Al listening party di Kiss All The Time. Dance Occasionally, tenutosi a
Manchester il 6 marzo, si poteva accedere solo partecipando a un concorso che, a
grande sorpresa, Francesca ha vinto. Così ha preso un volo ed è partita,
condividendo con Vogue il racconto dell’esperienza e alcune fotografie scattate
con la macchina usa e getta che le è stata data dopo aver consegnato il
cellulare
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“L’ avanguardia risiede nei sentimenti e non nelle forme”: questa è una frase
cruciale di una storica intervista al grande sax hero Massimo Urbani, contenuta
nel recente documentario Easy to love (2025), che traccia la storia del jazzista
romano seguendo un viaggio di formazione del figlio alla ricerca dello spirito
del padre. Bene, nella pellicola di Paolo Colangeli (che nei primi Novanta aveva
già filmato Massimo nel docufilm intervista Massimo nella fabbrica abbandonata),
c’è anche la testimonianza di un altro Urbani, il fratello Maurizio. Anch’egli
sassofonista, forse ad oggi l’unico erede musicale diretto del suddetto,
Maurizio ha condiviso con il fratello tutta la forza del jazz nel suo lato
positivo come in quello negativo: i palchi e le grandi jam coi pezzi grossi, la
dipendenza dalla droga e dall’alcool, le discese agli inferi come le salite
nell’iperboreo della creatività, il dolore della perdita e la gioia di potere
ancora ricordare. Nativo, come il fratello, di piazza Guadalupe a Monte Mario,
il nostro porta con sé, oltre quello del jazz, anche il linguaggio della
borgata, che ancora oggi vibra nelle sue parole mentre accendiamo il camino
nella sua attuale dimora a Sutri: da lui ci facciamo raccontare l’eredità di
Massimo, la storia di un pezzo di cultura musicale italiana e soprattutto la sua
storia personale votata alla musica, che ancora non accenna ad arrendersi al
tempo e allo spazio come è naturale nei grandi artisti in cui, per l’ appunto,
“l’avanguardia è il sentimento”.
PARTIAMO CON LA DOMANDA PIÙ OVVIA: VORREI SAPERE QUANDO È COMINCIATO IL TUO
RAPPORTO COL SASSOFONO.
Il mio rapporto col sassofono lo devo tutto a Massimo, mio fratello maggiore,
che era appassionato, che già era musicista.
CHE ANNO ERA?
Beh guarda, io ho iniziato a suonare che avevo quindici-sedici anni, nel
1975-76. Massimo nel 1971-72 già suonava con Tony Formichella al Folkstudio e
nel 1974 Pepito Pignatelli apre il Music Inn, e io da pischello andavo laggiù a
sentire mio fratello e poi sono andato a lavorare al Music Inn: quattro o cinque
anni di stagioni memorabili, c’erano tutti gli americani: da Bill Evans a Horace
Silver, George Coleman, Johnny Griffith, quindi una stagione di grandi, Mingus,
Elvin Jones, McCoy Tyner…
QUANTI ANNI AVEVI ALL’EPOCA?
All’epoca avevo diciassette anni, perciò ho avuto una scuola eccezionale. Poi a
casa c’era questo sax soprano che Massimo non usava: io da pischello ho iniziato
un po’ con la tromba a scuola di musica a Monte Mario. Era la scuola di
Tommasetti che era un maresciallo della finanza in pensione, della banda, e
aveva chiesto il cinema ai preti, lì a piazza Guadalupe.
TI SEI FORMATO QUINDI, MUSICALMENTE, NEL QUARTIERE TRIONFALE–PRIMAVALLE.
Sì, ho iniziato così, perché d’estate ci portavano al paese dei miei nonni, a
Camerata Nuova vicino all’Abruzzo: c’era sempre la banda e Massimo ha iniziato
così la sua passione.
VOI AVETE SUONATO UN SACCO INSIEME, NO?
Sì, poi abbiamo iniziato a suonare insieme anche con Giovanni Tommaso, con
Danilo Rea con Stefano Sabbatini, Ascolese… tutta quella scuola lì: gli
Spirale, Patrizia Scascitelli, Tony Formichella.
A PROPOSITO DEL QUARTIERE, HO SEMPRE TROVATO CHE LA VOSTRA MUSICA SIA LEGATA
PROPRIO AL TERRITORIO IN CUI SIETE NATI: C’È IL DISCORSO DI CONFINE DI
TRIONFALE, QUELLO SUBURBANO DI PRIMAVALLE, LA “WASTELAND” DI MONTE MARIO. QUANTO
È ENTRATO TUTTO QUESTO NEL VOSTRO JAZZ?
All’epoca era un po’ un far west, ero appunto di borgata e la cultura
musicale io l’ho appresa così: mi ricordo che mio fratello Massimo nel
1970-71 cominciò a suonare con un gruppetto di amici tra cui un paio di
parenti: mio cugino batterista, poi c’era Giano Cozzo, un altro batterista, e
facevano musica da ballo, le cover un po’ dei Santana… e Massimo ha iniziato
così. Poi dopo con Tony Formichella ha scoperto il rythm and blues, Ray Charles,
Otis Redding, King Curtis. Poi c’era il Folkstudio a Roma, che era uno di quei
locali dove facevano jazz e non solo: anche Bob Dylan ci è passato, e lì hanno
iniziato dei musicisti tipo Vittorini, Maurizio Gianmarco, Roberto Ciotti, che
frequentavano il Folkstudio… poi dopo nel 1972 Gaslini fece il primo workshop
sul jazz al conservatorio, cosa che non era mai successa in un conservatorio di
musica classica: ha messo su questa settimana di incontri e Massimo andò con
Tony, perché io poi andai con mio padre il giorno dopo, se non mi ricordo
male, in via dei Greci. E Gaslini fece questa piccola riunione di
musicisti giovani italiani da cui Vittorini, Giammarco, Gaetano Delfini, Nicola
Raffone, Michele Iannaccone, Bruno Tommaso…
HAI UNA MEMORIA DI FERRO!
Me lo ricordo perché mio padre ci andò, perché Gaslini ascoltò Massimo e
rimase di stucco, e dopo un po’ lo chiamò a suonare nel suo gruppo, il gruppo di
Gaslini: iniziò proprio così e subito dopo, nel 1973, per sei o sette mesi suonò
con gli Area.
MICIDIALE.
Sì sì, c’era Victor Busnello prima… che era un sassofonista che poi
purtroppo stava male, perché era un alcolista.
MASSIMO POI HA SUONATO ANCHE CON GIANNA NANNINI. FECE CON LEI UN DISCO.
Sì, è vero: ti racconto questa a proposito… c’era una festa a casa di Bernardo
Bertolucci a Milano, il giorno proprio che Massimo incise con la Nannini a
Milano e lei lo portò lì a questa festa. Me lo ricordo perché mi ha
raccontato che lui e la Nannini si erano scolati una boccia di Ballantine’s,
stavano ubriachi persi e alla Nannini gli piacque tantissimo Massimo, e lui fece
questa apparizione insomma… che disco è?
SCONCERTO ROCK: DICIAMO CHE È LA PRIMA COLONNA SONORA CHE HA FATTO LA NANNINI,
ERA DI UN FILM PRODOTTO APPUNTO DA BERTOLUCCI ANCORA OGGI INTROVABILE… C’È ANCHE
VICTOR CAVALLO COME ATTORE PROTAGONISTA.
Ah, ho un aneddoto di Victor: al Teatro dell’Orologio… sai dove è Corso Vittorio
a Roma, no? C’è la chiesa bianca quella enorme che sta lì, no? Ecco, mi ricordo
una sera che verso le 22 ero uscito dal Music Inn, e lo becco che esce
fuori dalle scale per andare a fumarsi una sigaretta… era lui perché non so chi
cazzo me lo aveva detto de ‘sto Victor… era strafatto, strafatto co’ ‘sto loden
nero co’ ‘sta barba incolta … forse aveva fatto uno dei film più famosi suoi…
è morto di overdose, era un tossico. Ma lui era un appassionato di jazz e
conosceva Massimo.
AH, LO VEDI?
Sì, gli piaceva… era un grande artista Victor Cavallo, non fosse stato così
tossico, un grande poeta e me lo ricordo… dico, Victor! Stava stracotto, poi era
uno tutto scuro, era piccoletto… co’ ‘sti occhi marroni, mi
ricordo rossi rossi, strafatto di roba… poi io la zona la bazzicavo perché nel
pomeriggio prendevo il ghiaccio per il Music Inn, per Pepito, con la bicicletta:
mi facevo largo dei Fiorentini, facevo corso Vittorio, andavo dietro a via del
Governo Vecchio e qui c’era un ghiacciaro, proprio i vecchi ghiacciari di una
volta. E poi tra l’altro c’era un’enoteca su corso Vittorio enorme, famosa, che
ora non ci sta più, dove si fornivano tutti i mejo locali, il cui gestore era
amico di Pepito: e la notte andavo a prendere lì due casse di whisky, una cassa
di gin e poi mettevo i dischi tra primo e secondo tempo dei set live. Perciò mi
sono visto li mejo concerti, da Charles Mingus a Bill Evans, Horace Silver, i
Jazz Messenger, Max Roach, Roy Haynes… che cazzo te devo di’… sembrava il
Village Vanguard in quel periodo, dal 1974 al 1978.
