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Dario Fo, maestro dello sguardo: “Il nostro cervello è una sofisticatissima camera da presa”
Il 24 marzo ricorre il centenario della nascita di Dario Fo. Come ho anticipato in un post di qualche mese fa, sono previste iniziative celebrative in tutto il mondo, oltre che ovviamente nel nostro Paese. Riprendendo quanto dicevo nel precedente intervento, vorrei soffermarmi su alcuni dettagli tecnici del lavoro di Fo come attore autore, non secondari, a mio parere, per rendere conto della straordinaria efficacia delle sue performance sceniche. In particolare, mi interessa sottolineare l’importanza decisiva che ha, nel lavoro attoriale di Fo, il saper padroneggiare sapientemente lo sguardo dello spettatore, guidandolo, indirizzandolo, sviandolo se necessario. Giova ricordare che, almeno nei monologhi, egli è solo in scena senza nient’altro che il proprio corpo-voce. Che uno dei compiti principali, se non il più importante in assoluto, del regista di teatro consista nel costruire “un itinerario dell’attenzione dello spettatore” è stato Grotowski ad affermarlo con forza: “l’itinerario dell’attenzione dello spettatore appartiene al nostro mestiere. Se uno è regista e lavora con gli attori, deve avere una macchina da presa invisibile che riprende sempre, dirige sempre l’attenzione dello spettatore verso qualcosa”. Se adesso apriamo il Manuale minimo dell’attore del nostro ultimo premio Nobel per la letteratura, questa immagine verbale la troviamo addirittura visualizzata, disegnata, alla p. 65, la quale ci mostra un uomo con le braccia conserte, uno spettatore evidentemente, con una macchina da presa al posto della testa! Fo sta analizzando le differenze esistenti fra il recitare uno stesso pezzo con la maschera o senza maschera, nella fattispecie il celebre monologo di Mistero buffo intitolato La fame dello Zanni. Poi passa a fare un nuovo esempio, riguardante un altro pezzo famoso dello stesso spettacolo capolavoro, La resurrezione di Lazzaro: “Ho già detto che l’attore, il regista, deve riuscire a far cambiare gli obiettivi al pubblico ogniqualvolta ne sente la necessità. Noi siamo abituati, e molte volte non ce ne rendiamo conto, a eseguire delle zummate incredibili, a mettere in evidenza un particolare, ad allargare in vaste panoramiche l’inquadratura, ad allungare […] insomma abbiamo, dentro al nostro cranio, una macchina che nessun marchingegno tecnico può ancora eguagliare. Il nostro cervello è una sofisticatissima camera da presa”. Questa immagine, e il modo in cui il grande attore autore spiega “i principi secondo cui disegna la propria presenza scenica”, non sono sfuggiti a Eugenio Barba, che li cita infatti ne La canoa di carta. Trattato di Antropologia Teatrale (1993) come un esempio di estrema consapevolezza del fatto che il lavoro compositivo dell’attore è costituito da “dettagli, détours, impulsi e controimpulsi”, dai quali “dipende la sua precisione, e quindi la qualità della sua presenza”. Basta aver assistito a qualcuno dei suoi seminari o delle sue dimostrazioni tenuti in tutto il mondo per decenni, oppure, in mancanza di questo, basta anche solo leggere con attenzione le pagine del suddetto Manuale, in cui viene trascritto lo smontaggio scena per scena, quasi fotogramma per fotogramma, de La resurrezione di Lazzaro, per farsi un’idea concreta e precisa della sapiente coscienza che Fo possedeva, avendola arricchita nel tempo dopo il decisivo, doppio apprendistato con il mimo Jacques Lecoq e nella rivista, della “drammaturgia della partitura” come “drammaturgia del microscopico”. Avendone lo spazio, tutti i principi pre-espressivi messi in luce dall’antropologia teatrale li potremmo ritrovare virtuosisticamente utilizzati uno ad uno in pezzi come questo o come La fame dello Zanni e altri ancora. Mi limiterò qui a ricordarne uno soltanto ma basilare: il principio della sintesi, a cui Dario stesso fa sovente riferimento, parlando di “sintesi estrema dell’azione in totale”, di necessità di “accennare, non descrivere”. Ne La canoa di carta, Barba registra questo procedimento come applicazione di una delle leggi fondamentali dell’antropologia teatrale, il “principio della semplificazione”, consistente nell’”omissione di alcuni elementi per metterne in rilievo altri”. E lo cita: “Dario Fo spiega come la forza del movimento dell’attore risulti dalla ‘sintesi’, dalla concentrazione in un piccolo spazio di un’azione che impiega grande energia e dalla riproduzione dei soli elementi essenziali di un’azione, eliminando quelli ritenuti accessori”. Siamo ancora una volta nel cuore tecnico del Novecento teatrale. In particolare, siamo vicini alla tradizione del mimo contemporaneo: la “sintesi” di Fo è un procedimento compositivo molto simile al raccourci di Decroux e all’ellissi di Marceau. In tutti e tre i casi, è per altro evidente il riferimento ai procedimenti cinematografici del montaggio e in particolare a quello della dissolvenza incrociata, mediante il quale un’immagine e/o un suono affiorano mentre quella/quello precedente ancora permangono, con tutte le sfasature fra visibile e udibile che il procedimento consente. La sintesi permette a Fo, come a un mimo decrousiano, o a un attore-danzatore indiano, di dar vita da solo a una moltitudine di situazioni e di personaggi. In altri termini, essa consente di sfruttare al meglio drammaturgicamente il corpo già “moltiplicato” dall’altro principio basilare dell’indipendenza degli arti, non a caso fondamentale tanto nella biomeccanica di Mejerchol’d come nel mimo corporeo o nella danza moderna, e praticato da sempre dall’attore-danzatore asiatico. L'articolo Dario Fo, maestro dello sguardo: “Il nostro cervello è una sofisticatissima camera da presa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le quattro leggi “naturali” che mi ha insegnato mio padre Dario Fo
Papà mi ha sempre detto: “Fai quel che vuoi che campi di più”. Questa frase può essere fraintesa: non vuol dire stai sdraiato sul divano a guardare la tv. Vuol dire che devi riuscire a capire COSA VUOI, qual è la tua vera passione. E quando l’hai capito impegnarti al massimo diventa naturale: perché ti piace, ti riempie la vita ed è quel che desideri. Non mi ricordo un solo giorno nel quale mio padre non abbia lavorato. Se non recitava, studiava, dipingeva, scriveva, incontrava persone che gli potevano insegnare qualche cosa. La seconda legge che mi ha insegnato è che dare fiducia è più potente di qualunque punizione. Quando lo racconto molti mi guardano strano. Ho partecipato a un dibattito nel quale tutti gli oratori concordavano sul fatto che i padri non fanno più i padri, non hanno il coraggio di punire i figli e mantenere rispetto e disciplina. Io ho detto che nessuno mi ha mai messo in castigo, mai subita una punizione con decurtazione della quota gelati. Il che non vuol dire che non ci fosse disciplina. Se facevo qualche cosa che non andava bene mia madre si limitava a spiegarmi perché avevo sbagliato. Era capace di andare avanti per un’ora… Non so se rendo l’idea… E poi mi davano fiducia. Era scontato che mi sarei comportato bene. A partire dai 15 anni quando i miei andavano in giro per l’Italia a recitare restavo da solo a Milano. Mia madre mi lasciava i soldi sul tavolo e le lasagne surgelate in frigorifero. Se non volevo andare a scuola mi firmavo la giustificazione. Ma non ne ho mai approfittato. Se ti danno fiducia si sviluppa il desiderio di non deludere che è più forte di qualunque minaccia disciplinare. È incredibile che la maggioranza dei genitori non capisca questo. Quando mia figlia Jaele aveva già 18 anni la preside mi mandò a dire che dovevo andare a scuola a firmare il libretto delle giustificazioni. Le telefonai e le dissi che era una richiesta illegale in quanto Jaele era maggiorenne. Lei mi rispose che avevo ragione ma che c’era stata una rivolta dei genitori che pretendevano di avere il controllo delle assenze dei figli. Tagliai corto. “Va bene signora, Lei dia il libretto a mia figlia, Jaele lo firma con la mia firma e poi glielo ridà, anche perché le firme le ha sempre fatte lei fin dal primo anno quindi la mia firma non sapete neanche com’è”. Per inciso passò la maturità con una valutazione tra le migliori della scuola. Un’altra legge fondamentale mio padre me l’ha regalata quando avevo 6 anni. Stavo disegnando ma quel che avevo realizzato non mi piaceva e dico: “Questo lo butto via perché è brutto!”