Oggi comincia il Ramadan, il nono mese del calendario islamico e il più sacro
per i fedeli perché ricorda la prima rivelazione del Corano al profeta Maometto.
A Monfalcone, però, rischia anche di accendere ulteriormente il confronto sugli
spazi che i musulmani richiedono da anni e il centrodestra nega. Una parte in
particolare che ha il volto della leghista Anna Maria Cisint, sindaca della
cittadina fino al 2024 e oggi europarlamentare. Siamo in provincia di Gorizia
anche se Monfalcone per gli oltre 30 mila abitanti e il peso economico (la
presenza di Fincantieri, soprattutto) vale un capoluogo.
Ma partiamo dall’ultimo capitolo: il Ramadan, che rappresenta uno dei cinque
pilastri dell’Islam. Per questo i fedeli chiedevano con insistenza un luogo dove
riunirsi. Ed ecco che la soluzione è arrivata – paradossalmente o forse no –
proprio dalla Chiesa cattolica. Due sacerdoti si sono fatti avanti: monsignor
Paolo Zuttion ha messo a disposizione lo spazio delle Stalle Rosse, nel vicino
paese di Staranzano. Si è fatto avanti anche don Flavio Zanetti che ha offerto
l’oratorio di San Michele. Insomma, proprio dal mondo cattolico sono arrivate
parole di apertura nei confronti dei “concorrenti”: “Basta paure e diffidenze
reciproche. Pregare è un vostro diritto, gli spazi ve li diamo noi”, ha detto la
Chiesa, come riporta anche il quotidiano triestino Il Piccolo. Così, almeno per
il Ramadan, il nodo sembra essere sciolto. Ma questa è una storia solo
apparentemente locale; in realtà affronta discorsi nazionali. C’è innanzitutto
la questione politica dei migranti.
Non è un caso semplice, va detto. Monfalcone ha, appunto, trentamila abitanti,
ma la presenza di immigrati qui è tra le più alte d’Italia: sono oltre 9mila,
quasi il trenta per cento della popolazione. Molti provengono dal Bangladesh e
lavorano per Fincantieri. O meglio, per le ditte che operano in subappalto per
il colosso pubblico della cantieristica.
E qui il primo punto è appunto politico. Il centrodestra da anni contrasta a
muso duro le richieste della comunità musulmana di avere un posto dove pregare.
A cominciare da Cisint. Uno scontro che è finito nelle aule della giustizia
(amministrativa, non penale): non riuscendo a ottenere il via libera per
costruirsi un luogo di culto, i fedeli musulmani hanno cercato di riunirsi in
locali affittati e adattati a centri di preghiera. Cisint, in punta di diritto,
ha contestato la scelta dicendo che era stato attuato un cambio di destinazione
d’uso dei locali. Risultato: in linea di principio il Consiglio di Stato dava
ragione ai fedeli perché devono avere un luogo dove praticare il loro culto. Ma
poi le sentenze di merito riconoscevano che la legge non consente cambi di
destinazione d’uso. Insomma, i leghisti, tanto critici nei confronti della
giustizia, alla fine hanno visto spesso riconosciute le loro ragioni. Sia pure
per ragioni urbanistiche.
La questione della presenza massiccia dei migranti andrà prima o poi affrontata
dalla politica, ma pure da Fincantieri già criticata per il suo atteggiamento
anche, per esempio, a Sestri Ponente (Genova). Non c’è dubbio che a Monfalcone
come in Liguria l’improvviso arrivo di molte migliaia di migranti abbia
stravolto in pochi anni la stessa fisionomia delle cittadine nonché i servizi:
scuole, ospedali, trasporti pubblici, negozi, assistenza sociale, rapporti tra
comunità che non si parlano – semplicemente per questioni linguistiche – più
ancora che la sicurezza, perché la comunità del Bangladesh tradizionalmente non
pone gravi problemi. Nemmeno il nodo dell’occupazione sembra essere il più
acuto, perché i migranti danno un contributo essenziale a un’impresa chiave del
territorio.
