Portare a teatro il tema del dismorfismo digitale non è affatto facile. Il tema
è “caldo” e sentito soprattutto dalle nuove generazioni che si ritrovano in mano
tutti i pregi nel maneggiare i cellulari e il mondo digitale, ma incapaci (loro
malgrado) di avere gli strumenti per frapporre un muro tra ciò che è
rappresentato nello schermo dalla lucina blu e la propria vita. Succede proprio
questo al protagonista dello spettacolo teatrale dal titolo emblematico, “I
corpi che non avremo” di
Francesco Toscani
con alla regia Andrea Piazza
e in
scena con Fabrizio Calfapietra e Simone Tudda. In scena al Teatro Franco Parenti
di Milano
fino al 14 febbraio.
Al centro della storia c’è Mattia (un bravissimo Fabrizio Calfapietra che si
impone nella scena sia con la voce che col fisico) che festeggia 33 anni. Ma il
suo è un compleanno atipico, si fa gli auguri da solo e al posto di una torta
con le candeline, ha davanti a una semplice ciotola di latte e cereali. I
messaggi di auguri scorrono velocemente sul telefonino e in molti si lamentano
di non vederlo da troppo tempo. Ma Mattia vive in completa solitudine barricato
dentro la realtà virtuale. Ed ecco che, come nella migliore tradizione greca,
appare l’Altro (Simone Tudda), la coscienza ma al contempo l’incoscienza di
Mattia. Un coro greco targato 2026.
L’Altro sbatte in faccia la realtà a Mattia e, come uno psicanalista, lo
costringe ad andare a ritroso nel tempo quando in un campetto di provincia, il
protagonista a soli nove anni, ha scoperto per la prima volta lo sguardo degli
altri. E non si è piaciuto, si è sentito giudicato, fuori posto e contesto. Come
recita lo spettacolo “l’individuo si annulla per ritrovare un senso di
perfezione che la realtà biologica gli nega, marciando finalmente nella luce e
nel sempre”.
Il regista Andrea Piazza riesce sulla scena ad evocare i vari livelli narrativi
del flusso di coscienza di Mattia con espedienti davvero interessanti, seppur
semplici ma innovativi tra giochi di ombre cinesi e proiettori su un grande telo
bianco, che altro non sono che le coperte del letto dove ormai Mattia vive.
Ma sarà possibile mai quel giorno in cui ognuno di noi potrà riappropriarsi del
proprio corpo, della propria coscienza e della propria vita?
L'articolo Bombardati da corpi perfetti, pornografia e vite a prova di
“marketing”, combattiamo giorno per giorno per “I corpi che non avremo”. Ma
riusciremo a salvarci? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chiunque voglia tentare un approccio complessivo e necessariamente sintetico al
lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista di teatro straordinario ma
pure originale interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a
un’impresa non agevole.
Anche limitandosi al contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un
repertorio di spettacoli non solo vastissimo ma estremamente diversificato, che
va da Shakespeare alla farsa napoletana, da Molière a Büchner, da Majakovski a
Brecht, da Pirandello a Eduardo De Filippo e ad alcuni dei massimi autori
contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E si tratta di un elenco largamente
incompleto. In ogni caso non si può che partire da un dato di fondo: la radicale
estraneità di Cecchi rispetto alla realtà della nostra scena. Un’estraneità che
egli ha sempre rivendicato, come testimonia Claudio Meldolesi nell’ormai
classico Fondamenti del teatro italiano (1984): “Cecchi mi ha detto ‘io non
faccio parte del teatro italiano’”.
Questa disappartenenza riguarda sostanzialmente il teatro di regia, che agli
inizi degli anni Sessanta, quando Cecchi avvia la sua carriera, è al potere alla
guida degli Stabili. Egli lo rifiuta in radice, considerandolo un teatro “che
nega in fondo se stesso, perché se neghi, impedisci agli attori di essere
attori, neghi la possibilità stessa del teatro”. Per questa precoce presa di
coscienza risultano decisivi due apprendistati di quel decennio: con il Living
Theatre e con Eduardo. E’ soprattutto grazie al secondo che egli ha modo di
rafforzare nella sua visione teatrale il riconoscimento dell’assoluta preminenza
dell’attore e di scoprire le potenzialità del dialetto.
In realtà il dialetto faceva già capolino nella primissima edizione del Woyzeck
(1969), ma è solo dopo la full immersion nella realtà teatrale eduardiana e
napoletana che esso diventa una precisa scelta espressiva, uno strumento
consapevolmente adottato per arrivare a forgiarsi una propria lingua scenica.
E’ così che Cecchi inizia negli anni Settanta un viaggio all’indietro nel tempo
che lo porta, ben oltre Eduardo, a risalire fino ai prototipi della farsa
partenopea, cioè a Scarpetta e soprattutto a Petito, il capostipite, di cui
mette in scena due testi, rivisitandoli criticamente. Ma anche gli altri
spettacoli di questo periodo (i due Majakovskij, ad esempio) risuonano di
diverse inflessioni dialettali, oltre a quelle napoletane.
E tuttavia non sono i dialetti in quanto tali il centro della questione che gli
sta a cuore in quegli anni. Esso risiede – giova ribadirlo – nell’esigenza di
forgiarsi strumenti e modi recitativi alternativi alla pseudotradizione
dell’attore italiano del teatro di regia e alla sua “antilingua”. Torna anche in
lui il tema dell’italiano come lingua più adatta al melodramma che al teatro di
parola, chiamato “teatro senza canto”. Insomma, Cecchi non può in alcun modo
essere definito un attore dialettale. La sua recitazione anomala,
inconfondibile, va piuttosto messa sotto le insegne del “grottesco”
novecentesco.
Mi riferisco, in prima battuta, all’alternanza comico/tragico nel repertorio (da
lui definita, una volta, tecnica del “contrappeso”) che spesso si traduce in un
mescolamento se non in una fusione, dove l’uno diventa il rovescio dell’altro.
Non siamo troppo lontani, in fondo, dal grottesco di Pirandello o, meglio
ancora, del Petrolini maturo. O da quello di Mejerchol’d, consistente nella
sfasatura tra gesto e parola e, più ampiamente, tra forma e contenuto.
Ma quando parlo di grottesco per Cecchi mi riferisco soprattutto al suo modo
particolarissimo di stare in scena, che in molti hanno cercato di descrivere. Ad
esempio, Armando Petrini ha parlato, con precisione, di “una recitazione tutta
‘in levare’, con bruschi mutamenti di ritmo – rapide accelerazioni e arresti
improvvisi, battute buttate via e silenzi meravigliosamente scanditi – fatta di
spezzature, sprezzature, dissonanze”.