E METTEVI SEMPRE DISCHI JAZZ?
Ma certo, e che cazzo… Pepito aveva lì un po’ di dischi, poi è arrivato Aldo
Sinesio della Horo, che ha fatto una collana di jazz e veniva a vendere i
dischi la sera.
QUINDI ALLA FINE QUELLA È STATA UNA PALESTRA PERCHÉ TU HAI SENTITO TUTTO E DI
PIÙ.
Una grande palestra, come stare negli anni quaranta al Three Deuces dove
c’erano i locali, dove c’era il bop dalla mattina alla sera.
MA POI, RIALLACCIANDOSI A CAVALLO, ALLA FINE QUESTO COLLEGAMENTO TRA JAZZ, ARTE
E TOSSICODIPENDENZA ALL’EPOCA?
Viene tutto dalla banda della Magliana, dai fascisti, da Miki Mantakas in
poi, dal 1972 al 1973 a Roma… a me non è mai successo un cazzo, ma
io prendevo il 47 da Monte Mario fino a piazza Cavour poi mi facevo a piedi da
Piazza Cavour a Castel Sant’Angelo, corso Vittorio fino al Music Inn: e lì era
pericoloso.
IMMAGINO…
Beh le squadracce fasciste giravano: sai quante volte sono passato a piazza
Risorgimento sull’autobus notturno? Co’ tutti sti manifesti… avevano
appena ammazzato Mikis Mantakas, erano incazzati persi… io invece ero amico di
Walter Rossi, per dire.
BRUTTA STORIA QUELLA, ASSASSINATO DAI FASCISTI A VIALE MEDAGLIE D’ORO…
Anche perché l’autobus poi passava sempre davanti a Balduina, e c’era la
fermata proprio al semaforo e accanto la sezione del Movimento sociale.
Erano cattivissimi, una delle più brutte sezioni che c’erano all’epoca… noi
eravamo rossi ovviamente.
QUINDI MONTE MARIO ALL’EPOCA È COME SE FOSSE STATO UNO
SCENARIO TOTALMENTE JAZZ VECCHIO STILE: NEL SENSO CHE STAI IN UNA SITUAZIONE IN
CUI C’È LA DROGA, CI STANNO I FASCI NAZISTI, TU SEI IN BORGATA E SEI
PRATICAMENTE IL WHITE NIGGA CIOÈ IL NERO BIANCO DELLA SITUAZIONE…
Sì, però tutte queste cose qui erano contrastate da una generazione di
giovani vogliosi, che facevano la musica l’arte, dei visionari anche, no? Detto
questo l’Italia è stata sempre un Paese fascista, di fascisti: ancora adesso,
anzi adesso più di prima.
COMUNQUE DA LÀ SI È CREATA TUTTA UNA ORIGINALITÀ ANCHE NEL SUONO PER ESEMPIO IL
SUONO TUO E IL SUONO DI MASSIMO… DA DOVE NASCE? DA QUESTO MOOD?
Il suono nasce da altri, perché Massimo è un altro che è preso dal suono di
Charlie Parker, John Coltrane o di tutti i grandi maestri: poi però c’è una
parte di anima che è tua personale come dici te… e lì se sei veramente un
musicista che ha qualcosa da dire, lì si vede. Originalmente ognuno di noi ha
preso da qualcuno.
TU HAI BEVUTO DALLA STESSA COPPA DI MASSIMO OPPURE NO?
Ma sì, perché Massimo ascoltava Charlie Parker, Coltrane, Miles Davis… a
casa c’era quella musica là, mio padre non sapeva manco che cazzo era: mia
zia sentiva i Rokes , la Formula 3… a questo proposito io ho conosciuto proprio
Tony Cicco, il batterista della Formula 3, e poi ho conosciuto pure i
Raccomandata ricevuta di ritorno.
C’ERANO PURE I ROVESCIO DELLA MEDAGLIA, CHE ERANO DI ZONA.
Sì infatti, Enzo Vita era nostro amico.
QUINDI AVEVATE ANCHE DEI CONTATTI COL PROG ROCK.
Sì, Massimo era abbastanza stimato da questi personaggi… guarda, ho visto i
primi festival pop a Villa Pamphili, e c’erano tutti questi gruppi qua.
MA QUANDO TI METTI A SUONARE, QUELLO CHE TI INTERESSA È TIRARE FUORI IL BLUES?
Sì, certo l’anima, il blues: è fondamentale, il blues, è come Napoli per noi, la
musica napoletana.
TU HAI ANCHE SUONATO FUORI DALL’ITALIA, HAI GIRATO PARECCHIO.
Sì, ho suonato in Francia e in Germania con Massimo: l’Italia l’ho suonata
tutta, a parte le mie marchette…
INTERESSANTE, RACCONTAMI DI QUESTE MARCHETTE.
Beh, con i Perigeo e Riccardo Cocciante.
VABBÈ, MA I PERIGEO NON MI SEMBRANO PROPRIO SOLTANTO MARCHETTE.
Però era il 1982, erano il New Perigeo, eravamo io, Maurizio Guarini…
MA SCUSA, TU PER CASO STAI PURE NEL DISCO DEI NEW PERIGEO DI QUEL PERIODO?
EFFETTO AMORE?
No, non ho inciso neanche l’album con Cocciante, che era l’album con Cocciante
quello ok, quello più figo insomma, quello di “Passeggiando in bicicletta”, ma
ero in quel tour.
DOVE, TORNANDO AI ROKES, C’È APPUNTO LA PRODUZIONE DI SHEL SHAPIRO.
Bravo, era il produttore: io ci ho cenato una sera, è venuto all’RCA, l’anno che
l’Italia ha vinto i mondiali. Siamo partiti il giorno dopo
Italia-Spagna, abbiamo fatto 70 serate e all’epoca Cocciante e Battiato erano
quelli che andavano per la maggiore.
HAI ALTRI ANEDDOTI A RIGUARDO?
Tipo nel 1983-84 con Massimo Nunzi, mio amico trombettista: io ero amico di
Federico Troiani che partecipava a questo concorso, La Gondola d’Oro a Venezia.
Trovo questo ingaggio al Lido, era l’anno che andava alla grande Miguel Bosé, e
infatti quella sera c’era. A un certo punto arriva il manager dei Genesis,
perché i Genesis facevano un programma su Rai uno, dovevano registrare il
pomeriggio. Allora ci hanno visto fare le prove e a un certo punto arrivano i
manager dei Genesis e dicono: “Sentite, abbiamo questo special alla Rai, ci
servirebbe una tromba e un sax. Però solo gli strumenti, non i musicisti”. E io
allora, figlio de mignotta, tossico, chiamo Nunzio e gli dico “Oh… beh li
affittiamo”. Quindi centomila lire di allora, mille euro di adesso… e poi ho
chiamato il manager e gli ho detto “Oh, ma non è che questi so’ rocchettari,
buttano gli strumenti per terra?”. Sai io ero uno jazzofilo, quando ho sentito i
soldi ho detto “Sì, va bene”, però ho pensato “Non è che poi danno foco al sax
come Hendrix la chitarra?”.
AAHAH BEH, ALL’EPOCA I GENESIS ERANO PIÙ IMPIEGATI CHE ROCKETTARI...
E infatti mi dice “Non te preoccupa’”… quindi niente assistiamo a ‘sto special
in prima fila, erano cinque-sei persone, senza pubblico, registrato. C’era Phil
Collins: arrivano con gli strumenti. Mentre registravano me so’ messo proprio
sotto al palco per vedere come trattavano la roba… c’era Paul Rutherford e il
mio sax lo suonava lui… a una certa appoggia il mio sax e io… ‘tacci tua… [ride]
quindi vabbè, finisce a grazie, grazie… pagato tutto a nero. Il pomeriggio dopo,
alla Rai c’era il buffet nei camerini, cartoni di gin, di wisky, di tutto c’era
su ‘sto tavolo… credo ci fossero anche delle donnine, ma non mi ricordo un cazzo
perché so’ entrato me so’ ‘mbriacato e ho magnato e bevuto co’ Phil Collins, co’
‘sti quattrini in tasca. C’è anche il filmato di Troiani su YouTube dove ci
siamo noi, “Non c’ho ‘na lira pe’ canta’…” ride. Nel pomeriggio uno dei Bixio ci
portò in un negozio di abbigliamento al lido, ce fece comprare cinque giacche a
vento senza maniche che non se potevano vede’, con una stella gialla… pacchiane,
anni Settanta proprio, una cosa ignobile… ballavamo pure…
E A PARTE QUESTE GRANDI “MARCHETTE” PARLIAMO DELLA TUA MUSICA: TU ALLA FINE
SEI UN EREDE DEL SUONO DI MASSIMO O SEI CRESCIUTO PARALLELAMENTE?
Ma certo, tutti i sassofonisti che ci stanno adesso sono figli di John Coltrane,
perché tutti i giorni le nuove generazioni dopo Coltrane, Rollins, Parker, Miles
Davis si sono rifatti tutti a questi, a loro, perché il messaggio è stato
lanciato da loro: il modale e Miles, poi dopo si sono sviluppate tante cose.
TU CHET BAKER L’HAI CONOSCIUTO DI PERSONA.
Come no? Ho una foto fatta a Villa Pamphili con lui, strafatti. Chet veniva
spesso a casa mia, un sacco di volte: veniva a prendere la roba a Monte Mario e
quando lui prendeva la roba passava da me a fasse.
