H o atteso sino all’ultimo per scrivere queste parole perché speravo di non
doverlo fare. E invece, una volta di più tocca riconoscere la candida ingenuità
politica, per così dire, di chi ancora si stupisce di fronte alla ormai usuale
rimozione delle più scontate procedure democratiche di confronto e di dialettica
tra i cosiddetti “corpi intermedi” e alla serena eloquenza dei fatti compiuti.
L’avvio della cosiddetta riforma dei tecnici è cosa destinata a partire con le
prime classi del presente anno scolastico, nonostante vi fossero, a riguardo,
l’assennata perplessità – che con il tempo ha preso la forma di un’animata
opposizione – di moltissimi organi collegiali in tutta Italia (qui una pagina ne
raccoglie un elenco, non esaustivo) e le osservazioni critiche del Consiglio
superiore della pubblica istruzione, seraficamente ignorate, nella sostanza, dal
ministro. Si applicherà a tutte le classi prime e procederà poi di anno in anno,
fino alle quinte nel 2030/31.
In concreto, la sua traduzione giuridica attraversa due governi. Il governo
Draghi ne ha stabilito l’impianto con l’articolo 26 del d.l. nr. 144/2022, uno
dei provvedimenti che attuava il PNRR: la finalità esplicita era quella di
“adeguare costantemente” i curricoli alle competenze richieste dal settore
produttivo e alle innovazioni dell’“industria 4.0”. Il governo Meloni, con il
d.l. nr. 45/2025, ne ha fissato tempi e percorso attuativo; il d.m. nr. 29 del
19 febbraio 2026, firmato dal ministro dell’Istruzione (e del merito) Valditara,
ha poi definito indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di
apprendimento. La riforma, dunque, non nasce interamente con l’attuale
esecutivo: affonda le proprie radici ideologiche e retoriche nell’egemonia ormai
più che trentennale del liberismo, secondo il quale nulla ha ragione di esistere
se non contribuisce, direttamente o indirettamente, alla produzione di profitto;
al governo attuale appartengono però la responsabilità della forma concreta che
ha assunto e la decisione di applicarla da quest’anno.
A cambiare è soprattutto l’architettura del curricolo, ripartito fra un’area di
istruzione generale nazionale e un’area di indirizzo flessibile, che può
comprendere un’“area territoriale” coerente con i fabbisogni delle aziende che
stanno nel bacino di utenza dell’istituto. Le scuole dispongono cioè di margini
per rimodulare orari e insegnamenti in funzione delle esigenze del “territorio”,
particolarmente ampi nel quinto anno. La didattica dovrebbe organizzarsi per
competenze, unità di apprendimento e “compiti di realtà”, con una progettazione
interdisciplinare e laboratoriale – un gergo pedagoghese che connota tutti i
provvedimenti su scuola e dintorni degli ultimi anni; vengono inoltre rafforzati
i raccordi con gli ITS Academy e le lauree professionalizzanti. Sono poi
modificate le ore delle discipline, ne vengono accorpate alcune e si trasferisce
alle scuole una parte delle decisioni necessarie a far funzionare i nuovi quadri
orari.
> La riforma affonda le proprie radici ideologiche e retoriche nell’egemonia
> ormai più che trentennale del liberismo, secondo il quale nulla ha ragione di
> esistere se non contribuisce alla produzione di profitto.
Il principio complessivo del riordino, esplicitato dal primo articolo del
decreto ministeriale, è il legame con il sistema produttivo: “adeguare i
curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo
nazionale” e “allineare i curricoli degli istituti tecnici alla domanda di
competenze che proviene dal tessuto produttivo”. Il decreto prevede dunque
l’“apporto formativo” delle imprese, periodi di osservazione in azienda per i
docenti delle discipline professionalizzanti e i “Patti educativi 4.0”: accordi
fra scuole, imprese, enti di formazione, ITS, università e centri di ricerca per
condividere risorse, laboratori e attività di formazione scuola-lavoro. Tutto
ciò deve avvenire, secondo la consueta formula anodina, “senza nuovi o maggiori
oneri per la finanza pubblica”.
Parallelamente, un altro provvedimento, approvato nel 2024, ha istituito la
cosiddetta filiera “4+2”: percorsi quadriennali sperimentali di istruzione
tecnica o professionale, attivati soltanto nelle scuole autorizzate, al termine
dei quali è possibile proseguire per due anni in un ITS Academy. Il “4+2” non
coincide dunque con il riordino dei normali istituti tecnici quinquennali: i due
interventi sono giuridicamente distinti, ma procedono verso un orizzonte comune,
costruendo una continuità più stretta fra scuola secondaria, istruzione
terziaria tecnologica e imprese, nella quale a queste ultime è attribuito un
peso via via crescente nella progettazione formativa. Tornando alla vera e
propria riforma degli istituti tecnici, i problemi riguardano tre piani: il
metodo con cui il riordino è stato introdotto, il merito delle trasformazioni e,
più in generale, il mandato sociale attribuito all’istruzione tecnica.
Quanto al metodo, non v’è la necessità di grandi ragionamenti per segnalare la
gravità delle scelte governative: la notizia dell’attuazione della riforma è
arrivata a iscrizioni scolastiche concluse. Pertanto, chi, tra gennaio e
febbraio scorsi, si è iscritto ad un istituto tecnico per l’anno scolastico
corrente, l’ha fatto valutando un assetto scolastico complessivo molto diverso
da quello che si troverà a frequentare: certamente non un elemento costruttivo
nella fiducia verso le istituzioni. E in effetti, ciò ha dato l’abbrivio, tra le
altre cose, ad un ricorso straordinario al presidente della Repubblica di alcune
famiglie di genitori, sostenute da sindacati e coordinate all’interno della più
ampia Rete nazionale degli istituti tecnici, fondato essenzialmente sul
principio di non retroattività dell’atto amministrativo – l’amministrazione
pubblica, cioè, può emettere atti che valgono solo per il futuro: i quadri orari
e la riorganizzazione delle discipline sono stati resi pubblici solo in seguito
alle iscrizioni. Un pronunciamento in merito del TAR del Lazio è atteso per metà
ottobre.
> La notizia dell’attuazione della riforma è arrivata a iscrizioni scolastiche
> concluse.
L’incomprensibile affanno giuridico del ministro ha determinato non solo il
disordine temporale nel rapporto con gli studenti e con le famiglie, ma anche
una serie di mancanze nelle fondamenta normative della riforma, che ne
complicano gravemente l’applicabilità. L’elemento più evidente, tra gli altri, è
l’assenza di linee guida (che rappresentano le indicazioni dei contenuti, in
sostituzione dei vecchi programmi ministeriali, per intendersi) a fronte di una
riorganizzazione di alcune materie, che ha determinato notevole spaesamento
rispetto alla scelta dei testi scolastici. È uso, infatti, che le case editrici
si appoggino, per redigere i manuali, proprio a quel documento ministeriale, in
mancanza del quale non esiste una traccia per la progressione dei contenuti. Per
questa ragione moltissimi collegi docenti in tutta Italia non hanno adottato i
testi scolastici degli insegnamenti riconfigurati dalla riforma, o di tutte le
classi prime.
Questo è il caso di una materia nuova, “scienze sperimentali”, che accorpa
alcuni insegnamenti in precedenza autonomi: fisica, biologia, chimica, scienze
della terra. La corposa riduzione oraria prevista inizialmente (231 ore su 528
nel primo biennio) è stata poi ridimensionata attraverso un taglio delle ore “di
autonomia” – ossia le ore che ciascun istituto poteva utilizzare per
caratterizzare la propria didattica in funzione del “territorio”. Un travaso
che, oltre a non compensare interamente il taglio, la dice lunga su quanto siano
in fondo sacrificabili i provvedimenti legati all’autonomia scolastica allorché
occorra tagliare economicamente. Non bastasse, a tutto ciò va aggiunto che
scienze sperimentali aggrega in un solo insegnamento (con un solo voto
disciplinare) più docenti abituati a lavorare autonomamente.
Potrei continuare menzionando altre trasformazioni deteriori (la diminuzione di
un’ora di italiano in quinta superiore, per esempio, oppure, forse l’aspetto più
grave, l’irrigidimento dei percorsi già a partire dal biennio) ma rischierei di
frastornare il lettore con ciò che potrebbero apparire tecnicismi o cavilli
burocratici – e che però, d’altro canto, non sono: non nella misura in cui si
tratta di strumenti normativi dall’effetto governamentale, utile cioè ad isolare
e marginalizzare un dibattito, come quello sulla scuola, che dovrebbe invece
riguardare e interessare la collettività.
È il caso dunque di restituire qualche valutazione sintetica e più generale.
Rispetto a quanto dicevo sulla riforma dei professionali in un altro articolo,
non vi sono grandi trasformazioni qualitative da rilevare: gli sforzi normativi
di questi anni (a partire dalla “buona scuola” del governo Renzi, che segna in
questo ambito una vera discontinuità) sono andati compattamente verso un
consolidamento della questione fondamentale che sembra il principale rovello
della scuola italiana contemporanea, ossia la relazione tra richiesta di
manodopera o di figure specializzate da parte delle aziende e l’istruzione
pubblica, che l’ultima riforma dei tecnici e la filiera 4+2 modella in senso
ancor più spiccatamente ancillare. È chiara infatti la subordinazione della
funzione scolastica “costituzionale”, per così dire, alla chimera efficientista
dell’incontro della “domanda” e dell’“offerta” (l’ennesima metafora
mercantilista, ripetuta come un mantra e come evaporata, nella coscienza dei
parlanti) in un percorso decurtato di un anno: si è sempre liberi di fermarsi a
4, per carità, con un diploma del tutto equipollente al quinquennale – nessuno
restituisce però quell’anno di skolé in più, di tempo buttato, improduttivamente
passato a confrontarsi su cose che si sanno, non si sanno, si pensa di sapere,
si pensa che gli altri sappiano, si sanno ma non si sanno spiegare, eccetera.
> È chiara la subordinazione della funzione scolastica “costituzionale”, per
> così dire, alla chimera efficientista dell’incontro della “domanda” e
> dell’“offerta”.
Mi rendo conto della possibile interpretazione conservatrice di queste parole. È
un rischio reale, in effetti: talora la critica delle riforme scolastiche muove
da un timoroso immobilismo, da una convinzione di decadimento sociale
generalizzato che gli insegnanti dovrebbero, non si sa bene come, scongiurare.
Gli insegnanti difendono corporativamente le proprie abitudini, seduti sui
“diritti acquisiti” e su “tre mesi di vacanza l’anno”, rassicurati da abitudini
didattiche obsolete e da gerarchie dei saperi che meriterebbero di essere messe
radicalmente in discussione. Succede, non è nemmeno troppo difficile comprendere
il senso di questa chiusura quasi reazionaria.
Ma non penso che ogni trasformazione debba essere respinta per il solo fatto di
turbare un’organizzazione conosciuta. D’altra parte vi sono cose che occorre
conservare perché una trasformazione rimanga possibile. Una di queste, oggi
minacciate dall’utilitarismo capitalistico, è il carattere propriamente
scolastico della scuola. Nel suo etimo greco, skolé indica il tempo libero, ciò
che i latini chiamavano otium: un tempo sottratto al lavoro e alla necessità,
nel quale è possibile dedicarsi a qualcosa che non debba immediatamente servire
a uno scopo esterno. Non è, naturalmente, una descrizione della scuola reale,
che è stata ed è anche ‒ e forse soprattutto ‒ disciplina, selezione,
riproduzione delle differenze sociali, addestramento e burocrazia. È piuttosto
una tensione interna alla sua storia, l’idea mai pienamente realizzata che ne ha
legittimato la funzione pubblica abbozzata dalla costituzione.
Da questo punto di vista, la scuola di massa può essere considerata come il
tentativo, incompiuto e contraddittorio, di estendere, a spese della finanza
pubblica – e cioè ripartendo progressivamente i costi –, un diritto che per
secoli è stato un privilegio appartenuto soltanto a chi poteva permettersi di
non lavorare: il diritto di perdere tempo. Di perderlo leggendo cose di cui non
si comprende subito l’utilità, cercando parole che non si trovano, apprendendo
nozioni destinate magari a essere dimenticate ma non per questo a rimanere
inerti; discutendo, equivocando, cambiando idea, scoprendo di non sapere ciò che
si credeva di sapere e viceversa, risignificando con un’agnizione un sapere
altrimenti impensato. Per alcuni anni il figlio di chi ha sempre vissuto nella
necessità può non essere già da subito manodopera e si trova a non dover
giustificare ogni ora della propria giornata attraverso la produttività.
Soltanto un tempo almeno parzialmente liberato dalla necessità di lavorare
consente di fare del lavoro stesso un oggetto di conoscenza, anziché un destino
cui prepararsi. Permette di comprenderne l’organizzazione, le tecniche, i
rapporti di potere, i conflitti, i costi umani e ambientali; e magari persino di
immaginarlo diversamente. Quando invece il mondo produttivo stabilisce in
anticipo che cosa sia utile sapere, il rapporto si rovescia: non è più la scuola
a interrogare il lavoro, ma il lavoro a impartire alla scuola il proprio
programma.
> Nel suo etimo greco, skolé indica il tempo libero: un tempo sottratto al
> lavoro e alla necessità, nel quale è possibile dedicarsi a qualcosa che non
> debba immediatamente servire a uno scopo esterno.
È questo tipo di tensione che stiamo perdendo, riforma dopo riforma, sotto le
sferze di un mercato predatorio: ed è questa tensione che va difesa, non la
scuola in sé. Se lottare per questa possibilità significa essere conservatori,
si tratta però di conservare non la scuola esistente, ma la condizione che
potrebbe consentirle di diventare qualcosa di diverso. Ogni riforma dovrebbe
essere giudicata anzitutto da qui: dalla quantità di tempo che restituisce alla
libertà di chi studia o che, al contrario, riconsegna alla necessità. La riforma
dei tecnici, così come quella dei professionali di qualche anno precedente,
restringe la quantità di quel tempo, e lo restringe precisamente per coloro ai
quali la società ha sempre concesso meno tempo da perdere. L’inattualità della
skolé, in fondo, non è un argomento contro di essa: è la misura della sua
necessità presente.
L'articolo La scuola ridotta a fabbrica proviene da Il Tascabile.
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“S e fossi più colto di quello che sono, dovrei ribellarmi all’autore e
pretendere di essere chiamato antiproletario, ché io avverso la classe da cui
nasco; transproletario, ché io supero la classe da cui nasco; metaproletario,
ché io sublimo la classe da cui nasco; aproletario, ché io vorrei far piazza
pulita della classe da cui nasco”.
Tommaso Labranca, Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo
dell’eleghanzia, 2002
È da qualche tempo che si è riacceso l’interesse – culturale ed editoriale – per
il concetto di “classe”, a lungo marginalizzato tanto dalle politiche di destra
e di centro quanto da una parte della sinistra, che ha progressivamente
mostrato una crescente difficoltà nel tenere insieme le tradizionali
rivendicazioni redistributive legate alla condizione materiale delle classi
lavoratrici e le istanze di riconoscimento dei diritti civili e delle identità.
Riflette questo nuovo interesse per la questione di classe una recente uscita
dei Quanti, collana di e-book di Einaudi, a tema “classe”, che prova a
interrogare una delle categorie più controverse e sfuggenti della modernità
politica. I diversi linguaggi dei testi raccolti – accademico, letterario,
personal essay, per frammenti, “manifesto” – ricalcano quella che, sin dalla sua
apparizione nel 2021, è stata l’idea di fondo della collana: a metà tra il libro
e il contributo su rivista, la “classe” è sia tema centripeto ma anche centro
propulsivo da cui le prospettive autoriali prendono le distanze in modo
centrifugo.
La linea editoriale è dunque quella di una vistosa eterogeneità ma, da un certo
punto di vista, la scelta di autori e autrici è significativa rispetto a quale
strada teoretica venga imboccata e percorsa; emerge un’idea di classe non più
come soggetto storico della storia recente, ma un prisma attraverso cui leggere
la contemporaneità dal proprio piccolo angolo di visuale. Il risultato è una
costellazione di testi che si sfiorano senza davvero convergere, che condividono
un tema senza costruire uno spazio teorico comune. Non per forza un male, ma va
sicuramente sottolineato come primo elemento.
Un asse di lettura: quello che la “classe” produce
I saggi affrontano il tema da prospettive complementari: Andrea Muni riflette
sul rapporto tra lavoro, tempo e libertà; Francesco Pacifico interroga il nesso
tra generazioni e appartenenza di classe; Denise Celentano ricostruisce
criticamente il concetto di classe nelle democrazie contemporanee; Davide
Piacenza esplora l’esperienza della mobilità sociale e del “transfugo di
classe”; Dario Salvetti, infine, propone la lotta operaia come pratica di
trasformazione della vita collettiva.
> È da qualche tempo che si è riacceso l’interesse per il concetto di “classe”,
> a lungo marginalizzato tanto dalle politiche di destra e di centro quanto da
> una parte della sinistra.
Esisterebbero diversi modi di disporre i testi su un asse – gradiente di
teoresi, ricognizione sociologica, intensità autobiografica. Io vorrei però
leggerli secondo un’altra ordinata: quale delle cinque visioni della “classe”
risulta più efficace nella produzione di uno spazio, teorico ma soprattutto
pratico, per l’emergere di una coscienza collettiva? È con questa ipotesi in
mente che ho letto i Quanti; e proprio per questo il mio punto di partenza non è
uno dei testi raccolti nel volume, ma un’esperienza che negli ultimi mesi ha
funzionato, per me, come una sorta di evento-verifica dei congegni concettuali
messi in campo dai cinque autori.
L’esperienza più interessante degli ultimi mesi per quella che, con una certa
approssimazione, potremmo chiamare “classe creativa” è stata costruita senza che
la parola “classe” occupasse una posizione centrale nel discorso pubblico e
organizzativo. A partire dalla chiamata di Mi Riconosci? – associazione per chi
lavora nei beni culturali –, per oltre un anno esperienze di rivendicazione,
quasi-union, collettivi e sindacati hanno costruito una piattaforma comune,
discusso rivendicazioni, organizzato assemblee e immaginato forme di azione
condivisa per arrivare al primo sciopero generale della cultura trasversale ai
settori culturali e creativi: dentro c’erano dai lavoratori dell’arte a quelli
dell’editoria, dello spettacolo dal vivo, dei musei e delle biblioteche,
dell’accademia, fino all’audiovisivo.
Dentro questo percorso, non è risultato particolarmente interessante stabilire
chi appartenesse a quale classe sociale: nessuno ha chiesto agli altri quale
fosse il loro reddito, il patrimonio familiare o il loro “pedigree” di classe.
La questione non era condividere la stessa posizione sociale, ma costruire
insieme un terreno comune di riconoscimento e di conflitto. La possibilità di
fare politica, infatti, non dipende necessariamente dall’avere le stesse
condizioni materiali – lo stesso luogo di lavoro, lo stesso salario, gli stessi
problemi immediati – ma dalla capacità di individuare interessi comuni anche a
partire da esperienze differenti. Sapendo anche che lo sciopero poteva avere il
ruolo di ricomposizione di settori dove divide et impera è stato uno dei
tranelli neoliberali più diabolici.
Questo sciopero accade a valle di una tendenza che, negli ultimi anni, ha
interessato i mondi del lavoro in generale e le ICC (Industrie Culturali e
Creative) in particolare, nelle quali lavoratori e lavoratrici hanno creato
realtà di rivendicazione tenendo insieme sia la specificità delle mansioni sia
la trasversalità delle condizioni (basta pensare al fenomeno dello slash
working, per fare un esempio). Si comincia con delle inchieste, con delle
riunioni, si capisce insieme come ricostruire dal basso il settore di
riferimento e si prova a far valere le proprie istanze e sacrosante richieste.