Ma è a Cesare Garboli (il quale collaborò a lungo con lui, soprattutto per
Molière) che dobbiamo una straordinaria descrizione dell’attore in scena: “la
recitazione (la vocazione) cambia di segno: non si è più attori perché si ama il
teatro; si è attori, grandi attori, perché lo si odia. […] Cecchi tende a
nascondersi, a mettersi in ombra, a sparire negli angoli; a rattrappirsi; e là,
nei suoi angoli, lascia che ondate sadomasochiste si scatenino rovesciandosi con
una violenza che si esercita e si abbatte contro di lui”.
Pur nel modo defilato, schivo e addirittura scontroso che gli era proprio,
Cecchi ha esercitato un importante magistero nei sessant’anni di ininterrotta
presenza sulle nostre scene, fra l’altro formando varie leve di attori e
contribuendo a scovare talenti.
Nello stesso tempo è stato un testimone, cioè una coscienza critica del teatro
italiano, una delle più rigorose, nella sua inflessibilità e severità,
esercitate innanzitutto verso sé stesso. Basterebbe ricordare le sue dure e
reiterate considerazioni sulla recitazione teatrale nel nostro Paese. Ma se oggi
disponiamo di almeno due generazioni di attori/attrici di grande valore, questo
lo dobbiamo anche, e forse soprattutto, allo sforzo pedagogico profuso da
maestri come Carlo Cecchi e non solo.
L'articolo Il teatro di Carlo Cecchi non può essere definito dialettale: la sua
era ‘estraneità’ alla scena proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nell’immaginario collettivo ho esordito a 16 anni ieri sera su Rai1 con
Maurizio Costanzo”. Se oltre al talento, alla forza di volontà, alla costanza,
c’è una dote che Matteo Porru ha, è l’ (auto)ironia. Ad ascoltarlo sembra di
essere di fronte ad un giocoso stand up comedian che sa raccontare con garbata
poesia le sue emozioni e i suoi pensieri. A 24 anni ha già una mezza dozzina di
romanzi all’attivo – due con Garzanti (Il dolore crea l’inverno, Il volo sopra
l’oceano); la conduzione di un programma Rai sui libri (Itaca), alcune opere
teatrali (segnatevi: Cobalto); una laurea in filosofia dell’economia;
apparizioni nei tg e nei talk (DiMartedì). Eppure l’immagine di Matteo, con quel
sorriso disteso e solare, è cristallizzata ancora in quella dell’adolescente
uscito dal tunnel di una drammatica malattia che ha necessitato dieci anni di
pesantissime cure come racconta il documentario Matte, uscito proprio un anno fa
su RaiPlay. “Ero convinto che da grande avrei fatto il pilota”, spiega Porru a
FQMagazine. “Con mio nonno ci piazzavamo sul perimetro dell’aeroporto di
Cagliari per vedere quei bestioni di aerei che decollavano. Mi venivano i
brividi: quegli aerei pesavano tonnellate e in 30 secondi, dopo essersi staccati
da terra, diventavano piume. È una grandissima metafora della vita”.
Si racconta che quando andavi a scuola desideravi dialogare più con gli adulti
che con i compagni…
“Per la vita che avevo avuto ero infinitamente più vicino agli adulti. Da
bambino avevo già visto diverse terapie intensive. Pikachu non era il mio metro
di vita. Alle elementari facevo il tempo pieno e in mensa mi sedevo di fianco
alla maestra. Chiacchieravamo di tutto e di più anche lontano dalla scuola. Gli
insegnanti per me sono stati amici e mentori di vita. Purtroppo la scuola
italiana è piena di casi che certificano il contrario. Giro come ospite le
scuole da dieci anni, ogni tanto mi fermo e dico: ma questo come fa ad
insegnare?”
Di solito è sempre colpa degli ragazzi…
I problemi sono due: genitori e insegnanti, comunque sempre i grandi. E c’è una
cosa che mi dà i nervi. Mi chiamano a scuola e gli insegnanti mi dicono ‘così li
sproni’. Devo farlo io? Ma fallo tu che sei un insegnante, li vedi otto ore a
settimana. Comunque la scuola a me ha dato tutto, è stata l’università a
distruggermi.
Prego?
È l’esatto opposto di tutto quello che deve essere oggi. Premessa: ho fatto
l’università durante il Covid, un ateneo d’eccellenza con numero chiuso a
Venezia. Mi aspettavo professori mentori, ma non ne ho avuto neanche uno. Sai
quando attendi un buon boccone e non ti arriva per tutto il pasto? In pratica
l’università è un laureificio. Anche io mi sono laureato e volevo pure fare il
docente universitario, ma per dirla alla David Foster Wallace: è stata una cosa
divertente che non farò mai più.
Hai iniziato a pubblicare il tuo primo romanzo a nemmeno quindici anni…
L’editore l’ho trovato credendo che l’abito facesse il monaco. Finita la scuola,
il sabato pomeriggio, mi vestivo da amministratore delegato di sta m….a, andavo
nello studio di papà, stampavo i miei raccontini, li pinzavo, e andavo in giro
per Cagliari a venderli. Mi dicevano di tutto: non ho spiccioli, dov’è la mamma,
lo vuoi un gelato. Volevo autodeterminarmi: ho una voce, guardatemi.
L’ospitata da Maurizio Costanzo a 16 anni com’è arrivata?
Ero stato prima da Licia Colò su Tv2000 per una comparsata. Era il 2017 ed era
appena uscito The mission (La Zattera). Avevo ancora ciuccio in bocca. Poi mi
chiama lui. Costanzo è stato un gigante. Ci siamo scritti per un lungo periodo.
Mi ha lasciato una grande frase che porterò sempre con me: non mi interessa se
sei un enfant prodige, a me piace che hai i tuoi sogni chiari. Lo dirò ai miei
figli, quando li avrò.
Poi ha bussato Garzanti…
Il giorno dopo aver vinto il Campiello giovani con Talismani (2019) mi arrivano
tre mail, da tre importanti editori. Pensa a un trittico ed è quello. Il primo
manda una mail arzigogolatissima e molto barocca,: se hai materiale mandalo. Il
secondo è più minimal: se hai qualcosa da farci leggere siamo contenti di
leggerlo. Poi arriva Garzanti e mi scrivono: “Congratulazioni per la vittoria
Matteo, il racconto è splendido e tu te lo meriti. Che ne dici se uno di questi
giorni passi per Milano ci prendiamo un caffè e parliamo dei tuoi sogni?”. Hanno
vinto a mani basse. Una settimana dopo sono lì, nella casa editrice di Pasolini.
Il gruppo Gems diventa una famiglia con relazioni soprattutto umane. Con loro
non sei un ISBN, ma una persona che viene seguita, incoraggiata, in cui
credono”.