E qui la politica deve decidere che atteggiamento avere: chiudere la porta in
faccia oppure trovare una strada non certo facile per garantire a tutti i
diritti e per non far sentire gli italiani stranieri a casa propria.
Fosse pure soltanto nella vita di tutti i giorni, con le piazze e i luoghi di
ritrovo che fino al pomeriggio sono affollati di italiani – accade a Monfalcone
come a Sestri Ponente – mentre dalle cinque del pomeriggio in poi pare di
ritrovarsi in una città ‘asiatica’. Vale anche per negozi, ristoranti e bar dove
le attività commerciali tradizionali cominciano a essere sostituiti da quelli
gestite da migranti. Cambiano voci, colori, profumi. Cambia l’identità dei
luoghi.
Ma lo Stato e i comuni, anche per mancanza di risorse, non riescono a trovare
soluzioni per un fenomeno così massiccio e repentino. E qui in tanti puntano il
dito verso Fincantieri che, come si diceva, ha vissuto un boom delle commissioni
e si rivolge con una certa disinvoltura – non sono mancate inchieste
giornalistiche anche su Il Fatto – ai subappalti. In pratica il gigante pubblico
costruisce il suo successo su ditte che poi assumono, a condizioni non sempre
chiare, molte migliaia di migranti.
Un fenomeno che, per dire, ha avuto pesanti effetti sul mercato immobiliare: a
Monfalcone come in Liguria ormai gli abitanti originari del posto stentano a
trovare case perché proprietari e agenzie immobiliari puntano su contratti
talvolta fuori mercato con i migranti. Comprare una casa è quasi impossibile, al
massimo se ne possono trovare in affitto, ma a prezzi proibitivi.
Fincantieri, a detta di molti, non è parsa curarsi troppo degli stravolgimenti
sociali che la sua presenza provoca. Basta ascoltare quello che dice Emma, madre
di una bambina, mentre cammina per la centralissima piazza della Repubblica a
Monfalcone: “Nella classe di mia figlia ormai i bambini italiani sono la
minoranza. E vale anche per le cure sanitarie… i nostri ospedali sono a tappo
perché improvvisamente gli utenti sono aumentati a dismisura”. Emma aggiunge:
“Io non sono di destra, non ho niente contro i migranti, ma non si può negare il
problema, altrimenti finirà per esserci una guerra tra poveri. E Fincantieri
deve contribuire a risolvere i nostri disagi. Deve mette risorse per le scuole,
gli ospedali, semplicemente per insegnare l’italiano a tutta questa gente.
Altrimenti vivremo in città spaccate in due”.
Finora il confronto, anche piuttosto teso, tra istituzioni e Fincantieri non ha
portato a molto. L’amministratore delegato della società pubblica, Pierroberto
Forgiero, ha sempre risposto alle accuse ricordando che i cantieri sono
essenziali anche per il territorio e che per certe lavorazioni i migranti sono
indispensabili. Va avanti così da anni. Oggi, finalmente, si parla di un dialogo
aperto tra comuni e società, di un protocollo di intesa che potrebbe arrivare in
primavera.
Si vedrà. Ma intanto, tra Monfalcone e Ponente genovese, la soluzione spesso è
arrivata dal volontariato. In provincia di Gorizia, appunto, è stata la Chiesa
ad aprire le porte ai fedeli musulmani per il Ramadan. A Genova è stato
Sant’Egidio a organizzare scuole di italiano per stranieri (ma anche Lotta
Comunista si è impegnata in questo senso).
Iniziative, come quelle di Monfalcone, non hanno nessun intento politico. Ma
rivelano ancora una volta un approccio diverso alla questione dell’accoglienza
tra la Chiesa e il centrodestra. E spesso non sono gradite soprattutto dal mondo
leghista. Insomma, non è soltanto una storia locale di Monfalcone, ma italiana.
