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Al di là della metro Battistini
“M etal Carter non è soltanto un rapper – uno dei più influenti nella storia dell’hip hop italiano Metal Carter è culto: estremo, controverso, ossessionato dalla morte, appassionato di horror ultraviolento, protagonista di una parabola destinata a rimanere come una delle eredità più iconiche dell’underground anni Duemila”. Questa è la presentazione di Cult leader tratta dal sito di Nero Editions, che ha di recente pubblicato la prima autobiografia (scritta a quattro mani con Riccardo Papacci, perla del giornalismo musicale italiano) del fondatore del TruceKlan, ovvero una delle esperienze più singolari e “confrontational” dell’hip hop italico, tale da aver dato una scossa non indifferente al panorama mainstream. Romano, il nostro è originario del quartiere Primavalle, nella periferia a nord-ovest della capitale, di cui sono compaesano: leggendo il libro ci sono, in effetti, cose che solo chi ha vissuto in quelle lande desolate può capire. Metal Carter ha avuto il pregio di riuscire a comunicare quel tipo di disagio anche al di là della metro Battistini, tramite una serie di dischi solisti “brutali”, usando dei linguaggi “al limite” ma che fungono da grande catarsi e, addirittura, da efficace difesa contro ogni tipo di Spettro (personaggio che nel libro rappresenta in qualche modo i mostri psicologici suburbani che perseguitano il nostro eroe). Ci dedichiamo quindi a una chiacchierata in un bar di Valle Aurelia (dove il “sergente di metallo” risiede), analizzando la genesi sofferta dell’opera, scoprendo che in questo caso lo Spettro si trasforma in realtà in un fantomatico redattore. Ma procediamo con ordine. INNANZITUTTO, COME È NATA L’IDEA DEL LIBRO? È nata grazie al fantastico Riccardo Papacci che stando a casa mia tra la lavorazione di un disco e un altro, in un periodo un po’ morto a livello artistico/lavorativo, se n’è uscito con questa cosa del libro dicendo che comunque avevo tante cose da raccontare e che poteva essere il momento giusto per scrivere un’autobiografia. E io dapprima sono rimasto un po’ così… poi c’ho pensato e gli ho detto beh, lo sai che quasi quasi… anche perché era il momento giusto: non avevo tanti impegni e stavo bene con la testa per fare questa cosa, perché è anche uno sforzo ricordare. CHE ANNO ERA? Beh, tu calcola che Nero, e l’ho già detto in parecchie interviste, m’ha tenuto in ballo co’ sto’ libro tipo per quattro, cinque anni. Io penso che l’idea sia nata intorno al 2018, il libro poi è uscito a fine 2025. Non mi vorrei sbagliare, però certi dischi li abbiamo messi dopo, perché comunque la lavorazione continuava. Io continuavo a produrre e dicevo: “oh, ma di ’sto disco non ne abbiamo parlato?” e per forza, ’st’idea c’è venuta, come si dice in gergo, “nel quindici-diciotto”! [ride], quindi abbiamo aggiunto cose. Devo dire poi che il Redattore che si è occupato del libro [di cui non faremo il nome, ndr] è stata una persona piuttosto invadente, c’ho litigato parecchio. ECCO SÌ, IL REDATTORE DICIAMO CHE SI È UN PO’ IMPOSTO… E TU COME L’HAI VISSUTA QUESTA COSA? Male, molto male… sulle mie cose a livello artistico sono molto geloso. E questo è uno dei motivi per i quali non ho mai valutato bene una major, perché mettono troppo bocca sulle cose e io voglio essere libero artisticamente. Quindi gli ho detto a codesto Redattore, ’sto libro lo tratto esattamente come un mio disco quindi stai attento, si tratta della mia carriera, della mia vita, è una cosa delicata… e niente, la prima stesura di Papacci è stata totalmente stravolta, nonostante le mie raccomandazioni di non farlo. Mi sono trovato ’sto libro in mano e addirittura un paio di volte c’erano anche sue considerazioni personali. MA POI LE AVETE LASCIATE? No assolutamente, le ho fatte togliere a brutto muso, però lui c’aveva provato. E gli ho detto: senti, ma se c’hai tutta sta voglia di scrivere un libro fai l’autobiografia tua, no? [ride] Perché ti devi mettere in mezzo alle cose mie? Niente, c’avrò litigato senza esagerare una decina di volte, ma male. MA NON GLI HAI MENATO PERÒ, NO? Eh, stavo lì lì per… ma l’ho solo minacciato, bastava poco [ride]. Però quella minaccia è servita. Perché ha tolto delle cose sulle quali insisteva. QUALCOSA È RIMASTO? Qualcosa alla fine sì, ma il discorso è questo: il libro non è venuto come volevo io. Nel senso che lo scontro più grosso è stato sul fatto che secondo me lui s’è allargato un po’ troppo a parlare in generale, e io volevo che fosse più focalizzato su di me. Però c’è pure da dire che questa formula funziona, perché ad esempio il documentario di Noyz, Dope boys alphabet, ha fatto parlare un sacco di gente, lui è rimasto zitto quindi come si dice… l’unione fa la forza, no? Poi mi sono un po’ affidato al Redattore, certo, perché è comunque il suo lavoro: ovviamente il libro deve vendere, quindi qualche accortezza la doveva pure prendere, rispetto sempre il lavoro altrui, ci mancherebbe. QUINDI DICIAMO CHE TOLTE QUESTE COSE È COMUNQUE UN LIBRO CHE TI RAPPRESENTA, GIUSTO? Sì, comunque sia c’è tutta la prima fase in cui si parla del quartiere, della famiglia, nel senso quello è piuttosto fedele insomma… ci sono alcune cose che sono state un po’ capite male, qualcosa che, rileggendo il libro, è mezzo falso… però oramai lo dovevamo far uscire. Sono comunque soddisfatto della sua fluidità, è un libro che si legge bene, ne è valsa comunque la pena. D’ALTRONDE, VOLENDO, CERTE VOLTE ANCHE NEI DISCHI NON È CHE TUTTO QUELLO CHE RACCONTI È