I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la
figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo
sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli
anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della
terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network
sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina
di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai
completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano.
L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa
opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte
in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il
ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e
nordamericani in particolare sembrava evaporata.
Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che
promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo
reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele,
salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui
viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi;
nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro
precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della
seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste
narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare
il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico
Picerni per Laterza).
A Sud della piattaforma di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di
Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con
un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo
immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città
del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una
storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di
cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di
piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in
territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro
informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della
piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri
di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione.
Videmus nunc per speculum in aenigmate.
Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo
eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila
nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che
però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne
restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app:
tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo,
Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da
capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo.
> La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in
> cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una
> materialità del lavoro che sembrava evaporata.
La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di
lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery
diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo
scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode
un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo,
poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I
rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali,
usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come
lavoratori.
In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del
lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime.
Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i
rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano
le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro
cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo
alla presunzione di subordinazione.
In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros
transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia,
la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel
2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di
rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la
California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva
di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa
“piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale.
E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non
compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena
richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui
si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e
dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un
punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana
– dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal
barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di
solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si
presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro
vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove.
> La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui
> il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che
> altrove.
Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui
leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la
tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti
su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità
storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un
“pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che
rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo,
comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità
storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità
differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di
produzione.
In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio
di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro
salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch,
Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e
moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità
centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo
periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo
mondiale, e non come una sua fase preliminare.
Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano
algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in
cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia
del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della
logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come
infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in
questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e
Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati,
come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori.
Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della
profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più
interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della
capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp,
nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le
loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali,
impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e
ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza,
scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in
base alle congiunture familiari e agli shock economici.
Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le
app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre
la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di
gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina,
sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa
esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a
portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del
ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio
corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la
descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non
rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione,
in autosfruttamento.
> Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene
> insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della
> città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema.
Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una
sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra,
ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce
ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app
diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione,
punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene
messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente
algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali
margini.
In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a
omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui
l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di
fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come
dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra
autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di
salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato,
credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del
passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla
distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente
successivo o spazialmente ridislocato).
Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse
teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del
postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle
piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa
eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di
pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per
implicazione la stessa legge del valore.
Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di
supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione
della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il
centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica
della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio
dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà
plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama
supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre
carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di
sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità
adattativa del proletariato.
Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica,
contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla
tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione
integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che
il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso
in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo
dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato
da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso
del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la
marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”.
> È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche
> – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale,
> autonomo dipendente, agricolo, migrante.
Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del
capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del
1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia
politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più
sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura.
Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro
in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro,
quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno
a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione
dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che
aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze,
ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano
presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857:
> Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la
> rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è
> assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa
> semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i
> rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad
> es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al
> di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato
> corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da
> un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa
> di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria
> della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza
> in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna
> porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico
> e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione,
> come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società.
Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale
esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico
venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche”
astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della
storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come
sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la
posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca
e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le
critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa
Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto,
storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del
1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il
plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza
dei rapporti economici circostanti:
> In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi
> rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a
> tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe
> tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro
> particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso
> specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo.
Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di
svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i
soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria
spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono
improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di
riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si
rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia
restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non
etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è
confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e
in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di
riserva.
> Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della
> marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la
> problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza
> lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché
> nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per
> Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo
> marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre
> parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito
> solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di
> attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di
> marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico:
> l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera
> necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le
> risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per
> alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni
> egemoniche a causa della crescita demografica.
C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella
loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non
attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito
(o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo
tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno
provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre
cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi
storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per
temporalità multiple), e che non appartiene a Marx.
> Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
> perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza
> intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti.
È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di
riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più
efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la
coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della
maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo
sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del
capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento
strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che
ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a
riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla
loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a
Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente
il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche
senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico
per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro,
a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre
avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali,
mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto
alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo.
Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e
diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di
elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi
semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È
la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che
abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi
differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui
capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi
di sviluppo per alimentare la propria accumulazione.
Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità
storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus
dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio
quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della
diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e
anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti
condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture
rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più
ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta
in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia.
> Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la
> cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo
> fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo
classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia,
in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un
luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un
ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico –
necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed
effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della
storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di
un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono
riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza.
A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema
classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge
marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica.
Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo
sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari
sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente
centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro
socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi
della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general
intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del
lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite
e non, salariali e a cottimo.
Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo
precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del
salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare
la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è
esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come
libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente
di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a
consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la
centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di
produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel
dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il
modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto
sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente
accumulazione di capitale “ordinando” le altre.
Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle
piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro
salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto
da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura
postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia
nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel
volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla
concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di
piattaforma.
> Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene
> pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una
> “riottocentizzazione” dei rapporti di classe.
In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe
utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta
storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe:
smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo,
esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie
contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per
dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense)
hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il
lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di
questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti
interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America
Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue
politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali
e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la
gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base:
sovrasfruttamento.
Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà
al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze
sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere
di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi
WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por
aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei
rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi
dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle
piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli.
Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega
Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del
sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una
costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle
piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia
interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il
settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare
scioperi globali.
De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto
romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino
in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di
solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a
livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le
voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La
crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo
come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile.
Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di
organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato
frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non
opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa
(anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un
tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico
internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né
orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca
cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di
organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e
operativa del loro sviluppo effettivo.
> Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte
> transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra
> sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto.
Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare
un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che
effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per
esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità
quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il
livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha
ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di
negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della
piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa.
E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito
all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto
che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative
informali o di base esiste nel concreto.
E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le
dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano
apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il
riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in
campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in
che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del
valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte
messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è
troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie
ad faciem.
Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi
teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture
congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che
cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è
uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie
urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le
biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite
app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno
sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci
restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione
dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso
mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del
capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie
operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare
l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione.