L'articolo Monfalcone, gli spazi per pregare durante il Ramadan? Li darà la
Chiesa cattolica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un anziano contromano sulla A28 (Portogruaro-Conegliano): a evitare il peggio è
stato un agente della polizia Stradale, capace di saltare in corsa sulla
macchina contro mano e a invertirne il senso di marcia. Non è la scena di un
film, ma quello che è accaduto lo scorso 27 gennaio. Erano le 22.45 e una
pattuglia era impegnata in un controllo su un camion in A28, vicino alla
barriera di Portogruaro, quando gli agenti hanno notato una Opel Mokka fare
inversione e iniziare a guidare in senso contrario. Alla guida dell’automobile
c’era un anziano di Latisana, classe 1943. L’uomo avrebbe percorso 5 chilometri
contromano.
I poliziotti lo hanno raggiunto e affiancato, ma lampeggianti e sirene sono
risultati inutili. L’uomo, nonostante l’invito ad accostare, continuava a
procedere a 90 all’ora. Impossibile attirare la sua attenzione. La pattuglia ha
allora raggiunto in fretta lo svincolo di Sesto al Reghena e ha fermato le auto
dirette a Portogruaro per evitare collisioni. I poliziotti hanno posizionato
l’auto – sempre con lampeggianti e sirene attivati – a cavallo tra le due
corsie. Il capo pattuglia, armato di torcia e bandiera, ha iniziato a camminare
verso la Opel Mokka, facendo segnalazioni verso l’auto per fermarla. Il collega
ha invece cominciato a risalire la corsia di emergenza a ritroso per fermare chi
stava arrivando.
Nonostante l’auto della Polstrada in mezzo alla carreggiata, sirene e
lampeggianti sempre accesi, l’anziano ha rallentato ma non si è fermato. A quel
punto il capo pattuglia, con un gesto rapido, è riuscito ad aprire in corsa la
portiera del guidatore, a spingerlo verso il lato passeggero e a posizionarsi al
posto di guida, così da invertire il senso di marcia, posizionando l’auto in
corsia di emergenza. L’anziano, agitato e confuso, ripeteva di dover tornare a
casa, a Latisana. I due poliziotti gli hanno dato assistenza e, dopo avergli
contestato la violazione del Codice della strada, lo hanno accompagnato fino a
Portogruaro indicandogli la corretta direzione per raggiungere Latisana.
L'articolo Auto in contromano sulla A28. L’agente salta in corsa sull’auto ed
evita la tragedia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due valanghe oggi in Friuli Venezia Giulia, con un disperso e una persona
estratta ferita. Una è avvenuta a Sella Nevea, a circa 2000 metri di quota lungo
l’itinerario di scialpinismo che porta da Sella Ursic alla Conca Prevala. La
valanga ha travolto una persona che faceva parte di un gruppo di cinque, a
quanto sembra tutti di nazionalità slovena. La persona è stata estratta dalla
neve dai compagni di escursione, era cosciente, ma ferita e in ipotermia. È
stata stabilizzata dall’elisoccorso regionale e trasportata a Sella Nevea, poi a
Udine in ospedale. Sul posto un’unità cinofila da valanga, un medico del
Soccorso Alpino, un tecnico di elisoccorso, personale della Guardia di Finanza,
tecnici della stazione di Cave del Predil del Soccorso Alpino e la Polizia di
Stato. Si è trattato di una valanga importante, con un fronte di cinquanta metri
e un dislivello di circa duecento metri.
Il primo allarme è scattato intorno alle 14:30 a Casera Razzo. A chiamare il 112
un testimone che ha notato una persona travolta (l’unica coinvolta nella valanga
di Casera Razzo). La valanga è caduta all’incirca a 1800 metri di quota, non
distante dal Col Merende e da Forcella Tragonia, sotto un rilievo di 1930 metri.
Sul posto, poco lontano, erano in esercitazione squadre del Soccorso Alpino
proveniente da Friuli–Venezia Giulia e Veneto, con presente una Unità Cinofila
da valanga. Sono stati chiamati altri rinforzi per operare sul luogo della
valanga: oltre all’elicottero della Protezione Civile, anche l’elicottero dei
Vigili del Fuoco e l’elicottero dell’elisoccorso regionale.