VERO… Sì ma infatti, questa cronaca totalmente vera non serve, va bene anche un po’ romanzare… e ad ogni modo deve essere un libro piacevole alla lettura, e io me lo sono letto e mi sembra che scorra, e all’interno è pieno di cose comunque eclatanti, un po’ fuori le righe, che ti rimangono impresse. SÌ ANCHE A ME HA DATO QUESTA SENSAZIONE: PER CUI PARTENDO DAL FATTO CHE È UN PO’ UNA “AUTOBIOGRAFIA DI FORMAZIONE”, CHE PARTE PROPRIO DALLA TUA VITA NEL QUARTIERE PRIMAVALLE, MI INTERESSAVA SAPERE QUANTO TI HA FORGIATO… Eh beh parecchio. Primavalle negli anni Ottanta-Novanta… QUANTI ANNI HAI SCUSA? Quarantasette. IO CINQUANTA… Ah beh, quindi vado verso la fine tua… [ride]. Calcola che la tua età mi terrorizza, avevo già organizzato un suicidio per l’occasione… per evitare di arrivarci, oppure proprio farlo appena arrivato a quell’età… BUM! E pure il quaranta l’ho vissuto male… il trenta se poteva pure fa’, ma il quaranta già no. QUINDI SIAMO PRESSAPPOCO DELLA STESSA GENERAZIONE. Beh, tu ti sei fatto tre anni ancora peggio, perché più vecchia è la storia e peggio è il quartiere. EH, C’ERANO GLI ANNI DI PIOMBO… Eh, esatto. Primavalle, come tu sai, ha una storia molto particolare, per cui la formazione del quartiere è stata abbastanza scioccante: io, come avrai letto sul libro, vengo da una famiglia mentalmente sconnessa, ma a parte questo diciamo che era piccolo borghese come impostazione, gente che guarda la televisione insomma, no? Quindi non ero minimamente preparato a nulla, mi sono scontrato con una realtà totalmente folle. Poi all’epoca mi ricordo che Primavalle in particolare era proprio famosa in tutta Roma per alcune dinamiche, per esempio torniamo alla violenza… poi si sono rimessi in paro eh, ti devo dire… perché era un po’ che non si parlava di Primavalle in senso negativo. Poi è stata giustamente trovata una donna fatta a pezzi in un cassonetto, quindi hanno pensato “oh, qui ce stanno a da ’na pista! Dobbiamo appararci”, e hanno fatto ’sta cosa qualche anno fa [ride]. Beh devo dire so’ stato contento da un lato, perché dai regà… ve stavate a ammoscia’!  Poi ho letto ’sta notizia e ho detto beh, è un segnale che abbiamo ancora qualcosa da dire [ride]. IN QUEL CONTESTO PERÒ POI PARLI DELLA TUA ESPERIENZA CON IL CENTRO SOCIALE DI ZONA, IL BREAK OUT. E DI CONSEGUENZA L’HARDCORE PUNK. Sì, è stata una cosa casuale: perché io comunque molto da piccolo non ero per niente protetto dai genitori, anzi ero abbandonato, potevo fare un po’ quello che volevo ed era una cosa piuttosto pericolosa per un bambino in quegli anni e in quell’ambiente là… e quindi girando, così, sono incappato in questo posto pieno di scritte co ’sta porta aperta, mi ha incuriosito e sono entrato. Ma io a livello politico non sono mai stato inquadrato in niente, né dai genitori, né dalla famiglia, né da amici, quindi per me era un posto come un altro. PERÒ A LIVELLO MUSICALE… Sì sì, a livello musicale è stato sicuramente importante, l’ho citato nel libro, un posto che mi ha aperto occhi e mente su varie cose; mi hanno molto impressionato i concerti hardcore perché li trovavo molto real, folli… sicuramente è stato un posto di formazione interessante; poi comunque lì potevo fare e sentire anche discorsi un po’ diversi rispetto al classico muretto di Primavalle dell’epoca, anche perché poi i coatti ci stavano pure là, perché il classico coatto non è né di destra né di sinistra: il coatto è coatto e basta. IL TUO PRIMO AMORE È STATO IL DEATH METAL. Sì, è la mia prima fissa brutta da bambino, che era molto collegata all’horror. La mia prima fissa è stata infatti l’horror a livello visivo, e poi ho scoperto questa musica che era molto affine a quell’immaginario, anche a livello di testi, quindi mi ha subito colpito. Poi all’epoca era una cosa nuova, perché era un genere nato da poco e io quindi ho vissuto proprio l’inizio, quindi era molto esaltante vivere in pieno la nascita di questa cosa che stava prendendo piede in tutto il globo. IN UN CERTO SENSO TU TI SEI SENTITO SEMPRE UNA MOSCA BIANCA, ANCHE NELLA SCELTA DELLA MUSICA, NESSUNO ASCOLTAVA DEATH METAL ALLORA, FIGURATI POI A PRIMAVALLE. Sì, rispecchiava il mio sentimento di emarginazione che ho vissuto da ragazzino e quindi questa era una musica sconosciuta fatta da gente che si vestiva in modo strano, diceva cose strane per cui mi rappresentava. In più era legata a questa mia fissa morbosa per l’horror, gli omicidi, ’ste cose qua. Era un po’ il lato musicale del b-movie, dell’horror movie, quindi era perfetto, coerente con quello che mi piaceva. E ANCHE NEL TUO MISCHIARE L’HIP HOP CON QUESTO IMMAGINARIO ERI MOLTO DISTANTE DALLE MODE DEL MOMENTO… VABBÈ C’ERA NECRO, PERO’… Sì, ma Necro non è che mi abbia troppo influenzato, perché abbiamo sviluppato più o meno lo stesso tipo di musica, se tu lo vedi, nello stesso periodo storico, quindi non ho avuto neanche il tempo di farmi influenzare da lui. PRATICAMENTE SEI COME RENATO ZERO RISPETTO A BOWIE/ENO MA IN VERSIONE DEATH RAP. Ripeto: la cosa non è stata minimamente studiata a tavolino, io ho fatto quello che mi piaceva fare. Ogni persona, soprattutto ogni artista, ha le sue priorità espressive e io ho dato precedenza a quella cosa perché la trovavo come una cosa da esprimere a tutti i costi, perché la percepivo anche come una cosa pericolosa. E LA COSA POI HA AVUTO SUCCESSO, CON IL TRUCEKLAN E TUTTO QUELLO CHE NE È CONSEGUITO. Sì, e poi essendo io uno della prima ora nel gruppo, ovviamente ho avuto anche un’influenza all’interno del collettivo, questa cosa dei sample, delle