Il 24 marzo ricorre il centenario della nascita di Dario Fo. Come ho anticipato
in un post di qualche mese fa, sono previste iniziative celebrative in tutto il
mondo, oltre che ovviamente nel nostro Paese.
Riprendendo quanto dicevo nel precedente intervento, vorrei soffermarmi su
alcuni dettagli tecnici del lavoro di Fo come attore autore, non secondari, a
mio parere, per rendere conto della straordinaria efficacia delle sue
performance sceniche.
In particolare, mi interessa sottolineare l’importanza decisiva che ha, nel
lavoro attoriale di Fo, il saper padroneggiare sapientemente lo sguardo dello
spettatore, guidandolo, indirizzandolo, sviandolo se necessario. Giova ricordare
che, almeno nei monologhi, egli è solo in scena senza nient’altro che il proprio
corpo-voce.
Che uno dei compiti principali, se non il più importante in assoluto, del
regista di teatro consista nel costruire “un itinerario dell’attenzione dello
spettatore” è stato Grotowski ad affermarlo con forza: “l’itinerario
dell’attenzione dello spettatore appartiene al nostro mestiere. Se uno è regista
e lavora con gli attori, deve avere una macchina da presa invisibile che
riprende sempre, dirige sempre l’attenzione dello spettatore verso qualcosa”.
Se adesso apriamo il Manuale minimo dell’attore del nostro ultimo premio Nobel
per la letteratura, questa immagine verbale la troviamo addirittura
visualizzata, disegnata, alla p. 65, la quale ci mostra un uomo con le braccia
conserte, uno spettatore evidentemente, con una macchina da presa al posto della
testa! Fo sta analizzando le differenze esistenti fra il recitare uno stesso
pezzo con la maschera o senza maschera, nella fattispecie il celebre monologo di
Mistero buffo intitolato La fame dello Zanni.
Poi passa a fare un nuovo esempio, riguardante un altro pezzo famoso dello
stesso spettacolo capolavoro, La resurrezione di Lazzaro: “Ho già detto che
l’attore, il regista, deve riuscire a far cambiare gli obiettivi al pubblico
ogniqualvolta ne sente la necessità. Noi siamo abituati, e molte volte non ce ne
rendiamo conto, a eseguire delle zummate incredibili, a mettere in evidenza un
particolare, ad allargare in vaste panoramiche l’inquadratura, ad allungare […]
insomma abbiamo, dentro al nostro cranio, una macchina che nessun marchingegno
tecnico può ancora eguagliare. Il nostro cervello è una sofisticatissima camera
da presa”.
Questa immagine, e il modo in cui il grande attore autore spiega “i principi
secondo cui disegna la propria presenza scenica”, non sono sfuggiti a Eugenio
Barba, che li cita infatti ne La canoa di carta. Trattato di Antropologia
Teatrale (1993) come un esempio di estrema consapevolezza del fatto che il
lavoro compositivo dell’attore è costituito da “dettagli, détours, impulsi e
controimpulsi”, dai quali “dipende la sua precisione, e quindi la qualità della
sua presenza”.
Basta aver assistito a qualcuno dei suoi seminari o delle sue dimostrazioni
tenuti in tutto il mondo per decenni, oppure, in mancanza di questo, basta anche
solo leggere con attenzione le pagine del suddetto Manuale, in cui viene
trascritto lo smontaggio scena per scena, quasi fotogramma per fotogramma, de La
resurrezione di Lazzaro, per farsi un’idea concreta e precisa della sapiente
coscienza che Fo possedeva, avendola arricchita nel tempo dopo il decisivo,
doppio apprendistato con il mimo Jacques Lecoq e nella rivista, della
“drammaturgia della partitura” come “drammaturgia del microscopico”.
Avendone lo spazio, tutti i principi pre-espressivi messi in luce
dall’antropologia teatrale li potremmo ritrovare virtuosisticamente utilizzati
uno ad uno in pezzi come questo o come La fame dello Zanni e altri ancora.
Mi limiterò qui a ricordarne uno soltanto ma basilare: il principio della
sintesi, a cui Dario stesso fa sovente riferimento, parlando di “sintesi estrema
dell’azione in totale”, di necessità di “accennare, non descrivere”.
Ne La canoa di carta, Barba registra questo procedimento come applicazione di
una delle leggi fondamentali dell’antropologia teatrale, il “principio della
semplificazione”, consistente nell’”omissione di alcuni elementi per metterne in
rilievo altri”. E lo cita: “Dario Fo spiega come la forza del movimento
dell’attore risulti dalla ‘sintesi’, dalla concentrazione in un piccolo spazio
di un’azione che impiega grande energia e dalla riproduzione dei soli elementi
essenziali di un’azione, eliminando quelli ritenuti accessori”.
Siamo ancora una volta nel cuore tecnico del Novecento teatrale. In particolare,
siamo vicini alla tradizione del mimo contemporaneo: la “sintesi” di Fo è un
procedimento compositivo molto simile al raccourci di Decroux e all’ellissi di
Marceau. In tutti e tre i casi, è per altro evidente il riferimento ai
procedimenti cinematografici del montaggio e in particolare a quello della
dissolvenza incrociata, mediante il quale un’immagine e/o un suono affiorano
mentre quella/quello precedente ancora permangono, con tutte le sfasature fra
visibile e udibile che il procedimento consente.
La sintesi permette a Fo, come a un mimo decrousiano, o a un attore-danzatore
indiano, di dar vita da solo a una moltitudine di situazioni e di personaggi. In
altri termini, essa consente di sfruttare al meglio drammaturgicamente il corpo
già “moltiplicato” dall’altro principio basilare dell’indipendenza degli arti,
non a caso fondamentale tanto nella biomeccanica di Mejerchol’d come nel mimo
corporeo o nella danza moderna, e praticato da sempre dall’attore-danzatore
asiatico.
L'articolo Dario Fo, maestro dello sguardo: “Il nostro cervello è una
sofisticatissima camera da presa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Papà mi ha sempre detto: “Fai quel che vuoi che campi di più”. Questa frase può
essere fraintesa: non vuol dire stai sdraiato sul divano a guardare la tv. Vuol
dire che devi riuscire a capire COSA VUOI, qual è la tua vera passione. E quando
l’hai capito impegnarti al massimo diventa naturale: perché ti piace, ti riempie
la vita ed è quel che desideri.
Non mi ricordo un solo giorno nel quale mio padre non abbia lavorato. Se non
recitava, studiava, dipingeva, scriveva, incontrava persone che gli potevano
insegnare qualche cosa.
La seconda legge che mi ha insegnato è che dare fiducia è più potente di
qualunque punizione. Quando lo racconto molti mi guardano strano. Ho partecipato
a un dibattito nel quale tutti gli oratori concordavano sul fatto che i padri
non fanno più i padri, non hanno il coraggio di punire i figli e mantenere
rispetto e disciplina. Io ho detto che nessuno mi ha mai messo in castigo, mai
subita una punizione con decurtazione della quota gelati. Il che non vuol dire
che non ci fosse disciplina. Se facevo qualche cosa che non andava bene mia
madre si limitava a spiegarmi perché avevo sbagliato. Era capace di andare
avanti per un’ora… Non so se rendo l’idea… E poi mi davano fiducia. Era scontato
che mi sarei comportato bene.
A partire dai 15 anni quando i miei andavano in giro per l’Italia a recitare
restavo da solo a Milano. Mia madre mi lasciava i soldi sul tavolo e le lasagne
surgelate in frigorifero. Se non volevo andare a scuola mi firmavo la
giustificazione. Ma non ne ho mai approfittato. Se ti danno fiducia si sviluppa
il desiderio di non deludere che è più forte di qualunque minaccia disciplinare.
È incredibile che la maggioranza dei genitori non capisca questo.
