“M etal Carter non è soltanto un rapper – uno dei più influenti nella storia
dell’hip hop italiano Metal Carter è culto: estremo, controverso, ossessionato
dalla morte, appassionato di horror ultraviolento, protagonista di una parabola
destinata a rimanere come una delle eredità più iconiche dell’underground anni
Duemila”.
Questa è la presentazione di Cult leader tratta dal sito di Nero Editions, che
ha di recente pubblicato la prima autobiografia (scritta a quattro mani con
Riccardo Papacci, perla del giornalismo musicale italiano) del fondatore del
TruceKlan, ovvero una delle esperienze più singolari e “confrontational”
dell’hip hop italico, tale da aver dato una scossa non indifferente al panorama
mainstream. Romano, il nostro è originario del quartiere Primavalle, nella
periferia a nord-ovest della capitale, di cui sono compaesano: leggendo il libro
ci sono, in effetti, cose che solo chi ha vissuto in quelle lande desolate può
capire. Metal Carter ha avuto il pregio di riuscire a comunicare quel tipo di
disagio anche al di là della metro Battistini, tramite una serie di dischi
solisti “brutali”, usando dei linguaggi “al limite” ma che fungono da grande
catarsi e, addirittura, da efficace difesa contro ogni tipo di Spettro
(personaggio che nel libro rappresenta in qualche modo i mostri psicologici
suburbani che perseguitano il nostro eroe). Ci dedichiamo quindi a una
chiacchierata in un bar di Valle Aurelia (dove il “sergente di metallo”
risiede), analizzando la genesi sofferta dell’opera, scoprendo che in questo
caso lo Spettro si trasforma in realtà in un fantomatico redattore. Ma
procediamo con ordine.
INNANZITUTTO, COME È NATA L’IDEA DEL LIBRO?
È nata grazie al fantastico Riccardo Papacci che stando a casa mia tra la
lavorazione di un disco e un altro, in un periodo un po’ morto a livello
artistico/lavorativo, se n’è uscito con questa cosa del libro dicendo che
comunque avevo tante cose da raccontare e che poteva essere il momento giusto
per scrivere un’autobiografia. E io dapprima sono rimasto un po’ così… poi c’ho
pensato e gli ho detto beh, lo sai che quasi quasi… anche perché era il momento
giusto: non avevo tanti impegni e stavo bene con la testa per fare questa cosa,
perché è anche uno sforzo ricordare.
CHE ANNO ERA?
Beh, tu calcola che Nero, e l’ho già detto in parecchie interviste, m’ha tenuto
in ballo co’ sto’ libro tipo per quattro, cinque anni. Io penso che l’idea sia
nata intorno al 2018, il libro poi è uscito a fine 2025. Non mi vorrei
sbagliare, però certi dischi li abbiamo messi dopo, perché comunque la
lavorazione continuava. Io continuavo a produrre e dicevo: “oh, ma di ’sto disco
non ne abbiamo parlato?” e per forza, ’st’idea c’è venuta, come si dice in
gergo, “nel quindici-diciotto”! [ride], quindi abbiamo aggiunto cose. Devo dire
poi che il Redattore che si è occupato del libro [di cui non faremo il nome,
ndr] è stata una persona piuttosto invadente, c’ho litigato parecchio.
ECCO SÌ, IL REDATTORE DICIAMO CHE SI È UN PO’ IMPOSTO… E TU COME L’HAI VISSUTA
QUESTA COSA?
Male, molto male… sulle mie cose a livello artistico sono molto geloso. E questo
è uno dei motivi per i quali non ho mai valutato bene una major, perché mettono
troppo bocca sulle cose e io voglio essere libero artisticamente. Quindi gli ho
detto a codesto Redattore, ’sto libro lo tratto esattamente come un mio disco
quindi stai attento, si tratta della mia carriera, della mia vita, è una cosa
delicata… e niente, la prima stesura di Papacci è stata totalmente stravolta,
nonostante le mie raccomandazioni di non farlo. Mi sono trovato ’sto libro in
mano e addirittura un paio di volte c’erano anche sue considerazioni personali.
MA POI LE AVETE LASCIATE?
No assolutamente, le ho fatte togliere a brutto muso, però lui c’aveva provato.
E gli ho detto: senti, ma se c’hai tutta sta voglia di scrivere un libro fai
l’autobiografia tua, no? [ride] Perché ti devi mettere in mezzo alle cose mie?
Niente, c’avrò litigato senza esagerare una decina di volte, ma male.
MA NON GLI HAI MENATO PERÒ, NO?
Eh, stavo lì lì per… ma l’ho solo minacciato, bastava poco [ride]. Però quella
minaccia è servita. Perché ha tolto delle cose sulle quali insisteva.
QUALCOSA È RIMASTO?
Qualcosa alla fine sì, ma il discorso è questo: il libro non è venuto come
volevo io. Nel senso che lo scontro più grosso è stato sul fatto che secondo me
lui s’è allargato un po’ troppo a parlare in generale, e io volevo che fosse più
focalizzato su di me. Però c’è pure da dire che questa formula funziona, perché
ad esempio il documentario di Noyz, Dope boys alphabet, ha fatto parlare un
sacco di gente, lui è rimasto zitto quindi come si dice… l’unione fa la forza,
no? Poi mi sono un po’ affidato al Redattore, certo, perché è comunque il suo
lavoro: ovviamente il libro deve vendere, quindi qualche accortezza la doveva
pure prendere, rispetto sempre il lavoro altrui, ci mancherebbe.
QUINDI DICIAMO CHE TOLTE QUESTE COSE È COMUNQUE UN LIBRO CHE TI RAPPRESENTA,
GIUSTO?
Sì, comunque sia c’è tutta la prima fase in cui si parla del quartiere, della
famiglia, nel senso quello è piuttosto fedele insomma… ci sono alcune cose che
sono state un po’ capite male, qualcosa che, rileggendo il libro, è mezzo falso…
però oramai lo dovevamo far uscire. Sono comunque soddisfatto della sua
fluidità, è un libro che si legge bene, ne è valsa comunque la pena.
D’ALTRONDE, VOLENDO, CERTE VOLTE ANCHE NEI DISCHI NON È CHE TUTTO QUELLO CHE
RACCONTI È VERO…
Sì ma infatti, questa cronaca totalmente vera non serve, va bene anche un po’
romanzare… e ad ogni modo deve essere un libro piacevole alla lettura, e io me
lo sono letto e mi sembra che scorra, e all’interno è pieno di cose comunque
eclatanti, un po’ fuori le righe, che ti rimangono impresse.
SÌ ANCHE A ME HA DATO QUESTA SENSAZIONE: PER CUI PARTENDO DAL FATTO CHE È UN PO’
UNA “AUTOBIOGRAFIA DI FORMAZIONE”, CHE PARTE PROPRIO DALLA TUA VITA NEL
QUARTIERE PRIMAVALLE, MI INTERESSAVA SAPERE QUANTO TI HA FORGIATO…
Eh beh parecchio. Primavalle negli anni Ottanta-Novanta…
QUANTI ANNI HAI SCUSA?
Quarantasette.
IO CINQUANTA…
Ah beh, quindi vado verso la fine tua… [ride]. Calcola che la tua età mi
terrorizza, avevo già organizzato un suicidio per l’occasione… per evitare di
arrivarci, oppure proprio farlo appena arrivato a quell’età… BUM! E pure il
quaranta l’ho vissuto male… il trenta se poteva pure fa’, ma il quaranta già no.
QUINDI SIAMO PRESSAPPOCO DELLA STESSA GENERAZIONE.
Beh, tu ti sei fatto tre anni ancora peggio, perché più vecchia è la storia e
peggio è il quartiere.
EH, C’ERANO GLI ANNI DI PIOMBO…
Eh, esatto. Primavalle, come tu sai, ha una storia molto particolare, per cui la
formazione del quartiere è stata abbastanza scioccante: io, come avrai letto sul
libro, vengo da una famiglia mentalmente sconnessa, ma a parte questo diciamo
che era piccolo borghese come impostazione, gente che guarda la televisione
insomma, no? Quindi non ero minimamente preparato a nulla, mi sono scontrato con
una realtà totalmente folle. Poi all’epoca mi ricordo che Primavalle in
particolare era proprio famosa in tutta Roma per alcune dinamiche, per esempio
torniamo alla violenza… poi si sono rimessi in paro eh, ti devo dire… perché era
un po’ che non si parlava di Primavalle in senso negativo. Poi è stata
giustamente trovata una donna fatta a pezzi in un cassonetto, quindi hanno
pensato “oh, qui ce stanno a da ’na pista! Dobbiamo appararci”, e hanno fatto
’sta cosa qualche anno fa [ride]. Beh devo dire so’ stato contento da un lato,
perché dai regà… ve stavate a ammoscia’! Poi ho letto ’sta notizia e ho detto
beh, è un segnale che abbiamo ancora qualcosa da dire [ride].
IN QUEL CONTESTO PERÒ POI PARLI DELLA TUA ESPERIENZA CON IL CENTRO SOCIALE DI
ZONA, IL BREAK OUT. E DI CONSEGUENZA L’HARDCORE PUNK.
Sì, è stata una cosa casuale: perché io comunque molto da piccolo non ero per
niente protetto dai genitori, anzi ero abbandonato, potevo fare un po’ quello
che volevo ed era una cosa piuttosto pericolosa per un bambino in quegli anni e
in quell’ambiente là… e quindi girando, così, sono incappato in questo posto
pieno di scritte co ’sta porta aperta, mi ha incuriosito e sono entrato. Ma io a
livello politico non sono mai stato inquadrato in niente, né dai genitori, né
dalla famiglia, né da amici, quindi per me era un posto come un altro.
PERÒ A LIVELLO MUSICALE…
Sì sì, a livello musicale è stato sicuramente importante, l’ho citato nel libro,
un posto che mi ha aperto occhi e mente su varie cose; mi hanno molto
impressionato i concerti hardcore perché li trovavo molto real, folli…
sicuramente è stato un posto di formazione interessante; poi comunque lì potevo
fare e sentire anche discorsi un po’ diversi rispetto al classico muretto di
Primavalle dell’epoca, anche perché poi i coatti ci stavano pure là, perché il
classico coatto non è né di destra né di sinistra: il coatto è coatto e basta.
IL TUO PRIMO AMORE È STATO IL DEATH METAL.
Sì, è la mia prima fissa brutta da bambino, che era molto collegata all’horror.
La mia prima fissa è stata infatti l’horror a livello visivo, e poi ho scoperto
questa musica che era molto affine a quell’immaginario, anche a livello di
testi, quindi mi ha subito colpito. Poi all’epoca era una cosa nuova, perché era
un genere nato da poco e io quindi ho vissuto proprio l’inizio, quindi era molto
esaltante vivere in pieno la nascita di questa cosa che stava prendendo piede in
tutto il globo.
IN UN CERTO SENSO TU TI SEI SENTITO SEMPRE UNA MOSCA BIANCA, ANCHE NELLA SCELTA
DELLA MUSICA, NESSUNO ASCOLTAVA DEATH METAL ALLORA, FIGURATI POI A PRIMAVALLE.
Sì, rispecchiava il mio sentimento di emarginazione che ho vissuto da ragazzino
e quindi questa era una musica sconosciuta fatta da gente che si vestiva in modo
strano, diceva cose strane per cui mi rappresentava. In più era legata a questa
mia fissa morbosa per l’horror, gli omicidi, ’ste cose qua. Era un po’ il lato
musicale del b-movie, dell’horror movie, quindi era perfetto, coerente con
quello che mi piaceva.
E ANCHE NEL TUO MISCHIARE L’HIP HOP CON QUESTO IMMAGINARIO ERI MOLTO DISTANTE
DALLE MODE DEL MOMENTO… VABBÈ C’ERA NECRO, PERO’…
Sì, ma Necro non è che mi abbia troppo influenzato, perché abbiamo sviluppato
più o meno lo stesso tipo di musica, se tu lo vedi, nello stesso periodo
storico, quindi non ho avuto neanche il tempo di farmi influenzare da lui.
PRATICAMENTE SEI COME RENATO ZERO RISPETTO A BOWIE/ENO MA IN VERSIONE DEATH RAP.
Ripeto: la cosa non è stata minimamente studiata a tavolino, io ho fatto quello
che mi piaceva fare. Ogni persona, soprattutto ogni artista, ha le sue priorità
espressive e io ho dato precedenza a quella cosa perché la trovavo come una cosa
da esprimere a tutti i costi, perché la percepivo anche come una cosa
pericolosa.
E LA COSA POI HA AVUTO SUCCESSO, CON IL TRUCEKLAN E TUTTO QUELLO CHE NE È
CONSEGUITO.
Sì, e poi essendo io uno della prima ora nel gruppo, ovviamente ho avuto anche
un’influenza all’interno del collettivo, questa cosa dei sample, delle
copertine… per esempio mi ricordo che all’epoca molta gente del gruppo mi
chiedeva consiglio per i titoli, perché io ero particolarmente bravo a trovarli
anche per le cose mie, e quindi ovviamente anche chi entrava nel gruppo si
doveva confrontare con me che già c’ero. È normale, è quasi una sorta di
nonnismo… non a quei livelli certo, ma comunque non è che potevi entrare nel
gruppo e parla’ male di me, per dire…
SAI COSA MI HA COLPITO MOLTO NEL LIBRO? CHE A UN CERTO PUNTO DICI IN MANIERA
MOLTO SCHIETTA CHE IL TRUCEKLAN È STATO SPESSO TRAVISATO NELLA SUA ATTITUDINE.
NEL SENSO CHE QUANDO C’È UN PRODOTTO ARTISTICO NON È CHE TUTTO QUELLO CHE SI
DICE ADERISCE AL REALE, COME DICEVAMO SOPRA.
Allora, anche nel rap americano, che prendo sempre d’esempio perché è lì che ci
sono i maestri, c’è un lato molto romanzato, di fantasia, anche se basato sulla
realtà. Anche perché se così non fosse nessuno lo farebbe il rap, diventerebbe
una cosa sconveniente, non è che uno sta a fa’ un processo tipo “dirò la verità,
tutta la verità”: è arte, ok? Però ’sta cosa del travisato… beh, fino a un certo
punto, perché comunque nel gruppo c’era gente che faceva quel tipo di rap
criminale e aveva questa fascinazione o uno stile di vita un po’ così, no? Che
però certo, io non avevo… ma col tempo si è aggiunta nel gruppo anche gente
diversa come mentalità dal primo ceppo dei Truceboys. Che da un lato è stato
anche un bene perché comunque ha allargato gli argomenti, ha diversificato di
più il messaggio: dall’ altro lato è stato un male perché si è persa un po’
l’attitudine originale.
PERÒ ALLA FINE FA PARTE DEL GIOCO.
Sì, certo, ci sta tutta. Poi, come ho detto nel libro, eravamo assaliti da
talmente tanti fan che molti fan erano rapper e quindi è stato naturale, ma
anche quasi forzato, il fatto di allargare la famiglia a un certo punto. Ci
stava addosso talmente tanta gente che dovevamo per forza farlo. E inoltre i
Truceboys essendosi fermati a un solo album, tutta ’sta cosa si andava perdendo
perché io pensavo che avremmo fatto come i Club Dogo, tipo dai due ai sei album
insieme, e invece è finita là, quindi c’è stata proprio la necessità di
inventarsi altre cose.
E INFATTI C’È LA TUA CARRIERA SOLISTA.
Che, come ho detto mille volte al suddetto Redattore, non era particolarmente
legata alla crew. Perché lui o non la capiva o faceva finta di non capire. Io
facevo i miei dischi solisti, mettevo il logo dietro al disco ma poi facevo come
me pareva.
NEL LIBRO QUESTA COSA SI ANNUSA…
Sì? Beh, però nel finale dice una cosa tipo “è stato impossibile non parlare del
TruceKlan perché era costantemente…” dai, quella è un po’ una paraculata…
[ride].
SÌ, IN EFFETTI… PERÒ ANDANDO AL SODO SI CAPISCE CHE TU SEI UN CANE SCIOLTO.
Ma sì, poi sono stato uno dei più prolifici in assoluto a livello discografico,
a livello di concerti perché c’è gente che stava nel gruppo che ha fatto molto,
molto di meno. Gente che nei miei venticinque anni ha fatto un disco solo. E
comunque mi piaceva questa cosa che ci fosse un gruppo a supporto, però ognuno
aveva la sua carriera solista totalmente libera nelle scelte. Ovviamente uno
metteva sempre in mezzo gente del gruppo, con collaborazioni o consigli perché
si sentiva questo legame col gruppo, una cosa che si ripeteva anche nei testi:
però appunto era una carriera totalmente solista. Iniziata nel 2005 due anni
dopo Sangue, neanche a dire che io abbia aspettato molto.
E COSA TI PIACE DI PIÙ DI QUESTA AUTOBIOGRAFIA QUANDO LA RILEGGI?
A questa domanda di preciso non riesco a rispondere… ti posso dire che per come
si era messa la situazione pensavo peggio, invece tutto sommato mi sono detto:
vabbè dai… meglio che sia uscita piuttosto che no. Però insomma ho dovuto
minacciare …[ride].
MA HAI AVUTO DEI RIFERIMENTI PER IL LIBRO? AUTOBIOGRAFIE CHE TI SONO PIACIUTE…
Assolutamente no, ti confesso che non sono troppo fan delle autobiografie.
AH, E PERCHÉ?
Non lo so, casualmente qualche autobiografia l’ho letta, però più che altro ho
letto biografie di movimenti… tipo quella della nascita del death metal, del
black metal, ho molti libri sul rap, ma più che sui rapper da soli ho libri che
parlano dei primi Bronx party, di come è nato il rap, le prime feste i primi
rapper… insomma biografie di scene. Ho anche biografie che parlano
dell’industrial, altro genere che mi piace molto, o che ne so… sui Clock DVA,
Psychic TV, Throbbing Gristle… questi tipi qui.
PARLANDO DI SCENE D’ALTRONDE ANCHE LA TUA AUTOBIOGRAFIA IN UN CERTO SENSO È ALLA
FINE, GIOCOFORZA, UNA BIOGRAFIA DEL TRUCEKLAN, SEI TU DENTRO A UN MOVIMENTO.
Certo, è stato veramente un movimento e anche, da quanto ho capito, piuttosto
unico in confronto ad altri gruppi rap sia romani che italiani. Perché non mi
sembra ci sia nulla di paragonabile al TrucKlan. Anche Wad, che mi ha anche
intervistato di persona a Milano, che faceva questo programma sul rap su MTV no?
Beh, lui disse più di una volta che secondo lui probabilmente il TruceKlan nel
contesto del rap italiano è stata la crew più di rottura di sempre, quella che
ha osato di più e che ha portato più innovazione sia stilistica che
attitudinale.
POI LA QUESTIONE È CHE TU RAPPRESENTI LA CONTINUAZIONE DI UNA COSA, IL
TRUCEKLAN, CHE ORA VA IN UN’ALTRA PARTE. TU SEI FUORI DALLE MAJOR, DAI GIOCHI DI
POTERE…
Beh, sul TruceKlan, cosa che ho detto al Redattore e non l’ha voluta scrivere ma
la diciamo qua, il TruceKlan attualmente non esiste nella pratica. In teoria
nessuno l’ha sciolto e nessuno lo scioglierà, quindi se qualcuno ogni tanto
vuole giocarsi ’sto logo nessuno gli dirà niente, ma non ha senso. Io per
esempio già su Cult leader del 2016 ho messo come logo dietro al disco solo
quello dei Truceboys e non del TruceKlan. Perché già era morta la cosa, l’ho
messa solo per dare un riferimento ai fan. Poi dal 2018 ho tolto tutti i loghi,
e in futuro non ci sarà nessun logo perché ripeto: non ha senso. Uno s’è
trasferito a Milano, un altro ha cambiato lavoro, con uno c’ho litigato, l’altro
non lo vedo più… che senso ha? E poi, voglio dire, finiscono i matrimoni e non
può finire un gruppo de matti? Va pure accettata ’sta cosa. Eppure i fan sono i
primi che non la accettano! Continuano sempre a ripetere ’sta cosa…
MA QUINDI VOGLIONO UNA REUNION?
Sì! Ci tormentano e non capiscono che sono tempi andati e che non è possibile…
POI SAREBBE FORSE PURE UNA MARCHETTA.
Sì, ma voglio dire… le marchette sono comunque lavoro. Nel rap poi ci possono
stare i periodi di reunion, vedi Club Dogo, i Sottotono, pure gli Articolo 31, i
Gemelli Diversi… perché l’operazione nostalgia funziona. E tuttora c’è gente che
pensa che il TruceKlan ancora esista. Però è anche un po’ colpa nostra, perché
se ti compri certi dischi e ripetiamo ’sta cosa del TruceKlan… Noyz da questo
punto di vista è proprio il primo a farlo…
E A PROPOSITO DI PUBBLICO, IL TUO PUBBLICO COME L’HA PRESO ’STO LIBRO? GLI È
PIACIUTO?
I feedback che ho avuto sono stati tutti positivi, è piaciuto molto. Nessuno ha
fatto nessun tipo di osservazione particolare né nel bene né nel male. È
piaciuto nella sua interezza, quindi, come già detto, alla fine funziona.
DEVO QUINDI CHIEDERTI QUALI SONO I TUOI SCRITTORI PREFERITI, A QUESTO PUNTO.
Beh, sicuramente per rimanere in tema direi Lovecraft, Poe e poi anche sui
classici direi Dostoevskij, per rimanere leggeri [ride]. Io più che altro ora
leggo saggi tecnici…
A PROPOSITO DI “LETTERATURA” QUANDO CITI LA SIGLA DEL CARTONE ANIMATO LA BALENA
GIUSEPPINA IN “NELLA MIA MANO”, CIOÈ “IO SO QUALCOSA CHE GLI ALTRI NON SANNO /
IO HO QUALCOSA CHE GLI ALTRI NON HANNO / LA TENGO STRETTA NELLA MIA MANO / E SE
LA SCHIUDO LEI VOLA LONTANO”, NESSUNO CREDO ABBIA COLTO APPIENO LA CITAZIONE.
Sì, perché quel ritornello lì mi è venuto in mente perché quello era un cartone
che da bambino mi faceva scoppiare a piangere ogni volta che lo vedevo,
probabilmente anche perché ci ritrovavo qualcosa di me. Quindi poi ho creato
quella canzone, mi tornava sempre un po’ in testa questa sigla e mi sono detto:
lo sai che qui ci sta bene? Ce la schiaffo sopra la rivisito un po’… così mi
sono anche tolto un dente…
QUESTO DIMOSTRA CHE SEI UNA PERSONA MOLTO SENSIBILE.
Io sì, la sensibilità è una delle mie qualità. Sensibilità è sinonimo di
intelligenza e comunque è una cosa bella. Poi ovvio, uno non deve diventare
ipersensibile perché poi si vive male: però secondo me anche avere un solo
briciolo di sensibilità è una qualità.
QUESTO NEL LIBRO SI NOTA PERCHÉ LE TUE SCELTE SONO MOLTO DIVERSE RISPETTO AGLI
ALTRI DEL TRUCEKLAN, SENZA NULLA A LORO TOGLIERE, MA SEMBRI PIÙ CENTRATO E MOSSO
APPUNTO DA UN SENTIRE DEL TUTTO PERSONALE…
Io in generale sono una persona molto sicura di me. Con le idee molto chiare, e
quindi se ho un piano lo porto a termine, non mi faccio influenzare.
SÌ, MA INTENDO DIRE CHE MOLTI TUOI COLLEGHI PER ESEMPIO SI CONCEDEVANO ECCESSI E
A VOLTE QUESTO MODO DI FARE ANNIENTA LA SENSIBILITÀ E TI DECENTRA, MENTRE TU
SEMBRI MOLTO PIÙ “ TE STESSO”, ECCO.
Ti spiego perché: io a parte essere sensibile e una persona sicura sono anche
una persona piuttosto forte. Io non mi sono intossicato perché è come il
discorso che facevamo sulle mode o delle opinioni degli altri: io non mi faccio
trasportare se ho un’idea mia. Come sono stato chiaro con quelli del gruppo che
facevano rap un po’ più criminale dicendo: “a me non me ne frega un cazzo de
’sto tipo di rap, non me dite niente, non ne voglio sapere” e infatti hanno
capito che non era il tipo di rap che mi rispecchiava o al quale volevo
partecipare in qualche modo. Certo, se mi chiedevano un feat. facendo parte del
gruppo lo facevo, ma sempre a modo mio, sapevano quello che dicevo.
QUESTA TUA DIMOSTRAZIONE DI PERSONALITÀ È EVIDENTE ANCHE NELLA TUA PASSIONE PER
I TATUAGGI.
Beh perché comunque anche lì sono stato uno dei primi, perché anche nel rap non
si usava tatuarsi tanto. Pure in America magari andava il tatuaggetto in una
parte del corpo, però questa cosa di tatuarsi pesantemente per tutto il corpo,
integralmente, era una cosa che ho preso dall’hardcore punk perché da bambino mi
avevano proprio impressionato questi concerti, tutta ’sta gente tatuata… ma io
già ero partito, e qui torna la personalità, con questa missione: “appena posso
mi sfonno di tatuaggi”. Poi avevo visto pure parecchi criminali per strada
parecchio tatuati, quindi ero un po’ affascinato da questa cosa perché vedevo
che la gente cambiava marciapiede [ride] e pensavo: “non mi dispiace ’sta cosa”…
quindi sì, diciamo avevo anche tanti miti sbagliati, d’altronde avendo dei
genitori assenti su certe cose…
E IL TATUAGGIO È LA TUA ANIMA CHE SI MANIFESTA, DICIAMO.
Sì in parte lo è, ma non è sempre detto che quello che hai addosso ti rispecchi
al cento per cento. Per esempio io ho tanti tatuaggi che sono informativi, non
puramente decorativi. Però gli va data l’importanza che ha: sicuramente non l’ho
mai vissuta come una moda, non ho mai usato anestetici, quindi i tatuaggi li ho
tutti subiti, anche perché mi dicevo: io già devo fa’ una fatica per pagarmi il
tatuaggio, mo’ devo pure pagare la crema? Non ci penso neanche! Poi diciamo che
ho questo lato un po’ masochista …soprattutto all’epoca sentivo il richiamo di
farmi del male, però ecco quello è farsi del male intelligente perché non è che
mi taglio: dopo rimane comunque un ricordo sulla pelle. Alcuni tatuaggi sono
stati fatti pure con leggerezza, per carità: non è che tutti sono così profondi.
Ad alcune cose sono molto legato, alcune altre le ho coperte perché col tempo,
non tanto che mi sono pentito, però mi avevano stancato di rivederle addosso;
certe cose non mi rappresentavano più e comunque parlando coi tatuatori mi hanno
detto che è normalissimo che qualcosa ti stufi dopo venticinque anni che hai
delle cose addosso. Poi ad esempio sulle braccia non ho toccato nulla.
E COSA VEDI NELLE NUOVE LEVE DEL RAP?
Guarda, mettiamo in chiaro che io ascolto solo rap americano. Il rap italiano
che ascolto lo ascolto sempre per caso: o me lo fa ascoltare qualcuno o lo sento
in radio; sono bene o male informato su quello che fanno i miei coetanei perché
vengono intervistati dalle stesse webzine che intervistano me. E comunque devo
dire che tutti i miei coetanei, quelli che hanno avuto una carriera lunga, li
rispetto tutti e fanno tutti belle cose. E tra i giovani molte cose mi
piacciono, ma inizio anche a capire che è un’altra epoca, è normale: quindi
sinceramente se io fossi un pischello di mo’ molto probabilmente non avrei fatto
rap.
AH NO?
No, perché la vedo come una cosa troppo integrata: quando l’ho iniziato a fare
io era una cosa quasi come il punk, una cosa molto stramba e quindi mi
affascinava anche per quello. Adesso invece si è molto sdoganato: anche qui c’è
da una parte il lato positivo e dall’ altro c’è solo tendenza.
E FARETE PROMOZIONE DEL LIBRO IN GIRO?
Non credo, perché al Redattore gli ho detto: guarda mi hai fatto lavorare un
sacco su questo libro mi hai dato due spicci, se vuoi che lo promuovo mi paghi.
E lui essendo un pulciaro non mi sta facendo fare i firmacopie! [ride]. A me va
benissimo così, anche se ovviamente i firmacopie li faccio per fargli vendere il
libro, e però… il Redattore è un pulciaro! Dopo tutto questo lavoro mostruoso
che è stato fatto VEDREMO almeno SE il pagamento annuale sarà puntuale … [ride].
L'articolo Al di là della metro Battistini proviene da Il Tascabile.
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“N ulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore”. Mi ci soffermo
spesso, ma per mesi non sono riuscito a toglierle di dosso quell’odore di
tautologia che mi disturbava. È una frase che ho letto nel secondo paragrafo di
un vecchio saggio di Jacques Attali sulla musica (Rumori. Saggio sull’economia
politica della musica, 1978). La svolta poi è avvenuta grazie a Damon Krukowski,
il batterista dei Galaxie 500, una delle meteore dell’affollata costellazione
alternative statunitense degli anni Novanta. Anche lui ha scritto un saggio
(Ascoltare il rumore. La riscoperta dell’analogico nell’era della musica
digitale, 2019) in cui rivendica la dignità – anzi, proprio la superiorità – del
trattamento analogico del suono rispetto al dilagante strapotere delle odierne
tecnologie digitali. Una tesi un filo reazionaria ma che, nella mia esperienza
di musicista che ricorreva spesso all’autoproduzione “da cameretta”,
corrispondeva almeno alla piacevole sensazione che avevo provato nel rapportarmi
creativamente, nella registrazione del suono, con macchine obsolete: quattro
tracce a cassetta, preamplificatori a rack, fuzz per chitarra e sintetizzatori
monofonici.