. E mio padre: “NO, non farlo, quando un disegno ti è venuto male devi insistere, trovare il modo di migliorarlo!.” Tutte le grandi opere d’arte hanno dentro un errore che è stato difficile correggere. Un concetto difficile da capire per un bambino. Ma la spiegazione me la diede con i fatti pochi giorni dopo. Stava dipingendo sopra un’asse di legno il viso di una donna. Mi sembrava bellissimo… D’un tratto dice: “Non va bene” prende l’asse e va verso il bagno. E io dietro. Mette il dipinto nella vasca, apre la doccia e l’acqua scioglie il colore. E io mi metto a piangere. Pensavo che fosse impazzito. E non è bello quando hai 6 anni e capisci che tuo papà è pazzo. Poi però capii. In alcuni punti l’asse era restata macchiata, in altri punti il colore era già secco e aveva resistito. E lui riprese a lavorarci sopra coi pennelli e alla fine venne fuori un viso ancora più bello di quello che aveva distrutto. Non arrendersi, insistere, è una legge assoluta se vuoi realizzare la tua passione. Due mesi prima di morire Dario recitò Mistero Buffo a Roma. Prima dello spettacolo lo vidi nel suo camerino, su una sdraio, che riascoltava la registrazione dell’ultima replica dello spettacolo. Mi commosse, era già molto malato e sapeva di avere poco tempo. E Mistero Buffo lo aveva recitato almeno mille volte, ma lo riascoltava ancora alla ricerca di qualche frase che poteva migliorare. La terza legge è la più difficile da capire. Io avevo iniziato a recitare sotto falso nome, perché volevo capire se potevo farcela senza approfittare del mio cognome. Recitavo ovunque ci fosse un pubblico disposto ad ascoltarmi: per strada, nei ristoranti, capannoni, palestre. Quando dopo parecchi anni ebbi la possibilità di recitare in un vero teatro con il palcoscenico, il sipario e le poltrone rosse, mio padre si sentì in dovere di darmi una lezione di recitazione. Non lo aveva mai fatto. Era scontato che guardando i miei che recitavano avessi capito come si fa. La regola era: guarda e impara. Venne in camerino e mi disse: “Se puoi, prima di uno spettacolo fai una passeggiata, che ti aiuta. Non essere tropo attaccato al risultato. Lo spettacolo migliore non l’ho fatto quando ci tenevo perché in sala c’era il grande critico teatrale… Anzi, sono riuscito a dare il massimo in serate in posti sperduti che non avevo neanche voglia di recitare; poi siccome sono un professionista mi sono impegnato ed è venuto fuori il meglio. E ricordati: quando sali sul palcoscenico devi pensare che davanti hai degli amici che si sono messi il cappotto per uscire di casa e venire a vederti!”. Ma perché è così importante tonificare il corpo passeggiando prima di uno spettacolo? Perché se vuoi fare bella figura a tutti i costi, con il critico teatrale, lo spettacolo viene fuori meno bello? Perché è così importante sapere che quando reciti hai davanti degli amici? Ho impiegato parecchio a capire quella lezione che durò meno di tre minuti… Tempo dopo, durante un corso di teatro ad Alcatraz, una giovane attrice, Piera Conti, mi chiese: “In uno spettacolo io entravo in scena per a prima volta completamente coperta da un lenzuolo. Non facevo nulla di strano, camminavo e basta. E il pubblico rideva. Ad un certo punto mi sono ammalata e sono stata sostituita da un’altra attrice che faceva esattamente la stessa cosa ma nessuno rideva. Perché?”. Io non sapevo cosa rispondere e quando incontrai mio padre glielo chiesi. E lui mi disse: “Sì, certo, è l’attitude”. Cazzo! Pensai io, e me lo dici dopo 30 anni che recito? Va beh… venne fuori che “l’attitude” è una parola del gergo degli attori, vuol dire molto di più della parola “attitudine”. Cioè, quando reciti si instaura un rapporto con il pubblico che è fisico, psicologico, la comunicazione è potente grazie ai neuroni specchio… Le parole, i movimenti, le espressioni del viso sono solo una parte della tua comunicazione. E i messaggi che mandi a livello inconscio non li puoi falsificare, dentro c’è tutto, quel che pensi, quel che desideri, la tua scala di valori. Se ti interessa solo il successo, fare bella figura col critico teatrale, non funzioni bene. Se reciti perché gli spettatori sono tuoi amici, perché vuoi dire qualche cosa di importante, perché ci credi, allora sì che la tua comunicazione arriva. E siamo alla quarta legge di natura, una legge facile da capire che alcuni non riusciranno mai a praticare. Fare qualche cosa per gli altri ti cambia la vita. La solidarietà, la cooperazione, la condivisione sono medicine potenti per l’anima. E anche per il corpo. Quando stai morendo una parte della tua mente ti chiede di fare un bilancio. È una parte della tua mente estremamente potente. E se hai vissuto solo per il tuo vantaggio, se non hai avuto pietà, se non hai fatto il possibile per alleviare il dolore di altri, allora la tua vita è stata priva di senso. E quando quella parte di te ti chiede: “Cosa hai fatto per gli altri?”. E tu non hai niente da rispondere allora muori male. E ogni tua cellula ti maledice perché hai tradito la vita. E l’inferno è lì, mentre muori. Un inferno che dura solo un istante. Ma ti fa molto molto male. Il giorno che ho visto mio padre più felice non è stato quando ha vinto il Nobel ma quando ha consegnato a 36 associazioni di disabili 36 pulmini modificati per trasportare carrozzine. Tutti quei pulmini schierati in quella piazza e mio padre era contento come un bambino. Aveva speso tutti i soldi del premio Nobel: 1 miliardo e 650 milioni di lire. E non aveva comprato solo 36 pulmini, con mia madre avevano ricostruito tetti, aiutato cento situazione con denaro contante, fornito avvocati, mobilio e tanto altro e oltre ai soldi del Nobel avevano speso più di un milione e mezzo di euro grazie alla sponsorizzazione di Volkswagen, Apple e Banca Popolare di Milano. Beh… queste sono soddisfazioni. Ed è chiaro che poi quando reciti la gente muore dal ridere. L'articolo Le quattro leggi “naturali” che mi ha insegnato mio padre Dario Fo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’arte poetica è un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica”