Quando mia figlia Jaele aveva già 18 anni la preside mi mandò a dire che dovevo
andare a scuola a firmare il libretto delle giustificazioni. Le telefonai e le
dissi che era una richiesta illegale in quanto Jaele era maggiorenne. Lei mi
rispose che avevo ragione ma che c’era stata una rivolta dei genitori che
pretendevano di avere il controllo delle assenze dei figli. Tagliai corto. “Va
bene signora, Lei dia il libretto a mia figlia, Jaele lo firma con la mia firma
e poi glielo ridà, anche perché le firme le ha sempre fatte lei fin dal primo
anno quindi la mia firma non sapete neanche com’è”. Per inciso passò la maturità
con una valutazione tra le migliori della scuola.
Un’altra legge fondamentale mio padre me l’ha regalata quando avevo 6 anni.
Stavo disegnando ma quel che avevo realizzato non mi piaceva e dico: “Questo lo
butto via perché è brutto!”. E mio padre: “NO, non farlo, quando un disegno ti è
venuto male devi insistere, trovare il modo di migliorarlo!.” Tutte le grandi
opere d’arte hanno dentro un errore che è stato difficile correggere. Un
concetto difficile da capire per un bambino. Ma la spiegazione me la diede con i
fatti pochi giorni dopo.
Stava dipingendo sopra un’asse di legno il viso di una donna. Mi sembrava
bellissimo… D’un tratto dice: “Non va bene” prende l’asse e va verso il bagno. E
io dietro. Mette il dipinto nella vasca, apre la doccia e l’acqua scioglie il
colore. E io mi metto a piangere. Pensavo che fosse impazzito. E non è bello
quando hai 6 anni e capisci che tuo papà è pazzo. Poi però capii. In alcuni
punti l’asse era restata macchiata, in altri punti il colore era già secco e
aveva resistito. E lui riprese a lavorarci sopra coi pennelli e alla fine venne
fuori un viso ancora più bello di quello che aveva distrutto.
Non arrendersi, insistere, è una legge assoluta se vuoi realizzare la tua
passione. Due mesi prima di morire Dario recitò Mistero Buffo a Roma. Prima
dello spettacolo lo vidi nel suo camerino, su una sdraio, che riascoltava la
registrazione dell’ultima replica dello spettacolo. Mi commosse, era già molto
malato e sapeva di avere poco tempo. E Mistero Buffo lo aveva recitato almeno
mille volte, ma lo riascoltava ancora alla ricerca di qualche frase che poteva
migliorare.
La terza legge è la più difficile da capire. Io avevo iniziato a recitare sotto
falso nome, perché volevo capire se potevo farcela senza approfittare del mio
cognome. Recitavo ovunque ci fosse un pubblico disposto ad ascoltarmi: per
strada, nei ristoranti, capannoni, palestre. Quando dopo parecchi anni ebbi la
possibilità di recitare in un vero teatro con il palcoscenico, il sipario e le
poltrone rosse, mio padre si sentì in dovere di darmi una lezione di
recitazione. Non lo aveva mai fatto. Era scontato che guardando i miei che
recitavano avessi capito come si fa.
La regola era: guarda e impara. Venne in camerino e mi disse: “Se puoi, prima di
uno spettacolo fai una passeggiata, che ti aiuta. Non essere tropo attaccato al
risultato. Lo spettacolo migliore non l’ho fatto quando ci tenevo perché in sala
c’era il grande critico teatrale… Anzi, sono riuscito a dare il massimo in
serate in posti sperduti che non avevo neanche voglia di recitare; poi siccome
sono un professionista mi sono impegnato ed è venuto fuori il meglio. E
ricordati: quando sali sul palcoscenico devi pensare che davanti hai degli amici
che si sono messi il cappotto per uscire di casa e venire a vederti!”.
Ma perché è così importante tonificare il corpo passeggiando prima di uno
spettacolo? Perché se vuoi fare bella figura a tutti i costi, con il critico
teatrale, lo spettacolo viene fuori meno bello? Perché è così importante sapere
che quando reciti hai davanti degli amici?
Ho impiegato parecchio a capire quella lezione che durò meno di tre minuti…
Tempo dopo, durante un corso di teatro ad Alcatraz, una giovane attrice, Piera
Conti, mi chiese: “In uno spettacolo io entravo in scena per a prima volta
completamente coperta da un lenzuolo. Non facevo nulla di strano, camminavo e
basta. E il pubblico rideva. Ad un certo punto mi sono ammalata e sono stata
sostituita da un’altra attrice che faceva esattamente la stessa cosa ma nessuno
rideva. Perché?”. Io non sapevo cosa rispondere e quando incontrai mio padre
glielo chiesi. E lui mi disse: “Sì, certo, è l’attitude”. Cazzo! Pensai io, e me
lo dici dopo 30 anni che recito?
Va beh… venne fuori che “l’attitude” è una parola del gergo degli attori, vuol
dire molto di più della parola “attitudine”. Cioè, quando reciti si instaura un
rapporto con il pubblico che è fisico, psicologico, la comunicazione è potente
grazie ai neuroni specchio… Le parole, i movimenti, le espressioni del viso sono
solo una parte della tua comunicazione. E i messaggi che mandi a livello
inconscio non li puoi falsificare, dentro c’è tutto, quel che pensi, quel che
desideri, la tua scala di valori.
Se ti interessa solo il successo, fare bella figura col critico teatrale, non
funzioni bene. Se reciti perché gli spettatori sono tuoi amici, perché vuoi dire
qualche cosa di importante, perché ci credi, allora sì che la tua comunicazione
arriva.
E siamo alla quarta legge di natura, una legge facile da capire che alcuni non
riusciranno mai a praticare. Fare qualche cosa per gli altri ti cambia la vita.
La solidarietà, la cooperazione, la condivisione sono medicine potenti per
l’anima. E anche per il corpo. Quando stai morendo una parte della tua mente ti
chiede di fare un bilancio. È una parte della tua mente estremamente potente. E
se hai vissuto solo per il tuo vantaggio, se non hai avuto pietà, se non hai
fatto il possibile per alleviare il dolore di altri, allora la tua vita è stata
priva di senso. E quando quella parte di te ti chiede: “Cosa hai fatto per gli
altri?”. E tu non hai niente da rispondere allora muori male. E ogni tua cellula
ti maledice perché hai tradito la vita. E l’inferno è lì, mentre muori. Un
inferno che dura solo un istante. Ma ti fa molto molto male.
Il giorno che ho visto mio padre più felice non è stato quando ha vinto il Nobel
ma quando ha consegnato a 36 associazioni di disabili 36 pulmini modificati per
trasportare carrozzine. Tutti quei pulmini schierati in quella piazza e mio
padre era contento come un bambino. Aveva speso tutti i soldi del premio Nobel:
1 miliardo e 650 milioni di lire. E non aveva comprato solo 36 pulmini, con mia
madre avevano ricostruito tetti, aiutato cento situazione con denaro contante,
fornito avvocati, mobilio e tanto altro e oltre ai soldi del Nobel avevano speso
più di un milione e mezzo di euro grazie alla sponsorizzazione di Volkswagen,
Apple e Banca Popolare di Milano.
Beh… queste sono soddisfazioni. Ed è chiaro che poi quando reciti la gente muore
dal ridere.
L'articolo Le quattro leggi “naturali” che mi ha insegnato mio padre Dario Fo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da un appello apocrifo di Aldo Palazzeschi. Amici poeti, bando ai pudori: ne va
del futuro di noi rimatori! L’onorevole Grandi, in un discorso solenne, ha
dichiarato che non dovrà più esserci un’Italia di letterati e poeti. Conosco da
tempo Dino Grandi, non l’ho mai sentito parlare che non avesse ragione; ma
questa volta ha torto, finalmente! In Italia tutto è poesia, e così dev’essere.
Grandi considera l’arte poetica un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica.
Procederei per gradi, cominciando con l’elenco degli abbonati al telefono.