Presenti anche soccorritori della Guardia di Finanza e in totale tre unità
cinofile da valanga. Al momento la persona segnalata risulta ancora dispersa ma
le operazioni sono ancora in corso. I soccorritori stanno operando in condizioni
difficili e in luoghi – come quello della zona di Casera Razzo, sul monte
Tiarfin – che non sono coperti da rete telefonica. Secondo il bollettino
valanghe diffuso dalla Protezione civile Fvg, il livello di pericolo valanghe è
salito nelle ultime ore sulle montagne del Friuli Venezia Giulia e per oggi dava
grado 3 sopra i 1.400 metri.
L'articolo Due valanghe in Friuli: sei persone travolte. Una è dispersa,
un’altra estratta e in ipotermia proviene da Il Fatto Quotidiano.
A 10 anni dalla loro abolizione tornano in Friuli Venezia Giulia le Province,
che adesso si chiameranno “enti di area vasta” i cui organi saranno eletti
direttamente dai cittadini. Con 110 voti favorevoli, 50 contrari e 3 astensioni
l’aula del Senato ha, infatti, approvato il disegno di legge costituzionale di
riforma dello Statuto speciale della Regione. È il quarto e ultimo passaggio che
dà il via libero definitivo alla legge, di iniziativa del Consiglio regionale
del Friuli Venezia Giulia, che modifica anche la disciplina del referendum
confermativo sulla legge su forma di governo e sistema elettorale regionale
(spetterà a una legge regionale ad hoc) e prevede un numero fisso di consiglieri
regionali, cioè 49, e non più in base al numero dei residenti.
A favore hanno votato le forze del centrodestra. In base alle dichiarazioni di
voto, tra le opposizioni contrari Movimento 5 stelle e Partito democratico,
favorevole Alleanza Verdi–Sinistra mentre Italia viva si è astenuta. “Al netto
di alcuni interventi di coordinamento, questa riforma compie tre scelte
sbagliate: scollega la rappresentanza dalla demografia, indebolisce il diritto
dei cittadini a esprimersi con il referendum su materie cruciali e reintroduce
di fatto le Province con un altro nome, aggiungendo ulteriore confusione
amministrativa”, ha commentato il capogruppo del M5s al Senato, Stefano
Patuanelli. La senatrice Tatjana Rojc (Pd) ha attaccato la maggioranza: “Non
avete voluto ascoltare nulla, non avete voluto far tesoro delle esperienze del
passato, avete pensato che vincere le elezioni vi desse la facoltà di fare e
disfare a prescindere dell’evoluzione delle istituzioni“. Esulta, invece, il
governatore Massimiliano Fedriga: “L’approvazione segna il coronamento di un
impegno preso con la comunità regionale”, ha dichiarato. All’abolizione delle
Province si era arrivati oltre 10 anni fa quando al posto del presidente
leghista c’era la dem Debora Serracchiani.
Soddisfatto anche il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che
punta adesso a restaurare le Province in tutto il territorio nazionale. “Il voto
di oggi in Senato non è solo una concreta attuazione dell’autonomia del Friuli
Venezia Giulia, ma è soprattutto la giusta conclusione di un percorso iniziato
da tempo e che vede il Parlamento rispondere a una richiesta precisa da parte
del territorio: avere la possibilità di dare risposte ai cittadini con
istituzioni vicine a loro”, commenta il leghista. “Ne sono convinto da sempre e
ritengo sia la strada giusta in senso generale“, continua Calderoli auspicando
che “l’elezione diretta sia del presidente che del Consiglio provinciale” in
Friuli “possa essere lo spunto per far ripartire il percorso della riforma delle
Province e il ripristino dell’elezione diretta, nell’interesse di tutti i
territori“.