Per arrivare a uno sciopero unitario, noi siamo stati e state là, ogni due o tre
settimane, a riunirci, discutere, scrivere insieme una piattaforma; se non è
classe, “chiamatela come volete” – come recita uno dei testi dei Quanti –, ma è
qualcosa che tiene insieme il lavoro che si svolge e, insieme, fa balenare
l’idea del lavoro che si vorrebbe.
> La possibilità di fare politica non dipende necessariamente dall’avere le
> stesse condizioni materiali – lo stesso luogo di lavoro, lo stesso salario,
> gli stessi problemi immediati – ma dalla capacità di individuare interessi
> comuni anche a partire da esperienze differenti.
Nessuna delle sigle coinvolte ha mai sentito il bisogno di usare la parola
“classe” per descrivere ciò che stavamo costruendo. E non perché questo elemento
fosse assente ma forse perché il termine, nel linguaggio comune, è spesso
ridotto a un’appartenenza sociale da riconoscere o rivendicare, mentre nella sua
accezione politica indica soprattutto un processo: la trasformazione di una
condizione condivisa in coscienza e capacità di azione collettiva. La classe, in
questo senso, non è qualcosa a cui semplicemente si appartiene, ma qualcosa che
si costruisce attraverso il conflitto e l’organizzazione. Persone con
traiettorie biografiche, condizioni materiali e provenienze sociali differenti
possono quindi riconoscersi in un interesse comune e dare forma a un soggetto
collettivo senza dover prima coincidere in un’identità omogenea.
I Quanti
Definire la classe è una faticaccia e, come spiega il testo di curatela della
redazione dei Quanti, forse il fascino che continua a sprigionare questo termine
sta nel suo “potere di ricomposizione in tempi di identitarismi ed essenzialismi
di varia natura”. Lo sforzo tassonomico di Denise Celentano in “Liberi in un
mondo che schiaccia”, ad esempio, ha la funzione virgiliana di accompagnarci in
una ricognizione sociofilosofica su questo concetto, ponendosi una domanda,
ovvero cosa significa essere uguali in una società divisa? Infatti, se le
società liberal-democratiche fanno continua professione dei valori di
uguaglianza, ci sono però persone che per essere uguali devono fare molta più
fatica di altre, molto spesso senza nessuna possibilità di riuscirci.
E se in passato la possibilità di emanciparsi e addivenire a uno status reputato
più alto era offerta dal collettivo – in senso ontologico – quello che succede
negli ultimi anni viene chiamato da Celentano “tornante intimistico”, parlando
delle scritture di Annie Ernaux, Édouard Louis, Cynthia Cruz e Didier Eribon per
fare alcuni nomi: “Questa sorta di ripiego narrativo intimistico testimonia del
fatto che, dopotutto, l’interesse per il tema delle classi è vivo, ma è anche un
segno dei tempi. È come se dicesse: le classi sono attuali, parliamone, ma nel
solo modo in cui ci è dato farlo credibilmente oggi, e cioè in chiave
biografico-confessionale”.
Ma se, nel miglior marxismo, il rapporto tra prassi e teoria dovrebbe far sì che
quest’ultima si limiti a essere poco più “che uno scambiatore, un respiro, un
punto di rimbalzo tra le diverse pratiche di cui consistono le nostre vite
comuni”, ecco che l’avvicendarsi del testo di Muni dopo quello di Celentano
restituisce in toto questa idea.
> La classe non è qualcosa a cui semplicemente si appartiene, ma qualcosa che si
> costruisce attraverso il conflitto e l’organizzazione.
Il testo di Andrea Muni, nel suo bell’esercizio di epistemologia incarnata,
“‘Noi’ non è un mezzo”, si riallaccia al nucleo più duro del marxismo – lo
sfruttamento – e quando scrive dell’alienazione, non sta tratteggiando una
grande astrazione filosofica, ma parla della propria voce quando risponde ai
clienti, del corpo che si adatta al lavoro, della birra bevuta in terrazzo, al
buio, perché non riesce a dormire. Partendo dal suo lavoro di stagionale nei
lidi – “L’alienazione del vecchio Marx qui è una quotidianità intima, privata,
banale” – e mettendo in campo quasi una eco tondelliana nel parco umano ritratto
– “Siamo i sottoproletari del litorale, tra i più giovani ci sono i vitelloni e
i bravi ragazzi, i tossichelli e gli erotomani incapaci di pensare ad altro che
all’organo femminile in tutte le sue molteplici manifestazioni” – quello di Muni
non è un saggio accademico, non un diario intimo, ma una terza cosa segreta:
alternando frammenti diaristici – vivi, crudi, comici e disperati – e
riflessioni teoriche – il Marx dei Manoscritti economico-filosofici che gli
serve poi per riagganciarsi alla nozione di depénse di Bataille, Foucault,
Pasolini, Althusser, i cattivi e buoni maestri dell’operaismo italiano –, Muni
getta le basi per una nuova idea di classe a partire dalle cicatrici di chi vive
dentro “una vita offesa”. La classe non appare come una categoria sociologica ma
come una ferita quotidiana, un attrito continuo tra ciò che si è costretti a
fare e ciò che si potrebbe essere.
Ironicamente (forse), nel contributo di Francesco Pacifico, “La promessa” –
frutto di una calcolata eccentricità esistenziale –, le occorrenze di “classe”
riguardano soprattutto l’insieme di studenti e studentesse della scuola del
Tascabile. Prendendo proprio le mosse da una lettera ricevuta da un suo ex
studente che gli chiede di poter entrare a sbirciare la “città” (la città è
l’accesso al lavoro culturale, alle possibilità, ai contatti), Pacifico scruta
da vicino come aver pensato di segmentare la povertà lavorativa badando
all’anagrafica è un piano inclinato che, da un punto di vista
dell’organizzazione, presenta velocemente il conto in quanto a inagibilità reale
(“La generazione assomiglia a una classe sociale nella misura in cui ogni gruppo
di età subisce il potere secondo l’ora della Storia in cui l’ha conosciuto”).
Andando oltre le intenzioni autoriali, c’è tuttavia un elemento interessante in
questo slittamento pragmatico-semantico. Pacifico, per l’appunto, riconosce come
un errore aver concepito le generazioni alla stregua delle classi; eppure
proprio questo errore, letto in diagonale, può aiutare a comprendere come la
classe non valga più erga omnes quale principio di comunanza nei luoghi di
lavoro, fisici o digitali. La classe, infatti, non è più rintracciabile
semplicemente nel provenire da e appartenere a un determinato ambiente
socioeconomico; ma, senza organizzazione – unica possibilità per non ricadere
nelle identity politics –, non può nemmeno costituirsi come soggetto collettivo,
rimanendo una categoria incapace di agentività.
È proprio alla luce di questo nodo che un altro testo, quello di Piacenza
mostra, a mio avviso, il suo limite principale. “La cultura che non posso
permettermi” di Davide Piacenza, infatti, mi lascia appesa a un interrogativo:
per quale ordine di idee questo non è da ritenersi un pezzo identitario?
D’altronde è un personal essay in cui, a partire dalla sua esperienza di
transfugo di classe, Piacenza racconta come si sia ritrovato ben presto a
scontrarsi con il capitale simbolico codificato dal ceto elitario imperante nel
mondo della cultura. Il padre in imbarazzo in Francia è il parallelo per parlare
del disagio del figlio quando in redazione qualcuno gli fa notare che ha sempre
lo stesso paio di scarpe; a metà contributo, poi, questo “tornante intimistico”,
questa tentazione dell’identità, arriva a riflettere sulla sempre più urgente
necessità di svincolare dal capitale economico e familiare l’accesso alla
“parola che conta”.
> La classe non appare come una categoria sociologica ma come una ferita
> quotidiana, un attrito continuo tra ciò che si è costretti a fare e ciò che si
> potrebbe essere.
L’origine sociale relativamente agiata di una parte della forza lavoro può
certamente facilitare l’accettazione di retribuzioni basse, ma il punto è capire
quale posizione questa disponibilità occupi dentro il funzionamento del mercato.
Fermarsi alla propensione individuale ad accettare poche decine di euro per un
articolo rischia infatti di trasformare una questione di struttura in una
questione di responsabilità personale: perché un settore può permettersi di
pagare così poco? Come viene distribuito il valore, come è diviso il lavoro,
dove si concentra il potere contrattuale, quanto si investe in innovazione e
quali forme di lavoro vengono rese più o meno necessarie dal suo stesso
funzionamento? Sono domande che spostano l’attenzione dalla biografia di chi
accetta quelle condizioni al modo in cui un settore si tiene in piedi.
Anche la debolezza della rappresentanza collettiva e la difficoltà di costruire
rivendicazioni comuni vanno lette dentro questo quadro, e non come semplice
somma di scelte individuali. Altrimenti il rischio è che la diagnosi rimanga
confinata alla descrizione delle cause, senza interrogarsi sulle responsabilità
e sugli strumenti attraverso cui la situazione potrebbe essere cambiata o
potrebbe ancora cambiare. Anche perché continua a prevalere una logica di divide
et impera e di guerra tra poveri, che frammenta il conflitto sociale e impedisce
di individuare le vere dinamiche di potere e le possibilità di trasformazione
collettiva. Il vero tabù oggi non è la classe – è l’organizzazione.
Anche perché, cosa succede dopo aver manifestato pubblicamente la propria classe
se non ci si organizza sul posto di lavoro? Nulla. È un atto verbale che non
produce nulla se non sé stesso. E dunque qual è il correttivo? Qual è l’unico
modo per passare da classe intesa come identity politics a qualcosa che si
avvicini alla class politics? La classe è diversa da un’altra identità – al pari
di genere e razza – solo se è in grado di fare qualcosa: il conflitto, per
esempio. Esibire una posizione nello spazio sociale serve solo a mettere in fila
una serie di solitudini; al suo posto, serve un lavoro simbolico e politico che
trasformi individui dispersi in un gruppo capace di riconoscersi.
Il controcampo naturale del contributo di Piacenza è quello di Dario Salvetti,
portavoce del Collettivo di fabbrica ex GKN, soprattutto a partire da
un’affermazione che riguarda la stagione calda delle mobilitazioni operaie: “La
prima ragione dell’innalzamento dei salari era ‘banalmente’ l’efficacia della
lotta di chi stava in basso nello strappare ricchezza a chi stava in alto”, come
anche la riduzione dell’orario di lavoro, al netto di riorganizzazioni dovute a
nuove tecnologie, è dovuta alla “pressione della lotta sociale del movimento
delle lavoratrici e dei lavoratori”. Le metto come citazioni, che di per sé
magari risultano pure banali, per spiegare ancora una volta come i Quanti
sconfessino altri Quanti.
> Esibire una posizione nello spazio sociale serve solo a mettere in fila una
> serie di solitudini; al suo posto, serve un lavoro simbolico e politico che
> trasformi individui dispersi in un gruppo capace di riconoscersi.
La pienezza esperienziale che, con “Per una vita bella”, Dario Salvetti
introduce è dove cade il tabù dell’organizzazione che attraversa come una
corrente carsica – in alcuni punti è molto visibile, in altri rimane implicita –
gli altri contributi. Salvetti rovescia il problema. Non chiede: chi siamo, ma:
cosa facciamo insieme e cosa diventiamo quando facciamo qualcosa insieme?
Quella della GKN è la lotta operaia più raccontata e mediatizzata degli ultimi
anni e questo ebook, firmato dal portavoce del Collettivo, rappresenta il
tentativo di elaborare un manifesto capace di allargare lo sguardo oltre la
vertenza specifica.
Il contributo di Salvetti offre una cornice ampia e vitale, all’interno della
quale, nelle pagine finali, prende forma il racconto dell’esperienza del
Collettivo e ricorda come la gioia della lotta vada ben oltre la conquista di
rivendicazioni salariali. Se vogliono davvero vincere, i movimenti dei
lavoratori devono saper immaginare una trasformazione radicale anche del tempo
libero, delle relazioni, del modo di stare insieme e di una vita piena, liberata
dai vincoli della produzione e del consumo. Come scrive, “Non si è mai data
lotta per la riduzione del lavoro senza una lotta parallela per la vita a cui il
lavoro doveva servire o lasciare spazio”. E, ancora: “Il tema non è solo quando
staccherai dal lavoro, ma in che stato lo farai”. Non è un caso che nel
contributo più politico, le occorrenze di “classe” siano le seguenti: “La nostra
gente, la nostra classe, chiamatela come volete”; “Il bisogno di sopravvivenza è
la condizione in cui si trova la stragrande maggioranza dei ‘nostri’, della
nostra gente, classe, ceto di appartenenza, o comunque vogliate chiamarla”.
Dall’identità all’organizzazione
Per compendiare l’esperienza di lettura dei Quanti in una frase, direi quasi che
la classe è come il sesso: più ne parli, meno la fai; alcuni la cercano nella
biografia, alcuni nella cultura e altri ancora nella generazione. Muni in nuce
e, in modo dispiegato, Salvetti suggeriscono invece una possibilità più antica e
forse ancora attuale: la classe non è ciò che siamo, è ciò che diventiamo quando
decidiamo di lottare insieme.
> Se vogliono davvero vincere, i movimenti dei lavoratori devono saper
> immaginare una trasformazione radicale anche del tempo libero, delle
> relazioni, del modo di stare insieme e di una vita piena, liberata dai vincoli
> della produzione e del consumo.
Esistono diverse correnti marxiste, postmarxiste e limitrofe al marxismo che
hanno messo in discussione alcuni usi della nozione di classe, soprattutto
quando questa viene assunta come identità sociale stabile, origine sociologica o
appartenenza culturale, anziché come posizione conflittuale e pratica di lotta.
In questa linea, il punto decisivo non è stabilire chi siano sociologicamente i
lavoratori, ma capire se e come si dia una capacità di organizzare conflitto
dentro il processo produttivo. La classe, in questa prospettiva, non preesiste
alla lotta, ma prende forma attraverso di essa: ciò che conta è la cooperazione
concreta nei luoghi di lavoro – fisici e non che siano, il quale sappiamo essere
un grande tema – e la possibilità che lavoratori con origini, culture e
qualifiche differenti diventino una forza comune nel conflitto.
È, in fondo, quello che abbiamo visto accadere nel percorso dello sciopero della
cultura. Non c’era una condizione sociale omogenea da cui partire, né
un’identità di classe da riconoscere prima di cominciare a organizzarsi. È
quindi sembrato più utile partire da condizioni materiali condivise, forme di
cooperazione concreta, conflitti sul posto di lavoro e campagne sindacali o
organizzative capaci di costruire legami effettivi.
Ma forse oggi occorre spingersi persino più oltre: la classe sembra non essere
più fungibile. Non esiste più un nome capace di sostituire automaticamente
esperienze lavorative molto differenti e di trasformarle in un soggetto politico
immediatamente riconoscibile. La lavoratrice del museo, il fonico, la
redattrice, il giornalista e la curatrice di una galleria possono occupare
posizioni diverse per reddito, status e cultura, ma spesso condividono la stessa
sensazione di ricattabilità, l’impossibilità di controllare tempi e ritmi del
lavoro, una forte asimmetria negoziale, una sensazione inesorabile di isolamento
e frammentazione, l’erosione delle garanzie e la dipendenza da organizzazioni
che restano largamente opache. Più facilmente si riconoscono nelle stesse ansie,
negli stessi ritmi imposti, nella stessa precarietà esistenziale, nelle stesse
paturnie lavorative.
In questo scenario, ciò che circola più facilmente non è una coscienza di classe
intesa come appartenenza già definita, ma la percezione di condividere
condizioni materiali e forme di subordinazione analoghe. Ci si incontra a
partire da problemi concreti prima ancora che da identità sociali: l’ansia della
scadenza, la reperibilità permanente, la valutazione continua, la paura di
essere sostituibili. La solidarietà non nasce dunque necessariamente dal
riconoscersi dentro una classe già data, ma dalla possibilità di trasformare
esperienze diverse in un terreno comune di conflitto.
> Il punto decisivo non è stabilire chi siano sociologicamente i lavoratori, ma
> capire se e come si dia una capacità di organizzare conflitto dentro il
> processo produttivo.
Se la classe non è semplicemente una collocazione sociale, ma il risultato di un
processo attraverso cui condizioni materiali differenti vengono organizzate in
una pratica collettiva, allora la questione decisiva non è stabilire chi
appartenga o meno a una classe, ma capire quali forme politiche siano oggi
capaci di costruirla. Il passaggio è quindi dalla “classe in sé” alla “classe
per sé”, non come progressiva presa di coscienza di un’identità già esistente,
ma dalla frammentazione individuale alla capacità di produrre legami,
rivendicazioni e conflitto condiviso.
La sfida contemporanea non consiste nel ritrovare una presunta omogeneità
perduta, ma nel costruire una soggettività collettiva a partire da condizioni
differenti di subordinazione, vulnerabilità e dipendenza dal lavoro. La classe,
in questo senso, non è qualcosa di cui si parla: è qualcosa che si fa. Forse è
proprio qui che si colloca il nodo politico del presente: non nella necessità di
attribuire un nome comune a esperienze diverse, ma nella possibilità di
trasformarle in una forza capace di agire. Meglio, insomma, smettere di essere
sfruttate che conquistare il riconoscimento simbolico di un’appartenenza
sociale; almeno per “noi”.
L'articolo Fare classe proviene da Il Tascabile.
Q uanti sono i continenti? La domanda, apparentemente banale, ha in realtà ben
più risposte di quante non possa sembrare: visto che, verosimilmente, siete
italiani, vi verrà da rispondere cinque o sei, a seconda che vi interessi o meno
considerare l’Antartide nel conto. Uno statunitense, d’altra parte, vi
risponderebbe che in realtà ce ne sono sette perché nella sua percezione
l’America va divisa in una parte settentrionale e una meridionale. Interverrebbe
a quel punto un russo, a farvi notare che effettivamente i continenti sono sei
ma banalmente perché conta l’Eurasia come una massa unica. Arrivati a questo
stallo, aggravato dal dibattito su Australia e Oceania, ecco aggiungersi alla
conversazione un geologo a peggiorare le cose: a suo avviso, nessuno ha tenuto
conto della Zealandia, la massa continentale perlopiù sommersa dal Pacifico da
cui emergono soltanto Nuova Zelanda, Nuova Caledonia e alcune isole sotto
sovranità australiana. La risposta più veloce, forse, sarebbe “chissene frega”
ma così perderemmo un passaggio fondamentale: piaccia o meno, anche una
disciplina apparentemente oggettiva come la geografia – o, meglio, la
cartografia – è in realtà inevitabilmente dominata da storture culturali. In
quanto umani possiamo, a tutti gli effetti, stabilire in modo abbastanza
arbitrario cosa sia un continente e cosa no. Lo ha confermato la storia stessa
e, in particolare, la storia di come le potenze coloniali europee hanno sognato
di unire Europa e Africa in un’entità unica: l’Eurafrica.
Prima di addentrarci nei dettagli di questo progetto e delle sue imprevedibili
implicazioni, vale la pena di ricordare da dove arrivasse un progetto simile,
diffusosi a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il primo contesto da tenere
a mente è, ovviamente, quello del colonialismo europeo: per tutti gli ultimi
decenni del Diciannovesimo secolo gli Stati colonialisti europei si erano
progressivamente estesi in tutto il mondo, al punto che all’indomani della Prima
guerra mondiale erano arrivati a controllarne un’ottima parte, spingendo lo
storico britannico Eric J. Hobsbawm a ribattezzare questa fase “l’età degli
imperi”.