Il dolore crea l’inverno era già chiuso?
C’era già. L’avevo scritto mentre ero ricoverato in ospedale in Germania,
Parliamo di una vita prima. Ci ero e ci sono legatissimo. Dissi all’editore: “Vi
sto dando un pezzo del mio cuore”. Se ne sono presi cura sul serio.
Il dolore crea l’inverno è un romanzo straordinario…
L’ho scritto quando ero circondato dal bianco dell’ospedale e non avevo niente.
Il protagonista Elia Legasov (un uomo che vive solo, vicino al mare di Kara e di
mestiere fa lo spalaneve di un piccolo paese ndr) è frutto della disperazione
più profonda provata in vita mia.
Legasov beve spesso alcol ad altissima gradazione che gli corrode le budella,
mentre fuori c’è questa neve e questo ghiaccio che intirizziscono la sua pelle…
Questa differenza di gradi la sentivo all’ospedale Bambin Gesù quando portavano
la colazione con il carrellino del latte caldo. Era imbevibile perché bollente.
Pensavo: sento un freddo tale qua dentro, niente mi riscalderà, poi bevevi
questo latte bollente che ti faceva bruciare lo stomaco. Ho pensato spesso a
questo contrasto. Elia è la mia carne. L’ho scritto con la flebo attaccata alla
mano. L’ho inventato nel 2014 e il romanzo è uscito nel 2023.
L’ultimo capitolo, per ora, del libro Porru è Sofia: hai postato su Instagram il
suo primo messaggio…
Posso dire una cosa? Detesto Instagram. È un social dell’immagine, mentre
Facebook è social della parola. Io, scrivendo, sono molto più legato alle parole
che alle immagini.
Torniamo a Sofia…
Mi ricordo che ero in viaggio per presentare Il volo sopra l’oceano e mi arriva
una mail per presentare il libro a Novi Ligure, ma dalla libreria non mi
coprivano il costo del viaggio. Ho risposto allora che sarebbe stato difficile.
Succede quindi che torno a casa, pranzo con mia madre e cito Novi Ligure e lei
mi fa: ci devi andare. E perché mai? Sei nato il 21 febbraio del 2001 il giorno
del delitto compiuto da Erica e Omar (a Novi Ligure ndr). Rispondo alla mail:
vengo. Mi arriva il messaggio di Sofi ed era uno tra mille. La faccio breve:
cancellano un treno e mi vengono a prendere ad Arquata Scrivia. Esco dalla
stazione e vedo la cosa più bella del mondo. Lei era in piedi con i pantaloni
verde scuro, una camicia leggera celeste e con una certa voluminosità sulle
spalle, i capelli tirati giù leggermente mossi.
La letteratura finalmente ha creato l’amore…
A Novi Ligure sondo se è già fidanzata. Scopro di no. Lei inizia a presentare il
libro e io mi innamoro perdutamente. Andiamo a cena insieme a Gavi, poi saliamo
sul forte e ci baciamo. Il giorno dopo devo ripartire per andare a Trieste e lei
viene con me. Abbiamo iniziato la relazione girando l’Italia.
Matteo Porru e il romance.
Non leggerei mai quella roba là. Non sono contenuti miei, non lo sarebbero stati
in nessun momento della mia vita. Io sono il giorno, questa roba la notte. Però
per molti ragazzi il romance è il loro primo libro. Quindi non mi interessa
molto cosa legge un ragazzo, basta che legga. Se funziona, ha un pubblico e il
lettore si appassiona continuando a leggere e sviluppando altri tipi di
interresse per altri libri, ben venga il romance. Se vende 5 milioni di copie
consente al mio editore di riuscire a sopravvivere senza che io sia un best
seller.
In Il dolore crea l’inverno alla decima riga ci piazzi i copechi: quanto ti ha
influenzato la letteratura russa?
C’è molto Cechov in quello che scrivo. E visto che vado fiero di scrivere per il
teatro, la forma più nobile che esista, più della letteratura, aggiungo che i
dialoghi di Cechov sono pietre miliari.
Libri del cuore?
Adoro i 44 racconti di Hemingway, il primo Pavese quello di La luna e i falò.
Uno che non ho mai capito davvero, e sto riscoprendo con Sofia, è Italo Calvino.
Tremano i muri della storia…
Sono stato traumatizzato dall’aver dovuto leggere da ragazzino Il barone
rampante. Anzi, da questo libro e da Lo scudo di Tanos di Valerio Massimo
Manfredi. Per finire Tanos ho fatto una fatica mostruosa. Calvino, invece, era
troppo complesso da far leggere a un ragazzino. È infinitamente più nobile di
come lo vogliono spiegare ai ragazzi. L’ho sfogliato ancora di recente e molte
cose non capite a 15 anni ora le ho capite.
Come si possono appassionare i ragazzi alla lettura?
Fargli fare una gita in libreria e dirgli: scegliete un libro, ma quello che
volete. Vanno lasciati liberi. A scuola dare come compito la lettura è il più
grande deterrente al lettore che sarà quel ragazzo o ragazza tra anni. Il più
grande errore della scuola è che la lettura viene impostata come un compito,
quando invece è un piacere. Quando gli insegnanti mi dicono “gli faremo leggere
i tuoi libri” e io gli dico: no, fermi, non fatelo!
C’è una crisi esistenziale nelle nuove generazioni?
I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. Oggi siamo immersi in un post
post individualismo tremendo dove le chiacchierate si fanno davanti alla
Playstation. Quando andavo al liceo io c’era ancora una discussione partecipata,
ci si parlava. Oggi non ci si dice più un cazzo. Vedo molto silenzio che viene
interpretato come atto di ribellione ma non è così. I giovani sono al centro del
mondo solo quando ne muore uno o si va a votare. È una cosa molto triste. La
retorica è diventata così importante nel messaggio che si lancia da diventare
oscena.
Una delle principali accuse è quella di una scarsa reazione a ciò che accade nel
mondo…
C’è una passività crescente nella vita, a cui siamo stati allenati. Avevamo le
cuffie con il filo che costavano venti euro, ma hanno inventato quelle senza
filo che ne costano 200. Queste poi si scaricano, le buttiamo e ne dobbiamo
sempre comprare altre. Ci stanno semplificando ed eliminando sempre di più i
problemi in modo tale che senza problemi pensiamo di vivere meglio, ma in realtà
siamo più schiavi. Poi alla fine ti aspetti che l’adulto cerchi di farti da
guida, ma l’adulto c’ha il 17Pro.
Hai parlato di un soggetto che ci obbliga a compiere determinati gesti: a chi ti
riferisci?