Ma la tesi di Krukowski non si limita a difendere un processo artistico in cui
il rapporto uomo-macchina sembrava ancora avere una speranza di orizzontalità,
dato che le tecnologie analogiche, proprio come gli esseri umani, sono piene di
limitazioni tecniche, agiscono sempre in tempo reale, hanno funzioni facilmente
decodificabili, non possono cancellare quello che hanno fatto e, soprattutto,
sono prive di sottomenù. La sua tesi si appropriava con una certa eleganza dei
concetti esposti da Claude E. Shannon nella teoria dell’informazione, per
elevare lo scontro tra analogico e digitale a un livello puramente filosofico,
sfociando nell’aperta militanza. Il suo ragionamento partiva dal rapporto tra
segnale e rumore, che separa il materiale vettore di informazioni (segnale) da
quello spurio e quindi di disturbo (rumore) presente in una qualunque forma di
comunicazione, per arrivare ad analizzare le forme di agentività presenti quando
ci poniamo in ascolto di qualcosa, una canzone, una conversazione, un suono.
Nelle tecnologie digitali il suono viene campionato, quindi trasformato in
codice numerico che – non risentendo delle limitazioni fisiche delle tecnologie
analogiche in cui il suono è trasportato da un’onda elettrica che attraversa
fisicamente i dispositivi – permette una rimozione totale del rumore dal
segnale, garantendo la massima pulizia possibile.
Ma, si chiede Krukowski, chi decide cosa è segnale e cosa è rumore? I suoni di
sottofondo finiti involontariamente nella registrazione di “Here Today” dei
Beach Boys, il fruscio esasperato del Marshall Plexi 1959 sparato a tutto volume
di Jimi Hendrix, il breve sospiro degli amanti lontani che si scambiano una
confidenza notturna per telefono e che il microfono dello smartphone decide
deliberatamente di attenuare… questi suoni sono segnale o rumore? Nella nostra
era digitale questa distinzione viene fatta a monte, in maniera programmatica e
pervasiva. Leggiamo nel libro: “Chi definisce il segnale e chi definisce il
rumore? Nel digitale l’ascoltatore riceve solo il segnale. L’eliminazione del
rumore è stata già effettuata da altri”, e ancora: “il rapporto segnale/rumore
nella musica analogica, per quanto creata con mezzi sofisticati, è un rapporto
che ciascun ascoltatore modula continuamente. Vale a dire: chi produce musica
analogica può forse determinare l’universo di rumori e segnali che essa
contiene, ma alla fin fine è l’ascoltatore che deve distinguere gli uni dagli
altri”. Il cuore della polemica per Krukowski è un problema di agentività e
quindi strettamente politico: “eliminare il rumore presuppone una definizione
del segnale. Da chi provenga questa definizione – quale segnale si sceglie di
isolare, quale rumore si sceglie di eliminare – non è un problema tecnico ma una
questione politica”.
Quando incontro Marcello Newman da Zazie nel Metrò, un avamposto militante della
scena culturale romana, in occasione della pubblicazione di Emotional Park, il
suo primo disco solista uscito per Urlaub Dischi, tutti questi pensieri sulla
politica del suono sembrano ronzare nell’aria intorno a noi, come amplificatori
portati a saturazione. Parliamo poco di tecnologie musicali, ma ci concentriamo
su come la musica possa diventare un percorso di elaborazione del sé e di
militanza culturale, soprattutto uno strumento di costruzione di comunità.
D’altronde il primo – e più importante – dispositivo analogico che entra
nell’equazione, quando si parla di musica, è proprio l’essere umano.
Marcello Newman: C’è un approccio estetico alla musica che trovo profondamente
politico, anticapitalista e per questo molto interessante: chi riesce a fare
musica celestiale eseguita, più o meno deliberatamente, male. Per me un disco di
svolta, che mi condiziona ormai da più di vent’anni, è stato Osaka Bridge di
Maher Shalal Hash Baz. Un disco di musica celestiale per ottoni, eseguito da una
banda di ottoni deliberatamente amatoriale. Mi racconta qualcosa di utopico.
Un’utopia, basata su una scarsa capacità di performare, di un rifiuto della
specializzazione e in qualche modo anche della tecnica. Su questo sento di avere
delle idiosincrasie di cui mi voglio assolutamente liberare. Per esempio cerco
sempre di tenere la prima take quando registro. Piuttosto se la prima take mi
crea dei problemi cerco di risolverli con l’arrangiamento, magari inserendo un
nuovo elemento. Lo faccio perché veramente vorrei mettere in scena qualcosa che
è bello e fallimentare, almeno secondo i canoni capitalistici di etica del
lavoro, professionalismo, specializzazione e performance.
La musica è principalmente una forma d’arte amatoriale, quella suonata intorno
al falò in spiaggia, di chi ha scritto una canzone e la fa sentire agli amici.
Quella musica è essenziale per come concepisco il mio operare artistico. Ciò che
mi interessa è che rimanga un’attività che faccio per stare bene con le altre
persone e per divertirmi. La cosa più importante è utilizzare questo processo in
un senso estetico, per dire qualcosa di interessante sull’uomo. Esplorare e
celebrare delle forme di fallibilità, incertezza e insicurezza.
FRANCO CIMEI: RISUONA CON IL DISCORSO CHE FA ENRICO MONACELLI NEL SUO LIBRO
(BASSA FEDELTÀ. MUSICA LO-FI E FUGA DAL CAPITALISMO, 2024) IN CUI CERCA DI
COSTRUIRE UNA GENEALOGIA DELL’APPROCCIO LO-FI ALLA MUSICA, DA BRIAN WILSON,
PASSANDO PER DANIEL JOHNSTON, FINO AD ARIEL PINK, COME UNA POSTURA POLITICA CHE
RIFIUTA LE LOGICHE DI MERCATO, ALMENO PER COME QUESTE INFLUENZANO PROFONDAMENTE
IL PROCESSO CREATIVO E IL NOSTRO RAPPORTO CON IL SUONARE INSIEME, CON IL
DECIDERE DI METTERE SU UNA BAND, O DI SCRIVERE UN PEZZO SEGUENDO DETERMINATI
CANONI DI GENERE. ANCHE EMOTIONAL PARK MI SEMBRA POSSA ENTRARE IN QUESTA
GENEALOGIA, HAI PENSATO A UN ARTISTA IN PARTICOLARE DURANTE LA COMPOSIZIONE DEL
DISCO? DA CHI TI SENTI INFLUENZATO NEL TUO APPROCCIO ALLA COMPOSIZIONE?
Ho pensato molto a Burt Bacharach, mi piace moltissimo. Mi sono fatto un’idea su
di lui, anche se potrebbe essere inesatta, o magari è completamente falsa. Penso
a Burt Bacharach come a uno che ha studiato composizione in accademia, in un
momento in cui la musica classica stava espandendo i suoi confini – si stava
sdoganando la dodecafonia – e lui di nascosto scrive queste dolcissime,
semplicissime melodie pop. Me lo immagino che viene preso in giro, che i suoi
compagni di corso siano molto cattivi con lui. Mi piace il suo modo di scrivere
del pop puro, celestiale. Come poi Brian Wilson o per certi versi i Magnetic
Fields. Per me il suo riferimento ha significato riuscire a sentirmi a mio agio
in una scrittura anti-intellettuale. Anche non aver paura di adottare un
linguaggio rock: oggi probabilmente – e se le sapessi fare – farei le mosse sul
palco come Pete Townshend.
NONOSTANTE TU ABBIA FATTO PARTE DI MOLTE BAND IMPORTANTI PER LA SCENA MUSICALE
ROMANA, DAI THE JACQUERIES AI MARCELLO E IL MIO AMICO TOMMASO, ERANO PARECCHI
ANNI CHE NON PUBBLICAVI UN DISCO. EMOTIONAL PARK È UN DISCO MOLTO COMPATTO E CHE
HA UN’IDEA RIGOROSA DELLA PROPRIA ESTETICA. UN’IDEA CHE, DA COME MI RACCONTI, HA
ANCHE UN PRECISO FONDAMENTO IDEOLOGICO. QUAL È IL PERCORSO CHE TI HA PORTATO A
COMPORRE IL DISCO E A FARLO USCIRE PROPRIO ADESSO?
Emotional Park per me è un disco molto solare, in cui un tema centrale è quello
del rapporto con il lavoro, che è raccontato in maniera rivendicativa e
frustrata, come una profonda insoddisfazione. Nasce da questa scissione profonda
tra esistenza professionale ed esistenza artistica, che oggi sto mettendo molto
in discussione. È anche un disco che parla di fuga e anche molto di fumare erba
– cosa che oggi ho smesso di fare. Anche se è un disco creato con un’idea ben
precisa in testa, in realtà il percorso che mi ha portato a registrarlo è stato
molto lungo.
QUINDI LO VEDI COME UN PUNTO D’ARRIVO DI UN PERCORSO CHE HAI FATTO NEGLI ANNI.
MI INTERESSA IL DISCORSO DEL RAPPORTO CON IL LAVORO. COME ENTRA NEL DISCO?
Sono cresciuto a Roma, suonando e facendo tante attività culturali. Fino a pochi
anni fa non l’avevo mai visto come un lavoro. Era una specie di vocazione, un
hobby. Così a ventitré anni – forse un po’ troppo presto – mi sono detto: “Devo
abdicare a questa scemenza dell’arte, mi trovo un lavoro”. Mi sono trasferito a
Parigi, poi a Londra, poi a Torino e ho fatto la mia carriera in un altro
ambito. Nel frattempo però continuavo inevitabilmente a fare dell’arte, ma la
mia vita era intenzionalmente scissa tra quello e il lavoro. La mia idea era
soltanto di trovare una vita professionale abbastanza comoda per avere il tempo
libero necessario per fare queste altre cose. L’occasione di svolta è arrivata
quando sono riuscito a ottenere un part-time. Pensavo spesso a Simone Lisi, uno
scrittore di Firenze, che lavorava part-time alle poste e il resto del tempo
scriveva. Mi sembrava un buon modello. Ottenuto il part-time, improvvisamente
avevo quattro giorni liberi a settimana. Vivevo da solo e avevo accumulato in
casa abbastanza attrezzatura per registrare la mia musica.
In quel periodo suonavo soprattutto con Daniel Rineer negli Amerixan Music e con
la mia amica – e sua moglie – Clarissa Ghelli nei Plastic Palms. Ci beccavamo
nei giorni in cui non lavoravo. Facevamo musica solo per divertirci. Ed era per
me un approccio molto diverso da come l’avevo fatta in passato, era una modalità
non intenzionale. In questo modo mi è tornata la voglia di scrivere canzoni e
con loro ho cominciato a scrivere in inglese. Vari di quei pezzi sono usciti
come Amerixan Music. Questo repertorio di canzoni cresceva, le scrivevo e le
usavamo, oppure le mettevo da parte e basta. In quel momento ho capito che non
sarei più stato in grado di scrivere da solo, collaborare creativamente con
altre persone era diventato inestimabile.
Anche il mio atteggiamento nei confronti della musica era completamente
cambiato: dal ventenne che pensava “Ascoltatemi, questa è la mia interiorità, è
importantissima”, ora suonando con Dan pensavo: “Faccio questa cosa perché
voglio farti ridere, oppure faccio questa cosa perché so che ti fomenta”. Ecco,
stavo sviluppando il mio repertorio da solista, solo che non lo sapevo, perché
non lo stavo facendo da solo. Negli otto anni in cui ho composto questo disco,
ho finito per suonare con tantissimi musicisti, tanti testi li ho scritti a
quattro mani, le prime session in studio sono nate grazie a Lorenzo Saini, un
produttore livornese. Mentre in quest’ultimo periodo è stato determinante Pippo
(Pierantonio Grassi) che ha uno studio di registrazione (Andamento Analogico)
proprio vicino casa mia a Roma. Un giorno ci siamo seduti e ci siamo detti:
“Finiamo questo disco, facciamolo uscire”.
QUINDI È COMUNQUE UN DISCO COSTRUITO DA UNA COMUNITÀ, DA UN INTRECCIO DI
RELAZIONI CREATO DALLA MUSICA. MI SEMBRA CHE QUESTO APPROCCIO SIA CENTRALE IN
TANTI TUOI PROGETTI, COME SUPERSUONO O MUSICOTERAPIA ADULTI. LA COSA CHE TROVO
STRANA E AFFASCINANTE È CHE QUESTO È PUR SEMPRE IL TUO PRIMO DISCO SOLISTA, IL
PRIMO DISCO DI MARCELLO NEWMAN. COSA È CAMBIATO?
Sì, è strano. È il mio primo disco solista. È anche il primo in cui non faccio
il control freak, io sono principalmente un chitarrista, ma questo è il primo
disco in cui non suono tutte le chitarre. Però, no, non è questo il punto. Il
punto è il processo. Perché Emotional Park è un disco profondamente solista, nel
senso che è un disco dove per la maggior parte parlo dei cazzi miei. Quello che
è cambiato per me è stato vedere le canzoni come qualcosa che deve essere utile
agli altri. Un oggetto che può essere riutilizzato. Una canzone funziona quando
la puoi riascoltare un miliardo di volte. Pensavo spesso a “Satisfaction” degli
Stones. Quel pezzo non mi dice un cazzo di interessante sull’interiorità di Mick
Jagger. Nemmeno mi interessa la sua interiorità. Riesco a credergli se dice che
in quel momento non riesce a trovare satisfaction. Ma quel pezzo è utile per me
perché mi viene in mente ogni volta che non riesco a trovare satisfaction. La
canticchio e mi rendo conto che la sto canticchiando perché effettivamente in
questo momento non riesco a trovare satisfaction.
In Emotional Park ho cercato di scrivere le cose più semplici possibili. Mentre
quando avevo vent’anni scrivevo le cose più complicate possibili solo per
dimostrare che lo sapevo fare. Il pezzo della svolta, in questo senso, è stato
Bad, che è uscito come singolo degli Amerixan Music. Se non fosse già uscito
l’avrei messo nel disco, perché è un blues stupidissimo, di cui vado molto
fiero, che dice soltanto: porto sempre fuori il cane / alzo sempre la tavoletta
/ ti saluto sempre se ti incrocio per strada / ma sono cattivo. Lo dice in
inglese: bad! Quella è stata la prima volta che mi sono concesso di scrivere un
pezzo pensando agli altri, pensando all’uso che ne avrebbero fatto.
È ANCHE UN DISCO INTIMO, DICIAMO UN DISCO “DA CAMERETTA”, CHE ESCE IN UN MOMENTO
IN CUI SEI TORNATO DA UN TOUR ENORME COME QUELLO DEI CANI, IN CUI HAI FATTO DA
CHITARRISTA PER LA BAND. COME È STATA QUEST’ESPERIENZA? RIENTRA IN QUESTO
PERCORSO DI RICERCA O È STATA UNA PARENTESI A PARTE?
Il tour con I Cani è stato bellissimo, ne potrei parlare all’infinito. La prima
cosa che mi ha colpito è stata la reazione del pubblico. Sono abituato per la
musica che suono dal vivo di solito, che la reazione del pubblico sia al massimo
quella di “moderatamente interessato” o “moderatamente divertito”. Ma il
repertorio dei Cani è davvero importantissimo per il suo pubblico, come lo è per
me, che sono un loro vero fan. Poterlo suonare davanti a tutte quelle persone è
stato davvero significativo, un privilegio enorme. Poi stavo suonando con
musicisti molto più bravi di me e questo mi ha permesso di imparare molto. La
questione che mi metteva più ansia era come portare la mia energia personale e
il mio modo di suonare in una band e su un palco così grandi. Ma anche come
scrivere le parti di chitarra per tutti i dischi precedenti dei Cani, in cui le
chitarre non ci sono quasi mai.
Alla fine mi sono lasciato guidare da questo personale sdoganamento del rock che
ti dicevo e che ho costruito suonando nei Plastic Palms e negli Amerixan Music.
Mi sono detto: questo tour avrà un profondo significato culturale e identitario
per molte persone, ma fondamentalmente è un grande rock show! Ho capito che era
quella l’energia adatta e durante i concerti il pubblico mi sembrava recepisse
quel tipo di energia. Guardavo negli occhi le persone delle prime file che si
stavano divertendo tantissimo e questo mi rassicurava molto.
IL RAPPORTO CON NICCOLÒ CONTESSA COMUNQUE ERA GIÀ NATO PRIMA, AVEVI SUONATO
ANCHE DELLE PICCOLE PARTI NEL PRIMO ALBUM DEI CANI (IL SORPRENDENTE ALBUM
D’ESORDIO DE I CANI, 42 RECORDS 2011). POI AVETE SUONATO INSIEME NEI
MUSICOTERAPIA ADULTI, CON CUI AVETE FATTO ANCHE UN TOUR.
Con Niccolò ci conoscevamo già da molto tempo, ma l’idea di suonare insieme nei
Musicoterapia Adulti è nata quasi per caso. Quando sono tornato a vivere a Roma,
tre anni fa, un sacco di amici mi dicevano “Marcè, ti ricordi quando c’avevamo
tutti le band? Che figata!” ed effettivamente avevamo tutti una band. Poi col
tempo siamo diventati tutti solisti, ma così i progetti si sgonfiano, perdono di
momentum, perché è difficile mantenere la motivazione quando sei da solo. O la
gente si stufa o diventa strafamosa, succede quasi sempre così. E ora noi
avevamo tutti questa nostalgia di suonare insieme, di fare le prove nella
saletta. Così una sera ho fatto un volantino, scritto a mano su un pezzo di
carta e l’ho inviato su Whatsapp a una trentina di persone, era l’invito a una
cena che ho chiamato “La cena delle band”. Quindi quando ci siamo incontrati ho
fatto da facilitatore – che è quello che faccio anche di lavoro – facendo un
giro di tavolo e chiedendo a tutti: “Perché siete qua? Perché vi ho invitati?
Che tipo di band vorreste? Con che tipo di obiettivi?”.
Da quella cena è nato il festival Giovani Spiriti Città Infame e la maggior
parte dei gruppi che ci hanno suonato in questi anni: Supersuono, Ragazzi
Stanchi e anche Musicoterapia Adulti. All’inizio nella band dovevamo esserci
soltanto io e Pietro Guiso alla batteria, volevamo semplicemente jammare nella
mia saletta, ma la sera in cui dovevamo vederci per fare la prima prova ci
scrive Niccolò Contessa – che è amico di entrambi – e ci propone di suonare nel
suo studio. Da lì abbiamo cominciato a vederci tutte le domeniche notte,
registrando ogni cosa che suonavamo ma senza mai parlarne. C’era una specie di
tabù implicito: si suona ma non ci si mette d’accordo su niente e soprattutto
non se ne parla. Dopo il primo concerto a Giovani Spiriti Città Infame, abbiamo
sempre suonato così, arriviamo sul palco ma non sappiamo niente. Mettiamo
soltanto un timer per suonare per trenta o quaranta minuti e vediamo cosa
succede. Io avevo proposto di metterci d’accordo almeno sulla tonalità, perché
moduliamo spesso, ma Niccolò non ha voluto. Nella data di Milano del tour siamo
finiti a suonare in mi bemolle, per me che suono la chitarra era un incubo. Però
è proprio questo il motivo per cui suonare con i Musicoterapia è tanto
spaventoso quanto estremamente liberatorio.
MI PIACE MOLTISSIMO COME SIETE RIUSCITI A MANTENERE QUESTA IDEA DI MUSICA COME
IMPROVVISAZIONE RADICALE, ESTEMPORANEA E QUINDI IMPOSSIBILE DA IMPACCHETTARE IN
UN CONTENITORE BEN DEFINITO, ANCHE NEL MOMENTO DELLA DISTRIBUZIONE. AVETE CREATO
UNA SPECIE DI RADIO PERPETUA SUL VOSTRO CANALE YOUTUBE. SENTIVI TUTTI QUESTI
PEZZI, SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITÀ, CHE SFUMAVANO UNO NELL’ALTRO. RESTITUIVA
BENE L’IDEA DI MUSICA COME FLUSSO SPONTANEO E INAFFERRABILE E MI FACEVA PENSARE
ANCHE A TANTI ESPERIMENTI RADIOFONICI FONDAMENTALI, DALL’ANARCHIA DI RADIO ALICE
FINO ALLE INCESSANTI RASSEGNE DI SPERIMENTAZIONE SONORA DI FANGO RADIO.
Sono contento che ti piaccia! Purtroppo continua a rompersi.
PERCHÉ? CHE TECNOLOGIA C’È DIETRO?
È un Raspberry Pi programmato da Niccolò e connesso al wi-fi di casa sua.
Purtroppo ogni volta che si inceppa il wi-fi anche il link si blocca. C’è anche
un servizio online per farlo a pagamento, ma è parecchio costoso e poi Niccolò è
molto bravo con i computer, quindi abbiamo preferito farlo così. Tra l’altro
quello che riproduce è meno della metà del materiale che abbiamo registrato con
Musicoterapia. Abbiamo moltissime ore di registrazione, ma per sistemarle ci
vuole un sacco di tempo: bisogna beccarci, riascoltare tutto, poi tagliare le
parti che ci piacciono e caricarle nel server.
ANCHE IL PLAYER FA PARTE DI UN APPROCCIO DO IT YOURSELF CHE MI SEMBRA TORNI UN
PO’ IN TUTTO QUELLO CHE FAI. COSÌ COME IL FESTIVAL DI GIOVANI SPIRITI CITTÀ
INFAME: VOLANTINI CARTACEI, CD AUTOPRODOTTI E UN PICCOLO PALCO IN CUI SUONARE
CON GLI AMICI IN UN PARCO FUORI ROMA. COME È NATA L’IDEA DEL FESTIVAL?
Anche il festival è nato durante la cena per formare le band. Ora che avevamo
tutte queste band ci si è posto un problema: cosa ne facciamo? Dove le facciamo
suonare? Quindi un po’ per scherzo è nata questa idea di fare “la guerra delle
band”. La cosa è cresciuta, abbiamo trovato un posto, sono entrati anche altri
gruppi e così è nato Giovani Spiriti Città Infame, che quest’anno organizzeremo
per la terza volta alla Mistica a Roma. È un modo per unire questi gruppi che
fanno rock molto libero e in maniera più o meno amatoriale. A me piace molto
organizzare questi progetti. Ognuno con le sue side quest: il player di
Musicoterapia, le animazioni per fare i videoclip delle canzoni, trovare altre
band e qualcuno che ci aiuti con la logistica, stampare i CD. È come quando ho
lavorato al Grande Caldo [il film amatoriale che Marcello ha girato nel 2013
insieme a Daniele Tinti, Dan Bensadoun e Luigi Caggiano, che quando è uscito nel
2022 aveva già raggiunto lo status di culto sotterraneo nella scena culturale
romana, ndr]: si mettono insieme le persone e si fanno le cose che ci piacciono.
Roma mi sembra una città in cui è incredibilmente facile realizzare queste cose
e mi fa incazzare che non ce ne siano molti di più di questi progetti.
QUALCHE SITUAZIONE NUOVA NEGLI ULTIMI ANNI È NATA. IO DO IL MIO CONTRIBUTO CON
TRASFORMATIVA, CHE FACCIO INSIEME A MASSIMILIANO LANCIONI, È UNA RASSEGNA
ITINERANTE IN CUI METTIAMO INSIEME DEI GRUPPI, CHE NON HANNO MAI SUONATO
INSIEME, PER FARLI IMPROVVISARE DAL VIVO. MA CI SONO ANCHE ALTRE SPERIMENTAZIONI
INTERESSANTI COME SHHH/PEACEFUL O FLAMING CREATURES, CHE PORTANO A SUONARE A
ROMA BAND CHE ALTRIMENTI SAREBBE DIFFICILE INTERCETTARE.
Se parliamo di rassegne ne posso aggiungere anche altre che secondo me sono
molto interessanti: c’è Strrronz3 che propone gruppi di rock femminile e Mashing
Pot al Wishlist, che come genere è molto vario, o anche Disbieco che è più
sull’emo e l’indie rock. Mi sembra comunque che ci sia un grande appetito per
situazioni molto localizzate e incarnate. Ho trovato molto interessante la
residenza dei Neoprimitivi al Trenta Formiche, come metodo per far conoscere una
nuova band. Loro sono davvero bravi, mi piacciono molto, ma non penso che abbia
funzionato soltanto per quello. È anche perché questa formula che ha trovato
l’etichetta (42 Records) per promuovere la loro musica, per creare un pubblico,
è stata una cosa assolutamente nuova. Ultimamente do lo stesso consiglio non
richiesto a tutti gli amici che suonano in una band: trovati un locale che sia
disposto a farti suonare con regolarità, suona solo là tantissimo e creati un
pubblico. Anche io sto cercando di fare così con Emotional Park, per tre
domeniche di fila suonerò da Rhizome Radio. Il punto è questo: dovremmo
ricordarci che la musica è soprattutto un fenomeno di aggregazione, è
un’attività umana che si basa sull’aggregazione.
MI PIACE SEMPRE CITARE UNA FRASE CHE HO LETTO IN UNO DEI LIBRI SUL DEEP
LISTENING DI PAULINE OLIVEROS, PUBBLICATI IN ITALIA DA TIMEO, CHE DICE PIÙ O
MENO: “POSSIAMO CONSIDERARE LA MUSICA UN GRADITO SOTTOPRODOTTO DELL’ATTIVITÀ
UMANA”. INSOMMA COME QUALCOSA CHE SI MANIFESTA SPONTANEAMENTE QUANDO LE PERSONE
ENTRANO IN RELAZIONE TRA DI LORO, UNA RELAZIONE CREATIVA E DI PROFONDO ASCOLTO,
UMANO E MUSICALE. CREDO POSSA ESSERE UNA BUONA PROSPETTIVA POLITICA PER GUARDARE
AL FUTURO.
Ci si può spingere anche un po’ oltre e dire che la musica è un abilitatore di
attività umana. C’è uno studio di Robert D. Putnam sul capitale sociale che si
chiama Making Democracy Work (in italiano: La tradizione civica nelle regioni
italiane, Mondadori 1993). L’idea alla base del capitale sociale è che, in una
data comunità, esista un tipo di fiducia reciproca tra gli individui che crea
coesione sociale. Lui ha fatto uno studio in Italia, dove indaga il rapporto tra
il capitale sociale in diverse comunità e la presenza di associazioni sportive
dilettantesche e di cori amatoriali. Dove trovava molti cori amatoriali e molte
associazioni sportive dilettantistiche, c’era anche molto più capitale sociale.
La conclusione che ne trae è: dove c’è capitale sociale, le persone entrano nei
cori e nelle associazioni sportive. A me sembra vero soprattutto il contrario.
L'articolo Chi decide cos’è rumore? proviene da Il Tascabile.
I l Brasile è la terra di quelle parole bellissime sia nel suono che nel
significato, ma di difficile traduzione in lingue e contesti diversi. Saudade è
l’esempio più famoso, ma anche cafuné, cioè il gesto di passare le dita tra i
capelli della persona amata, e gambiarra che riassume l’arte di arrangiarsi in
maniera creativa, trovando soluzioni efficaci con i mezzi che si hanno a
disposizione. Personalmente credo che quest’ultima sia anche la risposta
migliore alla domanda: che suono fa il Brasile oggi? Perché gambiarra, in senso
figurato, significa anche dare nuova vita a qualcosa di già usato, ricreare gli
oggetti, improvvisare qualcosa. Ma per capirlo bene dobbiamo partire da lontano.
Un soft power perduto?
Il Brasile è soprattutto uno dei rari casi in cui la musica non è solo un
prodotto culturale, ma una vera e propria infrastruttura d’identità che ha
saputo raccontare la posizione del Paese nel mondo. Mentre le grandi potenze
anglosassoni hanno costruito la propria influenza culturale attraverso
l’industria dell’intrattenimento globale, il Brasile ha saputo imporre un suono
proprio da una condizione di periferia. Come suggerisce il critico e professore
Lorenzo Mammì, profondo conoscitore del Brasile e della sua cultura, la triade
composta negli anni Cinquanta e Sessanta da João Gilberto, Pelè e Oscar Niemeyer
‒ dunque bossa nova, calcio e architettura ‒ incarnava perfettamente una
modernità fluida, leggera e allo stesso tempo complessa che lasciava intravedere
una comunicazione affascinante del Paese verso il resto del mondo. Oggi, a
distanza di tanti anni, cosa ne è di quel soft power?
> Il Brasile è soprattutto uno dei rari casi in cui la musica non è solo un
> prodotto culturale, ma una vera e propria infrastruttura d’identità che ha
> saputo raccontare la posizione del Paese nel mondo.
