N el marasma della “musica napoletana”, Enzo Avitabile, classe 1955, segno
zodiacale Pesci come Pino Daniele, si distingue fin dagli esordi. Avitabile
anticipa sonorità, approcci, visioni, che hanno messo in dialogo il Mediterraneo
con l’Atlantico e l’Africa subsahariana, per giungere a prestare orecchio
all’Estremo Oriente attraverso l’Etiopia. Oggi Avitabile riprende la sua ricerca
musicale, peraltro mai interrotta, sulle musiche africane. Torna a lavorare su
un disco scritto e suonato in Senegal. Nuovi orizzonti? Un ritorno alle origini,
in verità. Dove tutto ebbe inizio… Il groove, la world music, l’elettronica, la
canzone, lo sciamanismo, il funk, e tante altre espressioni culturali
apparentemente distanti tra di loro, fuse e trasformate grazie alla continua
collaborazione con alcuni dei più grandi musicisti mondiali attivi nell’ultimo
mezzo secolo. Andiamo con ordine, finché possibile…
NEL 1935, UN DICIASSETTENNE DI NOME CAROSONE, RENATO, NATO A NAPOLI NELLA ZONA
DI PIAZZA MERCATO, S’IMBARCA COME PIANISTA E CANTANTE DI AVANSPETTACOLO VERSO LE
COLONIE ITALIANE IN AFRICA ORIENTALE. INIZIA LÌ IL DIALOGO TRA LA MUSICA
NAPOLETANA E L’AFRICA?
Quella di Carosone è stata un’operazione più folklorica, caricaturale… “Allah!
Allah! ‘Ngoppa ‘o ponte ‘a Sanità”, di Caravan Petrol ne è un esempio. Carosone
ha usato i ritmi nordafricani, più che etiopi, ma lo ha fatto in maniera
grossolana, adeguata ai primissimi anni dopo la guerra. Non dimentichiamo che la
maggior parte dei ritmi di Gegé Di Giacomo alla batteria sono di provenienza
latinoamericana: rumba, bossa nova. Penso che i colonizzatori guardassero alla
musica africana come una forma espressiva di popoli selvaggi. Non l’hanno mai
studiata e se qualcosa è arrivata in Italia tramite Carosone lo ha fatto in modo
indiretto.
EPPURE L’ETIOPIA DOVE CAROSONE VISSE È LA PORTA ORIENTALE DEL MEDITERRANEO. DA
LÌ SONO TRANSITATI SIA UNA PARTICOLARE POETICA DELLA NOSTALGIA, SIA CERTI MODI
DI SUONARE CHE POI HANNO INFLUENZATO LA CULTURA OCCIDENTALE. PENSO ALLA PAROLA
IN LINGUA AMARICA TEZETA E TI DOMANDO SE ESISTE SECONDO TE – MAESTRO – UNA
DIFFERENZA TRA LA MALINCONIA, L’APPUCUNDRIA DI PINO DANIELE, LA SAUDADE
BRASILIANA, O LA TOCKA RUSSA.
Io sono profondamente affascinato sia dalle melodie di certa musica modale sia
dall’uso di ritmi ternari che sono molto vicini a quelli delle nostre ballate,
delle tarantelle, seppure più lenti e più ipnotici. Nell’album Napoletana [2009,
FolkClub Ethnosuoni, Sudarte, ndr] c’è un brano, Malincunia, nel quale cerco di
fondere queste influenze con strumenti come la chitarra classica suonando una
tezeta napoletana. Tezeta è la sensazione quotidiana dell’impossibilità del
ritorno a una terra o a una persona. È un sentimento dal sapore agrodolce, un
senso di bitter-sweet, che Bob Marley ha reinterpretato meglio di tutti, quando
dice “The good times of today are the sad thoughts of tomorrow”. Carosone è
stato più il precursore di ciò che insieme a Pino Daniele o James Senese
facevamo all’inizio degli anni Settanta, ma di certo non si è mai interessato
dell’Africa dei colonizzati, degli invasi.