Da un appello apocrifo di Aldo Palazzeschi. Amici poeti, bando ai pudori: ne va del futuro di noi rimatori! L’onorevole Grandi, in un discorso solenne, ha dichiarato che non dovrà più esserci un’Italia di letterati e poeti. Conosco da tempo Dino Grandi, non l’ho mai sentito parlare che non avesse ragione; ma questa volta ha torto, finalmente! In Italia tutto è poesia, e così dev’essere. Grandi considera l’arte poetica un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica. Procederei per gradi, cominciando con l’elenco degli abbonati al telefono. Quando la rete telefonica milanese non andava oltre Lecco, Rho, Como, Monza e Brunate, proposi alla direzione dei telefoni di stampare sull’elenco questo titolo in versi: “Degli abbonati or ecco / l’elenco qui vi do: / Milano, Como, Lecco, / Monza, Brunate e Rho”. La direzione d’allora non accettò la proposta. Ebbene, oggi mi rivolgo alla Stipel, proponendone un altro: “Signori utenti di dovunque sia / questo è l’elenco della Lombardia”. Attendo risposta. Un altro onorevole ha ordinato: “Via le parole straniere dalle insegne italiane!” Ci aggiungerei: “Al loro posto, insegne poetiche!” Escludiamo “Coiffeur pour dames”? Benissimo, ma sostituiamolo con due italici ottonari: “Qui c’è gusto, arte e amore / Parrucchiere per signore”. E fin qui non siamo che al punto di partenza. Se in Italia tutto è canto, perché non debbono essere melodici anche i regolamenti? Per esempio negli uffici ministeriali: “In questo luogo ognun stia bene attento / ch’è vietato sputar sul pavimento”. La regola sarebbe più accetta se la si redigesse poeticamente. In un giardino pubblico: “Chi qui passa o un po’ dimori, / lasci stare piante e fiori”, “Il Comune si riserba / di punir chi pesta l’erba”. Faccio inoltre formale proposta al Reale Automobile Club di adottare senz’altro cartelli in versi, per leggere i quali l’automobilista, costretto a rallentare, eviterà scontri, investimenti, disgrazie e altro materiale per la cronaca nera: “Da questa parte, onde evitar pericoli, / non si permette ingresso di veicoli”, “Frena la corsa ansiosa: / svolta pericolosa!”. Perché non bandire un concorso tra i poeti d’Italia? L’avvertimento rimato carezza l’orecchio, si imprime più presto nella memoria e non lo si dimentica più. Noi italiani siamo sempre un po’ riluttanti agli ordini bruschi e recisi, ma chi oserebbe trasgredire un monito premuroso come questo: “Son pregati i signori e le signore / di non parlare col manovratore”? È questione di psicologia! Tutti siamo disposti a accettare sorridendo una quartina ben composta e civettuola; e la ripeteremmo a noi stessi e agli altri così come cantiamo un motivetto orecchiabile, con vantaggio generale. “Si sale dalla parte posteriore e si scende dalla parte anteriore”: sentite come è brutto? E anche volgare. Quale diversa armonia, invece, nel seguente buffetto: “S’eluder vi cale / le multe e l’ammende / di dietro si sale, / davanti si scende”. O in questi altri, succinti e compendiosi: “Non scendere o salir se il tram è in moto: / cader non vuoi, né spenzolar nel vuoto”, “Colui che igiene e buon costume cura / non deve mai sputar nella vettura”. Anche il recipe del medico, in metrica, s’aggrazia: “Sale inglese alla mattina, / dieta liquida, aspirina”. È un sollievo, già ti senti meglio. E gli avvisi sacri nelle chiese? “Per quei che molto alla cassetta danno / indulgenza plenaria tutto l’anno”. Pian piano arriveremo a una tale diffusione dei versi che l’orario ferroviario diventerà un poema: “Va il direttissimo / con la sua soma: / Torino-Genova, / Livorno-Roma. / Quando si muove / sfrecciar lo senti, / parte alle 9, / giunge alle 20”. A noi, dunque, poeti! L’idea è lanciata, l’ora è propizia. Il gioco è fatto. E il dado? E’ tratto. L'articolo “L’arte poetica è un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fenomeno Tribùk: quaranta editori, a turno, hanno ventotto minuti per presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli scaffali dei librai
Un grande hotel, diciannove tavoli disposti in diversi saloni, sei o sette librai seduti a ciascuno, e un giro continuo di una quarantina di editori che, a turno, hanno ventotto minuti per presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli scaffali dei librai. È il format essenziale di Tribùk, la convention che da nove anni riunisce ad Abano Terme una parte importante del mondo editoriale italiano. Scordatevi i più conosciuti e blasonati saloni del libro, qui niente pubblico e niente stand. Si lavora a testa bassa. Solo persone della stessa filiera che parlano di libri, per ore e per giorni, con un entusiasmo che è difficile trovare altrove. L’idea è mutuata dal modello del Winter Institute dell’American Booksellers Association, che si svolge ogni anno a Minneapolis e richiama centinaia di librai indipendenti da tutti gli Stati Uniti. Gli organizzatori italiani (una associazione culturale fondata nel 2016 da Gianluca Catalano, Sandro Ferri, Ester Hueting, Simona Olivito, Enrico Quaglia, Emanuela Rapetti e Martina Perseli) hanno osservato e reinterpretato in salsa italiana. La vera ricchezza dell’evento sono i librai. Provengono da tutta la penisola, dalle grandi librerie dei capoluoghi alle botteghe di provincia che ostinati resistono controvento, dalle catene ai presìdi più indipendenti. Sono differenti per dimensioni e storie, ma accomunati da un mestiere che richiede coraggio e una buona dose di incoscienza. Non dev’essere un caso se, a dedicare un saggio proprio alla figura del libraio (rievocando la propria esperienza come assistente in uno shop di libri usati) è stato un certo George Orwell, con quel Bookshop Memories che resta un ritratto della professione più che mai valido ancor oggi. In un settore fragile, il libraio resta – per usare un’immagine antica ma calzante – la vestale di un tempio che rischia di spegnersi, ma che grazie al suo lavoro di tutti i giorni continua ad alimentare il fuoco. Umberto Eco, come viene spesso ricordato, associava la figura del libraio a quella del bibliotecario: entrambi hanno il precipuo compito di guidare e perfino spiazzare il lettore, di fargli scoprire libri “di cui non si sospettava l’esistenza”. Non è solo commercio, ma presidio culturale, ascolto, mediazione, entusiasmo. E qui, a Tribùk, tutto questo si vede senza filtri. Noi ci siamo stati in veste di editori per la casa editrice Aliberti e per Millennium (il mensile del Fatto Quotidiano ad aprile in libreria con un numero monografico sul caso EPSTEIN, non perdetelo!), ed è stata la prima volta. Siamo arrivati – su incoraggiamento del nostro promotore Enrico Quaglia di Newmedi – con il sano scetticismo che si riserva alle fiere di settore, convinti che sarebbe stata un’avventura utile, ma, confessiamo, senza eccessivo entusiasmo. La sorpresa è stata grande. Insieme alla fatica degli incontri, conoscere uno per uno i circa 130 librai presenti si è rivelato un privilegio assoluto vedere la varietà umana di un mestiere che meriterebbe molta più attenzione e molto più merito. Perché è vero che la filiera serve tutta, ma alla fine chi porta il libro al lettore – che è la vera ricchezza e il vero futuro del settore, e forse del Paese – è proprio il libraio. Molti di loro affrontano sacrifici quotidiani per far quadrare i conti, stimolare alla lettura e selezionare un catalogo che li rappresenti fino in fondo. Tengono alla propria identità culturale come a un bene prezioso, e spesso subiscono le imposizioni di mode editoriali che rischiano di annacquare ciò che li ha portati a scegliere il mestiere forse più bello del mondo: vivere tra i libri, leggere, incontrare mille vite – quelle sulla carta e quelle dei lettori. A Tribùk non c’era nessun “porgitore di prodotti”, ma persone appassionate, competenti, in dialogo con editori che, nel confronto, scoprono di aver bisogno dei librai molto più di quanto credessero prima di arrivare qui. Si esce dalla fiera pensando, come è capitato a noi, che è