In un articolo su Revista UBC la giornalista Kamille Viola, a proposito di
questo tema fa notare che il Brasile è ancora oggi uno dei pochi Paesi a
consumare più musica prodotta a livello nazionale rispetto a quella proveniente
dagli Stati Uniti. Segno di un profondo legame identitario ma anche di un
potenziale verso il mercato estero ancora inespresso. Per il ricercatore
musicale, antropologo e professore alla Pontificia Universidade Católica do Rio
de Janeiro Miguel Jost, inoltre, questa peculiarità è insita nella cultura
stessa del Paese più vasto del Sud America:
> Quasi nessun Paese con una storia socioeconomica simile alla nostra è riuscito
> a creare tanti generi musicali rilevanti e producendo un enorme senso di
> appartenenza interna, la musica ha creato soprattutto una sorta di interfaccia
> del Brasile percepita dal mondo. Quando il mondo pensa al Brasile è chiaro che
> appaiono molti elementi come le feste popolari, il calcio, ma è stato nella
> musica che questa identità è stata definita in modo più preciso, continuo e
> con la capacità di generare un dialogo forte con il resto del mondo.
Dunque, se brani come Garota de Ipanema di Antônio Carlos Jobim e Vinícius de
Moraes sono diventati standard globali della musica del Ventesimo secolo e se,
nonostante la repressione della dittatura militare degli anni Sessanta e
Settanta, il movimento Tropicália ha avuto un impatto importante e duraturo
sulla musica mondiale, consolidando il Brasile come laboratorio culturale
globale, cosa ci racconta la scena musicale contemporanea?
Tiny Desk Brasil
Una delle immagini che ci aiuta a rispondere alla domanda è quella di un ufficio
di Google a San Paolo trasformato in una sorta di confessionale acustico che
porta la vecchia e la nuova scena musicale brasiliana su un palcoscenico
mondiale. Quando Tiny Desk ha aperto la sua filiale brasiliana a ottobre 2025,
infatti, non ha semplicemente esportato il fortunato format della NPR (National
Public Radio) creato da Bob Boilen e Stephen Thompson, ma ha certificato il
Brasile come territorio musicale da ri-scoprire, dopo Giappone e Corea del Sud.
La formula è identica: si suona live, in uno spazio ristretto tra scaffali e
scrivania di un ufficio a prescindere dal numero di musicisti presenti. La prima
esibizione 2026 di Tiny Desk Brasil è stata tra le più significative finora, con
Gilberto Gil e i suoi nipoti, Flor e Bento, in un incontro intimo e familiare
che, attraverso classici come Tempo rei e Se eu quiser falar com Deus, ha
aiutato a raccontare l’eredità artistica di Gil alle nuove generazioni.
L’aspetto più meritorio della versione brasiliana è infatti proprio quello della
continuità tra passato e presente, così accanto a nomi come Gil, Péricles, Alceu
Valença, Ney Matogrosso, si sono esibiti artisti della scena contemporanea, dal
neo samba-soul di Liniker, prima donna transgender a vincere un Latin Grammy, al
piseiro di João Gomes fino all’intimo cantautorato di Tim Bernardes. L’effetto
complessivo è quello di un immaginario variegato ma compatto, in cui
l’attenzione all’estetica e alle sonorità retrò, soprattutto degli anni
Settanta, non si traduce in una nostalgia passatista, ma in un linguaggio
maturo, affascinante, aperto al mondo e allo stesso tempo orgogliosamente
nazionale.
Antropofagia digitale
Ma possiamo ancora parlare di soft power in questo caso? La musica brasiliana
riesce ancora oggi a creare ‒ e vendere ‒ un immaginario a livello mondiale come
ha fatto la Corea del Sud con il K-pop, ad esempio? Per il pop latino gli ultimi
anni sono stati di grande fermento e ridiscussione identitaria, se pensiamo al
fenomeno globale del portoricano Bad Bunny che ha saputo trasformare un genere
“innocuo” come il reggaeton in un gesto politico, o quello degli argentini
Ca7riel e Paco Amoroso che si sono imposti come perfetto tramite tra la musica
latina, il jazz e l’elettronica.
Oggi il cuore pulsante della scena brasiliana non batte più sulla spiaggia di
Ipanema, ma nelle metropoli, partendo dalle stesse radici della bossa nova per
arrivare a risultati diversi. Se quest’ultima, ibridando samba e jazz, aveva
costruito un suono e un’immagine desiderabile del Brasile, esportabile in tutto
il mondo, oggi il mescolarsi di generi come rap, baile funk, grime, attraverso
le piattaforme digitali sta restituendo un Brasile plurale, frammentato ma
connesso. È l’antropofagia di Oswald de Andrade che si fa digitale: si mangia
“l’altro” per assorbirne la forza e restituire una sintesi che del passato
mantiene l’anima, ma del presente comanda il ritmo e racconta le tante identità
di un Paese in fermento. Ma è soprattutto l’approccio gambiarra che, dal basso,
lega tutto.
> Se la bossa nova, ibridando samba e jazz, aveva costruito un suono e
> un’immagine desiderabile del Brasile, esportabile in tutto il mondo, oggi il
> mescolarsi di generi come rap, baile funk, grime, attraverso le piattaforme
> digitali sta restituendo un Brasile plurale, frammentato ma connesso.
Prendiamo l’esempio del baile funk brasiliano, ritmo derivativo del samba nato
negli anni Settanta dai baile, feste popolari che animavano diverse favelas e
zone periferiche di Rio de Janeiro, organizzate con mezzi di fortuna, speaker
malandati, attrezzature prese in prestito. Un approccio creativo, che sopperiva
alle mancanze strutturali, ma che ha anche creato un suono caratteristico,
sporco, metallico, molto ritmato, con melodie asciutte che tanto deve
all’influenza della musica di Afrika Bambaataa e del Miami Bass in particolare.
La riduzione del funk originario all’accostamento del ritmo dei bassi e di una
base cantata ‒ o parlata ‒ da parte del MC, insieme all’utilizzo di una
strumentazione molto semplice, ha permesso ai giovani delle favelas di creare e
far circolare facilmente brani propri negli eventi funk diffusi in città. Negli
anni il baile funk è diventato espressione della vita delle favelas, ma anche
terreno di rivalsa di molte artiste donne come Mc Carol o Tati Quebra Barraco
che, tramite lo sfoggio di testi spinti e consapevoli tipici del funk sensual,
hanno potuto mandare un messaggio di emancipazione dal modello maschile, di
accettazione e rivendicazione del proprio corpo, di ribellione alle violenze. Da
fenomeno della periferia, poi, il baile funk e la sua estetica sono diventati un
ingrediente importante del pop brasiliano a livello globale, se pensiamo a
un’artista come Anitta che nei suoi video mostra spesso un Brasile grottesco,
sporco, ma allo stesso tempo sensuale e colorato, puntando su quella estetica
della favela che attraverso TikTok sta cambiando anche la percezione dei turisti
su zone delle metropoli da sempre considerate off limits, come vedremo tra poco.
Secondo un report di Splice, piattaforma per musicisti e produttori che offre
una vasta libreria di sample, al di fuori di San Paolo, i download più alti di
funk brasiliano si trovano a Brooklyn, Parigi, Berlino, Sydney, Istanbul, Los
Angeles, Montreal, Barcellona, Colonia e Queens. Negli ultimi tre anni, le
ricerche per il genere sulla piattaforma sono aumentate in media del 15% ogni
mese, e la sua crescita non si è ancora rallentata.
Discorso molto diverso, ma che rientra nello stesso tema, è quello del phonk,
anch’esso di origine americana ‒ nasce a Memphis negli anni Novanta ‒ ed
esploso, nella sua versione “drift”, nell’Est Europa, che proprio in Brasile,
opportunamente “mangiato” e “digerito” secondo l’idea dell’antropofagia, è
diventato un fenomeno a sé, conquistando anche l’Italia con artisti come MC
Staff e trainando la Gen Z verso ritmi di San Paolo attraverso TikTok. Un genere
diventato sinonimo di viralità, facendo enormi numeri su piattaforme di
streaming e social media.
O ancora, l’operazione fatta da alcuni MC brasiliani con il grime britannico,
fondendolo con i ritmi più caldi del baile funk per creare un ibrido improbabile
ma con una sua identità molto forte, che molti chiamano brime o grime-funk
proprio per distinguerlo dall’originale. Nel suo documentario COMO VOCÊ, Jesse
Bernard racconta proprio le radici non solo musicali, ma anche politiche e
sociali, che formano i legami tra queste due scene all’apparenza lontanissime.
L’estetica della favela
Il concetto di gambiarra si può anche applicare al fenomeno piuttosto recente di
estetizzazione della favela. I generi musicali nati in seno a queste realtà come
il baile funk, hanno dato anche vita a una certa poetica della favela come luogo
autentico e folcloristico. La popstar Anitta nel suo EP Funk Generation: A
Favela Story, accompagnato da alcuni video che descrivono la vita a Rio, ha
sdoganato questo immaginario anche oltre i confini nazionali. Nel video di Girl
from Rio l’iconografia classica di Garota de Ipanema viene divorata e risputata
mostrando la Piscina de Ramos (una laguna artificiale di acqua salata nella
favela di Maré, a Rio de Janeiro) e la sua varia umanità. Siamo di fronte a una
nuova forma di iconofagia, tema affrontato molto bene dal sociologo brasiliano
Norval Baitello Junior: il Brasile non subisce più l’immagine che il mondo
proietta su di esso, ma divora i linguaggi della tecnica globale per imporre una
propria egemonia del gusto.
> Si è sviluppata un’arte di arrangiarsi che si mescola con il concetto di
> iconofagia, distruggendo l’immagine patinata delle spiagge di Copacabana per
> imporre una realtà suburbana che sta diventando un nuovo canone estetico
> globale.
Un processo che passa anche attraverso i social, Tik Tok e Instagram in testa,
con influencer che mostrano un volto amichevole e pittoresco della favela ‒ come
la brasiliana Ingrid Ohara che ha promosso la sua collaborazione con Shein in un
video con drone nellafaveladi Rocinha a Rio de Janeiro ‒ e un turismo che si è
adeguato di conseguenza. Sono nate agenzie turistiche che organizzano visite
guidate come Na Favela Turismo, che nel 2025 ha ricevuto 41.000 visitatori a
Rocinha e nel vicino quartiere di Vidigal. Se da un lato questo aiuta a creare
un’economia pulita in contesti dove la criminalità ha tassi ancora molto alti,
dall’altro rischia di appiattire la complessità di quelle stesse realtà. Un’arte
di arrangiarsi che si mescola con il concetto di iconofagia, distruggendo
l’immagine patinata delle spiagge di Copacabana per imporre una realtà suburbana
che sta diventando un nuovo canone estetico globale.
Verocai e il campionamento emotivo
Esiste, infine, un momento preciso in cui il soft power smette di essere una
strategia più o meno intenzionale e inizia a operare per vie traverse, secondo
modalità molto meno lineari, e coincide con la riscoperta di Arthur Verocai da
parte della scena hip hop americana all’inizio degli anni Duemila. Ingegnere
civile prestato alla composizione, nato a Rio nel 1945, Verocai aveva inciso nel
1972 un bellissimo album omonimo che in patria venne ignorato per un insieme di
motivi: l’atmosfera repressiva della dittatura militare di quel periodo, le
musiche che tentavano di ibridare la grande tradizione orchestrale con le
asperità del funk e del pop, considerate troppo complicate per l’epoca, il
carattere schivo del compositore. Quarant’anni dopo, quel disco “sbagliato”
viene scovato dai crate diggers della scena hip hop americana, e geni del
campionamento come MF DOOM, Madlib o Ludacris iniziano a isolare i loop di
Verocai per innestarli nelle loro metriche, compiendo non tanto un’operazione
nostalgia, ma un atto di campionamento emotivo. I suoi archi cinematici e i suoi
tempi dispari forniscono un codice di eleganza malinconica, quella saudade
urbana e meticcia, alla musica del nuovo millennio. Oggi quell’album è
considerato una pietra miliare del genere, e Verocai ha ricominciato a fare
musica da diversi anni collaborando con gruppi della nuova scena jazz mondiale
come i canadesi Badbadnotgood e gli australiani Hiatus Kaiyote, portando la sua
musica su palchi importanti fuori dal Brasile come il festival We Out Here e,
nel 2020, sulle passerelle dell’ultima collezione disegnata da Virgil Abloh per
Louis Vuitton, grazie al lavoro di Tyler, the Creator e della Chineke! Orchestra
sotto la direzione del maestro venezuelano Gustavo Dudamel. È la prova che la
cultura brasiliana possiede una forza di gravità propria, e anche se non passa
per le radio, riesce a scorrere sottopelle prima nei campionamenti e poi nelle
collaborazioni con artisti internazionali.
L'articolo Il suono del Brasile proviene da Il Tascabile.
“L’ avanguardia risiede nei sentimenti e non nelle forme”: questa è una frase
cruciale di una storica intervista al grande sax hero Massimo Urbani, contenuta
nel recente documentario Easy to love (2025), che traccia la storia del jazzista
romano seguendo un viaggio di formazione del figlio alla ricerca dello spirito
del padre. Bene, nella pellicola di Paolo Colangeli (che nei primi Novanta aveva
già filmato Massimo nel docufilm intervista Massimo nella fabbrica abbandonata),
c’è anche la testimonianza di un altro Urbani, il fratello Maurizio. Anch’egli
sassofonista, forse ad oggi l’unico erede musicale diretto del suddetto,
Maurizio ha condiviso con il fratello tutta la forza del jazz nel suo lato
positivo come in quello negativo: i palchi e le grandi jam coi pezzi grossi, la
dipendenza dalla droga e dall’alcool, le discese agli inferi come le salite
nell’iperboreo della creatività, il dolore della perdita e la gioia di potere
ancora ricordare. Nativo, come il fratello, di piazza Guadalupe a Monte Mario,
il nostro porta con sé, oltre quello del jazz, anche il linguaggio della
borgata, che ancora oggi vibra nelle sue parole mentre accendiamo il camino
nella sua attuale dimora a Sutri: da lui ci facciamo raccontare l’eredità di
Massimo, la storia di un pezzo di cultura musicale italiana e soprattutto la sua
storia personale votata alla musica, che ancora non accenna ad arrendersi al
tempo e allo spazio come è naturale nei grandi artisti in cui, per l’ appunto,
“l’avanguardia è il sentimento”.
PARTIAMO CON LA DOMANDA PIÙ OVVIA: VORREI SAPERE QUANDO È COMINCIATO IL TUO
RAPPORTO COL SASSOFONO.
Il mio rapporto col sassofono lo devo tutto a Massimo, mio fratello maggiore,
che era appassionato, che già era musicista.
CHE ANNO ERA?
Beh guarda, io ho iniziato a suonare che avevo quindici-sedici anni, nel
1975-76. Massimo nel 1971-72 già suonava con Tony Formichella al Folkstudio e
nel 1974 Pepito Pignatelli apre il Music Inn, e io da pischello andavo laggiù a
sentire mio fratello e poi sono andato a lavorare al Music Inn: quattro o cinque
anni di stagioni memorabili, c’erano tutti gli americani: da Bill Evans a Horace
Silver, George Coleman, Johnny Griffith, quindi una stagione di grandi, Mingus,
Elvin Jones, McCoy Tyner…
QUANTI ANNI AVEVI ALL’EPOCA?
All’epoca avevo diciassette anni, perciò ho avuto una scuola eccezionale. Poi a
casa c’era questo sax soprano che Massimo non usava: io da pischello ho iniziato
un po’ con la tromba a scuola di musica a Monte Mario. Era la scuola di
Tommasetti che era un maresciallo della finanza in pensione, della banda, e
aveva chiesto il cinema ai preti, lì a piazza Guadalupe.
TI SEI FORMATO QUINDI, MUSICALMENTE, NEL QUARTIERE TRIONFALE–PRIMAVALLE.
Sì, ho iniziato così, perché d’estate ci portavano al paese dei miei nonni, a
Camerata Nuova vicino all’Abruzzo: c’era sempre la banda e Massimo ha iniziato
così la sua passione.
VOI AVETE SUONATO UN SACCO INSIEME, NO?
Sì, poi abbiamo iniziato a suonare insieme anche con Giovanni Tommaso, con
Danilo Rea con Stefano Sabbatini, Ascolese… tutta quella scuola lì: gli
Spirale, Patrizia Scascitelli, Tony Formichella.
A PROPOSITO DEL QUARTIERE, HO SEMPRE TROVATO CHE LA VOSTRA MUSICA SIA LEGATA
PROPRIO AL TERRITORIO IN CUI SIETE NATI: C’È IL DISCORSO DI CONFINE DI
TRIONFALE, QUELLO SUBURBANO DI PRIMAVALLE, LA “WASTELAND” DI MONTE MARIO. QUANTO
È ENTRATO TUTTO QUESTO NEL VOSTRO JAZZ?
All’epoca era un po’ un far west, ero appunto di borgata e la cultura
musicale io l’ho appresa così: mi ricordo che mio fratello Massimo nel
1970-71 cominciò a suonare con un gruppetto di amici tra cui un paio di
parenti: mio cugino batterista, poi c’era Giano Cozzo, un altro batterista, e
facevano musica da ballo, le cover un po’ dei Santana… e Massimo ha iniziato
così. Poi dopo con Tony Formichella ha scoperto il rythm and blues, Ray Charles,
Otis Redding, King Curtis. Poi c’era il Folkstudio a Roma, che era uno di quei
locali dove facevano jazz e non solo: anche Bob Dylan ci è passato, e lì hanno
iniziato dei musicisti tipo Vittorini, Maurizio Gianmarco, Roberto Ciotti, che
frequentavano il Folkstudio… poi dopo nel 1972 Gaslini fece il primo workshop
sul jazz al conservatorio, cosa che non era mai successa in un conservatorio di
musica classica: ha messo su questa settimana di incontri e Massimo andò con
Tony, perché io poi andai con mio padre il giorno dopo, se non mi ricordo
male, in via dei Greci. E Gaslini fece questa piccola riunione di
musicisti giovani italiani da cui Vittorini, Giammarco, Gaetano Delfini, Nicola
Raffone, Michele Iannaccone, Bruno Tommaso…
HAI UNA MEMORIA DI FERRO!
Me lo ricordo perché mio padre ci andò, perché Gaslini ascoltò Massimo e
rimase di stucco, e dopo un po’ lo chiamò a suonare nel suo gruppo, il gruppo di
Gaslini: iniziò proprio così e subito dopo, nel 1973, per sei o sette mesi suonò
con gli Area.
MICIDIALE.
Sì sì, c’era Victor Busnello prima… che era un sassofonista che poi
purtroppo stava male, perché era un alcolista.
MASSIMO POI HA SUONATO ANCHE CON GIANNA NANNINI. FECE CON LEI UN DISCO.
Sì, è vero: ti racconto questa a proposito… c’era una festa a casa di Bernardo
Bertolucci a Milano, il giorno proprio che Massimo incise con la Nannini a
Milano e lei lo portò lì a questa festa. Me lo ricordo perché mi ha
raccontato che lui e la Nannini si erano scolati una boccia di Ballantine’s,
stavano ubriachi persi e alla Nannini gli piacque tantissimo Massimo, e lui fece
questa apparizione insomma… che disco è?
SCONCERTO ROCK: DICIAMO CHE È LA PRIMA COLONNA SONORA CHE HA FATTO LA NANNINI,
ERA DI UN FILM PRODOTTO APPUNTO DA BERTOLUCCI ANCORA OGGI INTROVABILE… C’È ANCHE
VICTOR CAVALLO COME ATTORE PROTAGONISTA.
Ah, ho un aneddoto di Victor: al Teatro dell’Orologio… sai dove è Corso Vittorio
a Roma, no? C’è la chiesa bianca quella enorme che sta lì, no? Ecco, mi ricordo
una sera che verso le 22 ero uscito dal Music Inn, e lo becco che esce
fuori dalle scale per andare a fumarsi una sigaretta… era lui perché non so chi
cazzo me lo aveva detto de ‘sto Victor… era strafatto, strafatto co’ ‘sto loden
nero co’ ‘sta barba incolta … forse aveva fatto uno dei film più famosi suoi…
è morto di overdose, era un tossico. Ma lui era un appassionato di jazz e
conosceva Massimo.
AH, LO VEDI?
Sì, gli piaceva… era un grande artista Victor Cavallo, non fosse stato così
tossico, un grande poeta e me lo ricordo… dico, Victor! Stava stracotto, poi era
uno tutto scuro, era piccoletto… co’ ‘sti occhi marroni, mi
ricordo rossi rossi, strafatto di roba… poi io la zona la bazzicavo perché nel
pomeriggio prendevo il ghiaccio per il Music Inn, per Pepito, con la bicicletta:
mi facevo largo dei Fiorentini, facevo corso Vittorio, andavo dietro a via del
Governo Vecchio e qui c’era un ghiacciaro, proprio i vecchi ghiacciari di una
volta. E poi tra l’altro c’era un’enoteca su corso Vittorio enorme, famosa, che
ora non ci sta più, dove si fornivano tutti i mejo locali, il cui gestore era
amico di Pepito: e la notte andavo a prendere lì due casse di whisky, una cassa
di gin e poi mettevo i dischi tra primo e secondo tempo dei set live. Perciò mi
sono visto li mejo concerti, da Charles Mingus a Bill Evans, Horace Silver, i
Jazz Messenger, Max Roach, Roy Haynes… che cazzo te devo di’… sembrava il
Village Vanguard in quel periodo, dal 1974 al 1978.
E METTEVI SEMPRE DISCHI JAZZ?
Ma certo, e che cazzo… Pepito aveva lì un po’ di dischi, poi è arrivato Aldo
Sinesio della Horo, che ha fatto una collana di jazz e veniva a vendere i
dischi la sera.
QUINDI ALLA FINE QUELLA È STATA UNA PALESTRA PERCHÉ TU HAI SENTITO TUTTO E DI
PIÙ.
Una grande palestra, come stare negli anni quaranta al Three Deuces dove
c’erano i locali, dove c’era il bop dalla mattina alla sera.
MA POI, RIALLACCIANDOSI A CAVALLO, ALLA FINE QUESTO COLLEGAMENTO TRA JAZZ, ARTE
E TOSSICODIPENDENZA ALL’EPOCA?
Viene tutto dalla banda della Magliana, dai fascisti, da Miki Mantakas in
poi, dal 1972 al 1973 a Roma… a me non è mai successo un cazzo, ma
io prendevo il 47 da Monte Mario fino a piazza Cavour poi mi facevo a piedi da
Piazza Cavour a Castel Sant’Angelo, corso Vittorio fino al Music Inn: e lì era
pericoloso.
IMMAGINO…
Beh le squadracce fasciste giravano: sai quante volte sono passato a piazza
Risorgimento sull’autobus notturno? Co’ tutti sti manifesti… avevano
appena ammazzato Mikis Mantakas, erano incazzati persi… io invece ero amico di
Walter Rossi, per dire.
BRUTTA STORIA QUELLA, ASSASSINATO DAI FASCISTI A VIALE MEDAGLIE D’ORO…
Anche perché l’autobus poi passava sempre davanti a Balduina, e c’era la
fermata proprio al semaforo e accanto la sezione del Movimento sociale.
Erano cattivissimi, una delle più brutte sezioni che c’erano all’epoca… noi
eravamo rossi ovviamente.
QUINDI MONTE MARIO ALL’EPOCA È COME SE FOSSE STATO UNO
SCENARIO TOTALMENTE JAZZ VECCHIO STILE: NEL SENSO CHE STAI IN UNA SITUAZIONE IN
CUI C’È LA DROGA, CI STANNO I FASCI NAZISTI, TU SEI IN BORGATA E SEI
PRATICAMENTE IL WHITE NIGGA CIOÈ IL NERO BIANCO DELLA SITUAZIONE…
Sì, però tutte queste cose qui erano contrastate da una generazione di
giovani vogliosi, che facevano la musica l’arte, dei visionari anche, no? Detto
questo l’Italia è stata sempre un Paese fascista, di fascisti: ancora adesso,
anzi adesso più di prima.
COMUNQUE DA LÀ SI È CREATA TUTTA UNA ORIGINALITÀ ANCHE NEL SUONO PER ESEMPIO IL
SUONO TUO E IL SUONO DI MASSIMO… DA DOVE NASCE? DA QUESTO MOOD?
Il suono nasce da altri, perché Massimo è un altro che è preso dal suono di
Charlie Parker, John Coltrane o di tutti i grandi maestri: poi però c’è una
parte di anima che è tua personale come dici te… e lì se sei veramente un
musicista che ha qualcosa da dire, lì si vede. Originalmente ognuno di noi ha
preso da qualcuno.
TU HAI BEVUTO DALLA STESSA COPPA DI MASSIMO OPPURE NO?
Ma sì, perché Massimo ascoltava Charlie Parker, Coltrane, Miles Davis… a
casa c’era quella musica là, mio padre non sapeva manco che cazzo era: mia
zia sentiva i Rokes , la Formula 3… a questo proposito io ho conosciuto proprio
Tony Cicco, il batterista della Formula 3, e poi ho conosciuto pure i
Raccomandata ricevuta di ritorno.
C’ERANO PURE I ROVESCIO DELLA MEDAGLIA, CHE ERANO DI ZONA.
Sì infatti, Enzo Vita era nostro amico.
QUINDI AVEVATE ANCHE DEI CONTATTI COL PROG ROCK.
Sì, Massimo era abbastanza stimato da questi personaggi… guarda, ho visto i
primi festival pop a Villa Pamphili, e c’erano tutti questi gruppi qua.
MA QUANDO TI METTI A SUONARE, QUELLO CHE TI INTERESSA È TIRARE FUORI IL BLUES?
Sì, certo l’anima, il blues: è fondamentale, il blues, è come Napoli per noi, la
musica napoletana.
TU HAI ANCHE SUONATO FUORI DALL’ITALIA, HAI GIRATO PARECCHIO.
Sì, ho suonato in Francia e in Germania con Massimo: l’Italia l’ho suonata
tutta, a parte le mie marchette…
INTERESSANTE, RACCONTAMI DI QUESTE MARCHETTE.
Beh, con i Perigeo e Riccardo Cocciante.
VABBÈ, MA I PERIGEO NON MI SEMBRANO PROPRIO SOLTANTO MARCHETTE.
Però era il 1982, erano il New Perigeo, eravamo io, Maurizio Guarini…
MA SCUSA, TU PER CASO STAI PURE NEL DISCO DEI NEW PERIGEO DI QUEL PERIODO?
EFFETTO AMORE?
No, non ho inciso neanche l’album con Cocciante, che era l’album con Cocciante
quello ok, quello più figo insomma, quello di “Passeggiando in bicicletta”, ma
ero in quel tour.
DOVE, TORNANDO AI ROKES, C’È APPUNTO LA PRODUZIONE DI SHEL SHAPIRO.
Bravo, era il produttore: io ci ho cenato una sera, è venuto all’RCA, l’anno che
l’Italia ha vinto i mondiali. Siamo partiti il giorno dopo
Italia-Spagna, abbiamo fatto 70 serate e all’epoca Cocciante e Battiato erano
quelli che andavano per la maggiore.
HAI ALTRI ANEDDOTI A RIGUARDO?
Tipo nel 1983-84 con Massimo Nunzi, mio amico trombettista: io ero amico di
Federico Troiani che partecipava a questo concorso, La Gondola d’Oro a Venezia.
Trovo questo ingaggio al Lido, era l’anno che andava alla grande Miguel Bosé, e
infatti quella sera c’era. A un certo punto arriva il manager dei Genesis,
perché i Genesis facevano un programma su Rai uno, dovevano registrare il
pomeriggio. Allora ci hanno visto fare le prove e a un certo punto arrivano i
manager dei Genesis e dicono: “Sentite, abbiamo questo special alla Rai, ci
servirebbe una tromba e un sax. Però solo gli strumenti, non i musicisti”. E io
allora, figlio de mignotta, tossico, chiamo Nunzio e gli dico “Oh… beh li
affittiamo”. Quindi centomila lire di allora, mille euro di adesso… e poi ho
chiamato il manager e gli ho detto “Oh, ma non è che questi so’ rocchettari,
buttano gli strumenti per terra?”. Sai io ero uno jazzofilo, quando ho sentito i
soldi ho detto “Sì, va bene”, però ho pensato “Non è che poi danno foco al sax
come Hendrix la chitarra?”.
AAHAH BEH, ALL’EPOCA I GENESIS ERANO PIÙ IMPIEGATI CHE ROCKETTARI...
E infatti mi dice “Non te preoccupa’”… quindi niente assistiamo a ‘sto special
in prima fila, erano cinque-sei persone, senza pubblico, registrato. C’era Phil
Collins: arrivano con gli strumenti. Mentre registravano me so’ messo proprio
sotto al palco per vedere come trattavano la roba… c’era Paul Rutherford e il
mio sax lo suonava lui… a una certa appoggia il mio sax e io… ‘tacci tua… [ride]
quindi vabbè, finisce a grazie, grazie… pagato tutto a nero. Il pomeriggio dopo,
alla Rai c’era il buffet nei camerini, cartoni di gin, di wisky, di tutto c’era
su ‘sto tavolo… credo ci fossero anche delle donnine, ma non mi ricordo un cazzo
perché so’ entrato me so’ ‘mbriacato e ho magnato e bevuto co’ Phil Collins, co’
‘sti quattrini in tasca. C’è anche il filmato di Troiani su YouTube dove ci
siamo noi, “Non c’ho ‘na lira pe’ canta’…” ride. Nel pomeriggio uno dei Bixio ci
portò in un negozio di abbigliamento al lido, ce fece comprare cinque giacche a
vento senza maniche che non se potevano vede’, con una stella gialla… pacchiane,
anni Settanta proprio, una cosa ignobile… ballavamo pure…
E A PARTE QUESTE GRANDI “MARCHETTE” PARLIAMO DELLA TUA MUSICA: TU ALLA FINE
SEI UN EREDE DEL SUONO DI MASSIMO O SEI CRESCIUTO PARALLELAMENTE?