ALLA FINE DEGLI ANNI SESSANTA, UN MANIPOLO DI MUSICISTI NAPOLETANI ROMPE CON LA
TRADIZIONE DELLA CANZONE CLASSICA. C’È UN DISCO, UN 45 GIRI, CHE NON CONOSCEVA
QUASI NESSUNO, FINCHÉ IL PROGETTO NAPOLI SEGRETA NON LO HA RISCOPERTO SUONANDOLO
IN GIRO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI. SI CHIAMA FREE AFRICA. FU PUBBLICATO NEL 1972
DALLA PICCOLA ETICHETTA NAPOLETANA BBB-BEAUTIFUL BLACK BUTTERFLY DI ANTONIO
TACCOGNA, FUORIUSCITO DALLA RCA E PRIMO PRODUTTORE DEI NAPOLI CENTRALE, OVVERO
GLI SHOWMEN 2 DI JAMES SENESE E FRANCO DEL PRETE. QUEL DISCO È OPERA DEI
MISTERIOSI TRIBÙ BANTÙ. OVVERO IL DUO FORMATO DAI SASSOFONI DI SENESE E UN ENZO
AVITABILE NON ANCORA MAGGIORENNE. AFROBEAT, IMPROJAZZ, E UN GROOVE CHE PREFIGURA
LA DISCOMUSIC, DI LÌ A POCHI ANNI FENOMENO MONDIALE. COME SONO ARRIVATI QUEI
SUONI NUOVI ALLE TUE ORECCHIE?
Se parliamo del giovane musicista Avitabile, il primo contatto con il mondo
della musica afroamericana, per me ma come per tutti, è stato James Senese in
persona. Però il nostro primo rapporto con la musica nuova è stato il juke-box e
dal juke-box usciva prevalentemente la musica afroamericana. Non ci piace dire
americana… però James Brown non era africano. Era afroamericano. Tina Turner era
afromericana. Da ragazzi ci siamo innamorati di quel ritmo e di quel sound che
era soul e funk e rhythm and blues, e abbiamo dato vita a un movimento che
voleva uscire fuori dalla musica napoletana che avevamo conosciuto fino a quel
momento. Noi volevamo viaggiare oltre il linguaggio della melodia, parole e
musica, per andare verso delle forme diverse, che invece utilizzavano la parola
sul ritmo.
PAROLA SUL RITMO?
Prendi James Brown, perché parte tutto da lì. Se ci soffermiamo sull’uso della
parola appoggiata sul piede del ritmo, allora è in questo contesto che si
prefigura il linguaggio del rap. James Brown in Soul Power [1971, King Records,
ndr] canta: “I may lay in the cut and go along / And I’m still on the case and
my rap is strong”. Non solo usa già ritmicamente la voce come nessuno prima di
lui aveva pensato di fare, ma pronuncia già la parola “rap”, quando dice “Il mio
rap è forte”. Vuole dire “la mia battuta” è forte. Noi, Mario Musella e gli
Showmen, Napoli centrale, che prendevamo da James Brown, abbiamo fatto rap senza
codificarlo come tale. Lo abbiamo fatto e basta. La consapevolezza è arrivata
per altre vie. Un libro importante nel mio percorso è stato Il popolo del blues
[Sociologia dei negri americani attraverso l’evoluzione del jazz, 1967, ndr], di
LeRoi Jones.
IN QUEL LIBRO COMPARE IL TESTO DI UN CANTO AFRICANO CHE DÀ IL TITOLO ALLA B-SIDE
DI UN DISCO CHE RESTA ANCORA PIÙ SCONOSCIUTO DI FREE AFRICA. È IL 45 GIRI
WATERBANK, USCITO NEL 1980 PER UNA SOTTOETICHETTA SEMICLANDESTINA DELLA GIÀ
MINUSCOLA BBB. OVVERO LA ATA RECORDS, DEL SOCIO-OMBRA DI TACCOGNA, NINO MANNA,
AGENTE ASSICURATIVO LANCIATOSI ANCH’EGLI NEL SOGNO DELLA DISCOGRAFIA
INDIPENDENTE NEGLI ANNI DEL BOOM DELLA DISCOMUSIC E DEL VINILE. IL DISCO È
FIRMATO DA UN TIZIO CHE NON COMPARE IN NESSUNA ANAGRAFE: TALE E. ELIBATIVA.
