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Un po’ di bugie, vi prego, sull’amore
D al punto di vista amoroso, ho avuto una terribile e arida adolescenza. Tutto ciò che sapevo sull’amore derivava dai libri di Jordan Peterson, Scott Spencer, Dale Carnegie e da un pessimo libro, che mia madre mi aveva regalato perché era disperata, ossia Baciare fare dire di Alberto Pellai. Poi, con il diradarsi della stupidità un po’ incel che mi tormentava, sono diventato meno oltranzista sull’amore, leggendo i libri di bell hooks e tutto ciò che il femminismo poteva fornire a riguardo, condendo il tutto con il solito Freud e, siccome sono un uomo bianco che non sa vestirsi, Lacan. Anche oggi, che l’aridità è finita, sono ancora ossessionato dai saggi che parlano d’amore, perché sono i primi che ho letto. Un po’ grazie anche a una timida sublimazione sessuale che danno, la mia attrazione spasmodica per questi libri non terminerà mai; li ricerco nelle librerie, li sfoglio, nella mia testa faccio un profilo dell’autore o dell’autrice come se fossi il loro algoritmo, vediamo su Instagram: con chi si fanno le foto, dove hanno studiato, chi citano, quali libri leggono, che canzoni ascoltano. Piano piano, però, ho capito che cercare di trovare nei libri la audeniana “verità” pregata “sull’amore” può essere considerato stupido tanto quanto imparare a giocare a calcio guardando gli highlights su YouTube, o almeno così mi dicono le persone che mi vogliono bene quando gli sputo addosso il contenuto premasticato di qualche nuovo saggio, che la critica femminista o i maschi decostruiti propongono al mercato editoriale. Compro i libri e li finisco in massimo tre giorni, cercando di trovare la chiusura del cerchio alla mia visione dell’amore, ancora e sempre in corso d’opera, perché dentro di me penso che questi libri inconsciamente o consciamente promettono una cosa molto grande, molto audace e quasi impossibile da resistere: una visione del mondo intero. Perché anche il più cinico degli uomini o forse proprio lui, in fondo, crede alla massima battiato-consoliana per cui “tutto l’universo obbedisce all’amore”, anche il più freddo dei misantropi quando vede la scena di Interstellar in cui Amelia Brand dice che bisogna andare sul pianeta di Edmunds, di cui era innamorata, perché “Love isn’t something we invented. It’s observable, powerful. It has to mean something. Maybe it means something we can’t understand yet” sente qualcosa muoversi dentro di sé. Tutti, in fondo, credono all’equazione di Dirac. > Il nuovo saggio di Sofia Torre prende in prestito Barthes e i suoi famosissimi > Fragments per parlare di come la celebrazione dell’amore sia una farsa : > pensare che l’amore sia una forza salvifica è un errore, un inganno, l’amore > può essere “una trappola mortale”. È stato così anche per il nuovo saggio di Sofia Torre, L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso (2026), che se il citazionismo non mi inganna, prende in prestito Barthes e i suoi famosissimi Fragments (altro libro letto in due giorni di cui non ho capito quasi niente) per parlare di come la celebrazione dell’amore sia una farsa: pensare che l’amore sia una forza salvifica è un errore, un inganno, l’amore può essere “una trappola mortale”. Il libro l’ho voluto subito anche perché era stato consigliato e presentato dal Toni Negri della lotta amorosa, Marco Pignetti, uno dei più originali cattivi maestri di questo Paese, che con ogni storia o post su Facebook filosofa “con il martello” su amore, millennials, liberali e figure importanti di Internet. Così l’ho letto subito, ho cercato di appigliarmi a tutto ciò che diceva, distruggeva e ammetteva per arrivare a fine libro migliorato come amante, come uomo ma soprattutto come essere umano. Non è accaduto nulla di tutto questo. Il saggio ti seduce dall’ingresso con in calce una citazione di Freak Antoni, creatore del rock demenziale italiano e frontman degli Skiantos: “Sbarbi non fatevi dei viaggi di violenza. / Non fatevi dei viaggi di violenza, fatevi dei viaggi d’amore. Insomma, non rompete il cazzo, dai”. Un ottimo amouse-bouche che serve a capire che ci siamo, siamo dentro la scena giusta, per uno come me che basa la sua ironia su quella degli altri è stato un ottimo inizio. > Aprire con la propria esperienza personale serve anche a mettere in chiaro che > c’è una soggettività ben definita che filtra ciò che accade, che decripta > culturalmente la vita. Il primo capitolo si chiama “Una valle di lacrime” e parte con l’inizio della fine di una relazione, alla fine del 2022; sappiamo benissimo quanto iniziare un saggio con un aneddoto personale sia come una buona apertura a scacchi, classico, intramontabile e soprattutto funzionante, pure in questo caso. Aprire con