copertine… per esempio mi ricordo che all’epoca molta gente del gruppo mi chiedeva consiglio per i titoli, perché io ero particolarmente bravo a trovarli anche per le cose mie, e quindi ovviamente anche chi entrava nel gruppo si doveva confrontare con me che già c’ero. È normale, è quasi una sorta di nonnismo… non a quei livelli certo, ma comunque non è che potevi entrare nel gruppo e parla’ male di me, per dire… SAI COSA MI HA COLPITO MOLTO NEL LIBRO? CHE A UN CERTO PUNTO DICI IN MANIERA MOLTO SCHIETTA CHE IL TRUCEKLAN È STATO SPESSO TRAVISATO NELLA SUA ATTITUDINE. NEL SENSO CHE QUANDO C’È UN PRODOTTO ARTISTICO NON È CHE TUTTO QUELLO CHE SI DICE ADERISCE AL REALE, COME DICEVAMO SOPRA. Allora, anche nel rap americano, che prendo sempre d’esempio perché è lì che ci sono i maestri, c’è un lato molto romanzato, di fantasia, anche se basato sulla realtà. Anche perché se così non fosse nessuno lo farebbe il rap, diventerebbe una cosa sconveniente, non è che uno sta a fa’ un processo tipo “dirò la verità, tutta la verità”: è arte, ok? Però ’sta cosa del travisato… beh, fino a un certo punto, perché comunque nel gruppo c’era gente che faceva quel tipo di rap criminale e aveva questa fascinazione o uno stile di vita un po’ così, no? Che però certo, io non avevo… ma col tempo si è aggiunta nel gruppo anche gente diversa come mentalità dal primo ceppo dei Truceboys. Che da un lato è stato anche un bene perché comunque ha allargato gli argomenti, ha diversificato di più il messaggio: dall’ altro lato è stato un male perché si è persa un po’ l’attitudine originale. PERÒ ALLA FINE FA PARTE DEL GIOCO. Sì, certo, ci sta tutta. Poi, come ho detto nel libro, eravamo assaliti da talmente tanti fan che molti fan erano rapper e quindi è stato naturale, ma anche quasi forzato, il fatto di allargare la famiglia a un certo punto. Ci stava addosso talmente tanta gente che dovevamo per forza farlo. E inoltre i Truceboys essendosi fermati a un solo album, tutta ’sta cosa si andava perdendo perché io pensavo che avremmo fatto come i Club Dogo, tipo dai due ai sei album insieme, e invece è finita là, quindi c’è stata proprio la necessità di inventarsi altre cose. E INFATTI C’È LA TUA CARRIERA SOLISTA. Che, come ho detto mille volte al suddetto Redattore, non era particolarmente legata alla crew. Perché lui o non la capiva o faceva finta di non capire. Io facevo i miei dischi solisti, mettevo il logo dietro al disco ma poi facevo come me pareva. NEL LIBRO QUESTA COSA SI ANNUSA… Sì? Beh, però nel finale dice una cosa tipo “è stato impossibile non parlare del TruceKlan perché era costantemente…” dai, quella è un po’ una paraculata… [ride]. SÌ, IN EFFETTI… PERÒ ANDANDO AL SODO SI CAPISCE CHE TU SEI UN CANE SCIOLTO. Ma sì, poi sono stato uno dei più prolifici in assoluto a livello discografico, a livello di concerti perché c’è gente che stava nel gruppo che ha fatto molto, molto di meno. Gente che nei miei venticinque anni ha fatto un disco solo. E comunque mi piaceva questa cosa che ci fosse un gruppo a supporto, però ognuno aveva la sua carriera solista totalmente libera nelle scelte. Ovviamente uno metteva sempre in mezzo gente del gruppo, con collaborazioni o consigli perché si sentiva questo legame col gruppo, una cosa che si ripeteva anche nei testi: però appunto era una carriera totalmente solista. Iniziata nel 2005 due anni dopo Sangue, neanche a dire che io abbia aspettato molto. E COSA TI PIACE DI PIÙ DI QUESTA AUTOBIOGRAFIA QUANDO LA RILEGGI? A questa domanda di preciso non riesco a rispondere… ti posso dire che per come si era messa la situazione pensavo peggio, invece tutto sommato mi sono detto: vabbè dai… meglio che sia uscita piuttosto che no. Però insomma ho dovuto minacciare …[ride]. MA HAI AVUTO DEI RIFERIMENTI PER IL LIBRO? AUTOBIOGRAFIE CHE TI SONO PIACIUTE… Assolutamente no, ti confesso che non sono troppo fan delle autobiografie. AH, E PERCHÉ? Non lo so, casualmente qualche autobiografia l’ho letta, però più che altro ho letto biografie di movimenti…  tipo quella della nascita del death metal, del black metal, ho molti libri sul rap, ma più che sui rapper da soli ho libri che parlano dei primi Bronx party, di come è nato il rap, le prime feste i primi rapper… insomma biografie di scene. Ho anche biografie che parlano dell’industrial, altro genere che mi piace molto, o che ne so… sui Clock DVA, Psychic TV, Throbbing Gristle… questi tipi qui. PARLANDO DI SCENE D’ALTRONDE ANCHE LA TUA AUTOBIOGRAFIA IN UN CERTO SENSO È ALLA FINE, GIOCOFORZA, UNA BIOGRAFIA DEL TRUCEKLAN, SEI TU DENTRO A UN MOVIMENTO. Certo, è stato veramente un movimento e anche, da quanto ho capito, piuttosto unico in confronto ad altri gruppi rap sia romani che italiani. Perché non mi sembra ci sia nulla di paragonabile al TrucKlan. Anche Wad, che mi ha anche intervistato di persona a Milano, che faceva questo programma sul rap su MTV no? Beh, lui disse più di una volta che secondo lui probabilmente il TruceKlan nel contesto del rap italiano è stata la crew più di rottura di sempre, quella che ha osato di più e che ha portato più innovazione sia stilistica che attitudinale. POI LA QUESTIONE È CHE TU RAPPRESENTI LA CONTINUAZIONE DI UNA COSA, IL TRUCEKLAN, CHE ORA VA IN UN’ALTRA PARTE. TU SEI FUORI DALLE MAJOR, DAI GIOCHI DI POTERE… Beh, sul TruceKlan, cosa che ho detto al Redattore e non l’ha voluta scrivere ma la diciamo qua, il TruceKlan attualmente non esiste nella pratica. In teoria nessuno l’ha sciolto e nessuno lo scioglierà, quindi se qualcuno ogni tanto vuole giocarsi ’sto logo