Quando la rete telefonica milanese non andava oltre Lecco, Rho, Como, Monza e
Brunate, proposi alla direzione dei telefoni di stampare sull’elenco questo
titolo in versi: “Degli abbonati or ecco / l’elenco qui vi do: / Milano, Como,
Lecco, / Monza, Brunate e Rho”. La direzione d’allora non accettò la proposta.
Ebbene, oggi mi rivolgo alla Stipel, proponendone un altro: “Signori utenti di
dovunque sia / questo è l’elenco della Lombardia”. Attendo risposta.
Un altro onorevole ha ordinato: “Via le parole straniere dalle insegne
italiane!” Ci aggiungerei: “Al loro posto, insegne poetiche!” Escludiamo
“Coiffeur pour dames”? Benissimo, ma sostituiamolo con due italici ottonari:
“Qui c’è gusto, arte e amore / Parrucchiere per signore”.
E fin qui non siamo che al punto di partenza. Se in Italia tutto è canto, perché
non debbono essere melodici anche i regolamenti? Per esempio negli uffici
ministeriali: “In questo luogo ognun stia bene attento / ch’è vietato sputar sul
pavimento”. La regola sarebbe più accetta se la si redigesse poeticamente. In un
giardino pubblico: “Chi qui passa o un po’ dimori, / lasci stare piante e
fiori”, “Il Comune si riserba / di punir chi pesta l’erba”. Faccio inoltre
formale proposta al Reale Automobile Club di adottare senz’altro cartelli in
versi, per leggere i quali l’automobilista, costretto a rallentare, eviterà
scontri, investimenti, disgrazie e altro materiale per la cronaca nera: “Da
questa parte, onde evitar pericoli, / non si permette ingresso di veicoli”,
“Frena la corsa ansiosa: / svolta pericolosa!”.
Perché non bandire un concorso tra i poeti d’Italia? L’avvertimento rimato
carezza l’orecchio, si imprime più presto nella memoria e non lo si dimentica
più. Noi italiani siamo sempre un po’ riluttanti agli ordini bruschi e recisi,
ma chi oserebbe trasgredire un monito premuroso come questo: “Son pregati i
signori e le signore / di non parlare col manovratore”? È questione di
psicologia! Tutti siamo disposti a accettare sorridendo una quartina ben
composta e civettuola; e la ripeteremmo a noi stessi e agli altri così come
cantiamo un motivetto orecchiabile, con vantaggio generale. “Si sale dalla parte
posteriore e si scende dalla parte anteriore”: sentite come è brutto? E anche
volgare.
Quale diversa armonia, invece, nel seguente buffetto: “S’eluder vi cale / le
multe e l’ammende / di dietro si sale, / davanti si scende”. O in questi altri,
succinti e compendiosi: “Non scendere o salir se il tram è in moto: / cader non
vuoi, né spenzolar nel vuoto”, “Colui che igiene e buon costume cura / non deve
mai sputar nella vettura”. Anche il recipe del medico, in metrica, s’aggrazia:
“Sale inglese alla mattina, / dieta liquida, aspirina”. È un sollievo, già ti
senti meglio.
E gli avvisi sacri nelle chiese? “Per quei che molto alla cassetta danno /
indulgenza plenaria tutto l’anno”. Pian piano arriveremo a una tale diffusione
dei versi che l’orario ferroviario diventerà un poema: “Va il direttissimo / con
la sua soma: / Torino-Genova, / Livorno-Roma. / Quando si muove / sfrecciar lo
senti, / parte alle 9, / giunge alle 20”.
A noi, dunque, poeti! L’idea è lanciata, l’ora è propizia. Il gioco è fatto. E
il dado? E’ tratto.
L'articolo “L’arte poetica è un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un grande hotel, diciannove tavoli disposti in diversi saloni, sei o sette
librai seduti a ciascuno, e un giro continuo di una quarantina di editori che, a
turno, hanno ventotto minuti per presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli
scaffali dei librai. È il format essenziale di Tribùk, la convention che da nove
anni riunisce ad Abano Terme una parte importante del mondo editoriale italiano.
Scordatevi i più conosciuti e blasonati saloni del libro, qui niente pubblico e
niente stand. Si lavora a testa bassa. Solo persone della stessa filiera che
parlano di libri, per ore e per giorni, con un entusiasmo che è difficile
trovare altrove.
L’idea è mutuata dal modello del Winter Institute dell’American Booksellers
Association, che si svolge ogni anno a Minneapolis e richiama centinaia di
librai indipendenti da tutti gli Stati Uniti. Gli organizzatori italiani (una
associazione culturale fondata nel 2016 da Gianluca Catalano, Sandro Ferri,
Ester Hueting, Simona Olivito, Enrico Quaglia, Emanuela Rapetti e Martina
Perseli) hanno osservato e reinterpretato in salsa italiana.
La vera ricchezza dell’evento sono i librai. Provengono da tutta la penisola,
dalle grandi librerie dei capoluoghi alle botteghe di provincia che ostinati
resistono controvento, dalle catene ai presìdi più indipendenti. Sono differenti
per dimensioni e storie, ma accomunati da un mestiere che richiede coraggio e
una buona dose di incoscienza. Non dev’essere un caso se, a dedicare un saggio
proprio alla figura del libraio (rievocando la propria esperienza come
assistente in uno shop di libri usati) è stato un certo George Orwell, con quel
Bookshop Memories che resta un ritratto della professione più che mai valido
ancor oggi. In un settore fragile, il libraio resta – per usare un’immagine
antica ma calzante – la vestale di un tempio che rischia di spegnersi, ma che
grazie al suo lavoro di tutti i giorni continua ad alimentare il fuoco. Umberto
Eco, come viene spesso ricordato, associava la figura del libraio a quella del
bibliotecario: entrambi hanno il precipuo compito di guidare e perfino spiazzare
il lettore, di fargli scoprire libri “di cui non si sospettava l’esistenza”. Non
è solo commercio, ma presidio culturale, ascolto, mediazione, entusiasmo. E qui,
a Tribùk, tutto questo si vede senza filtri.
Noi ci siamo stati in veste di editori per la casa editrice Aliberti e per
Millennium (il mensile del Fatto Quotidiano ad aprile in libreria con un numero
monografico sul caso EPSTEIN, non perdetelo!), ed è stata la prima volta. Siamo
arrivati – su incoraggiamento del nostro promotore Enrico Quaglia di Newmedi –
con il sano scetticismo che si riserva alle fiere di settore, convinti che
sarebbe stata un’avventura utile, ma, confessiamo, senza eccessivo entusiasmo.
La sorpresa è stata grande. Insieme alla fatica degli incontri, conoscere uno
per uno i circa 130 librai presenti si è rivelato un privilegio assoluto vedere
la varietà umana di un mestiere che meriterebbe molta più attenzione e molto più
merito. Perché è vero che la filiera serve tutta, ma alla fine chi porta il
libro al lettore – che è la vera ricchezza e il vero futuro del settore, e forse
del Paese – è proprio il libraio.
Molti di loro affrontano sacrifici quotidiani per far quadrare i conti,
stimolare alla lettura e selezionare un catalogo che li rappresenti fino in
fondo. Tengono alla propria identità culturale come a un bene prezioso, e spesso
subiscono le imposizioni di mode editoriali che rischiano di annacquare ciò che
li ha portati a scegliere il mestiere forse più bello del mondo: vivere tra i
libri, leggere, incontrare mille vite – quelle sulla carta e quelle dei lettori.
A Tribùk non c’era nessun “porgitore di prodotti”, ma persone appassionate,
competenti, in dialogo con editori che, nel confronto, scoprono di aver bisogno
dei librai molto più di quanto credessero prima di arrivare qui. Si esce dalla
fiera pensando, come è capitato a noi, che è stato un peccato non aver
cominciato prima, perché un dialogo così avrebbe migliorato sicuramente la
nostra offerta editoriale.