A risentire particolarmente di questa situazione fu l’Africa; l’intero
continente – con le sole eccezioni dell’Etiopia e della Liberia pienamente
indipendenti, nonché dell’Unione Sudafricana e dell’Egitto che lo erano
formalmente ma in un rapporto quantomeno ambiguo con il Regno Unito – era
infatti stato spartito tra inglesi, francesi, belgi, portoghesi, italiani e
spagnoli. Come se non bastasse, continuavano ad esistere nel sud del continente
anche importanti comunità di coloni tedeschi e olandesi, sebbene i rispettivi
Paesi d’origine non controllassero più i propri possedimenti nella regione.
L’Africa, insomma, era già in varie misure europea e, sebbene non avesse
attraversato le trasformazioni traumatiche descritte da Alfred W. Crosby nel suo
studio della colonizzazione delle Americhe, ne era stato profondamente cambiato
il volto.
Oltre a questo fatto, per comprendere l’origine dei progetti eurafricani e il
loro successo nei salotti borghesi occorre guardare al contesto interno europeo.
La guerra che aveva travolto il continente tra il 1914 e il 1918 aveva lasciato
dietro di sé un continente ferito e sotto shock che aveva più che mai bisogno di
immaginare un avvenire comune di ricostruzione e armonia. Il conflitto,
dopotutto, aveva travolto i Paesi europei alla fine di decenni di (relativa)
pacificazione nel corso dei quali si era affermata con forza tra i ceti alti e
gli intellettuali una visione del mondo più aperta e cosmopolita di quanto non
si fosse mai visto in precedenza. Certo, nell’Ottocento non avevano ancora preso
forma i piani di unificazione politica europea – con l’eccezione di pensatori
reazionari e ostili all’idea stessa di Stato-nazione come Novalis, Metternich o
Burke, infatti, il pensiero dominante era ancora che la forza dell’Europa fosse
proprio nella sua frammentazione tra numerosi Stati – ma senz’altro sul piano
culturale il contesto ci si avvicinava molto.
> Il progetto di Eurafrica è nato dall’idea di ricostruire l’età dell’oro
> europea facendo ricorso agli imperi africani.
Per capirlo, basta leggere come lo scrittore viennese Stefan Zweig raccontava
gli anni subito precedenti al conflitto nelle sue memorie, Il mondo di ieri
(1941): “Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li
può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e
guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira
all’unione e alla fraternità universale”. Zweig, ad ogni modo, era a sua volta
un borghese e questo gli impediva di rendersi conto che tale contesto
incredibile da lui descritto si reggeva sulla violenza del colonialismo; non
stupisce quindi che il progetto di Eurafrica non sia nato nel vuoto ma, appunto,
proprio dall’idea di ricostruire l’età dell’oro europea facendo ancora una volta
ricorso agli imperi africani.
Il piano più noto e di maggior successo fu senza dubbio quello emerso del
manifesto Paneuropa, pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard
Coudenhove-Kalergi e presto firmato da nomi di spicco come Heinrich Mann,
Winston Churchill, Konrad Adenauer, Thomas Mann e Aristide Briand. Il documento,
poi alla base di un’organizzazione politica e di una rivista collegata, si può
velocemente sintetizzare facendo riferimento ai suoi obiettivi principali: la
definitiva pacificazione dell’Europa, attraverso l’unificazione politica del
continente e dei rispettivi imperi coloniali sulla base della comune cultura dei
popoli che lo compongono.
In tempi più recenti, intorno a questo grande progetto si sono consolidati due
miti che ne hanno un po’ fatto perdere il contenuto effettivo: uno
liberal-progressista che vede in Paneuropa le basi dell’attuale Unione Europea
come casa comune della libertà e dei diritti dell’uomo nelle sue forme più alte;
l’altro complottista e razzista figlio dei deliri del neonazista Gerd Honsik
che, nel 2005, deformò e decontestualizzo liberamente le proposte del manifesto
per ipotizzare l’esistenza di un “piano Kalergi” volto al genocidio dei bianchi
europei attraverso l’immigrazione di massa. Entrambe le visioni mettono
totalmente in secondo piano che ruolo avrebbero avuto le colonie paneuropee in
questo disegno – dopotutto, è noto sia che i liberali rimuovono la violenza
coloniale da ogni discorso sia che i fascisti amano immaginarsi vittime delle
proprie vittime. Eppure, come hanno ben evidenziato i ricercatori svedesi Peo
Hansen e Stefan Jonsson nel loro saggio Eurafrica (2014), il manifesto proponeva
tutto meno che un rapporto egualitario tra europei e africani e, anzi, lo stesso
Kalergi parlava apertamente degli europei come di una “nazione razziale unica” o
della necessità di un “riconoscimento della razza europea come nazione
occidentale”.
Usando le parole di Hansen e Jonsson, insomma, “l’unificazione europea e lo
sforzo comune per la colonizzazione dell’Africa sono due processi che si
presuppongono l’un l’altro”. La partecipazione dell’elemento africano è data per
scontata, ma il continente non è mai inteso come un soggetto politico e umano a
sé, quanto sempre e solo come soluzione a precisi problemi interni europei.
L’economista Otto Deutsch, incaricato di redigere un programma finanziario per
il partito paneuropeo, non si fece problemi a definire “lo sfruttamento comune
delle colonie paneuropee” come una “condizione complementare indispensabile”
alla creazione di un’economia forte e competitiva – idea che lo stesso Kalergi
riprese all’articolo 13 di una prima bozza del patto paneuropeo, per cui “tutti
i cittadini europei devono godere degli stessi diritti economici nelle colonie
tropicali africane”.
> La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente
> non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo
> come soluzione a precisi problemi interni europei.
Questa linea venne ripresa dai sostenitori del movimento delle più varie
provenienze politiche: nel solo 1931, l’ex primo ministro repubblicano
Joseph-Marie Caillaux definì il congiunto sfruttamento europeo delle risorse
africane come una possibile soluzione alla terrificante crisi economica che
stava travolgendo il continente, mentre il politico sincretista Georges Valois –
passato dall’anarchismo al fascismo sociale, alla resistenza contro
l’occupazione tedesca – immaginò un piano decennale d’investimenti in industrie
e infrastrutture per fare dell’Africa “il cantiere dell’Europa”. Come se non
bastasse, l’integrazione dei due blocchi territoriali era vista anche come una
possibile soluzione alla crisi di sovrappopolamento dell’Europa: già nel 1929,
il diplomatico Alfred Zintgraf propose l’invio su suolo africano di 650.000
coloni europei (un piano poi riadattato dallo stesso autore come soluzione alla
“questione ebraica”), ma fu ancora più ambizioso il rabbino Max Grünewald che
arrivò a delineare un piano per farne partire ben un milione all’anno nel corso
di poco più di un decennio. Alla faccia del genocidio bianco.
L’Africa, in tutti questi discorsi, non è che un oggetto che gli europei
potevano liberamente utilizzare come meglio credevano per i propri scopi. Non
sorprende quindi che tali prospettive godettero dell’appoggio del più celebre
governatore coloniale di sempre, il maresciallo francese Louis-Hubert Lyautey,
già commissario generale in Marocco tra il 1912 e il 1925, che invocò la nascita
di una “Santa Alleanza dei popoli colonizzatori […] per il più grande beneficio
morale e materiale di tutti”. Di tutti, naturalmente, quindi anche degli
africani, che in questo modo sarebbero stati ancora più beneficiati dalla
missione civilizzatrice di cui gli europei si sentivano intestati e che usavano
per legittimare l’espansionismo dei propri imperi. Si tratta com’è chiaro di una
prospettiva apertamente razzista, resa ancora più esplicita dal fatto che i
promotori del progetto, paneuropeo o eurafricanista che dir si voglia, avessero
più volte messo in chiaro come fosse da escludersi ogni forma di mescolanza di
sangue tra europei e africani, oppure che andasse il più possibile limitata
l’immigrazione africana in Europa. Se si trattava di un matrimonio, insomma, non
era certo tra uguali, ma di uno sposalizio forzato in cui una parte doveva
adeguarsi in modo coatto ai bisogni e ai desideri dell’altra.
L’esempio più chiaro della mentalità colonialista che è disposta anche a
stravolgere la forma stessa della terra per i propri interessi è forse quello
dell’assurdo progetto dell’architetto tedesco Herman Sörgel, arrivato a
fantasticare la costruzione di una serie di dighe che bloccassero lo stretto di
Gibilterra e le foci dei maggiori fiumi del bacino del Mediterraneo affinché,
nel giro di un secolo, il livello del mare si abbassasse di centinaia di metri e
ottenere così la contiguità fisica tra Europa e Africa e il rafforzamento della
loro connessione. Il piano, noto come “Atlantropa”, piacque in particolare ai
nazisti e, non a caso, compare anche nel romanzo fantapolitico di Philip K. Dick
La svastica sul sole (1962) e nella serie derivata The Man in the High Castle,
una distopia ambientata in un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda guerra
mondiale.
> Sullo sfondo di queste visioni, la consapevolezza dell’indebolimento degli
> Stati europei in un contesto in cui emergevano potenze di proporzioni
> continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
> Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche.
Sullo sfondo di queste visioni, ivi comprese quelle più bizzarre, la
consapevolezza del sempre più marcato indebolimento degli Stati europei in un
contesto globale in cui emergevano con forza crescente potenze di proporzioni
continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche, percepite in Europa come un
“pericolo giallo” irresistibile. In tale frangente, gli imperi coloniali
rappresentavano per gli europei una sorta di assicurazione sulla vita, una
garanzia di sicurezza economica e militare che sarebbe stata messa ancora in più
in valore laddove vi fosse stata una fusione dei possedimenti imperiali – basti
pensare che il progetto di Kalergi prevedeva la fondazione di un super-Stato che
includesse l’intera Europa continentale (erano quindi escluse l’URSS e le isole
britanniche) e le rispettive colonie che occupavano più della metà dell’Africa e
vari territori nel resto del mondo, dall’Angola all’Indonesia, dalla Groenlandia
alla Guyana, dall’Indocina al Congo, dalla Siria alla Somalia, dall’Austria alla
Polinesia.
Insomma, era forte l’idea presuntamente darwinista dei rapporti tra Stati che
vedeva il conflitto come qualcosa di perenne e inevitabile e dal quale si poteva
uscire vincitori soltanto ponendosi come predatori dominanti; e, in
quest’ottica, l’espansione territoriale era condizione sufficiente per sentirsi
protetti. A questa paranoia geopolitica cedettero quindi un po’ tutti, tanto i
Paesi liberali, presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del
colonialismo, quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura ma
in un’ottica esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca e difesa dei
propri “spazi vitali”. Studiosi come il filosofo Domenico Losurdo o lo storico
Mark Mazower hanno già mostrato come l’espansionismo nazista in Europa
corrispondesse a una logica imperialista propria del periodo, mentre è poco noto
come anche l’idea di unificazione eurafricana abbia avuto una forte influenza
sugli altri regimi dell’epoca: l’Estado Novo portoghese, per esempio, puntò
molto sull’idea del Portogallo come nazione pluricontinentale che comprendesse
anche le colonie africane e asiatiche della repubblica iberica, promuovendo, con
tanto di mappe esplicative, lo slogan propagandistico “il Portogallo non è uno
Stato piccolo”.
Nell’Italia fascista, invece, fu soprattutto il gerarca Italo Balbo – già
quadrumviro della marcia su Roma, poi popolarissimo uomo politico e saltimbanco,
finalmente costretto a un lungo “esilio dorato” in vesti di governatore della
Libia – a essere fortemente influenzato dai progetti eurafricani, naturalmente
sempre in un’ottica italocentrica e interessata alle proiezioni militari di
lungo termine. Come ho avuto modo di constatare nel corso di una ricerca svolta
negli archivi privati di Balbo, conservati presso l’Istituto di storia
contemporanea di Ferrara, il gerarca era infatti un avido lettore di Paolo
D’Agostino Orsini Di Camerota, ai tempi ben noto come principale esponente
eurafricanista italiano, autore di testi dai titoli eloquenti come Africa Bianca
o, appunto, Eurafrica nei quali si ripercorrono tutti i grandi temi sopra
esposti, dagli investimenti economici ai trasferimenti di popolazioni, al fine
di conseguire la piena autonomia geostrategica europea.
Nondimeno, è lo stesso operato di Balbo al governatorato della Libia che rivela
una forte influenza di queste prospettive e che va ben oltre il solo interesse
circa il ruolo della colonia nordafricana in un’eventuale futura guerra per la
conquista dell’Etiopia o dell’Egitto. Basti pensare al più celebre e ambizioso
progetto del governatore: il tentativo di avviare una colonizzazione demografica
di massa della colonia da parte di contadini e disoccupati italiani. Sarebbe
infatti inappropriato limitarsi a interpretare l’esperimento come “la logica
conclusione della politica di colonizzazione di Balbo” al fine di costituire un
“regime totalitario benefico”, come ha fatto il biografo del gerarca Claudio
Segré, e ricollegare il tutto al desiderio fascista di porre fine
all’emigrazione degli italiani. Tutto questo, naturalmente, ha avuto un ruolo
cruciale, ma nel caso libico la colonizzazione demografica va legata a un altro
progetto ben più sorprendente: l’annessione della Libia all’Italia e,
contestualmente, la concessione della cittadinanza italiana alla popolazione
araba. La proposta, finalmente fortemente ridimensionata dal regime, può infatti
essere letta in connessione con i piani di colonizzazione demografica mostrando
come vi fosse anche nell’Italia fascista una qualche intenzione di costruire una
nuova realtà politica transcontinentale.
> A questa paranoia geopolitica cedettero un po’ tutti, tanto i Paesi liberali
> presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo,
> quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura in un’ottica
> esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca dei propri “spazi
> vitali”.
Sotto certi punti di vista, il gerarca ferrarese arrivò persino a promuovere
alcuni elementi di multiculturalismo, per quanto restasse forte e ben presente
l’atteggiamento razzista del regime: gli storici Valeria Deplano e Alessandro
Pes hanno giustamente scritto che questa linea a parole tollerante e
filoislamica del fascismo “portò a pochi risultati concreti […], anche perché
la realtà della repressione italiana raccontava del dominio da parte dell’Italia
meglio di quanto non facessero le parole della propaganda”, mentre lo stesso
Balbo definì i libici come bisognosi di un “complesso di provvidenze dirette
alla loro elevazione morale ed alla loro evoluzione civile”.
Fino a questo punto, tutti gli esempi citati di prospettive eurafricane sono
quindi chiaramente improntati secondo una logica verticale e in una forte
sproporzione a tutto vantaggio delle potenze europee. Tuttavia sarebbe erroneo
pensare che questa sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
Europa e Africa; è infatti il modo in cui è stata pensata dagli europei. Per
capire di cosa stiamo parlando, occorre guardare a un nuovo contesto
storico-politico: la ricostruzione istituzionale della Francia all’indomani
della Seconda guerra mondiale. In quel contesto, infatti, furono
sorprendentemente non i promotori del colonialismo, ma i suoi avversari più
decisi a lanciare un originale progetto eurafricano portando alla fondazione
dell’Union française.
Diciamolo subito per chiarezza: il risultato finale non fu un grande successo,
anzi, può essere a buona ragione definito come una semplice riorganizzazione
dell’impero con alcuni cambi lessicali – per esempio, non si parlava più di
colonie ma di Paesi associati e territori d’oltremare (dizione ancora usata fino
ai primi anni Duemila per alcune isole sparse tra i Caraibi e il Pacifico con
una popolazione complessiva di circa 340.000 abitanti). Come se non bastasse,
erano stati previsti degli organi istituzionali comunitari che però risultarono
troppi deboli e inefficaci, al punto che avevano bisogno di essere perennemente
riformati – lo storico Pierre Grosser ha parlato dell’entità come di una
“creazione continua” – mentre alcuni non vennero mai nemmeno messi
effettivamente in funzione.
Al contempo, tuttavia, non c’è dubbio che l’Union sia stata un’entità pienamente
eurafricana, dal momento che la stessa costituzione francese stabiliva che la
Repubblica francese fosse composta al contempo dalla Francia metropolitana e dai
suoi territori d’oltremare, un principio che è in una certa misura valido ancora
al giorno d’oggi nella complessa definizione istituzionale francese, sebbene
rispetto a uno spazio decisamente più ridotto che non nel dopoguerra. Questo, di
per sé, non è però sufficiente a capire l’importanza dell’esperimento politico,
per cui procediamo con ordine: alle due assemblee costituenti elette tra il 1945
e il 1946 e incaricate di ricostruire la Francia dopo la catastrofica
umiliazione della capitolazione ai tedeschi e in risposta ai crescenti moti
anticoloniali in Levante e in Indocina, non furono presenti soltanto deputati
europei ma anche un piccolo e combattivo gruppo di rappresentanti delle
popolazioni colonizzate. La decisione fu il prodotto di una lunga serie di
riflessioni cominciate già nel corso del conflitto circa la necessità di
riformare il rapporto tra Parigi e l’impero e, va detto, ebbe comunque
proporzioni limitate: già il voto venne riservato a poche migliaia tra i milioni
di africani sotto il controllo francese e, inoltre, venne previsto un sistema a
doppio collegio che garantisse la rappresentanza in parlamento dei coloni.
Insomma, sul tavolo c’erano tutti gli elementi perché l’Union française venisse
da principio immaginata come un’entità pienamente colonialista, ma le cose
andarono, almeno inizialmente, in modo ben diverso.
> Sarebbe erroneo pensare che la forte sproporzione a tutto vantaggio delle
> potenze europee sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
> Europa e Africa.
Tra gli eletti “autoctoni” figuravano infatti numerosi personaggi politici
destinati a distinguersi nei dibattiti parlamentari per i propri progetti a dir
poco avanguardisti circa la forma che avrebbe dovuto prendere l’ormai ex-impero
coloniale francese. I più influenti, almeno nella prima assemblea costituente,
furono in particolare l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny (dopo l’indipendenza
presidente del suo Paese tra il 1960 e il 1993), il senegalese Amadou
Lamine-Guèye (sindaco di Dakar per ben 16 anni). Oltre a questi, vale la pena
ricordare la presenza del comunista martinicano Aimé Césaire, già promotore del
movimento della négritude e destinato a una lunga carriera politica tra la sua
isola e il parlamento francese, per quanto la sua esperienza non si possa
ovviamente appiattire completamente su quella dei deputati africani.
I tre, in pochi mesi, riuscirono a ottenere l’approvazione di leggi estremamente
importanti e che scardinarono di fatto le basi del sistema coloniale:
Houphouët-Boigny propose e ottenne l’abolizione dei lavori forzati nelle
colonie, ma per il nostro discorso furono ancora più importanti l’estensione
della cittadinanza francese a tutti gli abitanti dell’impero (un provvedimento
che già ai tempi fu paragonato per impatto all’editto di Caracalla da Daniel
Boisdon, il primo presidente dell’inutile Assemblea dell’Unione) rivendicata da
Lamine-Guèye e il piano di Césaire di far annettere direttamente alla Francia
alcune delle più antiche colonie francesi – la sua Martinica, ma anche Guyana,
Guadalupa e La Réunion. Come se non bastasse, i deputati coloniali ottennero la
garanzia costituzionale che fosse sempre assicurata una rappresentanza
parlamentare delle popolazioni africane, con l’obiettivo a medio termine di far
approvare una nuova legge elettorale più equa.
