“Buttar giù le porte”, la mission è quella. In fin dei conti che siano da hockey
o da calcio cambia poco, specialmente se poi il destino ci mette lo zampino…o
magari lo scarpino. Vesevolod Bobrov è una leggenda infatti. Dell’hockey, del
calcio, delle Olimpiadi e dello sport in generale. Nato il 1 dicembre del 1922 a
Morshansk e cresciuto e Sestoretsk, vicino Leningrado, è educato fin da subito
allo sport da papà Mikhail: pattini fatti in casa e via, allenamenti sui canali
ghiacciati e nel golfo di Finlandia. Una volta rischia di annegare e il fratello
lo salva, il destino ha in mente altri progetti per lui. Lo dimostrerà ancora.
In estate invece il ghiaccio non c’è e si gioca a calcio: Vesevolod è forte,
fortissimo in entrambe le discipline e a 12 anni gioca regolarmente coi ragazzi
più grandi di lui. Però lo sport non è un lavoro, per quello c’è la fabbrica:
dopo la scuola diventa apprendista meccanico e se i pattini gli avevano
rafforzato le gambe, il lavoro manuale lo fa crescere di spalle e braccia,
facendolo diventare un attaccante possente e potente, difficile da spostare.
Poi però arriva la Guerra: la famiglia viene evacuata in Siberia quando la
Germania invade l’Urss e Vesevold lavora in una fabbrica di munizioni, ma
continua a giocare a calcio e per quanto è forte viene notato e portato a Mosca,
per giocare nel Cska, club dell’esercito, di fatto salvandolo dal fronte. Bobrov
è un idolo della nazionale, segna valanghe di gol, la squadra vince tre
campionati consecutivi. Intanto, nel 1946 in Urss arriva anche l’hockey su
ghiaccio, con le autorità sportive che decidono che bisogna eccellere in quella
disciplina.
Da chi partire se non da Bobrov, che è un atleta straordinario e un pattinatore
provetto? Per lui, passare dalla pallina del Bandy al disco di gomma nera
dell’hockey è un adattamento naturale, quasi mistico. Mentre gli altri faticano
a controllare quel proiettile impazzito sulle balaustre, Vesevolod sembra
danzare. Ha una postura unica, con le punte dei piedi rivolte all’esterno che
gli valgono il soprannome di “Anatra“, ma è un’anatra col corpo di un corazziere
e il tocco di un chirurgo. In breve tempo, diventa il perno di un sistema che
non ammette la sconfitta.
Ma è qui che il destino decide di bussare di nuovo alla sua porta, con un
rintocco che sa di miracolo e di tragedia. È il 5 gennaio 1950. La squadra di
hockey della VVS Mosca, il club dell’Aeronautica gestito da Vasily Stalin, deve
volare verso Sverdlovsk per una partita di campionato. Bobrov è la stella, il
capitano, l’uomo copertina. Eppure, quella mattina, succede l’imponderabile: la
sua sveglia non suona. Un guasto tecnico, un sonno troppo profondo, o forse solo
la mano invisibile che lo aveva già tirato fuori dalle acque gelide del Golfo di
Finlandia anni prima.
Vesevolod si sveglia di soprassalto, corre in aeroporto, ma vede l’aereo già in
pista, pronto al decollo. Resta a terra, imprecando contro la sfortuna, e decide
di prendere il primo treno disponibile per raggiungere i compagni. Non sa che
quel ritardo è la sua nuova vita: a causa di una tempesta di neve, l’aereo si
schianta in fase di atterraggio. Non sopravvive nessuno. L’intera squadra, i
suoi amici, i suoi fratelli di ghiaccio, vengono cancellati in un istante.
Bobrov arriva a destinazione via terra e trova solo macerie e silenzio. Vasily
Stalin, terrorizzato dalla reazione del padre Iosif, mette tutto a tacere e
ordina a Bobrov di ricostruire la squadra da zero, nel segreto più assoluto. E
Vesevolod lo fa, caricandosi sulle spalle il peso di un intero movimento
sportivo nato dalle ceneri.
Il suo mito, però, non si nutre solo di tragedie scampate, ma di una
poliedricità che oggi appare fantascientifica. Bobrov non sceglie tra erba e
ghiaccio: li domina entrambi. Nel 1952, vola a Helsinki per le Olimpiadi estive.
È il capitano della nazionale di calcio dell’URSS. Nella leggendaria sfida
contro la Jugoslavia di Tito – una partita che per Stalin è una questione di
stato, quasi una guerra diplomatica – i sovietici sono sotto 5-1 a quindici
minuti dalla fine. Sembra un’umiliazione senza appello. Ma Bobrov decide che non
può finire così: segna una tripletta rabbiosa, trascina i suoi fino al 5-5
finale in una rimonta che resta negli annali del calcio mondiale. Segna in
totale 5 reti in quel torneo, dimostrando che il “meccanico di Morshansk” è un
fuoriclasse assoluto anche con il pallone tra i piedi.
Ma il capolavoro deve ancora arrivare e ha il profumo del pino e della neve
delle Dolomiti. Cortina d’Ampezzo, 1956: Olimpiadi invernali. L’URSS è al
debutto olimpico nell’hockey e il mondo guarda con scetticismo quei russi che
pretendono di sfidare i maestri canadesi. Bobrov ha 33 anni, le ginocchia
scricchiolano ma il carisma è intatto. È di nuovo capitano. Nella partita
decisiva contro il Canada, l’URSS trionfa per 2-0. Bobrov mette la firma sul
tabellino, segna gol pesanti in tutto il torneo e sale sul gradino più alto del
podio. È l’apoteosi: Vesevolod Bobrov diventa l’unico uomo nella storia dello
sport ad aver partecipato sia alle Olimpiadi estive che a quelle invernali come
capitano delle proprie nazionali, segnando in entrambe le manifestazioni. Un
primato che dura ancora oggi.
La sua carriera finirà con statistiche che fanno girare la testa: più gol
segnati che partite giocate, una media realizzativa da urlo. Ma oltre i numeri,
resta l’immagine di un uomo che ha sfidato la morte e il gelo, che ha saputo
essere “possente” in fabbrica e “poeta” sul campo. Muore nel 1979, a 56 anni.
Che avesse i tacchetti o le lame sotto i piedi, la missione non era mai
cambiata: puntare la porta, superare l’avversario e dimostrare che, se il
talento incontra la volontà, nemmeno il destino può fermarti.
L'articolo Ti ricordi… Vesevolod Bobrov, il mito dell’Urss bomber in due diverse
Olimpiadi: prima a calcio, poi a hockey proviene da Il Fatto Quotidiano.