Nella storia della Resistenza italiana, accanto ai nomi più noti, spiccano
figure che hanno inciso in profondità, pur restando ai margini della memoria
pubblica. Emilio Canzi è una di queste. La sua vicenda è raccontata nel volume
Il comandante anarchico e le sue battaglie nel cuore del ’900. Emilio Canzi,
vita, lotta e memoria tra documenti e fotografie inedite di Christian Donelli,
Franco Sprega e Cristiano Maggi (Ravizza Editore, 2025).
Nato a Piacenza il 14 marzo 1893, si affaccia alla vita adulta in un’Italia
dilaniata dalla Prima Guerra Mondiale. Dopo aver prestato servizio come
bersagliere nel 1913 in Libia, viene arruolato in un battaglione di fanteria sul
fronte italo-austriaco, partecipa alla battaglia di Vittorio Veneto del 1918 ed
è promosso sergente maggiore. Aderisce al movimento anarchico, diventando nel
1921 istruttore e capo degli Arditi del Popolo piacentini, prima milizia
antifascista nata per contrastare le squadracce mussoliniane. Ricercato dalle
autorità fasciste, si rifugia insieme alla moglie Vittoria Parmeggiani a Parigi,
dove nasceranno i figli Bruna e Pietro ed entra in contatto con gli ambienti
degli esuli politici.
Quando nel 1936 esplode la guerra civile in Spagna, Canzi è tra i primi italiani
ad accorrere in difesa della Repubblica contro il franchismo. Combattente
valoroso, milita da comandante prima nella sezione italiana della Colonna Ascaso
(guadagnandosi il titolo di “colonnello anarchico”), insieme al giellista Carlo
Rosselli e all’anarchico Camillo Berneri (rispettivamente vittime nel 1937 della
repressione fascista e stalinista), poi nelle file delle Brigate internazionali
Garibaldi.
Rientra a Parigi, dove si impegna nel Comitato anarchico pro-Spagna, a sostegno
degli ex combattenti della Colonna italiana. Con la caduta della Francia nel
1940 e l’avanzata delle truppe tedesche, viene arrestato dalla polizia nazista,
condotto nel carcere de La Santé, poi in quello di Treviri e in seguito
internato nel campo di concentramento di Hinzert-Pölert, per essere infine
consegnato alle autorità italiane e confinato nell’isola di Ventotene.
Dopo la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 Canzi viene trasferito nel campo
di Renicci d’Anghiari, in provincia di Arezzo. L’8 settembre 1943, il giorno
dell’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani, tutti i prigionieri
fuoriescono dal campo, incluso Emilio Canzi, che torna nella sua terra natale
per organizzare la lotta partigiana sull’Appennino tosco-emiliano. Qui diventa
Comandante unico della XIII zona partigiana, con il nome di battaglia di “Ezio
Franchi” e, dopo la Liberazione, presidente della sezione piacentina dell’Anpi.
La sua morte avviene in circostanze non molto chiare: viene investito a
Piacenza, a bordo di una motocicletta, da una camionetta dell’esercito inglese.
Rimasto gravemente ferito, muore in ospedale il 17 novembre 1945 per una
broncopolmonite, dopo che gli è stata amputata la gamba sinistra. Il giorno dei
solenni funerali del 21 novembre la città di Piacenza proclama il lutto
cittadino: fra i messaggi di cordoglio quelli del Presidente del Consiglio
Ferruccio Parri e del segretario del Psiup Sandro Pertini, che lo definisce
“amico carissimo”. La sua tomba si trova nel cimitero di Peli di Coli, in
provincia di Piacenza, luogo simbolo della lotta partigiana sull’Appennino. Il
Comune di Piacenza gli ha dedicato una strada, mentre a Peli di Coli è stato
eretto un monumento in sua memoria.
Il libro Il comandante anarchico ha il merito di aprire per la prima volta
l’album privato di Canzi, facendo emergere, attraverso foto e documenti inediti,
anche la dimensione umana e affettiva, oltre che politica e militante, del
combattente: i legami familiari con la moglie e i figli, gli incontri con altri
protagonisti dell’antifascismo come Carlo Rosselli, Camillo Berneri e
l’anarchico siciliano Alfonso Failla, con cui ha condiviso il confino a
Ventotene e la reclusione nel campo di Renicci.
Partigiano internazionalista, antifascista senza compromessi, Canzi ha portato
nella Resistenza il contributo specifico dell’anarchismo: la lotta per
l’eguaglianza e la solidarietà, la diffidenza verso le gerarchie rigide, il
rifiuto di trasformare la lotta di liberazione in una nuova forma di potere
autoritario. Una posizione scomoda ma coerente fino in fondo con la sua idea
“esagerata” di libertà, pagata fino all’estremo sacrificio. Per tutte queste
ragioni la sua figura continua a parlare ancora agli uomini di oggi a 80 anni
dalla sua scomparsa.
L'articolo Il comandante anarchico, l’album privato di Emilio Canzi svela la
dimensione umana di un eroe della Resistenza proviene da Il Fatto Quotidiano.