nessuno gli dirà niente, ma non ha senso. Io per esempio già su Cult leader del 2016 ho messo come logo dietro al disco solo quello dei Truceboys e non del TruceKlan. Perché già era morta la cosa, l’ho messa solo per dare un riferimento ai fan. Poi dal 2018 ho tolto tutti i loghi, e in futuro non ci sarà nessun logo perché ripeto: non ha senso. Uno s’è trasferito a Milano, un altro ha cambiato lavoro, con uno c’ho litigato, l’altro non lo vedo più… che senso ha? E poi, voglio dire, finiscono i matrimoni e non può finire un gruppo de matti? Va pure accettata ’sta cosa. Eppure i fan sono i primi che non la accettano! Continuano sempre a ripetere ’sta cosa… MA QUINDI VOGLIONO UNA REUNION? Sì! Ci tormentano e non capiscono che sono tempi andati e che non è possibile… POI SAREBBE FORSE PURE UNA MARCHETTA. Sì, ma voglio dire… le marchette sono comunque lavoro. Nel rap poi ci possono stare i periodi di reunion, vedi Club Dogo, i Sottotono, pure gli Articolo 31, i Gemelli Diversi… perché l’operazione nostalgia funziona. E tuttora c’è gente che pensa che il TruceKlan ancora esista. Però è anche un po’ colpa nostra, perché se ti compri certi dischi e ripetiamo ’sta cosa del TruceKlan… Noyz da questo punto di vista è proprio il primo a farlo… E A PROPOSITO DI PUBBLICO, IL TUO PUBBLICO COME L’HA PRESO ’STO LIBRO? GLI È PIACIUTO? I feedback che ho avuto sono stati tutti positivi, è piaciuto molto. Nessuno ha fatto nessun tipo di osservazione particolare né nel bene né nel male. È piaciuto nella sua interezza, quindi, come già detto, alla fine funziona. DEVO QUINDI CHIEDERTI QUALI SONO I TUOI SCRITTORI PREFERITI, A QUESTO PUNTO. Beh, sicuramente per rimanere in tema direi Lovecraft, Poe e poi anche sui classici direi Dostoevskij, per rimanere leggeri [ride]. Io più che altro ora leggo saggi tecnici… A PROPOSITO DI “LETTERATURA” QUANDO CITI LA SIGLA DEL CARTONE ANIMATO LA BALENA GIUSEPPINA IN “NELLA MIA MANO”, CIOÈ “IO SO QUALCOSA CHE GLI ALTRI NON SANNO / IO HO QUALCOSA CHE GLI ALTRI NON HANNO / LA TENGO STRETTA NELLA MIA MANO / E SE LA SCHIUDO LEI VOLA LONTANO”, NESSUNO CREDO ABBIA COLTO APPIENO LA CITAZIONE. Sì, perché quel ritornello lì mi è venuto in mente perché quello era un cartone che da bambino mi faceva scoppiare a piangere ogni volta che lo vedevo, probabilmente anche perché ci ritrovavo qualcosa di me. Quindi poi ho creato quella canzone, mi tornava sempre un po’ in testa questa sigla e mi sono detto: lo sai che qui ci sta bene? Ce la schiaffo sopra la rivisito un po’… così mi sono anche tolto un dente… QUESTO DIMOSTRA CHE SEI UNA PERSONA MOLTO SENSIBILE. Io sì, la sensibilità è una delle mie qualità. Sensibilità è sinonimo di intelligenza e comunque è una cosa bella. Poi ovvio, uno non deve diventare ipersensibile perché poi si vive male: però secondo me anche avere un solo briciolo di sensibilità è una qualità. QUESTO NEL LIBRO SI NOTA PERCHÉ LE TUE SCELTE SONO MOLTO DIVERSE RISPETTO AGLI ALTRI DEL TRUCEKLAN, SENZA NULLA A LORO TOGLIERE, MA SEMBRI PIÙ CENTRATO E MOSSO APPUNTO DA UN SENTIRE DEL TUTTO PERSONALE… Io in generale sono una persona molto sicura di me. Con le idee molto chiare, e quindi se ho un piano lo porto a termine, non mi faccio influenzare. SÌ, MA INTENDO DIRE CHE MOLTI TUOI COLLEGHI PER ESEMPIO SI CONCEDEVANO ECCESSI E A VOLTE QUESTO MODO DI FARE ANNIENTA LA SENSIBILITÀ E TI DECENTRA, MENTRE TU SEMBRI MOLTO PIÙ “ TE STESSO”, ECCO. Ti spiego perché: io a parte essere sensibile e una persona sicura sono anche una persona piuttosto forte. Io non mi sono intossicato perché è come il discorso che facevamo sulle mode o delle opinioni degli altri: io non mi faccio trasportare se ho un’idea mia. Come sono stato chiaro con quelli del gruppo che facevano rap un po’ più criminale dicendo: “a me non me ne frega un cazzo de ’sto tipo di rap, non me dite niente, non ne voglio sapere” e infatti hanno capito che non era il tipo di rap che mi rispecchiava o al quale volevo partecipare in qualche modo. Certo, se mi chiedevano un feat. facendo parte del gruppo lo facevo, ma sempre a modo mio, sapevano quello che dicevo. QUESTA TUA DIMOSTRAZIONE DI PERSONALITÀ È EVIDENTE ANCHE NELLA TUA PASSIONE PER I TATUAGGI. Beh perché comunque anche lì sono stato uno dei primi, perché anche nel rap non si usava tatuarsi tanto. Pure in America magari andava il tatuaggetto in una parte del corpo, però questa cosa di tatuarsi pesantemente per tutto il corpo, integralmente, era una cosa che ho preso dall’hardcore punk perché da bambino mi avevano proprio impressionato questi concerti, tutta ’sta gente tatuata… ma io già ero partito, e qui torna la personalità, con questa missione: “appena posso mi sfonno di tatuaggi”. Poi avevo visto pure parecchi criminali per strada parecchio tatuati, quindi ero un po’ affascinato da questa cosa perché vedevo che la gente cambiava marciapiede [ride] e pensavo: “non mi dispiace ’sta cosa”…  quindi sì, diciamo avevo anche tanti miti sbagliati, d’altronde avendo dei genitori assenti su certe cose… E IL TATUAGGIO È LA TUA ANIMA CHE SI MANIFESTA, DICIAMO. Sì in parte lo è, ma non è sempre detto che quello che hai addosso ti rispecchi al cento per cento. Per esempio io ho tanti tatuaggi che sono informativi, non puramente decorativi. Però gli va data l’importanza che ha: sicuramente non l’ho mai vissuta come una moda, non ho mai usato anestetici, quindi i tatuaggi li ho tutti subiti, anche perché mi dicevo: io già devo fa’ una fatica per pagarmi il tatuaggio, mo’ devo pure pagare la crema? Non ci penso neanche! Poi diciamo che