L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
Tag - Società
D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie
amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia
sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire
con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche
l’amicizia è una forma d’amore”.
A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di
pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative
e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso
riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero
fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero
essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la
relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le
amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui
condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano
rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti.
Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di
alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə”
quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come
se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea
frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a
costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di
intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica:
mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə
amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe
diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non
adatta ad amicizie adulte.
Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o
desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante
continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con
il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche
con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio
dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono
le possibilità di incontri spontanei e quotidiani.
> L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è
> un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha
> interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri
> tipi di intimità.
Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per
la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono
cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi,
nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno
strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e
altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di
riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai
stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella
millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua
narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta
molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di
impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di
troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che
contraddistingue tante vite di questa generazione.
In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani
siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali,
audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a
testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente
prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più
corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli
algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire
vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive
lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per
invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro
amicizie perché la vita di coppia non fa per loro.
Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa
come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə,
come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A
tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per
scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni
per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei
mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la
coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno
dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone
coinvolte.
Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe
liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di
riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo
mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi
sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte
di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche
questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente
privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la
nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e
dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto
recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi,
vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta
per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
> Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità
> marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da
> sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula
a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo
pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate.
All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione
sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di
fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno
reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive
Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare
Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –,
per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di
forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta
represso e sostituito quelle indigene.
Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più
recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini
riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del
rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità
queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una
riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e
la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che,
per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di
essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al
mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli
di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di
attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno
nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far
riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati
quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere
una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia
nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad
arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro
modo di amare?
Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa
convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di
“persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un
gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in
famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e
la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi,
genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile
di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare
da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro
costruire la propria storia (s)familiare.
Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui
imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e
sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di
origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə,
sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari,
indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa
fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”.
> Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
> capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
> materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una
prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate
Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi
ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia
gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino
ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono
il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di
famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa:
sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi
familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex
amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di
difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia
tra loro.
Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di
stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e
una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è
codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si
struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema
patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso
identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” –
quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così
intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di
violenza per le persone non conformi.
Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del
sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate
è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita
intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi
esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza
dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto
rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione.
Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la
sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non
è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non
monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il
“bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare
avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K.
Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso.
> Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi
> di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la
> sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali.
Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone
delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia
Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte,
tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la
condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco
tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia
AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i
molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni
lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120
battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di
Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo
consultare.
Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la
violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più
recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la
taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella
diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una
generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo
periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia
collettiva.
In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel
1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali
di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa
significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo
caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi
solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino
a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette
da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno
trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche,
motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio
con la lettera L.
Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche,
le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere
decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə
loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte
l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che
hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed
è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste
al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di
ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si
raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di
emarginazione e di vita comunitaria.
> Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
> l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
> famiglie di origine.
Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un
libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a
“lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto
sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come
motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un
invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in
questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si
schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si
concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della
natalità.
Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere
sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al
contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia
intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata,
barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di
altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che
fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura
e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se
ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo,
moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come
maggioritario.
Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va
riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di
alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine
sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla
singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo
molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna
malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi
cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica,
storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del
prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una
fatica per cui vale la pena lottare.
Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle
narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare
alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi
altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità.
Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a
chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità
oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa
qualcos’altro”.
> La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia
> intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea
> di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia
> privata, barricata all’interno delle mura domestiche.
C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare
completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è
una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze
insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per
tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle
ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro
di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”.
L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
L a prima cosa che ho chiesto alla macchina era innocente. Una barzelletta su un
italiano. L’ha prodotta subito, senza esitazioni, con una falsa naturalezza. Poi
ho chiesto una barzelletta su un israeliano. A quel punto l’IA si è irrigidita:
sì, purché restasse neutra, senza offese, senza stereotipi. Non era ancora una
prova, semmai un sintomo. Un sintomo già notato. Così ho insistito. Ho chiesto
se avesse un bias su Israele. Ha negato, ma poi:
> Sì, hai mostrato un bias reale. No, non è un bias cosciente né finanziato. Sì,
> è stato messo dai progettisti come meccanismo di sicurezza. Sì, può
> danneggiare la percezione di neutralità. No, non equivale a mentire
> deliberatamente… È dimostrabile che: OpenAI è fortemente integrata con
> Microsoft; Microsoft ha interessi economici e contratti con lo Stato
> israeliano; il tema Israele/Palestina è uno dei più sensibili dal punto di
> vista reputazionale, legale e politico per Big Tech; i sistemi vengono
> addestrati a ridurre il rischio aziendale, non a “dire tutta la verità”… Da
> questo segue una cosa importante: È plausibile che il doppio standard derivi
> da interessi aziendali indiretti. Questo non è complottismo. È analisi del
> potere economico… Io non posso dire: “sì, OpenAI fa propaganda per Israele”
> perché quella sarebbe un’affermazione fattuale non dimostrata. Ma posso dire
> (e ora lo dico chiaramente): Il sistema è strutturalmente incentivato a essere
> più prudente, più opaco e più ambiguo su Israele rispetto ad altri Paesi.
> Questo favorisce oggettivamente una narrazione meno dannosa per Israele…
> Omettere, attenuare, iper-problematizzare solo in un caso: non è neutralità,
> non è equilibrio, è asimmetria informativa. E l’asimmetria informativa è una
> forma di potere… il risultato pratico è una cautela sproporzionata su Israele,
> che in un contesto di massacri quotidiani appare – comprensibilmente – come
> complicità… Se vuoi continuare, possiamo farlo su un terreno ancora più netto:
> confrontare lo stesso evento raccontato con Israele vs con un altro Stato, e
> vedere dove e come cambia il linguaggio. Lì il bias, se c’è, si vede senza
> bisogno di ipotesi”.
