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Il ricordo di quando Umberto Eco ci giocò un ultimo scherzo da teatrante nato qual era
Ricordo benissimo quel pomeriggio di dieci anni fa (era il 19 marzo 2016 per l’esattezza), in cui ci eravamo dati appuntamento a Bologna, a un mese dalla sua scomparsa, colleghi, collaboratori, allievi o semplicemente amici di Umberto Eco, per un ricordo collettivo. Non era ancora iniziata la girandola degli interventi quando qualcuno, forse Anna Maria Lorusso, ci comunicò che fra le ultime volontà del grande semiologo c’era anche quella di vietare ogni manifestazione pubblica su di lui per dieci anni. Dieci anni!? E adesso che facciamo? Ricordo la sorpresa, anche il rammarico, ma alla fine a prevalere fu la serena accettazione del fatto che Eco ci aveva giocato un ultimo scherzo, con un autentico coup de théâtre, da teatrante nato qual era, anche se riluttante (come spiegherò tra poco). Non sono stato allievo di Umberto in senso stretto ma lo considero ugualmente uno dei miei maestri. Perché i maestri veri sono quelli che si scelgono. Quando l’ho incontrato al Dams bolognese delle origini ero laureato, in filologia classica, da soli due anni e mi occupavo di teatro, come avrei continuato a fare per tutta la vita. Nel 1975 ho iniziato a collaborare con lui presso la cattedra di Semiotica, tenendo seminari (sul Trattato di semiotica, in particolare), partecipando alle commissioni d’esame, lavorando come redattore per la rivista Versus. Questo durò fino al 1987, quando divenni professore associato in discipline teatrali. Eravamo in cinque: oltre a me, Massimo Bonfantini (scomparso nel 2018), Patrizia Magli, Giovanni Manetti e Patrizia Violi. Fuori dal lavoro l’ho frequentato poco, tranne i primi anni, quando Eco non aveva ancora casa a Bologna e scendeva all’Hotel Palace, dove tenevamo spesso delle riunioni. Tra le immagini che porto ancora con me ci sono quelle del corso che dette sulla Poetica di Aristotele nel ’75. L’aula era strapiena come al solito: ad ascoltarlo ogni volta non c’erano solo gli studenti ma pure curiosi e aficionados che arrivavano anche da lontano. Avendo saputo della mia formazione, mi volle al suo fianco alla cattedra, per tutto il tempo. Inutile aggiungere che non aprii quasi mai bocca. Febbraio ’77, Milano. Siamo alla presentazione del mio primo libro, Teatro e comunicazione (con Gianfranco Bettetini), per Guaraldi, e c’è anche lui al tavolo, grazie ai buoni uffici del direttore della collana, Omar Calabrese. Ancora del tutto sprovvisto di esperienze al riguardo, mi avventurai in una dotta dissertazione davanti a una platea alquanto distratta e ovviamente convenuta lì più che altro per Eco. Pochi minuti, e una giovane coppia si alza e se ne va. Devo aver fatto una faccia preoccupata perché Umberto si piega verso di me e mi sussurra, ghignando: “Non prendertela, è che hanno qualcosa di più urgente da fare”. Beh non disse esattamente così, ma ci siamo capiti. Ancora Milano, sede della Bompiani in via Mecenate, primavera ’81. Sono lì per consegnare il manoscritto di quello che sarebbe diventato Semiotica del teatro. L’analisi testuale dello spettacolo. Umberto mi presenta a un esterrefatto Valerio Occhetto (fratello di Achille), il caporedattore, con queste parole: “Per non inquinare la purezza teorica del suo approccio, De Marinis si è vietato di andare a teatro per alcuni anni”. Una boutade nel suo stile, anche se, dopotutto, non lontanissima dal vero all’epoca! Se ricordo questi episodi minimi, rilevanti solo per me, è perché in essi trovo riuniti due tratti significativi di Eco come persona e come professore: il gusto per la battuta, per lo sfottò anche, da un lato, e, dall’altro, la generosità, la disponibilità verso i giovani, o almeno verso quelli che riteneva promettenti. Beninteso, una disponibilità timida, ruvida e, appunto, ironica, ma autentica, anche se poi non ti faceva sconti, com’era giusto che fosse. Eco riservato, timido addirittura? A mia esperienza sì, e la cosa non deve sembrare incompatibile con la personalità istrionica esibita in pubblico e lo straordinario talento comico. Del resto, è addirittura proverbiale la melanconia dei grandi comici in privato. Tuttavia, nel suo caso, c’era qualcosa di più, che riguardava il rapporto col teatro, questo sì realmente conflittuale. Dal un