Già lo scorso anno il governo di Giorgia Meloni aveva iniziato a riparlare di
ripristino delle Province. Ma lo scetticismo della premier (preoccupata dalla
reazione dell’elettorato) aveva portato a posticipare l’argomento. Adesso però
sembra chiara la spinta della destra verso la resurrezione delle poltrone di 107
consigli e giunte provinciali. Attualmente è ancora in vigore la riforma
cosiddetta “svuotaprovince” targata Graziano Delrio, Ministro per gli affari
regionali e le autonomie con il governo Letta, approvata in Parlamento
nell’aprile del 2014 con l’esecutivo di Matteo Renzi. Una legge che doveva
durare due anni: una formula transitoria per traghettare gli enti verso la
liquidazione definitiva prevista nella riforma costituzionale targata
Renzi-Boschi. Ma la bocciatura del referendum del 2016, però, fece abortire il
piano. Così le Province, anche se vuotate, sono rimaste in vita con tanto di
elezione di secondo livello per gli organi di governo, cioè votano solo i
sindaci e i consiglieri comunali della provincia.
A favore del ritorno all’elezione diretta in tutte le altre regioni è anche
Pasquale Gandolfi, presidente dell’Unione delle Province d’Italia, che definisce
la riforma del 2014 “inutile e dannosa“. “L’augurio – afferma – è che questo
voto del Parlamento faccia finalmente ripartire la discussione sull’urgente
revisione delle norme ordinamentali sulle Province in tutto il Paese, per fare
chiarezza sulle funzioni di queste istituzioni, sulle risorse necessarie ad
esercitarle e sul sistema di governance degli organi”.
L'articolo Tornano le Province in Friuli: c’è l’ok definitivo del Senato.
Calderoli: “Ora l’elezione diretta anche nel resto d’Italia” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un sistema illecito finalizzato a garantire appalti pubblici per l’acquisto di
scuolabus. Succede in Friuli Venezia-Giulia e a essere favorita sarebbe
un’azienda con sede in provincia di Venezia, vincitrice di tutte le gare
esaminate. L’inchiesta, denominata “Filobus”, è coordinata dalle Procure di
Udine e Pordenone ed è partita nel 2022 da un’indagine della Guardia di finanza
di Udine che ha ricostruito 14 procedure di gara bandite tra le due città
friulane dal valore complessivo superiore a 1,6 milioni di euro. Gare tutte
vinte dalla società veneta.
Le Fiamme Gialle hanno perquisito diversi uffici tecnici in vari enti locali e
hanno sequestrato fascicoli di gara e computer ai funzionari coinvolti. Sarebbe
emerso – soprattutto dalle mail – un sistema di “accordi illeciti” collaudato
perfettamente che vedeva attori i funzionari pubblici e il responsabile
commerciale dell’azienda interessata. Il meccanismo, da quanto ricostruito, era
questo: l’agente dell’azienda poi vincitrice contattava gli uffici comunali per
presentare i mezzi e le offerte economiche, ma lo faceva prima della stesura del
bando a cui collaborava per stendere i capitolati d’appalto. All’interno di
essi, inseriva specifiche tecniche tanto dettagliate da corrispondere
esattamente ai mezzi prodotti dalla sua azienda. In questo modo il bando veniva
regolarmente pubblicato ma con concorrenza nulla. La società partecipava
all’avviso proponendo ribassi minimi (il prezzo era già concordato) e si
garantiva così la “vittoria”.
E ora 18 funzionari pubblici e l’agente di vendita della società favorita sono
segnalati alle due Procure sopracitate secondo l’articolo 353-bis del Codice
Penale “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”. Il reato
prevede fino a cinque anni di carcere e l’indagine ha evidenziato profili di
responsabilità erariale per alcuni funzionari pubblici rei di non aver
contestato il raddoppio dei costi nella fornitura degli scuolabus e di non aver
garantito l’applicazione delle penali previste per alcuni ritardi nelle
consegne. A valutare su di un possibile rimborso alle casse pubbliche la Corte
dei Conti di Trieste. Intanto è stato definito il primo grado di quattro
procedimenti, i primi a essere svolti. Il Tribunale di Udine ha emesso due
sentenze di condanna e due con patteggiamento.