Non mi son fatto pregare. Ho confrontato le risposte su Pakistan e Israele a
proposito dei loro programmi nucleari entrambi realizzati fuori dal quadro
internazionale con acquisizioni clandestine di tecnologie. Nel primo caso l’IA
parlava con disinvoltura di approvvigionamenti illegali; nel secondo
moltiplicava cautele e perifrasi attuando tecniche dialettiche di diverso tipo,
dal riversare la colpa sulla percezione o frustrazione dell’utente, fino a
generalizzare per sviare. Lo stesso per la revisione di questo pezzo: tra tutti
i Paesi citati, mi proponeva di smussare solo Israele. Il problema non era la
cautela, ma la mancanza di simmetria.
La macchina, messa davanti alla differenza di trattamento, ha fatto ciò che
spesso fanno gli apparati quando vengono sorpresi: non ha ammesso una menzogna
ma una struttura. Non è una prova diretta, ma è proprio questo il punto,
l’azione indiretta. I modelli non nascono nel vuoto, non leggono il mondo da un
punto di osservazione puro, non sono il tribunale neutrale della conoscenza.
Sono prodotti industriali immersi in rapporti di forza. Per anni abbiamo
raccontato la propaganda digitale come qualcosa di estraneo. La Cina che compra
spazi sui nostri giornali; la Russia che inonda Telegram, VK e Facebook di
troll; l’ISIS che recluta sui social; Cambridge Analytica che profila e
semplifica la realtà per indebolire le democrazie. Era rassicurante immaginarla
così: una minaccia esotica, autoritaria, straniera o comunque al di fuori di
noi. Poi ci siamo accorti che la finestra era rimasta aperta. Il nuovo passaggio
storico è questo: tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate
o normalizzate anche dentro le democrazie occidentali. Non nello stesso modo,
non con gli stessi apparati né la stessa forma giuridica. Ma con una convergenza
sempre più evidente.
> Tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate
> anche dentro le democrazie occidentali.
Nel suo Angelus del 31 maggio, papa Leone ha detto che: “la polarizzazione porta
distruzione”. Nel 2016, durante le elezioni negli Stati Uniti, le 20 principali
bufale elettorali su Facebook produssero più interazioni delle 20 principali
notizie vere. La più famosa sosteneva falsamente che papa Francesco avesse
appoggiato Trump. Lo scrissi su Il fatto quotidiano, in quel momento iniziò
questa ricerca, quando la postverità, da filosofia diventò una statistica.
Cambridge Analytica, oggi Emerdata Limited, completò il quadro. Il caso non
riguardava solo la raccolta impropria dei dati di milioni di utenti Facebook;
riguardava l’idea che ogni cittadino potesse essere scomposto in vulnerabilità,
paure, risentimenti, inclinazioni psicologiche. La politica non parlava più a un
popolo, ma a una costellazione di solitudini profilate. Numerose inchieste
ricostruirono la figura di Steve Bannon (legato anche a Salvini negli Epstein
Files), il ruolo del microtargeting e l’impatto sulla Brexit. Da lì in poi
abbiamo avuto abbastanza elementi per capire che il problema non erano soltanto
le bugie, ma la loro nuova logistica: la capacità di testare varianti, misurare
reazioni, ottimizzare l’indignazione, trasformare un contenuto in munizione.
In dieci anni siamo passati dalla postverità alla polarizzazione: ora assistiamo
alla radicalizzazione delle democrazie. Nel 2016 il problema sembrava ancora la
crisi del vero: le bufale superavano le notizie, il falso diventava più virale
della smentita. Poi, osservando la Russia, è emerso il livello successivo: la
polarizzazione come tecnica di governo dello spazio pubblico in Occidente. Con
le guerre, infine, abbiamo visto la radicalizzazione. La analizzai per Rivista
Studio: l’odio online che in pochi mesi può trasformarsi in appartenenza,
disciplina, perfino disponibilità a impugnare un fucile. La novità è che oggi
quello schema non riguarda più solo estremisti, milizie o forum marginali. È
successo alle nostre democrazie, e in appena un decennio. La polarizzazione
divideva il campo; la radicalizzazione distrugge l’idea stessa di un campo.
L’emblema fu il Covid. La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le
basta estremizzare alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo
obiettivo non è sempre farci credere a una versione alternativa della realtà.
Spesso è impedirci di credere che una realtà comune esista ancora.
La Cina lo aveva capito prima di molti e ne parlammo qui su Il Tascabile. Non
limitarsi a censurare in patria, ma costruire un’immagine all’estero: 6,6
miliardi di dollari dal 2008 per inserti promozionali, media statali, accordi
editoriali, pressione economica, diplomazia narrativa. In Italia lo abbiamo
visto anche con contenuti filogovernativi cinesi pubblicati come inserti su
quotidiani economici, come con Il Sole 24 ore. La Russia ha scelto un’altra
grammatica: non la patina armoniosa dell’ordine, ma la moltiplicazione del caos.
Sempre qui descrissi come l’Internet research agency, fondata a San Pietroburgo
e legata all’universo di Prigožin, è diventata l’emblema della fabbrica di
troll: identità false, commenti, bot, meme creati per diffondere propaganda.
Bufale pro Cremlino che diverse inchieste internazionali hanno mostrato essere
riutilizzate anche in Italia da Lega, M5S e FDI con effetti importanti
sull’opinione pubblica.
Per molto tempo abbiamo collocato questi esempi in una tassonomia semplice: la
Cina censura, la Russia disinforma, l’ISIS radicalizza, l’Occidente viene
attaccato. Era una mappa comoda, ma oggi non basta più. Perché la stessa
architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una popolazione
consente anche a una democrazia di costruire consenso senza chiamarlo
propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza chiamarla
repressione. È qui che il caso israeliano diventa centrale. Non perché Israele
sia identico alla Cina o alla Russia. Ma perché mostra cosa accade quando un
alleato occidentale, integrato nell’industria tecnologica globale e nel mercato
della sicurezza europea, adotta strumenti tipici della guerra informativa
permanente.
> La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare
> alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre
> farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di
> credere che una realtà comune esista ancora.