ho questo lato un po’ masochista …soprattutto all’epoca sentivo il richiamo di farmi del male, però ecco quello è farsi del male intelligente perché non è che mi taglio: dopo rimane comunque un ricordo sulla pelle. Alcuni tatuaggi sono stati fatti pure con leggerezza, per carità: non è che tutti sono così profondi. Ad alcune cose sono molto legato, alcune altre le ho coperte perché col tempo, non tanto che mi sono pentito, però mi avevano stancato di rivederle addosso; certe cose non mi rappresentavano più e comunque parlando coi tatuatori mi hanno detto che è normalissimo che qualcosa ti stufi dopo venticinque anni che hai delle cose addosso. Poi ad esempio sulle braccia non ho toccato nulla. E COSA VEDI NELLE NUOVE LEVE DEL RAP? Guarda, mettiamo in chiaro che io ascolto solo rap americano. Il rap italiano che ascolto lo ascolto sempre per caso: o me lo fa ascoltare qualcuno o lo sento in radio; sono bene o male informato su quello che fanno i miei coetanei perché vengono intervistati dalle stesse webzine che intervistano me. E comunque devo dire che tutti i miei coetanei, quelli che hanno avuto una carriera lunga, li rispetto tutti e fanno tutti belle cose. E tra i giovani molte cose mi piacciono, ma inizio anche a capire che è un’altra epoca, è normale: quindi sinceramente se io fossi un pischello di mo’ molto probabilmente non avrei fatto rap. AH NO? No, perché la vedo come una cosa troppo integrata: quando l’ho iniziato a fare io era una cosa quasi come il punk, una cosa molto stramba e quindi mi affascinava anche per quello. Adesso invece si è molto sdoganato: anche qui c’è da una parte il lato positivo e dall’ altro c’è solo tendenza. E FARETE PROMOZIONE DEL LIBRO IN GIRO? Non credo, perché al Redattore gli ho detto: guarda mi hai fatto lavorare un sacco su questo libro mi hai dato due spicci, se vuoi che lo promuovo mi paghi. E lui essendo un pulciaro non mi sta facendo fare i firmacopie! [ride]. A me va benissimo così, anche se ovviamente i firmacopie li faccio per fargli vendere il libro, e però… il Redattore è un pulciaro! Dopo tutto questo lavoro mostruoso che è stato fatto VEDREMO almeno SE il pagamento annuale sarà puntuale … [ride]. L'articolo Al di là della metro Battistini proviene da Il Tascabile.
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Tra me e il mio colonizzatore
N el marasma della “musica napoletana”, Enzo Avitabile, classe 1955, segno zodiacale Pesci come Pino Daniele, si distingue fin dagli esordi. Avitabile anticipa sonorità, approcci, visioni, che hanno messo in dialogo il Mediterraneo con l’Atlantico e l’Africa subsahariana, per giungere a prestare orecchio all’Estremo Oriente attraverso l’Etiopia. Oggi Avitabile riprende la sua ricerca musicale, peraltro mai interrotta, sulle musiche africane. Torna a lavorare su un disco scritto e suonato in Senegal. Nuovi orizzonti? Un ritorno alle origini, in verità. Dove tutto ebbe inizio… Il groove, la world music, l’elettronica, la canzone, lo sciamanismo, il funk, e tante altre espressioni culturali apparentemente distanti tra di loro, fuse e trasformate grazie alla continua collaborazione con alcuni dei più grandi musicisti mondiali attivi nell’ultimo mezzo secolo. Andiamo con ordine, finché possibile… NEL 1935, UN DICIASSETTENNE DI NOME CAROSONE, RENATO, NATO A NAPOLI NELLA ZONA DI PIAZZA MERCATO, S’IMBARCA COME PIANISTA E CANTANTE DI AVANSPETTACOLO VERSO LE COLONIE ITALIANE IN AFRICA ORIENTALE. INIZIA LÌ IL DIALOGO TRA LA MUSICA NAPOLETANA E L’AFRICA? Quella di Carosone è stata un’operazione più folklorica, caricaturale… “Allah! Allah! ‘Ngoppa ‘o ponte ‘a Sanità”, di Caravan Petrol ne è un esempio. Carosone ha usato i ritmi nordafricani, più che etiopi, ma lo ha fatto in maniera grossolana, adeguata ai primissimi anni dopo la guerra. Non dimentichiamo che la maggior parte dei ritmi di Gegé Di Giacomo alla batteria sono di provenienza latinoamericana: rumba, bossa nova. Penso che i colonizzatori guardassero alla musica africana come una forma espressiva di popoli selvaggi. Non l’hanno mai studiata e se qualcosa è arrivata in Italia tramite Carosone lo ha fatto in modo indiretto. EPPURE L’ETIOPIA DOVE CAROSONE VISSE È LA PORTA ORIENTALE DEL MEDITERRANEO. DA LÌ SONO TRANSITATI SIA UNA PARTICOLARE POETICA DELLA NOSTALGIA, SIA CERTI MODI DI SUONARE CHE POI HANNO INFLUENZATO LA CULTURA OCCIDENTALE. PENSO ALLA PAROLA IN LINGUA AMARICA TEZETA E TI DOMANDO SE ESISTE SECONDO TE – MAESTRO – UNA DIFFERENZA TRA LA MALINCONIA, L’APPUCUNDRIA DI PINO DANIELE, LA SAUDADE BRASILIANA, O LA TOCKA RUSSA. Io sono profondamente affascinato sia dalle melodie di certa musica modale sia dall’uso di ritmi ternari che sono molto vicini a quelli delle nostre ballate, delle tarantelle, seppure più lenti e più ipnotici. Nell’album Napoletana [2009, FolkClub Ethnosuoni, Sudarte, ndr] c’è un brano, Malincunia, nel quale cerco di fondere queste influenze con strumenti come la chitarra classica suonando una tezeta napoletana. Tezeta è la sensazione quotidiana dell’impossibilità del ritorno a una terra o a una persona. È un sentimento dal sapore agrodolce, un senso di bitter-sweet, che Bob Marley ha reinterpretato meglio di tutti, quando dice “The good times of today are the sad thoughts of tomorrow”. Carosone è stato più il precursore di ciò che insieme a Pino Daniele o James Senese facevamo all’inizio degli anni Settanta, ma di certo non si è mai interessato dell’Africa dei colonizzati, degli invasi. ALLA FINE DEGLI ANNI SESSANTA, UN MANIPOLO DI MUSICISTI NAPOLETANI ROMPE CON LA TRADIZIONE