l’eroismo, il repressore non merita compassione perché la compassione contraddirebbe la condanna. In entrambi i casi, la persona concreta che indossa la divisa scompare dietro la sua funzione simbolica. > Il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo > producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua > a legittimare. Il potere moderno non opera principalmente attraverso la repressione violenta ma attraverso la produzione di soggettività normalizzate. Le istituzioni disciplinari – scuole, ospedali, caserme, prigioni – non si limitano a controllare i corpi dall’esterno: producono individui che interiorizzano il controllo, che lo fanno proprio fino al punto di esercitarlo su sé stessi. L’agente che nasconde il proprio disagio per non apparire inadeguato non lo fa principalmente perché teme sanzioni esterne, ma perché ha interiorizzato così profondamente i criteri di valutazione istituzionali da applicarli a sé stesso prima ancora che lo faccia qualcun altro. Questa è la forma più efficace e più brutale di dominio: quella che trasforma i dominati in sorveglianti di sé stessi. Quando Beatrice Belcuore ha deciso che la sua sofferenza era incompatibile con la divisa che indossava, quando ha scelto di usare l’arma che lo Stato le aveva affidato per proteggere gli altri rivolgendola contro sé stessa, non ha compiuto un atto di follia individuale. Ha portato a compimento la logica implicita del sistema che l’aveva formata: se non sei all’altezza, se non reggi, se la tua fragilità emerge, allora non meriti di far parte del corpo. Il sistema non gliel’ha detto esplicitamente – nessun comandante le ha ordinato di suicidarsi – ma gliel’ha fatto capire attraverso mille segnali quotidiani, attraverso una cultura che valorizza la resistenza fino all’autodistruzione e che interpreta ogni richiesta di aiuto come ammissione di sconfitta. Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono in determinati contesti sociali e politici. Significa qualcosa di più complesso e più difficile: accettare che l’autorità non è una proprietà degli individui ma una relazione sociale, che chi esercita potere è anche sempre, simultaneamente, sottomesso a un potere superiore, che la catena di comando funziona tanto verso il basso quanto verso l’alto, e che le persone in divisa sono insieme agenti e vittime di un sistema che le usa e le consuma. La condizione umana è intrinsecamente esposta alla dipendenza e alla fragilità, e la negazione politica di questa vulnerabilità produce violenza – verso gli altri, ma anche e inevitabilmente verso sé stessi. Le società occidentali contemporanee hanno costruito un’idea di soggettività basata sull’autonomia assoluta, sulla capacità di bastare a sé stessi, sul rifiuto di ogni forma di dipendenza. Questa ideologia raggiunge il suo apice nelle professioni che incarnano l’autorità: chi deve proteggere non può aver bisogno di protezione, chi deve essere forte non può ammettere debolezza, chi rappresenta lo Stato non può mostrare che anche lo Stato, in fondo, è fatto di corpi fragili e mortali. > Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa > esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa > giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli > occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono. Ma è proprio questo rifiuto della vulnerabilità che la trasforma in patologia. Quando una società pretende che alcuni suoi membri incarnino un’invulnerabilità impossibile, quando costruisce istituzioni che puniscono sistematicamente ogni manifestazione di fragilità, quando offre come unica alternativa alla perfezione l’espulsione o l’autodistruzione, sta esercitando una forma di violenza strutturale che non è meno letale di quella fisica. I venticinque anni di Beatrice Belcuore, la pistola d’ordinanza accanto al suo corpo, il silenzio che ha avvolto la sua morte: tutto questo non è un’eccezione, un caso sfortunato, un destino individuale. È il funzionamento normale di un sistema che produce morte per poter continuare a pretendere vita. Cambiare paradigma significherebbe ammettere che le istituzioni armate non proteggono chi le serve, che la retorica del sacrificio maschera lo sfruttamento sistematico della salute mentale, che ogni suicidio in divisa è anche un omicidio istituzionale. Significherebbe riconoscere che il problema non è la debolezza degli individui ma la violenza delle strutture, non la mancanza di resilienza ma l’eccesso di pretese, non l’inadeguatezza di chi cede ma la brutalità di chi pretende resistenza infinita. E significherebbe, soprattutto, accettare che garantire sicurezza agli altri richiede prima di tutto garantirla a chi è chiamato a produrla, che proteggere i cittadini passa necessariamente attraverso la protezione di chi indossa la divisa, che un sistema che consuma i propri servitori non è un sistema efficiente ma un sistema che ha cessato di distinguere tra l’uso e l’abuso delle persone. Finché questo rovesciamento non avverrà, i turni resteranno massacranti, i segnali d’allarme continueranno a essere ignorati, le pistole d’ordinanza finiranno troppo spesso dove non dovrebbero essere. E ogni volta ci racconteremo che è stato un gesto isolato, un dramma personale, invece di riconoscere ciò che è davvero: il risultato prevedibile di un sistema che chiede agli individui di pagare con la propria vita ciò che l’istituzione si rifiuta di mettere in discussione. L'articolo Il silenzio della divisa proviene da Il Tascabile.
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