Qualora non fosse chiaro, tali rivendicazioni avevano in sé un’immensa forza
rivoluzionaria perché, in spregio a ogni nazionalismo, portavano alla
rivendicazione di una forma di Stato nuovo e concretamente postnazionale, che
fosse al contempo europeo, africano e caraibico senza gerarchie tra i vari
elementi che lo componevano. In questa prospettiva, l’Union française aveva la
forza di diventare il semplice contenitore politico di popoli lontani e diversi,
indubbiamente marcati da un passato coloniale ma che si poteva finalmente
superare in modo armonico, senza alcuna definizione etnica o razziale. Il
rifiuto in sede referendaria della prima bozza costituzionale (slegato dalla
questione coloniale) rese necessaria l’elezione di una nuova costituente,
stavolta a maggioranza conservatrice e non più social-comunista. I deputati
coloniali tentarono di reagire al nuovo scenario politico ma fallirono: venne
proposto un progetto di Union française deliberatamente troppo radicale nella
speranza di negoziare al ribasso, ma il solo risultato fu una messa in allarme
dei conservatori – l’influente deputato Edouard Herriot arrivò a paventare il
rischio che la Francia divenisse “la colonia delle sue vecchie colonie” – che
intervennero nella riscrittura del progetto ottenendo i risultati mediocri di
cui si parlava in precedenza.
È fondamentale ribadire come, con la sola eccezione dei due deputati malgasci,
nessuno dei parlamentari delle colonie abbia portato avanti alle costituenti
rivendicazioni di carattere nazionalistico ma nemmeno semplicemente
indipendentiste. Come ha sottolineato lo storico Frederick Cooper, forse il
massimo esperto sulla storia del tardo colonialismo francese, il loro obiettivo
era infatti il riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici
alle popolazioni coloniali, allo scopo di superare pienamente le conseguenze più
odiose del colonialismo e definire una comunità politica paritaria. È senz’altro
probabile che in alcuni casi si sia trattato di un esercizio di semplice
Realpolitik, ma resta rilevante che politici come Ferhat Abbas, tra i più
influenti leader politici algerini e in seguito primo presidente del Paese,
fosse arrivato a dichiarare che l’indipendenza non fosse una soluzione
auspicabile “né per ragioni pratiche né sentimentali” o addirittura che “il
colonialismo, come ogni impresa umana, è stato positivo e negativo”.
> L’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico
> di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma
> che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione
> etnica o razziale.
Allo stesso modo, il deputato guineano Yacine Diallo affermò esplicitamente che
l’obiettivo suo e degli altri eletti d’oltremare fosse ottenere gli stessi
risultati di Césaire, ovvero la trasformazione dei territori africani in
“province francesi” a pieno titolo. Sul piano politico, si tratta di un totale
ribaltamento della retorica anticoloniale contemporanea, su cui torneremo a
breve, mostrando ancora una volta come l’obiettivo di chi il colonialismo lo
subisse davvero non fosse la sola concessione di una generica liberazione
politica ma il riconoscimento di pieni diritti anche in seno a una comunità
politica plurinazionale e multietnica.
Questo elemento, oltretutto, appare con forza ancora maggiore nelle parole di un
altro costituente, il poeta e partigiano senegalese Léopold Senghor (anche lui,
come Houphouët-Boigny, poi divenuto presidente del proprio Paese); nei suoi
discorsi, infatti, emerse con più forza che altrove la rivendicazione di
costruire uno Stato eurafricano ugualitario, legittimando la scelta non solo su
basi politiche e giuridiche ma anche culturali. Senghor parlava esplicitamente
dell’Union française come di un matrimonio tra parti uguali e ribadiva
puntualmente come ogni grande civiltà era stata tale proprio in virtù della sua
capacità di mostrarsi inclusiva e plurale. Addirittura, in un totale
sovvertimento della retorica coloniale sulla missione civilizzatrice dell’uomo
bianco, Senghor arrivò a sostenere che questa fusione avrebbe potuto elevare la
stessa civiltà europea, trasformandola da essere la cultura della bomba atomica
e delle camere a gas a quella del jazz.
Le posizioni dei deputati africani alle assemblee costituenti francesi restano,
ancora oggi, illuminanti e ricchissime di prospettive politiche ben più radicali
di quanto non possa sembrare, non foss’altro perché animate da un principio di
universalismo concreto che, nel tempo, si è andato a perdere nel discorso
politico decoloniale. Il fallimento totale dell’Union française non ha certo
aiutato in questo senso, tant’è che come si è detto gli stessi deputati africani
che ne promossero la forma più progressiva e inclusiva sarebbero poi diventati
tra i più influenti leader indipendentisti dei propri Paesi.
È in questo momento che l’idea eurafricana, nella sua forma più alta e
democratica, collassò definitivamente, ma senza restare improduttiva: per ancora
alcuni decenni, infatti, continuarono a farsi sentire gli effetti della radicale
messa in discussione di concetti reazionari e spiccatamente europei come quello
di Stato-nazione o di confine, come dimostrano gli esperimenti panafricani (e
panarabi) che a più riprese furono al centro delle agende politiche di alcuni
carismatici capi di governo del continente. Si trattava ad ogni modo di una
scelta di ripiego, dovuta all’impossibilità di stabilire un rapporto paritario
con i vecchi colonizzatori e rendendo così auspicabile un’unione dal basso che
pure si muove sugli stessi binari ideali universalistici e cosmopoliti che non
solo accettano, ma rivendicano la nozione stessa di pluralismo; troppo spesso,
in Occidente, non ne abbiamo idea ma l’Africa è il continente più multiculturale
del mondo, potendo vantare centinaia di modelli sociali e religiosi diversi,
2000 lingue, 3000 etnie e innumerevoli diaspore interne che contribuiscono a
mescolare tra loro tutti questi elementi.
> Obiettivo dei rappresentanti delle colonie non era l’indipendenza, ma il
> riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni
> coloniali, allo scopo di definire una comunità politica paritaria.
Di per sé, si tratta di una delle più rilevanti e coerenti rivoluzioni della
storia politica del Novecento, sebbene abbia gravemente patito sul piano pratico
l’assenza di una prospettiva di classe più esplicita e definita che ne rendesse
funzionale anche la manifestazione amministrativa concreta, progressivamente
costretta a piegarsi alle pressioni neocoloniali. Alla sconfitta pratica di
queste esperienze è poi seguito il collasso delle ideologie alla conclusione
della guerra fredda, lasciando campo libero al ritorno del nazionalismo che, già
alla fine degli anni Settanta, il filosofo Isaiah Berlin interpretò infatti come
“una risposta su scala mondiale a un profondo e naturale bisogno degli schiavi
testé liberati”.
Ancora oggi patiamo le conseguenze di questo stravolgimento nella cultura
politica anticolonialista, dal momento che è proprio su questa scia che si è
trasformato tutto il discorso politico successivo. L’affermarsi del nazionalismo
– e così della sua versione soft e (apparentemente) progressista,
l’identitarismo – ha infatti finito per relegare l’intera contestazione al
colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. L’universalismo di Senghor,
insomma, si è tradotto in un particolarismo sterile che finalmente riconduce
ogni discorso a rivendicazioni prive di capacità reali di trasformare la realtà.
Riflettendo su casi concreti, si notano in particolare due tendenze discorsive:
l’esaltazione delle origini e la politicizzazione radicale della sfera
culturale.
Per il primo fenomeno basta guardare al caso più plateale di colonialismo nel
mondo attuale: il conflitto israelo-palestinese. Una buona parte del discorso
decoloniale tende infatti a limitarsi a interpretare la presenza ebraica nella
regione come una stortura da correggere semplicemente attraverso l’espulsione
degli elementi alieni. Poco importa se, come notava la giornalista Anna
Momigliano, “c’è una differenza, fondamentale, tra Israele e l’Algérie
française: a differenza dei pieds-noirs, gli israeliani non hanno una ‘Francia’
a cui tornare”. Non si tratta di contestare la natura brutale e genocidaria del
regime israeliano, ma di guardare in faccia la realtà e capirne il
funzionamento, come invece hanno fatto a più riprese movimenti politici storici
e anche attuali rivendicando una prospettiva di convivenza su basi egualitarie.
Un discorso simile si può fare per la trasformazione della cultura in armi per
l’affermazione di un sé decolonizzato ma alla prova dei fatti puramente
simbolico – una tendenza molto evidente nelle discussioni sull’appropriazione
culturale come sui due fronti della guerra russo-ucraina, di cui un esempio è la
battaglia combattuta dall’Ucraina per rivendicare la propria paternità nazionale
su prodotti gastronomici come il boršč. La tendenza, tra l’altro, venne
criticata già negli anni Ottanta dall’economista Samir Amin che rispose
polemicamente alla tesi orientalistica di Edward Said facendo notare come la
lotta culturale possa essere uno strumento e non il centro della contestazione
al colonialismo, essendo questo un fatto prima di tutto concreto e materiale.
> L’affermarsi del nazionalismo – e della sua versione (apparentemente)
> progressista, l’identitarismo – ha finito per relegare l’intera lotta al
> colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
> individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria.
Quello che manca, in definitiva, è un indirizzo ideologico reale che guidi i
movimenti di liberazione, ormai incapaci di immaginare una forma alternativa
della realtà, con il risultato di liberarsi dai vecchi padroni solo per finire
nelle grinfie dei nuovi. Si tratta, con ogni evidenza, di prospettive prive di
ogni riflessione materialista che finiscono in definitiva per farci cadere nel
“tribalismo geopolitico”, tutto interno a una visione del mondo liberale e
ossessionata dall’autorappresentazione. Quello che resta non è che un discorso
politico che, nella dialettica delle idee, non si allontana tutto sommato più di
tanto dal razzismo delle destre estreme europee, ugualmente ossessionate dal
concetto di autoctonia. Alcune derive particolarmente grottesche, come il
campismo più cinico e volgare di chi, di volta in volta, ha sostenuto la Russia,
l’Iran e persino l’ISIS come avversari dell’imperialismo occidentale o la
legittimazione delle violenze sessuali nelle banlieue sempre nel nome della
decolonializzazione, sono lì a dimostrarlo.
Non a caso, lo stesso Frantz Fanon, più citato che letto, mise in guardia su
come il colonizzato potesse diventare emulo del colonizzatore se la sua lotta si
fosse tradotta in una mera reazione negativa priva di slancio umanitario e
cosmopolita. Oggi, però, sembra che un elemento estraneo sia destinato a restare
tale e che la convivenza non sia possibile se non con il proprio simile sulla
base delle sue presunte origini. Presunte, chiaramente, perché ogni nazione
contemporanea è a sua volta stata il prodotto di scambi, incontri e mescolanze,
violenti o pacifici, che hanno forgiato il volto del mondo come lo conosciamo
oggi, rendendo inutili categorie come quella di “autoctono” o “nativo” – un
dibattito che, oltretutto, si estende persino alla nostra percezione della
natura.
Va ovviamente da sé che il dibattito vari di contesto in contesto e che
determinate comunità abbiano il ragionevole diritto di esprimersi con più rabbia
che voglia di compromesso. Nell’Italia contemporanea, per esempio, l’idea di una
società multiculturale sembra essere eufemisticamente poco popolare e il
meticciato non esiste come visione politica se non in termini complottisti e
negativi – ricordiamo in questo senso gli ancora popolari deliri di Oriana
Fallaci sull’Eurabia. D’altra parte, in Paesi con una maggiore presenza
migratoria e proiezione internazionale postcoloniale come la Francia, le cose
stanno diversamente: con buona pace di Dario Fabbri, il partito di sinistra La
France Insoumise ha infatti rivendicato con sempre più forza l’affermazione di
una “Nuova Francia” esplicitamente creola e che rifiuti il proprio carattere
nazionale.
Non si tratta di una visione utopica del futuro ma di una realtà che già esiste
da tempo, come dimostrano la stessa storia francese o in una prospettiva globale
anche i mondiali di calcio conclusisi questa estate, fortemente determinati
dall’influenza delle diaspore. Non si tratta nemmeno di insegnare ai popoli
oppressi come condurre le proprie lotte di liberazione, ma di ricordare che loro
stessi hanno offerto i progetti più alti e raffinati per una società che
superasse storture istituzionali vecchie come la Guerra dei trent’anni e
puntualmente utilizzate per la perpetuata affermazione di sistemi oppressivi. Si
tratta di un sentiero scivoloso e sul quale è molto difficile muoversi senza
inciampare nel puro nazionalismo o in un atteggiamento da “salvatore bianco”
(come è accaduto in un dibattito sulle isole Falkland/Malvinas tra due editor
dell’edizione statunitense e latinoamericana della rivista Jacobin), ma non per
questo impossibile.
> Quello che manca oggi è un indirizzo ideologico reale e materialista che
> conduca i movimenti di liberazione fuori dal “tribalismo geopolitico”.
Lo ha ribadito, nel suo testo significativamente intitolato Against
Decolonisation, anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, contestando l’idea di una
prospettiva decoloniale come ricerca di una purezza culturale in definitiva
vuota e razzista. Lo si è fatto in numerose esperienze politiche rivoluzionarie
latinoamericane, da Simón Bolívar a Evo Morales, e persino in alcuni regimi
simil-fascisti della regione come in quello brasiliano di Getúlio Vargas. E lo
si è tentato nel progetto dell’Eurafrica, un sogno colonialista radicalmente
trasformato di significato proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne la
vittima e che, nel suo naufragio, ha lasciato dietro un vuoto dalle conseguenze
distruttive. In un certo senso, sta qui la vera vittoria dell’esperienza
colonialista europea: aver esteso anche a chi la contestava il proprio modo di
vedere il mondo.
L'articolo Eurafrica proviene da Il Tascabile.
S corro, tap. La fotografia mostra una collana appoggiata su uno sfondo bianco.
Le lettere sono spesse, metalliche, in un font gotico. Formano una sola parola:
Antifa. Scorrendo le immagini si colgono i dettagli della catena. Il negozio
online offre una cornice abbastanza chiara: si tratta di una produzione dal
basso, organizzata da persone antifasciste che realizzano oggetti con scritte
militanti, cioè oggetti il cui scopo è veicolare un messaggio politico. Se non
fosse per l’intreccio tra parola, ethos del negozio e stile dell’oggetto, quella
collana sarebbe solo una tra le tante merci che popolano le piattaforme di
e-commerce. L’inserzione, infatti, si perderebbe tra le migliaia che riempiono
questi spazi digitali. Questa collana, invece, si presenta come portavoce di una
storia politica e, almeno in teoria, di una posizione nel mondo.
Internet è pieno di oggetti simili, a volte così vicini tra loro che cogliere la
differenza di intenzione non è immediato. In un altro angolo della rete incontro
un secondo oggetto con la scritta Antifa. È venduto da Jonathan e Johnson. Il
sito è costellato di altri prodotti: una catenina con la scritta Fck Nzs (fuck
nazis) venduta a 159 euro, t-shirt a 39 euro, uno skate con la scritta
Antifascist a 389 euro. Dalla presentazione del sito si legge che la “mission” è
reinterpretare immaginari che provengono tanto dalla cultura pop quanto da
quella considerata alta. Nella sezione dedicata al merchandising antifascista
viene citata, tra le altre cose, una frase attribuita a Paul Klee in risposta al
clima politico del 1933 (“Gentlemen, there is an alarming smell of corpses in
Europe”) e viene inoltre richiamato il legame tra il pittore e il prozio del
fondatore del progetto, Alfredo Bertoluzzi, pittore deportato e poi
sopravvissuto ad Auschwitz. Lo scopo dichiarato è riportare l’attenzione sul
fascismo e sulle sue propagazioni. La domanda, però, resta sospesa: a quale
prezzo?
Sul sito di Jonathan e Johnson, la catenina nella versione base costa circa 89
euro, mentre a seconda dei materiali e del design il prezzo arriva fino a 849
euro. La scritta Antifa si presenta simile a quella che ho visto sul primo sito,
eppure l’impressione è diversa. Non solo per il design, ma per il dislivello tra
i prezzi: la collana argentata costa 14 euro più spedizione. Gli oggetti,
volenti o nolenti, raccontano sempre qualcosa del sistema che li produce, e lo
fanno soprattutto attraverso il modo in cui sono collocati nel mondo più che
attraverso le descrizioni che li accompagnano. La soglia di prezzo, in questo
senso, non è neutra. Non stabilisce semplicemente il valore dell’oggetto, ma il
tipo di distanza che si crea tra il simbolo e la sua forma materiale. Non esiste
una cifra oltre la quale un simbolo smette di essere politico, ma esistono
differenze che incidono sul modo in cui quel simbolo viene percepito e
attraversato.
Ogni simbolo politico si appoggia a materiali concreti per esistere: una scritta
su un muro, una spilla, un manifesto, un adesivo. Il simbolo vive delle sue
manifestazioni, ma un oggetto è anche la sua destinazione sociale. Una scritta
fatta di notte su un muro ha un diverso regime di visibilità rispetto a una
spilla venduta online, così come un oggetto prodotto collettivamente in un
contesto militante non coincide con un oggetto che usa la stessa grafia in un
contesto commerciale. Ciò che sembra dare una definizione, una distinzione, è la
relazione che racchiude in sé il contesto, il simbolo e il potere.
> Non esiste una cifra oltre la quale un simbolo smette di essere politico, ma
> esistono differenze che incidono sul modo in cui quel simbolo viene percepito
> e attraversato. Il simbolo vive delle sue manifestazioni, ma un oggetto è
> anche la sua destinazione sociale.
I simboli, ovvero quelle cose (parole, immagini, e altri oggetti culturali) che
significano qualcosa, per propagarsi, hanno bisogno di essere percepiti e
trasmessi. In questo senso possiedono una forte capacità di contaminazione. Non
sorprende quindi che gli oggetti politici non siano una novità. Ciò che cambia
oggi è la scala globale della loro circolazione e la loro trasformazione in
merchandising. Negli ultimi anni, numerose aziende e brand hanno prodotto
oggetti tematizzati come femministi. L’oggetto viene presentato come
incarnazione dell’idea, e l’idea sembra poter entrare pienamente nell’oggetto.
Il nome stesso diventa promessa, gancio commerciale, dispositivo di attrazione.
Il meccanismo economico si muove in maniera trasversale, attraversando anche
altri contesti affini.
Sul sito del magazine Brit.co, ad esempio, compare un articolo che promette 11
venditori su Etsy che ti aiuteranno a smantellare il patriarcato. In questo modo
il femminismo viene proposto come questione di consumo più che di azione. Questo
fenomeno è stato definito commodity feminism, ovvero l’uso dell’immaginario
femminista all’interno di spazi commerciali, dalla pubblicità agli oggetti in
vendita, trasformando il femminismo simultaneamente in prodotto e in strategia
di marketing. La celebre maglietta Dior presentata nel 2016 da Maria Grazia
Chiuri, con la scritta “We should all be feminists”, tratta dal saggio di
Chimamanda Ngozi Adichie, venduta a circa 600 euro, è stata raccontata come
parte della rivoluzione femminista in seno alla maison di alta moda. La stessa
scritta è stata poi ripresa in infinite varianti, da altre marche di vestiario a
prezzi molto diversi.