Accanto agli incontri, quest’anno è stato presentato anche il “Premio Tribùk
delle Librerie 2027”, organizzato dall’Associazione Tribùk con Etica SGR. Un
premio particolare perché la giuria è composta esclusivamente da librai. prima
una selezione affidata a quindici librerie sorteggiate tra indipendenti e
catene, poi il voto finale, pubblico, durante la decima edizione del 2027. Ogni
editore potrà candidare un solo titolo per sezione – narrativa, non-fiction,
ragazzi – tra le opere pubblicate nel 2026.
Il merito degli organizzatori è aver costruito, negli anni, un luogo di
confronto reale, sobrio ma non troppo (non sono mancati momenti ricreativi,
aperitivi e djset), in cui si diventa anche amici, perché per dirla con lo
scrittore statunitense Irving Stone “Non ci sono amicizie più rapide di quelle
tra persone che amano gli stessi libri”. Un evento che non rincorre la
spettacolarizzazione dell’editoria ma la sua sostanza. Tribùk ricorda che il
libro, prima di diventare un oggetto da festival, è un sodalizio, un patto tra
chi lo pubblica e chi lo mette nelle mani dei lettori. E che questo patto, oggi
più che mai, passa attraverso il lavoro silenzioso e tenace dei librai, che
sempre siano lodati.
L'articolo Fenomeno Tribùk: quaranta editori, a turno, hanno ventotto minuti per
presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli scaffali dei librai proviene da
Il Fatto Quotidiano.
di Pietro Fucile
Il 21 marzo non segna solo il risveglio della natura, è anche la Giornata
Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 per celebrare la parola
poetica come custode della diversità linguistica e ponte universale tra i
popoli. In Francia, l’iniziativa “Le Printemps des Poètes” trasforma le città in
palcoscenici a cielo aperto, portando i versi fin nelle metropolitane e nelle
scuole come un bene pubblico essenziale. Per portata e partecipazione, è
considerato il più importante evento poetico al mondo. In Italia, sebbene la
giornata si animi con letture e incontri nelle biblioteche, la ricorrenza non
gode ancora del rilievo che meriterebbe. Una carenza che invita a una seria
riflessione.
In un’epoca dominata dall’utilitarismo, dalle performance e dalle skills, lo
spazio per la poesia tende a contrarsi. Tuttavia, quando a questo scenario si
aggiungono arroccamenti identitari e dispute territoriali, tali spazi rischiano
di ridursi a “riserve per reietti”. È opportuno ricordare che la storia
letteraria italiana ha talvolta sofferto di una parzialità geografica persino
nelle sedi istituzionali. Emblematico è il caso delle linee guida ministeriali
del 2010, quando l’elenco degli autori suggeriti per i programmi scolastici
escluse paradossalmente le grandi voci del Mezzogiorno, anche se premi Nobel
come Quasimodo.
Eppure, di poesia c’è bisogno. Non di una poesia “istituzionale”, non di
esercizi di stile, ma di “un pane quotidiano” che ci faccia sentire il battito
del vicino e il respiro della terra. Franco Arminio ci ricorda che la poesia è
“l’arte di fare attenzione”, un modo per riparare le crepe del mondo partendo
dai margini, dai paesi abbandonati, dai silenzi che nessuno vuole più ascoltare.
Non è un lusso per pochi, ma una misura di igiene spirituale necessaria per
restare umani quando tutto intorno ci spinge a diventare algoritmi.
In Francia lo hanno capito bene, hanno anche le “Village en poésie”. Lì la
poesia non è chiusa nelle accademie, per tutto il mese di marzo, abita le
strade. Durante il Festival “Printemps des Poètes”, i versi diventano affissioni
pubbliche, occupano i vagoni del metrò, si mescolano al rumore del traffico. È
una poesia civile che si sporca le mani con la realtà.
Proprio da questa terra è fiorito uno dei gesti poetici più necessari del secolo
scorso, quello di Boris Vian. La sua canzone “Le Déserteur” è una poesia che si
fa atto di disobbedienza d’amore. Scritta nel 1954, nel pieno della guerra
d’Indocina, Vian scrive a “Monsieur le Président” per urlare che la vita è sacra
e che non ha intenzione di uccidere povera gente. C’est actuel, n’est ce pas?
È questa la forza che manca oggi: una poesia che sia ponte e non muro, che ci
dia il coraggio di disertare l’odio e di riscoprire la meraviglia. Insegnare
Quasimodo o ricordare Vian – come ha fatto, con sensibilità rara e alla sua
maniera, Dargen D’Amico all’ultimo Festival di Sanremo – non è un dovere
burocratico, ma l’unico modo che abbiamo per non morire di solitudine in mezzo
alla folla.
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L'articolo Di poesia c’è bisogno. In Francia lo hanno capito bene proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Da una parte il governo svuota il portafogli della cultura nei Fondi di
coesione, dall’altra in poco più di un mese il ministro Alessandro Giuli ha
comunicato l’acquisto di due capolavori dipinti (l’Ecce Homo di Antonello da
Messina e il Ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio) per un totale di circa
42,6 milioni di euro e la disponibilità ad acquistare il Teatro Sannazaro di
Napoli – gravemente danneggiato dal rogo del 17 febbraio – mettendo anche “a
disposizione dei gestori uno spazio che potrebbe essere anche all’interno di
Palazzo Reale, affinché le attività teatrali proseguano”.
Di fronte a simili pensieri, parole e opere non c’è che da rallegrarsi,
evidentemente, perché proclamare la disponibilità del MiC di mettere in piedi il
salvataggio dello storico teatro napoletano e togliere dal mercato antiquario
due picchi d’eccellenza dell’arte italiana sono azioni che rispondono in pieno
ai doveri di chi deve tutelare i beni culturali nazionali. Ma non possiamo
fermarci qui, perché le opere tutelate e conservate, vanno poi anche
valorizzate, cioè messe a disposizione della fruizione pubblica, perché è alla
Nazione che appartengono.
E qui si può discutere sulle azioni intraprese dall’attuale responsabile della
cultura italiana.
Il Maffeo Barberini – che lo storico dell’arte Roberto Longhi nel 1963 attribuì
a Caravaggio (cioè l’opera non è certa) e da quel momento il dipinto è
riconosciuto dalla critica come del Merisi – è previsto che venga assegnato alle
Gallerie Nazionali di Arte Antica per confluire stabilmente nelle collezioni
della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.
Per l’Ecce Homo di Antonello da Messina, dipinto tra il 1460 e il 1465, si
profila invece un destino molto diverso. A qualche giorno di distanza
dall’acquisto, infatti, Giuli affermò che la destinazione dell’opera sarebbe
stata l’attuale capitale della cultura d’Italia, cioè L’Aquila, dove rimarrà per
tutto il 2026 nel locale Forte Spagnolo. “Dopodiché l’Ecce Homo apparirà a
Messina, a Firenze, a Roma, in tutti i più importanti musei italiani e in tutti
quei luoghi in cui le persone hanno bisogno di vedere bellezza e storia” ha
aggiunto Giuli.
Ed è a questo punto che la valorizzazione prende il sopravvento sulla tutela e
sulla conservazione, perché la galassia dei restauratori è concorde sul fatto
che se le opere d’arte – soprattutto quelle più antiche e fragili – potessero
scegliere, eviterebbero volentieri di viaggiare.
Ma non basta. Se leggiamo con attenzione quanto aggiunto Massimo Osanna,
direttore generale dei musei statali – ovvero che “la scelta dell’Aquila esprime
con chiarezza la linea strategica del ministero: valorizzare il patrimonio
rafforzando anche quei luoghi di straordinario valore, oggi meno inseriti nei
grandi flussi ma con tutte le potenzialità per esserlo sempre di più” – la
decisione di trasformare l’Ecce Homo in un’icona da sfilata appare ancora più
contraddittoria. Perché se si vuol dare impulso ai luoghi d’arte “oggi meno
inseriti nei grandi flussi”, non si capisce perché il capolavoro dovrebbe far
tappa a Firenze e Roma, città dove l’overtourism non è più solo un problema
contingente, bensì un’emergenza sociale.