MA QUINDI QUELLA FOTO NON È STATA FATTA A SANTA MARIA DELLA PIETÀ! IO PENSAVO
CHE FOSSE MASSIMO NON TE, ME LA SONO CONSERVATA PURE NEL TELEFONINO…
No no, eravamo io e Chet a Villa Pamphili: perché mentre stavamo lì è arrivato
uno con la macchinetta fotografica mi guarda e mi dice “Ma chi è, Chet
Baker?”, io ho fatto “Sì”. “Ma posso fare un po’ di foto?” “E fai, fai”…
C’eravamo fatti un perone incredibile, con la Peugeot 504 di Chet che sembrava
‘n albergo, c’aveva i bottiglioni de metadone, cose, pasticche di morfina… che
te lo dico a fa’… lui c’aveva anche un’Alfa Romeo di quelle coupé, che poi
l’hanno arrestato…
DI CHE ARRESTO PARLIAMO?
Eh, l’hanno trovato in overdose vicino a Viareggio mentre andava alla
Capannina a suonare. Ci stanno le foto quando lui esce dal carcere, no? Quando
venivano a Monte Mario mio zio con il cugino, mio padre gli diceva: “Vedi
quell’Alfa Romeo? L’hanno arrestato nel 1961”. Lo sapevano perché è stato il
primo arresto di un eroinomane in Italia, all’epoca in Italia ce ne saranno
stati tre.
QUINDI POI HAI FATTO LA TUA CARRIERA...
Io poi ho fatto un po’ di televisione con Pippo Caruso e invece Massimo ha
cominciato una carriera grande, ha cominciato a suonare con Enrico Rava, con gli
americani…
HAI FATTO UN ALTRO TIPO DI PERCORSO RISPETTO A LUI.
No, molti jazzisti all’epoca facevano così; ad esempio io ho sostituito Maurizio
Gianmarco nei New Perigeo perché lui stava suonando con la Mannoia, che
evidentemente andava di più perché gli faceva pure gli arrangiamenti. Ma anche
Giovanni Tommaso c’era, io suonavo con Agostino Marangolo nel periodo di
Cocciante, c’era Carlo Pennisi, chitarrista di Mike Francis. Sono stato uno
degli ultimi musicisti a fare le prove all’RCA, che poi hanno chiuso, e andavamo
al Teatro Gerini anche, che è un convento di preti sulla Tiburtina vicino
all’RCA e facevamo le prove lì con Riccardo. E andavamo a pranzo alla mensa
dell’RCA, e poi ho cominciato a fare jazz in Capitale dopo che ho fatto queste
marchettone: poi ho fatto Fantastico, con Celentano e con Gianni Dall’Aglio.
BEH, QUESTA È UNA STORIA INTERESSANTISSIMA.
Sì, queste commissioni con Gianni Dall’Aglio che era il batterista di Battisti,
con Mauro Negri clarinettista, che è stato un grandissimo sassofonista, e poi
con il futuro marito della Pausini, Paolo Carta. E poi c’erano tre di Milano che
erano del clan di Celentano: loro c’avevano un residence a via Cortina d’Ampezzo
perché Celentano c’aveva una suite all’Hilton e noi facevamo le prove con
Pinuccio Pirazzoli. Ricordo grandi colazioni al Belsito Balduina.
AH SÌ? AMMAZZA, NEI POSTI PIÙ NERI DI ROMA, TORNANDO AL DISCORSO PRECEDENTE…
Sì perché Carta mi veniva a prendere e andavamo a fare le prove alla Sala
Blu dell’Hilton il giovedì, e il venerdì e il sabato al Teatro delle Vittorie.
E POI PRATICAMENTE DOPO LA MORTE DI MASSIMO TU HAI AVUTO UNO SWITCH.
Esatto, perché poi facevamo i club con Massimo, suonavamo in giro e poi nel
1993 è successa la disgrazia. Io sono stato due o tre anni che insomma, non è
che stavo benissimo… poi ho smesso di farmi, nel 1997 ho conosciuto la mia ex
moglie mi sono rimesso un po’ a posto … ho continuato a suonare con i musicisti
romani in tutti i club di Roma e poi c’è anche il premio dedicato a Massimo a
Camerino; ogni anno vado lì, faccio l’organizzazione delle jam session, sto in
giuria. E poi sì, quest’anno ha vinto Antonio Scannapieco e attualmente ho un
po’ ridotto tutto per problemi di salute. Ho vissuto il meglio di poter vivere a
Roma il jazz.
PERÒ IL CLUB DICIAMO CHE È LA DIMENSIONE TUA NO?
Sì certo c’è una roba più diretta che sta là capito… e comunque anche adesso a
Roma c’è una buona fucina del jazz, ci sono parecchi locali e giovani,
musicisti. Le anime sono un po’ cambiate, però vabbè…
PERCHÉ DICI CHE SONO CAMBIATE?
Perché sono stati curati molti altri aspetti dell’essere musicista,
molti tecnicismi: la tecnica è fondamentale comunque per un musicista, ma lì
dietro poi ci deve essere appunto un’anima, uno spirito che va oltre la
musica in sé stessa. Nelle nuove generazioni quindi c’è del buono ma anche del
meno buono.
QUALI SONO QUELLI CHE TI PIACCIONO DELLE NUOVE GENERAZIONI INTERNAZIONALI E
NAZIONALI?
Beh, in Italia abbiamo un sacco di non dico nuovissime generazioni, ma grandi
musicisti: ancora c’è gente tipo Scannapieco, Stefano Di Battista, Rosario
Giuliani, lo stesso Bollani, Rava insomma che tengono ancora. E poi ci sono un
sacco di giovani: io lo vedo lì al premio internazionale di Massimo, non solo
italiani, ma nuove generazioni di musicisti che se hanno la schiena dritta a
livello emotivo, nel senso che hanno una parte artistica vera, allora è gente
che potenzialmente spacca.
A TE PIACE SUONARE IN SOLO? O TI PIACE PIÙ CON LA BAND?
Solo strumento… solo sax? Beh a casa, davanti a un amico… concerti da solo
sax insomma… a meno che non sei Steve Lacy capito… in generale sono più i
pianisti, vedi Cecil Taylor o Keith Jarrett, a fare questo. Sassofonisti a parte
quelli d’avanguardia come Braxton… Steve Lacy l’ho sentito solo col soprano dal
vivo… c’aveva un capoccione così.
CHE DIRESTI A UN PISCHELLO CHE INIZIA ORA COL SAX?
Di ascoltare un sacco di tradizione jazz, di stili del jazz dal 1910 in poi,
ascoltarli tutti profondamente e avvicinarsi il più possibile a quell’anima. Poi
chiaro la musica te deve piace’, poi non c’è solo il jazz c’è anche il blues, il
jazz rock, le musiche indiane, africane, le commistioni… quel crossover che già
negli anni Settanta faceva gente come Don Cherry, Gato Barbieri…
TU QUANTI DISCHI HAI REGISTRATO?
Io a nome mio uno, con la collaborazione di Federico Laterza il pianista, e poi
ho partecipato ad altri dischi, ne ho fatti tanti.
E QUALE TI PIACE DI PIÙ?
Beh, quello con mio fratello, postumo. The Blessing: anche se ero un pischello e
gli altri erano musicisti già formati come Danilo Rea, Gatto.. quella per me è
stata un’esperienza unica.
CI TORNI MAI A MONTE MARIO?
Ho ancora i parenti, ci sono stato per registrare Easy to love di Paolo
Colangeli… per il resto ci vado ogni anno-due anni.
ESATTO, PARLIAMO DEL DOCUMENTARIO: TI È PIACIUTO?
Sì, è un bel film.
[q]Sono stati bravi a sintetizzare la storia di Massimo Urbani partendo da
questo viaggio dell’anima del figlio, che riscopre il padre tramite la sua
musica… anche se potevano anche farlo durare un po’ di più.[/q][a] Beh, quelle
sono le esigenze della Rai, ma Colangeli aveva molto altro girato.
SE TORNASSI INDIETRO RIFARESTI TUTTO?
No: anche se potessi cambiare qualcosa non potrei farlo, va bene così è giusto
così. Questa cosa della vita va sempre a scemare, perché è biologica.
L’importante è come te le vivi le cose; e soprattutto quello che pensi della
vita, degli esseri umani.
L'articolo Il linguaggio del jazz e dei sentimenti proviene da Il Tascabile.
A nche questo inverno, come ogni inverno dal 1951, l’Italia si ferma per quello
che è al contempo l’evento più divisivo e più unificante dell’anno. Il Festival
di Sanremo è una di quelle ricorrenze impossibili da ignorare, e infatti
puntualmente il Paese finisce per spaccarsi in due frange asimmetriche: da un
lato quelli (tanti) che seguiranno più o meno fedelmente la rassegna,
sceglieranno le canzoni preferite e la mattina si agganceranno al treno di
discussioni Sanremo-centriche; dall’altro quelli (meno) che tenteranno di
isolarsi tappandosi le orecchie, nella speranza che il supplizio passi in
fretta. Che tu appartenga a una frangia o all’altra, c’è buona probabilità che
le canzoni di Sanremo ti entreranno in testa lo stesso. E per quanto tu abbia
provato a evitare qualsiasi cosa abbia lontanamente a che fare con l’Ariston, è
possibile che fra qualche settimana, nel silenzio della tua testa, scoprirai che
quei ritornelli hanno aggirato le difese e hanno colonizzato anche il tuo
paesaggio sonoro. Come vedremo, se questo succede non è perché i brani di
Sanremo siano particolarmente belli, ma perché il nostro cervello fa una fatica
tremenda a resistere ai ritornelli, e alle ripetizioni musicali in generale.