Ma certo, tutti i sassofonisti che ci stanno adesso sono figli di John Coltrane,
perché tutti i giorni le nuove generazioni dopo Coltrane, Rollins, Parker, Miles
Davis si sono rifatti tutti a questi, a loro, perché il messaggio è stato
lanciato da loro: il modale e Miles, poi dopo si sono sviluppate tante cose.
TU CHET BAKER L’HAI CONOSCIUTO DI PERSONA.
Come no? Ho una foto fatta a Villa Pamphili con lui, strafatti. Chet veniva
spesso a casa mia, un sacco di volte: veniva a prendere la roba a Monte Mario e
quando lui prendeva la roba passava da me a fasse.
MA QUINDI QUELLA FOTO NON È STATA FATTA A SANTA MARIA DELLA PIETÀ! IO PENSAVO
CHE FOSSE MASSIMO NON TE, ME LA SONO CONSERVATA PURE NEL TELEFONINO…
No no, eravamo io e Chet a Villa Pamphili: perché mentre stavamo lì è arrivato
uno con la macchinetta fotografica mi guarda e mi dice “Ma chi è, Chet
Baker?”, io ho fatto “Sì”. “Ma posso fare un po’ di foto?” “E fai, fai”…
C’eravamo fatti un perone incredibile, con la Peugeot 504 di Chet che sembrava
‘n albergo, c’aveva i bottiglioni de metadone, cose, pasticche di morfina… che
te lo dico a fa’… lui c’aveva anche un’Alfa Romeo di quelle coupé, che poi
l’hanno arrestato…
DI CHE ARRESTO PARLIAMO?
Eh, l’hanno trovato in overdose vicino a Viareggio mentre andava alla
Capannina a suonare. Ci stanno le foto quando lui esce dal carcere, no? Quando
venivano a Monte Mario mio zio con il cugino, mio padre gli diceva: “Vedi
quell’Alfa Romeo? L’hanno arrestato nel 1961”. Lo sapevano perché è stato il
primo arresto di un eroinomane in Italia, all’epoca in Italia ce ne saranno
stati tre.
QUINDI POI HAI FATTO LA TUA CARRIERA...
Io poi ho fatto un po’ di televisione con Pippo Caruso e invece Massimo ha
cominciato una carriera grande, ha cominciato a suonare con Enrico Rava, con gli
americani…
HAI FATTO UN ALTRO TIPO DI PERCORSO RISPETTO A LUI.
No, molti jazzisti all’epoca facevano così; ad esempio io ho sostituito Maurizio
Gianmarco nei New Perigeo perché lui stava suonando con la Mannoia, che
evidentemente andava di più perché gli faceva pure gli arrangiamenti. Ma anche
Giovanni Tommaso c’era, io suonavo con Agostino Marangolo nel periodo di
Cocciante, c’era Carlo Pennisi, chitarrista di Mike Francis. Sono stato uno
degli ultimi musicisti a fare le prove all’RCA, che poi hanno chiuso, e andavamo
al Teatro Gerini anche, che è un convento di preti sulla Tiburtina vicino
all’RCA e facevamo le prove lì con Riccardo. E andavamo a pranzo alla mensa
dell’RCA, e poi ho cominciato a fare jazz in Capitale dopo che ho fatto queste
marchettone: poi ho fatto Fantastico, con Celentano e con Gianni Dall’Aglio.
BEH, QUESTA È UNA STORIA INTERESSANTISSIMA.
Sì, queste commissioni con Gianni Dall’Aglio che era il batterista di Battisti,
con Mauro Negri clarinettista, che è stato un grandissimo sassofonista, e poi
con il futuro marito della Pausini, Paolo Carta. E poi c’erano tre di Milano che
erano del clan di Celentano: loro c’avevano un residence a via Cortina d’Ampezzo
perché Celentano c’aveva una suite all’Hilton e noi facevamo le prove con
Pinuccio Pirazzoli. Ricordo grandi colazioni al Belsito Balduina.
AH SÌ? AMMAZZA, NEI POSTI PIÙ NERI DI ROMA, TORNANDO AL DISCORSO PRECEDENTE…
Sì perché Carta mi veniva a prendere e andavamo a fare le prove alla Sala
Blu dell’Hilton il giovedì, e il venerdì e il sabato al Teatro delle Vittorie.
E POI PRATICAMENTE DOPO LA MORTE DI MASSIMO TU HAI AVUTO UNO SWITCH.
Esatto, perché poi facevamo i club con Massimo, suonavamo in giro e poi nel
1993 è successa la disgrazia. Io sono stato due o tre anni che insomma, non è
che stavo benissimo… poi ho smesso di farmi, nel 1997 ho conosciuto la mia ex
moglie mi sono rimesso un po’ a posto … ho continuato a suonare con i musicisti
romani in tutti i club di Roma e poi c’è anche il premio dedicato a Massimo a
Camerino; ogni anno vado lì, faccio l’organizzazione delle jam session, sto in
giuria. E poi sì, quest’anno ha vinto Antonio Scannapieco e attualmente ho un
po’ ridotto tutto per problemi di salute. Ho vissuto il meglio di poter vivere a
Roma il jazz.
PERÒ IL CLUB DICIAMO CHE È LA DIMENSIONE TUA NO?
Sì certo c’è una roba più diretta che sta là capito… e comunque anche adesso a
Roma c’è una buona fucina del jazz, ci sono parecchi locali e giovani,
musicisti. Le anime sono un po’ cambiate, però vabbè…
PERCHÉ DICI CHE SONO CAMBIATE?
Perché sono stati curati molti altri aspetti dell’essere musicista,
molti tecnicismi: la tecnica è fondamentale comunque per un musicista, ma lì
dietro poi ci deve essere appunto un’anima, uno spirito che va oltre la
musica in sé stessa. Nelle nuove generazioni quindi c’è del buono ma anche del
meno buono.
QUALI SONO QUELLI CHE TI PIACCIONO DELLE NUOVE GENERAZIONI INTERNAZIONALI E
NAZIONALI?
Beh, in Italia abbiamo un sacco di non dico nuovissime generazioni, ma grandi
musicisti: ancora c’è gente tipo Scannapieco, Stefano Di Battista, Rosario
Giuliani, lo stesso Bollani, Rava insomma che tengono ancora. E poi ci sono un
sacco di giovani: io lo vedo lì al premio internazionale di Massimo, non solo
italiani, ma nuove generazioni di musicisti che se hanno la schiena dritta a
livello emotivo, nel senso che hanno una parte artistica vera, allora è gente
che potenzialmente spacca.
A TE PIACE SUONARE IN SOLO? O TI PIACE PIÙ CON LA BAND?
Solo strumento… solo sax? Beh a casa, davanti a un amico… concerti da solo
sax insomma… a meno che non sei Steve Lacy capito… in generale sono più i
pianisti, vedi Cecil Taylor o Keith Jarrett, a fare questo. Sassofonisti a parte
quelli d’avanguardia come Braxton… Steve Lacy l’ho sentito solo col soprano dal
vivo… c’aveva un capoccione così.
CHE DIRESTI A UN PISCHELLO CHE INIZIA ORA COL SAX?
Di ascoltare un sacco di tradizione jazz, di stili del jazz dal 1910 in poi,
ascoltarli tutti profondamente e avvicinarsi il più possibile a quell’anima. Poi
chiaro la musica te deve piace’, poi non c’è solo il jazz c’è anche il blues, il
jazz rock, le musiche indiane, africane, le commistioni… quel crossover che già
negli anni Settanta faceva gente come Don Cherry, Gato Barbieri…
TU QUANTI DISCHI HAI REGISTRATO?
Io a nome mio uno, con la collaborazione di Federico Laterza il pianista, e poi
ho partecipato ad altri dischi, ne ho fatti tanti.
E QUALE TI PIACE DI PIÙ?
Beh, quello con mio fratello, postumo. The Blessing: anche se ero un pischello e
gli altri erano musicisti già formati come Danilo Rea, Gatto.. quella per me è
stata un’esperienza unica.
CI TORNI MAI A MONTE MARIO?
Ho ancora i parenti, ci sono stato per registrare Easy to love di Paolo
Colangeli… per il resto ci vado ogni anno-due anni.
ESATTO, PARLIAMO DEL DOCUMENTARIO: TI È PIACIUTO?
Sì, è un bel film.
[q]Sono stati bravi a sintetizzare la storia di Massimo Urbani partendo da
questo viaggio dell’anima del figlio, che riscopre il padre tramite la sua
musica… anche se potevano anche farlo durare un po’ di più.[/q][a] Beh, quelle
sono le esigenze della Rai, ma Colangeli aveva molto altro girato.
SE TORNASSI INDIETRO RIFARESTI TUTTO?
No: anche se potessi cambiare qualcosa non potrei farlo, va bene così è giusto
così. Questa cosa della vita va sempre a scemare, perché è biologica.
L’importante è come te le vivi le cose; e soprattutto quello che pensi della
vita, degli esseri umani.
L'articolo Il linguaggio del jazz e dei sentimenti proviene da Il Tascabile.
A nche questo inverno, come ogni inverno dal 1951, l’Italia si ferma per quello
che è al contempo l’evento più divisivo e più unificante dell’anno. Il Festival
di Sanremo è una di quelle ricorrenze impossibili da ignorare, e infatti
puntualmente il Paese finisce per spaccarsi in due frange asimmetriche: da un
lato quelli (tanti) che seguiranno più o meno fedelmente la rassegna,
sceglieranno le canzoni preferite e la mattina si agganceranno al treno di
discussioni Sanremo-centriche; dall’altro quelli (meno) che tenteranno di
isolarsi tappandosi le orecchie, nella speranza che il supplizio passi in
fretta. Che tu appartenga a una frangia o all’altra, c’è buona probabilità che
le canzoni di Sanremo ti entreranno in testa lo stesso. E per quanto tu abbia
provato a evitare qualsiasi cosa abbia lontanamente a che fare con l’Ariston, è
possibile che fra qualche settimana, nel silenzio della tua testa, scoprirai che
quei ritornelli hanno aggirato le difese e hanno colonizzato anche il tuo
paesaggio sonoro. Come vedremo, se questo succede non è perché i brani di
Sanremo siano particolarmente belli, ma perché il nostro cervello fa una fatica
tremenda a resistere ai ritornelli, e alle ripetizioni musicali in generale.
Repetita sonant
Partiamo dal 1995, quando la psicologa Diane Deutsch fa una scoperta che da sola
è in grado di cambiare la neuropsicologia della musica. Come molte scoperte
spartiacque, anche questa avviene per caso. Deutsch sta preparando un CD
divulgativo, ha già registrato tutte le sue parti ma vuole assicurarsi che le
tracce non abbiano difetti di registrazione. Comincia così a riprodurre spezzoni
del suo intervento a ripetizione. A un certo punto, mentre ascolta un
particolare segmento, si rende conto di una cosa: parole che lei aveva letto
senza alcuna intonazione consapevole, ora presentano una certa musicalità,
sembrano quasi cantate. Quando prova a riascoltare per intero il discorso la sua
voce appare neutra, ma quando arriva quel pezzo di frase d’un tratto la voce si
impenna in una melodia cantata. Quella che Deutsch sta sperimentando è una forma
piuttosto comune di illusione sonora, oggi nota come speech-to-music illusion
(se volete sperimentarla voi stessi, è possibile ascoltare il file originale).
> Nel parlato c’è sempre una componente melodica e ritmica (prosodia) che spesso
> non notiamo perché concentrati sul senso della frase. Con la ripetizione
> l’attenzione si sposta: la componente semantica passa in secondo piano e la
> prosodia emerge.
Ma perché un pezzo di parlato ripetuto un certo numero di volte trascolora in
musica? Deutsch ha passato gli ultimi trent’anni a cercare di rispondere a
questa domanda, e una delle prime cose che ha scoperto è che la speech-to-music
illusion non è automatica. Dipende innanzitutto dalla lingua: in quelle tonali,
come il cinese mandarino, dove l’intonazione modifica il significato della
singola sillaba, per dire, l’effetto si verifica meno facilmente. Inoltre è
fondamentale che la ripetizione sia esatta: se ad esempio le sillabe vengono
invertite, l’effetto diminuisce o scompare. Al di là di questi distinguo, esiste
una spiegazione piuttosto convincente dietro questa specie di magia sonora: nel
parlato c’è sempre una componente melodica e ritmica (prosodia) che tendiamo a
non notare perché siamo concentrati sul senso della frase; quando però un pezzo
di frase viene ripetuto in loop, l’attenzione si sposta: la componente semantica
passa in secondo piano e la prosodia emerge.
È una spiegazione convincente, ma non sufficiente. Se infatti bastasse una
ripetizione decontestualizzata per trasformare una frase parlata in una frase
cantata, allora sperimenteremmo questa illusione molto più di frequente. Il
punto è che la musicalità degli elementi ripetuti è anche legata ad aspetti
cognitivi e culturali.
Una questione di intenzionalità
La musicologa cognitiva Elizabeth Hellmuth Margulis ha dedicato la propria vita
a studiare la capacità che la musica ha di monopolizzare la nostra attenzione.
Nel suo ultimo saggio, Transported, in uscita a maggio 2026, analizza come le
canzoni siano in grado di farci rivivere momenti passati e immaginare scenari
futuri, innescando una specie di sogno a occhi aperti. Ma prima di focalizzarsi
su questo fronte di ricerca ha passato anni ad analizzare i cosiddetti earworm,
i tormentoni virali di cui parlavo a inizio pezzo.
Nel 2013, volendo dimostrare l’importanza della ripetizione nella fruizione
musicale, ha ideato un esperimento talmente subdolo da assomigliare a un
tranello. Come prima cosa ha selezionato una serie di estratti di musica
contemporanea poco accessibili a un ascoltatore non specializzato, tratti dai
brani di Luciano Berio ed Elliott Carter: parliamo di musica piuttosto
complessa, praticamente priva di elementi ripetitivi, che un fruitore medio
farebbe fatica a suddividere in parti distinte. In una seconda fase, ha
modificato digitalmente questi brani introducendo ripetizioni non previste nelle
composizioni originali. Questa modifica è stata eseguita in maniera
sostanzialmente casuale, senza seguire alcun criterio compositivo. In teoria,
dunque, i brani modificati sarebbero dovuti risultare più sghembi e rozzi
rispetto a quelli originali, e invece, una volta che le due versioni sono state
sottoposte a una schiera di ascoltatori non specializzati, i brani modificati
venivano giudicati più piacevoli e interessanti. Non solo, quando veniva chiesto
quale delle due versioni fosse stata realizzata da un essere umano, quasi tutti
sceglievano quella alterata.
Da questi esperimenti Margulis dedusse che la presenza di ripetizioni viene
percepita dal cervello umano come un segno di intenzionalità: se ci rendiamo
conto che degli elementi si ripresentano in forma simile nel corso del brano,
una parte di noi si convince che qualcuno abbia scelto di proporre quella
sequenza di suoni, e questo ci porta a spostare il fuoco dell’attenzione: quello
che prima poteva essere un insieme disordinato di suoni, d’un tratto lo
consideriamo informazione.
Che l’ascolto ripetuto di una canzone finisca per aumentarne il gradimento è
qualcosa di cui tutti abbiamo esperienza. Un disco che inizialmente non ci
diceva più di tanto dopo qualche ascolto comincia a suscitare emozioni più
intense, a volte addirittura a commuoverci, finché ci ritroviamo ad ascoltarlo a
ripetizione. Questo fenomeno è noto come “effetto di mera esposizione”: la
familiarità rende più facile anticipare e riconoscere un brano, e questo spesso
aumenta il piacere; almeno finché non subentra la saturazione. Ma è una linea di
ricerca che rischia di portarci altrove: qui ci interessa capire come mai una
canzone ascoltata per caso, o addirittura in modo inconsapevole, finisca per
piantarci le tende in testa. Per farlo occorre analizzare in che modo il nostro
cervello si rapporta al mondo esterno.
Un dispositivo per risolvere incertezze
Dagli anni Ottanta a oggi diverse linee di ricerca neurologica e neurocognitiva
sembrano suggerire che la nostra percezione della realtà esterna non sia “in
presa diretta”, ma si affidi piuttosto a modelli mentali in continuo
aggiornamento. Per dirla in parole più semplici: invece di acquisire in
continuazione informazioni dall’esterno, il nostro cervello tende a sviluppare
una simulazione interna della realtà che ci circonda, che viene aggiornata solo
quando gli input esterni si dimostrano diversi da quelli previsti. Secondo la
teoria dell’inferenza attiva il nostro cervello funzionerebbe dunque come una
macchina predittiva, e il nostro rapporto con la realtà sarebbe costantemente
sbilanciato verso il futuro. Non è difficile intuire perché l’evoluzione abbia
premiato questa soluzione: il cervello è un organo estremamente energivoro, e la
possibilità di affidarsi a un modello simulato, e non dover processare
continuamente ogni input esterno, ha consentito ai nostri antenati di conservare
energie preziose, così da poterle riorientare su compiti in cui il margine
d’errore può costare caro, come ad esempio monitorare un pericolo, o decidere in
una frazione di secondo se sia meglio scappare o attaccare.
> Alcuni studi di psicologia della musica hanno mostrato come i brani che
> tendiamo ad apprezzare di più siano quelli che riescono contemporaneamente a
> confermare e tradire le nostre aspettative.
Ecco, la teoria dell’inferenza attiva postula che, poiché il nostro cervello è
costantemente impegnato a prevedere il futuro e a individuare errori di
previsione, non c’è nulla che lo gratifichi di più di un errore di previsione
che è in grado di correggere al volo. “Quando ascoltiamo musica generiamo
continuamente ipotesi plausibili su ciò che potrebbe accadere di lì a poco”,
scrivono in proposito i neuroscienziati Stefan Koelsch e Karl Friston “mentre
l’atto stesso dell’ascolto risolve l’incertezza che queste ipotesi producono. In
questo modo la musica soddisfa senza sosta il nostro bisogno di ridurre
l’incertezza, ed è proprio questo a renderla gratificante”.
In uno studio del 2025 intitolato “Predictive processes shape individual musical
preferences”, gli psicologi cognitivi catalani Ernest Mas-Herrero e Josep
Marco-Pallarés hanno mostrato come i brani che tendiamo ad apprezzare di più
sono quelli che riescono contemporaneamente a confermare e tradire le nostre
aspettative. Dico “tendono” perché naturalmente le risposte alle varie canzoni e
ai diversi generi sono soggettive. I gusti sono gusti, ci mancherebbe, ma nella
maggior parte dei casi il discorso regge: se un brano presenta troppi elementi
spiazzanti finirà per risultare indigesto all’ascoltatore medio, se al contrario
ripropone stilemi noti e logori, finirà per annoiarlo.
I brani che vengono selezionati per Sanremo di solito rientrano nell’intervallo
tra questi due estremi, e non stupisce che molte canzoni mostrino espedienti che
giocano su questo equilibrio: dalle variazioni sincopate ai cambi d’intensità,
per non parlare dell’usatissimo salto di tono nell’ultimo ritornello,
praticamente un cliché del festival (basta riascoltare Amici come prima, Fiumi
di parole e L’essenziale e per rendersi conto che, per quanto questi brani siano
diversi, giocano tutti sulla classica modulazione tonale verso l’alto).
Un po’ come succede con l’apprendimento, il nostro cervello trae gratificazione
quando riesce a risolvere un’incertezza. In questo senso, i ritornelli più
orecchiabili e infettivi sono come dei cubi di Rubik, tutto sommato semplici, ma
con dettagli spiazzanti che non possiamo fare a meno di rimettere a posto.
Insomma, quando fatichiamo a levarci di testa un particolare ritornello, è
perché il nostro cervello lo considera un trastullo perfetto per placare il suo
bisogno di ridurre l’incertezza. A prescindere che quel ritornello ci piaccia
effettivamente o meno.
Formule propiziatorie e ganci mnemonici
La ripetizione musicale è uno dei pochi elementi sostanzialmente trasversali a
ogni cultura. Nel suo “The Biology and Evolution of Music” il biologo cognitivo
W. Tecumseh Fitch include la ripetibilità tra le proprietà fondamentali che
rendono la musica una forma comunicativa autonoma dal linguaggio. Certo, in
alcune culture ha un’importanza diversa rispetto ad altre. In quella italiana,
ad esempio, il ritornello è un perno strutturale della canzone moderna almeno da
fine Ottocento, quando la canzone popolare e quella da salotto cominciano a
fissare forme sempre più standardizzate basate sul ritorno di un motivo.
> Se fatichiamo a levarci di testa un particolare ritornello, è perché il nostro
> cervello lo considera un trastullo perfetto per placare il suo bisogno di
> risolvere incertezza. A prescindere che quel ritornello ci piaccia
> effettivamente o meno.
Quanto all’origine del ritornello in sé le teorie si sprecano. C’è chi ha
ipotizzato sia nato come elemento di stabilità strutturale, una sorta di
contrafforte che consentiva alla composizione di svilupparsi in relativa
libertà; chi invece ipotizza che le radici affondino nel canto popolare, dove
veniva utilizzato per indicare i momenti in cui la voce del pubblico si univa a
quella dell’esecutore solista; un’altra teoria ancora vuole che il ritornello
nasca come intermezzo strumentale tra due parti cantate, un intervallo che
doveva spezzare la strofa e dare un po’ di tregua a chi cantava – e chi
ascoltava ‒ prima di riprendere il canto (refrain, in effetti, deriva dal
francese antico refraindre, che significa “rifrangere” o “rompere”). Sono teorie
affascinanti, ma non del tutto convincenti.
Già nel 1910, quasi un secolo prima che Elizabeth Margulis pubblicasse le sue
ricerche, il musicologo francese Jules Combarieu aveva suggerito che il
ritornello fosse prima di tutto un gancio cognitivo, un elemento ricorrente che
aveva come scopo quello di catalizzare l’attenzione di un uditorio. In questo
senso, il moderno ritornello sarebbe una rielaborazione delle formule rituali
degli antichi canti propiziatori. Prendiamo ad esempio le cerimonie magiche
delle tribù Pawnee in Nord America: in questi canti i due elementi più
riconoscibili sono esclamazioni prive di un vero significato verbale. Il primo,
“Ho-o-o”, era una sorta di preludio al canto; mentre il secondo, “I’hare”
serviva a richiamare l’attenzione dei presenti sullo spirito a cui il canto era
rivolto. Una costruzione simile la ritroviamo anche in culture molto diverse, ad
esempio negli imenei greci. L’idea di Combarieu è che queste costruzioni, una
volta spogliate del significato religioso, abbiano mantenuto la loro funzione di
appigli sonori, aiutando il fruitore a orientarsi nell’ascolto.
Nella canzone popolare moderna il ritornello è l’elemento più riconoscibile,
quello a cui è più facile unirsi (cantando o battendo le mani), e soprattutto,
quello che più spesso risulta gratificante. In un certo senso è una sorta di
nord della bussola: qualunque direzione prenda la canzone che stiamo ascoltando,
ci aspettiamo che prima o poi ritornerà su quel blocco sonoro; e per certi versi
non vediamo l’ora che ciò avvenga. Questo gioco di attesa e gratificazione è una
dinamica difficilmente aggirabile, e oggi più che mai ha un ruolo centrale nel
decretare il successo di una canzone.
Tutta colpa dei Beatles (o quasi)
Oggi tendiamo a dare per scontato che una canzone debba avere una strofa e un
ritornello, che prima di concludersi ci sarà un bridge (qualcuno la chiamerebbe
variazione), e che questi elementi saranno presentati grossomodo in
quest’ordine. In effetti, è questo lo schema che ha dominato la musica popolare
degli ultimi decenni, e Sanremo non fa eccezione. Basta dare un’occhiata ai
brani vincitori degli ultimi vent’anni per rendersi conto che nella quasi
totalità dei casi sono caratterizzati da una struttura strofa-ritornello-bridge,
con strofe lunghe che accumulano tensione, e un ritornello riconoscibile che la
fa esplodere.
In realtà, però, la prevalenza di questo schema, noto come Verse-Refrain (VR), è
un fenomeno recente. Prima degli anni Sessanta, soprattutto in ambito
anglosassone, era piuttosto comune trovare canzoni che cominciavano con il
ritornello e a volte nemmeno presentavano una vera strofa. Pensiamo a brani
jazz, come I Got Rhythm di George Gershwin, o a ballate anni Cinquanta, come
Everyday di Buddy Holly, in cui la struttura si esaurisce con tre ritornelli
intervallati da un bridge nell’arco di 32 battute. Questo schema, noto come
Chorus-Bridge (CB), oggi sembra aver abdicato al predominio di quello VR; ed è
probabile che la colpa, almeno in parte, sia dei Beatles.
Molti dei singoli del primo periodo (A Hard Day’s Night, I Want To Hold Your
Hand, Love Me Do) presentano una chiara struttura CB. Prendiamo il primissimo
singolo, Love Me Do (1962): la canzone comincia con il ritornello (“Love, love
me do…”), che ripete due volte prima di lasciare spazio alla variazione
(“Someone to love…”), per poi atterrare nuovamente sul ritornello. Ancora nel
1964, la maggior parte delle canzoni del quartetto di Liverpool seguiva questo
schema. A un certo punto, però, a partire dal 1965, Lennon e McCartney
cominciano a spostare il baricentro compositivo verso lo schema VR (Help!,
Paperback Writer, Penny Lane) e a esplorare strutture più ibride (A Day In The
Life, Happiness Is A Warm Gun). Non è un cambiamento da poco. Abbiamo visto come
la musica popolare giochi da sempre su dinamiche di attesa e gratificazione,
ecco: in queste strutture il ritornello gioca un ruolo significativamente
diverso.
> Lo schema strofa-ritornello sembra capace di sopravvivere a mode e rivoluzioni
> come un macigno piantato in un torrente. Il motivo è semplice: è la dinamica
> che meglio garantisce di scodellare tormentoni infettivi, e dunque quella più
> funzionale a batter cassa.
Come ha scritto il musicologo Franco Fabbri, che alle dinamiche compositive dei
Beatles ha dedicato anni di studio, nelle canzoni VR il ritornello è una sorta
di premio posto alla fine di una strofa – “la torta dopo la bistecchina con gli
spinaci” – , un piacere che una volta sperimentato deve essere ripresentato, in
abbondanza e alla svelta, tanto che molte canzoni finiscono per ripeterlo sul
finale. Lo schema CB invece segue una dinamica diversa: il ritornello arriva
subito, ma non viene più concesso così facilmente. In pezzi come She Loves You,
per dire, viene presentato nella sua forma completa solo all’inizio, dopodiché
viene centellinato per il resto della canzone.
Negli ultimi anni della loro carriera i Beatles ripresero in parte il modello
CB, ma nel frattempo lo schema VR aveva conquistato il mondo. Oggi,
cinquant’anni dopo, lo schema strofa-ritornello sembra capace di sopravvivere a
mode e rivoluzioni come un macigno piantato in un torrente. Il motivo è
semplice: promettere la torta di un ritornello memorabile dopo una strofa di
bistecca e spinaci è la dinamica che meglio garantisce di scodellare tormentoni
infettivi. E dunque quella più funzionale a batter cassa.
Tu chiamala se vuoi piattaformizzazione
Chiunque abbia seguito le ultime edizioni di Sanremo (ma anche chi avesse
provato a ignorarle) si sarà reso conto di una cosa: le canzoni si stanno
accorciando. In un illuminante e approfondito studio, pubblicato lo scorso
dicembre, Dino Mignogna ha analizzato 934 brani in gara al Festival tra il 1983
e il 2025, e ha notato che negli ultimi trent’anni la durata media delle canzoni
è diminuita di 45 secondi, stabilizzandosi attorno ai 3 minuti e 25 secondi. La
scure si è abbattuta principalmente sulle introduzioni, che sono state dimezzate
(da 15 a 8 secondi in media), quando non proprio eliminate. La ragione è
facilmente intuibile: una canzone con un ritornello che arriva presto
(possibilmente entro i primi 40 secondi) ha più chance di funzionare sulle
piattaforme streaming come Spotify, che conta i singoli ascolti a partire da 30
secondi di riproduzione, e sulle piattaforme social come TikTok, il cui
algoritmo tende a premiare frammenti sonori ancora più brevi.
Naturalmente parliamo di una tendenza che va oltre Sanremo: ricerche recenti
mostrano come TikTok stia cambiando le dinamiche compositive nel panorama pop.
Non è un caso che sempre più spesso a diventare virali non siano vere e proprie
canzoni, ma spezzoni strumentali specificamente ideati per diventare sottofondi
per i reel degli utenti.
> A Sanremo come altrove, le canzoni si stanno facendo sempre più corte e le
> scelte compositive sempre più standardizzate; allo stesso tempo, i nostri
> ascolti tendono a chiudersi in percorsi sempre più personalizzati.
Che il passaggio a un nuovo supporto finisca per influenzare anche la sfera
compositiva non è una novità. Come non manca di sottolineare Mignogna, già tra
gli anni Venti e Trenta del Novecento, il passaggio dai palcoscenici di Broadway
ai dischi portò molte canzoni a perdere la strofa introduttiva, che funzionava
bene nella dimensione teatrale, per mantenere solo il nucleo musicale composto
da ritornello e bridge, più adatto ai limiti temporali dei 78 giri e delle
trasmissioni radiofoniche. Analogamente, il passaggio dai supporti fisici alle
piattaforme digitali sta producendo effetti palesi, non tanto sul piano
strutturale (lo schema VR, l’abbiamo visto, rimane), quanto su quello della
complessità. Le canzoni si stanno facendo più semplici, le scelte compositive
più standardizzate, il tutto mentre gli ascolti tendono a chiudersi in percorsi
sempre più personalizzati.