Per cui la decisione del ministro di considerare l’Ecce Homo di Antonello da
Messina come un’opera d’arte itinerante, in maniera oltremodo preoccupante
risulta in sintonia con il comportamento di numerosi suoi predecessori al
Collegio Romano, ovvero di quelli che non si sono fatti scrupoli di spedire
alcuni dei capolavori dell’arte italiana in giro per il mondo e per l’Italia,
mettendoli di fatto a rischio.
Come i vari responsabili della cultura che nei primi anni Duemila concessero il
prestito del Satiro danzante di Mazara del Vallo in varie occasioni (in Giappone
a Parigi), come il ministro Francesco Rutelli che nel marzo del 2007 prestò
l’Annunciazione di Leonardo da Vinci degli Uffizi a una mostra a Tokyo; o come
il ministro Bondi che nel 2008 voleva trasportare i Bronzi di Riace alla
Maddalena per il G8, ma solo la paura del malocchio e, purtroppo, il terremoto
dell’Aquila ne impedirono il prestito. E ancora va ricordato l’ex ministro
Franceschini che prestò il David di Donatello del Bargello all’Expo di Milano
nel 2015 e il disegno dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci di Venezia al
Louvre di Parigi per l’anniversario del Genio. Per non parlare, infine, del
Bacco di Caravaggio che nella primavera del 2023 ha lasciato gli Uffizi alla
volta del Vinitaly di Verona riempiendo d’orgoglio il ministro dell’Agricoltura
Francesco Lollobrigida dell’attuale Governo.
Ora tocca all’opera di Antonello da Messina girare per l’Italia (senza scordarci
che il capolavoro è già stato richiesto per una grande rassegna sull’artista
siciliano in programma nel 2028 al museo nazionale Thyssen-Bornemisza di Madrid)
e ri-farsi carico dei nostri peccati. Soprattutto di quelli contro il patrimonio
culturale.
L'articolo Gli acquisti milionari del ministero, da Caravaggio ad Antonello da
Messina. Ma ora viene il difficile: perché farne icone da sfilata non è il
massimo (e lo dicono i precedenti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Quando siete felici, fateci caso”, questa frase l’abbiamo sentita più e più
volte ripetere da chiunque, ma la domanda sorge spontanea: che cos’è la
felicità? Come facciamo a riconoscerla? Ecco che gli esperti dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite si sono allineati per stabilire che il giorno 20 marzo fosse
un dedicato interamente alla felicità, emettendo una sentenza atta a stabilire
che “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale per l’umanità”.
“La felicità non è un’utopia per pochi: è un’esigenza legittima e un diritto di
ogni essere umano. Se la felicità è un diritto, allora difenderla è un dovere”,
sosteneva la Prof Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta. La felicità è un
sentimento molto importante per la vita di tutti, rientra nella scala principale
dei sentimenti che i bambini devono provare in primis. E’ uno stato emotivo,
dettato dalla gioia, dalla soddisfazione di aver fatto oppure ottenuto una cosa,
che ci fa sentire appagati. In qualunque contesto si parla di felicità, dagli
scrittori, ai filosofi, ai sociologi, alle figure professionali degli psicologi
con l’obiettivo di aiutare ognuno di noi a trovarla, a volte può sembrare
lontana, altre volte più vicina, ma l’importante è saperla riconoscere.
Gli esperti sostengono che è fondamentale, perciò, lavorare sin dalla tenera età
sulle emozioni, riconoscendo i vari sentimenti, tra questi appunto la felicità,
provarla sulla propria pelle e renderla unica. “Nella famiglia, tante volte la
felicità si conquista come disciplina, la felicità è ricerca, è coltivare il
giardino del cuore, dei pensieri, dei rapporti ogni giorno” come sosteneva la
Prof.ssa Parsi. Pertanto, il compito dell’adulto è proprio quello di veicolare i
bambini alla felicità, facendoli sentire amati, coccolati, protetti, ma
soprattutto facendo esprimere le loro emozioni, tirarle fuori, spronarli a
guardare oltre, non arrendersi, stimolarli nel gioco, nell’apprendimento, nella
curiosità della scoperta, rendendoli sicuri di sé. E’ fondamentale, per un
processo di crescita, alimentare la felicità anche dalle piccole delusioni o
frustrazioni, evitando di avere un atteggiamento troppo morboso o
accondiscendente.
Perciò come spiegare ai bambini questo sentimento tanto impegnativo quanto
bello?
I libri possono essere un’ottima guida per i più piccoli, per cercarla durante
il viaggio di conoscenza delle
emozioni e viverla.
Ti consiglio 5 libri per scoprire la felicità e toccarla con mano.
Il barattolo dei pensieri felici
di Chiara Ravizza
Illustratrice Susanna Covelli
Editore Sassi, Età di lettura: da 3 anni.
Honey ogni volta che deve andare a scuola si rattrista, così mamma e papà,
inventano un modo unico per
rassicurarlo: il barattolo dei pensieri felici. Un barattolo unico e speciale,
ricco di tanti pacchetti colorati, ognuno con un pensierino d’amore tutto per
lui. Un libro edito da Sassi che guida i bambini a non sentirsi soli e che
l’amore anche se non è presente è vivo
dentro di noi, basta ricordarsi dei “pensieri felici”.
Al termine del libro un piccolo suggerimento per realizzare il proprio barattolo
della felicità.
Il venditore di felicità
di Davide Calì e Marco Somà
Editore Kite, Età di lettura: da 5 anni.
Davide Calì e Marco Somà hanno dato origine ad una storia profonda. C’è chi
vende ortaggi, chi stoffe e chi la felicità: una cosa importante di cui tutti ne
hanno bisogno. Il venditore la vende in barattoli, piccoli, grandi, formato
famiglia e tutti ne vogliono un po’: una nonna, una
mamma di tanti figli. Fino a che nel momento in cui stava andando via gli cadde
un barattolo piccolo e la verità sul gran mistero della felicità si rivela agli
occhi di tutti.
La felicità è una tazza di té
di Eulàlia Canal
Illustratore Toni Galmés
Traduttore Luigi Cojazzi
Editore Terre di Mezzo Età di lettura: da 5 anni.
Mentre Orso ha perso gli occhiali, Tasso ha perso il sonno e Lupo è in cerca di
amici, Scoiattolo ha in mente una cosa straordinaria: andare alla ricerca della
felicità! Una cosa che ha sentito da tutti, ma Orso perplesso chiede “Ah, e
com’è la felicità?”. Una favola che intraprende un lungo viaggio, che lo porterà
a scoprire che cos’è la felicità. Scoprirà poi che la felicità è quella cosa
presente nei piccoli gesti e nei momenti più belli da condividere con il cuore.
Una storia romantica edita da Terre di Mezzo.
I 10 segreti della felicità
di Alberto Pellai
Illustrazioni Sophie Fatus
Editore La Coccinella, Età di lettura: da 5 anni.
Alberto Pellai noto medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore
presso l’Università degli Studi di Milano ha elaborato un libro interattivo, con
tantissime finestrelle, che svelano ai più piccini i segreti della felicità. Un
gioco edito da La Coccinella che favorisce la scoperta delle emozioni,
l’autostima, la pazienza, l’empatia, la condivisione. Alberto Pellai ha
pubblicato molti libri per genitori e docenti, tradotti in molte lingue,
collaborando anche come divulgatore scientifico con molte testate nazionali e
nel 2004 il Ministero della Salute gli ha conferito la Medaglia d’argento al
merito in Sanità Pubblica.
Il piccolo libro della felicità
di Geronimo Stilton
Editore Piemme, Età di lettura: da 9 anni.
