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Bombardati da corpi perfetti, pornografia e vite a prova di “marketing”, combattiamo giorno per giorno per “I corpi che non avremo”. Ma riusciremo a salvarci?
Portare a teatro il tema del dismorfismo digitale non è affatto facile. Il tema è “caldo” e sentito soprattutto dalle nuove generazioni che si ritrovano in mano tutti i pregi nel maneggiare i cellulari e il mondo digitale, ma incapaci (loro malgrado) di avere gli strumenti per frapporre un muro tra ciò che è rappresentato nello schermo dalla lucina blu e la propria vita. Succede proprio questo al protagonista dello spettacolo teatrale dal titolo emblematico, “I corpi che non avremo” di 
Francesco Toscani
 con alla regia Andrea Piazza
 e in scena con Fabrizio Calfapietra e Simone Tudda. In scena al Teatro Franco Parenti di Milano 
fino al 14 febbraio. Al centro della storia c’è Mattia (un bravissimo Fabrizio Calfapietra che si impone nella scena sia con la voce che col fisico) che festeggia 33 anni. Ma il suo è un compleanno atipico, si fa gli auguri da solo e al posto di una torta con le candeline, ha davanti a una semplice ciotola di latte e cereali. I messaggi di auguri scorrono velocemente sul telefonino e in molti si lamentano di non vederlo da troppo tempo. Ma Mattia vive in completa solitudine barricato dentro la realtà virtuale. Ed ecco che, come nella migliore tradizione greca, appare l’Altro (Simone Tudda), la coscienza ma al contempo l’incoscienza di Mattia. Un coro greco targato 2026. L’Altro sbatte in faccia la realtà a Mattia e, come uno psicanalista, lo costringe ad andare a ritroso nel tempo quando in un campetto di provincia, il protagonista a soli nove anni, ha scoperto per la prima volta lo sguardo degli altri. E non si è piaciuto, si è sentito giudicato, fuori posto e contesto. Come recita lo spettacolo “l’individuo si annulla per ritrovare un senso di perfezione che la realtà biologica gli nega, marciando finalmente nella luce e nel sempre”. Il regista Andrea Piazza riesce sulla scena ad evocare i vari livelli narrativi del flusso di coscienza di Mattia con espedienti davvero interessanti, seppur semplici ma innovativi tra giochi di ombre cinesi e proiettori su un grande telo bianco, che altro non sono che le coperte del letto dove ormai Mattia vive. Ma sarà possibile mai quel giorno in cui ognuno di noi potrà riappropriarsi del proprio corpo, della propria coscienza e della propria vita? L'articolo Bombardati da corpi perfetti, pornografia e vite a prova di “marketing”, combattiamo giorno per giorno per “I corpi che non avremo”. Ma riusciremo a salvarci? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Teatro
Il teatro di Carlo Cecchi non può essere definito dialettale: la sua era ‘estraneità’ alla scena
Chiunque voglia tentare un approccio complessivo e necessariamente sintetico al lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista di teatro straordinario ma pure originale interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a un’impresa non agevole. Anche limitandosi al contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un repertorio di spettacoli non solo vastissimo ma estremamente diversificato, che va da Shakespeare alla farsa napoletana, da Molière a Büchner, da Majakovski a Brecht, da Pirandello a Eduardo De Filippo e ad alcuni dei massimi autori contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E si tratta di un elenco largamente incompleto. In ogni caso non si può che partire da un dato di fondo: la radicale estraneità di Cecchi rispetto alla realtà della nostra scena. Un’estraneità che egli ha sempre rivendicato, come testimonia Claudio Meldolesi nell’ormai classico Fondamenti del teatro italiano (1984): “Cecchi mi ha detto ‘io non faccio parte del teatro italiano’”. Questa disappartenenza riguarda sostanzialmente il teatro di regia, che agli inizi degli anni Sessanta, quando Cecchi avvia la sua carriera, è al potere alla guida degli Stabili. Egli lo rifiuta in radice, considerandolo un teatro “che nega in fondo se stesso, perché se neghi, impedisci agli attori di essere attori, neghi la possibilità stessa del teatro”. Per questa precoce presa di coscienza risultano decisivi due apprendistati di quel decennio: con il Living Theatre e con Eduardo. E’ soprattutto grazie al secondo che egli ha modo di rafforzare nella sua visione teatrale il riconoscimento dell’assoluta preminenza dell’attore e di scoprire le potenzialità del dialetto. In realtà il dialetto faceva già capolino nella primissima edizione del Woyzeck (1969), ma è solo dopo la full immersion nella realtà teatrale eduardiana e napoletana che esso diventa una precisa scelta espressiva, uno strumento consapevolmente adottato per arrivare a forgiarsi una propria lingua scenica. E’ così che Cecchi inizia negli anni Settanta un viaggio all’indietro nel tempo che lo porta, ben oltre Eduardo, a risalire fino ai prototipi della farsa partenopea, cioè a Scarpetta e soprattutto a Petito, il capostipite, di cui mette in scena due testi, rivisitandoli criticamente. Ma anche gli altri spettacoli di questo periodo (i due Majakovskij, ad esempio) risuonano di diverse inflessioni dialettali, oltre a quelle napoletane. E tuttavia non sono i dialetti in quanto tali il centro della questione che gli sta a cuore in quegli anni. Esso risiede – giova ribadirlo – nell’esigenza di forgiarsi strumenti e modi recitativi alternativi alla pseudotradizione dell’attore italiano del teatro di regia e alla sua “antilingua”. Torna anche in lui il tema dell’italiano come lingua più adatta al melodramma che al teatro di parola, chiamato “teatro senza canto”. Insomma, Cecchi non può in alcun modo essere definito un attore dialettale. La sua recitazione anomala, inconfondibile, va piuttosto messa sotto le insegne del “grottesco” novecentesco. Mi riferisco, in prima battuta, all’alternanza comico/tragico nel repertorio (da lui definita, una volta, tecnica del “contrappeso”) che spesso si traduce in un mescolamento se non in una fusione, dove l’uno diventa il rovescio dell’altro. Non siamo troppo lontani, in fondo, dal grottesco di Pirandello o, meglio ancora, del Petrolini maturo. O da quello di Mejerchol’d, consistente nella sfasatura tra gesto e parola e, più