stato un peccato non aver cominciato prima, perché un dialogo così avrebbe migliorato sicuramente la nostra offerta editoriale. Accanto agli incontri, quest’anno è stato presentato anche il “Premio Tribùk delle Librerie 2027”, organizzato dall’Associazione Tribùk con Etica SGR. Un premio particolare perché la giuria è composta esclusivamente da librai. prima una selezione affidata a quindici librerie sorteggiate tra indipendenti e catene, poi il voto finale, pubblico, durante la decima edizione del 2027. Ogni editore potrà candidare un solo titolo per sezione – narrativa, non-fiction, ragazzi – tra le opere pubblicate nel 2026. Il merito degli organizzatori è aver costruito, negli anni, un luogo di confronto reale, sobrio ma non troppo (non sono mancati momenti ricreativi, aperitivi e djset), in cui si diventa anche amici, perché per dirla con lo scrittore statunitense Irving Stone “Non ci sono amicizie più rapide di quelle tra persone che amano gli stessi libri”. Un evento che non rincorre la spettacolarizzazione dell’editoria ma la sua sostanza. Tribùk ricorda che il libro, prima di diventare un oggetto da festival, è un sodalizio, un patto tra chi lo pubblica e chi lo mette nelle mani dei lettori. E che questo patto, oggi più che mai, passa attraverso il lavoro silenzioso e tenace dei librai, che sempre siano lodati. L'articolo Fenomeno Tribùk: quaranta editori, a turno, hanno ventotto minuti per presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli scaffali dei librai proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Di poesia c’è bisogno. In Francia lo hanno capito bene
di Pietro Fucile Il 21 marzo non segna solo il risveglio della natura, è anche la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 per celebrare la parola poetica come custode della diversità linguistica e ponte universale tra i popoli. In Francia, l’iniziativa “Le Printemps des Poètes” trasforma le città in palcoscenici a cielo aperto, portando i versi fin nelle metropolitane e nelle scuole come un bene pubblico essenziale. Per portata e partecipazione, è considerato il più importante evento poetico al mondo. In Italia, sebbene la giornata si animi con letture e incontri nelle biblioteche, la ricorrenza non gode ancora del rilievo che meriterebbe. Una carenza che invita a una seria riflessione. In un’epoca dominata dall’utilitarismo, dalle performance e dalle skills, lo spazio per la poesia tende a contrarsi. Tuttavia, quando a questo scenario si aggiungono arroccamenti identitari e dispute territoriali, tali spazi rischiano di ridursi a “riserve per reietti”. È opportuno ricordare che la storia letteraria italiana ha talvolta sofferto di una parzialità geografica persino nelle sedi istituzionali. Emblematico è il caso delle linee guida ministeriali del 2010, quando l’elenco degli autori suggeriti per i programmi scolastici escluse paradossalmente le grandi voci del Mezzogiorno, anche se premi Nobel come Quasimodo. Eppure, di poesia c’è bisogno. Non di una poesia “istituzionale”, non di esercizi di stile, ma di “un pane quotidiano” che ci faccia sentire il battito del vicino e il respiro della terra. Franco Arminio ci ricorda che la poesia è “l’arte di fare attenzione”, un modo per riparare le crepe del mondo partendo dai margini, dai paesi abbandonati, dai silenzi che nessuno vuole più ascoltare. Non è un lusso per pochi, ma una misura di igiene spirituale necessaria per restare umani quando tutto intorno ci spinge a diventare algoritmi. In Francia lo hanno capito bene, hanno anche le “Village en poésie”. Lì la poesia non è chiusa nelle accademie, per tutto il mese di marzo, abita le strade. Durante il Festival “Printemps des Poètes”, i versi diventano affissioni pubbliche, occupano i vagoni del metrò, si mescolano al rumore del traffico. È una poesia civile che si sporca le mani con la realtà. Proprio da questa terra è fiorito uno dei gesti poetici più necessari del secolo scorso, quello di Boris Vian. La sua canzone “Le Déserteur” è una poesia che si fa atto di disobbedienza d’amore. Scritta nel 1954, nel pieno della guerra d’Indocina, Vian scrive a “Monsieur le Président” per urlare che la vita è sacra e che non ha intenzione di uccidere povera gente. C’est actuel, n’est ce pas? È questa la forza che manca oggi: una poesia che sia ponte e non muro, che ci dia il coraggio di disertare l’odio e di riscoprire la meraviglia. Insegnare Quasimodo o ricordare Vian – come ha fatto, con sensibilità rara e alla sua maniera, Dargen D’Amico all’ultimo Festival di Sanremo – non è un dovere burocratico, ma l’unico modo che abbiamo per non morire di solitudine in mezzo alla folla. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Di poesia c’è bisogno. In Francia lo hanno capito bene proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli acquisti milionari del ministero, da Caravaggio ad Antonello da Messina. Ma ora viene il difficile: perché farne icone da sfilata non è il massimo (e lo dicono i precedenti)
Da una parte il governo svuota il portafogli della cultura nei Fondi di coesione, dall’altra in poco più di un mese il ministro Alessandro Giuli ha comunicato l’acquisto di due capolavori dipinti (l’Ecce Homo di Antonello da Messina e il Ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio) per un totale di circa 42,6 milioni di euro e la disponibilità ad acquistare il Teatro Sannazaro di Napoli – gravemente danneggiato dal rogo del 17 febbraio – mettendo anche “a disposizione dei gestori uno spazio che potrebbe essere anche all’interno di Palazzo Reale, affinché le attività teatrali proseguano”. Di fronte a simili pensieri, parole e opere non c’è che da rallegrarsi, evidentemente, perché proclamare la disponibilità del MiC di mettere in piedi il salvataggio dello storico teatro napoletano e togliere dal mercato antiquario due picchi d’eccellenza dell’arte italiana sono azioni che rispondono in pieno ai doveri di chi deve tutelare i beni culturali nazionali. Ma non possiamo fermarci qui, perché le opere tutelate e conservate, vanno poi anche valorizzate, cioè messe a disposizione della fruizione pubblica, perché è alla Nazione che appartengono. E qui si può discutere sulle azioni intraprese dall’attuale responsabile della cultura italiana. Il Maffeo Barberini – che lo storico dell’arte Roberto Longhi nel 1963 attribuì a Caravaggio (cioè l’opera non è certa) e da quel momento il dipinto è riconosciuto dalla critica come del Merisi – è previsto che venga assegnato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica per confluire stabilmente nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. Per l’Ecce Homo di Antonello da Messina, dipinto tra il 1460 e il 1465, si profila invece un destino molto diverso. A qualche giorno di distanza dall’acquisto, infatti, Giuli affermò che la destinazione dell’opera sarebbe stata l’attuale capitale della cultura d’Italia, cioè L’Aquila, dove rimarrà per tutto il 2026 nel locale Forte Spagnolo. “Dopodiché l’Ecce Homo apparirà a Messina, a Firenze, a Roma, in tutti i più importanti musei italiani e in tutti quei luoghi in cui le persone hanno bisogno di vedere bellezza e storia” ha aggiunto Giuli. Ed è a questo punto che la valorizzazione prende il sopravvento sulla tutela e sulla conservazione, perché la galassia dei restauratori è concorde sul fatto che se le opere d’arte – soprattutto quelle più antiche e fragili – potessero scegliere, eviterebbero volentieri di viaggiare. Ma non basta. Se leggiamo con attenzione quanto