Questo è un libro speciale: al profumo di cioccolata da annusare a volontà tra
una pagina e l’altra. Un libro olfattivo che fa viaggiare il piccolo lettore
insieme all’eccellenza della letteratura d’infanzia: Geronimo Stilton. Una
sagra, un viaggio nel Regno della Fantasia sulle ali dorate del Drago
dell’Arcobaleno per incontrare la Regina delle Fate Floridiana. Il mistero da
scoprire è: qual è il segreto della felicità? Un’avventura
straordinaria tra le pagine di un libro speciale.
L'articolo Giornata mondiale della felicità, “è un diritto, ma sappiamo
riconoscerla?” Cosa dicono gli esperti e i 5 libri per insegnarla ai bambini fin
da piccoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Insieme a Bertolt Brecht e Alfred Andersch, Erich Fried (Vienna 1921 – Londra
1988) è stato il mio poeta di riferimento da quando l’ho ascoltato per la prima
volta a Gießen, nel 1977. Poeta di riferimento perché mi sono sempre potuto
fidare della sua lingua. Una lingua ridotta all’essenziale ma scaltra
nell’evitare i risucchi della tradizione e i vicoli ciechi dell’auto
rappresentazione che hanno determinato tanta poesia europea di fine secolo. In
uno dei nostri incontri, dopo una sua serata a Francoforte, non so per quale
motivo egli sentì il bisogno di confidare a un suo lettore, qual io ero, che
dopo decenni di poesia impegnata si dispiaceva di avere scritto pochissime
poesie d’amore per la sua compagna e sull’amore come principio esistenziale.
G. C.
Prima che io muoia
Parlare ancor una volta
del calore della vita
affinché almeno alcuni sappiano:
Non è calda
ma potrebbe essere calda
Prima che io muoia
parlare ancor una volta
d’amore
affinché almeno alcuni dicano:
C’era
deve esserci
parlare ancor una volta
della felicità di una speranza di felicità
affinché almeno alcuni chiedano:
Cosa era
quando ritorna?
***
Essere pronti era tutto
Per prepararmi
agli assedianti
imparai
a ristringere sempre di più
il mio cuore
Ci volle molto tempo
Adesso dopo anni di esercizio
mi si arresta il cuore
e morendo vedo la mia terra
come se mi fossi
assediato da solo
dall’interno
e avessi vinto:
Vuoto assoluto
In lungo e in largo
nessuna scala per l’assalto
nessun nemico
***
Autunno
La presi per una foglia appassita
in ascesa
Dopo sulla mia mano:
una farfalla gialla
Non durerà più a lungo
di una foglia
che deve cadere
in questo grande autunno
(e io non più a lungo
di una falena gialla
nel tuo amore di grande flusso
e riflusso)
e pur palpita
e mi accarezza la mano
su cui si muove
e non lo sa
***
L’amore e noi
Che ci deve l’amore?
Quale aiuto
ci ha recato l’amore
contro la disoccupazione
contro Hitler
contro l’ultima guerra
o ieri e oggi
contro la nuova paura
e contro l’atomica?
Quale aiuto
contro tutto
quello che ci distrugge?
Proprio nessun aiuto:
l’amore ci ha traditi
Che ci deve l’amore?
Che dobbiamo noi all’amore?
Quale aiuto
gli abbiamo recato
contro la disoccupazione
contro Hitler
contro l’ultima guerra
o ieri e oggi
contro la nuova paura
e contro l’atomica?
Quale aiuto
contro tutto
quello che lo distrugge?
Proprio nessun aiuto:
Abbiamo tradito l’amore.
***
L’ultimo buon consiglio
Dietro la siepe se ne stanno
vita e morte
Entrambe mi chiamano
entrambe vogliono darmi un consiglio
Dietro la siepe
sento le loro voci
non devo attraversare la siepe
non le devo vedere
“Smettila di amare la tua infelicità
e ama la tua felicità!
Ancora oggi! Non ti resta più tanto tempo!”
esclama una delle voci
L’altra dice:
“Abbi caro quel che ami
Anche amarne l’infelicità può essere felicità
e cambiare l’amore reca infelicità”
Poi insieme dicono: “Va’!”
e io vado sapendo che
una è la mia morte
e una la mia vita
L'articolo Erich Fried, una lingua ridotta all’essenziale (traduzione di Gino
Chiellino) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tornano per la 34ª edizione le “Giornate FAI di Primavera”, il più grande evento
di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico dell’Italia, nonché
il più efficace strumento con cui il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS
porta avanti da oltre 50 anni la sua missione di educazione della collettività
alla conoscenza e alla tutela di quel patrimonio. Infatti dal 1993 – anno della
prima edizione dell’evento – fino all’autunno scorso, quasi 13 milioni e mezzo
di italiani hanno potuto scoprire e riscoprire oltre 17mila luoghi speciali
delle città e dei territori in cui vivono.
E per questa primavera il menù appare particolarmente ricco perché sono 780 le
proposte del FAI in ben 400 luoghi diversi.
Le grandi città
Proprio alcuni dei tesori delle grandi città apriranno i loro portoni.
Cominciamo dalla Capitale: previste a Roma diverse aperture straordinarie di
beni e ambienti normalmente non accessibili al pubblico, come il Palazzo del
Ministero dell’Istruzione e del Merito, progettato da Cesare Bazzani nel 1912,
che aprirà per volontà dello stesso Ministro Giuseppe Valditara, per
sottolineare il grande valore educativo delle Giornate FAI; e ancora la Corte
Suprema di Cassazione, con sede presso il Palazzo di Giustizia, realizzato su
progetto dell’architetto Guglielmo Calderini tra il 1888 e il 1910.
A Milano apertura del Palazzo delle Finanze, costruito negli anni Trenta del
‘900 per raggruppare gli uffici che si occupavano di tasse e imposte e dove si
accederà anche al bunker e al caveau; e ancora la Torre Libeskind (riservata
agli iscritti FAI e su prenotazione), edificio progettato dall’architetto
statunitense Daniel Libeskind e costruito tra il 2015 e il 2020, soprannominato
il Curvo per via della sua forma, quindi la Sede Rai di Corso Sempione (visite
su prenotazione), con 5 studi televisivi e 5 radiofonici, dove i visitatori
potranno sperimentare in prima persona gli effetti della Extended Reality e
scoprire le innovazioni tecniche utilizzate durante le trasmissioni delle
Olimpiadi invernali;
A Napoli aprirà i cancelli lo Stadio Maradona, inaugurato nel 1959, dove i
visitatori potranno osservare da bordo campo il terreno di gioco e percorrere il
cosiddetto “Miglio Azzurro”, proprio come fanno gli atleti; e il Palazzo
d’Avalos del Vasto (riservato agli iscritti FAI), divenuto nei secoli una vera e
propria reggia urbana, ora interessato da importanti restauri ed eccezionalmente
accessibile per il FAI.
A Genova si potrà visitare la Lanterna, il monumento più famoso della città, le
cui prime testimonianze scritte risalgono al 1128.
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28. PALERMO, PORTA-NUOVA (C) FAI (2)
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18. TORINO, PALAZZO-DI-CITTA-MUNICIPIO, FOTO GIORGIO BLANCO (C) FAI (1)
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MILAN, ITALY: MODERN BUILDINGS AT CITYLIFE
Milan, Italy - April 24, 2022: Milan, Lombardy, Italy: modern buildings at the
Citylife park
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7. MILANO, PALAZZO DELLE FINANZE, MILANO_0002 ©ROBERTO MORELLI (1)
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16. VENEZIA, PALAZZO-FERRO-FINI_FOTO CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO (2)
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9. NAPOLI, STADIO MARADONA, FOTO GIOVANNI FORMOSA (C) FAI (1)
A Torino aprirà i suoi spazi il Palazzo di Città, sede del Municipio, con
ambienti riccamente decorati, come la Sala del Sindaco – eccezionalmente
accessibile – la Sala dei Marmi e la Sala del Consiglio, con velluti e damaschi
rossi alle pareti, così come l’Opificio delle Rosine, storica istituzione
cittadina nata nel 1756 per sostenere l’emancipazione delle donne attraverso
formazione e lavoro autonomo, oggi polo artistico e culturale con una forte
vocazione sociale.