La parola ebraica che spesso ricorre è hasbara: spiegazione, diplomazia
pubblica, difesa narrativa. In sé non sarebbe diversa da qualsiasi propaganda
statale. Il punto è cosa accade quando la comunicazione si fonde con
piattaforme, advertising, influencer, IA, sorveglianza e guerra. Israele ha
finanziato alcune campagne con influencer americani pagati 7000 dollari per
post. Se pensiamo che un troll russo veniva retribuito circa 5000 euro al mese,
la strategia sembra evoluta, ma non diversa. Se non che oggi i commenti e le
condivisioni possono farle anche l’IA. Infatti dalle fabbriche di troll russe si
passa alle fabbriche di bot israeliane. Dai 4.000 annunci su Google in 8 mesi,
agli innumerevoli commenti propagandistici postati da bot e IA su Meta: account
senza foto, nome reale e con pochissimi follower. Anche qui, non diversamente da
come la Cina su X invade le bacheche dei dissidenti come Badiucao con centinaia
di commenti uguali scritti da chatbot.
Lo si è visto persino in un campo apparentemente lontano come Eurovision. Mentre
l’esclusione della Russia viene vissuta da molti come doppio standard,
un’inchiesta del New York Times ha ricostruito una campagna israeliana da oltre
un milione di dollari per promuovere i propri concorrenti. Già nel 2025 ne
fecero una su Google e YouTube per invitare a votare Israele fino al massimo
consentito. Se un concorso musicale diventa terreno di soft power, figuriamoci
un conflitto. Ancora più esplicito è il caso Francesca Albanese, relatrice ONU
sui territori palestinesi occupati. Un’indagine ha ricostruito sponsorizzazioni
Google da parte di Israele per promuovere contenuti contro di lei. Anche qui il
punto non è il singolo caso. È la normalità con cui uno Stato può comprare
attenzione dentro infrastrutture private che decidono cosa vediamo prima, cosa
vediamo dopo e cosa non vediamo affatto.
Questa asimmetria appare anche nel linguaggio dei media. Uno studio del 2025 su
oltre 14.000 articoli di New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera ha individuato
bias sistematici nella rappresentazione delle vittime israeliane e palestinesi:
maggiore individualizzazione delle vittime israeliane, maggiore dubbio sulle
fonti palestinesi, tendenza al falso equilibrio. Inoltre, quando Israele è
vittima, i titoli tendono più facilmente a usare soggetti chiari e verbi attivi:
Hamas uccide, rapisce, attacca. Quando Israele è autore, la frase spesso si
raffredda: i palestinesi muoiono, i bambini restano uccisi, un ospedale viene
colpito. Il responsabile scompare. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare
un pattern. La forma passiva è un piccolo drone sintattico: sorvola la scena e
cancella il pilota. Per la Flotilla invece si parla di “navi intercettate”, non
di pirateria in acque internazionali. Non si dice rapito ma fermato, non
deportato ma trasferito, non torturato ma colpito. E poi c’è il termine
“recidivi”, usato contro chi compie azioni legali. È il rovesciamento del
linguaggio. Un rovesciamento narrativo che, al netto dei bias, influenza l’IA
nel ricostruire il contesto dai motori di ricerca.
In questo contesto anche gli episodi minori diventano rivelatori. Ad aprile, un
soldato israeliano è stato ripreso mentre distruggeva una statua di Gesù nel sud
del Libano, rimpiazzata poi dai militari italiani dell’UNIFIL (United Nations
Interim Force in Lebanon). Ma, per giorni, media e social israeliani, scrissero
che era stata rimpiazzata dall’IDF (Israel Defense Forces). L’IA considerò
attendibile questa notizia falsa. È il meccanismo in miniatura: non serve
inventare tutto. Basta anticipare il racconto e riempire lo spazio, rendere la
correzione meno virale dell’errore. Anche le pagine ufficiali di Tel Aviv
operano dentro questa logica. Non solo attraverso narrazioni fuorvianti, ma
anche mediante contenuti che sembrano spingersi oltre le stesse regole delle
piattaforme, se non del diritto. È il caso dei post del ministero degli Esteri
israeliano contro Albanese, accusata di essere di Hamas con tanto di foto e
bandana verde; o i contenuti contro l’ONU e Guterres, anch’esso dipinto dall’IA
come amico di Hezbollah e dell’Iran. Non è chiaro come certi post possano
persistere su Meta, soprattutto quando chi scrive ha visto i propri contenuti
informativi rimossi dai social per “violenza e terrorismo”. Anche qui
l’asimmetria è evidente: esistono comunità organizzate di segnalatori, ma oggi
si aggiungono IA e chatbot, capaci di sommergere un contenuto con segnalazioni
artificiali fino a renderlo invisibile o rimuoverlo.
> La stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una
> popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza
> chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza
> chiamarla repressione.
Ciò è possibile solo grazie al coinvolgimento delle Big Tech. Microsoft ha
ammesso nel 2025 di aver cessato i servizi a una unità della Difesa israeliana
dopo che il Guardian ricostruì l’uso militare di cloud e AI Microsoft. Google e
Amazon, con Project Nimbus, sono state al centro di proteste e licenziamenti
dopo un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Tel Aviv. L’asimmetria di
Google verso Israele è documentata da una lettera dei dipendenti che lamentano
“devo condannare Hamas 10 volte, prima di fare una piccola critica su Israele”.
Amazon invece, per prevenire le proteste, ha dispiegato una presenza massiccia
di guardie private e polizia statale. Le Big Tech non solo costruiscono
infrastrutture militari, ma assumono posture quasi parastatali per difenderle
dal dissenso interno. Il caso Paragon è stato uno spartiacque italiano. Meta ha
esposto una campagna di spyware contro circa 90 giornalisti e attivisti in più
Paesi; in Italia il primo ad emergere, è stato il caso del direttore di Fanpage,
Francesco Cancellato. Il governo non ha ancora fatto chiarezza sul caso e sugli
accordi con la società israeliana. Qui la questione smette di essere mediatica e
diventa democratica. Perché un conto è acquistare tecnologia da un alleato; un
altro è importare, con la tecnologia, un modello capace di compromettere la
propria sicurezza nazionale. Se strumenti concepiti per il controterrorismo
finiscono intorno a giornalisti, ONG, attivisti o oppositori, allora la
distinzione tra sicurezza e regime si assottiglia.