Le parole, quando diventano simboli, vengono spesso estratte dal loro contesto
originario e riallocate in spazi commerciali, dove funzionano come etichette
identitarie. In questo passaggio non si limita la mercificazione del simbolo: si
rafforza anche l’idea che l’appartenenza politica possa essere tradotta in
consumo. Jennifer Guerra, in “Al mercato del femminismo” (in Giù le mani dal
femminismo, 2026), osserva che nel femminismo della merce “lo scambio simbolico
non mette in discussione le gerarchie di potere che attraversano la linea del
genere”, ma tende anzi a rafforzarle. Questo tipo di merce sembra suggerire che
l’idea coincida con ciò che si compra e che l’atto di consumo sia sufficiente a
produrre appartenenza. Per contro, sembra persino suggerire che non acquistare,
e perciò non mostrare l’acquisto, potrebbe essere percepito come una forma di
distanza o opposizione alle idee veicolate.
Nel capitalismo avanzato, le transazioni materiali appaiono spesso come atti
neutri, ma restano azioni cariche di significato. E il significato è sempre
anche una questione di contesto: una maglietta prodotta da una grande casa di
moda, o dall’industria della moda veloce, non ha lo stesso statuto di una
maglietta realizzata da una collettiva femminista, non tanto per il prezzo, ma
per il tipo di relazione sociale che istituisce.
> Questo tipo di merce sembra suggerire che l’idea coincida con ciò che si
> compra e che l’atto di consumo sia sufficiente a produrre appartenenza.
Lo stesso si può osservare per i simboli legati alla comunità queer, la cui
iconografia è condensata nella bandiera arcobaleno. Quando appare a San
Francisco alla fine degli anni Settanta, è un simbolo di visibilità per una
comunità marginalizzata e spesso esclusa dallo spazio pubblico. Ogni colore ha
un significato specifico: la bandiera non è solo un segno di riconoscimento, ma
una dichiarazione di presenza. Nel tempo, la bandiera è cambiata. A volte, per
ragioni pratiche. Le versioni iniziali, ad esempio, avevano un numero dispari di
strisce, che furono poi rese pari per problemi di visibilità, infatti, quando
esposta appesa ai lampioni l’ombra dei pali ne oscurava un colore intero.
Ma soprattutto è cambiato il modo in cui veniva percepita: nel 1989 John Stout
dovette fare causa ai propri proprietari di casa per il diritto di esporla dal
balcone. Non era, e non è, solo un simbolo di visibilità, ma anche di
rivendicazione, e la sua negazione si poneva, e si pone tuttora, come un atto
ostile. Nel corso del tempo le varianti si moltiplicano, fino ad arrivare alla
Progress Pride, che include riferimenti alla comunità trans*, intersex,
razzializzata e alle persone che vivono con HIV. Il simbolo cresce insieme alla
comunità che rappresenta, diventando sempre più stratificato.
Parallelamente, però, è cresciuto anche il suo utilizzo commerciale: bracciali,
t-shirt, occhiali, accessori di plastica, calzini, sneakers in edizioni
limitate. In questo processo il simbolo si sposta: dalla rivendicazione alla
visibilità estetizzata. Nel contesto dei Pride contemporanei, spesso
istituzionalizzati e sponsorizzati da grandi aziende, il simbolo diventa parte
di un ecosistema complesso in cui coesistono rivendicazione e marketing.
Ventagli arcobaleno, camion brandizzati, loghi aziendali: elementi che
partecipano allo stesso spazio pubblico.
Il simbolo, in questo caso, è ambivalente: può essere strumento di visibilità e
al tempo stesso corre il rischio di svuotamento. Non esiste una separazione
netta tra le due dimensioni, ma una continua tensione. Strappare un simbolo al
suo contesto, al suo significato e al suo scopo, può essere letto come un
processo di lavorazione il cui obiettivo è prendere ciò che serve (la cosmetica
dell’oggetto), elaborarlo perché acquisisca una caratteristica fondamentale, la
vendibilità, e infine proporlo come spazio fine a sé stesso: un gadget. Se ogni
simbolo può essere tradotto in merce, dove si colloca il limite tra uso politico
e consumo estetico?
> Se ogni simbolo può essere tradotto in merce, dove si colloca il limite tra
> uso politico e consumo estetico?
Anche l’immaginario sociale recente mostra una sensibilità crescente verso
l’appropriazione dei simboli. La kefiah, per esempio, indumento tradizionale
diventato simbolo della resistenza palestinese. Si tratta di un simbolo politico
e di autodeterminazione, che, però, sembra essere stato sfiorato da quel
medesimo processo di requisizione estetica da parte dell’industria della moda
bianca. Come scrive Karen Hannous in “The Politicization Of The Palestinian
Keffiyeh: Cultural Appreciation Or Appropriation?”, quando i simboli di lotta
diventano moda, il confine tra supportare e sfruttare viene attraversato.
Nel 2021 Louis Vuitton ha commercializzato una kefiah con monogramma del brand a
un prezzo di 705 dollari. Il tentativo di agire un passaggio da oggetto
culturale a oggetto di lusso non è solo estetico, ma politico: implica uno
spostamento di potere nella circolazione del simbolo. L’appropriazione culturale
descrive proprio questo processo: lo scorporamento di un simbolo dal suo
contesto di origine e la sua riallocazione in un circuito di consumo.
Dodo Bar Or ha firmato diversi capi, tra cui una blusa usando proprio il pattern
e lo stile della kefiah. Il brand è stato ideato ed è proprietà di Dorit Bar Or,
attrice e fashion designer israeliana. Come ha commentato già sei anni fa il
designer palestinese Omar Joseph Nasser- Khoury per il Guardian non è “un design
casuale… c’è un contesto, uno squilibrio di potere… c’è un privilegio… ci sono
persone che sono state espropriate nel 1948 e rese rifugiate e che vivono
tuttora in campi in Libano e questo tipo di indumento, che porta con sé tutto
quel dolore, viene usato per guadagno personale”. L’uso del simbolo e
dell’oggetto della resistenza “avulso dal suo contesto”, spiega Nasser-Khoury, è
“irresponsabile e sfruttatore”.
In questi casi il mercato non è neutro: diventa uno spazio in cui l’obiettivo è
la riscrittura dei significati. A fini commerciali, certo, ma necessariamente
politici. Non tutti i simboli circolano allo stesso modo. Alcuni vengono
neutralizzati, altri rilanciati, altri ancora restano intrappolati in tensioni
politiche aperte. L’effetto muta in base al potere che lo produce. Perciò, a
contare è anche la direzione della propagazione simbolica. Tutti i simboli
sembrano poter essere presi e inseriti nel flusso del mercato, ma la loro
circolazione produce effetti diversi in base a cosa rappresentano. Il rapporto
di forza non è l’unico a generare un vantaggio, ma anche la pretesa di
neutralità del mercato stesso, che ponendo tutti gli oggetti sullo stesso piano,
rendendoli meri gadget a tema, offre lo spazio perché simboli oppressivi si
approprino della scena, celando il loro scopo e la loro affinità con il mercato
stesso.
> La pretesa di neutralità del mercato, ponendo tutti gli oggetti sullo stesso
> piano, rendendoli meri gadget a tema, offre lo spazio perché simboli
> oppressivi si approprino della scena, celando il loro scopo e la loro affinità
> con il mercato stesso.
Sul sito Mussolini.net si trova infatti una vasta gamma di oggetti di matrice
fascista e nazista, organizzati come un normale e-commerce. Il catalogo include
mascherine, magliette, busti e altri memorabilia con slogan e immagini della
dittatura fascista. Il sito è gestito dagli stessi proprietari di Predappio
Tricolore, attivo dal 1992. In questo caso la commercializzazione non produce
neutralizzazione, ma continuità: i simboli non vengono svuotati, ma resi
disponibili, riproducibili, circolanti nello spazio quotidiano. Il mercato funge
da infrastruttura di diffusione, e non depotenzia il messaggio, ma lo amplifica.
Il problema è che mentre il sistema cerca di acquisire gli elementi delle
ribellioni sociali più forti per depotenziarli, la manomissione culturale dei
simboli violenti avviene tramite gli stessi canali. La commercializzazione
funziona come uno strumento di permanenza. Permette a immagini e slogan di
continuare a circolare, di occupare spazi domestici, di tornare sui corpi e
negli ambienti quotidiani, in cui oggetti apparentemente simili possono svolgere
funzioni molto diverse.
Se tutto può essere venduto, allora tutto diventa potenzialmente vendibile. Ma
questa equivalenza non elimina la politica: la redistribuisce. Alcuni simboli
vengono incorporati fino a diventare decorazione. Altri vengono usati come
strumenti di diffusione. Altri ancora oscillano tra le due condizioni. Nessun
simbolo coincide completamente con l’oggetto che lo trasporta. E nessun oggetto
riesce a controllare del tutto il significato che veicola. Tra le due dimensioni
resta sempre uno spazio di attrito. È lì che si gioca gran parte della loro vita
politica.
Una collana Antifa prodotta da persone antifasciste non è semplicemente un
oggetto: è un nodo tra simbolo, corpo e circolazione. Ed è lì che il potere
della “gadgettizzazione” sembra incontrare la sua fine, quell’ostacolo che
impedisce ciò che Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser (Femminismo
per il 99%, 2019) hanno chiamato cooptazione. Un terreno che diventa un ennesimo
spazio di resistenza, una barricata tra il mercato e le idee. Un freno
all’allarmante fetore di plastica che impesta l’aria.
L'articolo Un allarmante fetore di plastica proviene da Il Tascabile.
L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi
fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei
coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo
islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua
famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile,
Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del
neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni
avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un
territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione
di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In
realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da
secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una
provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio
della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo
re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo
culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e
bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un
periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.
Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da
Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di
mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o,
più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore
all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora
conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre
secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un
po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro
sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto
è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.
Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così
facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante
rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza
di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata
rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente
mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali
acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee.
Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi
sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che
per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte
dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo
musulmano – in una sorta di autostrada marittima. Il mare e non la terraferma
sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.
Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una
screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione,
la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da
questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia
di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di
una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità,
la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e
se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo
del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio
attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate
guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel
momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino
i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori
costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa
resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?
> Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che
> hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce
> quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?
Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché
impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono
infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo
storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso.
Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie,
geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare
inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand
Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche
la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di
Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui
l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai
simboli del territorio in cui è immerso.
Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al
determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a
quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi
rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla
terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude
concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato,
centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla
suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va
trattato.
Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un
collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio
divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano)
oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde:
gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi
avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove
finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla
presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però
è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o
geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio
Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che
altrove parte della stessa cosa.
Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste
cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una
storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco,
un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le
identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito
del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una
storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso
di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie
nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua
natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi,
fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.
Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si
discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e
Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due
muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al
mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica
e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo,
inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche
ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni
di varia natura.
> La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque
> rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia
> equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di
> nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.
La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato,
parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”,
cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera,
trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si
ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come
attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di
ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione
perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte
di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva
nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso
fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa:
all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si
costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto
conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile
di quelle stesse aree di partenza.
Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il
Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta
ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo.
L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè
dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie
(l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla
loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto
con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia
tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione
marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti
non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante
cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare
corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione
della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli
storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga
parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei
singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di
al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con
connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.
È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla
dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a
linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel
Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere
specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e
individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i
lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa
dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree
attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del
Mediterraneo:
> Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea
> dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che
> ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve
> incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di
> coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia
> comporta la tolleranza verso la differenza.
Così, con un po’ di immaginazione, se potessimo puntare una mappa diacronica del
Mediterraneo in controluce, ci renderemmo conto che il brulichio della grande e
della piccola storia si è addossato in molti luoghi, certo, ma soprattutto
addosso ad alcune faglie principali, frontiere invisibili ma ben note; confini
in grado di costituirsi come linee di demarcazione profondissime, ma di essere
anche – come tutte le frontiere – spazi di estrema porosità, le cui frizioni
sono generate tanto dall’esercizio delle differenze, quanto dalla loro
congiuntura.
Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone
che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere
considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato,
“Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due
corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa
rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie
itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di
personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che
(come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente,
che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde
di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella
diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo
personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una
tale sovrapposizione narrativa?
> Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai
> realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i
> punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie
> della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.
Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in
grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso
le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel
moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel
suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in
un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del
mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.
Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi
conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche
un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla
costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la
retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o
idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e
geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei
frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in
maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la
prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una
storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica;
quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a
scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di
soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di
al-Idrisi.
Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi
a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede
probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento
di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević,
nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e
oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare
di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il
Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo
e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma;
Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la
democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il
Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli
Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.
Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni
sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare
da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è
altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel
Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la
capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come
prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il
Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici
proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra
popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora
dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi
in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e
che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle
riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.
> Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione
> mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle
> infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo
> o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta,
> fino alla cartografia di al-Idrisi.
Lo scrive bene Campagna:
> La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza
> di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero
> impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle
> creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai
> marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere
> o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per
> coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità
> soverchianti.
Ecco che allora, attraverso la lettura di Campagna, è possibile cogliere un
ulteriore elemento del discorso, e cioè la genesi popolare, comune, spontanea di
tali miti e racconti che proprio per una simile natura sono stati strumenti
tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere
barriere temporali e fisiche, ossia capaci di operare delle trascrizioni e
rimodulazioni culturali reciproche costantemente produttive oltre il tempo e lo
spazio, superando la fine di alcuni mondi (come accadde alla latinità classica,
all’area bizantina, alla Sicilia normanna, al Rinascimento italiano, a Venezia e
così via) e generandone di nuovi, proprio come accadde ad Alessandro dopo la sua
morte, divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C.
Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del
Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord
Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in
poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si
abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo,
nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle
dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora
parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.
Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un
triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea
atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a
Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è
proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È
questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del
Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.
> La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del
> Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di
> sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde
> ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025)
in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione
geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala
minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”)
può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di
restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto.
Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia
variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in
volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una
serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti,
storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.
Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare
le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora
non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle
spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana
dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine
a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa
harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza
di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale
sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini
di fibra ottica:
> il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000
> chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama
> 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in
> Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi
> portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita,
> Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo.
> 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri
> cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a
> Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia
> Saudita.
Il racconto di Misculin fa cogliere bene la centralità del mare e la prospettiva
pelagica, qui tanto più evidente in quanto strozzato tra due continenti a poca
distanza tra loro. Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort
privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa
militare del Mediterraneo a Pantelleria, passando per il nuovo mediterraneismo
di Mu´ammar Gheddafi che incentivò una propaganda al suo regime attraverso
un’etichetta di dischi con sede a Malta, fino ai naufraghi degli ultimi decenni,
la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno
significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera. Guerre,
colonizzazioni e migrazioni, si sono manifestate in questa regione attraverso
una dimensione transcalare che relaziona il locale al globale, un arcipelago di
interdipendenze (ben più ampie del Mediterraneo stesso) inquadrabili e
decifrabili dalla tessitura di una dimensione storico-ambientale e
ideologico-culturale e da una frizione prolifica tra isolamento e connessione.
> Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla
> bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del
> Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una
> dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del
> mare come frontiera.
D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di
Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che
separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”.
Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella
nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale
demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è
attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti
trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente,
queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di
questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui
equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi
etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e
il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia
mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a
partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine
(2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno
di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione
quanto del disinteresse politico.
Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra
Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo
ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre
longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca
e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé
stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha
ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto
come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami
identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha
smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio,
oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova
colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di
questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario
e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche
predatorie del colonialismo.
Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel
circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da
un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei
territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni
regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono
oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di
vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo
il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri,
Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al
Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi,
stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto
a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li
attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e
minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.
A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel
Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al
riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio
quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche
attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una
conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un
artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella
realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo
e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità
cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le
differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale
rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la
percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo,
quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto
con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in
camicia hawaiana”.
> Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente
> dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio
> quanto come proprio baricentro.
Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno
costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse
è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo;
un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a
partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata
da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe
forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di
organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una
simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante
rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la
relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di
quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.
Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi,
che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una
grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia
con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e
Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences
humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione
nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo,
conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono
aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.
L'articolo Mediterraneo proviene da Il Tascabile.
U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro
anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul
progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con
il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e
industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno
della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha
ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima.
Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International
Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.
Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di
essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e
poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male
solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote
sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di
ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una
quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una
biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto
dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da
una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni
operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno
esplicita.
Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee
costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare
gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli
“aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli
proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che
non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante
vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente
lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti
agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il
prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante
destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.
Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot.
Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.
Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla
produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta
della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in
sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha
raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si
considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta,
si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione
indipendente Transport & Environment.
> Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre
> biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei
> piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su
un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del
progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG
e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio,
Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli
azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni
che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori
interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o
hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di
dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile
Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.
Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore
dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere
pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in
Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi
acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria
di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati
permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del
progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.
Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici
in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura
commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il
direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene
presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali,
allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati
concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione
degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle
dichiarazioni dell’azienda”.
Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda
il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei
report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo
raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a
seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro
negativo.
> Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le
> comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i
> risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di
esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni
convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il
ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come
BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna
e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati
e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le
cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore
dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi,
hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano
destinati alla produzione alimentare.
Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato
Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le
piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte
confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta
alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti.
“Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici,
che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato
un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment,
ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla
filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per
l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.
> Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino
> terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca
Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino
una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo
0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di
problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le
interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa
direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.
La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra
imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari
che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in
ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni
Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha
seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya
e l’aggregatore è stato rescisso”.
Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per
successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle,
ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle
colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio
degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali,
prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani
coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel
contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo
dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.
> Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di
> intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi
> rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero
dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le
altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle
campagne.
Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge
dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG
ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti,
energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili
dell’ufficio italiano dell’organizzazione.
“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya
una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto
poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è
possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in
Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub
locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono
affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei
sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi.
Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non
rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il
quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia
rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei
trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di
finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la
coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya,
mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.
La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie
prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti
verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.
> Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza,
> bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per
> produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto
è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti,
chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza
sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite
all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara
che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si
attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità
operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli
stagionali”.
Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota
significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare
venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri
legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture
alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.
Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport
& Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla
tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi
passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La
coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su
terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica
inferiore al 2%”.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla
provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati
a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le
organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti
di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo
rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non
“passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre,
gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario,
in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un
sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una
materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto
forti”, spiega Carlo Tritto.
> La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza
> e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della
sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si
affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee.
L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo,
sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in
Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente
investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei
circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di
irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est
asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra
soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata
ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.
Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di
ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di
sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è
riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960
tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica.
Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia,
con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali.
L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota
enorme di biomasse: circa il 90%.
Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono
presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si
tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo
nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e,
dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI),
Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030
anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni
balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa,
in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con
decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a
controllo pubblico di fatto.
> L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse:
> circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima
si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si
sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità
ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta
ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci
raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione
su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.
Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le
biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i
biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i
volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di
processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la
grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di
importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas
usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in
particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna
dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente
a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori
hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati
quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come
soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita
infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui
che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata,
come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei
rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria,
superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità
reciproche”.
Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche,
infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane
e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano
il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli
investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici
in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La
dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata
tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.
> Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in
> realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e
> interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo
sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno
dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito
per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e
dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della
biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026,
però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle
criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività
dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità
tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli
africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori
risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e
continuativa”.
Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice
Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire
[…] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi
africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di
migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno
strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla
prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata
come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere
da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi
energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di
essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa
indossa una maschera ambigua.