aggiunto Massimo Osanna, direttore generale dei musei statali – ovvero che “la scelta dell’Aquila esprime con chiarezza la linea strategica del ministero: valorizzare il patrimonio rafforzando anche quei luoghi di straordinario valore, oggi meno inseriti nei grandi flussi ma con tutte le potenzialità per esserlo sempre di più” – la decisione di trasformare l’Ecce Homo in un’icona da sfilata appare ancora più contraddittoria. Perché se si vuol dare impulso ai luoghi d’arte “oggi meno inseriti nei grandi flussi”, non si capisce perché il capolavoro dovrebbe far tappa a Firenze e Roma, città dove l’overtourism non è più solo un problema contingente, bensì un’emergenza sociale. Per cui la decisione del ministro di considerare l’Ecce Homo di Antonello da Messina come un’opera d’arte itinerante, in maniera oltremodo preoccupante risulta in sintonia con il comportamento di numerosi suoi predecessori al Collegio Romano, ovvero di quelli che non si sono fatti scrupoli di spedire alcuni dei capolavori dell’arte italiana in giro per il mondo e per l’Italia, mettendoli di fatto a rischio. Come i vari responsabili della cultura che nei primi anni Duemila concessero il prestito del Satiro danzante di Mazara del Vallo in varie occasioni (in Giappone a Parigi), come il ministro Francesco Rutelli che nel marzo del 2007 prestò l’Annunciazione di Leonardo da Vinci degli Uffizi a una mostra a Tokyo; o come il ministro Bondi che nel 2008 voleva trasportare i Bronzi di Riace alla Maddalena per il G8, ma solo la paura del malocchio e, purtroppo, il terremoto dell’Aquila ne impedirono il prestito. E ancora va ricordato l’ex ministro Franceschini che prestò il David di Donatello del Bargello all’Expo di Milano nel 2015 e il disegno dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci di Venezia al Louvre di Parigi per l’anniversario del Genio. Per non parlare, infine, del Bacco di Caravaggio che nella primavera del 2023 ha lasciato gli Uffizi alla volta del Vinitaly di Verona riempiendo d’orgoglio il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida dell’attuale Governo. Ora tocca all’opera di Antonello da Messina girare per l’Italia (senza scordarci che il capolavoro è già stato richiesto per una grande rassegna sull’artista siciliano in programma nel 2028 al museo nazionale Thyssen-Bornemisza di Madrid) e ri-farsi carico dei nostri peccati. Soprattutto di quelli contro il patrimonio culturale. L'articolo Gli acquisti milionari del ministero, da Caravaggio ad Antonello da Messina. Ma ora viene il difficile: perché farne icone da sfilata non è il massimo (e lo dicono i precedenti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cultura
Giornata mondiale della felicità, “è un diritto, ma sappiamo riconoscerla?” Cosa dicono gli esperti e i 5 libri per insegnarla ai bambini fin da piccoli
“Quando siete felici, fateci caso”, questa frase l’abbiamo sentita più e più volte ripetere da chiunque, ma la domanda sorge spontanea: che cos’è la felicità? Come facciamo a riconoscerla? Ecco che gli esperti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite si sono allineati per stabilire che il giorno 20 marzo fosse un dedicato interamente alla felicità, emettendo una sentenza atta a stabilire che “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale per l’umanità”. “La felicità non è un’utopia per pochi: è un’esigenza legittima e un diritto di ogni essere umano. Se la felicità è un diritto, allora difenderla è un dovere”, sosteneva la Prof Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta. La felicità è un sentimento molto importante per la vita di tutti, rientra nella scala principale dei sentimenti che i bambini devono provare in primis. E’ uno stato emotivo, dettato dalla gioia, dalla soddisfazione di aver fatto oppure ottenuto una cosa, che ci fa sentire appagati. In qualunque contesto si parla di felicità, dagli scrittori, ai filosofi, ai sociologi, alle figure professionali degli psicologi con l’obiettivo di aiutare ognuno di noi a trovarla, a volte può sembrare lontana, altre volte più vicina, ma l’importante è saperla riconoscere. Gli esperti sostengono che è fondamentale, perciò, lavorare sin dalla tenera età sulle emozioni, riconoscendo i vari sentimenti, tra questi appunto la felicità, provarla sulla propria pelle e renderla unica. “Nella famiglia, tante volte la felicità si conquista come disciplina, la felicità è ricerca, è coltivare il giardino del cuore, dei pensieri, dei rapporti ogni giorno” come sosteneva la Prof.ssa Parsi. Pertanto, il compito dell’adulto è proprio quello di veicolare i bambini alla felicità, facendoli sentire amati, coccolati, protetti, ma soprattutto facendo esprimere le loro emozioni, tirarle fuori, spronarli a guardare oltre, non arrendersi, stimolarli nel gioco, nell’apprendimento, nella curiosità della scoperta, rendendoli sicuri di sé. E’ fondamentale, per un processo di crescita, alimentare la felicità anche dalle piccole delusioni o frustrazioni, evitando di avere un atteggiamento troppo morboso o accondiscendente. Perciò come spiegare ai bambini questo sentimento tanto impegnativo quanto bello? I libri possono essere un’ottima guida per i più piccoli, per cercarla durante il viaggio di conoscenza delle emozioni e viverla. Ti consiglio 5 libri per scoprire la felicità e toccarla con mano. Il barattolo dei pensieri felici di Chiara Ravizza Illustratrice Susanna Covelli Editore Sassi, Età di lettura: da 3 anni. Honey ogni volta che deve andare a scuola si rattrista, così mamma e papà, inventano un modo unico per rassicurarlo: il barattolo dei pensieri felici. Un barattolo unico e speciale, ricco di tanti pacchetti colorati, ognuno con un pensierino d’amore tutto per lui. Un libro edito da Sassi che guida i bambini a non sentirsi soli e che l’amore anche se non è presente è vivo dentro di noi, basta ricordarsi dei “pensieri felici”. Al termine del libro un piccolo suggerimento per realizzare il proprio barattolo della felicità. Il venditore di felicità di Davide Calì e Marco Somà Editore Kite, Età di lettura: da 5 anni. Davide Calì e Marco Somà hanno dato origine ad una storia profonda. C’è chi vende ortaggi, chi stoffe e chi la felicità: una cosa importante di cui tutti ne hanno bisogno. Il venditore la vende in barattoli, piccoli, grandi, formato famiglia e tutti ne vogliono un po’: una nonna, una mamma di tanti figli. Fino a che nel momento in cui stava andando via gli cadde un barattolo piccolo e la verità sul gran mistero della felicità si rivela agli occhi di tutti. La felicità è una tazza di té di Eulàlia Canal Illustratore Toni Galmés Traduttore Luigi Cojazzi Editore ‏Terre di Mezzo Età di lettura: da 5 anni. Mentre Orso ha perso gli occhiali, Tasso ha perso il sonno e Lupo è in cerca di amici, Scoiattolo ha in mente una cosa straordinaria: andare alla ricerca della felicità! Una cosa che ha sentito da tutti, ma Orso perplesso chiede “Ah, e com’è la felicità?”