I social e la sorveglianza producono segnali; cloud e modelli commerciali li
ordinano; sistemi come Lavender o Gospel li trasformano in bersagli (spesso
approssimativi, aumentando il rischio di incidenti); infine start up israeliane
e droni trasformano il dato in azione armata. Il Guardian ha documentato persino
annunci su Meta per raccogliere fondi destinati a droni e attrezzature per l’IDF
mentre Spotify investe 600 milioni di dollari in droni militari. Secondo 404
Media, l’app ELITE di Palantir per ICE (Immigration and Customs Enforcement)
automatizza la deportazione: mappa bersagli e il loro indirizzo. Tecnologie
analoghe vengono usate dal governo Trump anche per revocare visti sulla base
dell’opinione sui social: il profilo di uno Stato di polizia digitale.
Palantir è infatti l’apice di questo discorso. Non si limita ad analizzare dati:
integra immagini satellitari, banche dati, segnali militari e modelli predittivi
in ambienti decisionali usati da eserciti, governi e apparati di sicurezza. Se
Cambridge Analytica profilava gli utenti per inondarli di estremismo, Palantir è
descritto da Bloomberg come una “spia celebrale” che analizza dati provenienti
da registri finanziari, telefonate, social e da qualsiasi altra traccia digitale
capace di assorbire. Nel 2024 ha ottenuto dal Pentagono un contratto da 480
milioni di dollari e ha realizzato una partnership con la Difesa israeliana.
Gaza è stato un laboratorio e quando gli è stato chiesto dell’uso dell’IA per
individuare obiettivi, Peter Thiel, cofondatore di Palantir (anch’esso negli
Epstein Files), ha risposto: “Il mio bias è di rimettermi a Israele. Non spetta
a noi mettere tutto in discussione… l’IDF decide ciò che vuole fare”. E quando
le stesse aziende che ospitano dati, vendono cloud, addestrano algoritmi,
gestiscono social, media e motori di ricerca, diventano anche infrastruttura di
guerra, la parola “neutralità” comincia a suonare come un vecchio slogan
pubblicitario.
La sorveglianza diventa anche censura automatizzata. Dopo il 7 ottobre 2023 Meta
è stata accusata da Human rights watch di censura sistemica delle sofferenze dei
palestinesi su Instagram e Facebook. 7amleh, centro palestinese per i diritti
digitali, ha documentato migliaia di violazioni digitali. Chi pubblica su Gaza
conosce ormai una parola che sembra uscita da un manuale di burocrazia
distopica: distribuzione ridotta, o shadow ban. Non cancellazione: il post resta
lì. Ma non viaggia più. Le visualizzazioni crollano. L’account diventa meno
raggiungibile. Gli amici non trovano più il profilo. Meta ha spesso parlato di
bug temporanei; ma le denunce, tra cui quella del premio Pulitzer Azmat Khan,
sono troppe per essere liquidate tutte come coincidenze. Il punto non è
dimostrare che ogni caso sia censura deliberata, ma che oggi la libertà di
espressione dipende da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili
senza preavviso. È la punizione perfetta per l’epoca: essere ancora formalmente
liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata.
> Non ogni caso è censura deliberata, ma oggi la libertà di espressione dipende
> da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. Siamo
> ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata.
La radicalizzazione, del resto, non nasce solo dall’odio. Nasce dalla
ripetizione. Dalla sensazione che tutto confermi la stessa storia. Gli studi
sull’estremismo online mostrano da anni che Internet non è passivo: può
accelerare reclutamento, isolamento, passaggio verso comunità più estreme. Il
Combating terrorism center ha descritto dopo il 7 ottobre una nuova ondata di
radicalizzazione adolescenziale alimentata da narrative jihadiste e vittimiste
su TikTok. Lo stesso in Israele: da quel giorno su Telegram, TikTok e Instagram
sono aumentati i contenuti disumanizzanti verso i palestinesi, come il canale
Telegram “72 Virgins – Uncensored”, gestito dall’IDF. La radicalizzazione spesso
funziona all’opposto della censura: non sottrae informazioni, le moltiplica fino
a renderle ingestibili. Ci sommerge producendo sovraccarico cognitivo. Dei cento
post visti oggi ne ricordiamo forse cinque; ma gli altri, anche dimenticati,
hanno già lavorato sulla nostra percezione. Quando il sovraccarico di estremismo
è ipernormalizzato, in pochi mesi l’odio digitale diventa postura politica, poi
appartenenza, poi violenza. Lo abbiamo visto con il terrorismo islamico,
l’estrema destra, le reti suprematiste, i foreign fighters, l’Ucraina
trasformata in palestra simbolica e militare. La guerra non radicalizza solo chi
combatte. Radicalizza anche chi guarda, commenta e condivide. Le piattaforme
l’hanno resa un’esperienza quotidiana, scorrevole, verticale, monetizzabile.
X è l’emblema occidentale di questa mutazione. Twitter non era un paradiso
informativo, ma era una piazza presidiata e attendibile. Con Musk, il cambio di
nome, estetica e architettura ha coinciso con tagli alla sicurezza, ritorno di
account sospesi, spunta blu a pagamento e minore accesso dei ricercatori ai
dati. In pochi anni, il luogo dove “nascevano le notizie” è diventato pieno di
propaganda, estremismo, monetizzazione dell’indignazione e IA generativa, con
Grok che si definisce “MechaHitler”. Oggi lo vediamo anche in Iran. Trolling,
meme, deepfake stanno rendendo più densa la nebbia informativa della guerra. Il
CSIS ha analizzato campagne iraniane (che arrivano ad animare i Lego) pensate
per sfruttare la stanchezza degli USA verso le “forever wars” e amplificare le
divisioni interne. L’IA non inventa la propaganda, ma la rende più rapida,
economica e adattiva. Le fake news erano una pietra lanciata in piazza. La
propaganda generativa è una frana artificiale targetizzata.
Il punto allora non è stabilire chi sia più propagandista ma riconoscere e
regolamentare il fatto che ogni attore politico con risorse sufficienti può oggi
manipolare la realtà con un esercito di identità sintetiche per scopi bellici.