ampiamente, tra forma e contenuto. Ma quando parlo di grottesco per Cecchi mi riferisco soprattutto al suo modo particolarissimo di stare in scena, che in molti hanno cercato di descrivere. Ad esempio, Armando Petrini ha parlato, con precisione, di “una recitazione tutta ‘in levare’, con bruschi mutamenti di ritmo – rapide accelerazioni e arresti improvvisi, battute buttate via e silenzi meravigliosamente scanditi – fatta di spezzature, sprezzature, dissonanze”. Ma è a Cesare Garboli (il quale collaborò a lungo con lui, soprattutto per Molière) che dobbiamo una straordinaria descrizione dell’attore in scena: “la recitazione (la vocazione) cambia di segno: non si è più attori perché si ama il teatro; si è attori, grandi attori, perché lo si odia. […] Cecchi tende a nascondersi, a mettersi in ombra, a sparire negli angoli; a rattrappirsi; e là, nei suoi angoli, lascia che ondate sadomasochiste si scatenino rovesciandosi con una violenza che si esercita e si abbatte contro di lui”. Pur nel modo defilato, schivo e addirittura scontroso che gli era proprio, Cecchi ha esercitato un importante magistero nei sessant’anni di ininterrotta presenza sulle nostre scene, fra l’altro formando varie leve di attori e contribuendo a scovare talenti. Nello stesso tempo è stato un testimone, cioè una coscienza critica del teatro italiano, una delle più rigorose, nella sua inflessibilità e severità, esercitate innanzitutto verso sé stesso. Basterebbe ricordare le sue dure e reiterate considerazioni sulla recitazione teatrale nel nostro Paese. Ma se oggi disponiamo di almeno due generazioni di attori/attrici di grande valore, questo lo dobbiamo anche, e forse soprattutto, allo sforzo pedagogico profuso da maestri come Carlo Cecchi e non solo. L'articolo Il teatro di Carlo Cecchi non può essere definito dialettale: la sua era ‘estraneità’ alla scena proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. Oggi non ci si dice più un ca***, il silenzio viene interpretato come atto di ribellione ma non è così. ‘Il dolore crea l’inverno?’L’ho scritto in ospedale”: Matteo Porru si racconta
“Nell’immaginario collettivo ho esordito a 16 anni ieri sera su Rai1 con Maurizio Costanzo”. Se oltre al talento, alla forza di volontà, alla costanza, c’è una dote che Matteo Porru ha, è l’ (auto)ironia. Ad ascoltarlo sembra di essere di fronte ad un giocoso stand up comedian che sa raccontare con garbata poesia le sue emozioni e i suoi pensieri. A 24 anni ha già una mezza dozzina di romanzi all’attivo – due con Garzanti (Il dolore crea l’inverno, Il volo sopra l’oceano); la conduzione di un programma Rai sui libri (Itaca), alcune opere teatrali (segnatevi: Cobalto); una laurea in filosofia dell’economia; apparizioni nei tg e nei talk (DiMartedì). Eppure l’immagine di Matteo, con quel sorriso disteso e solare, è cristallizzata ancora in quella dell’adolescente uscito dal tunnel di una drammatica malattia che ha necessitato dieci anni di pesantissime cure come racconta il documentario Matte, uscito proprio un anno fa su RaiPlay. “Ero convinto che da grande avrei fatto il pilota”, spiega Porru a FQMagazine. “Con mio nonno ci piazzavamo sul perimetro dell’aeroporto di Cagliari per vedere quei bestioni di aerei che decollavano. Mi venivano i brividi: quegli aerei pesavano tonnellate e in 30 secondi, dopo essersi staccati da terra, diventavano piume. È una grandissima metafora della vita”. Si racconta che quando andavi a scuola desideravi dialogare più con gli adulti che con i compagni… “Per la vita che avevo avuto ero infinitamente più vicino agli adulti. Da bambino avevo già visto diverse terapie intensive. Pikachu non era il mio metro di vita. Alle elementari facevo il tempo pieno e in mensa mi sedevo di fianco alla maestra. Chiacchieravamo di tutto e di più anche lontano dalla scuola. Gli insegnanti per me sono stati amici e mentori di vita. Purtroppo la scuola italiana è piena di casi che certificano il contrario. Giro come ospite le scuole da dieci anni, ogni tanto mi fermo e dico: ma questo come fa ad insegnare?” Di solito è sempre colpa degli ragazzi… I problemi sono due: genitori e insegnanti, comunque sempre i grandi. E c’è una cosa che mi dà i nervi. Mi chiamano a scuola e gli insegnanti mi dicono ‘così li sproni’. Devo farlo io? Ma fallo tu che sei un insegnante, li vedi otto ore a settimana. Comunque la scuola a me ha dato tutto, è stata l’università a distruggermi. Prego? È l’esatto opposto di tutto quello che deve essere oggi. Premessa: ho fatto l’università durante il Covid, un ateneo d’eccellenza con numero chiuso a Venezia. Mi aspettavo professori mentori, ma non ne ho avuto neanche uno. Sai quando attendi un buon boccone e non ti arriva per tutto il pasto? In pratica l’università è un laureificio. Anche io mi sono laureato e volevo pure fare il docente universitario, ma per dirla alla David Foster Wallace: è stata una cosa divertente che non farò mai più. Hai iniziato a pubblicare il tuo primo romanzo a nemmeno quindici anni… L’editore l’ho trovato credendo che l’abito facesse il monaco. Finita la scuola, il sabato pomeriggio, mi vestivo da amministratore delegato di sta m….a, andavo nello studio di papà, stampavo i miei raccontini, li pinzavo, e andavo in giro per Cagliari a venderli. Mi dicevano di tutto: non ho spiccioli, dov’è la mamma, lo vuoi un gelato. Volevo autodeterminarmi: ho una voce, guardatemi. L’ospitata da Maurizio Costanzo a 16 anni com’è arrivata? Ero stato prima da Licia Colò su Tv2000 per una comparsata. Era il 2017 ed era appena uscito The mission (La Zattera). Avevo ancora ciuccio in bocca. Poi mi chiama lui. Costanzo è stato un gigante. Ci siamo scritti per un lungo periodo. Mi ha lasciato una grande frase che porterò sempre con me: non mi interessa se sei un enfant prodige, a me piace che hai i tuoi sogni chiari. Lo dirò ai miei figli, quando li avrò. Poi ha bussato Garzanti… Il giorno dopo aver vinto il Campiello giovani con Talismani (2019) mi arrivano tre mail, da tre importanti editori. Pensa a un trittico ed è quello. Il primo manda una mail arzigogolatissima e molto barocca,: se hai materiale mandalo. Il secondo è più minimal: se hai qualcosa da farci leggere siamo contenti di leggerlo. Poi arriva Garzanti e mi scrivono: “Congratulazioni per la vittoria Matteo, il racconto è splendido e tu te lo meriti. Che ne dici se uno di questi giorni passi per Milano ci prendiamo un caffè e parliamo dei tuoi sogni?”