lato appariva – era – un teatrante nato; dall’altro, però, non perdeva occasione per prendere le distanze dal mondo del teatro. Ad esempio, ostentava spesso un divertito disprezzo verso i “teatranti”, come chiamava i dotti colleghi che al Dams insegnavano discipline teatrali, rivendicando la sua qualifica di filosofo. Solo beghe accademiche? Può essere, oppure potrebbe trattarsi di una sorta di freudiana Verneinung verso la sua indiscutibile natura istrionica, che i detrattori non mancavano mai di rimproverargli. Dai suoi libri e da lui direttamente ho imparato veramente tanto. Sopra tutto, l’importanza della semplicità e della chiarezza. Ogni argomento, anche il più arduo, può essere esposto in modo comprensibile a ognuno. L’oscurità spesso è un alibi che nasconde la mancanza di idee. Ma la sua lezione più importante è stata più etica che teoretica: un’etica del lavoro, proprio nel senso protestante dell’espressione, non predicata ma praticata, beninteso. Lavorava più di tutti noi giovincelli messi insieme. Mai, dico mai, mi ha rifilato delle bozze di qualche suo articolo o libro da correggere. In questo senso non è mai stato un vero barone universitario. Sia lode a lui anche per questo. L'articolo Il ricordo di quando Umberto Eco ci giocò un ultimo scherzo da teatrante nato qual era proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Con Umberto Eco ho studiato e trascorso molti anni: c’è una cosa in particolare che ricordo di lui
Ho avuto la fortuna di studiare con Umberto Eco per tanti anni: per la laurea, il dottorato, il post-dottorato e oltre. Sono perciò moltissimi gli insegnamenti che mi ha lasciato e sono ancora più numerosi i ricordi che conservo di lui: frasi, battute, tono di voce (con quella erre particolare), barzellette (ne raccontava in continuazione), gesti, sguardi, risate, camminate (con quell’ampia falcata), esami quando studiavo, conversazioni davanti a una pizza o un aperitivo, man mano che sono cresciuta. Intendiamoci, non sto con questo vantando nessuna familiarità speciale: bastava essere uno studente o una studentessa appena sveglia per avvicinarlo. A patto, naturalmente, di superare l’inevitabile soggezione che la sua celebrità, ma soprattutto la sua gigantesca cultura, spesso incutevano. Oggi ho la fortuna di insegnare la disciplina che lui ha introdotto in Italia e diffuso nel mondo – la semiotica – nello stesso ateneo in cui la insegnò per anni – l’Università di Bologna – in un corso di laurea che lui stesso inventò negli anni Novanta – Scienze della comunicazione. Ebbene, in questa tanto felice quanto sudata posizione, a dieci anni dalla sua scomparsa, c’è una cosa in particolare che di lui ricordo, perché la porto sempre dentro, non solo quando insegno, ma nella vita di tutti i giorni. Qualcosa che mi accompagna non dico ogni ora, ma ogni minuto, sempre. Eco aveva la straordinaria dote della chiarezza, straordinaria nel senso che non era solo quella di molti professori, ma di più, molta di più. Riusciva infatti a tradurre anche i concetti più difficili, i nessi logici più astratti, le riflessioni filosofiche più importanti in parole semplici e adatte al pubblico cui di volta in volta si rivolgeva, fosse quello di un’aula universitaria o di una piazza di periferia, di un programma radiofonico di nicchia o della tv generalista. Una capacità che era già grande in lui negli anni ’80 – quando divenne celebre con Il nome della rosa – e che nel tempo riuscì perfino a migliorare, combinando la chiarezza didattica alla grande divulgazione scientifica. Eco infatti è stato, sì, un grandissimo studioso e accademico, ma anche un eccezionale divulgatore. Semplificava senza mai banalizzare e senza mai tradire la complessità, riuscendo a renderla sempre accessibile – e persino attraente – anche per le persone meno esperte e meno colte. È questo uno dei lavori più difficili che io conosca. Un lavoro che non finisco mai di imparare e cui mi applico ogni giorno, con pazienza e umiltà. È una fatica ma, quando porta risultati, regala grandi soddisfazioni. Una fatica che Eco mi ha insegnato non solo a praticare, ma proprio ad amare. Grazie, Umberto. L'articolo Con Umberto Eco ho studiato e trascorso molti anni: c’è una cosa in particolare che ricordo di lui proviene da Il Fatto Quotidiano.
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