D a quattro anni Brigitte Marie-Claude Trogneux, moglie del presidente francese
Emmanuel Macron, combatte contro la falsa notizia secondo cui sarebbe una
persona transessuale con una precedente identità maschile dal nome di
Jean-Michel Trogneux, un uomo che esiste davvero e che è suo fratello
ottantenne. In seguito alle denunce portate avanti dai coniugi Macron, il 5
gennaio del 2026 il tribunale di Parigi ha riconosciuto colpevoli dieci imputati
per cybermolestie ai danni di Brigitte Macron. Una persona è stata condannata al
carcere e otto hanno ricevuto pene detentive sospese per aver pubblicato
“commenti particolarmente degradanti, offensivi e malevoli” che affermavano
falsamente che la moglie del presidente Emmanuel Macron fosse nata uomo (Le
Monde).
Gli imputati sono otto uomini e due donne tra i 41 e i 60 anni: tra questi,
scriveva la Repubblica ricostruendo il fatto prima della sentenza, ci sono anche
un consigliere comunale di 65 anni, un gallerista d’arte di 56 anni, un
insegnante di 54 anni, un agente immobiliare di 65 anni, un informatico di 49
anni, una sedicente medium, di 51 anni, nota sui social come Amandine Roy e una
giornalista di nome Natacha Rey. Inoltre, figura anche Aurélien Poirson-Atlan,
41 anni, pubblicitario noto online con il nome di Zoé Sagan, il cui account su
X, ora sospeso, è “stato al centro di diverse denunce e viene spesso citato come
uno degli snodi della galassia complottista in Francia”. Sempre Anais Ginori,
corrispondente per la Repubblica, specifica che nel luglio 2025 i Macron avevano
avviato un’altra azione legale, negli Stati Uniti, per diffamazione contro
Candace Owens, l’influencer trumpista che, strizzando l’occhio all’universo
MAGA, aveva non solo rilanciato oltreoceano la bufala sulla transessualità e
sulla pedofilia di Brigitte Macron ma anche ideato la serie su YouTube Becoming
Brigitte.
Il reato di cui sono accusate le persone qui menzionate è legato al fenomeno
digitale della transvestigation. Il termine è una coniazione abbastanza recente
partorita dall’universo del web di cui non si conosce autore o autrice. Si
tratta di una parola portmanteau o macedonia composta da transgender +
investigation. Per ora non compare tra le voci dei vocabolari ufficiali ma viene
riportata da Wikipedia, dal sito know your meme e impiegata da alcuni studiosi
di comunicazione. In sintesi, la parola transvestigation si riferisce a una
pratica o indagine che ha l’obiettivo di smascherare o dimostrare la natura
transgender di alcune celebrità, perlopiù donne. Questa volontà di decrittare
trame nascoste e segni sospetti giustifica il fatto che nella maggior parte
delle definizioni online della parola si trovi un riferimento al complottismo.
Secondo Wikipedia, “la transvestigation è una teoria del complotto che sostiene
che molte celebrità e altre persone di rilievo siano transgender (oppure, al
contrario, che alcune celebrità apertamente transgender siano in realtà
cisgender)”. I sostenitori affermano di essere in grado di determinare il sesso
assegnato alla nascita attraverso l’analisi di fotografie e video. Tra le
celebrità analizzate e definite transgender figurano Amanda Lear, Taylor Swift,
Lady Gaga, Margot Robbie, Michelle Obama, Jacinda Ardern, Jennifer Lopez e le
Kardashian. Tra le atlete di spicco indicate come trans compaiono Serena
Williams e Katie Ledecky. Inoltre, il termine ha ricevuto nuova attenzione in
seguito alle accuse rivolte alle pugili Imane Khelif e Lin Yu-ting in seguito
alle Olimpiadi 2024.
> “La transvestigation è una teoria del complotto che sostiene che molte
> celebrità e altre persone di rilievo siano transgender (oppure, al contrario,
> che alcune celebrità apertamente transgender siano in realtà cisgender)”.