OVVERO E. AVITABILE, SCRITTO AL CONTRARIO SECONDO I DETTAMI DEL SATANISMO
DISCOGRAFICO…
“Oundé, oundé, Macaya!”, cioè, mangia tutto, mangia senza vergogna, bevi vino
buono, cucinati il pollo migliore! Il testo è in una delle lingue più diffuse in
Nigeria e nell’Africa occidentale: il wolof. E il testo mi rimase impresso
perché mescola parole in wolof e in francese, e quei fonemi sono inscindibili
dal ritmo. Da quel libro ho tratto una considerazione che per me è stata un
nuovo punto di partenza: il blues non nasceva né in Africa né in America. Il
blues come prima forma di world music nasceva dalla fusione tra colonizzato e
colonizzatore. Così, il mio percorso ha cercato il punto di congiunzione tra me
e il mio colonizzatore. Troppo spesso questo percorso è stato confuso con quelli
di altri che avevano preso strade meno sperimentali. Molte forme sembrano
simili, eppure sono profondamente difformi in quanto linguaggi. Così come c’è
differenza tra la musica di Pergolesi e quella di Paisiello. La mia musica e
quella di Pino hanno senza dubbio qualcosa in comune. Ma per me consisteva nel
destrutturare il funk e riportarlo alla sua matrice africana dopo un primo
momento nel quale il sound lo avevamo importato dall’Atlantico.
PERÒ IL LATO A DI WATERBANK È UN PEZZO DISCOMUSIC CHE NON HA NULLA DA INVIDIARE
A QUELLI CHE SI INCIDEVANO NEGLI STESSI ANNI A NEW YORK. DICIAMOCI LA VERITÀ:
PINO DANIELE E JAMES SENESE NON HANNO MAI AVUTO UN GRANDE FEELING CON UN
ELEMENTO ESSENZIALE DELLE MUSICHE AFRICANE, CHE È IL RAPPORTO CON IL MOVIMENTO
DEL CORPO, OVVERO CON LA DANZA. È VERO CHE SENESE AVVICINANDOSI ALL’AFROBEAT HA
DATO GRANDE SPAZIO ALLE SUITE D’IMPROVVISAZIONE, SU CUI AI CONCERTI SI BALLAVA.
ED È ANCHE VERO CHE YES I KNOW MY WAY DI PINO DANIELE È UNA HIT DIVERSAMENTE
FUNKY IN NAPOLETANO. PERÒ IL DANCEFLOOR È UN’ALTRA COSA. UN LINGUAGGIO
UNIVERSALE. PERCHÉ TU LO HAI ESPLORATO MOLTO DI PIÙ DI TUTTI GLI ALTRI
PROTAGONISTI DEL NEAPOLITAN POWER?
Per me la danza è una dimensione fondamentale. La fonte del ritmo è la danza,
non viceversa. Oltre al suono e alla parola, il ballo, il movimento del corpo.
La danza è processo essenziale e preciso: muoversi al ritmo dell’universo. Nella
danza ci trovi sia la parte animistica africana, la religiosità popolare, così
come lo spiritualismo indiano o il misticismo sufi. La danza è una cosa seria
perché diventa miracolo quando vedi succedere dei fenomeni potenti. Magari suoni
a Londra, alla Barbican Hall, e ti sembra tutto pettinato e radical chic. Ma se
quella stessa danza la trasferisci da Londra, a Copenaghen, a Rionero del
Vulture in provincia di Potenza e poi addirittura la fai a Teverola in provincia
di Caserta, e qui la signora Nunziatina esce dal basso e sta tutta la serata a
muoversi sul ritmo, allora presi tutti insieme questi processi compiono un vero
e proprio miracolo. La danza arriva a tutti. Il suono, il gesto, il ballo, sono
comuni a tutte le culture. Si tratta di strutture culturali umane non diverse da
quella degli sciamani che, quando suonano il tamburo e invocano gli spiriti, non
staranno facendo rap in senso tecnico, ma stanno usando quella forma antica che
è la parola sul ritmo, dentro al movimento del corpo, per indurre un cambiamento
di stato e di coscienza tra i presenti. Quindi quella forma commerciale porta
l’eco di un linguaggio primordiale che è luce.