. Hanno vinto a mani basse. Una settimana dopo sono lì, nella casa editrice di Pasolini. Il gruppo Gems diventa una famiglia con relazioni soprattutto umane. Con loro non sei un ISBN, ma una persona che viene seguita, incoraggiata, in cui credono”. Il dolore crea l’inverno era già chiuso? C’era già. L’avevo scritto mentre ero ricoverato in ospedale in Germania, Parliamo di una vita prima. Ci ero e ci sono legatissimo. Dissi all’editore: “Vi sto dando un pezzo del mio cuore”. Se ne sono presi cura sul serio. Il dolore crea l’inverno è un romanzo straordinario… L’ho scritto quando ero circondato dal bianco dell’ospedale e non avevo niente. Il protagonista Elia Legasov (un uomo che vive solo, vicino al mare di Kara e di mestiere fa lo spalaneve di un piccolo paese ndr) è frutto della disperazione più profonda provata in vita mia. Legasov beve spesso alcol ad altissima gradazione che gli corrode le budella, mentre fuori c’è questa neve e questo ghiaccio che intirizziscono la sua pelle… Questa differenza di gradi la sentivo all’ospedale Bambin Gesù quando portavano la colazione con il carrellino del latte caldo. Era imbevibile perché bollente. Pensavo: sento un freddo tale qua dentro, niente mi riscalderà, poi bevevi questo latte bollente che ti faceva bruciare lo stomaco. Ho pensato spesso a questo contrasto. Elia è la mia carne. L’ho scritto con la flebo attaccata alla mano. L’ho inventato nel 2014 e il romanzo è uscito nel 2023. L’ultimo capitolo, per ora, del libro Porru è Sofia: hai postato su Instagram il suo primo messaggio… Posso dire una cosa? Detesto Instagram. È un social dell’immagine, mentre Facebook è social della parola. Io, scrivendo, sono molto più legato alle parole che alle immagini. Torniamo a Sofia… Mi ricordo che ero in viaggio per presentare Il volo sopra l’oceano e mi arriva una mail per presentare il libro a Novi Ligure, ma dalla libreria non mi coprivano il costo del viaggio. Ho risposto allora che sarebbe stato difficile. Succede quindi che torno a casa, pranzo con mia madre e cito Novi Ligure e lei mi fa: ci devi andare. E perché mai? Sei nato il 21 febbraio del 2001 il giorno del delitto compiuto da Erica e Omar (a Novi Ligure ndr). Rispondo alla mail: vengo. Mi arriva il messaggio di Sofi ed era uno tra mille. La faccio breve: cancellano un treno e mi vengono a prendere ad Arquata Scrivia. Esco dalla stazione e vedo la cosa più bella del mondo. Lei era in piedi con i pantaloni verde scuro, una camicia leggera celeste e con una certa voluminosità sulle spalle, i capelli tirati giù leggermente mossi. La letteratura finalmente ha creato l’amore… A Novi Ligure sondo se è già fidanzata. Scopro di no. Lei inizia a presentare il libro e io mi innamoro perdutamente. Andiamo a cena insieme a Gavi, poi saliamo sul forte e ci baciamo. Il giorno dopo devo ripartire per andare a Trieste e lei viene con me. Abbiamo iniziato la relazione girando l’Italia. Matteo Porru e il romance. Non leggerei mai quella roba là. Non sono contenuti miei, non lo sarebbero stati in nessun momento della mia vita. Io sono il giorno, questa roba la notte. Però per molti ragazzi il romance è il loro primo libro. Quindi non mi interessa molto cosa legge un ragazzo, basta che legga. Se funziona, ha un pubblico e il lettore si appassiona continuando a leggere e sviluppando altri tipi di interresse per altri libri, ben venga il romance. Se vende 5 milioni di copie consente al mio editore di riuscire a sopravvivere senza che io sia un best seller. In Il dolore crea l’inverno alla decima riga ci piazzi i copechi: quanto ti ha influenzato la letteratura russa? C’è molto Cechov in quello che scrivo. E visto che vado fiero di scrivere per il teatro, la forma più nobile che esista, più della letteratura, aggiungo che i dialoghi di Cechov sono pietre miliari. Libri del cuore? Adoro i 44 racconti di Hemingway, il primo Pavese quello di La luna e i falò. Uno che non ho mai capito davvero, e sto riscoprendo con Sofia, è Italo Calvino. Tremano i muri della storia… Sono stato traumatizzato dall’aver dovuto leggere da ragazzino Il barone rampante. Anzi, da questo libro e da Lo scudo di Tanos di Valerio Massimo Manfredi. Per finire Tanos ho fatto una fatica mostruosa. Calvino, invece, era troppo complesso da far leggere a un ragazzino. È infinitamente più nobile di come lo vogliono spiegare ai ragazzi. L’ho sfogliato ancora di recente e molte cose non capite a 15 anni ora le ho capite. Come si possono appassionare i ragazzi alla lettura? Fargli fare una gita in libreria e dirgli: scegliete un libro, ma quello che volete. Vanno lasciati liberi. A scuola dare come compito la lettura è il più grande deterrente al lettore che sarà quel ragazzo o ragazza tra anni. Il più grande errore della scuola è che la lettura viene impostata come un compito, quando invece è un piacere. Quando gli insegnanti mi dicono “gli faremo leggere i tuoi libri” e io gli dico: no, fermi, non fatelo! C’è una crisi esistenziale nelle nuove generazioni? I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. Oggi siamo immersi in un post post individualismo tremendo dove le chiacchierate si fanno davanti alla Playstation. Quando andavo al liceo io c’era ancora una discussione partecipata, ci si parlava. Oggi non ci si dice più un cazzo. Vedo molto silenzio che viene interpretato come atto di ribellione ma non è così. I giovani sono al centro del mondo solo quando ne muore uno o si va a votare. È una cosa molto triste. La retorica è diventata così importante nel messaggio che si lancia da diventare oscena. Una delle principali accuse è quella di una scarsa reazione a ciò che accade nel mondo… C’è una passività crescente nella vita, a cui siamo stati allenati. Avevamo le cuffie con il filo che costavano venti euro, ma hanno inventato quelle senza filo che ne costano 200. Queste poi si scaricano, le buttiamo e ne dobbiamo sempre comprare altre. Ci stanno semplificando ed eliminando sempre di più i problemi in modo tale che senza problemi pensiamo di vivere meglio, ma in realtà siamo più schiavi. Poi alla fine ti aspetti che l’adulto cerchi di farti da guida, ma l’adulto c’ha il 17Pro. Hai parlato di un soggetto che ci obbliga a compiere determinati gesti: a chi ti riferisci? Alla tensione del progresso del mondo. Sia chiaro: senza il progresso dei farmaci sarei morto a due anni, però il progresso è una cosa meravigliosa se si capisce da dove arriva, perché arriva e soprattutto cosa ce ne facciamo. Vedo come una sorta di progresso passivo che non mi piace. Il progresso è diventato capitalismo. Ogni cosa che arriva nuova non importa se sia meglio o peggio, basta che sia nuova. Il progresso a mio avviso va normato perché ho paura che tra 50 anni il mondo sarà più liofilizzato, meno vero, sempre meno vivo. L'articolo “I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. 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Cultura