. Una favola che intraprende un lungo viaggio, che lo porterà a scoprire che cos’è la felicità. Scoprirà poi che la felicità è quella cosa presente nei piccoli gesti e nei momenti più belli da condividere con il cuore. Una storia romantica edita da Terre di Mezzo. I 10 segreti della felicità di Alberto Pellai Illustrazioni Sophie Fatus Editore La Coccinella, Età di lettura: da 5 anni. Alberto Pellai noto medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano ha elaborato un libro interattivo, con tantissime finestrelle, che svelano ai più piccini i segreti della felicità. Un gioco edito da La Coccinella che favorisce la scoperta delle emozioni, l’autostima, la pazienza, l’empatia, la condivisione. Alberto Pellai ha pubblicato molti libri per genitori e docenti, tradotti in molte lingue, collaborando anche come divulgatore scientifico con molte testate nazionali e nel 2004 il Ministero della Salute gli ha conferito la Medaglia d’argento al merito in Sanità Pubblica. Il piccolo libro della felicità di Geronimo Stilton Editore Piemme, Età di lettura: da 9 anni. Questo è un libro speciale: al profumo di cioccolata da annusare a volontà tra una pagina e l’altra. Un libro olfattivo che fa viaggiare il piccolo lettore insieme all’eccellenza della letteratura d’infanzia: Geronimo Stilton. Una sagra, un viaggio nel Regno della Fantasia sulle ali dorate del Drago dell’Arcobaleno per incontrare la Regina delle Fate Floridiana. Il mistero da scoprire è: qual è il segreto della felicità? Un’avventura straordinaria tra le pagine di un libro speciale. L'articolo Giornata mondiale della felicità, “è un diritto, ma sappiamo riconoscerla?” Cosa dicono gli esperti e i 5 libri per insegnarla ai bambini fin da piccoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Libri e Arte
Cultura
Erich Fried, una lingua ridotta all’essenziale (traduzione di Gino Chiellino)
Insieme a Bertolt Brecht e Alfred Andersch, Erich Fried (Vienna 1921 – Londra 1988) è stato il mio poeta di riferimento da quando l’ho ascoltato per la prima volta a Gießen, nel 1977. Poeta di riferimento perché mi sono sempre potuto fidare della sua lingua. Una lingua ridotta all’essenziale ma scaltra nell’evitare i risucchi della tradizione e i vicoli ciechi dell’auto rappresentazione che hanno determinato tanta poesia europea di fine secolo. In uno dei nostri incontri, dopo una sua serata a Francoforte, non so per quale motivo egli sentì il bisogno di confidare a un suo lettore, qual io ero, che dopo decenni di poesia impegnata si dispiaceva di avere scritto pochissime poesie d’amore per la sua compagna e sull’amore come principio esistenziale. G. C. Prima che io muoia Parlare ancor una volta del calore della vita affinché almeno alcuni sappiano: Non è calda ma potrebbe essere calda Prima che io muoia parlare ancor una volta d’amore affinché almeno alcuni dicano: C’era deve esserci parlare ancor una volta della felicità di una speranza di felicità affinché almeno alcuni chiedano: Cosa era quando ritorna? *** Essere pronti era tutto Per prepararmi agli assedianti imparai a ristringere sempre di più il mio cuore Ci volle molto tempo Adesso dopo anni di esercizio mi si arresta il cuore e morendo vedo la mia terra come se mi fossi assediato da solo dall’interno e avessi vinto: Vuoto assoluto In lungo e in largo nessuna scala per l’assalto nessun nemico *** Autunno La presi per una foglia appassita in ascesa Dopo sulla mia mano: una farfalla gialla Non durerà più a lungo di una foglia che deve cadere in questo grande autunno (e io non più a lungo di una falena gialla nel tuo amore di grande flusso e riflusso) e pur palpita e mi accarezza la mano su cui si muove e non lo sa *** L’amore e noi Che ci deve l’amore? Quale aiuto ci ha recato l’amore contro la disoccupazione contro Hitler contro l’ultima guerra o ieri e oggi contro la nuova paura e contro l’atomica? Quale aiuto contro tutto quello che ci distrugge? Proprio nessun aiuto: l’amore ci ha traditi Che ci deve l’amore? Che dobbiamo noi all’amore? Quale aiuto gli abbiamo recato contro la disoccupazione contro Hitler contro l’ultima guerra o ieri e oggi contro la nuova paura e contro l’atomica? Quale aiuto contro tutto quello che lo distrugge? Proprio nessun aiuto: Abbiamo tradito l’amore. *** L’ultimo buon consiglio Dietro la siepe se ne stanno vita e morte Entrambe mi chiamano entrambe vogliono darmi un consiglio Dietro la siepe sento le loro voci non devo attraversare la siepe non le devo vedere “Smettila di amare la tua infelicità e ama la tua felicità! Ancora oggi! Non ti resta più tanto tempo!” esclama una delle voci L’altra dice: “Abbi caro quel che ami Anche amarne l’infelicità può essere felicità e cambiare l’amore reca infelicità” Poi insieme dicono: “Va’!” e io vado sapendo che una è la mia morte e una la mia vita L'articolo Erich Fried, una lingua ridotta all’essenziale (traduzione di Gino Chiellino) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giornate Fai di Primavera 2026, dal Palazzo di Città di Torino alla Torre Libeskind di Milano: le “chicche” da vedere il 21 e 22 marzo – LA GUIDA
Tornano per la 34ª edizione le “Giornate FAI di Primavera”, il più grande evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico dell’Italia, nonché il più efficace strumento con cui il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS porta avanti da oltre 50 anni la sua missione di educazione della collettività alla conoscenza e alla tutela di quel patrimonio. Infatti dal 1993 – anno della prima edizione dell’evento – fino all’autunno scorso, quasi 13 milioni e mezzo di italiani hanno potuto scoprire e riscoprire oltre 17mila luoghi speciali delle città e dei territori in cui vivono. E per questa primavera il menù appare particolarmente ricco perché sono 780 le proposte del FAI in ben 400 luoghi diversi. Le grandi città Proprio alcuni dei tesori delle grandi città apriranno i loro portoni. Cominciamo dalla Capitale: previste a Roma diverse aperture straordinarie di beni e ambienti normalmente non accessibili al pubblico, come il Palazzo del Ministero dell’Istruzione e del Merito, progettato da Cesare Bazzani nel 1912, che aprirà per volontà dello stesso Ministro Giuseppe Valditara, per sottolineare il grande valore educativo delle Giornate FAI; e ancora la Corte Suprema di Cassazione, con sede presso il Palazzo di Giustizia, realizzato su progetto dell’architetto Guglielmo Calderini tra il 1888 e il 1910. A Milano apertura del Palazzo delle Finanze, costruito negli anni Trenta del ‘900 per raggruppare gli uffici che si occupavano di tasse e imposte e dove si accederà anche al bunker e al caveau; e ancora la Torre Libeskind (riservata agli iscritti FAI e su prenotazione), edificio progettato dall’architetto statunitense Daniel Libeskind e costruito tra il 2015 e il 2020, soprannominato il Curvo per via della sua forma, quindi la Sede Rai di Corso Sempione (visite su prenotazione), con 5 studi televisivi e 5 radiofonici, dove i visitatori potranno sperimentare in prima persona gli effetti della Extended Reality e scoprire le innovazioni tecniche utilizzate durante le trasmissioni delle Olimpiadi invernali; A Napoli aprirà i cancelli lo Stadio Maradona, inaugurato nel 1959, dove i visitatori potranno osservare da bordo campo il terreno di gioco e percorrere il cosiddetto “Miglio Azzurro”, proprio come fanno gli atleti; e il Palazzo d’Avalos del Vasto (riservato agli iscritti FAI), divenuto nei secoli una vera e propria reggia urbana, ora interessato da importanti restauri ed eccezionalmente accessibile per il FAI. A Genova si potrà visitare la Lanterna, il monumento più famoso della città, le cui prime testimonianze scritte risalgono al 1128. ‹ › 1 / 6 28. PALERMO, PORTA-NUOVA (C) FAI (2) ‹ › 2 / 6 18. TORINO, PALAZZO-DI-CITTA-MUNICIPIO, FOTO GIORGIO BLANCO (C) FAI (1) ‹ › 3 / 6 MILAN, ITALY: MODERN BUILDINGS AT CITYLIFE Milan, Italy - April 24, 2022: Milan, Lombardy, Italy: modern buildings at the Citylife park ‹ › 4 / 6 7. MILANO, PALAZZO DELLE FINANZE, MILANO_0002 ©ROBERTO MORELLI (1) ‹ › 5 / 6 