DELLA CANZONE CLASSICA. C’È UN DISCO, UN 45 GIRI, CHE NON CONOSCEVA QUASI NESSUNO, FINCHÉ IL PROGETTO NAPOLI SEGRETA NON LO HA RISCOPERTO SUONANDOLO IN GIRO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI. SI CHIAMA FREE AFRICA. FU PUBBLICATO NEL 1972 DALLA PICCOLA ETICHETTA NAPOLETANA BBB-BEAUTIFUL BLACK BUTTERFLY DI ANTONIO TACCOGNA, FUORIUSCITO DALLA RCA E PRIMO PRODUTTORE DEI NAPOLI CENTRALE, OVVERO GLI SHOWMEN 2 DI JAMES SENESE E FRANCO DEL PRETE. QUEL DISCO È OPERA DEI MISTERIOSI TRIBÙ BANTÙ. OVVERO IL DUO FORMATO DAI SASSOFONI DI SENESE E UN ENZO AVITABILE NON ANCORA MAGGIORENNE. AFROBEAT, IMPROJAZZ, E UN GROOVE CHE PREFIGURA LA DISCOMUSIC, DI LÌ A POCHI ANNI FENOMENO MONDIALE. COME SONO ARRIVATI QUEI SUONI NUOVI ALLE TUE ORECCHIE? Se parliamo del giovane musicista Avitabile, il primo contatto con il mondo della musica afroamericana, per me ma come per tutti, è stato James Senese in persona. Però il nostro primo rapporto con la musica nuova è stato il juke-box e dal juke-box usciva prevalentemente la musica afroamericana. Non ci piace dire americana… però James Brown non era africano. Era afroamericano. Tina Turner era afromericana. Da ragazzi ci siamo innamorati di quel ritmo e di quel sound che era soul e funk e rhythm and blues, e abbiamo dato vita a un movimento che voleva uscire fuori dalla musica napoletana che avevamo conosciuto fino a quel momento. Noi volevamo viaggiare oltre il linguaggio della melodia, parole e musica, per andare verso delle forme diverse, che invece utilizzavano la parola sul ritmo. PAROLA SUL RITMO? Prendi James Brown, perché parte tutto da lì. Se ci soffermiamo sull’uso della parola appoggiata sul piede del ritmo, allora è in questo contesto che si prefigura il linguaggio del rap. James Brown in Soul Power [1971, King Records, ndr] canta: “I may lay in the cut and go along / And I’m still on the case and my rap is strong”. Non solo usa già ritmicamente la voce come nessuno prima di lui aveva pensato di fare, ma pronuncia già la parola “rap”, quando dice “Il mio rap è forte”. Vuole dire “la mia battuta” è forte. Noi, Mario Musella e gli Showmen, Napoli centrale, che prendevamo da James Brown, abbiamo fatto rap senza codificarlo come tale. Lo abbiamo fatto e basta. La consapevolezza è arrivata per altre vie. Un libro importante nel mio percorso è stato Il popolo del blues [Sociologia dei negri americani attraverso l’evoluzione del jazz, 1967, ndr], di LeRoi Jones. IN QUEL LIBRO COMPARE IL TESTO DI UN CANTO AFRICANO CHE DÀ IL TITOLO ALLA B-SIDE DI UN DISCO CHE RESTA ANCORA PIÙ SCONOSCIUTO DI FREE AFRICA. È IL 45 GIRI WATERBANK, USCITO NEL 1980 PER UNA SOTTOETICHETTA SEMICLANDESTINA DELLA GIÀ MINUSCOLA BBB. OVVERO LA ATA RECORDS, DEL SOCIO-OMBRA DI TACCOGNA, NINO MANNA, AGENTE ASSICURATIVO LANCIATOSI ANCH’EGLI NEL SOGNO DELLA DISCOGRAFIA INDIPENDENTE NEGLI ANNI DEL BOOM DELLA DISCOMUSIC E DEL VINILE. IL DISCO È FIRMATO DA UN TIZIO CHE NON COMPARE IN NESSUNA ANAGRAFE: TALE E. ELIBATIVA. OVVERO E. AVITABILE, SCRITTO AL CONTRARIO SECONDO I DETTAMI DEL SATANISMO DISCOGRAFICO… “Oundé, oundé, Macaya!”, cioè, mangia tutto, mangia senza vergogna, bevi vino buono, cucinati il pollo migliore! Il testo è in una delle lingue più diffuse in Nigeria e nell’Africa occidentale: il wolof. E il testo mi rimase impresso perché mescola parole in wolof e in francese, e quei fonemi sono inscindibili dal ritmo. Da quel libro ho tratto una considerazione che per me è stata un nuovo punto di partenza: il blues non nasceva né in Africa né in America. Il blues come prima forma di world music nasceva dalla fusione tra colonizzato e colonizzatore. Così, il mio percorso ha cercato il punto di congiunzione tra me e il mio colonizzatore. Troppo spesso questo percorso è stato confuso con quelli di altri che avevano preso strade meno sperimentali. Molte forme sembrano simili, eppure sono profondamente difformi in quanto linguaggi. Così come c’è differenza tra la musica di Pergolesi e quella di Paisiello. La mia musica e quella di Pino hanno senza dubbio qualcosa in comune. Ma per me consisteva nel destrutturare il funk e riportarlo alla sua matrice africana dopo un primo momento nel quale il sound lo avevamo importato dall’Atlantico. PERÒ IL LATO A DI WATERBANK È UN PEZZO DISCOMUSIC CHE NON HA NULLA DA INVIDIARE A QUELLI CHE SI INCIDEVANO NEGLI STESSI ANNI A NEW YORK. DICIAMOCI LA VERITÀ: PINO DANIELE E JAMES SENESE NON HANNO MAI AVUTO UN GRANDE FEELING CON UN ELEMENTO ESSENZIALE DELLE MUSICHE AFRICANE, CHE È IL RAPPORTO CON IL MOVIMENTO DEL CORPO, OVVERO CON LA DANZA. È VERO CHE SENESE AVVICINANDOSI ALL’AFROBEAT HA DATO GRANDE SPAZIO ALLE SUITE D’IMPROVVISAZIONE, SU CUI AI CONCERTI SI BALLAVA. ED È ANCHE VERO CHE YES I KNOW MY WAY DI PINO DANIELE È UNA HIT DIVERSAMENTE FUNKY IN NAPOLETANO. PERÒ IL DANCEFLOOR È UN’ALTRA COSA. UN LINGUAGGIO UNIVERSALE. PERCHÉ TU LO HAI ESPLORATO MOLTO DI PIÙ DI TUTTI GLI ALTRI PROTAGONISTI DEL NEAPOLITAN POWER? Per me la danza è una dimensione fondamentale. La fonte del ritmo è la danza, non viceversa. Oltre al suono e alla parola, il ballo, il movimento del corpo. La danza è processo essenziale e preciso: muoversi al ritmo dell’universo. Nella danza ci trovi sia la parte animistica africana, la religiosità popolare, così come lo spiritualismo indiano o il misticismo sufi. La danza è una cosa seria perché diventa miracolo quando vedi succedere dei fenomeni potenti. Magari suoni a Londra, alla Barbican Hall, e ti sembra tutto pettinato e radical chic. Ma se quella stessa danza la trasferisci da