Poiché Sanremo è da sempre una cartina al tornasole affidabile delle tendenze
musicali in atto, è probabile che anche quest’anno avremo prova di come un
mercato condizionato e un contesto di ascolto frammentato finiscano per incidere
sulle dinamiche compositive. Ma non è scontato. Perché se è vero che le canzoni
si stanno standardizzando e semplificando, è anche vero, come abbiamo visto, che
il nostro cervello di fronte a un brano nuovo vuole essere almeno in parte
sfidato. Del resto, negli anni Sanremo ha dimostrato di saper regalare anche
sorprese inattese e, cosa non banale, di saper riunire su uno stesso palco
artisti e generi che intercettano uditori anche lontani tra loro.
Per questo non mi stupirei più di tanto se di qui a qualche settimana ti
ritroverai a canticchiare un ritornello che hai giurato a tutti di detestare.
L’abbiamo detto: un tormentone non ci conquista perché è bello, ma perché il
nostro sistema predittivo, ancora una volta, ha trovato un modo semplice e poco
dispendioso per sentirsi meno incerto. Non è necessariamente un male. Potrebbe
essere l’occasione per uscire, anche solo per un po’, dalla bolla degli ascolti
su misura.
L'articolo L’eterno ritornello proviene da Il Tascabile.
N el marasma della “musica napoletana”, Enzo Avitabile, classe 1955, segno
zodiacale Pesci come Pino Daniele, si distingue fin dagli esordi. Avitabile
anticipa sonorità, approcci, visioni, che hanno messo in dialogo il Mediterraneo
con l’Atlantico e l’Africa subsahariana, per giungere a prestare orecchio
all’Estremo Oriente attraverso l’Etiopia. Oggi Avitabile riprende la sua ricerca
musicale, peraltro mai interrotta, sulle musiche africane. Torna a lavorare su
un disco scritto e suonato in Senegal. Nuovi orizzonti? Un ritorno alle origini,
in verità. Dove tutto ebbe inizio… Il groove, la world music, l’elettronica, la
canzone, lo sciamanismo, il funk, e tante altre espressioni culturali
apparentemente distanti tra di loro, fuse e trasformate grazie alla continua
collaborazione con alcuni dei più grandi musicisti mondiali attivi nell’ultimo
mezzo secolo. Andiamo con ordine, finché possibile…
NEL 1935, UN DICIASSETTENNE DI NOME CAROSONE, RENATO, NATO A NAPOLI NELLA ZONA
DI PIAZZA MERCATO, S’IMBARCA COME PIANISTA E CANTANTE DI AVANSPETTACOLO VERSO LE
COLONIE ITALIANE IN AFRICA ORIENTALE. INIZIA LÌ IL DIALOGO TRA LA MUSICA
NAPOLETANA E L’AFRICA?
Quella di Carosone è stata un’operazione più folklorica, caricaturale… “Allah!
Allah! ‘Ngoppa ‘o ponte ‘a Sanità”, di Caravan Petrol ne è un esempio. Carosone
ha usato i ritmi nordafricani, più che etiopi, ma lo ha fatto in maniera
grossolana, adeguata ai primissimi anni dopo la guerra. Non dimentichiamo che la
maggior parte dei ritmi di Gegé Di Giacomo alla batteria sono di provenienza
latinoamericana: rumba, bossa nova. Penso che i colonizzatori guardassero alla
musica africana come una forma espressiva di popoli selvaggi. Non l’hanno mai
studiata e se qualcosa è arrivata in Italia tramite Carosone lo ha fatto in modo
indiretto.
EPPURE L’ETIOPIA DOVE CAROSONE VISSE È LA PORTA ORIENTALE DEL MEDITERRANEO. DA
LÌ SONO TRANSITATI SIA UNA PARTICOLARE POETICA DELLA NOSTALGIA, SIA CERTI MODI
DI SUONARE CHE POI HANNO INFLUENZATO LA CULTURA OCCIDENTALE. PENSO ALLA PAROLA
IN LINGUA AMARICA TEZETA E TI DOMANDO SE ESISTE SECONDO TE – MAESTRO – UNA
DIFFERENZA TRA LA MALINCONIA, L’APPUCUNDRIA DI PINO DANIELE, LA SAUDADE
BRASILIANA, O LA TOCKA RUSSA.
Io sono profondamente affascinato sia dalle melodie di certa musica modale sia
dall’uso di ritmi ternari che sono molto vicini a quelli delle nostre ballate,
delle tarantelle, seppure più lenti e più ipnotici. Nell’album Napoletana [2009,
FolkClub Ethnosuoni, Sudarte, ndr] c’è un brano, Malincunia, nel quale cerco di
fondere queste influenze con strumenti come la chitarra classica suonando una
tezeta napoletana. Tezeta è la sensazione quotidiana dell’impossibilità del
ritorno a una terra o a una persona. È un sentimento dal sapore agrodolce, un
senso di bitter-sweet, che Bob Marley ha reinterpretato meglio di tutti, quando
dice “The good times of today are the sad thoughts of tomorrow”. Carosone è
stato più il precursore di ciò che insieme a Pino Daniele o James Senese
facevamo all’inizio degli anni Settanta, ma di certo non si è mai interessato
dell’Africa dei colonizzati, degli invasi.
ALLA FINE DEGLI ANNI SESSANTA, UN MANIPOLO DI MUSICISTI NAPOLETANI ROMPE CON LA
TRADIZIONE DELLA CANZONE CLASSICA. C’È UN DISCO, UN 45 GIRI, CHE NON CONOSCEVA
QUASI NESSUNO, FINCHÉ IL PROGETTO NAPOLI SEGRETA NON LO HA RISCOPERTO SUONANDOLO
IN GIRO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI. SI CHIAMA FREE AFRICA. FU PUBBLICATO NEL 1972
DALLA PICCOLA ETICHETTA NAPOLETANA BBB-BEAUTIFUL BLACK BUTTERFLY DI ANTONIO
TACCOGNA, FUORIUSCITO DALLA RCA E PRIMO PRODUTTORE DEI NAPOLI CENTRALE, OVVERO
GLI SHOWMEN 2 DI JAMES SENESE E FRANCO DEL PRETE. QUEL DISCO È OPERA DEI
MISTERIOSI TRIBÙ BANTÙ. OVVERO IL DUO FORMATO DAI SASSOFONI DI SENESE E UN ENZO
AVITABILE NON ANCORA MAGGIORENNE. AFROBEAT, IMPROJAZZ, E UN GROOVE CHE PREFIGURA
LA DISCOMUSIC, DI LÌ A POCHI ANNI FENOMENO MONDIALE. COME SONO ARRIVATI QUEI
SUONI NUOVI ALLE TUE ORECCHIE?
Se parliamo del giovane musicista Avitabile, il primo contatto con il mondo
della musica afroamericana, per me ma come per tutti, è stato James Senese in
persona. Però il nostro primo rapporto con la musica nuova è stato il juke-box e
dal juke-box usciva prevalentemente la musica afroamericana. Non ci piace dire
americana… però James Brown non era africano. Era afroamericano. Tina Turner era
afromericana. Da ragazzi ci siamo innamorati di quel ritmo e di quel sound che
era soul e funk e rhythm and blues, e abbiamo dato vita a un movimento che
voleva uscire fuori dalla musica napoletana che avevamo conosciuto fino a quel
momento. Noi volevamo viaggiare oltre il linguaggio della melodia, parole e
musica, per andare verso delle forme diverse, che invece utilizzavano la parola
sul ritmo.
PAROLA SUL RITMO?
Prendi James Brown, perché parte tutto da lì. Se ci soffermiamo sull’uso della
parola appoggiata sul piede del ritmo, allora è in questo contesto che si
prefigura il linguaggio del rap. James Brown in Soul Power [1971, King Records,
ndr] canta: “I may lay in the cut and go along / And I’m still on the case and
my rap is strong”. Non solo usa già ritmicamente la voce come nessuno prima di
lui aveva pensato di fare, ma pronuncia già la parola “rap”, quando dice “Il mio
rap è forte”. Vuole dire “la mia battuta” è forte. Noi, Mario Musella e gli
Showmen, Napoli centrale, che prendevamo da James Brown, abbiamo fatto rap senza
codificarlo come tale. Lo abbiamo fatto e basta. La consapevolezza è arrivata
per altre vie. Un libro importante nel mio percorso è stato Il popolo del blues
[Sociologia dei negri americani attraverso l’evoluzione del jazz, 1967, ndr], di
LeRoi Jones.
IN QUEL LIBRO COMPARE IL TESTO DI UN CANTO AFRICANO CHE DÀ IL TITOLO ALLA B-SIDE
DI UN DISCO CHE RESTA ANCORA PIÙ SCONOSCIUTO DI FREE AFRICA. È IL 45 GIRI
WATERBANK, USCITO NEL 1980 PER UNA SOTTOETICHETTA SEMICLANDESTINA DELLA GIÀ
MINUSCOLA BBB. OVVERO LA ATA RECORDS, DEL SOCIO-OMBRA DI TACCOGNA, NINO MANNA,
AGENTE ASSICURATIVO LANCIATOSI ANCH’EGLI NEL SOGNO DELLA DISCOGRAFIA
INDIPENDENTE NEGLI ANNI DEL BOOM DELLA DISCOMUSIC E DEL VINILE. IL DISCO È
FIRMATO DA UN TIZIO CHE NON COMPARE IN NESSUNA ANAGRAFE: TALE E. ELIBATIVA.
OVVERO E. AVITABILE, SCRITTO AL CONTRARIO SECONDO I DETTAMI DEL SATANISMO
DISCOGRAFICO…
“Oundé, oundé, Macaya!”, cioè, mangia tutto, mangia senza vergogna, bevi vino
buono, cucinati il pollo migliore! Il testo è in una delle lingue più diffuse in
Nigeria e nell’Africa occidentale: il wolof. E il testo mi rimase impresso
perché mescola parole in wolof e in francese, e quei fonemi sono inscindibili
dal ritmo. Da quel libro ho tratto una considerazione che per me è stata un
nuovo punto di partenza: il blues non nasceva né in Africa né in America. Il
blues come prima forma di world music nasceva dalla fusione tra colonizzato e
colonizzatore. Così, il mio percorso ha cercato il punto di congiunzione tra me
e il mio colonizzatore. Troppo spesso questo percorso è stato confuso con quelli
di altri che avevano preso strade meno sperimentali. Molte forme sembrano
simili, eppure sono profondamente difformi in quanto linguaggi. Così come c’è
differenza tra la musica di Pergolesi e quella di Paisiello. La mia musica e
quella di Pino hanno senza dubbio qualcosa in comune. Ma per me consisteva nel
destrutturare il funk e riportarlo alla sua matrice africana dopo un primo
momento nel quale il sound lo avevamo importato dall’Atlantico.
PERÒ IL LATO A DI WATERBANK È UN PEZZO DISCOMUSIC CHE NON HA NULLA DA INVIDIARE
A QUELLI CHE SI INCIDEVANO NEGLI STESSI ANNI A NEW YORK. DICIAMOCI LA VERITÀ:
PINO DANIELE E JAMES SENESE NON HANNO MAI AVUTO UN GRANDE FEELING CON UN
ELEMENTO ESSENZIALE DELLE MUSICHE AFRICANE, CHE È IL RAPPORTO CON IL MOVIMENTO
DEL CORPO, OVVERO CON LA DANZA. È VERO CHE SENESE AVVICINANDOSI ALL’AFROBEAT HA
DATO GRANDE SPAZIO ALLE SUITE D’IMPROVVISAZIONE, SU CUI AI CONCERTI SI BALLAVA.
ED È ANCHE VERO CHE YES I KNOW MY WAY DI PINO DANIELE È UNA HIT DIVERSAMENTE
FUNKY IN NAPOLETANO. PERÒ IL DANCEFLOOR È UN’ALTRA COSA. UN LINGUAGGIO
UNIVERSALE. PERCHÉ TU LO HAI ESPLORATO MOLTO DI PIÙ DI TUTTI GLI ALTRI
PROTAGONISTI DEL NEAPOLITAN POWER?
Per me la danza è una dimensione fondamentale. La fonte del ritmo è la danza,
non viceversa. Oltre al suono e alla parola, il ballo, il movimento del corpo.
La danza è processo essenziale e preciso: muoversi al ritmo dell’universo. Nella
danza ci trovi sia la parte animistica africana, la religiosità popolare, così
come lo spiritualismo indiano o il misticismo sufi. La danza è una cosa seria
perché diventa miracolo quando vedi succedere dei fenomeni potenti. Magari suoni
a Londra, alla Barbican Hall, e ti sembra tutto pettinato e radical chic. Ma se
quella stessa danza la trasferisci da Londra, a Copenaghen, a Rionero del
Vulture in provincia di Potenza e poi addirittura la fai a Teverola in provincia
di Caserta, e qui la signora Nunziatina esce dal basso e sta tutta la serata a
muoversi sul ritmo, allora presi tutti insieme questi processi compiono un vero
e proprio miracolo. La danza arriva a tutti. Il suono, il gesto, il ballo, sono
comuni a tutte le culture. Si tratta di strutture culturali umane non diverse da
quella degli sciamani che, quando suonano il tamburo e invocano gli spiriti, non
staranno facendo rap in senso tecnico, ma stanno usando quella forma antica che
è la parola sul ritmo, dentro al movimento del corpo, per indurre un cambiamento
di stato e di coscienza tra i presenti. Quindi quella forma commerciale porta
l’eco di un linguaggio primordiale che è luce.
QUANDO SI RACCONTA LA STORIA DELLA CLUB CULTURE IN OCCIDENTE, SPESSO QUESTA
RADICE AFRICANA VIENE RESCISSA. SI PARLA DEGLI ANNI SETTANTA DEI BEE GEES, DI
GLORIA GAYNOR, MA MOLTO MENO DEI SETTANTA DI MANU DIBANGO E DEL SUO SOUL MAKOSSA
(1972, FIESTA RECORDS). TU NEL 2007 HAI REINTERPRETATO SOUL MAKOSSA. SE PARLIAMO
DELL’ITALIA, POI, NESSUNO SI RICORDA CHE QUANDO I DJ BRITANNICI PAUL OAKENFOLD E
DANNY RAMPLING MISERO INSIEME LA COMPILATION BALEARIC BEATS VOL. 1, NEL 1988,
DOPO UN’ESTETE DI EDONISMO A IBIZA, INCLUSERO IN QUEL DISCO IL BRANO BLACKOUT!,
USCITO L’ANNO PRIMA PER L’ETICHETTA SPAGNOLA BLANCO Y NEGRO, CON COPERTINA
NIENTEMENO CHE DI ANDREA PAZIENZA. BLACKOUT! SCRITTO, SUONATO E CANTATO, DA UN
CERTO ENZO AVITABILE. DI COSA TI SENTI PIONIERE?
Quando abbiamo iniziato a sperimentare la parola sul ritmo per me è stato
naturale perseguire il discorso iniziato da James Brown, con Afrika Bambaataa;
che io adoro. Però quel momento della musica afroamericana in cui l’hip hop
esplodeva era già una forma molto codificata. Dischi come Dimmi com’è [1977,
Produttori associati], sono esperimenti. Tra di noi la chiamavamo semplicemente
“parola sul ritmo”, per capirci. Bambaataa aveva preso in ugual misura sia da
Malcolm X sia dal John Coltrane, un nuovo concetto di africanità, che significa
dire: “Il mio essere afroamericano oggi mi spinge ad affermare che non voglio
più essere americano: io sono africano!”, Questo ha significato fare ritorno
alla Grande Mamma Africa. Ma era un’idea di africanità non rinchiusa nel
passato. Era contemporanea, come Fela Kuti. Questa nuova sensibilità africana,
la parola sul ritmo, e altre espressioni anche visive e urbane che poi si sono
chiamate hip hop, sono una traccia che ho seguito per molti anni. Ad essere
sincero, devo dirti che è anche vero che non appena qualcuno se ne accorge, e
spesso parliamo di persone che con Napoli hanno poco a che vedere, il giorno
dopo il signor Giuseppe Capocchia [Tal dei Tali, ndr] – cantautore – attribuisce
questo merito a sé stesso per fini puramente propagandistici. Invece bisogna
attenersi ai fatti, ai documenti storici.
COS’È SUCCESSO? A CHI SI RIFERISCE IN PARTICOLARE?
Noi facevamo musica con i pionieri afroamericani del rap. Dopodiché – cosa vuoi
che ti dica? – un paio di anni dopo è arrivato Lorenzo Cherubini, ha fatto “1,
2, 3 Jovanotti” [ovvero Jovanotti For President, 1988, Ibiza Records, ndr] e
questa cultura che veniva dalle parti nere delle metropoli statunitensi si è
italianizzata e sbiancata. Solo che noi, intanto, a Napoli avevamo gettato
questo seme black indipendentemente, nelle periferie… A Scampia, per esempio,
dove dopo una decina di anni sono usciti fuori i Co’Sang con Spaccanapoli [1997,
San Gennaro Funk Production, ndr], segnando una strada che nel panorama
nazionale del rap va dal precursore, Enzo Avitabile, fino al numero uno delle
classifiche di oggi, Geolier. Che poi qualcuno si attribuisca meriti che non ha…
non mi cambia la vita, ma la storia del rap come sottocultura afroamericana in
Italia passa da qui. Per questo oggi torno in Africa, ancora una volta. L’Africa
non è un pensiero-musica. È un monito a dosare le parole, perché oggi sono
troppe.
EPPURE LA CIFRA STILISTICA DEL RAP È PROPRIO IL FIUME DI PAROLE…
Viviamo in un periodo storico in cui la guerra è anche guerra di parole. E tutti
ne usano quante più possono. Mi salta all’occhio che i testi delle canzoni sono
divisi in parti che si chiamano “barre”, mentre da ragazzo l’unica barra a cui
mi riferivo era la barretta di cioccolato… E queste barre sono lunghissime.
Eppure, quando incontro qualcuno per strada e mi ferma, lo fa per dirmi: “E chi
non conosce ‘o scuro, nun po’ capì ‘a luce” [Mane e mane da Black Tarantella,
2007, CNI Records, ndr]. È una frase singola, un mantra. E un altro ti dice: “No
agreement today, no agreement tomorrow”, di Fela Kuti. È tempo di tornare alla
frase. Ascoltiamo testi lunghissimi, ma tu te ne ricordi una? Io mi ricordo Je
sto vicino a te di Pino Daniele. Che non sarà un mantra rituale, ma è una
sequenza di parole che rimane impressa dentro. In questo senso devo dire che sia
Pino, sia James Senese, sia anche Tullio De Piscopo quando cercò un incrocio con
Radio Africa [1985, ZX Records, ndr], fanno parte di quella musica napoletana
che in mezzo a tante musiche napoletane ha sempre riconosciuto le origini
africane del proprio sound.
LA TUA TENSIONE VERSO L’AFRICA È PIÙ VICINA A QUELLA CHE FU INAUGURATA
DALL’ARTISTA SENEGALESE YOUSSOU N’DOUR CON LA SUA BAND SUPER ETOILE DE DAKAR,
FONDATA NEL 1981. NEGLI ANNI OTTANTA TU PRENDI DECISAMENTE LA VIA DELL’AFRICA
CON DISCHI COME ALTA TENSIONE (1988, BLANCO Y NEGRO), NEI QUALI COLLABORI CON
MUSICISTI INTERNAZIONALI, COME XAVIER JOUVELET ALLE PERCUSSIONI, CHE SUONAVA CON
IL CHITARRISTA MALESE DJELIMADY TOUNKARA. E IN SEGUITO, NELL’ALBUM STELLA
DISSIDENTE, CON COPERTINA DI MILO MANARA (1990, COSTA EST), SUONA WILL ‘NFOR,
BASSISTA DEL MUSICISTA GUINEANO MORY KANTÉ.
Sono tutti dischi volutamente pro Africa. Youssou N’Dour ci faceva ballare ma
insieme ci ammoniva dicendo: “Guardate che l’Africa non è fatta di piccole tribù
di selvaggi. L’Africa è un luogo di antichi imperi, che precedono gli antichi
imperi del sole in Oriente o in Occidente, e che poi sono stati riconosciuti,
dall’Impero Celeste e l’India, da una parte, e dagli Inca, ai Maya, agli
Aztechi, dall’altra”. E allora mi sono detto che era il momento di andare a
sposarci con l’Africa ma non con lo stereotipo della musica africana bensì con
l’essenza della musica africana, ovvero con la poliritmia della musica africana.
Però per far ciò bisognava prendere una strada differente da quella percorsa
fino a quel momento ovvero incrociare diversi linguaggi come io insieme ad altri
musicisti napoletani avevamo già fatto fino dagli anni Sattanta.
GLI ANNI NOVANTA SONO STATI UN MOMENTO DI ESPLOSIONE PER LA WORLD MUSIC. PROPRIO
NEL PIENO DELL’IDEOLOGIA DELLA GLOBALIZZAZIONE COME TENSIONE OMOLOGANTE, SONO
ESPLOSE FORME DI APERTURA VERSO FORME DI MUSICA NON OCCIDENTALI COME RITORNO A
DELLE SPECIFICITÀ CULTURALI, RISPETTO A CUI AVITABILE SI ERA MOSSO IN ANTICIPO.
Sì, prova ne sia il fatto che il primo progetto di piena coscienza di questo
movimento da e verso l’Africa, indipendentemente dall’Atlantico è stato I
Bottari, intorno all’anno 2000. Con I Bottari abbiamo voluto rimpossessarci
della nostra identità musicale. E questa identità non è la poliritmia perché in
qualche modo la nostra tradizione del Mediterraneo settentrionale è più figlia
della Grecia. Quindi volevamo far dialogare consapevolmente questa eredità con
la musica africana, in particolare quella della cultura Yoruba, quindi quella
più vicina a Fela Kuti. La poliritmia è transitata nel piede del ritmo dei
Bottari creando modi diversi di valicare il groove, insieme a Manu Dibango, al
trombettista sudafricano Hugh Masekela, al polistrumentista maliano Baba
Sissoko. Con loro ci siamo mischiati. Siamo riusciti ad avere questo suono che
però giorno per giorno diviene e tu non riesci mai a inscatolarlo. E il concetto
è proprio questo: quello che chiamiamo Africa diviene giorno per giorno. Muta,
si trasforma. E questo mi ha portato oggi a tornare a Napoli e dire: “Guardate
che non si dice ‘la musica africana’: non vuol dire niente. Si dice ‘le musiche
africane’, perché c’è altrettanta differenza tra me e la loro musica quanta ce
n’è tra la musica del Senegal e quella del Congo, e quella del Camerun.
OGGI NELLA CLUB CULTURE MONDIALE È EMERSO UNO STILE DI MUSICA DANCE AFRICANO
CHIAMATO AMAPIANO, E POI CONFLUITO NELLA 3-STEP, BASATO ANCORA SU STRUTTURE
TERNARIE CON ARMONIE MODALI QUASI NOSTALGICHE. E LA SENSAZIONE È DI TROVARSI SUL
DANCEFLOOR IN MEZZO AD ATMOSFERE MOLTO DIVERSE DALLA DISCOTECA ALLA QUALE SIAMO
ABITUATI. È COME UNA VERSIONE NON OCCIDENTALE DEL DANCEFLOOR CONTEMPORANEO. E MI
DOMANDO: C’È UNA DIFFERENZA ESSENZIALE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, TRA NORD E SUD?
In estrema sintesi, la musica occidentale si basa sugli accordi e su delle
parole “ad effetto” per indurre un’emozione. La musica africana riesce a
commuoverti attraverso un linguaggio per noi più inusuale, che è il ritmo e che,
secondo i canoni della musica occidentale, da solo non basterebbe a suscitare
emozioni. Invece, quando ciò accade, vuole dire che quella forma musicale, a
dispetto dei canoni occidentali, è capace di muovere una parte spirituale. E
questa parte spirituale sfugge a noi stessi e viaggia fino a portarti nel
cerchio del ritmo: ormai ti ha preso e va oltre la tua volontà. Il ritmo
guarisce. Il ritmo ci sana. Il ritmo non ci salva ma il ritmo ci sana.
CON QUALE SPIRITO VAI OGGI A FARE UN DISCO IN AFRICA? RITORNO A CASA?
RISCOPERTA? TRASFORMAZIONE? APPRODO? DERIVA?
Di recente sono stato a Gorée, in Senegal, l’isola a largo di Dakar che era la
porta degli schiavi. Da lì ci si imbarcava per l’Atlantico senza fare mai più
ritorno. È stata un’esperienza forte. Sono tornato da lì segnato, ma nel nuovo
album non la “racconterò” perché il suo significato proverò ad articolarlo in
forma introspettiva, su di un piano di realtà diverso e unico. Voglio fare in
modo che, se anche la gente non nominerà Gorée come luogo storico ne potrà
cogliere la dimensione spirituale, e quindi universalmente umana. Per questo
motivo il brano si intitola Catene invisibili. Catene invisibili che legano
“cchiù d’’e catene ‘o vero”, perché esistono schiavi oggi che passano per la
stessa porta senza poter mai più tornare a casa anche senza passare per Gorée,
in Senegal. Io condivido con gli artisti che ho nominato e con moltissimi altri,
insieme al mio produttore Andrea Aragosa, l’idea che la musica così concepita e
vissuta ci consente di combattere la destoricizzazione dell’Africa, e in questa
parte del mondo significa raccontare come le identità sono sempre ibride.
L’identità non la puoi rinchiudere dentro lo spazio culturale di una città, o in
uno stereotipo, né nella figura del poveraccio con la mano aperta a cercare che
qualcuno gli dia qualcosa. Quando le identità si aprono, i Paesi si incontrano e
i popoli si mescolano e vanno avanti, progrediscono su di una terra comune.
L'articolo Tra me e il mio colonizzatore proviene da Il Tascabile.
S e si ascolta musica con abbastanza ossessione e compulsività, può avvenire una
metamorfosi della fruizione. Non basta più solo ascoltarla, ma se ne vuole
comprendere il significato. Questa esigenza viene da un sospetto: la sensazione
che dietro ai suoni ci sia qualcosa di molto più grande, come fossero un istmo
in cui si stringe la maestà di un oceano. Allora, il fruitore scopre la critica
musicale.
Il rock criticism – per intendersi, la critica musicale rivolta alla musica pop
– è un canone di testi soprattutto anglofoni che si è sviluppato a partire dalla
nascita del rock’n’roll in America. Chi ci si immerge incontra presto un
proverbio di dubbia attribuzione che vorrebbe affossare il canone stesso:
“Writing about music is like dancing about architecture”. Oltre al fatto che un
balletto classico ispirato alla Reggia di Versailles, o una coreografia hip-hop
che imiti i volumi del MOPOP, il Museum of pop culture di Seattle, sarebbero
quantomeno una cosa interessante a cui assistere, il proverbio non considera che
questo canone vive proprio dell’impossibilità titanica di afferrare l’ineffabile
che sta tra una forma così sfuggente come la musica e una così articolata come
il linguaggio scritto.
A partire dalla fine degli anni Settanta una particolare stagione della critica
rock inizia a prendere di petto quell’impossibilità. Firme come Paul Morley, Ian
Penman, Barney Hoyskyns, poi David Stubbs, Jon Savage e il più acclamato Simon
Reynolds, si armano di apparati filosofici, sociologici, semiotici per guardare
la musica pop come un oggetto culturale complesso, che è un condensato di
circostanze storiche, umane, tecniche. L’idea è che l’oceano intravisto
riverberarsi nella goccia di una canzone sia nientemeno che il suono di un’epoca
intera.
Valerio Mattioli è tra gli autori che in Italia hanno più coltivato questo
approccio interpretativo, per cui scrivere attorno alla musica pop può diventare
un’impresa letteraria a sé stante, con una sua dignità artistica (per quanto
parassitaria rispetto all’arte di riferimento). In questa intervista traccia le
connessioni esistenti tra suoni, contesti socioeconomici, sviluppi tecnologici,
sottoculture giovanili. Il tutto seguendo le trame dei suoi libri: Superonda
(2016), una storia musicale dell’Italia fra gli anni Sessanta e i Settanta;
Remoria (2019), ritratto espressionista-surrealista delle periferie romane;
Exmachina (2022), colonna sonora della trasformazione antropologica mediante cui
l’umano si ibrida con l’agente informatico-cibernetico, e ne viene poi
fagocitato; l’ultimo Novanta (2025), resoconto della frenesia di politica e
musica passata dai centri sociali italiani nel decennio precedente all’11
settembre.