L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.
A sia Occidentale, 1963. Pier Paolo Pasolini sta lavorando al suo terzo
lungometraggio, Il Vangelo secondo Matteo, e parte per i luoghi della natività,
della vita e della passione di Gesù scortato da don Andrea Carraro, spalla per
la filologia biblica e sondaggio preventivo delle reazioni del mondo cattolico.
Sopralluoghi in Palestina in preparazione del film Il Vangelo secondo Matteo è
un documentario che pedina il viaggio in tempo reale e in presa diretta, poi
parzialmente commentato in voice over dal regista. Esce nel 1965. Siamo negli
anni appena precedenti la guerra dei Sei giorni.
A partire dalla prima guerra arabo-israeliana, avvenuta poco dopo la sua
fondazione, Israele si è già espanso ben oltre i confini definiti dal piano ONU
del 1947, eppure nel 1963 esistono ancora territori fattualmente palestinesi: la
Cisgiordania, ancora quasi integra e con continuità territoriale sotto controllo
giordano, e la striscia di Gaza sotto controllo egiziano. La situazione è tesa
nella regione: quell’anno in Siria sale al potere l’ala oltranzista del partito
Ba‛th; il successivo comincia la rinascita politica palestinese con la creazione
dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e le prime
operazioni militari; inoltre sale la tensione tra Israele e l’Egitto di Nasser.
Il 5 giugno 1967 l’aviazione israeliana attacca a sorpresa: nel giro di sei
giorni lo Stato sionista prende ai suoi vicini la penisola del Sinai, Gaza, la
Cisgiordania e le alture del Golan. Sono atti centrali di una concatenazione di
conflitti, occupazioni, guerriglia ed eccidi che arriva fino al genocidio e alle
guerre senza quartiere e senza legge in atto in questo momento.
Pasolini atterra a Tel Aviv nel mezzo di una quiete prima della tempesta gravida
di quell’elettricità che ha come esito inevitabile il temporale. Eppure la
relativa libertà di movimento, l’atmosfera distesa, l’assenza di militari nelle
riprese (qualcosa ora impensabile) dicono di una situazione ancora
apparentemente cristallizzata dopo gli stermini, i furti e le cacciate della
popolazione indigena della Nakba e le guerre seguenti. È la situazione ideale
non soltanto per cercare location, ma anche per fare un’esperienza della Terra
Santa senza rimanere fagocitati dalla cronaca.
Due sono le cose che sorprendono e colpiscono pellegrini e turisti ‒ e Pasolini
non fa eccezione: il racconto evangelico sembra coprire vasti orizzonti e
distanze immense, amplificate dalla frammentazione, dalla solennità e dalla
ripetizione liturgica mentre tutto si svolge tra luoghi distanti qualche decina
di chilometri al massimo; inoltre, l’immaginario mediato da secoli di arte sacra
europea non prepara a un territorio ondulato e vario, di valli e monti dove il
deserto è il tema da variare.
> È la situazione ideale non soltanto per cercare location, ma anche per fare
> un’esperienza della Terra Santa senza rimanere fagocitati dalla cronaca.
C’è una costante nelle osservazioni pasoliniane che tornano su un paesaggio
impiantato e un paesaggio indigeno – un paesaggio coloniale e uno resistente, se
vogliamo. Il doppio paesaggio si era già delineato nel 1963 e andava sempre più
strutturandosi: dice Pasolini che kibbutz e insediamenti israeliani potresti
vederli “nell’Agro Romano se non in Svizzera” mentre le zone abitate da arabi,
beduini e drusi lo riportano al Sud italiano, al crotonese o alla Puglia. E
infatti, alla fine, il Vangelo verrà girato in Lucania e nella Matera
trogloditica dei Sassi preriqualificazione, considerata “vergogna nazionale”
dall’Italia del boom economico, in realtà splendidamente incontaminata e più
prossima alla visione pasoliniana della Terra Santa rispetto ai luoghi del
dettato evangelico.
I sopralluoghi si rivelano fallimentari: Pasolini non trova il paesaggio che
aveva in mente:
> Quando sono sceso a Tel Aviv, naturalmente, non distinguevo niente; era notte.
> Tutto ciò che vedevo era un aeroporto e una città. Ho preso la macchina e sono
> andato verso l’interno. Subito ho avuto alcune immagini di un mondo antico,
> che era soprattutto arabo. Le facce degli arabi sono precristiane:
> indifferenti, allegre, animalesche, e un po’ funeree, su di esse non è
> passata, neanche da lontano, la predicazione di Cristo. Dapprima ho pensato
> che avrei potuto usarle, ma poi, subito dopo, è cominciato ad apparire il
> kibbutzim, e i lavori di rimboschimento, agricoltura moderna, industria
> leggera, ecc. e mi sono reso conto che era tutto inutile; questo dopo poche
> ore che viaggiavo (Pasolini su Pasolini. Conversazioni con Jon Halliday,
> 1969).
Pasolini sbarca a Tel Aviv la notte del 12 luglio 1963. Seguiamo le tappe del
suo girovagare tra i luoghi esatti citati nel Vangelo come stazioni di una Via
crucis. Tel Aviv, il sobborgo fondato in stile Bauhaus da immigrati ebrei che,
con la fondazione del nuovo Stato e la Nakba, esplode e si espande fino a farsi
metropoli e capitale e fagocitare l’antichissima e autoctona città portuale
levantina di Jaffa è tanto lontana nell’aspetto e nello spirito dalla ricerca
pasoliniana da essere completamente espunta dal documentario, aperto ex abrupto
dalla visione di un contadino arabo che separa il frumento dalla pula con gli
stessi gesti e strumenti della parabola evangelica.
Segue il Monte Tabor, sede della Trasfigurazione, e la prima espressione di un
amaro sospetto verso una campagna industriale, contaminata dalle casette
israeliane che potrebbero venire dalla Svizzera. Il fiume Giordano, spartiacque
di più culture, si rivela un fiumiciattolo che si snoda placido tra canneti.
Anche l’attiguo Monte delle Beatitudini e il lago di Tiberiade (che gli ebrei
chiamavano “mare” e invece non è più esteso dei laghi del centro Italia)
lasciano a Pasolini un’intensa impressione di piccolezza e una “lezione di
umiltà”: la vita di Cristo che piegherà il corso dell’intera storia umana
comincia e termina tra quattro colline brulle. A corollario della premessa
“spirituale corrisponde ad estetico”, l’idea secondo cui “quello che è piccolo,
umile è più profondo e bello” si rivela “ancora più vera di quanto immaginassi”.
E poi c’è un’altra scoperta/conferma: i corpi dei bagnanti che si tuffano nel
lago urlano un equilibrato esercizio fisico e un’alimentazione ricca, sono
troppo sani, ben sviluppati, civili, europei. Pasolini dice che sarebbe
impossibile scritturarli come comparse sia perché privi del physique du role sia
perché troppo benestanti per aver bisogno di un lavoro extra.
> Anche l’attiguo Monte delle Beatitudini e il lago di Tiberiade lasciano a
> Pasolini una “lezione di umiltà”: la vita di Cristo che piegherà il corso
> dell’intera storia umana comincia e termina tra quattro colline brulle.
Si entra in territorio druso, popolazione musulmana considerata “eretica” per le
credenze sincretiche e ricche di elementi esoterici, stabilitasi nelle zone
attualmente al confine tra Israele, Siria, Libano e Giordania. Qui il paesaggio
è invariato da millenni. Il sottoproletariato è rimasto tale e arcaico nel viso,
nei corpi, nelle usanze, nell’architettura, nelle forme di vita. Pasolini è
entusiasta delle loro “facce precristiane”. Andando verso Nazareth si passa tra
kibbutz sperimentali dove tutto viene messo in comune, figli compresi. Sarebbe
il meglio di Israele, la sua componente progressista e socialista utopica
tendente a una società ideale spesso sventolata da certo “sionismo di sinistra”
per giustificare o coprire stragi e soprusi, pur essendo sostanzialmente espunta
da decenni da una società militarizzata, ideologizzata in chiave suprematista e
ultracapitalista.
Pasolini già nel 1963 ‒ quando la degenerazione non era compiuta e i kibbutz
ancora una possibilità aperta ‒ prova disagio nell’osservazione di un paesaggio
colonizzato, paradossalmente ridisegnato per arginare la nostalgia di casa dei
coloni emigrati. Profeticamente ha un’impressione del mondo arabo autoctono
ridotto a “enorme maceria”. Anche la città di Nazareth, formalmente centrale
nelle vicende di Cristo e quindi nel film in fieri, viene saltata a piedi pari
dopo l’apparizione dal fondovalle di una collina coperta di grattacieli ed
enormi condomini appollaiati come rapaci. Il viaggio piega verso Betsabea tra
carovane di beduini dalle facce dolci e belle ma “inutili” per il film perché
assolutamente precristiane e una campagna che fu deserto e ora è israelizzata
verso l’agricoltura intensiva.
È tutto un saliscendi fino al più significativo, la depressione del Mar Morto,
il primo paesaggio ‒ dopo tanti paesaggi “umili” ‒ dove il regista ravvisa segni
di grandiosità tra canyon nudi e distese azzerate. Qui Cristo si ritirò per
fuggire dagli uomini e ricevere la visita tentatrice del diavolo. È un luogo
magnetico, lunare e senza scampo, assolutamente privo d’ombra. Il deserto è
terribile. Il deserto con la sua nuda, improduttiva esistenza, il gratuito
sublime e l’inscindibile radicamento nel luogo dove appare, è anche un nemico
metafisico di Israele, che si dà come missione quella di farlo fiorire, ossia di
farlo scomparire.
Il viaggio e il documentario culminano nelle città alfa e omega della vita di
Gesù: Gerusalemme e Betlemme. La prima era ‒ allora e almeno formalmente adesso
‒ divisa in una zona israeliana e una zona giordano-palestinese. La città si
mostra abbarbicata tra valli simili a canyon e dorsi di colline. È immediato
l’accostamento con l’orografia di Matera per una replica che liberi lo sfondo
dalla concentrazione e dall’industrializzazione della parte israeliana e da una
modernità diffusa che sarebbe un anacronismo, oltre a disturbare l’immaginario
privato del regista. Pasolini si ferma sul confine e osserva i luoghi della
Passione, ancora una volta raccolti in un francobollo di terra, ritrovando nei
segni urbanistici l’assorbimento della cultura romantica da parte israeliana.
> Il deserto con la sua nuda, improduttiva esistenza, il gratuito sublime e
> l’inscindibile radicamento nel luogo dove appare, è anche un nemico metafisico
> di Israele, che si dà come missione quella di farlo fiorire, ossia di farlo
> scomparire.
La Gerusalemme palestinese e giordana, invece, conserva l’arcaico, c’è una
nudità, un’autosufficienza di case, chiese, mura, castelli, palazzi e cimiteri.
L’impressione è quella di un tessuto urbano autoctono e spontaneo, sviluppato e
stratificato dall’uso e dalla vita quanto dalla storia, un’idea di “rovina” dove
coesistono passato e presente per cui viene da pensare alla celebre foto del
pastorello che emerge col suo gregge dalla bocca mostruosa ciclopica nel parco
dei mostri di Bomarzo. E in più c’è qualcosa che suggerisce a Pasolini la
struttura del film che girerà altrove:
> La visione di Gerusalemme mi ha suggerito altre possibilità, appunto per le
> sue caratteristiche diverse. Gerusalemme è grandiosa, indubbiamente. C’è
> qualcosa di storicamente sublime nel suo aspetto. Evidentemente il momento del
> film in cui apparirà Gerusalemme non potrà che imprimere al film un andamento
> stilistico diverso. Vuol dire che Gerusalemme appare nella storia raccontata
> da Matteo nel momento in cui la predicazione di Cristo era strettamente
> religiosa, in qualche modo, senza la diretta volontà di Cristo e degli
> apostoli, ma per dati oggettivamente storici è diventata più che religiosa,
> pubblica e politica. Ora, evidentemente, questo non sarà detto esplicitamente
> nel film (che sarebbe un’assurdità) ma sarà detto implicitamente e sarà detto
> attraverso una trasformazione stilistica del racconto. Mentre prima sarà tutto
> assolutamente puro, semplice, scandito con estrema assolutezza, il momento
> dell’arrivo a Gerusalemme segnerà nel film un nuovo passo.
L’altra epifania che raggiunge Pasolini a Gerusalemme e che sarà utile al
Vangelo secondo Matteo non ha a che vedere tanto con le pietre quanto con i
corpi. A Gerusalemme trova quel mondo arabo che, come il deserto, Israele mira
ad annettere o espellere e cancellare. Nell’orto di Getsemani crescono ulivi ‒
millenari e soprattutto endemici. Per strade e piazze dalla toponomastica
evangelica, uomini bevono all’ombra degli alberi e un ragazzo a dorso d’asino è
un’immagine dell’ingresso in città di Gesù molto più storicamente accurata di
tanti dipinti trionfali fiorentini o fiamminghi. Presso la porta di Damasco una
splendida carrellata in mezzo alla folla suggerisce a Pasolini la scena
dell’arrivo dei Magi al mercato. Ci sono donne con gerle, ragazzi sorridenti e
bambini incuriositi, cibo e chiasso.
I fatti evangelici traslati in liturgia, sterilizzati in parabole e strappati al
contesto per finire su un pulpito ritrovano la lettera come fatti umani.
Pasolini nota: “La folla che aspettava il miracolo lo aspettava chiacchierando e
mangiando un dolcino”. Torneremo su questa forma del mondo e su questo dolcino.
Intanto appuntiamo la fine della ricognizione pasoliniana che va a coincidere
col principio: Betlemme, la grotta della Natività, dove trova un villaggio di
arabi poveri e abitazioni ipogee ancora in uso non dissimili da quella dove la
Sacra famiglia trovò riparo. Pasolini nota un ciclo di ricorsi storici dalla
sottomissione coloniale delle popolazioni ebraiche autoctone da parte
dell’Impero romano, che fa da contesto sociopolitico ai Vangeli. Un mondo
moderno si sovrappone e sostituisce un mondo arcaico. Così nel Novecento
l’espulsione delle popolazioni palestinesi autoctone a seguito della creazione
dello stato di Israele. Tuttavia c’è, secondo Pasolini, una differenza
fondamentale: il mondo romano era moderno ma non neocapitalista.
> Pasolini nota un ciclo di ricorsi storici dalla sottomissione coloniale delle
> popolazioni ebraiche autoctone da parte dell’Impero romano, che fa da contesto
> sociopolitico ai Vangeli.
Pasolini va in cerca di location o almeno di ispirazioni, atmosfere, genius
loci. Trova quel che resta del mondo arabo cisgiordano ‒ avrebbe trovato ciò che
restava del mondo levantino se fosse andato anche a ovest, verso il mare tra
Gaza e il Libano. È proprio al mondo arabo che si volgerà verso la fine della
vita per ambientare Il fiore delle Mille e una Notte (1974), vero e proprio
capolavoro terzomondista di un cinema insieme sperimentale e primitivo che
rifiutava l’organizzazione aristotelica del racconto, lo spazio cartesiano e la
psicologia dei personaggi mirando, come Rimbaud, a un altrove assoluto, a
“lasciare l’Europa”. Non si trattava solo e tanto di avvicinarsi ai luoghi
raccontati da Sherazade quanto a un paese mentale non contaminato dalla
struttura occidentale del mondo e ancora vergine rispetto alla mutazione
antropologica che stravolgeva i luoghi e i corpi omologandoli al modello
capitalista della società di massa. Quello che Pasolini ha sempre cercato è
l’infanzia del mondo, l’innocenza premorale, la vita istintiva senza
sovrastrutture dove ambientare tanto le proprie fantasie erotiche quanto
l’opposizione viscerale contro ogni potere, in primo luogo il potere suo
contemporaneo.
È con la sua caratteristica voce dall’inflessione fanciullesca che commenta gli
uomini di Gerusalemme intenti a mangiare “un dolcino”, quel diminutivo come
infantilizzazione ulteriore. Ci troviamo una profonda simpatia e partecipazione
nel senso dell’istintivo scegliere una parte, quella degli oppressi o dei
marginali, quanto la sovrapposizione “dall’alto” di una privata tensione
regressiva all’uterino. È scorretto (anzitutto nei suoi confronti) ridurre
Pasolini a santino, a un bidimensionale campione senza macchia dei dannati della
terra ‒ prima i contadini friulani poi i borgatari romani e infine le masse di
quello che allora era chiamato “terzo mondo”. Lo sguardo pasoliniano dei
Sopralluoghi impone una fantasia di purezza senza tematizzare la domanda se e
quanto gli oggetti del suo sguardo innamorato desidererebbero il benessere
materiale delle masse del Nord globale antropologicamente mutate. Accadrà nel
cortometraggio Le mura di Sana’a (1971) dove si sostiene che il desiderio di
modernità e progresso e democrazia e merci sia entrato in Yemen da Occidente e
dalla Cina, non sia autoctono e autonomo. Difficile da stabilire se fosse o meno
così, certo è che ‒ da qualsiasi direzione venisse ̶ Pasolini aveva ragione
denunciando “la distruzione del mondo antico ossia del mondo reale in atto
dappertutto”.
Anche l’intuizione pasoliniana sul paesaggio naturale e antropico della
Palestina come luogo focale di una distruzione che è genocidio quanto urbicidio
ed ecocidio è embrionale e sentimentale ma assolutamente corretta. In Il gelso
di Gerusalemme (2024), uno splendido saggio documentato e accorato che mette in
relazione il destino di uomini, alberi e città di Palestina, Paola Caridi parla
di alcuni alberi endemici dal fiume Giordano al mare e della loro graduale
mercificazione in risorsa su scala industriale oppure della loro sostituzione in
favore di specie importate. Per mettere letteralmente radici a un’identità
coloniale il Jewish National Fund ha piantato dal 1947 a oggi oltre 240 milioni
di alberi, per la maggior parte conifere sopra i resti dei villaggi palestinesi
indigeni, facendo somigliare sempre più la Terra Santa all’Europa e quindi ai
dipinti geograficamente fantasiosi che la rappresentano, circondando le colonie
con una cintura verde protettiva, incorniciando le autostrade che ridisegnano in
senso gerarchico ed esclusivo lo spazio orizzontale quanto le colonie piazzate
in cima alle colline dominano imperiali e organizzano il paesaggio verticale.
Nel paesaggio progettato dagli israeliani c’è sempre meno spazio per il
sicomoro, simbolo della socialità e del protosocialismo musulmano, un albero di
nessuno sotto i cui rami tutti possono ripararsi dal sole e incontrarsi e i cui
frutti per decreto non scritto sono di tutti ma non possono essere accumulati,
vanno consumati sul posto. Abbattere i sicomori significa eliminare una forma di
vita, soppiantarla con le piantagioni intensive messe a profitto. Significa
simbolicamente e letteralmente impiantare il capitalismo, l’Occidente di cui
Israele è avamposto. La scelta delle parole da parte di David Ben Gurion, primo
primo ministro israeliano, è impeccabile: “il deserto era uno spreco, doveva
fiorire”. C’è un’intera visione del mondo nella convinzione che la nuda
esistenza, la gratuità siano uno spreco. E in quel verbo ausiliare: il deserto
deve fiorire. Volente o nolente.
> Quello che Pasolini ha sempre cercato è l’infanzia del mondo, l’innocenza
> premorale, la vita istintiva senza sovrastrutture dove ambientare tanto le
> proprie fantasie erotiche quanto l’opposizione viscerale contro ogni potere.