16. VENEZIA, PALAZZO-FERRO-FINI_FOTO CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO (2) ‹ › 6 / 6 9. NAPOLI, STADIO MARADONA, FOTO GIOVANNI FORMOSA (C) FAI (1) A Torino aprirà i suoi spazi il Palazzo di Città, sede del Municipio, con ambienti riccamente decorati, come la Sala del Sindaco – eccezionalmente accessibile – la Sala dei Marmi e la Sala del Consiglio, con velluti e damaschi rossi alle pareti, così come l’Opificio delle Rosine, storica istituzione cittadina nata nel 1756 per sostenere l’emancipazione delle donne attraverso formazione e lavoro autonomo, oggi polo artistico e culturale con una forte vocazione sociale. Quindi a Palermo si potrà vedere Porta Nuova a Palermo, esempio tra i più rappresentativi dell’architettura trionfale della città, dove verrà proposta una nuova visita inclusiva e accessibile a tutti, in collaborazione con il Comando Militare Esercito “Sicilia”, proprietario del bene, e l’Università degli Studi di Palermo, che prevede supporti realizzati appositamente per le Giornate FAI, come visite tattili con plastici e virtuali con video per persone con mobilità ridotta e un cartone animato per bambini, Sorpresa a Firenze con l’apertura di Palazzo Cerretani (visite su prenotazione), edificio cinquecentesco che appartiene alla Regione Toscana, con la splendida Sala del Barbarossa affrescata nella prima metà del ‘700 da Vincenzo Meucci e oggi sede dell’importante biblioteca intitolata a Pietro Leopoldo;, da non perdere anche Palazzo Buontalenti, o Casino Mediceo di San Marco, edificato come “officina” del granduca Francesco I e oggi, dopo aver ospitato la Corte d’Appello, sede della School of Transnational Governance (EUI); Infine visita straordinaria a Ca’ Giustinian di Venezia (riservata agli iscritti FAI), notevole palazzo gotico situato nell’area marciana, dal 2008 sede degli uffici della Biennale. Itinerario francescano Tra le novità della prossima edizione delle Giornate del FAI l’inedito itinerario per commemorare gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Si tratta di aperture in 8 regioni che valorizzeranno la figura e l’eredità spirituale e culturale del santo patrono d’Italia. Tra i luoghi coinvolti il Santuario di San Donato con l’adiacente Giardino storico di San Francesco a Ripacandida (PZ) – la “piccola Assisi lucana” – decorato con affreschi del ‘500 e riconosciuto nel 2010 dall’UNESCO “monumento messaggero di cultura di pace”; il Complesso francescano di San Bernardino a Caravaggio (BG), con un prezioso ciclo di affreschi raffigurante la Passione di Cristo. In Umbria, visite al Convento di San Fortunato a Montefalco (PG), convento francescano che custodisce al suo interno affreschi rinascimentali di Benozzo Gozzoli e, nel bosco circostante, suggestive grotte, oratorio sotterraneo di epoca paleocristiana, poi adibito al culto del cristianesimo, e infine il Bosco di San Francesco, Bene del FAI ad Assisi (PG), luogo di armonia e silenzio ai piedi della Basilica di San Francesco, dove si può ammirare il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Altre “chicche” e curiosità Durante le Giornate FAI di Primavera 2026 sarà possibile visitare eccezionalmente l’Accademia Navale di Livorno, ente universitario che si occupa della formazione degli ufficiali della Marina Militare, di solito accessibile ai soli addetti ai lavori e alle famiglie degli allievi in occasioni specifiche come il Giuramento o eventi istituzionali. Il complesso originario sorge sull’area del Lazzaretto di San Jacopo, luogo che veniva utilizzato per la quarantena dei marinai provenienti dai mari di Levante. Questa parte dell’Accademia fu inaugurata nel 1881, grazie soprattutto alla volontà dell’Ammiraglio Benedetto Brin che volle unificare la Scuola Navale del Regno di Sardegna, che aveva sede a Genova, e quella Borbonica, con sede a Napoli, diventando così un simbolo dell’unità nazionale. Oggi l’Accademia si sviluppa su una superficie di 215 mila metri quadrati, aprendosi verso il mare con un fronte che misura quasi due chilometri. All’interno trovano spazio laboratori scientifici, dormitori, piscina, palestra, biblioteche e aule dedicate alla formazione e all’esterno il brigantino interrato. Non mancano anche il cinema e l’auditorium, per quella che può davvero essere definita come una piccola cittadella completamente dedicata alla vita militare della Marina, che accoglie più di 1.200 persone tra Allievi Ufficiali e Ufficiali. Si prosegue con la Stamperia Pascucci, antica bottega artigiana nata nel 1826 a Gambettola (FC), luogo scelto per la facilità di reperimento della materia prima, la canapa; anche il colore utilizzato per la stampa, il ruggine, deriva dal ferro ossidato in disuso, di cui la cittadina è stata per lungo tempo centro di riferimento. Il processo di stampa utilizzato allora come oggi è la tecnica xilografica: matrici in legno di pero intagliate a mano, impregnate di pasta colorante, vengono battute con il mazzuolo sui tessuti di canapa. Ne nascono figure geometriche, floreali o animali facenti parte del ricco patrimonio iconografico popolare. ‹ › 1 / 7 MILAN, ITALY: MODERN BUILDINGS AT CITYLIFE Milan, Italy - April 24, 2022: Milan, Lombardy, Italy: modern buildings at the Citylife park ‹ › 2 / 7 5. GENOVA, LANTERNA, FOTO MARCESINI (1) ‹ › 3 / 7 3. ROMA, VILLA LANTE ©FLAMINIA LERA (3) ‹ › 4 / 7 2A. ROMA, PALAZZO DELLA CANCELLERIA, FOTO GIOVANNI FORMOSA (C) FAI (11) ‹ › 5 / 7 2. ROMA, PALAZZO DELLA CANCELLERIA, FOTO GIOVANNI FORMOSA (C) FAI (9) ‹ › 6 / 7 1A. ROMA, MINISTERO DELL_ISTRUZIONE E DEL MERITO, FOTO MINISTERO DELL_ISTUZIONE E DEL MERITO (2) ‹ › 7 / 7 1. ROMA, MINISTERO DELL_ISTRUZIONE E DEL MERITO, FOTO MINISTERO DELL_ISTUZIONE E DEL MERITO Invece a Nola, in provincia di Napoli, da non perdere la Fonderia Nolana fondata negli anni ’70 da Pasquale Del Giudice, che si basa sulla millenaria tradizione metallurgica dell’agro nolano, centro celebre per la fusione dei bronzi da aver dato il nome “nolae” alle piccole campane. Evolutasi da bottega artigiana a polo internazionale d’eccellenza, all’interno della struttura l’antico metodo della cera persa si fonde con tecnologie digitali d’avanguardia che non sostituiscono, ma potenziano la gestualità dello scultore. Il sito è un crocevia storico dove il “saper fare” campano dialoga con artisti globali, in una sintesi perfetta tra archeologia industriale e futuro. A Sarzana (SP) sarà visitabile Maristaeli Luni, la stazione elicotteri della Marina Militare inserita in un rilevante contesto paesaggistico e nata nella seconda metà del ‘900 come infrastruttura strategica per l’Aviazione Navale italiana e per la NATO. Poi si è progressivamente sviluppata e adeguata alle nuove esigenze operative, diventando un polo di eccellenza per la formazione e l’addestramento degli equipaggi di volo in ambiente marittimo e svolgendo un ruolo centrale anche nelle operazioni di soccorso, protezione civile e sicurezza marittima. La stazione comprende piste di decollo e atterraggio, hangar per ricovero e manutenzione degli aeromobili, aree dedicate all’addestramento, simulatori di volo e di ammaraggio forzato, officine, laboratori e magazzini, in cui gravitano oltre 600 persone. A Macerata si potrà visitare il Teatro Lauro Rossi, con i suoi 426 posti a sedere, è un gioiello settecentesco, nato come “teatro condominiale”. Nel 1765 ben 46 nobili maceratesi promossero la realizzazione di un nuovo teatro nello spazio occupato dal vecchio Palazzo Comunale. L’incarico venne affidato ad Antonio