Alla tensione del progresso del mondo. Sia chiaro: senza il progresso dei
farmaci sarei morto a due anni, però il progresso è una cosa meravigliosa se si
capisce da dove arriva, perché arriva e soprattutto cosa ce ne facciamo. Vedo
come una sorta di progresso passivo che non mi piace. Il progresso è diventato
capitalismo. Ogni cosa che arriva nuova non importa se sia meglio o peggio,
basta che sia nuova. Il progresso a mio avviso va normato perché ho paura che
tra 50 anni il mondo sarà più liofilizzato, meno vero, sempre meno vivo.
L'articolo “I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. Oggi non ci si
dice più un ca***, il silenzio viene interpretato come atto di ribellione ma non
è così. ‘Il dolore crea l’inverno?’L’ho scritto in ospedale”: Matteo Porru si
racconta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Al museo MAXXI, a cinque anni dalla morte, arriva la mostra Franco Battiato.
Un’altra vita.
Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, è stata curata da Giorgio
Calcara con la nipote Grazia Cristina Battiato, figlia del fratello Michele.
Organizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia in
collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS, è stata creata, come ha
detto Grazia Cristina Battiato nella presentazione della mostra venerdì, “per
portare alle nuove generazioni il messaggio di Franco Battiato perché possano,
attraverso la sua musica e la sua arte, capire che l’amore e la gentilezza
abbattono i muri”. La mostra sarà visitabile nello spazio Extra del MAXXI fino
al 26 aprile.
La mostra si articola in uno spazio di 500 metri quadrati. L’omaggio sonoro alla
musica di Battiato è minimo, si spande in sottofondo ma parte da un un ottagono
nel quale è sato montato un impianto acustico dietro le tende nere. Nel camerino
si possono ascoltare al buio, restando finalmente soli, con l’aiuto dell’audio
di qualità di 11 casse in Dolby Atmos, cinque capolavori pop di Battiato. Il
video parte un attimo dopo l’audio ma la piccola smagliatura non stona nella
casa momentanea di Battiato ricomposta al MAXXI. Anzi. Sembra quasi di sentirlo
il ‘Maestro’, preciso e meticoloso nella sua leggerezza, che se la ride degli
adepti di ogni età che ascoltano e talvolta ballano (le più giovani) “Cerco un
centro di gravità permanente”, in religioso silenzio, al buio, in gruppi di
poche persone, celebrando la fede nello splendido ballerino col colbacco di
astrakan che dallo schermo li guarda ironico mentre balla e canta fuori sincro.
Altri schermi trasmettono le perle del passato remoto, conservate da RaiTeche,
mentre l’audio delle hit anni ’80 si spande in sottofondo sui ricordi de
‘L’altra vita’.
Sono sette sezioni tematiche che ripercorrono le vite e le opere diverse nei
vari campi dell’arte praticati da Battiato con l’ausilio dei suoi dipinti, dei
suoi ricordi, dei suoi oggetti, e dei suoi dischi. La mostra è calda e
accogliente come una casa. Il sintetizzatore, la chitarra, i suoi libri, i suoi
cappelli, i manifesti dei suoi concerti (in testa quello del Capodanno del 1981
al Teatro Tenda di Lampugnano dove, per la modica cifra di 20mila lire, (10
euro) si prometteva panettone, ‘gran spumante’, Grande Veglione, Franco
Battiato, I Gufi e pure Vince Tempera). Gli oggetti sono appigli esteriori per
provare a seguire un percorso biografico coraggioso. Porte per entrare nella
mente imprevedibile e profondissima di un uomo tanto riservato quanto unico.
C’è persino uno schermo che riproduce la vista che Battiato ammirava dalla sua
villa di Milo, in Sicilia orientale, nella seconda e ultima parte della sua
vita. Alla collezione della famiglia si uniscono molti oggetti conservati nei
decenni da ammiratori collezionisti e amici previdenti. “A parte la collezione
che ho portato io – spiega la nipote di Franco Battiato – ci sono tantissimi
privati che hanno dato molto a questa mostra. E questo è emblematico: da parte
mia c’è stato lo stupore di scoprire quante persone hanno tenuto i suoi cimeli
come fossero piccoli gioielli. Avevano capito – quando non si poteva sapere cosa
sarebbe diventato – che il suo messaggio era così forte, che sarebbe arrivato e
che lui fosse destinato al successo”.
La prima sezione (L’inizio – dalla Sicilia a Milano) ricostruisce gli anni
Sessanta segnati dal trasferimento al nord. C’è il primo 45 giri con incisa la
voce di Franco Battiato, le prime foto in bianco e nero per lanciare le canzoni
d’amore di quello sconosciuto e giovanissimo cantautore siciliano.
La seconda sezione è un brusco cambio pagina: Sperimentare (dall’acustica
all’elettronica). Via le copertine romantiche, arrivano gli anni Settanta e
l’avanguardia, la stagione aspra di Fetus e Pollution, ricerca e sperimentazione
musicale.
La terza sezione ricostruisce il percorso del Battiato che conoscono tutti: Il
successo (dall’avanguardia al pop). Siamo negli anni ’80 quando, con L’era del
cinghiale bianco e soprattutto La voce del padrone, l’artista sceglie
scientemente di sedurre il grande pubblico riuscendo nel miracolo di farlo
salire sul suo carro senza abbassarsi. Concetti filosofici e dottrine mistiche
diventano motivi orecchiabili cantati da tutti negli anni del disimpegno e della
superficialità. Battiato, con la collaborazione di Giusto Pio, diventa un
fenomeno di massa. Sono anche gli anni delle muse: Alice vince Sanremo, Milva
realizza il capolavoro Alexanderplatz, Giuni Russo scala le classifiche.
La quarta sezione è quella del cambiamento che segue la ‘linea verticale’ come
diceva Battiato contrapponendola alla linea orizzontale della materia: Mistica
(tra Oriente e Occidente). Battiato spinto dal pensiero di Gurdjieff (in una
teca ci sono i suoi libri), dalle filosofie orientali e dal sufismo sale verso
l’esoterismo. Arrivano le canzoni mistiche e le grandi opere colte come Genesi,
Messa arcaica e Gilgamesh.
La quinta sezione è L’uomo (ritorno alle origini): Battiato lascia Milano per
tornare a Milo, sull’Etna. Nella vita e nelle opere si espandono meditazione,
lettura, pittura e composizione. La sesta sezione è quella alla quale lui
avrebbe cambiato titolo: Il Maestro (come un diamante) racconta il Battiato meno
conosciuto. Ci sono i video delle opere composte insieme al filosofo Manlio
Sgalambro, dal 1994 ai primi anni del nuovo millennio.
Infine, Dal suono all’immagine (il cinema di Battiato) ci permette di ricordare
l’ennesima sfaccettatura dell’artista Battiato: Perduto amor; Musikanten, e poi
i documentari. Le copertine di album, i manifesti storici, la pittura con fondi
dorati e figure mediorientali.