la propria esperienza personale serve anche a mettere in chiaro che c’è una soggettività ben definita che filtra ciò che accade, che decripta culturalmente la vita. Se volete l’universalità, andatevi a leggere Vito Mancuso. La vicenda personale non è un caso, questo libro è sia la storia di una relazione che finisce, che un saggio su ciò che sbagliamo quando parliamo di amore. Come la prima volta che si cambia tra un registro all’altro: “Non rivolgevo più la parola a nessuno, indossavo abiti molto più sobri e coprenti di quanto avessi mai fatto in passato, mi imponevo solitudine e distacco dai miei affetti e mi sentivo quasi virtuosa nella mia sofferenza, come Stella Dallas nel celebre e omonimo film di King Vidor (in italiano tradotto con il titolo Amore sublime)” o anche più dopo, quando la commistione con il riferimento culturale si fa più profonda: > Glissando accuratamente su dettagli, contesto e motivazioni, raccontavo alla > mia amica di quando la persona da cui mi ero così dolorosamente separata mi > aveva paragonata alla protagonista di La vita di Adele: “Vedi tra noi andrà a > finire così”, presupponendo che così significasse che qualcuno tra noi ‒ e, > nella fattispecie io ‒ avrebbe tradito un implicito patto mai verbalizzato > tornando a uno stile di vita più semplice, rassicurante ma noioso. La mia > amica B. strabuzzava gli occhi: non ero forse una persona intelligente? non > avevo forse un contratto in scadenza? non dovevo prenotare una mammografia? > non avevo forse di meglio a cui pensare? Io insistevo: La vita di Adele mi era > sempre sembrato un film profondamente conservatore. Il modo in cui Torre si pone nei confronti del tema che vuole affrontare è molto oscillante: vuole fare giustizia a una relazione disastrosa e allo stesso tempo mostrare l’ipocrisia dei discorsi amorosi. Non è un compito facile e spesso il libro scricchiola sotto al peso di portare questi due otri d’acqua così pesanti. Non per mancanza di forza, ma perché non si capisce da quale vuole bere. Ciò che l’autrice tenta di esprimere (quello che a me interessava più del resto) si perde nel dualismo, come in questo passaggio sempre del primo capitolo: > La mia relazione si era spesso fondata su due pulsioni opposte: la voglia > dell’altra persona di paragonarmi a un ipotetico oggetto del desiderio senza > una propria volontà e il mio impulso a distruggere tutto con rabbia, rancore e > nervoso. Non sopportavo di apparire, anche solo nell’immaginario di qualcun > altro, come lo stereotipo dell’amante felice, immobile e senza potere, > desideravo scrollarmi di dosso l’etichetta di quella specifica femminilità. > Medea sarebbe stata più interessante di Fedra, Anna Karenina avrebbe acquisito > fascino spingendo qualcun altro sotto un treno, Didone avrebbe raggiunto il > suo scopo in maniera meno patetica limitandosi ad accoltellare Enea. E fin qui tutto bene, anche se personalmente avrei evitato di citare tutti questi classici che qui sembrano un po’ i manichini di Madame Tussaud. Ma il concetto del capitolo è interessante: il vittimismo come meccanismo di potere dell’altro nei nostri confronti. “Non c’è fascino nella passività, nemmeno ‒ o soprattutto ‒ quando l’alternativa è fare la figura della cattiva”. Qualche pagina più avanti, l’autrice citerà, per avallare la sua tesi, Critica della vittima di Daniele Giglioli, che invece sostiene l’opposto rispetto a questo. Ma torniamo al centro della relazione: > Mentre le urlavo in faccia tutto il mio rancore ed escogitavo nuovi e creativi > modi di insultarla, la persona con cui stavo insisteva a dirmi che la mia > incapacità di avere un rapporto felice era una conseguenza della mia > insicurezza, della mia debolezza, della mia assoluta incapacità di risolvere > traumi. Guardare la fine di La vita di Adele insieme mi era apparso come un > esercizio di potere piuttosto preciso: significava mettere in chiaro chi aveva > cominciato la relazione e chi l’avrebbe eventualmente chiusa, sottolineando > che una delle parti coinvolte ‒ io ‒ aveva meno agency, o che forse non ne > aveva affatto. La confusione non è data troppo dal contenuto, ma da una vaghezza rispetto agli episodi autobiografici che si espande anche nelle citazioni; arrivato a questo punto, mi piacerebbe sapere quali sono le frasi esatte che “la persona con cui stavo” diceva all’autrice, avere un corpo a corpo più coraggioso con le citazioni. Anche nel passaggio finale di questo movimento, c’è uno scarto improvviso verso l’oscenità sessuale, che lascia la bocca secca per un concetto che era arrivato al suo apice: > Essere assimilata alla fragilità della protagonista mi feriva più di quanto > avrebbe mai potuto fare un eventuale paragone con un’assassina sociopatica. > Adele è infatti