Al MAXXI la mostra “Franco Battiato. Un’altra vita”. La nipote: “Così portiamo alle nuove generazioni il suo messaggio, per capire che amore e gentilezza abbattono i muri”
Al museo MAXXI, a cinque anni dalla morte, arriva la mostra Franco Battiato. Un’altra vita. Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, è stata curata da Giorgio Calcara con la nipote Grazia Cristina Battiato, figlia del fratello Michele. Organizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS, è stata creata, come ha detto Grazia Cristina Battiato nella presentazione della mostra venerdì, “per portare alle nuove generazioni il messaggio di Franco Battiato perché possano, attraverso la sua musica e la sua arte, capire che l’amore e la gentilezza abbattono i muri”. La mostra sarà visitabile nello spazio Extra del MAXXI fino al 26 aprile. La mostra si articola in uno spazio di 500 metri quadrati. L’omaggio sonoro alla musica di Battiato è minimo, si spande in sottofondo ma parte da un un ottagono nel quale è sato montato un impianto acustico dietro le tende nere. Nel camerino si possono ascoltare al buio, restando finalmente soli, con l’aiuto dell’audio di qualità di 11 casse in Dolby Atmos, cinque capolavori pop di Battiato. Il video parte un attimo dopo l’audio ma la piccola smagliatura non stona nella casa momentanea di Battiato ricomposta al MAXXI. Anzi. Sembra quasi di sentirlo il ‘Maestro’, preciso e meticoloso nella sua leggerezza, che se la ride degli adepti di ogni età che ascoltano e talvolta ballano (le più giovani) “Cerco un centro di gravità permanente”, in religioso silenzio, al buio, in gruppi di poche persone, celebrando la fede nello splendido ballerino col colbacco di astrakan che dallo schermo li guarda ironico mentre balla e canta fuori sincro. Altri schermi trasmettono le perle del passato remoto, conservate da RaiTeche, mentre l’audio delle hit anni ’80 si spande in sottofondo sui ricordi de ‘L’altra vita’. Sono sette sezioni tematiche che ripercorrono le vite e le opere diverse nei vari campi dell’arte praticati da Battiato con l’ausilio dei suoi dipinti, dei suoi ricordi, dei suoi oggetti, e dei suoi dischi. La mostra è calda e accogliente come una casa. Il sintetizzatore, la chitarra, i suoi libri, i suoi cappelli, i manifesti dei suoi concerti (in testa quello del Capodanno del 1981 al Teatro Tenda di Lampugnano dove, per la modica cifra di 20mila lire, (10 euro) si prometteva panettone, ‘gran spumante’, Grande Veglione, Franco Battiato, I Gufi e pure Vince Tempera). Gli oggetti sono appigli esteriori per provare a seguire un percorso biografico coraggioso. Porte per entrare nella mente imprevedibile e profondissima di un uomo tanto riservato quanto unico. C’è persino uno schermo che riproduce la vista che Battiato ammirava dalla sua villa di Milo, in Sicilia orientale, nella seconda e ultima parte della sua vita. Alla collezione della famiglia si uniscono molti oggetti conservati nei decenni da ammiratori collezionisti e amici previdenti. “A parte la collezione che ho portato io – spiega la nipote di Franco Battiato – ci sono tantissimi privati che hanno dato molto a questa mostra. E questo è emblematico: da parte mia c’è stato lo stupore di scoprire quante persone hanno tenuto i suoi cimeli come fossero piccoli gioielli. Avevano capito – quando non si poteva sapere cosa sarebbe diventato – che il suo messaggio era così forte, che sarebbe arrivato e che lui fosse destinato al successo”. La prima sezione (L’inizio – dalla Sicilia a Milano) ricostruisce gli anni Sessanta segnati dal trasferimento al nord. C’è il primo 45 giri con incisa la voce di Franco Battiato, le prime foto in bianco e nero per lanciare le canzoni d’amore di quello sconosciuto e giovanissimo cantautore siciliano. La seconda sezione è un brusco cambio pagina: Sperimentare (dall’acustica all’elettronica). Via le copertine romantiche, arrivano gli anni Settanta e l’avanguardia, la stagione aspra di Fetus e Pollution, ricerca e sperimentazione musicale. La terza sezione ricostruisce il percorso del Battiato che conoscono tutti: Il successo (dall’avanguardia al pop). Siamo negli anni ’80 quando, con L’era del cinghiale bianco e soprattutto La voce del padrone, l’artista sceglie scientemente di sedurre il grande pubblico riuscendo nel miracolo di farlo salire sul suo carro senza abbassarsi. Concetti filosofici e dottrine mistiche diventano motivi orecchiabili cantati da tutti negli anni del disimpegno e della superficialità. Battiato, con la collaborazione di Giusto Pio, diventa un fenomeno di massa. Sono anche gli anni delle muse: Alice vince Sanremo, Milva realizza il capolavoro Alexanderplatz, Giuni Russo scala le classifiche. La quarta sezione è quella del cambiamento che segue la ‘linea verticale’ come diceva Battiato contrapponendola alla linea orizzontale della materia: Mistica (tra Oriente e Occidente). Battiato spinto dal pensiero di Gurdjieff (in una teca ci sono i suoi libri), dalle filosofie orientali e dal sufismo sale verso l’esoterismo. Arrivano le canzoni mistiche e le grandi opere colte come Genesi, Messa arcaica e Gilgamesh. La quinta sezione è L’uomo (ritorno alle origini): Battiato lascia Milano per tornare a Milo, sull’Etna. Nella vita e nelle opere si espandono meditazione, lettura, pittura e composizione. La sesta sezione è quella alla quale lui avrebbe cambiato titolo: Il Maestro (come un diamante) racconta il Battiato meno conosciuto. Ci sono i video delle opere composte insieme al filosofo Manlio Sgalambro, dal 