Londra, a Copenaghen, a Rionero del Vulture in provincia di Potenza e poi addirittura la fai a Teverola in provincia di Caserta, e qui la signora Nunziatina esce dal basso e sta tutta la serata a muoversi sul ritmo, allora presi tutti insieme questi processi compiono un vero e proprio miracolo. La danza arriva a tutti. Il suono, il gesto, il ballo, sono comuni a tutte le culture. Si tratta di strutture culturali umane non diverse da quella degli sciamani che, quando suonano il tamburo e invocano gli spiriti, non staranno facendo rap in senso tecnico, ma stanno usando quella forma antica che è la parola sul ritmo, dentro al movimento del corpo, per indurre un cambiamento di stato e di coscienza tra i presenti. Quindi quella forma commerciale porta l’eco di un linguaggio primordiale che è luce. QUANDO SI RACCONTA LA STORIA DELLA CLUB CULTURE IN OCCIDENTE, SPESSO QUESTA RADICE AFRICANA VIENE RESCISSA. SI PARLA DEGLI ANNI SETTANTA DEI BEE GEES, DI GLORIA GAYNOR, MA MOLTO MENO DEI SETTANTA DI MANU DIBANGO E DEL SUO SOUL MAKOSSA (1972, FIESTA RECORDS). TU NEL 2007 HAI REINTERPRETATO SOUL MAKOSSA. SE PARLIAMO DELL’ITALIA, POI, NESSUNO SI RICORDA CHE QUANDO I DJ BRITANNICI PAUL OAKENFOLD E DANNY RAMPLING MISERO INSIEME LA COMPILATION BALEARIC BEATS VOL. 1, NEL 1988, DOPO UN’ESTETE DI EDONISMO A IBIZA, INCLUSERO IN QUEL DISCO IL BRANO BLACKOUT!, USCITO L’ANNO PRIMA PER L’ETICHETTA SPAGNOLA BLANCO Y NEGRO, CON COPERTINA NIENTEMENO CHE DI ANDREA PAZIENZA. BLACKOUT! SCRITTO, SUONATO E CANTATO, DA UN CERTO ENZO AVITABILE. DI COSA TI SENTI PIONIERE? Quando abbiamo iniziato a sperimentare la parola sul ritmo per me è stato naturale perseguire il discorso iniziato da James Brown, con Afrika Bambaataa; che io adoro. Però quel momento della musica afroamericana in cui l’hip hop esplodeva era già una forma molto codificata. Dischi come Dimmi com’è [1977, Produttori associati], sono esperimenti. Tra di noi la chiamavamo semplicemente “parola sul ritmo”, per capirci. Bambaataa aveva preso in ugual misura sia da Malcolm X sia dal John Coltrane, un nuovo concetto di africanità, che significa dire: “Il mio essere afroamericano oggi mi spinge ad affermare che non voglio più essere americano: io sono africano!”, Questo ha significato fare ritorno alla Grande Mamma Africa. Ma era un’idea di africanità non rinchiusa nel passato. Era contemporanea, come Fela Kuti. Questa nuova sensibilità africana, la parola sul ritmo, e altre espressioni anche visive e urbane che poi si sono chiamate hip hop, sono una traccia che ho seguito per molti anni.  Ad essere sincero, devo dirti che è anche vero che non appena qualcuno se ne accorge, e spesso parliamo di persone che con Napoli hanno poco a che vedere, il giorno dopo il signor Giuseppe Capocchia [Tal dei Tali, ndr] – cantautore – attribuisce questo merito a sé stesso per fini puramente propagandistici. Invece bisogna attenersi ai fatti, ai documenti storici. COS’È SUCCESSO? A CHI SI RIFERISCE IN PARTICOLARE? Noi facevamo musica con i pionieri afroamericani del rap. Dopodiché – cosa vuoi che ti dica? – un paio di anni dopo è arrivato Lorenzo Cherubini, ha fatto “1, 2, 3 Jovanotti” [ovvero Jovanotti For President, 1988, Ibiza Records, ndr] e questa cultura che veniva dalle parti nere delle metropoli statunitensi si è italianizzata e sbiancata. Solo che noi, intanto, a Napoli avevamo gettato questo seme black indipendentemente, nelle periferie… A Scampia, per esempio, dove dopo una decina di anni sono usciti fuori i Co’Sang con Spaccanapoli [1997, San Gennaro Funk Production, ndr], segnando una strada che nel panorama nazionale del rap va dal precursore, Enzo Avitabile, fino al numero uno delle classifiche di oggi, Geolier. Che poi qualcuno si attribuisca meriti che non ha… non mi cambia la vita, ma la storia del rap come sottocultura afroamericana in Italia passa da qui. Per questo oggi torno in Africa, ancora una volta. L’Africa non è un pensiero-musica. È un monito a dosare le parole, perché oggi sono troppe. EPPURE LA CIFRA STILISTICA DEL RAP È PROPRIO IL FIUME DI PAROLE… Viviamo in un periodo storico in cui la guerra è anche guerra di parole. E tutti ne usano quante più possono. Mi salta all’occhio che i testi delle canzoni sono divisi in parti che si chiamano “barre”, mentre da ragazzo l’unica barra a cui mi riferivo era la barretta di cioccolato… E queste barre sono lunghissime. Eppure, quando incontro qualcuno per strada e mi ferma, lo fa per dirmi: “E chi non conosce ‘o scuro, nun po’ capì ‘a luce” [Mane e mane da Black Tarantella, 2007, CNI Records, ndr]. È una frase singola, un mantra. E un altro ti dice: “No agreement today, no agreement tomorrow”, di Fela Kuti. È tempo di tornare alla frase. Ascoltiamo testi lunghissimi, ma tu te ne ricordi una? Io mi ricordo Je sto vicino a te di Pino Daniele. Che non sarà un mantra rituale, ma è una sequenza di parole che rimane impressa dentro. In questo senso devo dire che sia Pino, sia James Senese, sia anche Tullio De Piscopo quando cercò un incrocio con Radio Africa [1985, ZX Records, ndr], fanno parte di quella musica napoletana che in mezzo a tante musiche napoletane ha sempre riconosciuto le origini africane del proprio sound. LA TUA TENSIONE VERSO L’AFRICA È PIÙ VICINA A QUELLA CHE FU INAUGURATA DALL’ARTISTA SENEGALESE YOUSSOU N’DOUR CON LA SUA BAND SUPER ETOILE DE DAKAR, FONDATA NEL 1981. NEGLI ANNI OTTANTA TU PRENDI DECISAMENTE LA VIA DELL’AFRICA CON DISCHI COME ALTA TENSIONE (1988, BLANCO Y NEGRO), NEI QUALI COLLABORI CON MUSICISTI INTERNAZIONALI, COME XAVIER JOUVELET