Repetita sonant
Partiamo dal 1995, quando la psicologa Diane Deutsch fa una scoperta che da sola
è in grado di cambiare la neuropsicologia della musica. Come molte scoperte
spartiacque, anche questa avviene per caso. Deutsch sta preparando un CD
divulgativo, ha già registrato tutte le sue parti ma vuole assicurarsi che le
tracce non abbiano difetti di registrazione. Comincia così a riprodurre spezzoni
del suo intervento a ripetizione. A un certo punto, mentre ascolta un
particolare segmento, si rende conto di una cosa: parole che lei aveva letto
senza alcuna intonazione consapevole, ora presentano una certa musicalità,
sembrano quasi cantate. Quando prova a riascoltare per intero il discorso la sua
voce appare neutra, ma quando arriva quel pezzo di frase d’un tratto la voce si
impenna in una melodia cantata. Quella che Deutsch sta sperimentando è una forma
piuttosto comune di illusione sonora, oggi nota come speech-to-music illusion
(se volete sperimentarla voi stessi, è possibile ascoltare il file originale).
> Nel parlato c’è sempre una componente melodica e ritmica (prosodia) che spesso
> non notiamo perché concentrati sul senso della frase. Con la ripetizione
> l’attenzione si sposta: la componente semantica passa in secondo piano e la
> prosodia emerge.
Ma perché un pezzo di parlato ripetuto un certo numero di volte trascolora in
musica? Deutsch ha passato gli ultimi trent’anni a cercare di rispondere a
questa domanda, e una delle prime cose che ha scoperto è che la speech-to-music
illusion non è automatica. Dipende innanzitutto dalla lingua: in quelle tonali,
come il cinese mandarino, dove l’intonazione modifica il significato della
singola sillaba, per dire, l’effetto si verifica meno facilmente. Inoltre è
fondamentale che la ripetizione sia esatta: se ad esempio le sillabe vengono
invertite, l’effetto diminuisce o scompare. Al di là di questi distinguo, esiste
una spiegazione piuttosto convincente dietro questa specie di magia sonora: nel
parlato c’è sempre una componente melodica e ritmica (prosodia) che tendiamo a
non notare perché siamo concentrati sul senso della frase; quando però un pezzo
di frase viene ripetuto in loop, l’attenzione si sposta: la componente semantica
passa in secondo piano e la prosodia emerge.
È una spiegazione convincente, ma non sufficiente. Se infatti bastasse una
ripetizione decontestualizzata per trasformare una frase parlata in una frase
cantata, allora sperimenteremmo questa illusione molto più di frequente. Il
punto è che la musicalità degli elementi ripetuti è anche legata ad aspetti
cognitivi e culturali.
Una questione di intenzionalità
La musicologa cognitiva Elizabeth Hellmuth Margulis ha dedicato la propria vita
a studiare la capacità che la musica ha di monopolizzare la nostra attenzione.
Nel suo ultimo saggio, Transported, in uscita a maggio 2026, analizza come le
canzoni siano in grado di farci rivivere momenti passati e immaginare scenari
futuri, innescando una specie di sogno a occhi aperti. Ma prima di focalizzarsi
su questo fronte di ricerca ha passato anni ad analizzare i cosiddetti earworm,
i tormentoni virali di cui parlavo a inizio pezzo.
Nel 2013, volendo dimostrare l’importanza della ripetizione nella fruizione
musicale, ha ideato un esperimento talmente subdolo da assomigliare a un
tranello. Come prima cosa ha selezionato una serie di estratti di musica
contemporanea poco accessibili a un ascoltatore non specializzato, tratti dai
brani di Luciano Berio ed Elliott Carter: parliamo di musica piuttosto
complessa, praticamente priva di elementi ripetitivi, che un fruitore medio
farebbe fatica a suddividere in parti distinte. In una seconda fase, ha
modificato digitalmente questi brani introducendo ripetizioni non previste nelle
composizioni originali. Questa modifica è stata eseguita in maniera
sostanzialmente casuale, senza seguire alcun criterio compositivo. In teoria,
dunque, i brani modificati sarebbero dovuti risultare più sghembi e rozzi
rispetto a quelli originali, e invece, una volta che le due versioni sono state
sottoposte a una schiera di ascoltatori non specializzati, i brani modificati
venivano giudicati più piacevoli e interessanti. Non solo, quando veniva chiesto
quale delle due versioni fosse stata realizzata da un essere umano, quasi tutti
sceglievano quella alterata.
Da questi esperimenti Margulis dedusse che la presenza di ripetizioni viene
percepita dal cervello umano come un segno di intenzionalità: se ci rendiamo
conto che degli elementi si ripresentano in forma simile nel corso del brano,
una parte di noi si convince che qualcuno abbia scelto di proporre quella
sequenza di suoni, e questo ci porta a spostare il fuoco dell’attenzione: quello
che prima poteva essere un insieme disordinato di suoni, d’un tratto lo
consideriamo informazione.
Che l’ascolto ripetuto di una canzone finisca per aumentarne il gradimento è
qualcosa di cui tutti abbiamo esperienza. Un disco che inizialmente non ci
diceva più di tanto dopo qualche ascolto comincia a suscitare emozioni più
intense, a volte addirittura a commuoverci, finché ci ritroviamo ad ascoltarlo a
ripetizione. Questo fenomeno è noto come “effetto di mera esposizione”: la
familiarità rende più facile anticipare e riconoscere un brano, e questo spesso
aumenta il piacere; almeno finché non subentra la saturazione. Ma è una linea di
ricerca che rischia di portarci altrove: qui ci interessa capire come mai una
canzone ascoltata per caso, o addirittura in modo inconsapevole, finisca per
piantarci le tende in testa. Per farlo occorre analizzare in che modo il nostro
cervello si rapporta al mondo esterno.
Un dispositivo per risolvere incertezze
Dagli anni Ottanta a oggi diverse linee di ricerca neurologica e neurocognitiva
sembrano suggerire che la nostra percezione della realtà esterna non sia “in
presa diretta”, ma si affidi piuttosto a modelli mentali in continuo
aggiornamento. Per dirla in parole più semplici: invece di acquisire in
continuazione informazioni dall’esterno, il nostro cervello tende a sviluppare
una simulazione interna della realtà che ci circonda, che viene aggiornata solo
quando gli input esterni si dimostrano diversi da quelli previsti. Secondo la
teoria dell’inferenza attiva il nostro cervello funzionerebbe dunque come una
macchina predittiva, e il nostro rapporto con la realtà sarebbe costantemente
sbilanciato verso il futuro. Non è difficile intuire perché l’evoluzione abbia
premiato questa soluzione: il cervello è un organo estremamente energivoro, e la
possibilità di affidarsi a un modello simulato, e non dover processare
continuamente ogni input esterno, ha consentito ai nostri antenati di conservare
energie preziose, così da poterle riorientare su compiti in cui il margine
d’errore può costare caro, come ad esempio monitorare un pericolo, o decidere in
una frazione di secondo se sia meglio scappare o attaccare.
> Alcuni studi di psicologia della musica hanno mostrato come i brani che
> tendiamo ad apprezzare di più siano quelli che riescono contemporaneamente a
> confermare e tradire le nostre aspettative.
Ecco, la teoria dell’inferenza attiva postula che, poiché il nostro cervello è
costantemente impegnato a prevedere il futuro e a individuare errori di
previsione, non c’è nulla che lo gratifichi di più di un errore di previsione
che è in grado di correggere al volo. “Quando ascoltiamo musica generiamo
continuamente ipotesi plausibili su ciò che potrebbe accadere di lì a poco”,
scrivono in proposito i neuroscienziati Stefan Koelsch e Karl Friston “mentre
l’atto stesso dell’ascolto risolve l’incertezza che queste ipotesi producono. In
questo modo la musica soddisfa senza sosta il nostro bisogno di ridurre
l’incertezza, ed è proprio questo a renderla gratificante”.
In uno studio del 2025 intitolato “Predictive processes shape individual musical
preferences”, gli psicologi cognitivi catalani Ernest Mas-Herrero e Josep
Marco-Pallarés hanno mostrato come i brani che tendiamo ad apprezzare di più
sono quelli che riescono contemporaneamente a confermare e tradire le nostre
aspettative. Dico “tendono” perché naturalmente le risposte alle varie canzoni e
ai diversi generi sono soggettive. I gusti sono gusti, ci mancherebbe, ma nella
maggior parte dei casi il discorso regge: se un brano presenta troppi elementi
spiazzanti finirà per risultare indigesto all’ascoltatore medio, se al contrario
ripropone stilemi noti e logori, finirà per annoiarlo.