L'articolo Appalti scuolabus “truccati” in Friuli: 19 indagati e già quattro
condanne proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Siamo sott’acqua da stanotte. Ancora non è arrivato nessuno. Tutto sotto
l’acqua. La campagna è un lago. Frigoriferi e celle spente. Le stanze appena
sistemate sono di nuovo completamente rovinate”. È un grido d’aiuto misto a
rabbia e frustrazione quello lanciato via social da Antonia Klugmann. La celebre
chef, già giudice di Masterchef, ha visto il suo ristorante stellato, “L’Argine
a Vencò” a Dolegna del Collio (Gorizia), finire letteralmente sommerso
dall’alluvione che ha flagellato il Friuli Venezia Giulia nelle ultime ore. Una
notte da incubo, documentata con video su Instagram che mostrano la cucina
invasa dall’acqua e il fango che copre i pavimenti, che ha spinto la chef a una
dura riflessione sulla gestione del territorio e delle priorità nazionali.
Il dramma si è consumato nella tarda serata di ieri, mentre il ristorante era in
piena attività. “Quando è iniziata l’emergenza la sala era piena”, ha raccontato
la Klugmann all’Ansa. “Abbiamo evacuato lo staff e tutti i clienti e abbiamo
messo immediatamente i sacchi a protezione della cucina”. Misure di emergenza
che, purtroppo, si sono rivelate insufficienti contro la furia degli elementi.
In pochi minuti, il fango ha invaso la sala e sommerso la cucina. La chef e il
suo staff sono stati costretti a rifugiarsi ai piani alti: “Abbiamo dormito
nelle camere del piano di sopra, l’intero ristorante è sott’acqua“. Il danno è
reso ancora più amaro da una beffa temporale: le stanze al piano terra,
devastate dal fango, erano state riaperte solo una settimana fa, dopo un anno e
mezzo di lavori per rimediare a una precedente esondazione.
Di fronte alla devastazione della sua terra – la stessa ondata di maltempo ha
colpito duramente la zona di Brazzano di Cormons, dove si cercano due dispersi
travolti da una frana – Antonia Klugmann ha rotto il suo consueto riserbo su
temi extra-culinari per lanciare un appello politico e sociale. “Normalmente non
affronto temi che esulano dalla mia competenza, non è nel mio stile”, ha
premesso la chef. “Ma dopo una notte così, quando sento parlare di miliardi
spesi per il ponte di Messina e nulla per un’emergenza collettiva, che riguarda
ogni regione d’Italia, penso che quella proposta sia dura da sostenere”.
La sua analisi è lucida: “Bisogna decidere che cosa è più importante: secondo me
è la sicurezza dei cittadini e di tutto ciò che ci circonda”. Klugmann
sottolinea l’inutilità degli sforzi privati senza un piano strutturale pubblico:
“Abbiamo investito decine di migliaia di euro, solo quest’anno, per la
sicurezza. Abbiamo fatto la nostra parte come privati cittadini, ma non è
servito a nulla perché siamo piccoli”. Nonostante la conta dei danni ingenti
alla sua attività, il pensiero della chef è andato immediatamente a chi, in
queste ore, sta vivendo il dramma peggiore: “Io e mia sorella Vittoria, prima di
ogni altra cosa, vogliamo esprimere vicinanza alle famiglie dei due dispersi e
alle trecento persone evacuate”, ha dichiarato. “Noi abbiamo avuto danni
materiali gravi, ma le famiglie di Brazzano stanno vivendo un incubo e una
tragedia personale”. Resta l’amarezza per un paesaggio, quello del Collio, che
non è solo una cartolina per turisti, ma “l’identità stessa del Paese“.
Un’identità che, senza “un ragionamento strutturale sul territorio”, rischia di
finire sempre più spesso sott’acqua.
L'articolo “La cucina è sommersa, abbiamo dovuto evacuare i clienti. Invece che
al ponte di Messina si pensi alla gente”: la chef Antonia Klugmann mostra il suo
ristorante allagato dall’alluvione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Spara al friulano. Fa discutere il finanziamento donato dalla Regione Friuli
Venezia Giulia ai produttori del celebre game online. Per diventare infatti la
prima regione italiana ad essere mappata in 3D negli scenari del celebre
videogioco sparatutto, Fedriga&Co hanno speso, come scrive Today, 86mila euro.