Il catalogo edito da Silvana Editoriale (205 pagine, 35 euro) permette di
seguire l’opera di Battiato al di là della musica ma anche di intuire meglio le
le tante vite dietro le tante fasi musicali di un uomo che ha cercato fino ala
morte i sentieri più belli e impervi per scalare la montagna dell’arte e del
senso della vita.
A margine dell’inaugurazione, venerdì scorso abbiamo chiesto alla co-curatrice
Grazia Cristina Battiato cosa l’ha colpita nel lavoro preparatorio sui ricordi
dello zio e poi tre ragioni per cui i giovani dovrebbero visitare questa mostra.
L'articolo Al MAXXI la mostra “Franco Battiato. Un’altra vita”. La nipote: “Così
portiamo alle nuove generazioni il suo messaggio, per capire che amore e
gentilezza abbattono i muri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giornalista, scrittore, studioso, critico musicale nel significato più puro,
della tradizione più classica, della “vecchia” e autorevolissima scuola. E poi
insegnante, archivista, conduttore radiofonico, collaboratore e consulente di
teatri e istituzioni musicali. E’ morto a 76 anni Angelo Foletto, firma di
Repubblica, per oltre venticinque anni presidente dell’Associazione nazionale
critici musicali. Era nato nel 1949 a Pieve di Ledro, in Trentino.
“Inflessibile, solerte a qualsiasi sollecitazione culturale – lo descrive
Repubblica nel suo ricordo sulla versione online del giornale -. Profondo nel
voler scandagliare le manifestazioni concertistiche che arricchiscono il nostro
vivere quotidiano, senza mai essere assente. Con raro spirito di servizio e
inattaccabile volontà di fotografare la realtà. Afferrando gli eventi e mordendo
la carta riga per riga, con il passo lento ma deciso dello scalatore di montagna
che svelava le sue lontane origini trentine, alpine e rupestri”. Il Teatro alla
Scala dedicherà ad Angelo Foletto il concerto sinfonico in programma venerdì
sera, diretto da Riccardo Chailly. “Un critico di rara profondità – ricorda
Chailly -, sempre capace di comprendere i motivi di scelte di repertorio anche
apparentemente scomode negli ultimi anni scaligeri, fino alla recente Lady
Macbeth di Šostakovič. Ma soprattutto un amico con cui abbiamo condiviso un
lunghissimo percorso, dai giochi dell’infanzia agli anni del Conservatorio fino
al confronto costante che ci ha tenuti vicini negli ultimi anni”. Un ricordo
commosso e pieno di gratitudine – si legge in una nota della Scala – per gli
anni, per qualcuno decenni, passati insieme ad ascoltare, discutere, sentire e
dissentire viene anche dall’Ufficio Stampa, dall’Ufficio Edizioni e dalla
redazione della Rivista del teatro.
Il cordoglio attraversa tutte le più importanti istituzioni culturali, musicali
e teatrali: Fondazione Paolo Grassi, Fondazione Pergolesi, Arena di Verona,
Biennale di Venezia, Società del Quartetto di Milano.
“Tutto andava bene per analizzare la serata di musica, passata alla lente
d’osservazione con analisi e ricerche – continua Repubblica -. Ma forse il modo
più nitido per ricordarlo è la sua radicata passione per l’attività del Coro
della Sat di Trento, che lo ha visto appassionato divulgatore della tradizione
dei canti degli alpini e componente della Fondazione Coro Sat. Canti popolari e
di montagna che aveva ascoltato da ragazzo nella sua Pieve di Ledro e in qualche
modo rispecchiavano questa densa impronta caratteriale. Rude, materica, talora
aspra, ma con una genuinità vera che si manifestava regolarmente nei fugaci
incontri del dopo-concerto”.
Foletto si era laureato in lettere moderne alla Statale di Milano ma aveva
voluto incentrare la sua tesi su Stiffelio e Aroldo di Giuseppe Verdi, impronta
della lunga carriera che verrà, aperta tra l’altro anche dallo studio in
conservatorio a Milano, intitolato come noto proprio al compositore di Busseto.
Foletto iniziò a scrivere su Discoteca Hi-Fi, Musica e Musica viva, dopo aver
lavorato all’archivio musicale dell’Angelicum, del Teatro alla Scala, della Casa
Musicale Sonzogno. In conservatorio – a Verona, a Piacenza e proprio a Milano –
ha insegnato Storia della musica per oltre vent’anni, dal 1981 al 2006. A
Repubblica è arrivato nel 1978 e lì è rimasto fino agli ultimi tempi,
partecipando anche all’ideazione delle storiche collane di musica classica del
Gruppo l’Espresso. Ma il suo nome si è legato anche a numerose riviste
specializzate: è stato vicedirettore di Musica Viva, ha scritto su Suonare News,
Classic Voice, Amadeus, il Giornale della musica. Ha firmato programmi di sala
nei teatri, ha curato voci musicali per encoclopedie, ha collaborato con radio e
tv di Rai e Mediaset. E’ autore, tra l’altro, del libro-intervista Carlo Maria
Giulini, di Ho piantato tanti alberi – Claudio Abbado ritratti recensioni
interviste e La musica non si ferma. Maurizio Pollini, pianoforte e battaglie
civili (entrambi editi dalla LIM).
Lascia la moglie Anelide Nascimbene, docente di Storia della Musica al
Conservatorio Verdi di Milano, e la figlia Angelica. “La Milano della musica non
sarà più la stessa” sottolinea il sovrintendente della Scala Fortunato
Ortombina. “Foletto ha attraversato l’Italia come un cantastorie con la missione
di raccontare la musica. – ricorda – L’ho incontrato dappertutto: per la prima
volta a Parma, al Teatro Farnese, quando ero ancora studente, e poi in tutti i
teatri che ho visitato. Foletto ha saputo raccontare la musica come letteratura
nazionale, e in questo senso la cultura italiana e noi tutti gli dobbiamo
molto”.
L'articolo Morto Angelo Foletto, addio a uno dei più autorevoli critici
musicali. La Scala gli dedica il concerto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quest’anno cade il centenario della morte del poeta russo Sergej Aleksandrovic
Esenin. Il poeta contadino, l’“usignolo russo”, la cui popolarità in patria è
paragonabile soltanto al mito di Aleksandr Pushkin, ebbe una vita breve e
tormentata. Era nato nel 1895 nel villaggio di Kostantinovo, nei pressi di
Riazan e venne trovato impiccato in una stanza dell’hotel d’Angleterre di
Leningrado il 28 dicembre 1925. Il suicidio (o l’omicidio – la questione è
ancora dibattuta) si portò via un grande poeta, al quale toccò vivere in uno dei
momenti tra i più sconcertanti del secolo scorso: la rivoluzione russa.
