Oggi comincia il Ramadan, il nono mese del calendario islamico e il più sacro
per i fedeli perché ricorda la prima rivelazione del Corano al profeta Maometto.
A Monfalcone, però, rischia anche di accendere ulteriormente il confronto sugli
spazi che i musulmani richiedono da anni e il centrodestra nega. Una parte in
particolare che ha il volto della leghista Anna Maria Cisint, sindaca della
cittadina fino al 2024 e oggi europarlamentare. Siamo in provincia di Gorizia
anche se Monfalcone per gli oltre 30 mila abitanti e il peso economico (la
presenza di Fincantieri, soprattutto) vale un capoluogo.
Ma partiamo dall’ultimo capitolo: il Ramadan, che rappresenta uno dei cinque
pilastri dell’Islam. Per questo i fedeli chiedevano con insistenza un luogo dove
riunirsi. Ed ecco che la soluzione è arrivata – paradossalmente o forse no –
proprio dalla Chiesa cattolica. Due sacerdoti si sono fatti avanti: monsignor
Paolo Zuttion ha messo a disposizione lo spazio delle Stalle Rosse, nel vicino
paese di Staranzano. Si è fatto avanti anche don Flavio Zanetti che ha offerto
l’oratorio di San Michele. Insomma, proprio dal mondo cattolico sono arrivate
parole di apertura nei confronti dei “concorrenti”: “Basta paure e diffidenze
reciproche. Pregare è un vostro diritto, gli spazi ve li diamo noi”, ha detto la
Chiesa, come riporta anche il quotidiano triestino Il Piccolo. Così, almeno per
il Ramadan, il nodo sembra essere sciolto. Ma questa è una storia solo
apparentemente locale; in realtà affronta discorsi nazionali. C’è innanzitutto
la questione politica dei migranti.
Non è un caso semplice, va detto. Monfalcone ha, appunto, trentamila abitanti,
ma la presenza di immigrati qui è tra le più alte d’Italia: sono oltre 9mila,
quasi il trenta per cento della popolazione. Molti provengono dal Bangladesh e
lavorano per Fincantieri. O meglio, per le ditte che operano in subappalto per
il colosso pubblico della cantieristica.
E qui il primo punto è appunto politico. Il centrodestra da anni contrasta a
muso duro le richieste della comunità musulmana di avere un posto dove pregare.
A cominciare da Cisint. Uno scontro che è finito nelle aule della giustizia
(amministrativa, non penale): non riuscendo a ottenere il via libera per
costruirsi un luogo di culto, i fedeli musulmani hanno cercato di riunirsi in
locali affittati e adattati a centri di preghiera. Cisint, in punta di diritto,
ha contestato la scelta dicendo che era stato attuato un cambio di destinazione
d’uso dei locali. Risultato: in linea di principio il Consiglio di Stato dava
ragione ai fedeli perché devono avere un luogo dove praticare il loro culto. Ma
poi le sentenze di merito riconoscevano che la legge non consente cambi di
destinazione d’uso. Insomma, i leghisti, tanto critici nei confronti della
giustizia, alla fine hanno visto spesso riconosciute le loro ragioni. Sia pure
per ragioni urbanistiche.
La questione della presenza massiccia dei migranti andrà prima o poi affrontata
dalla politica, ma pure da Fincantieri già criticata per il suo atteggiamento
anche, per esempio, a Sestri Ponente (Genova). Non c’è dubbio che a Monfalcone
come in Liguria l’improvviso arrivo di molte migliaia di migranti abbia
stravolto in pochi anni la stessa fisionomia delle cittadine nonché i servizi:
scuole, ospedali, trasporti pubblici, negozi, assistenza sociale, rapporti tra
comunità che non si parlano – semplicemente per questioni linguistiche – più
ancora che la sicurezza, perché la comunità del Bangladesh tradizionalmente non
pone gravi problemi. Nemmeno il nodo dell’occupazione sembra essere il più
acuto, perché i migranti danno un contributo essenziale a un’impresa chiave del
territorio.