Come ricostruito da know your meme, enciclopedia dedicata dedicata ai meme e ad
altri fenomeni del web, la teoria della transvestigation è divenuta popolare nel
2014, quando la conduttrice Joan Rivers aveva accusato Barack Obama di essere
omosessuale e Michelle Obama di essere transgender, rivelazione che, a dire di
alcuni gruppi online, causò la morte della stessa conduttrice. La domanda che
sorge, imbattendosi in questo fenomeno, è se in questa ossessione prevalga uno
spirito complottista, un atteggiamento transfobico o una componente misogina.
Sembrerebbe che la transfobia sia in questo contesto un elemento “secondario” ‒
per quanto esecrabile ‒ funzionale non tanto a colpire le persone transessuali
quanto a denigrare le donne che ricoprono posizioni di potere o che godono di
visibilità. L’idea elementare che potrebbe muovere tali operazioni di analisi di
indizi fotografici è che una donna di potere debba per forza avere un’indole
maschile, un sostrato che si dissocia da una natura femminile che per secoli è
stata etichettata come inadatta a compiere azioni politiche e sociali degne di
nota. L’altra idea implicata in questa pratica consiste molto banalmente nel
voler rafforzare la convinzione, propria e altrui, che le persone di rilievo
pubblico siano intrinsecamente ingannevoli, specialmente se si tratta di donne.
La componente misogina è tanto sottile quanto impietosa.
Non sono lontani i giorni in cui Danny Danon, rappresentante di Israele all’ONU,
si è rivolto a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui
territori palestinesi occupati, con l’appellativo di “strega”. “Lei è una strega
e questo rapporto è il suo libro degli incantesim”, ha affermato. È un dato di
fatto che spesso le donne con una certa notorietà e posizione vengano percepite
come detentrici di una natura dubbia, mostruosa, aliena. Anche di questo parla
il film Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos, in cui due giovani apicoltori
ossessionati dalle teorie del complotto catturano e interrogano un
amministratrice delegata di una multinazionale farmaceutica d’affari che
ritengono essere un’aliena ‒ un’andromediana per l’esattezza ‒ arrivata sulla
Terra per distruggere l’umanità. Sulla falsariga delle prove addotte dai
transvestigators, Eddy raccoglie gli indizi che proverebbero la natura
extraterrestre di Michelle Fuller: ad esempio, la resistenza alle scosse
elettriche che le vengono inferte viene letta come segno di una biologia aliena
superiore, tipica dell’aristocrazia andromediana. Rasati i capelli perché mezzo
di comunicazione con l’astronave madre, Michelle viene cosparsa di crema
antistaminica per bloccare ogni tipo di contatto con gli altri andromediani.
Infine, alcuni dettagli corporei sono presi come ulteriori indizi: la calma, la
postura, la reazione emotiva.
Nelle narrazioni della transvestigation emerge una forte attenzione alle
dimensioni, alla forma delle caratteristiche muscolo-scheletriche della persona
da smascherare. I cosiddetti transvestigators fanno spesso riferimento al cranio
o alla conformazione dei tratti del volto come strumenti infallibili e coerenti
per identificare il sesso di un individuo assegnato alla nascita. Altri casi si
concentrano sulle dimensioni e sulla forma di specifiche parti del corpo. In una
foto di una coppia di attori, ad esempio, viene affermato che in realtà lei è un
lui e lui è una lei dal modo di un cui sono seduti in un bar: lei a gambe aperte
(postura maschile) mentre le gambe accavallate di lui vengono interpretate come
sentimento di vergogna associato all’assenza del pene. In un post pubblicato su
Instagram da un certo transvestigator1 si vede un collage con delle foto di
varie donne famose intitolato Jaws ‒ con tanto di immagine rubata alla locandina
del film omonimo di Spielberg ‒ sotto al quale si specifica che queste celebrità
di Hollywood hanno un reversed gender e che sono adoratrici di Baphomet, idolo
pagano e androgino oggi collegato da alcuni a significati esoterici. Secondo
l’autore del post le donne in foto avrebbero in comune una mascella troppo
pronunciata, segno inequivocabile del loro essere uomo.