I brani che vengono selezionati per Sanremo di solito rientrano nell’intervallo
tra questi due estremi, e non stupisce che molte canzoni mostrino espedienti che
giocano su questo equilibrio: dalle variazioni sincopate ai cambi d’intensità,
per non parlare dell’usatissimo salto di tono nell’ultimo ritornello,
praticamente un cliché del festival (basta riascoltare Amici come prima, Fiumi
di parole e L’essenziale e per rendersi conto che, per quanto questi brani siano
diversi, giocano tutti sulla classica modulazione tonale verso l’alto).
Un po’ come succede con l’apprendimento, il nostro cervello trae gratificazione
quando riesce a risolvere un’incertezza. In questo senso, i ritornelli più
orecchiabili e infettivi sono come dei cubi di Rubik, tutto sommato semplici, ma
con dettagli spiazzanti che non possiamo fare a meno di rimettere a posto.
Insomma, quando fatichiamo a levarci di testa un particolare ritornello, è
perché il nostro cervello lo considera un trastullo perfetto per placare il suo
bisogno di ridurre l’incertezza. A prescindere che quel ritornello ci piaccia
effettivamente o meno.
Formule propiziatorie e ganci mnemonici
La ripetizione musicale è uno dei pochi elementi sostanzialmente trasversali a
ogni cultura. Nel suo “The Biology and Evolution of Music” il biologo cognitivo
W. Tecumseh Fitch include la ripetibilità tra le proprietà fondamentali che
rendono la musica una forma comunicativa autonoma dal linguaggio. Certo, in
alcune culture ha un’importanza diversa rispetto ad altre. In quella italiana,
ad esempio, il ritornello è un perno strutturale della canzone moderna almeno da
fine Ottocento, quando la canzone popolare e quella da salotto cominciano a
fissare forme sempre più standardizzate basate sul ritorno di un motivo.
> Se fatichiamo a levarci di testa un particolare ritornello, è perché il nostro
> cervello lo considera un trastullo perfetto per placare il suo bisogno di
> risolvere incertezza. A prescindere che quel ritornello ci piaccia
> effettivamente o meno.
Quanto all’origine del ritornello in sé le teorie si sprecano. C’è chi ha
ipotizzato sia nato come elemento di stabilità strutturale, una sorta di
contrafforte che consentiva alla composizione di svilupparsi in relativa
libertà; chi invece ipotizza che le radici affondino nel canto popolare, dove
veniva utilizzato per indicare i momenti in cui la voce del pubblico si univa a
quella dell’esecutore solista; un’altra teoria ancora vuole che il ritornello
nasca come intermezzo strumentale tra due parti cantate, un intervallo che
doveva spezzare la strofa e dare un po’ di tregua a chi cantava – e chi
ascoltava ‒ prima di riprendere il canto (refrain, in effetti, deriva dal
francese antico refraindre, che significa “rifrangere” o “rompere”). Sono teorie
affascinanti, ma non del tutto convincenti.
Già nel 1910, quasi un secolo prima che Elizabeth Margulis pubblicasse le sue
ricerche, il musicologo francese Jules Combarieu aveva suggerito che il
ritornello fosse prima di tutto un gancio cognitivo, un elemento ricorrente che
aveva come scopo quello di catalizzare l’attenzione di un uditorio. In questo
senso, il moderno ritornello sarebbe una rielaborazione delle formule rituali
degli antichi canti propiziatori. Prendiamo ad esempio le cerimonie magiche
delle tribù Pawnee in Nord America: in questi canti i due elementi più
riconoscibili sono esclamazioni prive di un vero significato verbale. Il primo,
“Ho-o-o”, era una sorta di preludio al canto; mentre il secondo, “I’hare”
serviva a richiamare l’attenzione dei presenti sullo spirito a cui il canto era
rivolto. Una costruzione simile la ritroviamo anche in culture molto diverse, ad
esempio negli imenei greci. L’idea di Combarieu è che queste costruzioni, una
volta spogliate del significato religioso, abbiano mantenuto la loro funzione di
appigli sonori, aiutando il fruitore a orientarsi nell’ascolto.
Nella canzone popolare moderna il ritornello è l’elemento più riconoscibile,
quello a cui è più facile unirsi (cantando o battendo le mani), e soprattutto,
quello che più spesso risulta gratificante. In un certo senso è una sorta di
nord della bussola: qualunque direzione prenda la canzone che stiamo ascoltando,
ci aspettiamo che prima o poi ritornerà su quel blocco sonoro; e per certi versi
non vediamo l’ora che ciò avvenga. Questo gioco di attesa e gratificazione è una
dinamica difficilmente aggirabile, e oggi più che mai ha un ruolo centrale nel
decretare il successo di una canzone.
Tutta colpa dei Beatles (o quasi)
Oggi tendiamo a dare per scontato che una canzone debba avere una strofa e un
ritornello, che prima di concludersi ci sarà un bridge (qualcuno la chiamerebbe
variazione), e che questi elementi saranno presentati grossomodo in
quest’ordine. In effetti, è questo lo schema che ha dominato la musica popolare
degli ultimi decenni, e Sanremo non fa eccezione. Basta dare un’occhiata ai
brani vincitori degli ultimi vent’anni per rendersi conto che nella quasi
totalità dei casi sono caratterizzati da una struttura strofa-ritornello-bridge,
con strofe lunghe che accumulano tensione, e un ritornello riconoscibile che la
fa esplodere.
In realtà, però, la prevalenza di questo schema, noto come Verse-Refrain (VR), è
un fenomeno recente. Prima degli anni Sessanta, soprattutto in ambito
anglosassone, era piuttosto comune trovare canzoni che cominciavano con il
ritornello e a volte nemmeno presentavano una vera strofa. Pensiamo a brani
jazz, come I Got Rhythm di George Gershwin, o a ballate anni Cinquanta, come
Everyday di Buddy Holly, in cui la struttura si esaurisce con tre ritornelli
intervallati da un bridge nell’arco di 32 battute. Questo schema, noto come
Chorus-Bridge (CB), oggi sembra aver abdicato al predominio di quello VR; ed è
probabile che la colpa, almeno in parte, sia dei Beatles.
Molti dei singoli del primo periodo (A Hard Day’s Night, I Want To Hold Your
Hand, Love Me Do) presentano una chiara struttura CB. Prendiamo il primissimo
singolo, Love Me Do (1962): la canzone comincia con il ritornello (“Love, love
me do…”), che ripete due volte prima di lasciare spazio alla variazione
(“Someone to love…”), per poi atterrare nuovamente sul ritornello. Ancora nel
1964, la maggior parte delle canzoni del quartetto di Liverpool seguiva questo
schema. A un certo punto, però, a partire dal 1965, Lennon e McCartney
cominciano a spostare il baricentro compositivo verso lo schema VR (Help!,
Paperback Writer, Penny Lane) e a esplorare strutture più ibride (A Day In The
Life, Happiness Is A Warm Gun). Non è un cambiamento da poco. Abbiamo visto come
la musica popolare giochi da sempre su dinamiche di attesa e gratificazione,
ecco: in queste strutture il ritornello gioca un ruolo significativamente
diverso.
> Lo schema strofa-ritornello sembra capace di sopravvivere a mode e rivoluzioni
> come un macigno piantato in un torrente. Il motivo è semplice: è la dinamica
> che meglio garantisce di scodellare tormentoni infettivi, e dunque quella più
> funzionale a batter cassa.
Come ha scritto il musicologo Franco Fabbri, che alle dinamiche compositive dei
Beatles ha dedicato anni di studio, nelle canzoni VR il ritornello è una sorta
di premio posto alla fine di una strofa – “la torta dopo la bistecchina con gli
spinaci” – , un piacere che una volta sperimentato deve essere ripresentato, in
abbondanza e alla svelta, tanto che molte canzoni finiscono per ripeterlo sul
finale. Lo schema CB invece segue una dinamica diversa: il ritornello arriva
subito, ma non viene più concesso così facilmente. In pezzi come She Loves You,
per dire, viene presentato nella sua forma completa solo all’inizio, dopodiché
viene centellinato per il resto della canzone.
Negli ultimi anni della loro carriera i Beatles ripresero in parte il modello
CB, ma nel frattempo lo schema VR aveva conquistato il mondo. Oggi,
cinquant’anni dopo, lo schema strofa-ritornello sembra capace di sopravvivere a
mode e rivoluzioni come un macigno piantato in un torrente. Il motivo è
semplice: promettere la torta di un ritornello memorabile dopo una strofa di
bistecca e spinaci è la dinamica che meglio garantisce di scodellare tormentoni
infettivi. E dunque quella più funzionale a batter cassa.
Tu chiamala se vuoi piattaformizzazione
Chiunque abbia seguito le ultime edizioni di Sanremo (ma anche chi avesse
provato a ignorarle) si sarà reso conto di una cosa: le canzoni si stanno
accorciando. In un illuminante e approfondito studio, pubblicato lo scorso
dicembre, Dino Mignogna ha analizzato 934 brani in gara al Festival tra il 1983
e il 2025, e ha notato che negli ultimi trent’anni la durata media delle canzoni
è diminuita di 45 secondi, stabilizzandosi attorno ai 3 minuti e 25 secondi. La
scure si è abbattuta principalmente sulle introduzioni, che sono state dimezzate
(da 15 a 8 secondi in media), quando non proprio eliminate. La ragione è
facilmente intuibile: una canzone con un ritornello che arriva presto
(possibilmente entro i primi 40 secondi) ha più chance di funzionare sulle
piattaforme streaming come Spotify, che conta i singoli ascolti a partire da 30
secondi di riproduzione, e sulle piattaforme social come TikTok, il cui
algoritmo tende a premiare frammenti sonori ancora più brevi.