Quindi a Palermo si potrà vedere Porta Nuova a Palermo, esempio tra i più
rappresentativi dell’architettura trionfale della città, dove verrà proposta una
nuova visita inclusiva e accessibile a tutti, in collaborazione con il Comando
Militare Esercito “Sicilia”, proprietario del bene, e l’Università degli Studi
di Palermo, che prevede supporti realizzati appositamente per le Giornate FAI,
come visite tattili con plastici e virtuali con video per persone con mobilità
ridotta e un cartone animato per bambini,
Sorpresa a Firenze con l’apertura di Palazzo Cerretani (visite su prenotazione),
edificio cinquecentesco che appartiene alla Regione Toscana, con la splendida
Sala del Barbarossa affrescata nella prima metà del ‘700 da Vincenzo Meucci e
oggi sede dell’importante biblioteca intitolata a Pietro Leopoldo;, da non
perdere anche Palazzo Buontalenti, o Casino Mediceo di San Marco, edificato come
“officina” del granduca Francesco I e oggi, dopo aver ospitato la Corte
d’Appello, sede della School of Transnational Governance (EUI);
Infine visita straordinaria a Ca’ Giustinian di Venezia (riservata agli iscritti
FAI), notevole palazzo gotico situato nell’area marciana, dal 2008 sede degli
uffici della Biennale.
Itinerario francescano
Tra le novità della prossima edizione delle Giornate del FAI l’inedito
itinerario per commemorare gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi.
Si tratta di aperture in 8 regioni che valorizzeranno la figura e l’eredità
spirituale e culturale del santo patrono d’Italia. Tra i luoghi coinvolti il
Santuario di San Donato con l’adiacente Giardino storico di San Francesco a
Ripacandida (PZ) – la “piccola Assisi lucana” – decorato con affreschi del ‘500
e riconosciuto nel 2010 dall’UNESCO “monumento messaggero di cultura di pace”;
il Complesso francescano di San Bernardino a Caravaggio (BG), con un prezioso
ciclo di affreschi raffigurante la Passione di Cristo. In Umbria, visite al
Convento di San Fortunato a Montefalco (PG), convento francescano che custodisce
al suo interno affreschi rinascimentali di Benozzo Gozzoli e, nel bosco
circostante, suggestive grotte, oratorio sotterraneo di epoca paleocristiana,
poi adibito al culto del cristianesimo, e infine il Bosco di San Francesco, Bene
del FAI ad Assisi (PG), luogo di armonia e silenzio ai piedi della Basilica di
San Francesco, dove si può ammirare il Terzo Paradiso di Michelangelo
Pistoletto.
Altre “chicche” e curiosità
Durante le Giornate FAI di Primavera 2026 sarà possibile visitare
eccezionalmente l’Accademia Navale di Livorno, ente universitario che si occupa
della formazione degli ufficiali della Marina Militare, di solito accessibile ai
soli addetti ai lavori e alle famiglie degli allievi in occasioni specifiche
come il Giuramento o eventi istituzionali. Il complesso originario sorge
sull’area del Lazzaretto di San Jacopo, luogo che veniva utilizzato per la
quarantena dei marinai provenienti dai mari di Levante. Questa parte
dell’Accademia fu inaugurata nel 1881, grazie soprattutto alla volontà
dell’Ammiraglio Benedetto Brin che volle unificare la Scuola Navale del Regno di
Sardegna, che aveva sede a Genova, e quella Borbonica, con sede a Napoli,
diventando così un simbolo dell’unità nazionale. Oggi l’Accademia si sviluppa su
una superficie di 215 mila metri quadrati, aprendosi verso il mare con un fronte
che misura quasi due chilometri. All’interno trovano spazio laboratori
scientifici, dormitori, piscina, palestra, biblioteche e aule dedicate alla
formazione e all’esterno il brigantino interrato. Non mancano anche il cinema e
l’auditorium, per quella che può davvero essere definita come una piccola
cittadella completamente dedicata alla vita militare della Marina, che accoglie
più di 1.200 persone tra Allievi Ufficiali e Ufficiali.
Si prosegue con la Stamperia Pascucci, antica bottega artigiana nata nel 1826 a
Gambettola (FC), luogo scelto per la facilità di reperimento della materia
prima, la canapa; anche il colore utilizzato per la stampa, il ruggine, deriva
dal ferro ossidato in disuso, di cui la cittadina è stata per lungo tempo centro
di riferimento. Il processo di stampa utilizzato allora come oggi è la tecnica
xilografica: matrici in legno di pero intagliate a mano, impregnate di pasta
colorante, vengono battute con il mazzuolo sui tessuti di canapa. Ne nascono
figure geometriche, floreali o animali facenti parte del ricco patrimonio
iconografico popolare.
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MILAN, ITALY: MODERN BUILDINGS AT CITYLIFE
Milan, Italy - April 24, 2022: Milan, Lombardy, Italy: modern buildings at the
Citylife park
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5. GENOVA, LANTERNA, FOTO MARCESINI (1)
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3. ROMA, VILLA LANTE ©FLAMINIA LERA (3)
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2A. ROMA, PALAZZO DELLA CANCELLERIA, FOTO GIOVANNI FORMOSA (C) FAI (11)
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2. ROMA, PALAZZO DELLA CANCELLERIA, FOTO GIOVANNI FORMOSA (C) FAI (9)
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1A. ROMA, MINISTERO DELL_ISTRUZIONE E DEL MERITO, FOTO MINISTERO DELL_ISTUZIONE
E DEL MERITO (2)
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1. ROMA, MINISTERO DELL_ISTRUZIONE E DEL MERITO, FOTO MINISTERO DELL_ISTUZIONE E
DEL MERITO
Invece a Nola, in provincia di Napoli, da non perdere la Fonderia Nolana fondata
negli anni ’70 da Pasquale Del Giudice, che si basa sulla millenaria tradizione
metallurgica dell’agro nolano, centro celebre per la fusione dei bronzi da aver
dato il nome “nolae” alle piccole campane. Evolutasi da bottega artigiana a polo
internazionale d’eccellenza, all’interno della struttura l’antico metodo della
cera persa si fonde con tecnologie digitali d’avanguardia che non sostituiscono,
ma potenziano la gestualità dello scultore. Il sito è un crocevia storico dove
il “saper fare” campano dialoga con artisti globali, in una sintesi perfetta tra
archeologia industriale e futuro.
A Sarzana (SP) sarà visitabile Maristaeli Luni, la stazione elicotteri della
Marina Militare inserita in un rilevante contesto paesaggistico e nata nella
seconda metà del ‘900 come infrastruttura strategica per l’Aviazione Navale
italiana e per la NATO. Poi si è progressivamente sviluppata e adeguata alle
nuove esigenze operative, diventando un polo di eccellenza per la formazione e
l’addestramento degli equipaggi di volo in ambiente marittimo e svolgendo un
ruolo centrale anche nelle operazioni di soccorso, protezione civile e sicurezza
marittima. La stazione comprende piste di decollo e atterraggio, hangar per
ricovero e manutenzione degli aeromobili, aree dedicate all’addestramento,
simulatori di volo e di ammaraggio forzato, officine, laboratori e magazzini, in
cui gravitano oltre 600 persone.