QUANDO SI RACCONTA LA STORIA DELLA CLUB CULTURE IN OCCIDENTE, SPESSO QUESTA
RADICE AFRICANA VIENE RESCISSA. SI PARLA DEGLI ANNI SETTANTA DEI BEE GEES, DI
GLORIA GAYNOR, MA MOLTO MENO DEI SETTANTA DI MANU DIBANGO E DEL SUO SOUL MAKOSSA
(1972, FIESTA RECORDS). TU NEL 2007 HAI REINTERPRETATO SOUL MAKOSSA. SE PARLIAMO
DELL’ITALIA, POI, NESSUNO SI RICORDA CHE QUANDO I DJ BRITANNICI PAUL OAKENFOLD E
DANNY RAMPLING MISERO INSIEME LA COMPILATION BALEARIC BEATS VOL. 1, NEL 1988,
DOPO UN’ESTETE DI EDONISMO A IBIZA, INCLUSERO IN QUEL DISCO IL BRANO BLACKOUT!,
USCITO L’ANNO PRIMA PER L’ETICHETTA SPAGNOLA BLANCO Y NEGRO, CON COPERTINA
NIENTEMENO CHE DI ANDREA PAZIENZA. BLACKOUT! SCRITTO, SUONATO E CANTATO, DA UN
CERTO ENZO AVITABILE. DI COSA TI SENTI PIONIERE?
Quando abbiamo iniziato a sperimentare la parola sul ritmo per me è stato
naturale perseguire il discorso iniziato da James Brown, con Afrika Bambaataa;
che io adoro. Però quel momento della musica afroamericana in cui l’hip hop
esplodeva era già una forma molto codificata. Dischi come Dimmi com’è [1977,
Produttori associati], sono esperimenti. Tra di noi la chiamavamo semplicemente
“parola sul ritmo”, per capirci. Bambaataa aveva preso in ugual misura sia da
Malcolm X sia dal John Coltrane, un nuovo concetto di africanità, che significa
dire: “Il mio essere afroamericano oggi mi spinge ad affermare che non voglio
più essere americano: io sono africano!”, Questo ha significato fare ritorno
alla Grande Mamma Africa. Ma era un’idea di africanità non rinchiusa nel
passato. Era contemporanea, come Fela Kuti. Questa nuova sensibilità africana,
la parola sul ritmo, e altre espressioni anche visive e urbane che poi si sono
chiamate hip hop, sono una traccia che ho seguito per molti anni. Ad essere
sincero, devo dirti che è anche vero che non appena qualcuno se ne accorge, e
spesso parliamo di persone che con Napoli hanno poco a che vedere, il giorno
dopo il signor Giuseppe Capocchia [Tal dei Tali, ndr] – cantautore – attribuisce
questo merito a sé stesso per fini puramente propagandistici. Invece bisogna
attenersi ai fatti, ai documenti storici.
COS’È SUCCESSO? A CHI SI RIFERISCE IN PARTICOLARE?
Noi facevamo musica con i pionieri afroamericani del rap. Dopodiché – cosa vuoi
che ti dica? – un paio di anni dopo è arrivato Lorenzo Cherubini, ha fatto “1,
2, 3 Jovanotti” [ovvero Jovanotti For President, 1988, Ibiza Records, ndr] e
questa cultura che veniva dalle parti nere delle metropoli statunitensi si è
italianizzata e sbiancata. Solo che noi, intanto, a Napoli avevamo gettato
questo seme black indipendentemente, nelle periferie… A Scampia, per esempio,
dove dopo una decina di anni sono usciti fuori i Co’Sang con Spaccanapoli [1997,
San Gennaro Funk Production, ndr], segnando una strada che nel panorama
nazionale del rap va dal precursore, Enzo Avitabile, fino al numero uno delle
classifiche di oggi, Geolier. Che poi qualcuno si attribuisca meriti che non ha…
non mi cambia la vita, ma la storia del rap come sottocultura afroamericana in
Italia passa da qui. Per questo oggi torno in Africa, ancora una volta. L’Africa
non è un pensiero-musica. È un monito a dosare le parole, perché oggi sono
troppe.
EPPURE LA CIFRA STILISTICA DEL RAP È PROPRIO IL FIUME DI PAROLE…
Viviamo in un periodo storico in cui la guerra è anche guerra di parole. E tutti
ne usano quante più possono. Mi salta all’occhio che i testi delle canzoni sono
divisi in parti che si chiamano “barre”, mentre da ragazzo l’unica barra a cui
mi riferivo era la barretta di cioccolato… E queste barre sono lunghissime.