Ed è interessante leggere la poesia di Esenin accostandola proprio alla
rivoluzione d’ottobre. Quest’ultima ebbe un carattere fortemente proletario e
urbano e ciò aveva comportato per il Paese un brusco cambiamento, col passaggio,
avvenuto in pochi anni, dal mondo tradizionale contadino a un altro basato sullo
sviluppo industriale e sulla modernizzazione forzata. Eppure questi mutamenti,
per quanto profondi, non hanno mai cancellato lo spirito rurale e “animistico”
della Russia. Ed è l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della
poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”, partendo dall’amore per gli
animali e per la natura. E la nostalgia di quel mondo che stava scomparendo con
la rivoluzione lo portò sempre più a rifugiarsi in un intimistico rimpianto per
il passato.
La sua poesia, dai toni a volte biblici a volte blasfemi, si basa sull’uso
straordinariamente lirico delle immagini, che egli preleva dalla tradizione
cristiana e contadina. E tali immagini vivono davvero nei suoi versi, hanno
un’anima e un’identità che può essere intercambiabile. Così, la bianca betulla
diviene, al tempo stesso, la bella ragazza che attende il poeta sulle rive dello
stagno; la mucca è la Russia che ha figliato la Rivoluzione (non quella urbana,
ma quella contadina e “cristiana” che voleva Esenin) ed è la Madre di Dio
generatrice del vitello-Cristo Salvatore, che le hanno appena ammazzato e la cui
pelle oscilla al vento su una pertica.
C. F.
Traduzioni tratte dalla raccolta antologica Sergej Esenin. Poesie, edizioni
L’Arca di Noé
S’è intessuta sul lago la scarlatta luce dell’alba.
I galli cedroni piangon trillando sulla boscaglia.
Piange chissà dove un rigogolo, riparandosi nella tana.
Soltanto io non piango, che ho luminosità nell’anima.
Lo so, da oltre l’anello stradale, verrai all’imbrunire,
E sederemo sulla fresca paglia di un vicino fienile.
Lì ti bacerò fino all’ebbrezza, fino a gualcirti qual fiore.
Che maldicenze non vi sono per chi s’é inebriato d’amore.
Tra le carezze tu stessa getterai il velo di trine,
E ti condurrò ubriaca tra i cespugli fino al mattino.
Lascia che trillino i galli cedroni, lascia che piangan.
Che c’è una allegra tristezza nel rossore dell’alba.
(1910)
***
Non dormo. La notte è scura,
Sul praticello al fiume voglio andare.
Nei flussi schiumosi s’è tolto la cintura
Un lontano lampeggiare.
La betulla-candela sta sulla cima,
Nell’argento delle piume lunari.
Usciamo insieme, mia fragolina,
Ad ascoltare i canti dei gusljari!
Nell’incanto andrò ammirando
La tua bellezza di fanciulla.
E, in quella musica danzando,
Ti strapperò il vel di tulle.
E sull’erba serica, lungo il pendio,
Nel cupo térem della boscaglia,
Andremo insieme, tu ed io,
Fino al papavero dell’alba.
(1911)
***
AUTUNNO
A R.V. Ivanov
Il folto del ginepro nel dirupo è taciturno.
Si striglia il crine la cavalla saura dell’autunno.
Lungo le sponde s’ode sul tappeto fluviale
L’azzurro clangore del suo scalpitare.
A passi attenti il vento, asceta severo,
Accartoccia le foglie ai bordi del sentiero
E al sorbo bacia tra i rami dell’arbusto
Le rosse piaghe a un invisibile Cristo.
(1914)
***
LA VACCA
Decrepita, coi denti caduti,
Sulle corna l’età che le avanza.
Un rozzo mandriano la colpisce
Lungo i campi di transumanza.
Il suo cuore non sente rumore,
Mentre raschiano i topi in un canto.
Essa è presa dal triste pensiero
Di quel vitello dal piede bianco.
Alla madre il figlio hanno tolto,
Che la gioia prima non l’ebbe.
A un palo al di sotto d’un pioppo
Alla brezza ondeggiava la pelle.
Presto, tra le distese di miglio,
Una corda le porranno sul collo
E, con lo stesso destino del figlio,
Condurranno pure lei al macello.
Fra lamenti, nausea e tristezza
A terra si pianteranno le corna…
Ma lei vede un bianco boschetto
E di erbosi pascoli sogna.
(1915)
***
A L. I. Kashina
Coi tuoi capelli verdi,
Col tuo seno di fanciulla,
Nello stagno cosa osservi,
O mia esile betulla?
Odi il vento che risponde
E la sabbia riecheggiare?
Nelle trecce delle fronde
Vuoi tu il pettine lunare?
Svelami, svelami il segreto
Dei tuoi legnosi pensieri.
Quel triste brusio ho amato
Che ha l’autunno in fieri.
Mi rispose la betulla:
«O mio curioso amico,
Da me, a pianger tra le stelle,
Un pastore qui è venuto.
Chiara luna nella notte,
La verzura scintillava,
Sulle nude mie ginocchia
C’era lui che m’abbracciava.
E al rumore d’una fronda,
Profondamente sospirando,
Disse: Addio, o mia colomba,
Alle gru del nuovo anno».
(1918)
***
IL FIGLIO DELLA MIA CAGNA
Escono gli anni dall’offuscamento,
Facendo, come prati di camomilla, rumore.
Mi è tornata quella cagna alla mente
Che alla gioventù fu l’amica fedele.
Ma la gioventù è svanita nel nulla,
Come l’acero marcito al finestrino,
Mi rammento della bianca fanciulla,
Era per lei quella cagna il postino.
Non tutti han vicino gli affetti,
Lei era un’ode per me da cantare,
Ma non prendeva però quei biglietti
Che alla cagna mettevo al collare.
La mia scrittura lei la ignorava,
Nessun messaggio aveva mai letto,
Ma a qualcosa lungamente sognava
Al viburno oltre il giallo laghetto.
Io soffrivo… Una risposta volevo…
Non ricevendola, lontan sono andato…
Ecco, anni dopo, poeta famoso,
Sull’uscio paterno mi son ritrovato.
Quella cagna è crepata da tanto,
Ma, pazzamente, con selvaggio latrato,
Col blu uguale riflesso nel manto,
Il suo cucciolo incontro è arrivato.
Madre Santa! Come son simili loro!
Ancora emerge un dolore dal petto.
Mi ringiovanisce questo martoro,
Che voglio scrivere un nuovo biglietto.
Vecchie canzoni mi piace ascoltare,
Ma non latrare! Non latrar con furore!
Se vuoi ti bacio, o mio tenero cane,
Che m’hai risvegliato maggio nel cuore.