A Macerata si potrà visitare il Teatro Lauro Rossi, con i suoi 426 posti a
sedere, è un gioiello settecentesco, nato come “teatro condominiale”. Nel 1765
ben 46 nobili maceratesi promossero la realizzazione di un nuovo teatro nello
spazio occupato dal vecchio Palazzo Comunale. L’incarico venne affidato ad
Antonio Galli, detto il Bibiena, il cui progetto venne riadattato nel 1769 da
Cosimo Morelli, che diresse i lavori di costruzione: la sua realizzazione spetta
dunque ai due più importanti progettisti teatrali del XVIII secolo. Inaugurato
nel 1774, il teatro venne intitolato nel 1884 al compositore maceratese Lauro
Rossi.
Dalle Marche alla Puglia: a Bari apertura straordinaria per il Teatro Margherita
edificato tra il 1912 e il 1914 come una costruzione palafitticola su pilastri
in cemento armato sul tratto di mare prospiciente il cosiddetto “giardino
Margherita”. Rappresentava la risposta ingegnosa al divieto di costruire altri
teatri sul territorio barese al di fuori del Teatro Petruzzelli e la sua storia
riassume emblematicamente l’evoluzione del gusto dei cittadini per i luoghi di
spettacolo e di ritrovo dai primi anni del secolo scorso ai giorni nostri.
E infine a Orgosolo (NU, verso la fine degli anni ‘60 un maestro d’arte,
Francesco del Casino, con i suoi studenti della locale scuola media iniziò a
dipingere sui muri del paese opere che esprimevano critiche sociali, storie e
memorie collettive. Il fenomeno muralistico divenne un vero e proprio movimento
di arte murale politica, collegato alle lotte locali (come la mobilitazione di
Pratobello contro la creazione di un poligono militare) e internazionali. E così
il paese ben presto si trasformò in un museo di impegno civico a cielo aperto:
oltre a toccare i murales più significativi di Corso Repubblica, il percorso
proposto nelle Giornate FAI permetterà di scoprire la tradizione locale
dell’allevamento del baco da seta e della lavorazione della fibra.
L'articolo Giornate Fai di Primavera 2026, dal Palazzo di Città di Torino alla
Torre Libeskind di Milano: le “chicche” da vedere il 21 e 22 marzo – LA GUIDA
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Esiste un teatro che ha rimesso al centro il canto ma non produce musical, tanto
meno opere liriche. Nei suoi lavori, al canto si aggiungono spesso la parola
recitata/narrata e sempre il movimento o meglio il corpo, perché si tratta di
canto incarnato, embodied. Questo teatro è fatto da piccoli gruppi, che stanno
ai margini, e non solo in senso geografico-urbanistico. Del resto – come dico
spesso – è dalla periferia che ormai arrivano le proposte più interessanti.
Di conseguenza, quando oggi parliamo (com’è accaduto a Torino, per la III
edizione di Percorsi Nomadi, dal 5 al 15 marzo) di embodied musicality, o di
drammaturgia musicale, non intendiamo più, principalmente, l’uso della musica
nel lavoro teatrale ma ci riferiamo alla “musicalizzazione” dello spettacolo e,
in particolare, della performance attoriale. Questa musicalizzazione – ripeto –
riguarda in primis il corpo, che è sempre un corpo-voce. Si tratta di dar vita a
un corpo-voce ritmico, capace di “mettere in metrica” la parola e il movimento,
trasformando la prosa in poesia e l’azione fisica in danza, come sognavano i
primi registi più di un secolo fa.
In questo lungo percorso tra vecchio e nuovo secolo, la musica torna ad essere
mousiké, come nell’antica Grecia, cioè insieme di poesia, canto, danza, suono.
Al netto di qualche isolata anticipazione, è con la nascita della regia che
inizia veramente quella che lo studioso Franco Ruffini ha chiamato, in
riferimento a Stanislavskij, “la rivoluzione della musica”.
La novità radicale della regia agli albori consiste nell’idea che la messa in
scena debba essere concepita come un’opera d’arte, la cui caratteristica
fondamentale risiede nel movimento. A questo, soprattutto, spetterebbe il
compito di conferirle una forma anomala, non-quotidiana, non-mimetica.
Agli inizi del secolo scorso, Gordon Craig, influenzato fra gli altri da Isadora
Duncan, concepisce l’intera scena come un’entità dinamica, in continua
metamorfosi, e, per realizzarla, inventa gli screens, paraventi mobili.
Ma in genere, dal coevo Adolphe Appia in poi, quando si parla di movimento ci si
riferisce in primo luogo all’attore/danzatore. E ovviamente si tratta di un
movimento ritmico, in grado di conferire alla prestazione attoriale, e quindi
all’intero spettacolo, una metrica poetica e di farne un organismo unitario.
Insomma, fin da subito, l’essenza dell’arte drammatica, e di conseguenza della
messa in scena, viene individuata dai registi nel “movimento ritmico del corpo
umano nello spazio” (Georg Fuchs, 1909).
Ma parlare di movimento ritmico significa, naturalmente, parlare di musica. E
non è un caso che le ricerche pedagogiche del musicista e musicologo ginevrino
Emile Jaques-Dalcroze diventino per alcuni anni, fra il secondo e il terzo
decennio del Novecento, un riferimento per molti dei maestri della regia.
Dalcroze aveva individuato nell’aritmia il male dell’uomo moderno. Per curarla,
e restituirgli quel “senso senso”, inventa la Ritmica, un complesso di esercizi
consistenti nell’apprendimento della musica mediante il corpo.
E’ noto come l’incontro con Dalcroze sia stato fondamentale ad Appia per
imprimere alla sua visione teatrale la svolta decisiva. Egli era convinto che
l’attore in quanto uomo, entità corporea psicofisica, possedesse già in sé,
almeno in potenza, la musica. Si trattava allora di coltivare questa capacità
innata in maniera tale che essa permettesse all’attore-uomo di diventare
finalmente il soggetto della creazione scenica, senza più alcuna subordinazione
né al testo né alla musica. L’autonomizzazione del performer è perseguita in
quegli anni anche nel campo della danza. Come provano, in particolare, le
precoci ricerche di Rudolf von Laban sulla “danza libera”, che rifiuta la musica
come estranea e condizionante.
Dal lavoro di Stanislavskij sul “temporitmo” delle azioni fisiche alle
sperimentazioni di Decroux sul “dinamoritmo” nel mimo corporeo; dal “regista
musicista” di Mejerchol’d alla traiettoria di Grotowski dalla “parola cantata”,
negli spettacoli del Teatro povero, agli antichi canti vibratorii su cui si
basano le ultime ricerche; dai “concerti” di Carmelo Bene all’”attore jazz” di
Leo de Berardinis. Ecco solo alcuni dei capitoli fondamentali di quella
rivoluzione della musica che ha segnato profondamente la scena contemporanea.
Se guardiamo le cose da questa prospettiva, risulterà evidente come certe
esperienze attuali, che potrebbero sembrare eccentriche o addirittura
anacronistiche, appartengano invece a pieno titolo alla tradizione vivente che
sta al centro del Novecento teatrale. Il loro contributo è perciò cruciale,
oggi, per il rilancio della ricerca e per una rigenerazione dell’arte
dell’attore che sappia attingere ancora una volta alle risorse della musica come
mousikè.
Penso, ad esempio, a tre realtà che hanno partecipato al progetto torinese
Percorsi Nomadi III-Embodied Musicality e che seguo da tempo: LabPerm di
Domenico Castaldo, Theatre No Theatre di Thomas Richards e Regula Teatro/Laudesi
di Raúl Iaiza (si tratta anche dei curatori della rassegna, assieme a Oliviero
Ponte di Pino). Ma esistono altre realtà che lavorano in modi affini, o comunque
interessanti al riguardo: da PoEM di Gabriele Vacis a Teatro Akropolis di
Clemente Tafuri, da ErosAnteros di Agata Tomsic e Davide Sacco a Jubilo
Foundation di Diego Pileggi, per limitarmi a quelle che conosco.
L'articolo Il teatro riscopre la musicalità del corpo: è accaduto a Torino con
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