Eppure, quando incontro qualcuno per strada e mi ferma, lo fa per dirmi: “E chi
non conosce ‘o scuro, nun po’ capì ‘a luce” [Mane e mane da Black Tarantella,
2007, CNI Records, ndr]. È una frase singola, un mantra. E un altro ti dice: “No
agreement today, no agreement tomorrow”, di Fela Kuti. È tempo di tornare alla
frase. Ascoltiamo testi lunghissimi, ma tu te ne ricordi una? Io mi ricordo Je
sto vicino a te di Pino Daniele. Che non sarà un mantra rituale, ma è una
sequenza di parole che rimane impressa dentro. In questo senso devo dire che sia
Pino, sia James Senese, sia anche Tullio De Piscopo quando cercò un incrocio con
Radio Africa [1985, ZX Records, ndr], fanno parte di quella musica napoletana
che in mezzo a tante musiche napoletane ha sempre riconosciuto le origini
africane del proprio sound.
LA TUA TENSIONE VERSO L’AFRICA È PIÙ VICINA A QUELLA CHE FU INAUGURATA
DALL’ARTISTA SENEGALESE YOUSSOU N’DOUR CON LA SUA BAND SUPER ETOILE DE DAKAR,
FONDATA NEL 1981. NEGLI ANNI OTTANTA TU PRENDI DECISAMENTE LA VIA DELL’AFRICA
CON DISCHI COME ALTA TENSIONE (1988, BLANCO Y NEGRO), NEI QUALI COLLABORI CON
MUSICISTI INTERNAZIONALI, COME XAVIER JOUVELET ALLE PERCUSSIONI, CHE SUONAVA CON
IL CHITARRISTA MALESE DJELIMADY TOUNKARA. E IN SEGUITO, NELL’ALBUM STELLA
DISSIDENTE, CON COPERTINA DI MILO MANARA (1990, COSTA EST), SUONA WILL ‘NFOR,
BASSISTA DEL MUSICISTA GUINEANO MORY KANTÉ.
Sono tutti dischi volutamente pro Africa. Youssou N’Dour ci faceva ballare ma
insieme ci ammoniva dicendo: “Guardate che l’Africa non è fatta di piccole tribù
di selvaggi. L’Africa è un luogo di antichi imperi, che precedono gli antichi
imperi del sole in Oriente o in Occidente, e che poi sono stati riconosciuti,
dall’Impero Celeste e l’India, da una parte, e dagli Inca, ai Maya, agli
Aztechi, dall’altra”. E allora mi sono detto che era il momento di andare a
sposarci con l’Africa ma non con lo stereotipo della musica africana bensì con
l’essenza della musica africana, ovvero con la poliritmia della musica africana.
Però per far ciò bisognava prendere una strada differente da quella percorsa
fino a quel momento ovvero incrociare diversi linguaggi come io insieme ad altri
musicisti napoletani avevamo già fatto fino dagli anni Sattanta.
GLI ANNI NOVANTA SONO STATI UN MOMENTO DI ESPLOSIONE PER LA WORLD MUSIC. PROPRIO
NEL PIENO DELL’IDEOLOGIA DELLA GLOBALIZZAZIONE COME TENSIONE OMOLOGANTE, SONO
ESPLOSE FORME DI APERTURA VERSO FORME DI MUSICA NON OCCIDENTALI COME RITORNO A
DELLE SPECIFICITÀ CULTURALI, RISPETTO A CUI AVITABILE SI ERA MOSSO IN ANTICIPO.