Ti bacerò, ti stringerò a me accanto
E ti porterò in casa come un amico…
Sì, mi piacque la fanciulla in bianco,
Ma ora l’amo in azzurro vestito.
(1924)
***
Ah, che bufera! Il demonio mi porti con se!
Con bianchi chiodi mi va sigillando il tetto.
Ma io non ho paura, nella mia sorte è detto
Che lo sviato cuore mi sigillasse a te.
(1925)
L'articolo Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado
Facchinetti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Può una fotografia rappresentare le relazioni tra le persone? Quella linea
invisibile che ci unisce, ci fa stare insieme e talvolta ci allontana? Nasce da
queste domande la mostra collettiva Tra Noi, curata dalla fotografa toscana
Chiara Vitellozzi e frutto del lavoro portato avanti dai suoi studenti e
studentesse. L’inaugurazione è in programma domenica 1 febbraio, alle 17, nello
spazio di Bottega Immagine, a Milano. “La nostra società vive una crisi del noi”
si legge nella presentazione dell’evento. “Le comunità si sfilacciano, la
fiducia si riduce, l’individualismo cresce anche nei luoghi collettivi.
Tuttavia, proprio dentro questo vuoto, emerge il desiderio di ritrovare l’altro
e di costruire legami autentici. In questo scenario, è lo scopo la fotografia,
più che un mezzo di rappresentazione, può diventare uno spazio di incontro“. Il
progetto fotografico Tra Noi nasce quindi “dall’esigenza di esplorare il confine
che separa e unisce gli esseri umani. Un luogo in cui l’empatia diventa
immagine”.
Nove i progetti esposti, nove modi diversi di posare lo sguardo sulla realtà,
sugli altri e su noi stessi. Dal racconto della solitudine urbana di Milano,
fatta di individui che si muovono come ombre, all’esplorazione “dell’assenza di
noi” in quei luoghi dove la natura prende il sopravvento, fino alle tracce che
il vivere insieme lascia negli spazi comuni e personali. C’è poi un “tra noi”
inteso come legame familiare, con il corpo che diventa il primo, essenziale,
spazio di relazione. E il noi nel rapporto con gli amici, dove gli oggetti della
quotidianità si caricano di valore e da semplici cose si trasformano in depositi
di memoria, affetto, incomprensioni e ironia. Il noi è anche quello virtuale,
filtrato dagli smartphone, costruito più dall’esigenza di mostrare (e mostrarsi)
che di dividere con gli altri. Della mostra fa parte anche il progetto
fotografico che racconta le storie e le vite di tre rider di Milano della
giornalista del Fatto Quotidiano Giulia Zaccariello. Gli altri autori e autrici
in mostra sono Enrico Augugliaro, Sara Balercia, Francesca Colturani, Marco
D’Abramo, Donato De Vivo, Silvano Gambadoro, Antonio Grandinetti e Vincenzo
Mandarà.
La mostra Tra Noi, fotografia come spazio di relazione sarà inaugurata domenica
1 febbraio, alle 17, in via Farini 60 a Milano.
L'articolo Dalle solitudini urbane ai legami familiari, fino alle storie dei
rider nelle nostre città: a Milano una mostra fotografica esplora le relazioni
con gli altri proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Senza figli, non sposata ma tutti i figli d’Inghilterra la ricorderanno come
l’unica donna non sposata che ha governato nel Regno Unito e lo ha fatto con
successo per 44 anni e fu lei stessa la sua tutela”. Con queste poche frasi si
chiude lo spettacolo teatrale “I corpi di Elizabeth” (in originale Swive
[Elizabeth]), in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 15 febbraio con la regia
Cristina Crippa e Elio De Capitani con Elena Russo Arman, Maria Caggianelli
Villani, Enzo Curcurù e Cristian Giammarini. Un gradito ritorno dopo il successo
nella stagione 2023/24.
La narrazione mostra non solo i diversi “corpi” della regina, ma anche le
sfaccettatura di una personalità che si è piegata, consapevolmente, ai sudditi e
al suo regno, dandosi quasi in pasto per un disegno politico alto. La
consapevolezza di farsi spazio in un mondo prettamente maschilista. Quindi la
figura di una donna forte all’esterno, ma anche con le sue fragilità nel
privato. Una storia che, in gran parte, ricorda la figura di Elisabetta II che,
invece, ha creato una famiglia, ma nel contento è riuscita a tenere il polso
fermo sul Regno Unito.
Lo spettacolo che dura quasi due ore, senza pause, ha un ottimo ritmo sostenuto
dalla bravura di tutti gli attori: Elena Russo Arman è la regina Elizabeth,
(oltre che Catherine Seymour e Mary Tudor), la principessa Elizabeth è Maria
Caggianelli Villani, che interpreta anche la giovane Katherine Grey, Cecil è
Cristian Giammarini, Enzo Curcurù interpreta sia Thomas Seymour che Robert
Dudley. Un gruppo coeso che riesce a rendere al meglio la resa finale.
INFORMAZIONI – Teatro Elfo Puccini, sala Shakespeare, corso Buenos Aires 33,
Milano Prezzi: intero € 38/34 | <25 anni € 15 | >65 anni € 23 | online da €
16,50 Biglietteria: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org – whatsapp
333.20.49021 Orari: martedì e venerdì ore 19.30 | mercoledì, giovedì e sabato
ore 20.30 | domenica ore 16.30.
Lo spettacolo prosegue il tour a 17 / 20 febbraio, Teatro Duse, Genova 26
febbraio / 1 marzo, Teatro delle Muse, Ancona 7 / 8 marzo Teatro Pirandello,
Agrigento 19 / 22 marzo, Teatro Del Monaco, Treviso
L'articolo I corpi della regina Elisabetta in pasto ai sudditi: la figura di una
donna autoritaria e moderna al Teatro Elfo Puccini di Milano proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È morto a pochi giorni dal suo 87° compleanno Carlo Cecchi, uno dei più grandi e
innovativi uomini di teatro italiani. L’attore e regista si è spento nella sua
casa di Campagnano di Roma. Nato a Firenze nel 1939 e diplomato all’Accademia
nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, Cecchi ha attraversato oltre mezzo
secolo di vita culturale italiana come interprete, regista e maestro, lasciando
un segno profondo soprattutto sulla scena teatrale.
Definito da critici e studiosi un vero “funambolo della scena”, Cecchi ha saputo
muoversi con equilibrio tra tradizione e sperimentazione. Dopo le prime
esperienze negli anni Sessanta con il Living Theatre e con Eduardo De Filippo,
nel 1971 fondò a Firenze la cooperativa Granteatro, con cui mise in scena autori
come Shakespeare, Majakovskij, Brecht, Čechov e Molière, sviluppando una
recitazione antinaturalistica capace di fondere il teatro popolare italiano con
le avanguardie europee.