Naturalmente parliamo di una tendenza che va oltre Sanremo: ricerche recenti
mostrano come TikTok stia cambiando le dinamiche compositive nel panorama pop.
Non è un caso che sempre più spesso a diventare virali non siano vere e proprie
canzoni, ma spezzoni strumentali specificamente ideati per diventare sottofondi
per i reel degli utenti.
> A Sanremo come altrove, le canzoni si stanno facendo sempre più corte e le
> scelte compositive sempre più standardizzate; allo stesso tempo, i nostri
> ascolti tendono a chiudersi in percorsi sempre più personalizzati.
Che il passaggio a un nuovo supporto finisca per influenzare anche la sfera
compositiva non è una novità. Come non manca di sottolineare Mignogna, già tra
gli anni Venti e Trenta del Novecento, il passaggio dai palcoscenici di Broadway
ai dischi portò molte canzoni a perdere la strofa introduttiva, che funzionava
bene nella dimensione teatrale, per mantenere solo il nucleo musicale composto
da ritornello e bridge, più adatto ai limiti temporali dei 78 giri e delle
trasmissioni radiofoniche. Analogamente, il passaggio dai supporti fisici alle
piattaforme digitali sta producendo effetti palesi, non tanto sul piano
strutturale (lo schema VR, l’abbiamo visto, rimane), quanto su quello della
complessità. Le canzoni si stanno facendo più semplici, le scelte compositive
più standardizzate, il tutto mentre gli ascolti tendono a chiudersi in percorsi
sempre più personalizzati.
Poiché Sanremo è da sempre una cartina al tornasole affidabile delle tendenze
musicali in atto, è probabile che anche quest’anno avremo prova di come un
mercato condizionato e un contesto di ascolto frammentato finiscano per incidere
sulle dinamiche compositive. Ma non è scontato. Perché se è vero che le canzoni
si stanno standardizzando e semplificando, è anche vero, come abbiamo visto, che
il nostro cervello di fronte a un brano nuovo vuole essere almeno in parte
sfidato. Del resto, negli anni Sanremo ha dimostrato di saper regalare anche
sorprese inattese e, cosa non banale, di saper riunire su uno stesso palco
artisti e generi che intercettano uditori anche lontani tra loro.
Per questo non mi stupirei più di tanto se di qui a qualche settimana ti
ritroverai a canticchiare un ritornello che hai giurato a tutti di detestare.
L’abbiamo detto: un tormentone non ci conquista perché è bello, ma perché il
nostro sistema predittivo, ancora una volta, ha trovato un modo semplice e poco
dispendioso per sentirsi meno incerto. Non è necessariamente un male. Potrebbe
essere l’occasione per uscire, anche solo per un po’, dalla bolla degli ascolti
su misura.
L'articolo L’eterno ritornello proviene da Il Tascabile.
Una photo-gallery dedicata agli outfit indimenticabili che abbiamo visto sul
palco dell'Ariston, dagli anni Sessanta ad oggi
N el marasma della “musica napoletana”, Enzo Avitabile, classe 1955, segno
zodiacale Pesci come Pino Daniele, si distingue fin dagli esordi. Avitabile
anticipa sonorità, approcci, visioni, che hanno messo in dialogo il Mediterraneo
con l’Atlantico e l’Africa subsahariana, per giungere a prestare orecchio
all’Estremo Oriente attraverso l’Etiopia. Oggi Avitabile riprende la sua ricerca
musicale, peraltro mai interrotta, sulle musiche africane. Torna a lavorare su
un disco scritto e suonato in Senegal. Nuovi orizzonti? Un ritorno alle origini,
in verità. Dove tutto ebbe inizio… Il groove, la world music, l’elettronica, la
canzone, lo sciamanismo, il funk, e tante altre espressioni culturali
apparentemente distanti tra di loro, fuse e trasformate grazie alla continua
collaborazione con alcuni dei più grandi musicisti mondiali attivi nell’ultimo
mezzo secolo. Andiamo con ordine, finché possibile…
NEL 1935, UN DICIASSETTENNE DI NOME CAROSONE, RENATO, NATO A NAPOLI NELLA ZONA
DI PIAZZA MERCATO, S’IMBARCA COME PIANISTA E CANTANTE DI AVANSPETTACOLO VERSO LE
COLONIE ITALIANE IN AFRICA ORIENTALE. INIZIA LÌ IL DIALOGO TRA LA MUSICA
NAPOLETANA E L’AFRICA?
Quella di Carosone è stata un’operazione più folklorica, caricaturale… “Allah!
Allah! ‘Ngoppa ‘o ponte ‘a Sanità”, di Caravan Petrol ne è un esempio. Carosone
ha usato i ritmi nordafricani, più che etiopi, ma lo ha fatto in maniera
grossolana, adeguata ai primissimi anni dopo la guerra. Non dimentichiamo che la
maggior parte dei ritmi di Gegé Di Giacomo alla batteria sono di provenienza
latinoamericana: rumba, bossa nova. Penso che i colonizzatori guardassero alla
musica africana come una forma espressiva di popoli selvaggi. Non l’hanno mai
studiata e se qualcosa è arrivata in Italia tramite Carosone lo ha fatto in modo
indiretto.
EPPURE L’ETIOPIA DOVE CAROSONE VISSE È LA PORTA ORIENTALE DEL MEDITERRANEO. DA
LÌ SONO TRANSITATI SIA UNA PARTICOLARE POETICA DELLA NOSTALGIA, SIA CERTI MODI
DI SUONARE CHE POI HANNO INFLUENZATO LA CULTURA OCCIDENTALE. PENSO ALLA PAROLA
IN LINGUA AMARICA TEZETA E TI DOMANDO SE ESISTE SECONDO TE – MAESTRO – UNA
DIFFERENZA TRA LA MALINCONIA, L’APPUCUNDRIA DI PINO DANIELE, LA SAUDADE
BRASILIANA, O LA TOCKA RUSSA.
Io sono profondamente affascinato sia dalle melodie di certa musica modale sia
dall’uso di ritmi ternari che sono molto vicini a quelli delle nostre ballate,
delle tarantelle, seppure più lenti e più ipnotici. Nell’album Napoletana [2009,
FolkClub Ethnosuoni, Sudarte, ndr] c’è un brano, Malincunia, nel quale cerco di
fondere queste influenze con strumenti come la chitarra classica suonando una
tezeta napoletana. Tezeta è la sensazione quotidiana dell’impossibilità del
ritorno a una terra o a una persona. È un sentimento dal sapore agrodolce, un
senso di bitter-sweet, che Bob Marley ha reinterpretato meglio di tutti, quando
dice “The good times of today are the sad thoughts of tomorrow”. Carosone è
stato più il precursore di ciò che insieme a Pino Daniele o James Senese
facevamo all’inizio degli anni Settanta, ma di certo non si è mai interessato
dell’Africa dei colonizzati, degli invasi.
ALLA FINE DEGLI ANNI SESSANTA, UN MANIPOLO DI MUSICISTI NAPOLETANI ROMPE CON LA
TRADIZIONE DELLA CANZONE CLASSICA. C’È UN DISCO, UN 45 GIRI, CHE NON CONOSCEVA
QUASI NESSUNO, FINCHÉ IL PROGETTO NAPOLI SEGRETA NON LO HA RISCOPERTO SUONANDOLO
IN GIRO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI. SI CHIAMA FREE AFRICA. FU PUBBLICATO NEL 1972
DALLA PICCOLA ETICHETTA NAPOLETANA BBB-BEAUTIFUL BLACK BUTTERFLY DI ANTONIO
TACCOGNA, FUORIUSCITO DALLA RCA E PRIMO PRODUTTORE DEI NAPOLI CENTRALE, OVVERO
GLI SHOWMEN 2 DI JAMES SENESE E FRANCO DEL PRETE. QUEL DISCO È OPERA DEI
MISTERIOSI TRIBÙ BANTÙ. OVVERO IL DUO FORMATO DAI SASSOFONI DI SENESE E UN ENZO
AVITABILE NON ANCORA MAGGIORENNE. AFROBEAT, IMPROJAZZ, E UN GROOVE CHE PREFIGURA
LA DISCOMUSIC, DI LÌ A POCHI ANNI FENOMENO MONDIALE. COME SONO ARRIVATI QUEI
SUONI NUOVI ALLE TUE ORECCHIE?
Se parliamo del giovane musicista Avitabile, il primo contatto con il mondo
della musica afroamericana, per me ma come per tutti, è stato James Senese in
persona. Però il nostro primo rapporto con la musica nuova è stato il juke-box e
dal juke-box usciva prevalentemente la musica afroamericana. Non ci piace dire
americana… però James Brown non era africano. Era afroamericano. Tina Turner era
afromericana. Da ragazzi ci siamo innamorati di quel ritmo e di quel sound che
era soul e funk e rhythm and blues, e abbiamo dato vita a un movimento che
voleva uscire fuori dalla musica napoletana che avevamo conosciuto fino a quel
momento. Noi volevamo viaggiare oltre il linguaggio della melodia, parole e
musica, per andare verso delle forme diverse, che invece utilizzavano la parola
sul ritmo.
PAROLA SUL RITMO?