Sì, prova ne sia il fatto che il primo progetto di piena coscienza di questo
movimento da e verso l’Africa, indipendentemente dall’Atlantico è stato I
Bottari, intorno all’anno 2000. Con I Bottari abbiamo voluto rimpossessarci
della nostra identità musicale. E questa identità non è la poliritmia perché in
qualche modo la nostra tradizione del Mediterraneo settentrionale è più figlia
della Grecia. Quindi volevamo far dialogare consapevolmente questa eredità con
la musica africana, in particolare quella della cultura Yoruba, quindi quella
più vicina a Fela Kuti. La poliritmia è transitata nel piede del ritmo dei
Bottari creando modi diversi di valicare il groove, insieme a Manu Dibango, al
trombettista sudafricano Hugh Masekela, al polistrumentista maliano Baba
Sissoko. Con loro ci siamo mischiati. Siamo riusciti ad avere questo suono che
però giorno per giorno diviene e tu non riesci mai a inscatolarlo. E il concetto
è proprio questo: quello che chiamiamo Africa diviene giorno per giorno. Muta,
si trasforma. E questo mi ha portato oggi a tornare a Napoli e dire: “Guardate
che non si dice ‘la musica africana’: non vuol dire niente. Si dice ‘le musiche
africane’, perché c’è altrettanta differenza tra me e la loro musica quanta ce
n’è tra la musica del Senegal e quella del Congo, e quella del Camerun.
OGGI NELLA CLUB CULTURE MONDIALE È EMERSO UNO STILE DI MUSICA DANCE AFRICANO
CHIAMATO AMAPIANO, E POI CONFLUITO NELLA 3-STEP, BASATO ANCORA SU STRUTTURE
TERNARIE CON ARMONIE MODALI QUASI NOSTALGICHE. E LA SENSAZIONE È DI TROVARSI SUL
DANCEFLOOR IN MEZZO AD ATMOSFERE MOLTO DIVERSE DALLA DISCOTECA ALLA QUALE SIAMO
ABITUATI. È COME UNA VERSIONE NON OCCIDENTALE DEL DANCEFLOOR CONTEMPORANEO. E MI
DOMANDO: C’È UNA DIFFERENZA ESSENZIALE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, TRA NORD E SUD?
In estrema sintesi, la musica occidentale si basa sugli accordi e su delle
parole “ad effetto” per indurre un’emozione. La musica africana riesce a
commuoverti attraverso un linguaggio per noi più inusuale, che è il ritmo e che,
secondo i canoni della musica occidentale, da solo non basterebbe a suscitare
emozioni. Invece, quando ciò accade, vuole dire che quella forma musicale, a
dispetto dei canoni occidentali, è capace di muovere una parte spirituale. E
questa parte spirituale sfugge a noi stessi e viaggia fino a portarti nel
cerchio del ritmo: ormai ti ha preso e va oltre la tua volontà. Il ritmo
guarisce. Il ritmo ci sana. Il ritmo non ci salva ma il ritmo ci sana.
CON QUALE SPIRITO VAI OGGI A FARE UN DISCO IN AFRICA? RITORNO A CASA?
RISCOPERTA? TRASFORMAZIONE? APPRODO? DERIVA?
Di recente sono stato a Gorée, in Senegal, l’isola a largo di Dakar che era la
porta degli schiavi. Da lì ci si imbarcava per l’Atlantico senza fare mai più
ritorno. È stata un’esperienza forte. Sono tornato da lì segnato, ma nel nuovo
album non la “racconterò” perché il suo significato proverò ad articolarlo in
forma introspettiva, su di un piano di realtà diverso e unico. Voglio fare in
modo che, se anche la gente non nominerà Gorée come luogo storico ne potrà
cogliere la dimensione spirituale, e quindi universalmente umana. Per questo
motivo il brano si intitola Catene invisibili. Catene invisibili che legano
“cchiù d’’e catene ‘o vero”, perché esistono schiavi oggi che passano per la
stessa porta senza poter mai più tornare a casa anche senza passare per Gorée,
in Senegal. Io condivido con gli artisti che ho nominato e con moltissimi altri,
insieme al mio produttore Andrea Aragosa, l’idea che la musica così concepita e
vissuta ci consente di combattere la destoricizzazione dell’Africa, e in questa
parte del mondo significa raccontare come le identità sono sempre ibride.
L’identità non la puoi rinchiudere dentro lo spazio culturale di una città, o in
uno stereotipo, né nella figura del poveraccio con la mano aperta a cercare che
qualcuno gli dia qualcosa. Quando le identità si aprono, i Paesi si incontrano e
i popoli si mescolano e vanno avanti, progrediscono su di una terra comune.
L'articolo Tra me e il mio colonizzatore proviene da Il Tascabile.