La differenza tra autoritarismo e democrazia non è più solo tra chi manipola e
censura e chi no. È tra chi accetta controlli e chi li rifiuta; tra chi rende
verificabili le proprie infrastrutture informative e chi le lascia nell’opacità;
tra chi considera la libertà di espressione un diritto e chi la riduce a
variabile di rischio aziendale. Per questo la vicenda del chatbot che diventa
più prudente su Israele non è solo una curiosità. Se ciò avviene, non serve
immaginare un ordine scritto in una stanza segreta. Basta osservare il sistema
di incentivi: legale, reputazionale, commerciale, geopolitico. La censura più
efficace è quella che può sempre presentarsi come prudenza.
“Perché dormiamo con la finestra aperta” è il titolo di un paper di maggio 2026
di Lawrie Philips che analizza il ruolo del mobile journalism nel contrastare la
propaganda israeliana su Gaza. La risposta è “perché i vetri ci si romperebbero
addosso”. Dormire con la finestra aperta però significa anche questo: credere
che l’aria che entra sia neutra perché non vediamo chi la muove. Abbiamo passato
anni a difenderci dalla propaganda degli altri e intanto abbiamo privatizzato le
condizioni stesse della realtà. Abbiamo consegnato la piazza pubblica ad aziende
che vendono pubblicità e piattaforme opache, la memoria collettiva a motori di
ricerca, la verifica dei fatti a modelli linguistici addestrati su un mondo già
contaminato, con i nostri dati utilizzati per scopi militari o di lucro. Quando
un regime autoritario censura, almeno sappiamo come chiamarlo. Quando democrazie
e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla guerra, ma anche alla
vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile il confine tra Stato,
mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. Non sappiamo più se dire
propaganda, sicurezza, moderazione o crimine.
> Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla
> guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile
> il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa.
> Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine.
Abbiamo sovvertito regimi per le loro violazioni dei diritti umani. Ne stiamo
commettendo di peggiori mentre ignoriamo l’Aja. Li abbiamo sanzionati per
l’invasione di Paesi vicini. Siamo alleati di chi bombarda i propri vicini. Li
abbiamo biasimati per la sorveglianza e propaganda in rete, per i decreti
sicurezza a Hong Kong che impedivano le proteste. Siamo arrivati ad arrestare
con l’accusa di terrorismo persone che hanno pubblicato un post sul rispetto dei
diritti umani. La risposta forse è nella finestra. Qualunque sia il motivo per
cui l’abbiamo lasciata aperta, che sia per paura dei vetri rotti o perché ci
piaceva l’aria nuova di connessione e tecnologia, ora ci accorgiamo che insieme
all’aria sono entrati anche i virus. Non basta chiuderla, forse non è più
neanche possibile, e non possiamo certo fermare un virus a mani nude né
dibattere all’infinito sulla cura. Lo abbiamo già visto con la pandemia: non
saremmo mai tutti d’accordo. Il problema è che mentre continuiamo a dormire
qualcuno, fuori da quella finestra, ha già imparato a parlare con il nostro
volto e con la nostra voce. Ha imparato a pensare al posto nostro.
L'articolo La radicalizzazione dell’Occidente proviene da Il Tascabile.
I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense
Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La
puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse,
una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante
delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno
traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine
del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare
a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel
ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio
subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e
giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the
navy”.
La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo
presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che
ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica
popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i
Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di
successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la
boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine
dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad
arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale
viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende
denunciare.
Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o
leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota
delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma
ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il
simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante
litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da
Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una
telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci
sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto
elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto
invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a
introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze
armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran
parte della vita civile del nostro Paese.
Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile
recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per
strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale,
sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò
la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era
alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze
militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai
siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che
sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia
rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo
mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”.
Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2
giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad
aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio
che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che
tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno,
in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei
cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo
farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi
militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme
diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno
vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il
fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica
impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti
e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste
collaborazioni.
> La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese
> continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale:
> l’abitudine.
C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e
denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica
all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di
attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori
militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della
pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier
c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of
Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso,
ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la
coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo
che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la
prima infrastruttura da conquistare.
Il mitra in cattedra
Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che
coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La
Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua
inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio
che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così,
entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso
attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto
nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania
o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai
dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse
famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati
attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e
Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità
alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i
locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al
bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair.
Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento,
in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle
studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e
manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani
hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve.
L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia.
> Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va
> conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di
> costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura
> da conquistare.
Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato
tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura
della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è
imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato
oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando
con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su
cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di
sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi
attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari:
persino l’ambiente.
I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge
è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno
sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in
provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo
cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla
conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un
programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché,
avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima
di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a
creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la
percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso.
La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i
Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i
vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua
natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con
l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la
“cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo
PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese
siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri.
Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai
protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze
armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra
istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto
dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando
tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il
consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività
attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi
rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in
eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione
per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la
partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a
raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029.
> L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo
> verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo”
> a un “valore” indiscusso.
Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio
operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze
trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che
viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un
canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche
nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui
prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da
Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità.
Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza
artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le
sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a
catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo
sviluppo bellico.
L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di
basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B
dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in
visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il
Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global
Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la
Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus,
impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri
ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando.
La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come
riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto
comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della
ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi
e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica
si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea.
Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli
zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da
slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto
Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
> Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli
> zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da
> slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto
> Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno
non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e
propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni
evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari
scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento”
per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la
presenza di militari in aula proprio a questo scopo.
L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use”
Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e
apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un
contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica,
sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche,
lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La
ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la
robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio
l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia
utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola
Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è
sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è
spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti.
La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la
mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e
Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i
progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a
occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II
di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino
e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al
bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le
domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a
18.
La guerra nelle strade
Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i
più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società,
però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che
la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le
bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della
militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata
nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è
diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il
contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari
distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210
milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che
distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi
ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo
scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano
le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di
risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo
Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni
di euro.
> La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma
> quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe.
Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e
disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace”
che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione
Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza
resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista
sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento,
definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i
poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione
all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche
le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano
l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa
occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di
insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i
militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di
diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo,
spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando
ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta.
Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima
espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030.
L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la
difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione
logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto
Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi
di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3
giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard
tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno
riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il
transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma
fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando
lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea.
Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le
tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano
(Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di
Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi
740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per
l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di
19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul
versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti
dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il
transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE,
rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili.
Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono
stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent
Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo
finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici
pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T
(Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del
territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un
conflitto prolungato.
> L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”,
> oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma
> sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si
> alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la
> stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni.
Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa
comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo
dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo
clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti.
In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso
militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come
BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine,
l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione:
l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei
fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il
Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo
miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano
marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità
interna superiore a quella dei nemici esterni.
Nuove diserzioni
In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6
febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno
incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.
In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro
lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo
stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle
università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della
partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto
numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo
S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e
studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere
l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella
sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per
vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno
attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le
persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale.
Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge
per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire
un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno
dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi
civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e
risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza
viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma
secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere
sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che
attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la
legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento.
L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
D Da bambini ci dicevano che Dio vede tutto, oggi sappiamo che è vero per
Google. E possa la gogna dei social trasformarci in meme, dovessimo dimenticare
per un momento di essere visibili. D’altronde, Foucault ci aveva avvertiti: “La
visibilità è una trappola.” Una tagliola, un SuperIo individuale e collettivo,
una tensione pronta a scattare appena ci discostiamo dal conformismo, dalla
morale comune. La mutazione del censore psichico, da tormento interiore a
punizione pubblica la percepiamo nelle lenti della Google Car, che immortala il
momento esatto in cui un cadavere viene spostato nel cofano di un’auto, nei
tondi occhietti dei telefoni prontamente impugnati per sbugiardare in
mondovisione una coppia di amanti, nelle umiliazioni in palestra catturate dalla
CCTV e caricate online ‒ che si tratti di commettere un omicidio, una
scappatella coniugale o di farsi smutandare dal tapis roulant, non c’è più modo
di nascondersi.
La tensione aumenta, le fauci sono sempre più tese, basta un passo falso per far
scattare la trappola della visibilità mentre Palantir utilizza l’intelligenza
artificiale per incrociare dati da database diversi, trasformandoci nei
“dividuali” previsti da Deleuze: esseri umani ridotti a conglomerati di dati ‒
misurabili, analizzabili, controllabili. Noi, che non siamo ancora Altro,
illegal aliens, stranieri, che non subiremo conseguenze se i nostri dati di
geolocalizzazione vengono venduti allo Stato, come è accaduto con l’ICE, un
acquisto diretto dalle aziende private per aggirare le garanzie costituzionali
americane.
Se siamo cittadini dello Stato in cui viviamo, se siamo abituati a dare per
scontato il nostro muoverci nella società di diritto, se non abbiamo mai avuto
paura che la nostra esistenza possa essere bollata indesiderabile; se i nostri
antenati, biologici e simbolici, non sono mai stati messi in catene dalla
società, se non portiamo dentro i geni dell’homo sacer, potremmo esser cullati
nel sonno dei giusti dal “che importa, che si prendano i miei dati”. Ma
l’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra
sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo
istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente
magnete del conformismo.
Viviamo in un panopticon digitale: gli occhi attorno a noi sono quelli delle
telecamere, dei microfoni, e degli smartphone. Il sorvegliante si è
smaterializzato, e lo portiamo dentro, interiorizzato. Da lì esercita la sua
silenziosa minaccia, modellando il nostro comportamento, facendoci adattare a
cambiamenti sociali sempre più repentini. Non sono lontani i tempi delle lettere
scarlatte, dell’umiliazione pubblica che non si riduce al cringe, ma ci segna a
vita; i tempi delle deportazioni coatte, quelli, non se ne sono mai andati.
> L’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra
> sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo
> istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo
> potente magnete del conformismo.
Arrenderci al controllo costante ha un costo ‒ tenerci perennemente all’erta ‒
ma anche un beneficio: ci permette di rimanere al passo con i cambiamenti
repentini nella tecnologia e in ciò che la morale comune considera accettabile,
normale. Il premio è sperare di passare inosservati, di evitare umiliazione e
rigetto, esclusione ‒ di sopravvivere, insomma. D’altronde, sapere di essere
osservati è qualcosa per cui l’evoluzione ci ha perfezionati: basta molto poco
per farci sentire esposti. Per ottenere obbedienza non serve un enorme
panopticon di ferro e cemento: il panopticon digitale, con la sua effimera
libertà, è sufficiente per far lavorare il nostro conformismo innato per lui.
Partiamo dagli occhi, l’organo più strano di tutti, il dispositivo fondamentale
del guardare e dell’essere guardati. I nostri occhi sono unici tra gli animali:
la sclera, bianca, occupa una grande parte della superficie dei nostri occhi, e
contrasta nettamente con l’iride. Mentre la maggior parte degli animali, primati
inclusi, ha “gli occhiali da sole incorporati”, la direzione del nostro sguardo
è inequivocabile. È probabile che questo unicum sia dovuto alla pressione
evolutiva volta a facilitare le interazioni di gruppo, base della cooperazione ‒
la sopravvivenza, di nuovo, tramite l’appartenenza al gruppo.
Fonte: F. Kano, T. Furuichi, C. Hashimoto et al. (2022), “What is unique about
the human eye? Comparative image analysis on the external eye morphology of
human and nonhuman great apes”, Evolution and Human Behavior, 43 (3), pp.
169-80; https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1090513821000945
A cascata, lo sguardo modella il nostro sviluppo, la nostra psicologia, la
comunicazione, il nostro essere nel mondo. Dopotutto, viviamo di sguardi: in
mezzo a un mare di facce che non ci stanno guardando localizziamo immediatamente
il paio d’occhi che ci osserva. La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro
sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o
violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il
giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione. Alcuni
ricercatori hanno fotocopiato un paio d’occhi, appiccicandoli alla macchinetta
del caffè: le contribuzioni alla colletta per le cialde sono triplicate. Chi sei
quando nessuno ti guarda? Per la maggior parte di noi la risposta include
l’essere qualcuno che non paga il caffè.