> La domanda che sorge, imbattendosi in questo fenomeno, è se in questa
> ossessione prevalga uno spirito complottista, un atteggiamento transfobico o
> una componente misogina.
In un altro post si legge “it’s time to wake up” e si invita a osservare con
attenzione i lineamenti delle donne fotografate facendo attenzione ai bio
markers. A capo si trova un elenco dei questi marcatori biologici che
aiuterebbero a distinguere i tratti femminili da quelli maschili. Alle donne
sono associate mandibole piccole, mento affusolato, fronte dritta, braccia più
corte, orecchie piccole; mentre agli uomini si assegnano grandi mascelle
quadrate, viso allungato, fronte inclinata, cresta sopracciliare, braccia
lunghe, orecchie grandi, clavicole dritte. In un ulteriore post viene espressa
esplicitamente l’idea che esista un’élite globale il cui obiettivo è quello di
“androginizzare” la società cancellando per sempre la distinzione tra maschi e
femmine. Non mancano, inoltre, i riferimenti a Satana (del resto il satanic
panic è tornato di moda negli Stati Uniti soprattutto dopo la diffusione delle
teorie complottiste da parte di QAnon).
Il timore di una rimozione della distinzione tra i sessi e la convinzione che
sia in atto un’operazione di proselitismo ideologico a opera di una congrega di
transessuali non sono fantasie relegate al regno dei troll. Alcuni discorsi
pronunciati da persone impegnate nella politica e nel contesto religioso muovono
nella stessa direzione goffamente anticipata, o imitata, dai transvestigators. A
emergere è la paura per l’indifferenziato associata all’idea che qualcuno voglia
imporre delle presunte teorie del gender per distruggere la famiglia
tradizionalmente intesa. Di “lobby gay” hanno parlato vari esponenti dei partiti
europei di destra; di una “teoria del gender come guerra mondiale per
distruggere il matrimonio” aveva parlato papa Francesco. Dai discorsi enucleati,
si deduce il terrore per l’imminente arrivo di un “individuo perfettamente
neutro, soggetto fluido” (Marina Terragni, Avvenire, 27 maggio 2021) e l’ipotesi
che l’indifferenziato porti al predominio del maschio (Giorgia Meloni, 2022,
Stati generali della natalità) con timore per la scomparsa della donna. Sempre
Meloni, in un discorso pronunciato nel 2022 a Marbella, a sostegno del partito
di estrema destra Vox, aveva dichiarato che “il gender ci priverà della nostra
identità sessuale”, aggiungendo con tono trionfante: “sì alla famiglia naturale,
no alle lobby LGBT. Sì all’identità sessuale, no all’ideologia di genere”.
Negli ultimi due anni si è assistito a un’inflazione del concetto di genere,
specialmente nelle pratiche discorsive costruite dai partiti di destra e dai
movimenti pro-vita. In questi contesti la parola genere si è spogliata del suo
significato originario per assumere su di sé un ventaglio di accezioni impiegate
per criticare le iniziative rivolte a difendere i diritti della comunità LGBTQ+
o per demonizzare il progetto di inserimento dell’educazione affettiva e
sessuale nelle aule scolastiche (si veda la campagna pro-vita “Mio figlio no.
Scuole libere dal gender”).
Con altrettanta decisione, papa Francesco ha messo in guardia dai pericoli della
teoria del gender. Già il 21 marzo 2015, durante un incontro con i giovani sul
lungomare Caracciolo di Napoli, affermò: “la teoria del gender è uno sbaglio
della mente umana che crea tanta confusione”. A Tbilisi, in Georgia, il 1°
ottobre 2016, parlando a sacerdoti e religiosi, denunciò: “oggi c’è un grande
nemico del matrimonio: la teoria del gender. È una guerra mondiale per
distruggere il matrimonio”. Un paio di anni più tardi, davanti al Forum delle
Associazioni familiari in Vaticano, il 16 giugno 2018, ribadì la verità naturale
del matrimonio affermando che “la famiglia, immagine di Dio, uomo e donna, è una
sola”. Più recentemente, il 1° marzo 2024, poco più di un anno prima di morire,
rivolgendosi ai partecipanti del Convegno sull’antropologia delle vocazioni,
sempre in Vaticano, papa Francesco rilanciò un altro monito: “oggi il pericolo
più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze e rende tutto
uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità” (Provita e famiglia, 3
maggio 2025).