1994 ai primi anni del nuovo millennio. Infine, Dal suono all’immagine (il cinema di Battiato) ci permette di ricordare l’ennesima sfaccettatura dell’artista Battiato: Perduto amor; Musikanten, e poi i documentari. Le copertine di album, i manifesti storici, la pittura con fondi dorati e figure mediorientali. Il catalogo edito da Silvana Editoriale (205 pagine, 35 euro) permette di seguire l’opera di Battiato al di là della musica ma anche di intuire meglio le le tante vite dietro le tante fasi musicali di un uomo che ha cercato fino ala morte i sentieri più belli e impervi per scalare la montagna dell’arte e del senso della vita. A margine dell’inaugurazione, venerdì scorso abbiamo chiesto alla co-curatrice Grazia Cristina Battiato cosa l’ha colpita nel lavoro preparatorio sui ricordi dello zio e poi tre ragioni per cui i giovani dovrebbero visitare questa mostra. L'articolo Al MAXXI la mostra “Franco Battiato. Un’altra vita”. 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Morto Angelo Foletto, addio a uno dei più autorevoli critici musicali. La Scala gli dedica il concerto
Giornalista, scrittore, studioso, critico musicale nel significato più puro, della tradizione più classica, della “vecchia” e autorevolissima scuola. E poi insegnante, archivista, conduttore radiofonico, collaboratore e consulente di teatri e istituzioni musicali. E’ morto a 76 anni Angelo Foletto, firma di Repubblica, per oltre venticinque anni presidente dell’Associazione nazionale critici musicali. Era nato nel 1949 a Pieve di Ledro, in Trentino. “Inflessibile, solerte a qualsiasi sollecitazione culturale – lo descrive Repubblica nel suo ricordo sulla versione online del giornale -. Profondo nel voler scandagliare le manifestazioni concertistiche che arricchiscono il nostro vivere quotidiano, senza mai essere assente. Con raro spirito di servizio e inattaccabile volontà di fotografare la realtà. Afferrando gli eventi e mordendo la carta riga per riga, con il passo lento ma deciso dello scalatore di montagna che svelava le sue lontane origini trentine, alpine e rupestri”. Il Teatro alla Scala dedicherà ad Angelo Foletto il concerto sinfonico in programma venerdì sera, diretto da Riccardo Chailly. “Un critico di rara profondità – ricorda Chailly -, sempre capace di comprendere i motivi di scelte di repertorio anche apparentemente scomode negli ultimi anni scaligeri, fino alla recente Lady Macbeth di Šostakovič. Ma soprattutto un amico con cui abbiamo condiviso un lunghissimo percorso, dai giochi dell’infanzia agli anni del Conservatorio fino al confronto costante che ci ha tenuti vicini negli ultimi anni”. Un ricordo commosso e pieno di gratitudine – si legge in una nota della Scala – per gli anni, per qualcuno decenni, passati insieme ad ascoltare, discutere, sentire e dissentire viene anche dall’Ufficio Stampa, dall’Ufficio Edizioni e dalla redazione della Rivista del teatro. Il cordoglio attraversa tutte le più importanti istituzioni culturali, musicali e teatrali: Fondazione Paolo Grassi, Fondazione Pergolesi, Arena di Verona, Biennale di Venezia, Società del Quartetto di Milano. “Tutto andava bene per analizzare la serata di musica, passata alla lente d’osservazione con analisi e ricerche – continua Repubblica -. Ma forse il modo più nitido per ricordarlo è la sua radicata passione per l’attività del Coro della Sat di Trento, che lo ha visto appassionato divulgatore della tradizione dei canti degli alpini e componente della Fondazione Coro Sat. Canti popolari e di montagna che aveva ascoltato da ragazzo nella sua Pieve di Ledro e in qualche modo rispecchiavano questa densa impronta caratteriale. Rude, materica, talora aspra, ma con una genuinità vera che si manifestava regolarmente nei fugaci incontri del dopo-concerto”. Foletto si era laureato in lettere moderne alla Statale di Milano ma aveva voluto incentrare la sua tesi su Stiffelio e Aroldo di Giuseppe Verdi, impronta della lunga carriera che verrà, aperta tra l’altro anche dallo studio in conservatorio a Milano, intitolato come noto proprio al compositore di Busseto. Foletto iniziò a scrivere su Discoteca Hi-Fi, Musica e Musica viva, dopo aver lavorato all’archivio musicale dell’Angelicum, del Teatro alla Scala, della Casa Musicale Sonzogno. In conservatorio – a Verona, a Piacenza e proprio a Milano – ha insegnato Storia della musica per oltre vent’anni, dal 1981 al 2006. A Repubblica è arrivato nel 1978 e lì è rimasto fino agli ultimi tempi, partecipando anche all’ideazione delle storiche collane di musica classica del Gruppo l’Espresso. Ma il suo nome si è legato anche a numerose riviste specializzate: è stato vicedirettore di Musica Viva, ha scritto su Suonare News, Classic Voice, Amadeus, il Giornale della musica. Ha firmato programmi di sala nei teatri, ha curato voci musicali per encoclopedie, ha collaborato con radio e tv di Rai e Mediaset. E’ autore, tra l’altro, del libro-intervista Carlo Maria Giulini, di Ho piantato tanti alberi – Claudio Abbado ritratti recensioni interviste e La musica non si ferma. Maurizio Pollini, pianoforte e battaglie civili (entrambi editi dalla LIM). Lascia la moglie Anelide Nascimbene, docente di Storia della Musica al Conservatorio Verdi di Milano, e la figlia Angelica. “La Milano della musica non sarà più la stessa” sottolinea il sovrintendente della Scala Fortunato Ortombina. “Foletto ha attraversato l’Italia come un cantastorie con la missione di raccontare la musica. – ricorda – L’ho incontrato dappertutto: per la prima volta a Parma, al Teatro Farnese, quando ero ancora studente, e poi in tutti i teatri che ho visitato. Foletto ha saputo raccontare la musica come letteratura nazionale, e in questo senso la cultura italiana e noi tutti gli dobbiamo molto”. L'articolo Morto Angelo Foletto, addio a uno dei più autorevoli critici musicali. La Scala gli dedica il concerto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado Facchinetti)