PARTIAMO DA NOVANTA. VORREI METTERLO IN PROSPETTIVA CON ALTRI LIBRI CHE HAI
SCRITTO IN CUI SI PARLA DI MUSICA. IN NOVANTA SI PARLA TANTO DI MUSICA, CI SONO
SEI CAPITOLI SU SEDICI IN CUI È PROTAGONISTA ASSOLUTA. IL TUO PRIMO LAVORO
UNITARIO DI RICERCA È STATO SUPERONDA, CHE HA UN APPROCCIO STORICO, DI STORIA
DELLA CULTURA MUSICALE. POI EXMACHINA, CHE È UNA COSA MOLTO DIVERSA. LÌ IL SUONO
È LO SFONDO, L’AMBIENTAZIONE A CUI GUARDARE PER CAPIRE UN PEZZO DI STORIA
DELL’UMANITÀ. IN NOVANTA INVECE TORNI DI NUOVO SULL’APPROCCIO STORICO, UNA
STORIA DEI MOVIMENTI E DELLE SOTTOCULTURE, IN CUI LA MUSICA È UN PERSONAGGIO –
NON PIÙ L’AMBIENTAZIONE – SEPPURE MOLTO INGOMBRANTE, CHE PERÒ VIVE ANCHE DELLE
RELAZIONI CON ALTRI PROTAGONISTI: LINGUAGGI, IMMAGINARI, MOVIMENTI POLITICI. SE
IN EXMACHINA I SUONI RACCONTANO UN’EPOCA, IN NOVANTA INVECE I SUONI STANNO
DENTRO UN’EPOCA, E INTERAGISCONO CON MOLTI ALTRI FENOMENI CULTURALI NEL CREARNE
L’AFFRESCO. LA COSA CHE AVVICINA QUESTI DUE LAVORI È CHE IN ENTRAMBI I CASI LA
MUSICA È UN PUNTO DI VISTA PRIVILEGIATO PER COMPRENDERE UNA TEMPERIE. PERCHÉ LA
MUSICA E I MODI ESPRESSIVI CHE LE GIRANO INTORNO – VESTITI, ARTI VISIVE,
ATTEGGIAMENTI, GESTI, IN SINTESI, LE CULTURE SONORE – SONO UN PUNTO DI VISTA
COSÌ PRIVILEGIATO PER COGLIERE LO SPIRITO DEL TEMPO?
La musica pop, nel senso più ampio del termine, intesa come musica non colta –
un cappello in cui ci puoi mettere tanto Taylor Swift quanto, che ne so, un
qualche rumorista giapponese che fa noise assassino – è un sensore. E anche un
laboratorio storico della modernità. Questo l’aveva già messo nero su bianco
Jacques Attali negli anni Settanta, nel suo libro che si chiamava Rumori, se non
sbaglio…
La musica lo è da tanti punti di vista. Innanzitutto per il ruolo che ha avuto
nel dopoguerra all’interno del mondo giovanile, e per via del ruolo che il mondo
giovanile ha avuto nella definizione dei meccanismi valoriali, comportamentali,
anche economici, dell’Occidente. Ovviamente stiamo parlando della sfera
occidentale. Quindi c’è questo doppio passaggio che pone la musica come
linguaggio preferenziale per capire i mutamenti del mondo in atto in Occidente
dal dopoguerra in poi. Lo è per… come dire, la sua economia politica.
Poi lo è per il fatto di assumere un linguaggio molto immediato, istintivo.
Cioè: la musica pop per lo più è il prodotto di generazioni giovani che si
mettono a fare la loro cosa senza filtri, senza dover passare per le trafile e
gli ostacoli che sovradeterminano altre forme espressive. Anche la scrittura è
un linguaggio molto istintivo, prendi e ti metti a scrivere. Ma la scrittura è,
innanzitutto, solitaria come attività, mentre la musica pop vive in un punto
strano che sta tra l’autorialità delle persone che questa musica la fanno, e il
pubblico che la riceve. La musica pop vive in questo interstizio, che è già di
per sé una posizione strana. La scrittura è solitaria e poi è descrittiva per
sua natura, mentre la musica, in qualche modo, riesce a incorporare proprio
nelle sue stesse forme il tempo presente, e lo fa in maniera non mediata. E
anche completa, perché è la forma espressiva che più di tutte si confronta con,
per esempio, i cambiamenti tecnologici.
PERCHÉ LI USA.
Sì, perché fanno proprio parte del suo armamentario, e questo è un altro punto.
Dopodiché la musica, come fatto sociale, visto il ruolo che ha sempre avuto
all’interno delle culture giovanili, riesce a coagulare attorno a sé dei
fenomeni che sono più genericamente sociali, che sono poi le varie culture e
sottoculture che vedono nella musica un perno, un punto di partenza. Poi da
questo punto di partenza si allargano per contemplare un discorso di tipo
comportamentale, attitudinale, estetico, e persino filosofico… a volte anche in
senso molto stretto. Ci sono delle culture musicali che hanno dato il la a delle
piccole filosofie, delle teorie, quasi, molto ben definite.
E poi, se prendiamo gli ultimi venticinque anni, guarda caso, proprio la musica
è stata sempre il campo di sperimentazione di tutti i grandi sconvolgimenti a
cui abbiamo assistito con il dilagare dell’era informazionale. Dalle nuove
tecnologie, al file sharing, alle piattaforme, allo streaming, è sempre la
musica il banco di prova. Infatti a me che lavoro con i libri fa sempre un po’
ridere e mi cascano un po’ le braccia a vedere quanto il mondo editoriale è
sempre indietro…
GLI ARRIVANO PER ULTIMO QUESTE TRANSIZIONI?
Non solo gli arrivano per ultimo, è proprio che, essendo un mondo molto chiuso,
molto ignorante a volte, all’editore raramente gli viene in mente… come dire, il
mondo editoriale vive sempre di queste crisi, è sempre in crisi continua. “E non
si vendono i libri, e la lettura non esiste più…” ma non gli viene mai da dire:
“vediamo un po’ che è successo nel mondo della musica cinque anni fa”. Perché
quello che è successo nella musica cinque anni fa, capiterà anche a te. Ma
sicuro capita. Quindi la musica è un sensore, è un ambito che vale la pena
studiare anche per capire quali sono le forme del presente, le forme che si
stanno sperimentando sul momento e che dopo diventeranno lingua comune.
HAI USATO LA PAROLA SENSORE… È UNA PAROLA CHE HO LETTO IN NOVANTA: A UN CERTO
PUNTO, MOLTO RAPIDAMENTE, CITI QUESTA “TEORIA DEL SENSORE STORICO” DI PRIMO
MORONI, BALLERINO, STUDIOSO, SCRITTORE, LIBRAIO, AGITATORE CULTURALE, UN
PERSONAGGIO CHE POI APPROFONDISCI PIÙ AVANTI. MI È SEMBRATO CHE, DOPO AVERLA
MENZIONATA, ACCANTONASSI QUELLA TEORIA; INVECE LA TENEVI COME PRINCIPIO
ORGANIZZATIVO DEL LIBRO. NEL BELLISSIMO PASSAGGIO IN CUI INTRODUCI MILITANT A,
IL PRIMO A INCIDERE UN PEZZO RAP IN ITALIANO, SCRIVI CHE LA SUA “È LA STORIA DI
UN CATALIZZATORE – INVOLONTARIO, FORTUITO, ACCIDENTALE – LE CUI GESTA
RIUSCIRANNO NIENTEMENO A CAMBIARE L’INTERO CORSO DEGLI EVENTI”. POI CONTINUI:
“VA BENE, VA BENE: GLI EVENTI SAREBBERO CAMBIATI ANCHE SENZA DI LUI. MA, A
VOLTE, È COME SE LA STORIA AVESSE BISOGNO DI PICCOLE, SINGOLE ANTENNE CHE CON LE
LORO SEMPLICI AZIONI IMPRIMONO SVOLTE DAGLI ESITI IMPREVISTI”.
Per Primo Moroni il sensore era il Leoncavallo a Milano. Tu osservando quello
che succedeva al Leoncavallo, in teoria, secondo Moroni, potevi farti un’idea di
quale sarebbe stata la situazione complessiva nell’ambito dei movimenti. Per
quanto riguarda il discorso delle singole antenne… sai, in realtà, nonostante
possa sembrare in contraddizione con quello che hai appena letto, non sono di
mio una persona particolarmente interessata alla mitologia personale, al
personalismo che individua nella personalità X una specie di figura cristologica
che da sola cambia il percorso degli eventi. Per esempio è una figura retorica
che si usa molto spesso in buona parte della critica musicale.
TIPO JON LANDAU CON “HO VISTO IL FUTURO DEL ROCK’N’ROLL E IL SUO NOME È BRUCE
SPRINGSTEEN”.
Per esempio, certo. Hai tutta questa mitologia che ti prende Bob Dylan, Bruce
Springsteen, questi nomi “che da soli incarnano”… a me quella roba non
interessa. Penso sia una roba noiosa, che serve ad alimentare una mitologia
interna. Oltretutto è stata drammaticamente smentita proprio dalla storia: non
ti aiuta in realtà a leggere i fenomeni e gli eventi. Invece è più interessante
leggere l’evento musicale nel suo complesso, depersonalizzandolo e capendo quali
sono gli effetti che ha questo fenomeno musicale sul mondo, come si intreccia
con le forme e le lingue che il mondo sta sperimentando in quel dato momento in
cui quella forma musicale emerge. Detto ciò, questo contraddice quello che dico
a proposito di Militant A o quello che, qualche capitolo prima, dico a proposito
di Angela Valcavi, la fondatrice della fanzine dark e goth Amen negli anni
Ottanta. Un giorno entra al Leoncavallo e chiede se possono organizzare un
concerto lì dentro ed è da quel primo contatto che il Leoncavallo, che fino a
quel momento – metà degli anni Ottanta – era un posto di reduci sconfitti dalla
storia, ridiventa il centro del radicalismo estetico-politico milanese. Quindi,
se non fosse stata Angela Valcavi, probabilmente sarebbe stata qualcun’altra, o
qualcun altro. Non fosse stato Militant A a fare Batti il tuo tempo, sarebbe
stato qualcun’altra, qualcun altro. Non voglio personalizzare, però quegli
esempi, in qualche modo, sono dei piccoli glitch. Quello che mi interessa semmai
è come un semplice, piccolo gesto provochi il famoso effetto farfalla. La
lezione che mi piace prendere da cose del genere, è che a volte basta solo un
piccolo passetto oltre, per poi produrre delle conseguenze che sulle prime non
ci si aspetta.
IL TUO STILE DI SCRITTURA E DI PENSIERO, QUESTO MODO DI STUDIARE LE MUSICHE E LE
CULTURE SONORE, GUARDANDO A COME PARLANO CON IL MONDO FONDENDO STORIA,
FILOSOFIA, RIFLESSIONE PERSONALE, CON NEL TUO CASO – PENSO A EXMACHINA – ANCHE
UNA COMPONENTE ROMANZESCA DI ALLUCINAZIONI IMMAGINIFICHE UN PO’ OSCURE… È UNO
STILE CHE DEVE MOLTO A TUTTO UN FILONE DI GIORNALISTI-TEORICI, OVVIAMENTE
REYNOLDS, MA ANCHE TUTTO IL GRUPPO CHE CON LUI HA INVASO LA RIVISTA NEW MUSICAL
EXPRESS TRA FINE ANNI SETTANTA E INIZIO OTTANTA: STUBBS, PRIMA ANCORA PAUL
MORLEY, IAN PENNIMAN, BARNEY HOSKYNS. QUESTI AUTORI HANNO CREATO UNA VISIONE
SPECIFICA DELLA CRITICA MUSICALE, IL CUI CREDO SUONA PIÙ O MENO COME: LA CRITICA
MUSICALE SCONFINA E STRABORDA PER FORZA NELL’ANALISI E NELLA CRITICA CULTURALE A
TUTTO TONDO, NEL MOMENTO IN CUI SI RENDE CONTO CHE LA MUSICA POP È TALMENTE
INVISCHIATA NEL RIBOLLIRE DEL MONDO CHE VA STUDIATA PER FORZA INSIEME AL MONDO.
CIOÈ SE PARLI DI MUSICA, DEVI PER FORZA PARLARE DI TUTTO IL MONDO. SECONDO ME
QUESTO È PROPRIO UN GENERE LETTERARIO A SÉ STANTE CHE DÀ UNA CERTA COMPRENSIONE
DEL MONDO. ANCHE TU ALLA FINE PARLI DEL MONDO: IN EXMACHINA I CAPITOLI SONO
DEDICATI A APHEX TWIN, AUTECHRE E BOARDS OF CANADA, MA IL TEMA VERO È LA
RIVOLUZIONE INFORMATICA. PERÒ NE PARLI IN MODO DIVERSO DA QUELLO CHE FA UN LIBRO
DI STORIA NORMALE. SECONDO ME, QUESTO GENERE LETTERARIO DÀ UN MODO DI
COMPRENDERE LE COSE ECCEZIONALE, PERÒ MOLTO OBLIQUO, UN PO’ INIZIATICO, PERCHÉ
NOI – NOI CON LA NOSTRA FORMAZIONE SCIENTIFICA – NON SIAMO ABITUATI A RAGIONARE
COSÌ. SE PENSO “VOGLIO COMPRENDERE ‒ CHE NE SO ‒ LA RIVOLUZIONE INFORMATICA,
DEVO STUDIARE DEI DATI, DEI FATTI FISICI ED ECONOMICI, MAGARI. CI SEMBRA STRANO
DI POTERNE CARPIRE DEGLI ASPETTI IMPORTANTI A PARTIRE DALLA DESCRIZIONE DEI
SUONI NEI DISCHI PUBBLICATI IN QUEL PERIODO. UNA DESCRIZIONE SPESSO FANTASIOSA E
PERSONALE. PERDONAMI SE È UNO SVARIONE, MA MI FA PENSARE A QUELLO CHE DARIO
FABBRI – NON SO SE SEI FAN…
Per niente!
BENE. MA, DICEVO, MI RICORDA QUELLO CHE LUI, NEL SUO AMBITO, DICE DI FARE CON LA
“GEOPOLITICA UMANA”; LUI DICE CHE QUELLO CHE GLI INTERESSA NON È SPIEGARE GLI
SCENARI INTERNAZIONALI A PARTIRE DAI RAPPORTI ECONOMICI TRA GLI STATI, GLI
ARSENALI MILITARI, MA A PARTIRE DAL SENTIRE COMUNE DELLE POPOLAZIONI, DAI LORO
APPETITI, LE LORO PAURE… È UNA COSA CHE A LIVELLO DI RIGORE SCIENTIFICO È MOLTO
LABILE.
È “molto zero”, direi, più che labile. Ma non è solo un discorso di rigore
scientifico. Ad esempio lui oggettifica determinate sensazioni, traslandole in
un piano deterministico, si può dire.
ESATTO. PERÒ IL PARAGONE LO FACEVO PERCHÉ MI SEMBRA CHE IN QUESTA DECLINAZIONE
MOLTO AMBIZIOSA DELLA CRITICA MUSICALE LA SCOMMESSA È PRENDERE PROPRIO DELLE
SENSAZIONI, QUELLE LEGATE AI SUONI – CHE OVVIAMENTE NON SONO SOLO SENSAZIONI
SOGGETTIVE PERCHÉ SONO INSERITE IN DEI CODICI E ANCHE IN DELLE CONDIZIONI
MATERIALI – E, SÌ, OGGETTIFICARLE IN UNA CERTA MISURA.
Allora, innanzitutto, c’è da fare un distinguo tra i miei libri di cui stiamo
parlando. Superonda che era, diciamo, una storia degli anni Sessanta e Settanta
in Italia proprio a partire dalle musiche, è il libro che è più parente di
quest’ultimo, Novanta. Sono i miei due saggi, ecco, saggi di… boh, storia
culturale, senza voler sembrare troppo roboante. Mentre Exmachina, come il
precedente Remoria, per me sono due romanzi.
REMORIA NON L’HO CITATO PROPRIO PERCHÉ LO CONSIDERAVO UN CASO A PARTE INFATTI,
NARRATIVA PURA.
Remoria è un romanzo fantasy, Exmachina è un romanzo di fantascienza. Poi
purtroppo l’editore… ho provato a insistere con Minimum Fax, a dire “mettiamoli
tra i romanzi!”, però capisco che la forma e il fatto che si agganciassero a
delle cose reali, troppo reali, li hanno condannati alla saggistica, e vabbè.
Però, di fatto, si tratta di due libri molto allucinatori. Da un punto di vista
scientifico sono smontabili in due minuti, entrambi i libri. Nell’ambito
mitopoietico, magari no. Quello che mi interessava era più un discorso di tipo
mitopoietico rispetto sia al tema di Remoria, che era la periferia romana, sia
al tema dell’Intelligenza artificiale, che in realtà era il tema per me alla
base di Exmachina. In Exmachina però c’è anche un dato storico, reale, concreto
e molto dimostrabile, cioè il ruolo che un certo tipo di musica elettronica ha
avuto nella definizione dell’immaginario e dello sguardo sul mondo della Silicon
Valley, banalmente.
SÌ, INFATTI, SI AGGANCIA ANCHE A DEI RAPPORTI ESISTITI TRA PERSONE.
È un legame che secondo me andava indagato. È stato indagato già all’epoca.
Prendi dei testi cruciali degli anni Novanta, per esempio Techgnosis di Erik
Davis, che abbiamo ristampato nel 2023 con Nero: è fondamentale lo sguardo che
Davis ha nel capire la preoccupante ideologia che stava prendendo forma nella
Silicon Valley proprio negli anni Novanta, e l’analisi di Davis delle musiche
elettroniche che costituiscono l’ambiente umorale immersivo dell’epoca. O se
prendi degli autori stracitati adesso, Mark Fisher, tutto il giro CCRU –
Cybernetic Culture Research Unit – ancora negli anni Novanta, nomi che hanno
analizzato in grandissima profondità l’impatto delle tecnologie informatiche dal
loro apparire fino a oggi… Di quelli, chi è sopravvissuto continua a indagare
quell’ambito là, a volte su posizioni preoccupanti, come Nick Land che è
diventato, come sappiamo, un filosofo di estrema destra.
Se tu ti guardi i loro materiali, di quando nacque la CCRU, l’unità di ricerca
sulla cultura cibernetica nata a Warwick in Inghilterra, praticamente tre quarti
dei materiali su cui loro lavorano sono le musiche della cultura elettronica del
periodo, la jungle, la techno e così via. Quindi effettivamente c’è un legame
molto stretto, per quanto Exmachina sia un romanzo di fantascienza. Studiando
l’evoluzione di quel suono, puoi trarre delle indicazioni su cosa, diciamo, la
civiltà delle macchine cela dietro di sé, o quantomeno di qual è l’ideologia che
la muove. Per me è molto importante in Exmachina la parte in cui io prendo gli
Autechre come esempio – e altri avrebbero potuto prendere altri musicisti – ma
tramite loro parlo dell’idea che le macchine abbiano una loro agentività e che
siano delle entità… non è giusto dire entità senzienti, perché appunto sarebbe
ricondurle a una visione antropocentrica. Diciamo, esce fuori l’idea che la
logica generativa che sta dietro la Macchina è destinata a ingigantirsi sempre
più fino a soverchiare, a prendere il sopravvento sull’elemento umano. Questa è
una cosa che tu hai già in quelle musiche là, e che adesso ti ritrovi a
dibattere nei post, su Instagram, di questo problema dell’Intelligenza
artificiale di queste cagate che ci troviamo davanti.
Il dibattito attorno a questi temi adesso è veramente indietro rispetto a quello
che già era stato instillato in maniera poetica, visionaria dai musicisti
elettronici che per primi si interfacciarono al linguaggio della Macchina e che
lo presero sul serio. Questa roba l’aveva intuita bene proprio tutto il giro di
CCRU, per esempio una figura come Kodwo Eshun, il cui Più brillante del sole
abbiamo ripubblicato sempre con Nero nel 2021. Era una roba che nella critica
musicale dell’epoca già era molto presente. Adesso sono passati trent’anni e
probabilmente se uno riprendesse alcune di quelle fonti capirebbe qualcosa di
più. Ti dico, il mio grande dispiacere ‒ a cui però sapevo che sarei andato
incontro ‒ è che Exmachina per me era un libro sull’Intelligenza artificiale,
quindi alla gente che conosco che si occupa di questi temi dico, “Ma sai che ho
scritto un libro su questo? Leggitelo!”; ma chiaramente essendo un libro che
parte dalla musica è stato considerato solo da quelli che seguono la musica.
Questo è lo scotto che devi pagare quando parli di musica. La musica è un
linguaggio sempre un po’ guardato con sufficienza dagli altri ambiti culturali.
Non da tutti, però per esempio nel mondo delle lettere c’è una presunzione di
partenza che è nei libri che tu trovi il cuore, la verità… ecco, la riflessione.
PERCHÉ CI SONO LE PAROLE CHE SONO IL CONCETTO, INVECE IL SUONO È UNA COSA
AMORFA.
È amorfa, però al tempo stesso il suono ha questa capacità di essere totalmente
immateriale ed estremamente materiale, cioè definisce e costruisce un ambiente
all’interno del quale tu ti ritrovi immerso. Questo potere è strano se ci pensi.
Non puoi toccare il suono, però se io adesso accendo quella cassa e metto una
musica a palla, noi siamo dentro un ambiente, siamo intrappolati dentro una
quinta, definita da questo banale spostamento.
COME DICEVI È IMMEDIATO, DICIAMO, NON C’È UN DISTACCO, NON C’È UN FILTRO, NON
PUOI DIRE “IO SONO IO E CAPISCO QUESTA COSA CHE STA FUORI DI ME”.
Esatto, arriva contemporaneamente al corpo, alle membra, e poi al cervello. In
alcuni casi anche allo sguardo, c’è una qualità sinestetica della musica che a
volte è indagata, a volte sottovalutata, però è un’altra delle sue qualità.
SULLA SOTTOVALUTAZIONE DELLA MUSICA NEGLI AMBITI CULTURALI, C’È UN LIBRO DI CUI
VOI AVETE SCRITTO SU NOT, DIALECTIC OF POP DI AGNÈS GAYRAUD. LÌ LEI, CONTRO
ADORNO, PROPONE UNA DIFESA DEL POP COME LINGUAGGIO ESTETICO UNIVERSALE, CAPACE
DI ARTICOLARE UNA RIFLESSIONE SUL MONDO TECNOLOGICO E SULLE FORME DELLA VITA
CONTEMPORANEA – NON SOLO COME PRODOTTO STANDARDIZZATO DELL’INDUSTRIA CULTURALE,
MA COME LUOGO IN CUI SI MANIFESTANO UNA SERIE DI TENSIONI: TRA INDIVIDUO E
COLLETTIVITÀ, TECNICA E SENSIBILITÀ, MATERIA E FORMA… PER LEI IL POP NON È
L’OPPOSTO DELLA TEORIA, MA È GIÀ UNA TEORIA IN ATTO, È FILOSOFIA CHE PASSA
ATTRAVERSO IL SUONO E IL CORPO. IN EXMACHINA, IN MODO SIMILE, TRATTI L’IDM
(INTELLIGENT DANCE MUSIC) COME UN PENSIERO INCARNATO, UNA FILOSOFIA DELLE
MACCHINE. PENSI CHE IN ITALIA ESISTA UN PREGIUDIZIO ADORNIANO CONTRO LA
RILEVANZA CULTURALE E POLITICA DEL POP? HO L’IMPRESSIONE CHE ALTROVE, IN AMBITO
ANGLOFONO AD ESEMPIO, I POPULAR MUSIC STUDIES ABBIANO CONQUISTATO SPAZIO E
DIGNITÀ ACCADEMICA, MENTRE QUI IL POP SEMBRA RESTARE CONFINATO A UN IMMAGINARIO
DI CONSUMO O DI COSTUME.
È chiaro che nel mondo anglofono il pop ha una sua rilevanza perché l’hanno
inventata loro la cultura pop come la conosciamo oggi… ma non ti pensare, nel
senso che se senti lo stesso Simon Reynolds, ti direbbe anche lui che, trattando
di musica, è considerato un autore di serie B. Però è vero che senz’altro nel
mondo anglofono l’attenzione è maggiore, ma anche in Francia, ma anche nella
stessa Spagna. L’Italia è veramente…
NON ERA PER FARE GLI ESTEROFILI COSÌ GRATIS EH, È UN’OSSERVAZIONE.
No, no, senz’altro in Italia più che un pregiudizio c’è una certa… arretratezza.
Poi pare che stai a fare la cantilena “l’Italia rimane sempre indietro”, ma è
vero. C’è un discorso a monte su come è strutturata la cultura italiana, con
l’imprinting classico idealista. E un discorso su come poi questo è stato messo
in discussione da tutta una serie di nomi: il più famoso è Umberto Eco, che
invece prende e ti analizza anche i fumetti. Ma anche Eco muove da una posizione
che distingue i famosi “alto” e “basso”. Non è che ci si deve mettere a litigare
con una figura come Eco, un gigante del Novecento, ma al tempo stesso anche Eco
si muove all’interno di un panorama culturale ancora segnato da
quell’imprinting.
Su Adorno, in realtà, non so quanto ci sia di adorniano nella diffidenza
italiana verso il pop. Anzi, recuperiamolo un po’. Adorno prese senz’altro delle
cantonate micidiali, cioè le sue pagine sul jazz sono comiche sostanzialmente,
perché ti fanno vedere quanto veramente lui non avesse colto, non capisse di
cosa stava parlando. Al tempo stesso Adorno diceva una cosa non sbagliata, cioè
che le musiche popular sono parte di un’economia capitalistica che è fondata
sulla merce e quindi sono anche merce. Questa merce ha anche un valore
filosofico, come dice Dialectics of Pop, ma ce l’ha proprio perché è interna al
meccanismo merce, non si chiama fuori da quel contesto. Recupererei una briciola
adorniana.
In Superonda, si parla un po’ di questo: l’Italia è un Paese strano, perché uno
dei maggiori eventi socialmediatici, sociologici, che arrivano ogni anno, è il
Festival di Sanremo, basato sulla musica, sulle canzonette. Eppure proprio il
modo in cui viene interpretata la presenza della canzonetta in Italia è sempre
qualcosa a metà tra l’epifenomeno e il guizzo folcloristico, cioè non vale mai
la pena prenderla troppo sul serio.
CHE INTENDI PER EPIFENOMENO?
Un fenomeno secondario, un’espressione secondaria di una cultura. E questo poi
si riflette anche nel modo in cui la canzone italiana viene concepita, cioè ha
delle regole molto ferree, molto rigide, un melodismo esasperato, le produzioni.
Sì, l’Italia non è il caso di scuola.
NEL CAPITOLO DI NOVANTA INTITOLATO UNDERGROUND, OVERGROUND, MAINSTREAM, PARLANDO
DI QUELLO CHE ALL’EPOCA NEL ROCK ITALIANO SI CHIAMAVA “CROSSOVER”, CIOÈ BAND
COME BLUVERTIGO E SUBSONICA, SCRIVI CHE QUEI GRUPPI SAREBBERO STATI
INCONCEPIBILI SENZA IL LAVORO PREPARATORIO DEI CENTRI SOCIALI, E IL FATTO CHE
SIANO ARRIVATI DA LÌ A SANREMO “MOSTRA LA FACILITÀ CON CUI IL SISTEMA SAPEVA
ASSORBIRE QUALSIASI SPINTA PROPULSIVA DAL BASSO PER TRASFORMARLA IN MERA MERCE
STERILIZZATA”, E CHE QUINDI “IL CROSSOVER ERA UN MODO COME UN ALTRO DA PARTE
DELL’INDUSTRIA DI COPRIRE UNA FETTA NUOVA DI MERCATO VENENDO INCONTRO AI GUSTI
DI UN PUBBLICO ‘MIDBROW’, TROPPO GIOVANE PER ACCONTENTARSI, MA TROPPO TIMOROSO
PER SPINGERSI DOVE LA RIVOLUZIONE COLAVA DAVVERO”. ALLA LUCE DEL FATTO CHE
ESISTONO QUESTI MECCANISMI TRAMITE CUI IL MERCATO VAMPIRIZZA I SUOI POTENZIALI
NEMICI UNDERGROUND E LI ASSORBE, SECONDO TE È POSSIBILE UNA CONTROCULTURA OGGI?
IN REALTÀ TI HO SENTITO DIRE CHE PREFERISCI USARE IL TERMINE SOTTOCULTURA,
MAGARI MI SPIEGHERAI PERCHÉ. IN QUESTO CASO LA DOMANDA DIVENTA: È POSSIBILE UNA
SOTTOCULTURA CON UNA CARICA ANTAGONISTICA? SECONDO ME QUELLO CHE ACCADE CON I
SOCIAL MEDIA E GLI ALGORITMI È CHE LE SOTTOCULTURE CHE UN TEMPO, FINO AGLI ANNI
NOVANTA, ERANO MOVIMENTI FONDATI SU DEI VALORI, INTERESSI CONDIVISI E DELLE
COMUNITÀ CONCRETE, SOLIDE E CEMENTATE, INVECE ADESSO SEMBRANO INNANZITUTTO
RIDOTTE AL LORO ASPETTO ESTETICO; IN PIÙ SONO DELLE ESTETICHE EFFIMERE E
DECORATIVE, TANT’È CHE SPESSO VENGONO PRESE DI PESO E USATE A FINI DI MARKETING.
NON È RARO VEDERE UN TIPO DI ESTETICA SOTTOCULTURALE CHE DIVENTA LA MOODBOARD DI
UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA, O PROPRIO DI UN PRODOTTO. POI C’È UN ALTRO ASPETTO:
UN ANTROPOLOGO CHE SI CHIAMA TED POLHEMUS SOSTIENE CHE I GIOVANI NON CREANO PIÙ
SOTTOCULTURE, MA SI MUOVONO COME IN UN SUPERMERCATO, ARRAFFANDO E MESCOLANDO
STILI E SIMBOLI PRESI DA SOTTOCULTURE DIVERSE, PASSATE E PRESENTI, SENZA LEGAMI,
RIDUCENDO LE COMUNITÀ A UN INSIEME DI ELEMENTI VISIVI PRIVI DI IDEOLOGIA
CONDIVISA. ALTRI INVECE, COME TIM STOCK, OSSERVANO LA NASCITA DI NUOVE
MICROSOTTOCULTURE ONLINE, MENO LEGATE A ESTETICHE E PIÙ A DETERMINATE NARRAZIONI
O OPINIONI CONDIVISE… TU COME LA PENSI?