ALLE PERCUSSIONI, CHE SUONAVA CON IL CHITARRISTA MALESE DJELIMADY TOUNKARA. E IN SEGUITO, NELL’ALBUM STELLA DISSIDENTE, CON COPERTINA DI MILO MANARA (1990, COSTA EST), SUONA WILL ‘NFOR, BASSISTA DEL MUSICISTA GUINEANO MORY KANTÉ. Sono tutti dischi volutamente pro Africa. Youssou N’Dour ci faceva ballare ma insieme ci ammoniva dicendo: “Guardate che l’Africa non è fatta di piccole tribù di selvaggi. L’Africa è un luogo di antichi imperi, che precedono gli antichi imperi del sole in Oriente o in Occidente, e che poi sono stati riconosciuti, dall’Impero Celeste e l’India, da una parte, e dagli Inca, ai Maya, agli Aztechi, dall’altra”. E allora mi sono detto che era il momento di andare a sposarci con l’Africa ma non con lo stereotipo della musica africana bensì con l’essenza della musica africana, ovvero con la poliritmia della musica africana. Però per far ciò bisognava prendere una strada differente da quella percorsa fino a quel momento ovvero incrociare diversi linguaggi come io insieme ad altri musicisti napoletani avevamo già fatto fino dagli anni Sattanta. GLI ANNI NOVANTA SONO STATI UN MOMENTO DI ESPLOSIONE PER LA WORLD MUSIC. PROPRIO NEL PIENO DELL’IDEOLOGIA DELLA GLOBALIZZAZIONE COME TENSIONE OMOLOGANTE, SONO ESPLOSE FORME DI APERTURA VERSO FORME DI MUSICA NON OCCIDENTALI COME RITORNO A DELLE SPECIFICITÀ CULTURALI, RISPETTO A CUI AVITABILE SI ERA MOSSO IN ANTICIPO. Sì, prova ne sia il fatto che il primo progetto di piena coscienza di questo movimento da e verso l’Africa, indipendentemente dall’Atlantico è stato I Bottari, intorno all’anno 2000. Con I Bottari abbiamo voluto rimpossessarci della nostra identità musicale. E questa identità non è la poliritmia perché in qualche modo la nostra tradizione del Mediterraneo settentrionale è più figlia della Grecia. Quindi volevamo far dialogare consapevolmente questa eredità con la musica africana, in particolare quella della cultura Yoruba, quindi quella più vicina a Fela Kuti. La poliritmia è transitata nel piede del ritmo dei Bottari creando modi diversi di valicare il groove, insieme a Manu Dibango, al trombettista sudafricano Hugh Masekela, al polistrumentista maliano Baba Sissoko. Con loro ci siamo mischiati. Siamo riusciti ad avere questo suono che però giorno per giorno diviene e tu non riesci mai a inscatolarlo. E il concetto è proprio questo: quello che chiamiamo Africa diviene giorno per giorno. Muta, si trasforma. E questo mi ha portato oggi a tornare a Napoli e dire: “Guardate che non si dice ‘la musica africana’: non vuol dire niente. Si dice ‘le musiche africane’, perché c’è altrettanta differenza tra me e la loro musica quanta ce n’è tra la musica del Senegal e quella del Congo, e quella del Camerun. OGGI NELLA CLUB CULTURE MONDIALE È EMERSO UNO STILE DI MUSICA DANCE AFRICANO CHIAMATO AMAPIANO, E POI CONFLUITO NELLA 3-STEP, BASATO ANCORA SU STRUTTURE TERNARIE CON ARMONIE MODALI QUASI NOSTALGICHE. E LA SENSAZIONE È DI TROVARSI SUL DANCEFLOOR IN MEZZO AD ATMOSFERE MOLTO DIVERSE DALLA DISCOTECA ALLA QUALE SIAMO ABITUATI. È COME UNA VERSIONE NON OCCIDENTALE DEL DANCEFLOOR CONTEMPORANEO. E MI DOMANDO: C’È UNA DIFFERENZA ESSENZIALE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, TRA NORD E SUD? In estrema sintesi, la musica occidentale si basa sugli accordi e su delle parole “ad effetto” per indurre un’emozione. La musica africana riesce a commuoverti attraverso un linguaggio per noi più inusuale, che è il ritmo e che, secondo i canoni della musica occidentale, da solo non basterebbe a suscitare emozioni. Invece, quando ciò accade, vuole dire che quella forma musicale, a dispetto dei canoni occidentali, è capace di muovere una parte spirituale. E questa parte spirituale sfugge a noi stessi e viaggia fino a portarti nel cerchio del ritmo: ormai ti ha preso e va oltre la tua volontà. Il ritmo guarisce. Il ritmo ci sana. Il ritmo non ci salva ma il ritmo ci sana. CON QUALE SPIRITO VAI OGGI A FARE UN DISCO IN AFRICA? RITORNO A CASA? RISCOPERTA? TRASFORMAZIONE? APPRODO? DERIVA? Di recente sono stato a Gorée, in Senegal, l’isola a largo di Dakar che era la porta degli schiavi. Da lì ci si imbarcava per l’Atlantico senza fare mai più ritorno. È stata un’esperienza forte. Sono tornato da lì segnato, ma nel nuovo album non la “racconterò” perché il suo significato proverò ad articolarlo in forma introspettiva, su di un piano di realtà diverso e unico. Voglio fare in modo che, se anche la gente non nominerà Gorée come luogo storico ne potrà cogliere la dimensione spirituale, e quindi universalmente umana. Per questo motivo il brano si intitola Catene invisibili. Catene invisibili che legano “cchiù d’’e catene ‘o vero”, perché esistono schiavi oggi che passano per la stessa porta senza poter mai più tornare a casa anche senza passare per Gorée, in Senegal. Io condivido con gli artisti che ho nominato e con moltissimi altri, insieme al mio produttore Andrea Aragosa, l’idea che la musica così concepita e vissuta ci consente di combattere la destoricizzazione dell’Africa, e in questa parte del mondo significa raccontare come le identità sono sempre ibride. L’identità non la puoi rinchiudere dentro lo spazio culturale di una città, o in uno stereotipo, né nella figura del poveraccio con la mano aperta a cercare che qualcuno gli dia qualcosa. Quando le identità si aprono, i Paesi si incontrano e i popoli si mescolano e vanno avanti, progrediscono su di una terra comune. L'articolo Tra me e il mio colonizzatore proviene da Il Tascabile.
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