Tra i suoi spettacoli più celebri figurano “Ivanov” di Čechov e “Finale di
partita” di Samuel Beckett, lavori che ne hanno consolidato la fama di
interprete di straordinaria profondità intellettuale. Dal 1980 al 1995 diresse
il Teatro Niccolini di Firenze, trasformandolo in un laboratorio permanente di
formazione, punto di riferimento per intere generazioni di attori.
Pur restando sempre legato al palcoscenico, Cecchi ha lasciato un segno
importante anche nel cinema. Indimenticabile la sua interpretazione ne “Il
matematico napoletano” di Mario Martone (1992), ruolo che gli valse il David di
Donatello come miglior attore non protagonista. Nel corso della sua carriera ha
ricevuto numerosi Premi Ubu, riconoscimenti che ne hanno sancito il ruolo di
maestro assoluto del teatro italiano contemporaneo.
Negli ultimi anni aveva continuato a frequentare la scena con dedizione,
portando in teatro lavori come “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth e
apparendo sporadicamente in televisione in produzioni di qualità. Con la sua
scomparsa se ne va non solo un grande attore, ma un intellettuale della scena,
capace di trasformare ogni spettacolo in un atto di pensiero, rigore e libertà
artistica.
L'articolo Addio a Carlo Cecchi, maestro del teatro italiano e funambolo della
scena: l’attore e regista morto a 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Museo più antico di Genova è chiuso dall’8 aprile 2025, e potrebbe riaprire i
battenti dopo il 2030. Insieme alla biblioteca specializzata che contiene circa
95mila opere tra monografie e miscellanee. “Chiuso temporaneamente per attività
di manutenzione della struttura e tutela delle collezioni”, spiega l’avviso che
compare nella home del portale del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria. “Nato
nel 1867 (…) possiede ricchissime collezioni scientifiche formate da 4 milioni e
mezzo di reperti ed esemplari provenienti da ogni parte del mondo (…) Quelli
esposti sono 6.000, distribuiti in 23 sale, su due piani”. Mammiferi e uccelli,
rettili e anfibi, pesci e insetti, invertebrati e botanica, fossili e minerali.
Reperti esposti e spiegati, per essere fruiti. Ma la nuova giunta di Silvia
Salis vuole cambiare il volto del museo, non solo ristrutturarlo. Dunque i tempi
di chiusura si allungano fino a data de destinarsi.
IL MUSEO E I LAVORI IN CORSO
“Il ricco percorso di visita è a tutti gli effetti un viaggio nella biodiversità
del pianeta ed è particolarmente attrattivo per bambini, ragazzi, famiglie e per
tutti gli amanti della natura”, si legge sul portale del Museo. Ed infatti nel
2024 ha registrato 65.657 ingressi, l’anno precedente 44.316 ingressi, nel 2022
66.887 e nel 2019, l’anno pre-Covid, addirittura 71.073. Anche per questo la
prolungata chiusura del “museo degli animali morti”, come lo chiamano i
bambini”, allarma. Anche se le attività scientifiche e di conservazione
proseguono. Mentre il progetto “Fuori Museo”, permette di portare nelle scuole e
in altri spazi civici della città i reperti e le attività didattiche.
“Il Museo è stato chiuso perché necessita di importanti lavori di
ristrutturazione”, faceva sapere il tavolo della Cultura del Comune, quasi al
termine dei sei mesi nei quali a svolgere le funzioni di sindaco c’era Pietro
Piciocchi, già vicesindaco della giunta guidata da Marco Bucci: “C’è bisogno di
mettere mano alla situazione anche per questioni di sicurezza, a cominciare
dallo scalone principale”. Per questo motivo il Comune nel Programma triennale
dei lavori pubblici 2025-2027 inserisce un milione di euro “Per completamento
dei lavori di adeguamento antincendio finalizzati alla Scia”. La somma si
aggiunge a 1.340.000 euro “Per impermeabilizzazione copertura”. Non è tutto. Nel
Programma triennale lavori pubblici 2026-2028 previsti 1,3 milioni per
“Interventi di messa a norma impianti meccanici”.
L’ASSESSORE: “RISTRUTTURARE NON BASTA, PER IL NOSTRO PROGETTO SERVONO ALMENO 4
ANNI”
Lavori che la nuova giunta comunale guidata Silvia Salis, ritiene per certi
versi inadeguati. Meglio, insufficienti: la chiusura, necessaria, può
trasformarsi in un’occasione per agire radicalmente sulla struttura. Lo lascia
intendere, in una recente intervista televisiva, l’assessore alla Cultura
Giacomo Montanari: “Qui si può intervenire con un lavoretto, fatto per sistemare
alla bene e meglio. Investendo quasi 4 milioni di euro in una sistemazione
sostanzialmente impiantistica che quindi nulla ha che fare con le conservazioni
delle collezioni, né con la fruizione delle collezioni”. “Oppure – prosegue
Montanari – ed è la strada che vorremmo seguire, avere un progetto ambizioso.
Cioè ridare alla città un museo di livello internazionale, così come era il
Museo Doria alla fine dell’Ottocento quando nacque”.
Per realizzare questo auspicio “serve un po’ più di tempo. L’orizzonte temporale
non lo conosciamo nel dettaglio. Però per un progetto di questo livello credo
che almeno 4 anni siano necessari, tra la progettazione e l’esecuzione”, spiega
a ilfattoquotidiano.it l’assessore Montanari. Che aggiunge: “L’idea è quella di
impegnare l’anno in corso per provvedere alla progettualità, con una parte delle
cifre disponibili. Sperando magari di poter procedere ad una riapertura per
blocchi. Nel mentre serve reperire ulteriori risorse”.
L’ASSOCIAZIONE: “CHIUSURA LUNGA? NON CE LO ASPETTAVAMO, ERANO PREVISTE DIVERSE
MOSTRE”
I prolungati tempi di chiusura, oltre a provocare critiche nelle opposizioni
politiche in consiglio, sembrano costituire il motivo di maggior preoccupazione
di molti. “Ci aspettavamo dei lavori, ma non una chiusura così lunga,
specialmente perché erano previste diverse mostre tra cui quella di Marie
Curie”, spiega Carla Olivari, presidente dell’associazione Amici del Museo
Doria. Coniugare le legittime esigenze dei visitatori con la volontà degli
amministratori di restituire alla Città un Luogo, non solo più sicuro, ma anche
più attrattivo. La sfida è anche questa.
L'articolo Genova, Museo di Storia Naturale chiuso per lavori: riaprirà (forse)
nel 2030 proviene da Il Fatto Quotidiano.