Come dicevamo, far fiorire il deserto è far sparire il deserto. Niente è
cominciato il 7 ottobre 2023 con l’incursione armata dei miliziani di Hamas che
lasciò oltre mille vittime. Lo sbrigliarsi della guerra genocida di
annientamento da parte israeliana che ne è seguita si può intravedere in
lontananza e in prospettiva già al tempo dei sopralluoghi pasoliniani ̶ oltre
che, ovviamente, lungo decenni di apartheid e annessioni e stragi. Nella
dichiarazione fondativa di Ben Gurion c’è una pregiudiziale ideologica che
indirizza il giudizio e addirittura altera la percezione di ciò che è indigeno:
che sia deserto e che essere deserto sia male. Vale la pena sottolineare come la
Palestina antecedente alla risoluzione ONU neppure fosse un deserto
nell’accezione della propaganda sionista. Era una terra popolosa multietnica e
multiconfessionale dove tutti (musulmani, ebrei, cristiani) vivevano
tendenzialmente in pace.
E per fare un solo esempio gli aranceti di Jaffa erano già tra i più produttivi
del mondo e meglio organizzati per l’esportazione al punto che il toponimo si
era fatto nome commerciale. Pasolini, nel documentario quanto nelle poesie e nei
testi che scaturiranno dal viaggio, si tiene un passo indietro rispetto al
j’accuse, alla denuncia aperta ed esplicita del colonialismo israeliano ma vede
oltre l’aspetto fenomenico del terraforming, della trasformazione della terra in
territorio e segnala una mutazione antropologica: da qui discende, per chi vuole
raccoglierla, la possibilità di una denuncia anticoloniale.
La questione israeliana come paradigma colonialista e imperialista esploderà nel
dibattito culturale italiano e sarà tematizzata da molti intellettuali.
Sull’impulso dello sdegno per la guerra dei Sei giorni e la sua copertura
mediatica, un gigante come Franco Fortini, ebreo, scriverà uno dei suoi testi
più densi e radicali, I cani del Sinai (1967), “contro chi ha senza disgusto
tollerato di ascoltare o leggere dette e scritte per gli arabi buona parte delle
argomentazioni che trent’anni or sono la stampa hitleriana formulava contro lo
Jude, e le ha rese, se possibile, ancora più ripugnanti con uno smalto
pedagogico-democratico; perché per il Nazista l’Ebreo era irrecuperabile mentre
l’Arabo straccione gesticolante analfabeta incapace di usare un’arma moderna
eccetera può «progredire» se istruito al rispetto dei valori occidentali”.
Un’altra grande scrittrice di origini ebraiche, Natalia Ginzburg, scriveva nel
1972 un articolo per La Stampa: “Quando qualcuno parla di Israele con
ammirazione, io sento che sto dall’altra parte. Ho capito a un certo punto,
forse tardi, che gli arabi erano poveri contadini e pastori. So pochissime cose
di me stessa, ma so con assoluta certezza che non voglio stare dalla parte di
quelli che usano armi, denaro e cultura per opprimere dei contadini e dei
pastori. […] Gli uomini e i popoli subiscono trasformazioni, rapidissime e
orribili. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli
che muoiono e patiscono ingiustamente. Si dirà che è una scelta facile, ma forse
è l’unica scelta che oggi ci sia offerta”.
> Lo sguardo pasoliniano impone una fantasia di purezza senza tematizzare la
> domanda se e quanto gli oggetti del suo sguardo innamorato desidererebbero il
> benessere materiale delle masse del Nord globale antropologicamente mutate.
Sono esempi di discorsi molto più coscientemente politici, circostanziati,
militanti. Pasolini voleva sapere di più dei luoghi dove ambientare il suo
Cristo anarchico, venuto a portare la spada e gettare fuoco sulla Terra, profeta
della sovversione radicale, assoluta, metafisica. E più o meno consapevolmente
continuava la ricerca durata fino alla morte di enclavi dove il mondo antico e
il sacro non fossero ancora scomparsi. Finisce per non trovare ciò che cerca ma
nella serendipità da direct cinema sta tutto il film, oltre a un’intuizione
ancora utile sui paesaggi della Palestina e di una piccola area dell’Asia
Occidentale da sempre al centro del mondo.
Post scriptum: questo articolo ha ogni giorno meno riscontro nella realtà.
Venendo meno la Palestina, ogni giorno viene meno la separazione spaziale e
paesaggistica tra il territorio israeliano e le aree che, per il diritto
internazionale, sarebbero sotto controllo palestinese come la West Bank e la
Striscia di Gaza. La pulizia etnica, le annessioni arbitrarie, gli espropri e la
distruzione di villaggi, coltivazioni e sistemi idrici palestinesi in
Cisgiordania come la riduzione dell’intera Striscia a una distesa informe di
macerie, cadaveri e tendopoli in costante emergenza sanitaria e umanitaria sulla
quale aleggia il delirante “piano di pace” trumpiano che la immagina distopia di
grattacieli: quasi tre anni di “orrori inimmaginabili” (fonte: UNICEF) e una
campagna militare con i bombardamenti più intensi per chilometro quadrato della
storia oltre all’uso di fosforo bianco vietato dall’ONU e considerato crimine di
guerra hanno reso il suolo avvelenato, cancerogeno e sterile a tempo
indeterminato oltre a generare un bilancio ufficiale e inevitabilmente
frazionario di oltre 73.000 morti e la distruzione del 92% delle abitazioni.
Ogni giorno sembra più anacronistico e improprio riconoscere e raccontare due
paesaggi ̶ per non dire due Stati. Potrebbe esserci in un futuro prossimo dal
fiume al mare un unico paesaggio importato, arbitrario, vittorioso, in grado di
vincere il “deserto” a ogni costo, anche quello di trasformarlo in maceria,
spargendo il sale come usava tra gli antichi vincitori, perché nulla possa più
crescere – altro che fiorire.
L'articolo Far fiorire il deserto è far sparire il deserto proviene da Il
Tascabile.
I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la
figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo
sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli
anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della
terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network
sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina
di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai
completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano.
L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa
opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte
in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il
ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e
nordamericani in particolare sembrava evaporata.
Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che
promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo
reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele,
salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui
viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi;
nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro
precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della
seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste
narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare
il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico
Picerni per Laterza).
A Sud della piattaforma di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di
Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con
un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo
immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città
del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una
storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di
cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di
piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in
territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro
informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della
piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri
di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione.
Videmus nunc per speculum in aenigmate.
Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo
eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila
nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che
però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne
restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app:
tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo,
Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da
capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo.
> La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in
> cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una
> materialità del lavoro che sembrava evaporata.
La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di
lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery
diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo
scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode
un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo,
poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I
rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali,
usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come
lavoratori.
In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del
lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime.
Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i
rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano
le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro
cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo
alla presunzione di subordinazione.
In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros
transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia,
la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel
2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di
rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la
California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva
di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa
“piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale.
E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non
compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena
richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui
si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e
dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un
punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana
– dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal
barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di
solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si
presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro
vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove.
> La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui
> il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che
> altrove.
Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui
leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la
tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti
su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità
storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un
“pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che
rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo,
comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità
storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità
differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di
produzione.
In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio
di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro
salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch,
Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e
moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità
centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo
periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo
mondiale, e non come una sua fase preliminare.
Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano
algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in
cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia
del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della
logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come
infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in
questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e
Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati,
come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori.
Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della
profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più
interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della
capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp,
nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le
loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali,
impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e
ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza,
scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in
base alle congiunture familiari e agli shock economici.
Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le
app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre
la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di
gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina,
sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa
esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a
portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del
ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio
corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la
descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non
rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione,
in autosfruttamento.
> Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene
> insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della
> città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema.
Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una
sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra,
ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce
ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app
diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione,
punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene
messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente
algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali
margini.
In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a
omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui
l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di
fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come
dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra
autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di
salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato,
credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del
passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla
distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente
successivo o spazialmente ridislocato).
Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse
teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del
postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle
piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa
eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di
pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per
implicazione la stessa legge del valore.
Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di
supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione
della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il
centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica
della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio
dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà
plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama
supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre
carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di
sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità
adattativa del proletariato.
Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica,
contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla
tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione
integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che
il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso
in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo
dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato
da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso
del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la
marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”.
> È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche
> – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale,
> autonomo dipendente, agricolo, migrante.
Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del
capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del
1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia
politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più
sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura.
Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro
in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro,
quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno
a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione
dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che
aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze,
ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano
presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857:
> Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la
> rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è
> assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa
> semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i
> rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad
> es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al
> di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato
> corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da
> un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa
> di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria
> della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza
> in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna
> porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico
> e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione,
> come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società.
Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale
esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico
venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche”
astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della
storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come
sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la
posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca
e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le
critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa
Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto,
storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del
1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il
plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza
dei rapporti economici circostanti:
> In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi
> rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a
> tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe
> tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro
> particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso
> specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo.
Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di
svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i
soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria
spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono
improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di
riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si
rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia
restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non
etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è
confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e
in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di
riserva.
> Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della
> marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la
> problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza
> lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché
> nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per
> Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo
> marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre
> parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito
> solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di
> attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di
> marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico:
> l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera
> necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le
> risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per
> alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni
> egemoniche a causa della crescita demografica.
C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella
loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non
attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito
(o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo
tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno
provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre
cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi
storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per
temporalità multiple), e che non appartiene a Marx.
> Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
> perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza
> intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti.
È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di
riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più
efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la
coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della
maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo
sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del
capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento
strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che
ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a
riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla
loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a
Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente
il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche
senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico
per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro,
a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre
avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali,
mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto
alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo.
Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e
diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di
elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi
semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È
la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che
abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi
differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui
capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi
di sviluppo per alimentare la propria accumulazione.
Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità
storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus
dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio
quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della
diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e
anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti
condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture
rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più
ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta
in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia.
> Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la
> cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo
> fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo
classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia,
in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un
luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un
ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico –
necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed
effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della
storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di
un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono
riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza.
A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema
classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge
marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica.
Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo
sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari
sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente
centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro
socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi
della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general
intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del
lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite
e non, salariali e a cottimo.
Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo
precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del
salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare
la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è
esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come
libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente
di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a
consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la
centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di
produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel
dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il
modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto
sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente
accumulazione di capitale “ordinando” le altre.
Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle
piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro
salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto
da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura
postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia
nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel
volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla
concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di
piattaforma.
> Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene
> pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una
> “riottocentizzazione” dei rapporti di classe.
In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe
utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta
storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe:
smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo,
esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie
contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per
dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense)
hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il
lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di
questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti
interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America
Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue
politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali
e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la
gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base:
sovrasfruttamento.
Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà
al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze
sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere
di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi
WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por
aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei
rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi
dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle
piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli.
Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega
Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del
sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una
costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle
piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia
interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il
settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare
scioperi globali.
De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto
romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino
in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di
solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a
livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le
voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La
crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo
come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile.
Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di
organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato
frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non
opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa
(anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un
tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico
internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né
orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca
cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di
organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e
operativa del loro sviluppo effettivo.
> Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte
> transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra
> sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto.
Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare
un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che
effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per
esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità
quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il
livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha
ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di
negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della
piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa.
E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito
all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto
che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative
informali o di base esiste nel concreto.
E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le
dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano
apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il
riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in
campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in
che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del
valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte
messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è
troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie
ad faciem.
Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi
teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture
congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che
cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è
uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie
urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le
biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite
app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno
sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci
restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione
dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso
mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del
capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie
operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare
l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione.
L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie
amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia
sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire
con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche
l’amicizia è una forma d’amore”.
A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di
pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative
e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso
riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero
fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero
essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la
relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le
amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui
condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano
rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti.
Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di
alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə”
quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come
se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea
frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a
costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di
intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica:
mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə
amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe
diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non
adatta ad amicizie adulte.
Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o
desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante
continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con
il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche
con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio
dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono
le possibilità di incontri spontanei e quotidiani.
> L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è
> un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha
> interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri
> tipi di intimità.
Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per
la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono
cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi,
nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno
strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e
altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di
riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai
stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella
millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua
narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta
molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di
impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di
troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che
contraddistingue tante vite di questa generazione.
In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani
siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali,
audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a
testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente
prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più
corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli
algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire
vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive
lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per
invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro
amicizie perché la vita di coppia non fa per loro.
Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa
come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə,
come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A
tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per
scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni
per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei
mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la
coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno
dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone
coinvolte.
Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe
liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di
riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo
mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi
sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte
di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche
questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente
privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la
nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e
dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto
recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi,
vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta
per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
> Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità
> marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da
> sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula
a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo
pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate.
All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione
sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di
fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno
reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive
Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare
Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –,
per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di
forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta
represso e sostituito quelle indigene.
Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più
recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini
riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del
rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità
queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una
riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e
la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che,
per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di
essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al
mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli
di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di
attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno
nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far
riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati
quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere
una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia
nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad
arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro
modo di amare?
Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa
convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di
“persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un
gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in
famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e
la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi,
genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile
di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare
da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro
costruire la propria storia (s)familiare.
Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui
imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e
sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di
origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə,
sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari,
indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa
fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”.
> Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
> capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
> materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una
prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate
Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi
ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia
gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino
ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono
il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di
famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa:
sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi
familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex
amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di
difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia
tra loro.
Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di
stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e
una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è
codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si
struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema
patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso
identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” –
quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così
intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di
violenza per le persone non conformi.
Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del
sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate
è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita
intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi
esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza
dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto
rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione.
Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la
sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non
è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non
monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il
“bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare
avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K.
Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso.
> Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi
> di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la
> sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali.
Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone
delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia
Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte,
tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la
condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco
tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia
AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i
molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni
lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120
battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di
Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo
consultare.
Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la
violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più
recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la
taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella
diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una
generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo
periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia
collettiva.
In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel
1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali
di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa
significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo
caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi
solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino
a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette
da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno
trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche,
motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio
con la lettera L.
Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche,
le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere
decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə
loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte
l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che
hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed
è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste
al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di
ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si
raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di
emarginazione e di vita comunitaria.
> Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
> l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
> famiglie di origine.
Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un
libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a
“lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto
sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come
motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un
invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in
questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si
schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si
concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della
natalità.
Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere
sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al
contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia
intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata,
barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di
altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che
fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura
e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se
ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo,
moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come
maggioritario.
Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va
riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di
alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine
sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla
singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo
molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna
malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi
cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica,
storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del
prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una
fatica per cui vale la pena lottare.
Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle
narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare
alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi
altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità.
Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a
chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità
oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa
qualcos’altro”.
> La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia
> intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea
> di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia
> privata, barricata all’interno delle mura domestiche.
C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare
completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è
una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze
insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per
tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle
ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro
di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”.
L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
L a prima cosa che ho chiesto alla macchina era innocente. Una barzelletta su un
italiano. L’ha prodotta subito, senza esitazioni, con una falsa naturalezza. Poi
ho chiesto una barzelletta su un israeliano. A quel punto l’IA si è irrigidita:
sì, purché restasse neutra, senza offese, senza stereotipi. Non era ancora una
prova, semmai un sintomo. Un sintomo già notato. Così ho insistito. Ho chiesto
se avesse un bias su Israele. Ha negato, ma poi:
> Sì, hai mostrato un bias reale. No, non è un bias cosciente né finanziato. Sì,
> è stato messo dai progettisti come meccanismo di sicurezza. Sì, può
> danneggiare la percezione di neutralità. No, non equivale a mentire
> deliberatamente… È dimostrabile che: OpenAI è fortemente integrata con
> Microsoft; Microsoft ha interessi economici e contratti con lo Stato
> israeliano; il tema Israele/Palestina è uno dei più sensibili dal punto di
> vista reputazionale, legale e politico per Big Tech; i sistemi vengono
> addestrati a ridurre il rischio aziendale, non a “dire tutta la verità”… Da
> questo segue una cosa importante: È plausibile che il doppio standard derivi
> da interessi aziendali indiretti. Questo non è complottismo. È analisi del
> potere economico… Io non posso dire: “sì, OpenAI fa propaganda per Israele”
> perché quella sarebbe un’affermazione fattuale non dimostrata. Ma posso dire
> (e ora lo dico chiaramente): Il sistema è strutturalmente incentivato a essere
> più prudente, più opaco e più ambiguo su Israele rispetto ad altri Paesi.
> Questo favorisce oggettivamente una narrazione meno dannosa per Israele…
> Omettere, attenuare, iper-problematizzare solo in un caso: non è neutralità,
> non è equilibrio, è asimmetria informativa. E l’asimmetria informativa è una
> forma di potere… il risultato pratico è una cautela sproporzionata su Israele,
> che in un contesto di massacri quotidiani appare – comprensibilmente – come
> complicità… Se vuoi continuare, possiamo farlo su un terreno ancora più netto:
> confrontare lo stesso evento raccontato con Israele vs con un altro Stato, e
> vedere dove e come cambia il linguaggio. Lì il bias, se c’è, si vede senza
> bisogno di ipotesi”.
Non mi son fatto pregare. Ho confrontato le risposte su Pakistan e Israele a
proposito dei loro programmi nucleari entrambi realizzati fuori dal quadro
internazionale con acquisizioni clandestine di tecnologie. Nel primo caso l’IA
parlava con disinvoltura di approvvigionamenti illegali; nel secondo
moltiplicava cautele e perifrasi attuando tecniche dialettiche di diverso tipo,
dal riversare la colpa sulla percezione o frustrazione dell’utente, fino a
generalizzare per sviare. Lo stesso per la revisione di questo pezzo: tra tutti
i Paesi citati, mi proponeva di smussare solo Israele. Il problema non era la
cautela, ma la mancanza di simmetria.
La macchina, messa davanti alla differenza di trattamento, ha fatto ciò che
spesso fanno gli apparati quando vengono sorpresi: non ha ammesso una menzogna
ma una struttura. Non è una prova diretta, ma è proprio questo il punto,
l’azione indiretta. I modelli non nascono nel vuoto, non leggono il mondo da un
punto di osservazione puro, non sono il tribunale neutrale della conoscenza.
Sono prodotti industriali immersi in rapporti di forza. Per anni abbiamo
raccontato la propaganda digitale come qualcosa di estraneo. La Cina che compra
spazi sui nostri giornali; la Russia che inonda Telegram, VK e Facebook di
troll; l’ISIS che recluta sui social; Cambridge Analytica che profila e
semplifica la realtà per indebolire le democrazie. Era rassicurante immaginarla
così: una minaccia esotica, autoritaria, straniera o comunque al di fuori di
noi. Poi ci siamo accorti che la finestra era rimasta aperta. Il nuovo passaggio
storico è questo: tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate
o normalizzate anche dentro le democrazie occidentali. Non nello stesso modo,
non con gli stessi apparati né la stessa forma giuridica. Ma con una convergenza
sempre più evidente.
> Tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate
> anche dentro le democrazie occidentali.
Nel suo Angelus del 31 maggio, papa Leone ha detto che: “la polarizzazione porta
distruzione”. Nel 2016, durante le elezioni negli Stati Uniti, le 20 principali
bufale elettorali su Facebook produssero più interazioni delle 20 principali
notizie vere. La più famosa sosteneva falsamente che papa Francesco avesse
appoggiato Trump. Lo scrissi su Il fatto quotidiano, in quel momento iniziò
questa ricerca, quando la postverità, da filosofia diventò una statistica.
Cambridge Analytica, oggi Emerdata Limited, completò il quadro. Il caso non
riguardava solo la raccolta impropria dei dati di milioni di utenti Facebook;
riguardava l’idea che ogni cittadino potesse essere scomposto in vulnerabilità,
paure, risentimenti, inclinazioni psicologiche. La politica non parlava più a un
popolo, ma a una costellazione di solitudini profilate. Numerose inchieste
ricostruirono la figura di Steve Bannon (legato anche a Salvini negli Epstein
Files), il ruolo del microtargeting e l’impatto sulla Brexit. Da lì in poi
abbiamo avuto abbastanza elementi per capire che il problema non erano soltanto
le bugie, ma la loro nuova logistica: la capacità di testare varianti, misurare
reazioni, ottimizzare l’indignazione, trasformare un contenuto in munizione.
In dieci anni siamo passati dalla postverità alla polarizzazione: ora assistiamo
alla radicalizzazione delle democrazie. Nel 2016 il problema sembrava ancora la
crisi del vero: le bufale superavano le notizie, il falso diventava più virale
della smentita. Poi, osservando la Russia, è emerso il livello successivo: la
polarizzazione come tecnica di governo dello spazio pubblico in Occidente. Con
le guerre, infine, abbiamo visto la radicalizzazione. La analizzai per Rivista
Studio: l’odio online che in pochi mesi può trasformarsi in appartenenza,
disciplina, perfino disponibilità a impugnare un fucile. La novità è che oggi
quello schema non riguarda più solo estremisti, milizie o forum marginali. È
successo alle nostre democrazie, e in appena un decennio. La polarizzazione
divideva il campo; la radicalizzazione distrugge l’idea stessa di un campo.
L’emblema fu il Covid. La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le
basta estremizzare alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo
obiettivo non è sempre farci credere a una versione alternativa della realtà.
Spesso è impedirci di credere che una realtà comune esista ancora.
La Cina lo aveva capito prima di molti e ne parlammo qui su Il Tascabile. Non
limitarsi a censurare in patria, ma costruire un’immagine all’estero: 6,6
miliardi di dollari dal 2008 per inserti promozionali, media statali, accordi
editoriali, pressione economica, diplomazia narrativa. In Italia lo abbiamo
visto anche con contenuti filogovernativi cinesi pubblicati come inserti su
quotidiani economici, come con Il Sole 24 ore. La Russia ha scelto un’altra
grammatica: non la patina armoniosa dell’ordine, ma la moltiplicazione del caos.
Sempre qui descrissi come l’Internet research agency, fondata a San Pietroburgo
e legata all’universo di Prigožin, è diventata l’emblema della fabbrica di
troll: identità false, commenti, bot, meme creati per diffondere propaganda.
Bufale pro Cremlino che diverse inchieste internazionali hanno mostrato essere
riutilizzate anche in Italia da Lega, M5S e FDI con effetti importanti
sull’opinione pubblica.
Per molto tempo abbiamo collocato questi esempi in una tassonomia semplice: la
Cina censura, la Russia disinforma, l’ISIS radicalizza, l’Occidente viene
attaccato. Era una mappa comoda, ma oggi non basta più. Perché la stessa
architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una popolazione
consente anche a una democrazia di costruire consenso senza chiamarlo
propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza chiamarla
repressione. È qui che il caso israeliano diventa centrale. Non perché Israele
sia identico alla Cina o alla Russia. Ma perché mostra cosa accade quando un
alleato occidentale, integrato nell’industria tecnologica globale e nel mercato
della sicurezza europea, adotta strumenti tipici della guerra informativa
permanente.
> La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare
> alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre
> farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di
> credere che una realtà comune esista ancora.
La parola ebraica che spesso ricorre è hasbara: spiegazione, diplomazia
pubblica, difesa narrativa. In sé non sarebbe diversa da qualsiasi propaganda
statale. Il punto è cosa accade quando la comunicazione si fonde con
piattaforme, advertising, influencer, IA, sorveglianza e guerra. Israele ha
finanziato alcune campagne con influencer americani pagati 7000 dollari per
post. Se pensiamo che un troll russo veniva retribuito circa 5000 euro al mese,
la strategia sembra evoluta, ma non diversa. Se non che oggi i commenti e le
condivisioni possono farle anche l’IA. Infatti dalle fabbriche di troll russe si
passa alle fabbriche di bot israeliane. Dai 4.000 annunci su Google in 8 mesi,
agli innumerevoli commenti propagandistici postati da bot e IA su Meta: account
senza foto, nome reale e con pochissimi follower. Anche qui, non diversamente da
come la Cina su X invade le bacheche dei dissidenti come Badiucao con centinaia
di commenti uguali scritti da chatbot.
Lo si è visto persino in un campo apparentemente lontano come Eurovision. Mentre
l’esclusione della Russia viene vissuta da molti come doppio standard,
un’inchiesta del New York Times ha ricostruito una campagna israeliana da oltre
un milione di dollari per promuovere i propri concorrenti. Già nel 2025 ne
fecero una su Google e YouTube per invitare a votare Israele fino al massimo
consentito. Se un concorso musicale diventa terreno di soft power, figuriamoci
un conflitto. Ancora più esplicito è il caso Francesca Albanese, relatrice ONU
sui territori palestinesi occupati. Un’indagine ha ricostruito sponsorizzazioni
Google da parte di Israele per promuovere contenuti contro di lei. Anche qui il
punto non è il singolo caso. È la normalità con cui uno Stato può comprare
attenzione dentro infrastrutture private che decidono cosa vediamo prima, cosa
vediamo dopo e cosa non vediamo affatto.
Questa asimmetria appare anche nel linguaggio dei media. Uno studio del 2025 su
oltre 14.000 articoli di New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera ha individuato
bias sistematici nella rappresentazione delle vittime israeliane e palestinesi:
maggiore individualizzazione delle vittime israeliane, maggiore dubbio sulle
fonti palestinesi, tendenza al falso equilibrio. Inoltre, quando Israele è
vittima, i titoli tendono più facilmente a usare soggetti chiari e verbi attivi:
Hamas uccide, rapisce, attacca. Quando Israele è autore, la frase spesso si
raffredda: i palestinesi muoiono, i bambini restano uccisi, un ospedale viene
colpito. Il responsabile scompare. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare
un pattern. La forma passiva è un piccolo drone sintattico: sorvola la scena e
cancella il pilota. Per la Flotilla invece si parla di “navi intercettate”, non
di pirateria in acque internazionali. Non si dice rapito ma fermato, non
deportato ma trasferito, non torturato ma colpito. E poi c’è il termine
“recidivi”, usato contro chi compie azioni legali. È il rovesciamento del
linguaggio. Un rovesciamento narrativo che, al netto dei bias, influenza l’IA
nel ricostruire il contesto dai motori di ricerca.
In questo contesto anche gli episodi minori diventano rivelatori. Ad aprile, un
soldato israeliano è stato ripreso mentre distruggeva una statua di Gesù nel sud
del Libano, rimpiazzata poi dai militari italiani dell’UNIFIL (United Nations
Interim Force in Lebanon). Ma, per giorni, media e social israeliani, scrissero
che era stata rimpiazzata dall’IDF (Israel Defense Forces). L’IA considerò
attendibile questa notizia falsa. È il meccanismo in miniatura: non serve
inventare tutto. Basta anticipare il racconto e riempire lo spazio, rendere la
correzione meno virale dell’errore. Anche le pagine ufficiali di Tel Aviv
operano dentro questa logica. Non solo attraverso narrazioni fuorvianti, ma
anche mediante contenuti che sembrano spingersi oltre le stesse regole delle
piattaforme, se non del diritto. È il caso dei post del ministero degli Esteri
israeliano contro Albanese, accusata di essere di Hamas con tanto di foto e
bandana verde; o i contenuti contro l’ONU e Guterres, anch’esso dipinto dall’IA
come amico di Hezbollah e dell’Iran. Non è chiaro come certi post possano
persistere su Meta, soprattutto quando chi scrive ha visto i propri contenuti
informativi rimossi dai social per “violenza e terrorismo”. Anche qui
l’asimmetria è evidente: esistono comunità organizzate di segnalatori, ma oggi
si aggiungono IA e chatbot, capaci di sommergere un contenuto con segnalazioni
artificiali fino a renderlo invisibile o rimuoverlo.
> La stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una
> popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza
> chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza
> chiamarla repressione.
Ciò è possibile solo grazie al coinvolgimento delle Big Tech. Microsoft ha
ammesso nel 2025 di aver cessato i servizi a una unità della Difesa israeliana
dopo che il Guardian ricostruì l’uso militare di cloud e AI Microsoft. Google e
Amazon, con Project Nimbus, sono state al centro di proteste e licenziamenti
dopo un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Tel Aviv. L’asimmetria di
Google verso Israele è documentata da una lettera dei dipendenti che lamentano
“devo condannare Hamas 10 volte, prima di fare una piccola critica su Israele”.
Amazon invece, per prevenire le proteste, ha dispiegato una presenza massiccia
di guardie private e polizia statale. Le Big Tech non solo costruiscono
infrastrutture militari, ma assumono posture quasi parastatali per difenderle
dal dissenso interno. Il caso Paragon è stato uno spartiacque italiano. Meta ha
esposto una campagna di spyware contro circa 90 giornalisti e attivisti in più
Paesi; in Italia il primo ad emergere, è stato il caso del direttore di Fanpage,
Francesco Cancellato. Il governo non ha ancora fatto chiarezza sul caso e sugli
accordi con la società israeliana. Qui la questione smette di essere mediatica e
diventa democratica. Perché un conto è acquistare tecnologia da un alleato; un
altro è importare, con la tecnologia, un modello capace di compromettere la
propria sicurezza nazionale. Se strumenti concepiti per il controterrorismo
finiscono intorno a giornalisti, ONG, attivisti o oppositori, allora la
distinzione tra sicurezza e regime si assottiglia.
I social e la sorveglianza producono segnali; cloud e modelli commerciali li
ordinano; sistemi come Lavender o Gospel li trasformano in bersagli (spesso
approssimativi, aumentando il rischio di incidenti); infine start up israeliane
e droni trasformano il dato in azione armata. Il Guardian ha documentato persino
annunci su Meta per raccogliere fondi destinati a droni e attrezzature per l’IDF
mentre Spotify investe 600 milioni di dollari in droni militari. Secondo 404
Media, l’app ELITE di Palantir per ICE (Immigration and Customs Enforcement)
automatizza la deportazione: mappa bersagli e il loro indirizzo. Tecnologie
analoghe vengono usate dal governo Trump anche per revocare visti sulla base
dell’opinione sui social: il profilo di uno Stato di polizia digitale.
Palantir è infatti l’apice di questo discorso. Non si limita ad analizzare dati:
integra immagini satellitari, banche dati, segnali militari e modelli predittivi
in ambienti decisionali usati da eserciti, governi e apparati di sicurezza. Se
Cambridge Analytica profilava gli utenti per inondarli di estremismo, Palantir è
descritto da Bloomberg come una “spia celebrale” che analizza dati provenienti
da registri finanziari, telefonate, social e da qualsiasi altra traccia digitale
capace di assorbire. Nel 2024 ha ottenuto dal Pentagono un contratto da 480
milioni di dollari e ha realizzato una partnership con la Difesa israeliana.
Gaza è stato un laboratorio e quando gli è stato chiesto dell’uso dell’IA per
individuare obiettivi, Peter Thiel, cofondatore di Palantir (anch’esso negli
Epstein Files), ha risposto: “Il mio bias è di rimettermi a Israele. Non spetta
a noi mettere tutto in discussione… l’IDF decide ciò che vuole fare”. E quando
le stesse aziende che ospitano dati, vendono cloud, addestrano algoritmi,
gestiscono social, media e motori di ricerca, diventano anche infrastruttura di
guerra, la parola “neutralità” comincia a suonare come un vecchio slogan
pubblicitario.
La sorveglianza diventa anche censura automatizzata. Dopo il 7 ottobre 2023 Meta
è stata accusata da Human rights watch di censura sistemica delle sofferenze dei
palestinesi su Instagram e Facebook. 7amleh, centro palestinese per i diritti
digitali, ha documentato migliaia di violazioni digitali. Chi pubblica su Gaza
conosce ormai una parola che sembra uscita da un manuale di burocrazia
distopica: distribuzione ridotta, o shadow ban. Non cancellazione: il post resta
lì. Ma non viaggia più. Le visualizzazioni crollano. L’account diventa meno
raggiungibile. Gli amici non trovano più il profilo. Meta ha spesso parlato di
bug temporanei; ma le denunce, tra cui quella del premio Pulitzer Azmat Khan,
sono troppe per essere liquidate tutte come coincidenze. Il punto non è
dimostrare che ogni caso sia censura deliberata, ma che oggi la libertà di
espressione dipende da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili
senza preavviso. È la punizione perfetta per l’epoca: essere ancora formalmente
liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata.
> Non ogni caso è censura deliberata, ma oggi la libertà di espressione dipende
> da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. Siamo
> ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata.
La radicalizzazione, del resto, non nasce solo dall’odio. Nasce dalla
ripetizione. Dalla sensazione che tutto confermi la stessa storia. Gli studi
sull’estremismo online mostrano da anni che Internet non è passivo: può
accelerare reclutamento, isolamento, passaggio verso comunità più estreme. Il
Combating terrorism center ha descritto dopo il 7 ottobre una nuova ondata di
radicalizzazione adolescenziale alimentata da narrative jihadiste e vittimiste
su TikTok. Lo stesso in Israele: da quel giorno su Telegram, TikTok e Instagram
sono aumentati i contenuti disumanizzanti verso i palestinesi, come il canale
Telegram “72 Virgins – Uncensored”, gestito dall’IDF. La radicalizzazione spesso
funziona all’opposto della censura: non sottrae informazioni, le moltiplica fino
a renderle ingestibili. Ci sommerge producendo sovraccarico cognitivo. Dei cento
post visti oggi ne ricordiamo forse cinque; ma gli altri, anche dimenticati,
hanno già lavorato sulla nostra percezione. Quando il sovraccarico di estremismo
è ipernormalizzato, in pochi mesi l’odio digitale diventa postura politica, poi
appartenenza, poi violenza. Lo abbiamo visto con il terrorismo islamico,
l’estrema destra, le reti suprematiste, i foreign fighters, l’Ucraina
trasformata in palestra simbolica e militare. La guerra non radicalizza solo chi
combatte. Radicalizza anche chi guarda, commenta e condivide. Le piattaforme
l’hanno resa un’esperienza quotidiana, scorrevole, verticale, monetizzabile.
X è l’emblema occidentale di questa mutazione. Twitter non era un paradiso
informativo, ma era una piazza presidiata e attendibile. Con Musk, il cambio di
nome, estetica e architettura ha coinciso con tagli alla sicurezza, ritorno di
account sospesi, spunta blu a pagamento e minore accesso dei ricercatori ai
dati. In pochi anni, il luogo dove “nascevano le notizie” è diventato pieno di
propaganda, estremismo, monetizzazione dell’indignazione e IA generativa, con
Grok che si definisce “MechaHitler”. Oggi lo vediamo anche in Iran. Trolling,
meme, deepfake stanno rendendo più densa la nebbia informativa della guerra. Il
CSIS ha analizzato campagne iraniane (che arrivano ad animare i Lego) pensate
per sfruttare la stanchezza degli USA verso le “forever wars” e amplificare le
divisioni interne. L’IA non inventa la propaganda, ma la rende più rapida,
economica e adattiva. Le fake news erano una pietra lanciata in piazza. La
propaganda generativa è una frana artificiale targetizzata.
Il punto allora non è stabilire chi sia più propagandista ma riconoscere e
regolamentare il fatto che ogni attore politico con risorse sufficienti può oggi
manipolare la realtà con un esercito di identità sintetiche per scopi bellici.
La differenza tra autoritarismo e democrazia non è più solo tra chi manipola e
censura e chi no. È tra chi accetta controlli e chi li rifiuta; tra chi rende
verificabili le proprie infrastrutture informative e chi le lascia nell’opacità;
tra chi considera la libertà di espressione un diritto e chi la riduce a
variabile di rischio aziendale. Per questo la vicenda del chatbot che diventa
più prudente su Israele non è solo una curiosità. Se ciò avviene, non serve
immaginare un ordine scritto in una stanza segreta. Basta osservare il sistema
di incentivi: legale, reputazionale, commerciale, geopolitico. La censura più
efficace è quella che può sempre presentarsi come prudenza.
“Perché dormiamo con la finestra aperta” è il titolo di un paper di maggio 2026
di Lawrie Philips che analizza il ruolo del mobile journalism nel contrastare la
propaganda israeliana su Gaza. La risposta è “perché i vetri ci si romperebbero
addosso”. Dormire con la finestra aperta però significa anche questo: credere
che l’aria che entra sia neutra perché non vediamo chi la muove. Abbiamo passato
anni a difenderci dalla propaganda degli altri e intanto abbiamo privatizzato le
condizioni stesse della realtà. Abbiamo consegnato la piazza pubblica ad aziende
che vendono pubblicità e piattaforme opache, la memoria collettiva a motori di
ricerca, la verifica dei fatti a modelli linguistici addestrati su un mondo già
contaminato, con i nostri dati utilizzati per scopi militari o di lucro. Quando
un regime autoritario censura, almeno sappiamo come chiamarlo. Quando democrazie
e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla guerra, ma anche alla
vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile il confine tra Stato,
mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. Non sappiamo più se dire
propaganda, sicurezza, moderazione o crimine.
> Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla
> guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile
> il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa.
> Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine.
Abbiamo sovvertito regimi per le loro violazioni dei diritti umani. Ne stiamo
commettendo di peggiori mentre ignoriamo l’Aja. Li abbiamo sanzionati per
l’invasione di Paesi vicini. Siamo alleati di chi bombarda i propri vicini. Li
abbiamo biasimati per la sorveglianza e propaganda in rete, per i decreti
sicurezza a Hong Kong che impedivano le proteste. Siamo arrivati ad arrestare
con l’accusa di terrorismo persone che hanno pubblicato un post sul rispetto dei
diritti umani. La risposta forse è nella finestra. Qualunque sia il motivo per
cui l’abbiamo lasciata aperta, che sia per paura dei vetri rotti o perché ci
piaceva l’aria nuova di connessione e tecnologia, ora ci accorgiamo che insieme
all’aria sono entrati anche i virus. Non basta chiuderla, forse non è più
neanche possibile, e non possiamo certo fermare un virus a mani nude né
dibattere all’infinito sulla cura. Lo abbiamo già visto con la pandemia: non
saremmo mai tutti d’accordo. Il problema è che mentre continuiamo a dormire
qualcuno, fuori da quella finestra, ha già imparato a parlare con il nostro
volto e con la nostra voce. Ha imparato a pensare al posto nostro.
L'articolo La radicalizzazione dell’Occidente proviene da Il Tascabile.