Prendi James Brown, perché parte tutto da lì. Se ci soffermiamo sull’uso della
parola appoggiata sul piede del ritmo, allora è in questo contesto che si
prefigura il linguaggio del rap. James Brown in Soul Power [1971, King Records,
ndr] canta: “I may lay in the cut and go along / And I’m still on the case and
my rap is strong”. Non solo usa già ritmicamente la voce come nessuno prima di
lui aveva pensato di fare, ma pronuncia già la parola “rap”, quando dice “Il mio
rap è forte”. Vuole dire “la mia battuta” è forte. Noi, Mario Musella e gli
Showmen, Napoli centrale, che prendevamo da James Brown, abbiamo fatto rap senza
codificarlo come tale. Lo abbiamo fatto e basta. La consapevolezza è arrivata
per altre vie. Un libro importante nel mio percorso è stato Il popolo del blues
[Sociologia dei negri americani attraverso l’evoluzione del jazz, 1967, ndr], di
LeRoi Jones.
IN QUEL LIBRO COMPARE IL TESTO DI UN CANTO AFRICANO CHE DÀ IL TITOLO ALLA B-SIDE
DI UN DISCO CHE RESTA ANCORA PIÙ SCONOSCIUTO DI FREE AFRICA. È IL 45 GIRI
WATERBANK, USCITO NEL 1980 PER UNA SOTTOETICHETTA SEMICLANDESTINA DELLA GIÀ
MINUSCOLA BBB. OVVERO LA ATA RECORDS, DEL SOCIO-OMBRA DI TACCOGNA, NINO MANNA,
AGENTE ASSICURATIVO LANCIATOSI ANCH’EGLI NEL SOGNO DELLA DISCOGRAFIA
INDIPENDENTE NEGLI ANNI DEL BOOM DELLA DISCOMUSIC E DEL VINILE. IL DISCO È
FIRMATO DA UN TIZIO CHE NON COMPARE IN NESSUNA ANAGRAFE: TALE E. ELIBATIVA.
OVVERO E. AVITABILE, SCRITTO AL CONTRARIO SECONDO I DETTAMI DEL SATANISMO
DISCOGRAFICO…
“Oundé, oundé, Macaya!”, cioè, mangia tutto, mangia senza vergogna, bevi vino
buono, cucinati il pollo migliore! Il testo è in una delle lingue più diffuse in
Nigeria e nell’Africa occidentale: il wolof. E il testo mi rimase impresso
perché mescola parole in wolof e in francese, e quei fonemi sono inscindibili
dal ritmo. Da quel libro ho tratto una considerazione che per me è stata un
nuovo punto di partenza: il blues non nasceva né in Africa né in America. Il
blues come prima forma di world music nasceva dalla fusione tra colonizzato e
colonizzatore. Così, il mio percorso ha cercato il punto di congiunzione tra me
e il mio colonizzatore. Troppo spesso questo percorso è stato confuso con quelli
di altri che avevano preso strade meno sperimentali. Molte forme sembrano
simili, eppure sono profondamente difformi in quanto linguaggi. Così come c’è
differenza tra la musica di Pergolesi e quella di Paisiello. La mia musica e
quella di Pino hanno senza dubbio qualcosa in comune. Ma per me consisteva nel
destrutturare il funk e riportarlo alla sua matrice africana dopo un primo
momento nel quale il sound lo avevamo importato dall’Atlantico.
PERÒ IL LATO A DI WATERBANK È UN PEZZO DISCOMUSIC CHE NON HA NULLA DA INVIDIARE
A QUELLI CHE SI INCIDEVANO NEGLI STESSI ANNI A NEW YORK. DICIAMOCI LA VERITÀ:
PINO DANIELE E JAMES SENESE NON HANNO MAI AVUTO UN GRANDE FEELING CON UN
ELEMENTO ESSENZIALE DELLE MUSICHE AFRICANE, CHE È IL RAPPORTO CON IL MOVIMENTO
DEL CORPO, OVVERO CON LA DANZA. È VERO CHE SENESE AVVICINANDOSI ALL’AFROBEAT HA
DATO GRANDE SPAZIO ALLE SUITE D’IMPROVVISAZIONE, SU CUI AI CONCERTI SI BALLAVA.
ED È ANCHE VERO CHE YES I KNOW MY WAY DI PINO DANIELE È UNA HIT DIVERSAMENTE
FUNKY IN NAPOLETANO. PERÒ IL DANCEFLOOR È UN’ALTRA COSA. UN LINGUAGGIO
UNIVERSALE. PERCHÉ TU LO HAI ESPLORATO MOLTO DI PIÙ DI TUTTI GLI ALTRI
PROTAGONISTI DEL NEAPOLITAN POWER?
Per me la danza è una dimensione fondamentale. La fonte del ritmo è la danza,
non viceversa. Oltre al suono e alla parola, il ballo, il movimento del corpo.
La danza è processo essenziale e preciso: muoversi al ritmo dell’universo. Nella
danza ci trovi sia la parte animistica africana, la religiosità popolare, così
come lo spiritualismo indiano o il misticismo sufi. La danza è una cosa seria
perché diventa miracolo quando vedi succedere dei fenomeni potenti. Magari suoni
a Londra, alla Barbican Hall, e ti sembra tutto pettinato e radical chic. Ma se
quella stessa danza la trasferisci da Londra, a Copenaghen, a Rionero del
Vulture in provincia di Potenza e poi addirittura la fai a Teverola in provincia
di Caserta, e qui la signora Nunziatina esce dal basso e sta tutta la serata a
muoversi sul ritmo, allora presi tutti insieme questi processi compiono un vero
e proprio miracolo. La danza arriva a tutti. Il suono, il gesto, il ballo, sono
comuni a tutte le culture. Si tratta di strutture culturali umane non diverse da
quella degli sciamani che, quando suonano il tamburo e invocano gli spiriti, non
staranno facendo rap in senso tecnico, ma stanno usando quella forma antica che
è la parola sul ritmo, dentro al movimento del corpo, per indurre un cambiamento
di stato e di coscienza tra i presenti. Quindi quella forma commerciale porta
l’eco di un linguaggio primordiale che è luce.
QUANDO SI RACCONTA LA STORIA DELLA CLUB CULTURE IN OCCIDENTE, SPESSO QUESTA
RADICE AFRICANA VIENE RESCISSA. SI PARLA DEGLI ANNI SETTANTA DEI BEE GEES, DI
GLORIA GAYNOR, MA MOLTO MENO DEI SETTANTA DI MANU DIBANGO E DEL SUO SOUL MAKOSSA
(1972, FIESTA RECORDS). TU NEL 2007 HAI REINTERPRETATO SOUL MAKOSSA. SE PARLIAMO
DELL’ITALIA, POI, NESSUNO SI RICORDA CHE QUANDO I DJ BRITANNICI PAUL OAKENFOLD E
DANNY RAMPLING MISERO INSIEME LA COMPILATION BALEARIC BEATS VOL. 1, NEL 1988,
DOPO UN’ESTETE DI EDONISMO A IBIZA, INCLUSERO IN QUEL DISCO IL BRANO BLACKOUT!,
USCITO L’ANNO PRIMA PER L’ETICHETTA SPAGNOLA BLANCO Y NEGRO, CON COPERTINA
NIENTEMENO CHE DI ANDREA PAZIENZA. BLACKOUT! SCRITTO, SUONATO E CANTATO, DA UN
CERTO ENZO AVITABILE. DI COSA TI SENTI PIONIERE?
Quando abbiamo iniziato a sperimentare la parola sul ritmo per me è stato
naturale perseguire il discorso iniziato da James Brown, con Afrika Bambaataa;
che io adoro. Però quel momento della musica afroamericana in cui l’hip hop
esplodeva era già una forma molto codificata. Dischi come Dimmi com’è [1977,
Produttori associati], sono esperimenti. Tra di noi la chiamavamo semplicemente
“parola sul ritmo”, per capirci. Bambaataa aveva preso in ugual misura sia da
Malcolm X sia dal John Coltrane, un nuovo concetto di africanità, che significa
dire: “Il mio essere afroamericano oggi mi spinge ad affermare che non voglio
più essere americano: io sono africano!”, Questo ha significato fare ritorno
alla Grande Mamma Africa. Ma era un’idea di africanità non rinchiusa nel
passato. Era contemporanea, come Fela Kuti. Questa nuova sensibilità africana,
la parola sul ritmo, e altre espressioni anche visive e urbane che poi si sono
chiamate hip hop, sono una traccia che ho seguito per molti anni. Ad essere
sincero, devo dirti che è anche vero che non appena qualcuno se ne accorge, e
spesso parliamo di persone che con Napoli hanno poco a che vedere, il giorno
dopo il signor Giuseppe Capocchia [Tal dei Tali, ndr] – cantautore – attribuisce
questo merito a sé stesso per fini puramente propagandistici. Invece bisogna
attenersi ai fatti, ai documenti storici.
COS’È SUCCESSO? A CHI SI RIFERISCE IN PARTICOLARE?