> Il timore di una rimozione della distinzione tra i sessi e la convinzione che
> sia in atto un’operazione di proselitismo ideologico a opera di una congrega
> di transessuali non sono fantasie relegate al regno dei troll.
Il perno di questi discorsi allarmistici sembra costituito dal terrore di un
presunto indifferenziato che vorrebbe cancellare l’assetto culturale o
identitario delle nostre famiglie. La frase che meriterebbe un’analisi
approfondita è proprio quella pronunciata da Meloni sull’eventualità della
scomparsa della donna a causa del predominio del maschile: è chiaro qui che
“donna” non vuol dire femmina, biologicamente intesa, ma donna nel senso di
“madre”, di costruzione sociale e culturale. La paura che possa scomparire la
donna (la donna-madre) e il ruolo che tradizionalmente le è stato assegnato.
C’è il terrore che la parità tra i sessi possa prima o poi diventare realtà
dietro alle ossessioni emerse dall’inconscio della nostra premier e del
compianto Francesco? E questa preoccupazione non è ciò che muove anche gli
anonimi e agguerriti cacciatori dei transessuali? Come ha scritto Judith Butler
in Chi ha paura del gender? (2024), il genere costituisce oggi un “significante
sovradeterminato in modo selvaggio da idee alquanto distanti fra loro”. Il
termine “gender” non viene usato in maniera circoscritta ma sempre abbinato ad
altre parole per creare espressioni vaghe, spesso vuote di significato che si
prestano per essere riempite a seconda dell’operazione ideologica che si vuole
mettere in campo.
Del fenomeno della transvestigation si è occupata Lexi Webster, autrice
dell’articolo “‘We Are Detective’: Transvestigations, conspiracy and
inauthenticity in ‘gender critical’ social media discourses”, nel n. 9 del 2024
di ELAD-SILDA. Qui la studiosa ci ricorda che, nonostante la nomenclatura,
queste pratiche non sono affatto nuove né sui social media né, più in generale,
nelle culture dei media popolari. Reality show come There’s Something About
Miriam (2004) e il famigerato segmento “Female or Shemale” andato in onda in
RuPaul’s Drag Race (2009-2023) hanno fatto affidamento sugli stessi tropi
dell’inganno delle donne transgender e su sentimenti transfobici. “Female or
Shemale” prevedeva un gioco di smascheramento in cui i concorrenti dovevano
osservare foto di parti di corpo e indovinare se appartenessero a donne
cisgender o a “she-male”(termine usato dallo show per dire donne trans). Il caso
ha attirato numerose critiche, rappresentando un esempio di come i meccanismi di
spettacolarizzazione e intrattenimento possano produrre risultati problematici.
Di certo RuPaul Charles Andre non è un esponente della destra complottista. Nato
nel 1960 a San Diego, RuPaul è una delle icone drag più celebri della
contemporaneità nonché precursore del travestitismo inteso come spettacolo
ironico volto a smontare cliché di genere e assunti maschilisti. Considerando il
suo percorso, il suo progressismo e l’impegno profuso nel far conoscere l’arte
del mondo drag, molti spettatori e critici hanno colto un’impronta
discriminatoria in alcuni suoi discorsi basati su un’antitesi tra drag queen e
donne transgender.
> Queste pratiche non sono affatto nuove né sui social media né, più in
> generale, nelle culture dei media popolari.