dolce, femminile e delicata: la docilità caratteriale serve a > compensare l’ipotetica oscenità sessuale. Non è un caso che le critiche al > film si concentrino sulle scene di sesso abbastanza esplicite da sfiorare > quello che Linda Williams, la più importante studiosa di porno del mondo, ha > definito come il confine dell’osceno pornografico. Volevo sapere di più, in modo più dettagliato, perché preferisce un’assassina sociopatica, cosa c’è che l’affascina in questa figura, oltre al fatto di avere il coltello dalla parte del manico a differenza della vittima? Questo continuo ondeggiare, passare da una tesi all’altra, da un frammento di vita a un altro, da un interlocutore a un altro è ottimo per il ritmo: crea un libro che ti rapisce nella lettura, che è difficile da non finire dopo averlo iniziato. Per quanto riguarda la coesione interna invece questo traballamento è dannoso, come quando passa da un capitolo interamente dedicato al sesso come sfera in cui si mischiano sentimenti anche non nobili a uno dove inizia parlando della sua infelicità razionale che si riversa nel suo peso corporeo. Ogni capitolo potrebbe esistere come un ottimo pezzo a sé stante, dove l’ondeggiare è più contenuto ed elegante, come in un lago. Non so se questo scollamento sia dato dal fatto di aver trasferito alcuni articoli apparsi sul Tascabile e Snaporaz in un saggio unitario. Il tentativo di legare tutto insieme è affidato alla vita personale dell’autrice e ai suoi protagonisti. Ma, e qui torniamo alla vaghezza di prima, senza dettagli o ordini cronologici stringenti è difficile starci dietro senza perdersi; infatti la tentazione, il desiderio di essere amici dell’autrice è lampante per tutte le pagine, già dalla citazione degli Skiantos, sia per simpatia ma soprattutto per avere bene in mente le vicende personali di cui parla. Questi compartimenti un po’ stagni potrebbero non essere un problema, perché, a volte, i saggi, come un timballo di riso, basta chiuderli bene e tutto si cuoce alla perfezione. Qui, purtroppo, non è così. > Il modo in cui Torre si pone nei confronti del tema che vuole affrontare è > molto oscillante: vuole fare giustizia a una relazione disastrosa e allo > stesso tempo mostrare l’ipocrisia dei discorsi amorosi. Non è un compito > facile e spesso il libro scricchiola sotto al peso di portare questi due otri > d’acqua così pesanti. Il capitolo finale si chiama “L’universo è indifferente” ed è il più deludente, perché manca di una vera tesi forte che possa giustificare il viaggio che Torre ha compiuto nelle pagine. Il lettore viene preso e portato su e giù, prima davanti al gotha del pensiero femminista/postfemminista, poi giù davanti a B., F., P. e L. (i compagni di vita dell’autrice) senza soluzione di continuità. Per arrivare a cosa? A Don Draper che ci dice: “Quello che voi chiamate ‘amore’ è stato inventato da tipi come me… per vendere le calze di nylon. Nasci solo e muori solo, e questo mondo ti impone una serie di regole per farti dimenticare quei fatti. Ma io non li dimentico. Vivo come se non ci fosse un domani, perché non ce n’è uno”? Prendere a calci e pugni l’amore per centocinquanta pagine e giustificare il tutto con “Perché in fondo è semplice, amare non serve a niente ed essere amati non significa meritare un lieto fine” è troppo sconfortante per un libro che ha tesi anche coraggiose, in particolare sulla riabilitazione delle lamentele come momento davvero importante dell’intimità. Non ci credo che la soluzione all’ipocrisia amorosa mainstream sia il nichilismo, come non lo è dirsi “ma l’amore in fondo è ’na cosa bella”; credo che sia una posizione più ambigua, più maieutica, posizione che Torre ha saputo tenere molto bene in varie parti di questo saggio, perfino in questo capitolo: “Eppure sono scocciata da una certa retorica che a cadenza regolare dà la monogamia per morta, vuoi per la rivalutazione dell’amicizia, la pretesa di lavarsi la coscienza raccontando morbosamente qualsiasi dettaglio al partner o la repentina realizzazione che non ci sia niente di naturale nel desiderare un’unica persona per tutta la vita. L’amore può durare e bastare, dicono le persone che ci credono, e ci credono davvero. Io resto dubbiosa”. Per questo, sono abbastanza sicuro che le novità apprese dall’autrice siano ricamate più nelle sue azioni post-amorose che in questo finale. La sua vita o ciò che lei vede in essa sono il più grande testamento di ciò che pensa dell’amore; per tutto il libro il mio interesse è stato rapito da questo, da come ha vissuto e pensa di vivere l’amore, di ciò che pensa Elio Petri sul tempo m’interessa molto meno. L'articolo Un po’ di bugie, vi prego, sull’amore proviene da Il Tascabile.
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