E qui la politica deve decidere che atteggiamento avere: chiudere la porta in
faccia oppure trovare una strada non certo facile per garantire a tutti i
diritti e per non far sentire gli italiani stranieri a casa propria.
Fosse pure soltanto nella vita di tutti i giorni, con le piazze e i luoghi di
ritrovo che fino al pomeriggio sono affollati di italiani – accade a Monfalcone
come a Sestri Ponente – mentre dalle cinque del pomeriggio in poi pare di
ritrovarsi in una città ‘asiatica’. Vale anche per negozi, ristoranti e bar dove
le attività commerciali tradizionali cominciano a essere sostituiti da quelli
gestite da migranti. Cambiano voci, colori, profumi. Cambia l’identità dei
luoghi.
Ma lo Stato e i comuni, anche per mancanza di risorse, non riescono a trovare
soluzioni per un fenomeno così massiccio e repentino. E qui in tanti puntano il
dito verso Fincantieri che, come si diceva, ha vissuto un boom delle commissioni
e si rivolge con una certa disinvoltura – non sono mancate inchieste
giornalistiche anche su Il Fatto – ai subappalti. In pratica il gigante pubblico
costruisce il suo successo su ditte che poi assumono, a condizioni non sempre
chiare, molte migliaia di migranti.
Un fenomeno che, per dire, ha avuto pesanti effetti sul mercato immobiliare: a
Monfalcone come in Liguria ormai gli abitanti originari del posto stentano a
trovare case perché proprietari e agenzie immobiliari puntano su contratti
talvolta fuori mercato con i migranti. Comprare una casa è quasi impossibile, al
massimo se ne possono trovare in affitto, ma a prezzi proibitivi.
Fincantieri, a detta di molti, non è parsa curarsi troppo degli stravolgimenti
sociali che la sua presenza provoca. Basta ascoltare quello che dice Emma, madre
di una bambina, mentre cammina per la centralissima piazza della Repubblica a
Monfalcone: “Nella classe di mia figlia ormai i bambini italiani sono la
minoranza. E vale anche per le cure sanitarie… i nostri ospedali sono a tappo
perché improvvisamente gli utenti sono aumentati a dismisura”. Emma aggiunge:
“Io non sono di destra, non ho niente contro i migranti, ma non si può negare il
problema, altrimenti finirà per esserci una guerra tra poveri. E Fincantieri
deve contribuire a risolvere i nostri disagi. Deve mette risorse per le scuole,
gli ospedali, semplicemente per insegnare l’italiano a tutta questa gente.
Altrimenti vivremo in città spaccate in due”.
Finora il confronto, anche piuttosto teso, tra istituzioni e Fincantieri non ha
portato a molto. L’amministratore delegato della società pubblica, Pierroberto
Forgiero, ha sempre risposto alle accuse ricordando che i cantieri sono
essenziali anche per il territorio e che per certe lavorazioni i migranti sono
indispensabili. Va avanti così da anni. Oggi, finalmente, si parla di un dialogo
aperto tra comuni e società, di un protocollo di intesa che potrebbe arrivare in
primavera.
Si vedrà. Ma intanto, tra Monfalcone e Ponente genovese, la soluzione spesso è
arrivata dal volontariato. In provincia di Gorizia, appunto, è stata la Chiesa
ad aprire le porte ai fedeli musulmani per il Ramadan. A Genova è stato
Sant’Egidio a organizzare scuole di italiano per stranieri (ma anche Lotta
Comunista si è impegnata in questo senso).
Iniziative, come quelle di Monfalcone, non hanno nessun intento politico. Ma
rivelano ancora una volta un approccio diverso alla questione dell’accoglienza
tra la Chiesa e il centrodestra. E spesso non sono gradite soprattutto dal mondo
leghista. Insomma, non è soltanto una storia locale di Monfalcone, ma italiana.
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