Non conosco Ted Polhemus, è importante?
NON LO SO SE È IMPORTANTE, L’HO TROVATO SU INTERNET COME QUALSIASI COSA.
“Ted Polhemus, antropologo americano…” c’è anche la pagina Wikipedia, è del
1947, insomma… In realtà, quello che dici tu, mettendolo in bocca Ted Polhemus,
ricorda molto quello che dice Hiroki Azuma, un teorico giapponese, di cui Nero
ha pubblicato nel 2024 un altro testo dei primi anni Duemila, Otaku. Tu sai
cos’è un otaku?
NO, E NON CONOSCO AZUMA.
Beh, gli otaku di base… Ma che è ’sta foto qua… di Ted Polhemus dico. No, perché
sembra una rock star…
È LUI DA GIOVANE, FORSE? UN MEZZO HIPPIE.
Sì… comunque, in Giappone gli otaku vengono descritti come giovani ragazzi,
perlopiù maschi, appassionati in maniera maniacale di anime, manga e
videogiochi. Costruiscono la loro totale identità sulla passione maniacale per
questi linguaggi della cultura pop. Azuma notava come gli otaku non fossero
soltanto dei ricettori passivi di questi prodotti, ma adottassero uno spirito
che trasformava questi prodotti culturali in data base, cioè degli archivi dove
ci sono diverse tipologie di personaggi, di storie, di estetiche, che poi
venivano assemblati e riutilizzati dagli otaku stessi, secondo una logica che
Azuma chiama di “accumuladati”. Questo effettivamente è l’approccio che trovi
nelle sottoculture online contemporanee che descrivi anche tu, dove c’è questo
prendere di qua e di là per costruire… e non è una logica passiva. In questo
senso l’elemento sottoculturale c’è, è il patchwork… ed è una pratica attiva,
non la svilirei.
Io preferisco il termine sottocultura a controcultura perché l’unico periodo
storico in cui probabilmente ha senso parlare di controcultura, con la C
maiuscola, è quello in cui proprio la stessa controcultura è nata, cioè negli
anni Sessanta e Settanta, in cui, appunto, la cultura giovanile ha preso delle
strade, e dei linguaggi, la musica rock di allora su tutti, interfacciandosi con
l’epoca delle contestazioni giovanili… La controcultura lì si configurava – come
il nome stesso dice – come una cultura contro e alternativa a quella ufficiale.
La guardava da pari a pari, proponendosi come avversaria alla stessa, quindi con
una funzione dialettica rispetto alla cultura ufficiale, alla quale però,
evidentemente, riconosceva uno statuto ineludibile di interlocuzione. Il
paradosso della controcultura, se vogliamo, è che definendosi come cultura
alternativa a quella ufficiale, finiva per ribadire lo statuto della cultura
ufficiale. In quel momento il mondo giovanile contestatario era talmente forte
che poteva effettivamente proporsi come polo alternativo, polo opposto. Di là ci
siete voi, i vecchi, la cultura ufficiale; di qua ci siamo noi, i giovani, con
la cultura nuova basata su valori alternativi e differenti da quelli che ci
propinate voi.
E questo è un discorso che si esaurisce già con lo spegnersi di quella stagione.
Già il punk, per esempio, è una storia diversa, e tutto quello che è emerso
dagli anni Ottanta in poi difficilmente acquisisce quei crismi così
onnicomprensivi della controcultura degli anni Sessanta e dei primi Settanta. La
sottocultura è diversa perché ragiona soprattutto per logiche tribali, cioè: noi
siamo un gruppo piccolo, medio, grande, ma comunque un gruppo che lavora sotto…
ecco, mi piace prendere l’espressione sotto-culturale in termini non svilenti,
ma concentrandoci su quel “sotto”. Non come subcultura, quindi cultura derivata,
ma cultura che opera sotto quella ufficiale, in maniera totalmente slegata: la
cultura ufficiale può avere i suoi valori, a noi non ce ne frega niente, noi
abbiamo i nostri, siamo totalmente autosufficienti e dobbiamo rispondere solo
alle altre persone che condividono questi codici assieme a noi, quindi agli
altri membri interni della tribù. In questo senso il punk era molto più una
sottocultura che una controcultura. Poi le sottoculture, dal punto di vista –
per così dire – ideologico, naturalmente sono molto più ambigue che la
controcultura, la nobile controcultura di un tempo. Ci sono delle sottoculture
che sono profondamente, apertamente reazionarie. Ce ne sono altre, invece, più
ambigue, in cui magari esteriormente le forme sono reazionarie, conservatrici,
preoccupanti, predatorie, ma poi se vai a vedere i codici interni tutto diventa
più scivoloso e complesso.
Per esempio in Remoria io mi concentravo molto sui coatti come sottocultura,
perché da una parte sono questa specie di esaltazione iperviolenta, machista
della vita di borgata, dall’altra se vai a vedere dentro i comportamenti delle
stesse tribù di coatti, scopri un mondo molto più ambiguo, in termini di
relazioni tra sessi per esempio, in termini di come veniva esplicitata la
mascolinità. L’apparenza esteriore celava un rapporto maschio-femmina molto più
articolato di quello che poteva sembrare a uno sguardo esterno. E poi ci sono le
sottoculture che, a partire dalla logica tribale, si impossessano anche di una
critica radicale all’esistente, e là assomigliano più alla controcultura. Anche
negli anni Novanta possiamo parlare di controcultura in questo senso qua. Poi
negli anni Novanta anche in Italia c’era chi continuamente gettava il ponte tra
gli anni Sessanta degli hippie e gli anni Novanta degli hacker cyberpunk. Io,
nel libro penso sia chiaro, trovo poco precisa questa lettura.
Però perché siamo arrivati a parlare di questo? Parlando dell’oggi, senz’altro
ci sono sottoculture. Fino a tempi recentissimi quella memetica era una
sottocultura. Dico fino a tempi recentissimi perché ormai c’è fior fiore di
critica interna alla sottocultura memer stessa su cosa è diventata da qualche
tempo a questa parte, sul fatto che ormai è pura maniera, è tutto troppo
codificato… però se ci pensi quella dei memer è stata una sottocultura che in
alcuni ambiti ha avuto anche, sia da un lato che dall’altro, delle svolte
radicali. C’è stata la cultura memer di destra, che ha definito tutti gli
immaginari dell’alt-right. Però c’è stato anche il suo contraltare. Non lo so, è
strano, perché quello che definiva una sottocultura tribale fino a non molto
tempo fa era anche l’aspetto molto fisico di condivisione degli spazi, dei
corpi. Naturalmente l’online smaterializza tutto e quindi si diluisce anche il
recinto che definisce. Puoi scivolare da un recinto all’altro senza farlo sapere
agli altri. Le sottoculture aiutavano molto anche a definire l’individuo tra sé
e sé, erano uno strumento di empowerment, adesso invece l’identità è sfumata…
però non so dove si può arrivare con questo discorso. Non mi starei a
preoccupare. Ogni stagione ha bisogno dei propri linguaggi.
UN’ULTIMA DOMANDA, SEMPRE SULLE PROSPETTIVE FUTURE, MA IN QUESTO CASO DELLA
MUSICA. IN FUTUROMANIA, SIMON REYNOLDS PERCORRE TUTTI I SUONI CHE HANNO VISTO
LONTANO, LE MUSICHE DEL PASSATO E DEL PRESENTE CHE HANNO EVOCATO IL FUTURO.
NELLA CONTEMPORANEITÀ, AD ESEMPIO, INDIVIDUA ALCUNI ARTISTI DELLA TRAP AMERICANA
ESEMPI ANCORA FUNZIONANTI DI QUESTA SPINTA INNOVATIVA. IL LIBRO SI PONE COME
CONTROCANTO A RETROMANIA, CHE INVECE MOSTRAVA LA TENDENZA DELLA MUSICA POP A
GUARDARE OSSESSIVAMENTE AL SUO PASSATO – E ALLA HAUNTOLOGY DI FISCHER, CHE
DESCRIVE COME CERTI GENERI MUSICALI SIANO PERSEGUITATI DA FANTASMI DEL PASSATO O
DALLA NOSTALGIA PER UN FUTURO NEGATO. SECONDO TE, QUALI SONO OGGI I SUONI DEL
FUTURO? LA MUSICA CONTEMPORANEA RIESCE ANCORA A PROIETTARSI IN AVANTI?
Beh, è un altro discorso molto scivoloso. Empatizzo con Reynolds: così come
altri autori è cresciuto e si è formato in un periodo storico in cui le musiche
pop sembravano seguire un percorso di progressione continua e quindi c’era
evoluzione costante, secondo un moto lineare. Era una freccia che puntava sempre
avanti, che era poi il moto lineare tipico dello sguardo occidentale e del
progresso come ideologia dell’Occidente. Questa freccia a un certo punto è
entrata in un ambiente alieno, straniero, che è appunto quello della Macchina.
L’esito ultimo dello spingere avanti, avanti, avanti, avanti: alla fine si è
oltrepassata una membrana, una soglia che è quella della Macchina, dove questo
moto lineare del tempo non ha più senso, non ha più senso per come ragiona la
Macchina stessa. Quindi anche i prodotti culturali che nascono dal relazionarsi
con la Macchina lo riflettono.
PERCHÉ LA MACCHINA ASSEMBLA COSE CHE GIÀ ESISTEVANO IN PRECEDENZA?
La temporalità della Macchina è diversa. C’è il fatto di assemblare quello che è
stato fatto in precedenza ma c’è anche un moto più spiraliforme in cui elementi
del futuro vengono proiettati dal passato e viceversa. Da qua si è aperto un
dibattito che ci accompagna da vent’anni: dalla lenta cancellazione del futuro
di cui parlava Mark Fisher alla retromania di Simon Reynolds. Qual è la causa?
Il fatto che Internet permette la compresenza di tanti materiali del passato;
poi c’è una sovrapproduzione di materiali e quindi annaspiamo nella
sovrabbondanza di immaginari che produciamo e abbiamo prodotto nei decenni
passati; c’è il realismo capitalista che, certificando che “there is no
alternative” non lascia spazio al nuovo…
Non lo so, io ad esempio in Exmachina mi concentro più su come la Macchina
stessa opera. Siamo in una temporalità di tipo diverso e quindi ragionare sui
suoni del futuro lascia un po’ il tempo che trova. Cioè, se pensi ai suoni, alle
musiche che negli ultimi anni più sono state considerate futuribili, che siano
la trap, la drill, l’hyperpop o le forme di musica da club decostruita, sono in
realtà dei suoni che riflettono un tempo presente. È difficile paragonarle a
quel future shock che poteva avere l’avvento di un genere nuovo nel 1992, quando
arriva la jungle, una roba mai sentita prima. Fino alla settimana prima quel
suono non c’era, la settimana dopo era ovunque, era qualcosa di totalmente
diverso. Di per sé ti faceva dire: “questa è musica del futuro”. Negli anni
Novanta hai tutti questi linguaggi musicali che solleticano il gusto per la
costante tensione verso l’avvenire che, ripeto, ha un’impostazione da sguardo
sul tempo assoluto occidentale. Se prendi altre tradizioni, lo sguardo sul tempo
è diverso e quindi anche quest’ansia che abbiamo sui suoni del futuro viene
meno, non è un motivo di preoccupazione.
Mi chiederei piuttosto quali sono i suoni più “utili” al presente, quelli che ti
aiutano a decodificare meglio il tempo in cui li trovi. Se domani, per
paradosso, capiamo che la musica fatta a voce e chitarra acustica, la forma più
passatista e retrò immaginabile, è importante per noi, ci sarà un motivo e va
preso sul serio proprio perché la musica è, dicevamo all’inizio, un prodotto
immediato e non mediato di circostanze più ampie.
GIÀ È IMPORTANTE LA FORMULA CHITARRA E VOCE, PER ESEMPIO NELLA LO-FI.
Certo. Naturalmente quello che c’è adesso è una parcellizzazione estrema in
microscene minuscole. Però al tempo stesso hai dei linguaggi diventati così
tanto mainstream… ad esempio il rap nelle sue mille sfaccettature ora è una
lingua franca che può mettere d’accordo dalla ragazzina di undici anni che
guarda, che ne so, Soy Luna in televisione – a undici anni magari non se lo
guarda più – al teppista di strada, il maranza.
Bisogna tenere a mente poi che anche quelli che una volta chiamavano suoni del
futuro erano suoni del presente. Non esistono i suoni del futuro. Come sola idea
è strana: da dove arriverebbe un suono del futuro? Negli anni Novanta questo
suono del presente veniva considerato del futuro perché il futuro stesso era un
tema nel presente dei Novanta. Andrebbe un po’ attorcigliata la questione.
Comunque, la Macchina ragiona diversamente.
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P ensiamo al suono che potrebbe avere una soluzione chimica sovrasatura: un
suono ronzante, uno sciamare amorfo di atomi carichi di potenziale. Poi
interviene una singolarità, un germe cristallino, un glitch, che innesca uno
stato di tensione talmente eccessivo da non essere più sostenibile. Ecco che il
cristallo si crea, una melodia viene inventata per risolvere lo stato
ipertensivo: assistiamo alla nascita della forma, alla morfogenesi, al farsi
della musica. Ma non c’è neanche il tempo per contemplarla che il nastro scorre
a velocità infinita e l’istante dopo ci ritroviamo improvvisamente all’estremo
opposto del ciclo. La melodia ha girato su sé stessa per secoli, forse millenni,
conservando di sé soltanto una morfologia spettrale, una sorta di resistenza
minima allo sbiadimento completo. È quasi impercettibile, ma riusciamo ancora ad
ascoltarla: è ridotta a un osso leggero, piatto, che oscilla lievemente nella
corrente. Sembra sul punto di sciogliersi del tutto, di sbriciolarsi… sono gli
ultimi istanti di un Chupa Chups nella bocca di un bambino in un altro universo…
ecco: si è liquefatto; ronzio.
Si tratta di Shadows lifted from invisible hands, album realizzato dal musicista
e artista statunitense James Hoff nel 2024 e pubblicato dall’etichetta Shelter
Press, sempre impegnata sul fronte più sperimentale delle possibilità espressive
della musica elettronica. Per descrivere l’album in modo meno metaforico
potremmo dire che si muove tra due estremi che non potrebbero essere più
distanti: da un lato il ronzio stridente, quello che sentiamo nelle orecchie
quando ci concentriamo sul silenzio, e che è amplificato nel caso di alcune
malattie dell’apparato uditivo o quando un eccesso sonoro ha impattato i nostri
timpani lasciando un alone di alte frequenze; dall’altro, motivi pop di tracce
famosissime (e bellissime), i cui motivetti si insinuano nella testa, girando su
loro stessi in modo tanto alieno quanto lo è la percezione del ronzio. Tra
queste tracce troviamo “Heart of Glass” di Blondie, “Space Oddity” di David
Bowie, “Perfect day” di Lou Reed e “Into the Groove” di Madonna. Queste canzoni
sono però rese quasi irriconoscibili per come sono state alterate, ri-suonate o
ri-arrangiate e permane soltanto qualcosa della loro figura, una sorta di
propensione pop alla figura.
Ma tra questi due poli James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il
movimento del farsi e disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo
sempre sul punto di cristallizzarsi e poi di smembrarsi. È l’inversione di una
comune esperienza di ascolto e forse anche un’inversione del rapporto con la
conoscenza in generale, che in musica è già stata tentata da illustri
sperimentatori del crepitio come William Basinski, Philip Jeck o The Caretaker:
“Cavalieri del medium”, per riprendere un’espressione usata da Rosalind Krauss
nell’ambito delle arti visive. Ma qui il medium non è solo il supporto
dell’opera, non vediamo tanto i bordi del quadro quanto la matrice stessa dentro
cui sprofonda il contorno distinto. Per mantenere il parallelismo col visivo
potremmo dire che l’ascolto di questa musica è simile a quando guardando un
colore ci si ritrova, con Benjamin, ad “affondare lo sguardo in un occhio
estraneo che lo inghiotte dentro di sé”, sono “colori che vedono sé stessi”, in
un mimetismo con la percezione che arriva a far dire: “se fossi materia, mi
colorerei”.
> James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il movimento del farsi e
> disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo sempre sul punto di
> cristallizzarsi e poi di smembrarsi.
Prendendo sul serio questa inversione musicale della conoscenza potremmo
ritrovarci ad ascoltare qualcosa di simile al mito escatologico raccontato per
bocca di Socrate nel Fedone platonico, ma amputato proprio della sua aspirazione
escatologica alla purezza. Socrate racconta infatti di come la condizione degli
esseri umani sia quella di abitare non sulla terra, bensì nelle sue cavità,
intorno alle quali vivono “come rane o formiche intorno ad uno stagno”. Esiliati
dalla terra vera, luogo puro nell’etere degli astri e del cielo, si trovano a
essere immersi in ciò che dell’etere non è altro che il sedimento vischioso,
ormai degradato in aria, nebbia e acqua e riversatosi nelle cavità della terra.
Ma pare che la loro situazione sia quella di chi, abitando nel mezzo delle
profondità del mare, credesse di abitare invece sulla sua superficie, non
rendendosi conto di vedere il sole e gli altri astri sempre e soltanto
attraverso la densità opaca dell’acqua. Un’acqua che, per effetto della
salsedine, corrode e rovina le pietre e in cui, in generale, non cresce nulla di
buono e niente può essere perfetto. Al massimo ci sono “rocce, arene e immense
distese di melme e pantani”.
Tuttavia Platone, essendo il suo mito escatologico, ammette la possibilità
arrivare all’estremo lembo del mare e… tirarsene fuori. Chi arriva a quel punto
– racconta – e fosse capace “di sostenere una tale visione, conoscerebbe che il
vero cielo, la vera luce e la vera terra sono quelli”. E se invece la verità non
si facesse che sott’acqua e nella corrosione? Che succederebbe se la luce non
fosse altro che quel medium subacqueo, vischioso e opaco attraverso cui e in cui
si manifestano le cose, che corrode e illumina al tempo stesso?
È l’inversione in cui si trova trascinato il cercatore di perle, nella singolare
vicenda raccontata da Georges Didi-Huberman alla fine del suo libro su Aby
Warburg. Proprio questa vicenda può funzionare come immagine vivida del mito
platonico privato dell’escatologia. Ripercorriamola: inizialmente il pescatore
si immerge e, credendo ancora di essere un “detective” del mare, tra i fondali
cerca i suoi tesori come enigmi da risolvere. Un giorno trova una perla, la
porta in superficie e la bandisce come un trofeo. Poi la porta a casa e la mette
in una teca. Compila una scheda che crede definitiva e pensa di aver chiuso con
gli abissi. Molto più tardi, per caso, si accorge di non aver mai davvero
guardato la perla perché ora, contemplandola come in un sogno, la riconosce
immediatamente: “non è altro che l’occhio di suo padre morto, secondo
l’indimenticabile profezia cantata da Ariel, nella Tempesta di Shakespeare:
A cinque teste sott’acqua
Tuo padre giace.
Già corallo
Sono le sue ossa
Ed i suoi occhi
Perle.
Tutto ciò che di lui
Deve perire
Subisce una metamorfosi marina
In qualche cosa
Di ricco e di strano.
Ad ogni ora
Le ninfe del mare
Una campana
Fanno rintoccare”.
Allora il pescatore, preso dall’inquietudine, dalla schisi, dalla ricerca del
tempo perduto non riesce a non rituffarsi. Si immerge in profondità e scopre che
i tesori del mare proliferano, che suo padre gli ha lasciato molte altre
meraviglie oltre a quell’unica perla e tra esse si confondono tutte le perle di
innumerevoli generazioni di antenati, “innumerevoli padri giacciono in
innumerevoli tesori sul fondo del mare”. Ma soprattutto scopre che
> è la materia stessa in cui nuota, è il mare, l’acqua torbida e materna, tutto
> ciò che non è “tesoro” indurito, è lo spazio intermedio tra le cose,
> l’invisibile flusso che passa tra perle e coralli, è proprio questo che, con
> il tempo, ha trasformato gli occhi di suo padre in perle e le sue ossa in
> coralli. È all’intervallo, alla materia del tempo – qui fluente, là stagnante
> – che sono dovute tutte le metamorfosi che fanno di un occhio morto un tesoro
> sopravvivente.
Il desiderio di non tornare più in superficie è forte. È lo stesso spazio
intermedio in cui nuota la musica di James Hoff, quello di una cristallizzazione
dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
capacità corrosiva innesca nuove germinazioni. Come “un cristallo corrisponde
alla struttura fissa lasciata da un individuo che avesse vissuto per un solo
istante” (Gilbert Simondon), così le tracce dell’album di Hoff contengono, come
in miniatura o in un fermo immagine, tutto il movimento della vita di una forma.
Dalla nascita della morfogenesi ci portano direttamente alle forme che giacciono
abbandonate sul fondo del mare, ritornelli resi irriconoscibili e mossi dalla
corrente come ossi di seppia. Ma come escludere in fondo che anche in queste
ossa, prima o poi, potrà innescarsi una nuova metamorfosi?
> La musica di James Hoff nuota nello spazio intermedio di una cristallizzazione
> dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
> inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
> capacità corrosiva innesca nuove germinazioni.
Mi rendo conto di aver fatto una descrizione molto materica di questo album,
tanto da farlo sembrare quasi un’opera di land art, come può essere
l’eccezionale Spiral Jetty di Robert Smithson. Ma prima di incontrare
direttamente Smithson, è forse un altro lavoro di Hoff che può portarci ancora
più in prossimità di un’arte a contatto con il tempo, con i processi e i luoghi.
Si tratta di HOBO HUFO (v. Cernobyl), un lavoro audio/video pubblicato questa
volta dall’etichetta PAN, nel 2019. Il video del lavoro consiste in una versione
modificata di Google Street view, che aleggia tra le rovine della città ucraina
di Pryp”jat’, determinando i suoi movimenti in relazione alla musica. Pryp”jat’
è una città fantasma, abbandonata dopo il disastro nucleare di Černobyl’, che
rientra nella zona di alienazione di trenta chilometri istituita intorno alla
centrale e che dal 2022 è in mano alle forze russe.
HOBO UFO tiene vertiginosamente insieme numerosi strati: c’è il livello
molecolare delle radiazioni radioattive, invisibili ma la cui forza incoercibile
ha portato a dover abbandonare un’intera area urbana; un’azione della natura che
si riappropria di un luogo affettivamente carico, trasformandolo in materiale
indifferente attraverso cui far nuovamente passare la sua azione rimodellatrice;
un software che con simile indifferenza registra immagini nello stesso modo in
cui farebbe con qualunque altro luogo (in cui il capitalismo è quantomeno
riuscito a far arrivare la Google Car o un drone per fotografare la strada); un
suono che tra il glitch, la malinconia e una solennità cosmica sembra far
passare attraverso di sé tutti questi strati, componendo un’epica che va dalle
molecole alle forme di vita umane alla loro autodistruzione.
Robert Smithson, che oggi avrebbe ottantasette anni se non fosse scomparso
prematuramente all’età di trentacinque, è il grande precursore di questo tipo di
gesti artistici, soprattutto per come è riuscito a riflettere sull’esperienza e
a rendere sensibile nella sua opera questa confusione di scale, in cui il fare
umano e una sorta di entropia cosmica riescono a trovarsi condensati, collidendo
e comunicando. Un lavoro rappresentativo del suo atteggiamento e particolarmente
affine a HOBO UFO è il testo The monuments of Passaic, del 1967. Si tratta di
un’“odissea suburbana” che in realtà non è nulla più che il fotoracconto di un
percorso a piedi nella cittadina industriale di Passaic, in provincia di New
York. Tutta l’avventura nasce a partire dallo sguardo rivolto a Passaic: uno
sguardo che cerca e crea attivamente segnali, monumenti e metafore là dove
sembrerebbe non esserci nulla. “Il tempo – scrive Smithson – trasforma le
metafore in cose, e le accumula in stanze fredde, o le colloca nei parchi giochi
celestiali delle periferie”. Passeggiando per Passaic, la realtà di Smithson si
muove in un sottile confine tra rappresentazione e distruzione, mostrandosi come
“un particolare tipo di eliografia”, “una sorta di cartolina auto-distruggentesi
di un mondo di fallita immortalità e oppressiva smania di grandezza”, «a moving
picture that I couldn’t quite picture». La smania umana di in-formare la materia
e produrre segni appare come un piccolo e comico museo di tentativi per
contrastare l’entropia dell’universo.
Ma la sua più grande opera è senza dubbio Spiral Jetty, uno dei maggiori
risultati della land art americana. Si tratta del gigantesco “molo a spirale”,
tracciato nel 1970 con una ruspa sui bordi del grande lago salato nello Utah,
poi inghiottito dall’innalzamento della marea del lago e, infine, riemerso, come
fosse Atlantide, nel 1999. Ma, dal momento che la spirale era composta di terra
e blocchi di basalto neri, durante il periodo dell’immersione si è ricoperta di
cristalli di sale e quando è risorta si è presentata in una nuova forma, fatta
di un bianco immacolato e scintillante. In un abile gioco di mise-en-abyme il
processo di realizzazione dell’opera è stato anche filmato, entrando a far parte
del materiale di un film omonimo che mischia l’opera alla sua documentazione e
al gesto di documentare in generale.
> Come racconta Smithson, Spiral Jetty non è più distinta dal territorio, non si
> stampa su di esso come su una superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con
> esso, ne è cambiata e lo cambia.
Dove comincia Spiral Jetty? Quando comincia? Forse, come un gigantesco rizoma,
“non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, interessere,
intermezzo” (Deleuze e Guattari). Effettivamente, come racconta Smithson,
l’opera non è più distinta dal territorio, non si stampa su di esso come su una
superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con esso, ne è cambiata e lo cambia.
Come in un frattale “ogni cristallo cubico di sale fa eco alla Spiral Jetty nei
termini del reticolo molecolare del cristallo. La crescita in un cristallo
procede intorno un punto di dislocazione come una vite. La Spiral Jetty potrebbe
essere considerata uno strato interno del movimento spiraliforme del reticolo
cristallino, ingrandito trilioni di volte”. Smithson gioca realmente e
materialmente con il processo di cristallizzazione che abbiamo utilizzato
metaforicamente per descrivere il primo album di Hoff: Shadows lifted form
invisible hands e Spiral Jetty risuonano insieme.
Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo sull’opera
si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica meteorologia, in cui
vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro e uno con l’altro,
leggendosi e forzandosi a vicenda. Da un certo punto di vista Spiral Jetty non
esiste, ci sono solo riecheggiamenti e fluttuazioni, “mentre si afferra la
spirale, se ne viene afferrati”: è un gigantesco metabolismo. Mentre filma il
luogo dall’alto Smithson racconta:
> Il suono del motore dell’elicottero è diventato un lamento primordiale
> riecheggiante in inconsistenti visioni aeree. Ero qualcosa di diverso da
> un’ombra in una bolla di plastica fluttuante in un luogo fuori dal mio corpo e
> dalla mia mente? […] Stavo di nuovo scivolando fuori da me stesso,
> dissolvendomi in un inizio unicellulare, cercando di localizzare il nucleo
> alla fine della spirale. Tutto questo sangue in moto ci fa rendere conto di
> soluzioni protoplasmiche, la materia essenziale tra il formato e il non
> formato, masse di cellule fatte prevalentemente di acqua, proteine, lipidi,
> carboidrati e sali inorganici. Ogni goccia che schizzava sopra la Spiral Jetty
> coagulava in un cristallo. L’acqua ondeggiante diffondeva milioni e milioni di
> cristalli sopra il basalto.
Ma, prima di disintegrarci anche noi, fermiamoci un attimo. Cosa resta di tutto
questo? Il sito dell’opera è diventato luogo di migrazione per chi, conquistato
da questo racconto, ha provato a prenderne parte. Lo scrittore Geoff Dyer
ricorda, per esempio, di averlo percepito come “come un luogo abbandonato, ma
non un luogo il cui senso fosse stato abbandonato. Aveva conservato – o generato
– una sua cupa nodalità”.
> Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
> realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo
> sull’opera si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica
> meteorologia, in cui vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro.
La nodalità è il tentativo umano di collocarsi, di darsi un posto nel tempo
naturale, dandogli una forma tramite strategie diverse, come si fa in modo più
burocratico con i calendari o con i musei: un far tempo del tempo. Tuttavia qui
la forma singolare si perde e quello che si esperisce è la sfasatura tra lo
sfondo e la figura, che non sono più annodati in maniera stabile, facendo
trasparire piuttosto l’annodare come tentativo fluttuante. È un’immersione in un
tempo denso, in un unico medium dentro cui si fanno e si disfano le forme
naturali e culturali. Ma le differenze sono effimere, sono velocità diverse di
impressione che catturano un insetto nell’ambra, il suono in un ritornello pop e
un reperto storico in un museo. Velocità e rallentamenti di una stessa
vetrinizzazione del tempo, che Smithson e Hoff ci rendono sensibile. Un ralenti
insieme umano e cosmico, sospeso tra le cose, un solo fenomeno emotivo “né Eros
né Thanatos, ma Vita-Morte, con un solo pensiero, uno stesso gesto” (Barthes).