Galli, detto il Bibiena, il cui progetto venne riadattato nel 1769 da Cosimo Morelli, che diresse i lavori di costruzione: la sua realizzazione spetta dunque ai due più importanti progettisti teatrali del XVIII secolo. Inaugurato nel 1774, il teatro venne intitolato nel 1884 al compositore maceratese Lauro Rossi. Dalle Marche alla Puglia: a Bari apertura straordinaria per il Teatro Margherita edificato tra il 1912 e il 1914 come una costruzione palafitticola su pilastri in cemento armato sul tratto di mare prospiciente il cosiddetto “giardino Margherita”. Rappresentava la risposta ingegnosa al divieto di costruire altri teatri sul territorio barese al di fuori del Teatro Petruzzelli e la sua storia riassume emblematicamente l’evoluzione del gusto dei cittadini per i luoghi di spettacolo e di ritrovo dai primi anni del secolo scorso ai giorni nostri. E infine a Orgosolo (NU, verso la fine degli anni ‘60 un maestro d’arte, Francesco del Casino, con i suoi studenti della locale scuola media iniziò a dipingere sui muri del paese opere che esprimevano critiche sociali, storie e memorie collettive. Il fenomeno muralistico divenne un vero e proprio movimento di arte murale politica, collegato alle lotte locali (come la mobilitazione di Pratobello contro la creazione di un poligono militare) e internazionali. E così il paese ben presto si trasformò in un museo di impegno civico a cielo aperto: oltre a toccare i murales più significativi di Corso Repubblica, il percorso proposto nelle Giornate FAI permetterà di scoprire la tradizione locale dell’allevamento del baco da seta e della lavorazione della fibra. L'articolo Giornate Fai di Primavera 2026, dal Palazzo di Città di Torino alla Torre Libeskind di Milano: le “chicche” da vedere il 21 e 22 marzo – LA GUIDA proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il teatro riscopre la musicalità del corpo: è accaduto a Torino con Percorsi Nomadi
Esiste un teatro che ha rimesso al centro il canto ma non produce musical, tanto meno opere liriche. Nei suoi lavori, al canto si aggiungono spesso la parola recitata/narrata e sempre il movimento o meglio il corpo, perché si tratta di canto incarnato, embodied. Questo teatro è fatto da piccoli gruppi, che stanno ai margini, e non solo in senso geografico-urbanistico. Del resto – come dico spesso – è dalla periferia che ormai arrivano le proposte più interessanti. Di conseguenza, quando oggi parliamo (com’è accaduto a Torino, per la III edizione di Percorsi Nomadi, dal 5 al 15 marzo) di embodied musicality, o di drammaturgia musicale, non intendiamo più, principalmente, l’uso della musica nel lavoro teatrale ma ci riferiamo alla “musicalizzazione” dello spettacolo e, in particolare, della performance attoriale. Questa musicalizzazione – ripeto – riguarda in primis il corpo, che è sempre un corpo-voce. Si tratta di dar vita a un corpo-voce ritmico, capace di “mettere in metrica” la parola e il movimento, trasformando la prosa in poesia e l’azione fisica in danza, come sognavano i primi registi più di un secolo fa. In questo lungo percorso tra vecchio e nuovo secolo, la musica torna ad essere mousiké, come nell’antica Grecia, cioè insieme di poesia, canto, danza, suono. Al netto di qualche isolata anticipazione, è con la nascita della regia che inizia veramente quella che lo studioso Franco Ruffini ha chiamato, in riferimento a Stanislavskij, “la rivoluzione della musica”. La novità radicale della regia agli albori consiste nell’idea che la messa in scena debba essere concepita come un’opera d’arte, la cui caratteristica fondamentale risiede nel movimento. A questo, soprattutto, spetterebbe il compito di conferirle una forma anomala, non-quotidiana, non-mimetica. Agli inizi del secolo scorso, Gordon Craig, influenzato fra gli altri da Isadora Duncan, concepisce l’intera scena come un’entità dinamica, in continua metamorfosi, e, per realizzarla, inventa gli screens, paraventi mobili. Ma in genere, dal coevo Adolphe Appia in poi, quando si parla di movimento ci si riferisce in primo luogo all’attore/danzatore. E ovviamente si tratta di un movimento ritmico, in grado di conferire alla prestazione attoriale, e quindi all’intero spettacolo, una metrica poetica e di farne un organismo unitario. Insomma, fin da subito, l’essenza dell’arte drammatica, e di conseguenza della messa in scena, viene individuata dai registi nel “movimento ritmico del corpo umano nello spazio” (Georg Fuchs, 1909). Ma parlare di movimento ritmico significa, naturalmente, parlare di musica. E non è un caso che le ricerche pedagogiche del musicista e musicologo ginevrino Emile Jaques-Dalcroze diventino per alcuni anni, fra il secondo e il terzo decennio del Novecento, un riferimento per molti dei maestri della regia. Dalcroze aveva individuato nell’aritmia il male dell’uomo moderno. Per curarla, e restituirgli quel “senso senso”, inventa la Ritmica, un complesso di esercizi consistenti nell’apprendimento della musica mediante il corpo. E’ noto come l’incontro con Dalcroze sia stato fondamentale ad Appia per imprimere alla sua visione teatrale la svolta decisiva. Egli era convinto che l’attore in quanto uomo, entità corporea psicofisica, possedesse già in sé, almeno in potenza, la musica. Si trattava allora di coltivare questa capacità innata in maniera tale che essa permettesse all’attore-uomo di diventare finalmente il soggetto della creazione scenica, senza più alcuna subordinazione né al testo né alla musica. L’autonomizzazione del performer è perseguita in quegli anni anche nel campo della danza. Come provano, in particolare, le precoci ricerche di Rudolf von Laban sulla “danza libera”, che rifiuta la musica come estranea e condizionante. Dal lavoro di Stanislavskij sul “temporitmo” delle azioni fisiche alle sperimentazioni di Decroux sul “dinamoritmo” nel mimo corporeo; dal “regista musicista” di Mejerchol’d alla traiettoria di Grotowski dalla “parola cantata”, negli spettacoli del Teatro povero, agli antichi canti vibratorii su cui si basano le ultime ricerche; dai “concerti” di Carmelo Bene all’”attore jazz” di Leo de Berardinis. Ecco solo alcuni dei capitoli fondamentali di quella rivoluzione della musica che ha segnato profondamente la scena contemporanea. Se guardiamo le cose da questa prospettiva, risulterà evidente come certe esperienze attuali, che potrebbero sembrare eccentriche o addirittura anacronistiche, appartengano invece a pieno titolo alla tradizione vivente che sta al centro del Novecento teatrale. Il loro contributo è perciò cruciale, oggi, per il rilancio della ricerca e per una rigenerazione dell’arte dell’attore che sappia attingere ancora una volta alle risorse della musica come mousikè. Penso, ad esempio, a tre realtà che hanno partecipato al progetto torinese Percorsi Nomadi III-Embodied Musicality e che seguo da tempo: LabPerm di Domenico Castaldo, Theatre No Theatre di Thomas Richards e Regula Teatro/Laudesi di Raúl Iaiza (si tratta anche dei curatori della rassegna, assieme a Oliviero Ponte di Pino). Ma esistono altre realtà che lavorano in modi affini, o comunque interessanti al riguardo: da PoEM di Gabriele Vacis a Teatro Akropolis di Clemente Tafuri, da ErosAnteros di Agata Tomsic e Davide Sacco a Jubilo Foundation di Diego Pileggi, per limitarmi a quelle che conosco. L'articolo Il teatro riscopre la musicalità del corpo: è accaduto a Torino con Percorsi Nomadi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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