Quest’anno cade il centenario della morte del poeta russo Sergej Aleksandrovic Esenin. Il poeta contadino, l’“usignolo russo”, la cui popolarità in patria è paragonabile soltanto al mito di Aleksandr Pushkin, ebbe una vita breve e tormentata. Era nato nel 1895 nel villaggio di Kostantinovo, nei pressi di Riazan e venne trovato impiccato in una stanza dell’hotel d’Angleterre di Leningrado il 28 dicembre 1925. Il suicidio (o l’omicidio – la questione è ancora dibattuta) si portò via un grande poeta, al quale toccò vivere in uno dei momenti tra i più sconcertanti del secolo scorso: la rivoluzione russa. Ed è interessante leggere la poesia di Esenin accostandola proprio alla rivoluzione d’ottobre. Quest’ultima ebbe un carattere fortemente proletario e urbano e ciò aveva comportato per il Paese un brusco cambiamento, col passaggio, avvenuto in pochi anni, dal mondo tradizionale contadino a un altro basato sullo sviluppo industriale e sulla modernizzazione forzata. Eppure questi mutamenti, per quanto profondi, non hanno mai cancellato lo spirito rurale e “animistico” della Russia. Ed è l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”, partendo dall’amore per gli animali e per la natura. E la nostalgia di quel mondo che stava scomparendo con la rivoluzione lo portò sempre più a rifugiarsi in un intimistico rimpianto per il passato. La sua poesia, dai toni a volte biblici a volte blasfemi, si basa sull’uso straordinariamente lirico delle immagini, che egli preleva dalla tradizione cristiana e contadina. E tali immagini vivono davvero nei suoi versi, hanno un’anima e un’identità che può essere intercambiabile. Così, la bianca betulla diviene, al tempo stesso, la bella ragazza che attende il poeta sulle rive dello stagno; la mucca è la Russia che ha figliato la Rivoluzione (non quella urbana, ma quella contadina e “cristiana” che voleva Esenin) ed è la Madre di Dio generatrice del vitello-Cristo Salvatore, che le hanno appena ammazzato e la cui pelle oscilla al vento su una pertica. C. F. Traduzioni tratte dalla raccolta antologica Sergej Esenin. Poesie, edizioni L’Arca di Noé S’è intessuta sul lago la scarlatta luce dell’alba. I galli cedroni piangon trillando sulla boscaglia. Piange chissà dove un rigogolo, riparandosi nella tana. Soltanto io non piango, che ho luminosità nell’anima. Lo so, da oltre l’anello stradale, verrai all’imbrunire, E sederemo sulla fresca paglia di un vicino fienile. Lì ti bacerò fino all’ebbrezza, fino a gualcirti qual fiore. Che maldicenze non vi sono per chi s’é inebriato d’amore. Tra le carezze tu stessa getterai il velo di trine, E ti condurrò ubriaca tra i cespugli fino al mattino. Lascia che trillino i galli cedroni, lascia che piangan. Che c’è una allegra tristezza nel rossore dell’alba. (1910) *** Non dormo. La notte è scura, Sul praticello al fiume voglio andare. Nei flussi schiumosi s’è tolto la cintura Un lontano lampeggiare. La betulla-candela sta sulla cima, Nell’argento delle piume lunari. Usciamo insieme, mia fragolina, Ad ascoltare i canti dei gusljari! Nell’incanto andrò ammirando La tua bellezza di fanciulla. E, in quella musica danzando, Ti strapperò il vel di tulle. E sull’erba serica, lungo il pendio, Nel cupo térem della boscaglia, Andremo insieme, tu ed io, Fino al papavero dell’alba. (1911) *** AUTUNNO A R.V. Ivanov Il folto del ginepro nel dirupo è taciturno. Si striglia il crine la cavalla saura dell’autunno. Lungo le sponde s’ode sul tappeto fluviale L’azzurro clangore del suo scalpitare. A passi attenti il vento, asceta severo, Accartoccia le foglie ai bordi del sentiero E al sorbo bacia tra i rami dell’arbusto Le rosse piaghe a un invisibile Cristo. (1914) *** LA VACCA Decrepita, coi denti caduti, Sulle corna l’età che le avanza. Un rozzo mandriano la colpisce Lungo i campi di transumanza. Il suo cuore non sente rumore, Mentre raschiano i topi in un canto. Essa è presa dal triste pensiero Di quel vitello dal piede bianco. Alla madre il figlio hanno tolto, Che la gioia prima non l’ebbe. A un palo al di sotto d’un pioppo Alla brezza ondeggiava la pelle. Presto, tra le distese di miglio, Una corda le porranno sul collo E, con lo stesso destino del figlio, Condurranno pure lei al macello. Fra lamenti, nausea e tristezza A terra si pianteranno le corna… Ma lei vede un bianco boschetto E di erbosi pascoli sogna. (1915) *** A L. I. Kashina Coi tuoi capelli verdi, Col tuo seno di fanciulla, Nello stagno cosa osservi, O mia esile betulla? Odi il vento che risponde E la sabbia riecheggiare? Nelle trecce delle fronde Vuoi tu il pettine lunare? Svelami, svelami il segreto Dei tuoi legnosi pensieri. Quel triste brusio ho amato Che ha l’autunno in fieri. Mi rispose la betulla: «O mio curioso amico, Da me, a pianger tra le stelle, Un pastore qui è venuto. Chiara luna nella notte, La verzura scintillava, Sulle nude mie ginocchia C’era lui che m’abbracciava. E al rumore d’una fronda, Profondamente sospirando, Disse: Addio, o mia colomba, Alle gru del nuovo anno». (1918) *** IL FIGLIO DELLA MIA CAGNA Escono gli anni dall’offuscamento, Facendo, come prati di camomilla, rumore. Mi è tornata quella cagna alla mente Che alla gioventù fu l’amica fedele. Ma la gioventù è svanita nel nulla, Come l’acero marcito al finestrino, Mi rammento della bianca fanciulla, Era per lei quella cagna il postino. Non tutti han vicino gli affetti, Lei era un’ode per me da cantare, Ma non prendeva però quei biglietti Che alla cagna mettevo al collare. La mia scrittura lei la ignorava, Nessun messaggio aveva mai letto, Ma a qualcosa lungamente sognava Al viburno oltre il giallo laghetto. Io soffrivo… Una risposta volevo… Non ricevendola, lontan sono andato… Ecco, anni dopo, poeta famoso, Sull’uscio paterno mi son ritrovato. Quella cagna è crepata da tanto, Ma, pazzamente, con selvaggio latrato, Col blu uguale riflesso nel manto, Il suo cucciolo incontro è arrivato. Madre Santa! Come son simili loro! Ancora emerge un dolore dal petto. Mi ringiovanisce questo martoro, Che voglio scrivere un nuovo biglietto. Vecchie canzoni mi piace ascoltare, Ma non latrare! Non latrar con furore! Se vuoi ti bacio, o mio tenero cane, Che m’hai risvegliato maggio nel cuore. Ti bacerò, ti stringerò a me accanto E ti porterò in casa come un amico… Sì, mi piacque la fanciulla in bianco, Ma ora l’amo in azzurro vestito. (1924) *** Ah, che bufera! Il demonio mi porti con se! Con bianchi chiodi mi va sigillando il tetto. Ma io non ho paura, nella mia sorte è detto Che lo sviato cuore mi sigillasse a te. (1925) L'articolo Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado Facchinetti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dalle solitudini urbane ai legami familiari, fino alle storie dei rider nelle nostre città: a Milano una mostra fotografica esplora le relazioni con gli altri