Se allora non c’è un luogo fuori da questo intreccio che sia al riparo da
radiazioni e spettri, resta la possibilità di sperimentare con i nodi, per
trovarci tramite e attraverso i legami che scopriamo, muovendoci tra cristalli,
ossa e corrosioni.
L'articolo Cristalli, ossa e corrosioni proviene da Il Tascabile.
I veri intellettuali rosicano quando un fenomeno culturale non li riguarda o non
lo sanno spiegare, quando gli sorvola sopra la testa come un bombardiere B-52
pronto a nuclearizzare la loro egemonia, così decidono di prenderlo al lazo, di
cavalcarlo come Major T.J. “King” Kong del Dottor Stranamore, spesso si
schiantano e deflagrano per la goduria di tutti, raramente riescono a prendere
in giro la bomba, così tanto che non esplode. Non so se Alberto Piccinini e
Giovanni Robertini, autori del libro Maxi-rissa. I diari della trap (2025), si
siano schiantati o siano riusciti nell’operazione quasi impossibile di
descrivere la trap, ossia quel fenomeno che lo stesso Robertini descrive come
“ovunque, una sorta di iperoggetto”, sempre citando il saggio del “profeta
dell’Antropocene” Timothy Morton, che ha il titolo più accennato da chi vuole
parlare di fenomeni presenti.
È chiaro che intuendo le date di nascita di Robertini e Piccinini sarebbe facile
pensare al loro libro, che tratta proprio di un tipo di musica che ha un
pubblico tendenzialmente giovane, come un’operazione che ricorda tanto il meme
di Steve Buscemi vestito da skater (con una maglia con scritto “Music Band”),
visibilmente vecchio, che si rivolge a un gruppo di highschooler con l’iconica
“What’s up, fellow kids?”, oppure come un libro scritto in ritardo rispetto a un
fenomeno che raggiungeva uno dei suoi picchi con la creazione culturale della
Dark Polo Gang e la loro hit Sportswear uscita nel novembre del 2016, ovvero
quasi nove anni fa.
Questa, però, è una critica superficiale e fregare due volpi come questa coppia
è difficile: la loro rubrica su Rolling Stone si chiama proprio Boomer Gang, a
scanso di equivoci e di onde da poter surfare. Partendo dal fondo, lo stesso
Piccinini mette le proverbiali mani avanti, cercando di annullare, accettare o
superare hegelianamente la critica che compare nella testa di tutti quando
vediamo questo libro: “Di questa operazione vorrei rivendicare A) l’incompetenza
‒ e la faccia tosta di fingere di saper addentrarmi in discorsi complicati coi
miei figli che ne sanno parecchio più di me; B) il dilettantismo, direi
nell’accezione nobile con la quale David Foster Wallace e il suo compagno di
università Mark Costello scrissero Il rap spiegato ai bianchi nel 1989, un
reference book di questo libretto. Se qui ci fosse una bibliografia sarebbe
senz’altro il primo titolo”.
> Come uno specchio riflesso, analizzando la trap, Robertini e Piccinini
> riescono a riprodurre un “impero dei segni” della bolla della sinistra dirtbag
> italiana.
Quindi tanto vale gettarsi in questo flusso à la Blob, una cifra che sembra non
poter mai lasciare il corpo di Piccinini come la materia nera di Venom, e
cercare di destreggiarsi in quella che oscilla in tutte le sue pagine tra una
critica feroce al nostro immaginario così castrante e la chiacchierata tra due
universitari che hanno appena letto Roland Barthes (citato nell’outro). Questo
libro è seducente, ma chi deve sedurre? Io, noi? Il libro cita Toni Negri alla
primissima pagina. Come uno specchio riflesso, analizzando la trap, Robertini e
Piccinini riescono a riprodurre un “impero dei segni” della bolla della sinistra
dirtbag italiana. Questo è un libro che seduce chi è di sinistra, ma ascolta la
Zanzara, non sopporta i moralismi, ha eretto Žižek a più grande filosofo
contemporaneo, guarda Canale 5 “per analizzare il nemico” e quando ascolta “Mi
piacciono le armi” di Simba La Rue viene posseduto dal demone di Adorno che lo
costringe a spiegare perché sia davvero una canzone rivoluzionaria e che lo
diceva Fanon che il processo di decolonizzazione è un processo violento.
E sono bravissimi a farlo, alla seconda pagina viene citato il venerabile
maestro: “Nello scorso decennio il filosofo Mark Fisher ci aveva spiegato che
l’immaginario hip hop rappresentava in generale la bipolarità del tardo
capitalismo: l’alternarsi di depressione ed euforia causato dall’ideologia
secondo cui ognuno sarebbe responsabile della propria miseria così come del
proprio successo”. La seduzione continua pagine più avanti, ne è un esempio la
critica elegante alla libreria Tuba al Pigneto, dove si condensa tutto questo
lisciamento di pelo:
> Abbiamo visto le femministe radicali della Libreria Tuba del Pigneto tifare
> per Rose Villain a Sanremo 2025 intravedendo nella sua esibizione teatrale e
> queer, con styling manga modello Sailor Moon e coreografia pronta per TikTok,
> le infinite possibilità che la sua finzione poteva offrire rispetto alla
> presunta verità degli altri cantautori in gara. Rose, coi capelli blu e i
> colori primari è la nostra regina hyperpop. “L’hyperpop parte dal principio
> che, nell’era dei social network, per un* artista è impossibile essere
> autentic* e spontane*” scrive Julie Ackermann (Hyperpop, Nero Editions).
Ma attenzione a pensare che i nostri eroi siano così ingenui da produrre
l’ennesima analisi filosofico-politica del fenomeno della trap, citando Simon
Reynolds, Naomi Klein o Jameson, no, no, no. C’è di più di così e questo je ne
sais quoi sono i featuring alla fine di ogni capitoletto: ciò che li salva,
almeno all’inizio, dall’essere un articolo di una rivista online di studenti. Il
monologare “pallido e assorto” imbandisce la tavola per il contenuto reale, gli
estratti delle interviste a chi la trap la fa. Aperti come dei fiori a primavera
grazie al sex appeal delle pagine prima, arriviamo a ascoltare i nostri trappers
come i bianchi universitari di Berkeley davanti a Malcolm X. Così ascoltiamo
Simba La Rue che dice:
> Ho rischiato di morire più volte. Tra risse, coltellate, agguati, anche
> sparatorie. Ma come ti dicevo prima queste cose non mi fanno paura perché sono
> sicuro che tutto è scritto, se deve succedere succede. L’unica cosa di cui ho
> paura è tornare povero, crescere mio figlio come sono cresciuto io. Quando ero
> bambino esistevano solo i soldi. […] Chi ti dice che i soldi non fanno la
> felicità è un bugiardo! Se cresci senza avere niente e sei fissato solo con le
> cose materiali, poi quando fai i soldi e viaggi e conosci altra gente, altre
> lingue, capisci che è questa la vita. Ma a questo ragionamento ci arrivi solo
> quando hai i soldi, prima pensi solo a come farli.
O anche Paky: “Ora ci sono molti che ci imitano, che vorrebbero essere come noi,
ma non lo sono, riconosco chi è di strada e chi non lo è. Lo vedo dagli occhi. I
vostri per esempio sono occhi tranquilli, di chi ha studiato, che sta bene con
se stesso. Quando guardo gli occhi delle persone di qui vedo un’altra cosa”.
Uno dei passaggi più significativi di questo cinema verità pasoliniano è quando
Giovanni Robertini scrive della sua esperienza come testimone delle riprese di
un video (“Haram Freestyle2“) di Mowgli CLL durante l’iftar, il pasto serale che
interrompe il digiuno del Ramadan: “Al calar del sole di un sabato di fine marzo
2025 arrivo a Quarto Oggiaro spesso chiamato ‘il Bronx di Milano’, niente più di
un luogo comune da quartiere popolare” e fin qui sembra un qualsiasi articolo
del New Yorker e in parte lo è, come segue: “Nel cortile di una palazzina dei
ragazzi stanno sistemando all’aperto dei tavoli, sedie e tovaglie, con la
speranza che il tempo regga. […] [Mowgli] Mi racconta che il posto in cui ci
troviamo ‒ un magazzino con affaccio sul cortile interno ‒ è di un’associazione
che si chiama ‘Dar El Kalimat’ di cui fa parte il suo amico Hani: aiutano più di
cento famiglie ogni settimana a fare la spesa (accanto a noi sono accatastate
scatole di zuppe e cartoni di succhi di frutta), fanno corsi di italiano per
donne arabe e… pure corsi di Zumba!”. Robertini qui non riesce a perdersi nel
flusso, il tono cambia per un motivo che spiega dopo: «Io rimango come
spettatore nella mia bolla piccoloborghese a qualche chilometro verso il centro,
ringraziando Mowgli per avermi fatto parlare di musica e di politica con un
ragazzo di ventitré anni, un privilegio oggi per me superiore a quello di
incontrare una navigata rockstar d’oltreoceano. Se la sua trap arrivasse in
classifica il mondo sarebbe un posto più interessante».
> Il monologare “pallido e assorto” imbandisce la tavola per il contenuto reale,
> gli estratti delle interviste a chi la trap la fa.
È un gioco di equilibrio: la voglia caciarona di perdersi a parlare di Silvia
Sardone (citatissima nel libro), della stupidissima industria musicale italiana
e di Baby Gang che fa l’endorsement a Forza Italia deve fare i conti con
l’accorgersi che ciò che i trappers dimostrano è importante, è il distillato
purissimo del nostro mondo, perché è, come asserisce Piccinini alla fine:
“capace di svelare ogni segreto del neocapitalismo tecno-feudale in cui siamo
precipitati con tutte le scarpe perché racconta storie di luoghi dove non ci
sono regole né leggi, se non quelle che si ricavano dall’uso della strada e
dalle consuetudini mafiose, e non ci metti niente a risalire fino a Shakespeare
passando per L’odio, West Side Story e il noir americano”.
Lo scontro tra queste due forze crea intrattenimento costante, una schizofrenia
controllata indotta al lettore o alla lettrice attraverso degli elettrodi
posizionati sul rilascio di dopamina. Leggere questo libro è come parlare con un
tuo amico che scrolla reels tutto il giorno: “Dopo Ruby c’è il Berlusconi
ultimo, quello sposato con la darkissima Marta Fascina, plastica
rappresentazione di una via di uscita psichedelica ‒ l’unica possibile, scartata
quella politica ‒ dalla situazione: Silvio e Marta con la macchinetta da golf,
la panchina, la mongolfiera, i cuori, gli aeroplanini che sventolano il suo
nome” e poi via ecco un’altra linea di pensiero che si accavalla subito senza
soluzione di continuità: “Walt Disney, Jeff Koons, Douglas Sirk, tutte le
telepromozioni Mediaset in un colpo solo. Un kolossal pop. Una luce abbagliante
accesa nel cuore della Brianza, forse la mutazione seguita alla bomba N (tra i
commenti di Twitter c’è chi scrive che siamo tutti morti nel 1994, viviamo nel
sogno di Silvio)”.
Robertini e Piccinini si sono lasciati attraversare dallo spirito del tempo,
l’hanno condotto finché non potevano più controllarlo (la bomba di sopra). Ci
consegnano un’analisi più vera, più autentica e più divertente di un qualsiasi
libro di Morton, perché se nel 1989 attraverso il rap Wallace e Costello
parlavano degli Stati Uniti che si vantavano di aver vinto la storia,
dimenticandosi voci diverse da quelle dei bianchi dei sobborghi, nel 2025
Piccinini e Robertini parlano della fine della storia e dello stato attuale del
capitalismo con il suo linguaggio, il suo campo semantico, la sua stupidità e la
sua schizofrenia. Come Blob nel 1989 anticipò il saggio di Baudrillard, La
guerre du Golfe n’a pas eu lieu (1991), in modo più scanzonato e divertente e
con meno parole, così i due boomers riflettono la società dello spettacolo senza
mediare nulla, come dei monaci buddhisti in posizione di pieno ascolto, e quello
che viene fuori è un rimaneggiamento di Guy Debord letto da Barbara D’Urso, un
processo senza esclusione di colpi all’hypernormalisation descritta da Adam
Curtis, cioè quel processo di razionalizzazione ed edulcorazione della
complessità contemporanea per evitare di subire la Storia.
Le pagine che i due autori dedicano al caso di Ramy Elgaml sono le migliori del
libro. La critica di una società morente si lega al vero senso di tutta la
faccenda della trap, che poi è la stessa del rap del 1989; per i ghettizzati
della nostra società esistono due modi e basta per finire tra i salvati e non
tra i sommersi: spaccare con la musica, essere forti negli sport (“Tra loro ci
potrebbe essere il prossimo Lamine Yamal”, dice Mowgli, “sempre che non vengano
scavalcati dal figlio di quello che ha l’amico manager”). Piccinini e Robertini
ne sono consapevoli e vogliono che emerga questo groundhog day dell’oppressione,
infatti di fianco a Ramy ci mettono Rodney King, quello delle proteste a Los
Angeles nel 1994 e Carlo Giuliani, al nazi-immobiliarismo sionista per Gaza gli
antisemiti polacchi del 1937.
> Le pagine che i due autori dedicano al caso di Ramy Elgaml sono le migliori
> del libro. La critica di una società morente si lega al vero senso di tutta la
> faccenda della trap, che poi è la stessa del rap del 1989.
Finendolo e rileggendo l’introduzione, il senso di questo libro si apre in tutta
la sua chiarezza. Robertini e Piccinini parlano di trap e trappers non perché ne
parlano meglio di altri o conoscono più retroscena, ma perché parlano di tutto
il resto, perché, come spiega Robertini: “I valori dei trapper sono gli stessi
dei loro genitori, di anni di Berlusconi, di sessismo, individualismo
esasperato, culto del denaro e iperconsumismo, e che ora tornano indietro ai
padri e alle madri col filtro dell’autotune. I trapper semplicemente riflettono
il mondo così com’è, non come vorrebbero che fosse”. Bisogna andare oltre al
paraculismo, allo spezzettamento, alla finta giovinezza e soprattutto alla
mancanza totale di critica musicale per se, se non qualche pezzo in giro tipo
“L’ottanta per cento delle rime che scrive Lazza parlano di quanto è bravo a
scrivere rime che parlano di quanto è bravo a scrivere rime eccetera. E Chopin
suonato al piano? Il campionamento di Erik Satie nel suo disco?”, per apprezzare
questo libro.
Ma io sono sicuro che sul mio scaffale preferisco avere questa testimonianza del
periodo 2016-2025 italiano piuttosto che un “La trap spiegata bene”.
Rimango in attesa che qualcuno nelle alte sfere del potere mediatico offra a
Piccinini e Robertini soldi infiniti per produrre centinaia e centinaia di
documentari su qualsiasi cosa, perché sembrano sempre a loro agio.
L'articolo La trap spiegata ai bianchi proviene da Il Tascabile.
“A ddio prince of darkness”: questo il titolo più gettonato al momento della
dipartita del grande Ozzy Osbourne, cantante emblema dei Black Sabbath, ma
soprattutto solista a tutto tondo e pioniere di un’attitudine sonora grazie alla
quale molti artisti campano e hanno campato, semplicemente dilatando frammenti
del Sabbath sound (pensiamo a tutto il movimento doom), oppure velocizzandolo
(il thrash metal tutto), distillandone l’alone oscuro (il gothic), ma anche il
noise (Helmet), e potremmo continuare per ore. Ma attenzione, Ozzy non ha
influenzato solo la zona “dura” della musica, non è solo il padrino dell’heavy
metal: lo testimoniano i peana da parte di gente come Elton John, Billie Eilish,
Lady Gaga, Cyndi Lauper, Duran Duran, Post Malone, Yungblud, insomma il suo
apporto allo scenario mondiale è stato “trasversale”, se non addirittura
“contaminante”. Ma in particolare pochi – a parte Geezer Butler, il bassista dei
Sabbath, che l’ha ricordato come “the prince of laughter” ‒ si sono soffermati
sul fatto che il “principe delle tenebre” forse non era esattamente così, ma
piuttosto è stato infilato a forza da stampa e addetti ai lavori in un ruolo che
poi ha cavalcato.
E quello che ha aperto il vaso di Pandora è stato l’omaggio social che al nostro
hanno rivolto personalità notissime del pop italiano: sì, pop italiano. E la
cosa ha suscitato emozioni discordanti tra la gente: chi non crede a quello che
legge, chi deride senza mezzi termini, chi reagisce con curiosità, chi grida al
complotto e chi fa il superiore, ma pochi che abbiano colto il significato
importantissimo della cosa. Proprio per questo, passiamo in rassegna i nomi di
questi artisti italiani che hanno “osato” ricordare Ozzy senza avere ‒
apparentemente – un pedigree metal o come minimo estremo, e per questo messi
alla gogna dagli “ortodossi” del rock.
> L’omaggio social che hanno rivolto a Ozzy Osbourne personalità notissime del
> pop italiano ha suscitato emozioni discordanti.
Iniziamo dal post che ha fatto più scalpore, quello di Amedeo Minghi: il nostro
ricorda Ozzy come si ricorda un mito personale, rimembrando i momenti in cui
negli anni Settanta, da giovanissimo ‒ ancora lontano dall’exploit Sanremese –
il nostro nelle cantine suonava i Sabbath. Che c’è dei Sabbath e di Ozzy nella
musica di Amedeo, si chiederà il popolino ignaro? Ebbene basterebbe dare uno
sguardo più approfondito al repertorio di Minghi, in particolare al primo disco
del 1973: lì troverete un brano “Candida Sidelia”, il quale senza dubbio
echeggia le gesta di Ozzy. Un brano rock le cui linee vocali ‒ ma anche
l’atmosfera torbida del testo a cura della grande Carla Vistarini ‒ avrebbero
potuto essere cantate dall’artista inglese, il che mette subito Minghi nel
cerchio di chi ha cognizione di causa per parlare di hard rock e affini, a
differenza di chi lo critica e non conosce nulla, neppure di chi si ostinano ad
attaccare. Ovviamente Amedeo si è incazzato abbestia, sentendosi pressato a
dover dimostrare chissà che cosa: basterebbe ricordare ai signorini haters che
“Vattene amore”, sminuita come “Trottolino amoroso”, ha uno dei testi più
surreali che la storia della musica italiana conosca e l’autore è il geniale
Pasquale Panella, meglio conosciuto come il paroliere del periodo bianco di
Battisti, quindi non certo un’educanda.
Segue poi il cordoglio di Red Canzian, il bassista storico dei Pooh che sostituì
Riccardo Fogli e che, proprio prima di entrare nella band più famosa d’Italia,
soleva interpretare “Paranoid” con il suo primo gruppo, probabilmente i
Prototipi (effettivamente la sua voce non sfigurerebbe): anche qui commenti
perplessi ma forse meno stupore, in quanto Red negli anni Settanta suonava nei
Capsicum Red, band prog prodotta dalla Bla Bla, copertina di Gianni Sassi della
Cramps ecc.: ma ricordiamo che anche i Pooh si sono distinti nell’album Opera
prima – nel pieno periodo del successo di “Tanta voglia di lei”, 1971 –
registrando “Il primo e l’ultimo uomo”, un pezzo sfacciatamente hard rock con
delle sonorità e un andazzo vocale – lì però cantava Negrini, poiché Red entrerà
in formazione solo tre anni dopo ‒ che ricorda proprio i Sabbath e Ozzy.
Nonostante questo siamo costretti a vedere Red combattere con gli arroganti
scettici del web, rispondendo a tono con un self control davvero invidiabile.
Poi abbiamo Drupi, che in gioventù divide il palco con Ozzy e disegna un ricordo
di lui e dei Sabbath notevolissimo: nel 1968, ingaggiati probabilmente per
sbaglio in una manifestazione per famiglie a Cesenatico, con obbligo di
abbassare i volumi a mezzanotte, i nostri ovviamente scatenano l’inferno tanto
che l’organizzatore gli toglie la spina e manco li paga. E poi ci sono quelli
che, per ragioni anagrafiche, sono più sospetti e non hanno scuse di “cantine
negli anni Sessanta” nel cassetto: ad esempio Eros Ramazzotti, che però è
effettivamente un patito di hard rock e classic rock (fa testo l’intro di “Le
cose della vita”, per fare un esempio, in cui il nostro schitarra alla grande)
e che qua e là inserisce delle strutture che arrangiate in altra guisa
porterebbero direttamente al modello di riferimento.
> Il “principe delle tenebre” forse non era esattamente così, ma piuttosto è
> stato infilato a forza da stampa e addetti ai lavori in un ruolo che poi ha
> cavalcato.
Federico Zampaglione dei Tiromancino anche lui si prostra innanzi alla salma del
Maestro, con un “se nella vita suono lo devo anche a te”; a molti risulta
difficile credere a una simile cosa, ma chi è informato sa che lo Zampaglione
melenso di “Per me è importante” fece due dischi alternativi come Insisto e
Alone alieno che a tutti gli effetti hanno molti – se non moltissimi – spunti
hard rock, per non parlare del fatto che insieme al fratello Francesco
produssero nel 2011 L’inferno dei vivi, l’ultimo disco in vita di Richard
Benson, che Ozzy – istrionismi a parte – ce lo aveva nelle vene. Viene
semilinciata anche Laura Pausini, solo perché la nostra ‒ incontrandolo a una
manifestazione e scambiandoci due chiacchiere ‒ ricorda Ozzy per la sua
gentilezza, tenendo la musica da parte: ma è anche vero che in molti degli
spettacoli della cantante di Faenza i chitarristi non vengono certo dal mondo
“leggero”, ma anzi sono chiaramente di stampo metal prestato al pop, cosa tra
l’altro abbastanza comune in quel mondo a dimostrazione che le barriere sono
molto sottili.
Angelo Branduardi, dal canto suo, ricorda – in maniera ovviamente ironica ‒ come
molti dopo aver ascoltato la sua musica si siano buttati su Ozzy: noi possiamo
dire che Branduardi col discorso Blizzard aveva in comune un immaginario spesso
fatto di streghe incantesimi e – a bocce ferme – di favole nere, tra l’altro
bazzicando parecchio il mondo medievale britannico fatto di occulto e via
dicendo: ragion per cui i suoi omaggi hanno a che vedere con una chiara fonte di
ispirazione, Osbourne stesso.
Diversa la questione per Cesare Cremonini, che non scrive nulla che possa
attirare critiche ma posta solo una foto in bianco e nero del cantante
britannico. Solo un omaggio dettato dal momento? In realtà no, perché Cremonini
si è dichiaratamente fatto le ossa con l’hard rock, partendo in tenera età coi
Queen e andando poi a ritroso (e ovviamente anche Brian May ha ricordato il
grande Ozzy, senza il quale probabilmente i Queen non avrebbero neanche tirato
fuori gli strumenti dalle custodie). Ragion per cui ogni tipo di “perplessità”
può essere mandata al mittente.
E Vasco Rossi? Beh, uno come Vasco ovviamente non poteva non omaggiare uno dei
suoi grandi maestri: per la capacità comunicativa in primis, e in secondo luogo
– musicalmente – Rossi ha preso qua e là pezzi del rock di Ozzy infilandoli
nelle sue canzoni, così come ha fatto con gli Ac/Dc, i Judas Priest e via
dicendo (a mio modesto parere anche il suo modo di stare sul palco, con quei
momenti gigioneschi e i famosi “eeeh” a braccia spalancate deve molto agli “Uh
yeah” di Ozzy e del suo trascinare la folla come un vero jester). Forse di tutti
gli epitaffi è il più scontato, d’altronde Vasco viene soprannominato “rocker di
Zocca” e negli ultimi tempi rivedeva i suoi pezzi live in chiave “metal” con in
formazione Will Hunt degli Evanescence, tanto per dire.
Enrico Ruggeri anche omaggia il Blizzard, ma nel suo caso c’è un alto tasso di
tolleranza per i trascorsi nei Decibel, che nella loro miscela di punk e hard
rock caratterizzante gli esordi avevano senza dubbio i Sabbath come riferimento
(e poi il fatto che Ruggeri abbia una cultura hard rock piuttosto ampia è cosa
risaputa). Infatti pochi se la sono presa, eppure Ruggeri è l’autore di cose
come “Quello che le donne non dicono”: strano che per questo non sia alla gogna
come i suoi sopracitati colleghi.
Ma la questione di fondo è che Ozzy Osbourne ha sempre fatto pop: la melodia
della voce è fondamentale, avvinghiante, è la cosa principale anche e proprio
perché all’interno di un contesto dalle sonorità heavy: anche perché poi il
concetto di “pesantezza” in musica nel frattempo è mutato ed estremizzato (se
pensiamo al noise rock e derivati) e ascoltare il lavoro del fu ragazzo di
Birmingham oggi non è più respingente come agli esordi (anche se ultimamente
c’è una grande involuzione nel rock, per cui il nostro è uscito di scena
ringiovanito a livello musicale). Anzi, quello è stato il suo punto di forza,
esser riuscito a trasformare il concetto di pop, ma non a negarlo. Nel suo modo
di inseguire i riff di chitarra c’è l’essenzialità del pop: dritto alla bisogna,
niente orpelli.
> La questione di fondo è che Ozzy Osbourne ha sempre fatto pop: la melodia
> della voce è fondamentale, avvinghiante, è la cosa principale anche e proprio
> perché all’interno di un contesto dalle sonorità heavy.
E i suoi punti di riferimento assoluti sono i Beatles: basti guardare l’incontro
tra lui e Paul McCartney nel backstage di un concerto del baronetto, anno 2001:
Ozzy per la prima volta – incredibilmente – lo incontra ed è emozionato come un
ragazzino. Tra l’altro la canzone “I want you (She’s so heavy)” dei Beatles è
incredibilmente Sabbath: esce nel 1969 e, come scritto da Josh Hart e Damian
Fanelli su Guitar World, merita il 34° posto nella loro lista delle “50 canzoni
più pesanti prima dei Black Sabbath” definendo il brano un “bluesy rock” che
“potrebbe aver inavvertitamente dato inizio al doom metal”. Qualcosa vorrà pure
dire: come qualcosa vuol dire quando il nostro interpreta brani “leggeri” nel
repertorio dei Sabbath, come le celeberrime “Changes” e “Planet Caravan”, in cui
la voce diventa espressione di tutta la fragilità e la dolcezza del caso: tant’è
che addirittura i Pantera (in fissa per il brano) praticamente si vergognarono
di includere la loro cover nell’album Far Beyond Driven, scrivendo una “lettera
aperta ai fan” che secondo loro non avrebbero apprezzato la cosa perché troppo
melodica, risolvendo il tutto mandandoli a fanculo (nel live “back to the
beginning” Phil Anselmo si sentirà finalmente libero di cantarla con tutto il
cuore).
Soprattutto nella carriera solista Ozzy darà una grande importanza alle ballad,
come nel caso della storica “Goodbye to romance” (non a caso individuata come
soft rock da vari algoritmi), la stessa “Mama I’m coming home” scritta con un
altro beatlesiano DOC, ovvero Lemmy dei Motorhead, “So tired” che in effetti,
quando fu scelta come secondo singolo per “Barking at the Moon”, vide il
disappunto di molti fans: è vero, nel metal questa cosa delle ballad è
abbastanza diffusa ma ‒ qui sta il bello ‒ è proprio Ozzy ad averne gettato le
basi coi Sabbath. Sabbath che, ricordiamolo, non sono sempre stati a schitarrare
in maniera monolitica, ma hanno anche sconfinato in cose molto più orecchiabili,
sperimentando anche coi sintetizzatori in dischi come Technical Ecstasy e Never
say die!, che se è vero che sono stati il canto del cigno della formazione
storica creandosi anche molti nemici tra la critica e il pubblico, è vero anche
che rappresentano due album coraggiosi seppur imperfetti dove la band si rifiuta
di essere il cliché di se stessa dicendo ad alta voce: “sì ok, non sappiamo dove
stiamo andando, ma sappiamo che stiamo forgiando il pop del futuro”.
> Basta guardare i funerali di Ozzy in streaming per rendersi conto di che razza
> di evento pop sia stato: migliaia di persone a ricordare quello che veramente,
> per parafrasare la canzone manifesto di Lennon, è stato un “working class
> hero”.
Quello della contaminazione tra generi, quello degli esperimenti più o meno
riusciti, quello che sì, abbiamo cantato di temi oscuri ma da sempre questi temi
fanno parte di un discorso popolare, e non ci siamo limitati a quelli; dovevamo
farlo perché, come ricordava Ozzy stesso “Eravamo io e cinque bambini, i miei
fratelli, che vivevamo in una casa con due camere da letto. Mio padre lavorava
di notte, mia madre di giorno, non avevamo soldi, non avevamo mai avuto una
macchina, andavamo raramente in vacanza… E all’improvviso, sai, sentiamo dire
‘Se vai a San Francisco assicurati di mettere un fiore tra i capelli’. E
pensiamo (con disprezzo) ‘Che cazzo è San Francisco? Da dove spunta fuori? Cos’è
questa stronzata dei fiori? Io non ho neanche le scarpe ai piedi!’”. E basta
guardare i funerali di Ozzy in streaming per rendersi conto di che razza di
evento pop sia stato: migliaia di persone a ricordare quello che veramente, per
parafrasare la canzone manifesto di Lennon, è stato un “working class hero”. Dal
pop(olo) veniva, al pop(olo) è tornato. Gli altri continuino pure a guardare la
luna senza abbaiarle contro.
Listen in awe and you’ll hear him
Bark at the moon
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