Noi facevamo musica con i pionieri afroamericani del rap. Dopodiché – cosa vuoi
che ti dica? – un paio di anni dopo è arrivato Lorenzo Cherubini, ha fatto “1,
2, 3 Jovanotti” [ovvero Jovanotti For President, 1988, Ibiza Records, ndr] e
questa cultura che veniva dalle parti nere delle metropoli statunitensi si è
italianizzata e sbiancata. Solo che noi, intanto, a Napoli avevamo gettato
questo seme black indipendentemente, nelle periferie… A Scampia, per esempio,
dove dopo una decina di anni sono usciti fuori i Co’Sang con Spaccanapoli [1997,
San Gennaro Funk Production, ndr], segnando una strada che nel panorama
nazionale del rap va dal precursore, Enzo Avitabile, fino al numero uno delle
classifiche di oggi, Geolier. Che poi qualcuno si attribuisca meriti che non ha…
non mi cambia la vita, ma la storia del rap come sottocultura afroamericana in
Italia passa da qui. Per questo oggi torno in Africa, ancora una volta. L’Africa
non è un pensiero-musica. È un monito a dosare le parole, perché oggi sono
troppe.
EPPURE LA CIFRA STILISTICA DEL RAP È PROPRIO IL FIUME DI PAROLE…
Viviamo in un periodo storico in cui la guerra è anche guerra di parole. E tutti
ne usano quante più possono. Mi salta all’occhio che i testi delle canzoni sono
divisi in parti che si chiamano “barre”, mentre da ragazzo l’unica barra a cui
mi riferivo era la barretta di cioccolato… E queste barre sono lunghissime.
Eppure, quando incontro qualcuno per strada e mi ferma, lo fa per dirmi: “E chi
non conosce ‘o scuro, nun po’ capì ‘a luce” [Mane e mane da Black Tarantella,
2007, CNI Records, ndr]. È una frase singola, un mantra. E un altro ti dice: “No
agreement today, no agreement tomorrow”, di Fela Kuti. È tempo di tornare alla
frase. Ascoltiamo testi lunghissimi, ma tu te ne ricordi una? Io mi ricordo Je
sto vicino a te di Pino Daniele. Che non sarà un mantra rituale, ma è una
sequenza di parole che rimane impressa dentro. In questo senso devo dire che sia
Pino, sia James Senese, sia anche Tullio De Piscopo quando cercò un incrocio con
Radio Africa [1985, ZX Records, ndr], fanno parte di quella musica napoletana
che in mezzo a tante musiche napoletane ha sempre riconosciuto le origini
africane del proprio sound.
LA TUA TENSIONE VERSO L’AFRICA È PIÙ VICINA A QUELLA CHE FU INAUGURATA
DALL’ARTISTA SENEGALESE YOUSSOU N’DOUR CON LA SUA BAND SUPER ETOILE DE DAKAR,
FONDATA NEL 1981. NEGLI ANNI OTTANTA TU PRENDI DECISAMENTE LA VIA DELL’AFRICA
CON DISCHI COME ALTA TENSIONE (1988, BLANCO Y NEGRO), NEI QUALI COLLABORI CON
MUSICISTI INTERNAZIONALI, COME XAVIER JOUVELET ALLE PERCUSSIONI, CHE SUONAVA CON
IL CHITARRISTA MALESE DJELIMADY TOUNKARA. E IN SEGUITO, NELL’ALBUM STELLA
DISSIDENTE, CON COPERTINA DI MILO MANARA (1990, COSTA EST), SUONA WILL ‘NFOR,
BASSISTA DEL MUSICISTA GUINEANO MORY KANTÉ.
Sono tutti dischi volutamente pro Africa. Youssou N’Dour ci faceva ballare ma
insieme ci ammoniva dicendo: “Guardate che l’Africa non è fatta di piccole tribù
di selvaggi. L’Africa è un luogo di antichi imperi, che precedono gli antichi
imperi del sole in Oriente o in Occidente, e che poi sono stati riconosciuti,
dall’Impero Celeste e l’India, da una parte, e dagli Inca, ai Maya, agli
Aztechi, dall’altra”. E allora mi sono detto che era il momento di andare a
sposarci con l’Africa ma non con lo stereotipo della musica africana bensì con
l’essenza della musica africana, ovvero con la poliritmia della musica africana.
Però per far ciò bisognava prendere una strada differente da quella percorsa
fino a quel momento ovvero incrociare diversi linguaggi come io insieme ad altri
musicisti napoletani avevamo già fatto fino dagli anni Sattanta.
GLI ANNI NOVANTA SONO STATI UN MOMENTO DI ESPLOSIONE PER LA WORLD MUSIC. PROPRIO
NEL PIENO DELL’IDEOLOGIA DELLA GLOBALIZZAZIONE COME TENSIONE OMOLOGANTE, SONO
ESPLOSE FORME DI APERTURA VERSO FORME DI MUSICA NON OCCIDENTALI COME RITORNO A
DELLE SPECIFICITÀ CULTURALI, RISPETTO A CUI AVITABILE SI ERA MOSSO IN ANTICIPO.
Sì, prova ne sia il fatto che il primo progetto di piena coscienza di questo
movimento da e verso l’Africa, indipendentemente dall’Atlantico è stato I
Bottari, intorno all’anno 2000. Con I Bottari abbiamo voluto rimpossessarci
della nostra identità musicale. E questa identità non è la poliritmia perché in
qualche modo la nostra tradizione del Mediterraneo settentrionale è più figlia
della Grecia. Quindi volevamo far dialogare consapevolmente questa eredità con
la musica africana, in particolare quella della cultura Yoruba, quindi quella
più vicina a Fela Kuti. La poliritmia è transitata nel piede del ritmo dei
Bottari creando modi diversi di valicare il groove, insieme a Manu Dibango, al
trombettista sudafricano Hugh Masekela, al polistrumentista maliano Baba
Sissoko. Con loro ci siamo mischiati. Siamo riusciti ad avere questo suono che
però giorno per giorno diviene e tu non riesci mai a inscatolarlo. E il concetto
è proprio questo: quello che chiamiamo Africa diviene giorno per giorno. Muta,
si trasforma. E questo mi ha portato oggi a tornare a Napoli e dire: “Guardate
che non si dice ‘la musica africana’: non vuol dire niente. Si dice ‘le musiche
africane’, perché c’è altrettanta differenza tra me e la loro musica quanta ce
n’è tra la musica del Senegal e quella del Congo, e quella del Camerun.
OGGI NELLA CLUB CULTURE MONDIALE È EMERSO UNO STILE DI MUSICA DANCE AFRICANO
CHIAMATO AMAPIANO, E POI CONFLUITO NELLA 3-STEP, BASATO ANCORA SU STRUTTURE
TERNARIE CON ARMONIE MODALI QUASI NOSTALGICHE. E LA SENSAZIONE È DI TROVARSI SUL
DANCEFLOOR IN MEZZO AD ATMOSFERE MOLTO DIVERSE DALLA DISCOTECA ALLA QUALE SIAMO
ABITUATI. È COME UNA VERSIONE NON OCCIDENTALE DEL DANCEFLOOR CONTEMPORANEO. E MI
DOMANDO: C’È UNA DIFFERENZA ESSENZIALE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, TRA NORD E SUD?
In estrema sintesi, la musica occidentale si basa sugli accordi e su delle
parole “ad effetto” per indurre un’emozione. La musica africana riesce a
commuoverti attraverso un linguaggio per noi più inusuale, che è il ritmo e che,
secondo i canoni della musica occidentale, da solo non basterebbe a suscitare
emozioni. Invece, quando ciò accade, vuole dire che quella forma musicale, a
dispetto dei canoni occidentali, è capace di muovere una parte spirituale. E
questa parte spirituale sfugge a noi stessi e viaggia fino a portarti nel
cerchio del ritmo: ormai ti ha preso e va oltre la tua volontà. Il ritmo
guarisce. Il ritmo ci sana. Il ritmo non ci salva ma il ritmo ci sana.
CON QUALE SPIRITO VAI OGGI A FARE UN DISCO IN AFRICA? RITORNO A CASA?
RISCOPERTA? TRASFORMAZIONE? APPRODO? DERIVA?
Di recente sono stato a Gorée, in Senegal, l’isola a largo di Dakar che era la
porta degli schiavi. Da lì ci si imbarcava per l’Atlantico senza fare mai più
ritorno. È stata un’esperienza forte. Sono tornato da lì segnato, ma nel nuovo
album non la “racconterò” perché il suo significato proverò ad articolarlo in
forma introspettiva, su di un piano di realtà diverso e unico. Voglio fare in
modo che, se anche la gente non nominerà Gorée come luogo storico ne potrà
cogliere la dimensione spirituale, e quindi universalmente umana. Per questo
motivo il brano si intitola Catene invisibili. Catene invisibili che legano
“cchiù d’’e catene ‘o vero”, perché esistono schiavi oggi che passano per la
stessa porta senza poter mai più tornare a casa anche senza passare per Gorée,
in Senegal. Io condivido con gli artisti che ho nominato e con moltissimi altri,
insieme al mio produttore Andrea Aragosa, l’idea che la musica così concepita e
vissuta ci consente di combattere la destoricizzazione dell’Africa, e in questa
parte del mondo significa raccontare come le identità sono sempre ibride.
L’identità non la puoi rinchiudere dentro lo spazio culturale di una città, o in
uno stereotipo, né nella figura del poveraccio con la mano aperta a cercare che
qualcuno gli dia qualcosa. Quando le identità si aprono, i Paesi si incontrano e
i popoli si mescolano e vanno avanti, progrediscono su di una terra comune.
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