Può una fotografia rappresentare le relazioni tra le persone? Quella linea invisibile che ci unisce, ci fa stare insieme e talvolta ci allontana? Nasce da queste domande la mostra collettiva Tra Noi, curata dalla fotografa toscana Chiara Vitellozzi e frutto del lavoro portato avanti dai suoi studenti e studentesse. L’inaugurazione è in programma domenica 1 febbraio, alle 17, nello spazio di Bottega Immagine, a Milano. “La nostra società vive una crisi del noi” si legge nella presentazione dell’evento. “Le comunità si sfilacciano, la fiducia si riduce, l’individualismo cresce anche nei luoghi collettivi. Tuttavia, proprio dentro questo vuoto, emerge il desiderio di ritrovare l’altro e di costruire legami autentici. In questo scenario, è lo scopo la fotografia, più che un mezzo di rappresentazione, può diventare uno spazio di incontro“. Il progetto fotografico Tra Noi nasce quindi “dall’esigenza di esplorare il confine che separa e unisce gli esseri umani. Un luogo in cui l’empatia diventa immagine”. Nove i progetti esposti, nove modi diversi di posare lo sguardo sulla realtà, sugli altri e su noi stessi. Dal racconto della solitudine urbana di Milano, fatta di individui che si muovono come ombre, all’esplorazione “dell’assenza di noi” in quei luoghi dove la natura prende il sopravvento, fino alle tracce che il vivere insieme lascia negli spazi comuni e personali. C’è poi un “tra noi” inteso come legame familiare, con il corpo che diventa il primo, essenziale, spazio di relazione. E il noi nel rapporto con gli amici, dove gli oggetti della quotidianità si caricano di valore e da semplici cose si trasformano in depositi di memoria, affetto, incomprensioni e ironia. Il noi è anche quello virtuale, filtrato dagli smartphone, costruito più dall’esigenza di mostrare (e mostrarsi) che di dividere con gli altri. Della mostra fa parte anche il progetto fotografico che racconta le storie e le vite di tre rider di Milano della giornalista del Fatto Quotidiano Giulia Zaccariello. Gli altri autori e autrici in mostra sono Enrico Augugliaro, Sara Balercia, Francesca Colturani, Marco D’Abramo, Donato De Vivo, Silvano Gambadoro, Antonio Grandinetti e Vincenzo Mandarà. La mostra Tra Noi, fotografia come spazio di relazione sarà inaugurata domenica 1 febbraio, alle 17, in via Farini 60 a Milano. L'articolo Dalle solitudini urbane ai legami familiari, fino alle storie dei rider nelle nostre città: a Milano una mostra fotografica esplora le relazioni con gli altri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cultura
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I corpi della regina Elisabetta in pasto ai sudditi: la figura di una donna autoritaria e moderna al Teatro Elfo Puccini di Milano
“Senza figli, non sposata ma tutti i figli d’Inghilterra la ricorderanno come l’unica donna non sposata che ha governato nel Regno Unito e lo ha fatto con successo per 44 anni e fu lei stessa la sua tutela”. Con queste poche frasi si chiude lo spettacolo teatrale “I corpi di Elizabeth” (in originale Swive [Elizabeth]), in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 15 febbraio con la regia Cristina Crippa e Elio De Capitani con Elena Russo Arman, Maria Caggianelli Villani, Enzo Curcurù e Cristian Giammarini. Un gradito ritorno dopo il successo nella stagione 2023/24. La narrazione mostra non solo i diversi “corpi” della regina, ma anche le sfaccettatura di una personalità che si è piegata, consapevolmente, ai sudditi e al suo regno, dandosi quasi in pasto per un disegno politico alto. La consapevolezza di farsi spazio in un mondo prettamente maschilista. Quindi la figura di una donna forte all’esterno, ma anche con le sue fragilità nel privato. Una storia che, in gran parte, ricorda la figura di Elisabetta II che, invece, ha creato una famiglia, ma nel contento è riuscita a tenere il polso fermo sul Regno Unito. Lo spettacolo che dura quasi due ore, senza pause, ha un ottimo ritmo sostenuto dalla bravura di tutti gli attori: Elena Russo Arman è la regina Elizabeth, (oltre che Catherine Seymour e Mary Tudor), la principessa Elizabeth è Maria Caggianelli Villani, che interpreta anche la giovane Katherine Grey, Cecil è Cristian Giammarini, Enzo Curcurù interpreta sia Thomas Seymour che Robert Dudley. Un gruppo coeso che riesce a rendere al meglio la resa finale. INFORMAZIONI – Teatro Elfo Puccini, sala Shakespeare, corso Buenos Aires 33, Milano Prezzi: intero € 38/34 | <25 anni € 15 | >65 anni € 23 | online da € 16,50 Biglietteria: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org – whatsapp 333.20.49021 Orari: martedì e venerdì ore 19.30 | mercoledì, giovedì e sabato ore 20.30 | domenica ore 16.30. Lo spettacolo prosegue il tour a 17 / 20 febbraio, Teatro Duse, Genova 26 febbraio / 1 marzo, Teatro delle Muse, Ancona 7 / 8 marzo Teatro Pirandello, Agrigento 19 / 22 marzo, Teatro Del Monaco, Treviso L'articolo I corpi della regina Elisabetta in pasto ai sudditi: la figura di una donna autoritaria e moderna al Teatro Elfo Puccini di Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Teatro
Addio a Carlo Cecchi, maestro del teatro italiano e funambolo della scena: l’attore e regista morto a 87 anni