Come ha spiegato RuPaul stesso su The Real, una drag queen è un “camaleonte” che
si prende gioco dell’identità: uomini (spesso gay cis) che impersonano
esageratamente il femminile per ironia e ribellione contro il maschilismo,
cambiando ruolo a comando. Le donne transgender, invece, sono percepite come
portatrici di un’identità stabile: il loro essere donne è “ciò che sono
davvero”, non un travestimento temporaneo. Durante un’intervista rilasciata al
Guardian del 2018 (“Drag is a big f-you to male-dominated culture”), quando
viene toccato il tema della comunità transgender, RuPaul ammette che ci sono
tensioni e differenze tra il movimento trans e la cultura drag e ribadisce che
il drag perderebbe parte del suo significato politico se non venisse fatto da
uomini, dato che è proprio la cultura maschile dominante a essere presa di mira
come bersaglio.
In ogni caso, nel programma “Female or She-male” è evidente, sin dal nome, una
vena di transmisoginia per come la intende Julia Serano in Whipping girl (2007),
cioè una marginalizzazione e discriminazione delle donne transgender, le quali,
nella logica del gioco di smascheramento/analisi del loro corpo, vengono
presentate come ingannevoli ‒ che è poi uno stereotipo associato, appunto, a
tutto il mondo trans. Le vicende legate a RuPaul’s Drag Race, scrive Giorgia
Bosco in “RuPaul: storia di una drag queen che ce l’ha fatta”, dimostrano che un
prodotto televisivo LGBT+ può “mantenersi a galla nelle piatte acque del
mainstream” fintanto che “la sua carica sovversiva viene ammortizzata e resa
così meno minacciosa per l’ordine prestabilito”. Alla fine della vicenda, lo
show e la rete (Logo/World of Wonder) hanno risposto rimuovendo quel segmento
dalla programmazione e cancellando l’uso del termine “You’ve got she-mail” nelle
stagioni successive, dopo aver accolto le rimostranze da parte della comunità
transgender e da ex concorrenti come Carmen Carrera.
Tornando a Webster, nella sua analisi sostiene che i discorsi di
transvestigation online condividano tratti con i discorsi politici offline nelle
loro manifestazioni discorsive della transfobia (cita Stati Uniti e Gran
Bretagna). Già prima che il termine transvestigation fosse coniato, circolavano
in diversi contesti cospirazioni sul presunto status transgender segreto di
alcune donne. Ciò che distingue le transvestigations sui social media da
pratiche simili storicamente veicolate dai media popolari è la cornice
cospirazionista che le sostiene. La base cospirativa dei discorsi di
transvestigation è triplice, afferma Webster: 1) l’ubiquità delle persone
transgender, 2) la minaccia del contagio sociale e 3) la rappresentazione delle
persone transgender come appartenenti a una qualche élite occulta che mirerebbe
a schiavizzare la popolazione cisgender mondiale. Secondo la studiosa, questi
discorsi presentano più di una semplice somiglianza con applicazioni storiche
della pseudoscienza a fini violenti, che utilizzavano tratti fisiologici per
classificare gli individui come inferiori, altri o comunque indesiderabili (ad
esempio la frenologia e l’eugenetica).
Possiamo tirare le fila sostenendo la tesi di Webster secondo cui le narrazioni
prodotte dai transvestigators mettono in luce la natura intersezionale
dell’odio. Transfobia, omofobia, misoginia e razzismo sono intrecciati – seppur
in combinazioni diverse e variabili – allo scopo di mostrare un presunto inganno
sociale. Nonostante spesso sia difficile distinguere tra transfobia e trolling,
discorso autentico e inautentico, sono innegabili i fili che collegano il
panorama mediatico ai discorsi prodotti da quelle persone in carne ed ossa che
hanno lo smisurato potere di spostare o offuscare la percezione di milioni di
ascoltatori (utenti forse sarebbe più corretto?). Altresì innegabile, conclude
Leslie Webster, che occorrono un’alfabetizzazione mediatica e una riflessione
sul ruolo dei social media nel riprodurre, rafforzare o contrastare movimenti
che mirano a egemonizzare l’odio.
L'articolo Transvestigation: anatomia di un’ossessione proviene da Il Tascabile.