di Fabio Ciracì e Alessandro Cannavale
Il centenario della morte di Piero Gobetti (1901–1926) arriva in una stagione di
mutazioni profonde del lessico pubblico e dell’orizzonte civile. Proprio per
questo, ricordarlo non può ridursi a un rito: Gobetti non è solo un “martire del
fascismo” (pur essendolo), ma un intellettuale che ha lasciato una diagnosi
severa dell’Italia e un programma politico-morale che ha ancora una sua forza:
la “rivoluzione liberale”.
Per Gobetti il liberalismo non è la dottrina dell’equilibrio, né una semplice
tecnica di governo. È, piuttosto, un principio di formazione del cittadino ed un
metodo di analisi storico-politica. La libertà non è una condizione assunta, ma
una conquista: disciplina, responsabilità, capacità di reggere il conflitto
dentro forme pubbliche, producendo istituzioni e caratteri all’altezza della
vita civile. In questo senso, la libertà non vive in astratto, ma esiste solo
dentro condizioni sociali e politiche concrete. È anche per questo che il
liberalismo gobettiano sembra dialogare, per sensibilità e tensione, con le
future elaborazioni del socialismo liberale dei Rosselli e del
liberal-socialismo di Calogero: la libertà, se vuole essere reale, deve fare i
conti con la giustizia e con le disuguaglianze che la rendono sterile.
Al di là delle improbabili appropriazioni e disinvolte manipolazioni
dell’espressione gobettiana da parte del centro-destra negli anni Novanta, la
locuzione “rivoluzione liberale”, in Gobetti, va intesa in senso etico-politico:
è un processo di autonomizzazione della cittadinanza e di rigenerazione della
classe dirigente. La storia nazionale, nella sua lettura, è segnata da
un’insufficiente maturazione liberale, figlia di un Risorgimento “incompiuto”,
capace di raggiungere obiettivi esterni ma incapace di generare una vera
rivoluzione civile. Da qui la fragilità delle istituzioni rappresentative, la
persistenza del trasformismo, della corruzione, e la difficoltà a costruire una
sfera pubblica fondata su conflitto regolato da responsabilità e verità. La
“rivoluzione liberale” diventa allora un progetto di lunga durata, quello di
trasformare la libertà in fatto sociale, in pratica condivisa, in libertà
sostanziale.
Questa impostazione chiarisce anche la diagnosi gobettiana del fascismo. Il
fascismo non è solo “negazione” della libertà, è un fenomeno che intercetta e
radicalizza debolezze preesistenti—conformismi, opportunismi, inclinazione alla
delega, impoverimento del senso dello Stato, qualunquismo. Per questo
l’antifascismo, in Gobetti, è un metodo storico e analitico, uno “stile” della
vita pubblica. Significa autonomia, linguaggio non servile, criteri di
responsabilità. Le sue riviste—La Rivoluzione Liberale e Il Baretti—non furono
semplici sedi editoriali, ma dispositivi di “organizzazione della cultura” in
funzione politica: una pedagogia civile contro la paura e l’ottundimento.
Gobetti arriva a questa posizione intellettuale attraverso una formazione
composita e sorprendentemente moderna. Da Mosca assume la categoria della classe
dirigente come chiave interpretativa. Da Einaudi ricava un liberalismo attento
alla fecondità della lotta e ai problemi concreti; da Salvemini e
dall’ammirazione per Cattaneo eredita il rifiuto delle astrazioni e il gusto
dell’analisi reale; da Croce trae la distinzione fra politica (passione,
interessi) e cultura (ragione, verità) e il dovere dell’intellettuale di non
mettere l’intelligenza al servizio degli istinti del potere; dall’incontro con
Gramsci e dal materialismo storico ricava l’idea di una possibile nuova classe
dirigente nata nelle lotte del lavoro.
A cento anni, la “rivoluzione liberale” resta attuale come dispositivo critico,
poiché costringe a chiedersi se la democrazia sia amministrazione dell’esistente
o forma di vita esigente, capace di produrre cittadini autonomi e istituzioni
robuste. In questo senso Gobetti permane come “classico”, perché istituisce un
criterio severo di autoverifica per le società politiche che intendono dirsi
libere, le liberano dall’ipocrisia della democrazia formale che è facile
svuotarsi e scadere in forme di autoritarismo. Un pericolo oggi sempre più
presente.
L'articolo La ‘rivoluzione liberale’ di Piero Gobetti non c’entra con le
manipolazioni della destra: il messaggio è attuale proviene da Il Fatto
Quotidiano.