È morto a pochi giorni dal suo 87° compleanno Carlo Cecchi, uno dei più grandi e innovativi uomini di teatro italiani. L’attore e regista si è spento nella sua casa di Campagnano di Roma. Nato a Firenze nel 1939 e diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, Cecchi ha attraversato oltre mezzo secolo di vita culturale italiana come interprete, regista e maestro, lasciando un segno profondo soprattutto sulla scena teatrale. Definito da critici e studiosi un vero “funambolo della scena”, Cecchi ha saputo muoversi con equilibrio tra tradizione e sperimentazione. Dopo le prime esperienze negli anni Sessanta con il Living Theatre e con Eduardo De Filippo, nel 1971 fondò a Firenze la cooperativa Granteatro, con cui mise in scena autori come Shakespeare, Majakovskij, Brecht, Čechov e Molière, sviluppando una recitazione antinaturalistica capace di fondere il teatro popolare italiano con le avanguardie europee. Tra i suoi spettacoli più celebri figurano “Ivanov” di Čechov e “Finale di partita” di Samuel Beckett, lavori che ne hanno consolidato la fama di interprete di straordinaria profondità intellettuale. Dal 1980 al 1995 diresse il Teatro Niccolini di Firenze, trasformandolo in un laboratorio permanente di formazione, punto di riferimento per intere generazioni di attori. Pur restando sempre legato al palcoscenico, Cecchi ha lasciato un segno importante anche nel cinema. Indimenticabile la sua interpretazione ne “Il matematico napoletano” di Mario Martone (1992), ruolo che gli valse il David di Donatello come miglior attore non protagonista. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi Premi Ubu, riconoscimenti che ne hanno sancito il ruolo di maestro assoluto del teatro italiano contemporaneo. Negli ultimi anni aveva continuato a frequentare la scena con dedizione, portando in teatro lavori come “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth e apparendo sporadicamente in televisione in produzioni di qualità. Con la sua scomparsa se ne va non solo un grande attore, ma un intellettuale della scena, capace di trasformare ogni spettacolo in un atto di pensiero, rigore e libertà artistica. L'articolo Addio a Carlo Cecchi, maestro del teatro italiano e funambolo della scena: l’attore e regista morto a 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Genova, Museo di Storia Naturale chiuso per lavori: riaprirà (forse) nel 2030
Il Museo più antico di Genova è chiuso dall’8 aprile 2025, e potrebbe riaprire i battenti dopo il 2030. Insieme alla biblioteca specializzata che contiene circa 95mila opere tra monografie e miscellanee. “Chiuso temporaneamente per attività di manutenzione della struttura e tutela delle collezioni”, spiega l’avviso che compare nella home del portale del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria. “Nato nel 1867 (…) possiede ricchissime collezioni scientifiche formate da 4 milioni e mezzo di reperti ed esemplari provenienti da ogni parte del mondo (…) Quelli esposti sono 6.000, distribuiti in 23 sale, su due piani”. Mammiferi e uccelli, rettili e anfibi, pesci e insetti, invertebrati e botanica, fossili e minerali. Reperti esposti e spiegati, per essere fruiti. Ma la nuova giunta di Silvia Salis vuole cambiare il volto del museo, non solo ristrutturarlo. Dunque i tempi di chiusura si allungano fino a data de destinarsi. IL MUSEO E I LAVORI IN CORSO “Il ricco percorso di visita è a tutti gli effetti un viaggio nella biodiversità del pianeta ed è particolarmente attrattivo per bambini, ragazzi, famiglie e per tutti gli amanti della natura”, si legge sul portale del Museo. Ed infatti nel 2024 ha registrato 65.657 ingressi, l’anno precedente 44.316 ingressi, nel 2022 66.887 e nel 2019, l’anno pre-Covid, addirittura 71.073. Anche per questo la prolungata chiusura del “museo degli animali morti”, come lo chiamano i bambini”, allarma. Anche se le attività scientifiche e di conservazione proseguono. Mentre il progetto “Fuori Museo”, permette di portare nelle scuole e in altri spazi civici della città i reperti e le attività didattiche. “Il Museo è stato chiuso perché necessita di importanti lavori di ristrutturazione”, faceva sapere il tavolo della Cultura del Comune, quasi al termine dei sei mesi nei quali a svolgere le funzioni di sindaco c’era Pietro Piciocchi, già vicesindaco della giunta guidata da Marco Bucci: “C’è bisogno di mettere mano alla situazione anche per questioni di sicurezza, a cominciare dallo scalone principale”. Per questo motivo il Comune nel Programma triennale dei lavori pubblici 2025-2027 inserisce un milione di euro “Per completamento dei lavori di adeguamento antincendio finalizzati alla Scia”. La somma si aggiunge a 1.340.000 euro “Per impermeabilizzazione copertura”. Non è tutto. Nel Programma triennale lavori pubblici 2026-2028 previsti 1,3 milioni per “Interventi di messa a norma impianti meccanici”. L’ASSESSORE: “RISTRUTTURARE NON BASTA, PER IL NOSTRO PROGETTO SERVONO ALMENO 4 ANNI” Lavori che la nuova giunta comunale guidata Silvia Salis, ritiene per certi versi inadeguati. Meglio, insufficienti: la chiusura, necessaria, può trasformarsi in un’occasione per agire radicalmente sulla struttura. Lo lascia intendere, in una recente intervista televisiva, l’assessore alla Cultura Giacomo Montanari: “Qui si può intervenire con un lavoretto, fatto per sistemare alla bene e meglio. Investendo quasi 4 milioni di euro in una sistemazione sostanzialmente impiantistica che quindi nulla ha che fare con le conservazioni delle collezioni, né con la fruizione delle collezioni”. “Oppure – prosegue Montanari – ed è la strada che vorremmo seguire, avere un progetto ambizioso. Cioè ridare alla città un museo di livello internazionale, così come era il Museo Doria alla fine dell’Ottocento quando nacque”. Per realizzare questo auspicio “serve un po’ più di tempo. L’orizzonte temporale non lo conosciamo nel dettaglio. Però per un progetto di questo livello credo che almeno 4 anni siano necessari, tra la progettazione e l’esecuzione”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’assessore Montanari. Che aggiunge: “L’idea è quella di impegnare l’anno in corso per provvedere alla progettualità, con una parte delle cifre disponibili. Sperando magari di poter procedere ad una riapertura per blocchi. Nel mentre serve reperire ulteriori risorse”. L’ASSOCIAZIONE: “CHIUSURA LUNGA? NON CE LO ASPETTAVAMO, ERANO PREVISTE DIVERSE MOSTRE” I prolungati tempi di chiusura, oltre a provocare critiche nelle opposizioni politiche in consiglio, sembrano costituire il motivo di maggior preoccupazione di molti. “Ci aspettavamo dei lavori, ma non una chiusura così lunga, specialmente perché erano previste diverse mostre tra cui quella di Marie Curie”, spiega Carla Olivari, presidente dell’associazione Amici del Museo Doria. Coniugare le legittime esigenze dei visitatori con la volontà degli amministratori di restituire alla Città un Luogo, non solo più sicuro, ma anche più attrattivo. La sfida è anche questa. L'articolo Genova, Museo di Storia Naturale chiuso per lavori: riaprirà (forse) nel 2030 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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