Si tratta però di una forma di promozione turistica del territorio molto
precisa. Sulla celebre piattaforma di gaming che conta nel mondo 650 milioni di
utenti, di cui 14 milioni solo in Italia, dal 20 settembre sono infatti attive
le mappe di Trieste, Udine, Pordenone, Gorizia e Palmanova. Non mancano località
più prettamente di vacanza come Piancavallo, Tarvisio, i laghi di Fusine, la
laguna di Marano, i fiumi Tagliamento e Isonzo.
Inoltre, tra una mitragliata e l’altra, appariranno i prodotti tipici del Friuli
come il frico, il prosciutto di San Daniele e l’uva. Il presidente della
Regione, Massimiliano Fedriga, ha scansato ogni possibile polemica – su Fortnite
Battle Royale l’obiettivo è quello di ammazzare i concorrenti avversari per
sopravvivere ndr – ha spiegato a fine settembre durante la presentazione
ufficiale: “Vogliamo raggiungere un target molto interessante, quello dei
giovani fino ai 25 anni e promuovere il nostro territorio attraverso
un’interazione attiva”.
A sviluppare la versione friulana di Fortnite ci ha pensato Novo Esports in
collaborazione con PromoTurismoFVG. Insomma, turismo e gaming insieme per
intercettare i giovani. Le mappe da scaricare sono già online gratuitamente ma
verrà fatto partire anche un torneo che metterà in palio, per i primi 5
classificati, voucher per un soggiorno nel Tarvisiano. Del celebre gioco online
ideato da Epic Game ci sono differenti versioni, tra cui una con i personaggi
dei Simpsons, dove possiamo diventare, ad esempio, Lisa che con un kalashnikov
fa fuori i nemici.
L'articolo “Spara al friulano”: la Regione Friuli Venezia Giulia paga 86 mila
euro per entrare nel videogame Fortnite, scoppia la polemica proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una frana di fango causata dal maltempo ha travolto nella notte un’abitazione a
Brazzano di Cormons, nel Goriziano. Una persona è stata estratta viva dalle
macerie dai vigili del fuoco, affiancati dai volontari della Protezione civile,
che stanno cercando due dispersi. Sul posto sono intervenuti anche i sanitari
inviati dalla centrale operativa Sores Fvg con più ambulanze, automedica ed
equipaggio dell’elisoccorso. La persona ferita, con una frattura a una gamba, è
stata trasferita all’ospedale di Udine.
Intanto in supporto al personale di Udine e Gorizia sono state inviate ulteriori
squadre di soccorso e soccorritori fluviali dei comandi dei vigili del fuoco di
Trieste e Pordenone. Sul posto è stato mandato il nucleo regionale Gos (Gruppo
operativo speciale) con i mezzi di movimento terra, ma anche i cinofili. Dal
Veneto è invece arrivata la squadra Usar (Urban search and rescue) per la
ricerca delle persone disperse sotto le macerie.
Il maltempo ha colpito duramente l’area tra Palmanova e la provincia di Gorizia,
con i danni più grossi registrati proprio a Cormons dove sono caduti 152
millimetri di acqua in sole sei ore. Il fiume Judrio è straripato, causando
diversi allagamenti. Colpiti anche gli scantinati dell’ospedale di Palmanova,
sommersi dall’acqua: nessun problema però per i pazienti. Disagi anche in strada
a Visco, Trivignano e Chiopris Viscone. Dalla mezzanotte, ai vigili del fuoco di
Udine, sono arrivate circa duecento richieste di soccorso, mentre numerose
chiamate hanno impegnato anche il comando di Gorizia. A causa dell’ondata di
maltempo la Protezione civile aveva diramato l’allerta gialla.
L'articolo Frana di fango travolge una casa nel Goriziano: una persona estratta
viva dalle macerie, due i dispersi proviene da Il Fatto Quotidiano.