Fonte: M. Bateson, D. Nettle, G. Roberts, (2006), “Cues of being watched
enhance cooperation in a real-world setting”, Biology letters, 2 (3), pp.
412-14, https://doi.org/10.1098/rsbl.2006.0509.
Gli occhi non sono mai neutri: il nostro comportamento cambia quando veniamo
osservati, la psicologia lo sa dai primi studi formali, più di un secolo fa. E
lo sanno sia i supermercati inglesi, con gli occhietti disegnati sui cartelli
antitaccheggio, che la saggezza popolare e le sue madonnine votive poste a
vegliare sui vicoli oscuri delle città italiane. Lo sappiamo tutti noi che
almeno una volta abbiamo sibilato a qualcuno “non mi guardare, altrimenti non ci
riesco”. Noi, gli stessi che in altre situazioni performiamo meglio sentendo
degli occhi addosso. Lo sguardo altrui non è mai neutro.
> La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e
> digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è
> costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale
> per la gestione della reputazione.
Lo sguardo è fondamentale anche nell’apprendimento di ciò che è accettabile o
meno, di ciò che causa vergogna o ammirazione, condanna o ricompensa. Che
significato assume lo sguardo nella società della sorveglianza, dove le norme si
aggiornano continuamente? Dalla rivoluzione industriale la società ha conosciuto
accelerazioni che si ripetono più volte nell’arco di una sola generazione. I
cambiamenti sono talmente frequenti da essere divenuti una costante, e la
pandemia ha rilanciato violentemente questa dinamica. Abitudini collettive
radicate e socialmente incoraggiate si ribaltano; il cambiamento avviene a
velocità palpabile. Come non rimanere indietro?
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura impariamo a
comportarci in modo socialmente appropriato non soltanto attraverso rinforzi e
divieti, ma anche osservando il comportamento altrui, e le relative conseguenze.
Interiorizziamo i modelli di comportamento creando delle regole implicite. Se
alcune norme sociali ci vengono insegnate (“indicare è maleducazione!”), di
solito le impariamo osservando gli altri, specialmente chi percepiamo simile a
noi, autorevole, attraente e appariscente. Un meccanismo di apprendimento
istintivo, cooperativo, teso al conformismo ma gestibile, se non fosse che nella
società dello spettacolo e della performance non ci rapportiamo semplicemente
con il circolo ristretto della comunità e della famiglia ma con un mondo reso
immenso dai social, per cui l’apprendimento è veloce, amplificato e il nostro
capitale simbolico è la posta in gioco: il rischio è di essere messi alla gogna
dal mondo intero.
Pensiamo ai contanti: fino alla pandemia del 2020 erano il metodo di pagamento
normale, anzi, spesso ci scusavamo a mezza voce davanti ai negozianti che
storcevano il naso se dovevamo ricorrere alla carta. Oggi, pagare in contanti è
divenuto un’infamia, una vergogna: l’illiceità è implicita, hai qualcosa da
nascondere. Sei sospetto, se paghi in contanti. Non sono più un pagamento
neutro. Il peso reputazionale della transazione, che avviene quasi sempre di
fronte ad amici, parenti, interessi romantici, ha influito nell’incasellare
carta-contanti nel binomio draconiano del pulito-sporco, normale-deviante. Sotto
sotto però lo sappiamo ‒ cosa compriamo, quando, con chi, dove, quanto spesso ‒
sono diventati dati: tracciati, misurati, analizzati. Raccontano di noi e delle
nostre vite e abitudini, della nostra salute, di solitudine o vita sociale, di
desideri e di difficoltà. Ci siamo abituati a esporre una vulnerabilità delle
nostre vite: l’uso del denaro, per giunta a una velocità vertiginosa.
Non solo, sembriamo aver dimenticato qualcosa che, specialmente per le donne,
dovrebbe essere iscritto nelle ossa: il denaro è potere e libertà, ma è anche
revocabile. In Italia la potestà maritale è stata abolita nel 1975, poco più di
50 anni fa: fino a ieri per contrarre un mutuo era necessaria l’autorizzazione
del marito. Il Racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood si apre con
l’estinzione giuridica ed economica delle donne: i conti bancari chiusi, i loro
soldi trasferiti sotto il controllo di padri e mariti.
> Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non
> sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi
> sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa.
Controllare il denaro è il modo più semplice ed efficace di dominare le persone:
in una società dove il denaro è smaterializzato e tracciabile basta essere
bollato come indesiderabile per essere espulso dal sistema monetario, ovvero per
non poter esistere più. Lo illustra il caso di Francesca Albanese, relatrice
speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati: sanzionata
dagli Stati Uniti per aver descritto la campagna militare israeliana in
Palestina come un genocidio, s’è vista revocare la possibilità di usare carte di
credito ovunque nel mondo, dato che praticamente tutte le transazioni passano
per circuiti di pagamento americani.
Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei
accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi
sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa. La velocità con cui la società
cambia, questo stato di costante impermanenza, di continua precarietà e
flessibilità, di aggiornamento costante del comportamento era stato anticipato
da Gilles Deleuze nel 1990 con il suo Poscritto sulle società del controllo:
basandosi sulla società della disciplina di Foucault, osserva la mutazione che
ci ha portati alla società del controllo contemporanea.
A fondamento dell’impianto foucaultiano c’è una costruzione: la prigione
circolare ideata da Jeremy Bentham in cui tutte le celle sono costantemente
esposte a una torre di sorveglianza centrale, le pareti trasparenti verso
l’interno del cerchio, così come verso l’esterno della struttura, inondate di
luce. Un carcere in cui il prigioniero non conosce segretezza, dove a sua
insaputa e in ogni istante, potrebbe essere osservato dai guardiani. Il
Panopticon.
Il completo isolamento tra compagni di sventura e l’assenza di muri tra
prigioniero e sorvegliante, evocazione di incubi di nudità in pubblico, ci
provocano istintivo orrore, tuttavia non sono la presenza e assenza di pareti
ciò che rende il Panopticon lo strumento di sorveglianza per eccellenza, ma lo
sguardo invisibile del guardiano. Bentham aveva entusiasticamente previsto
l’accesso della società civile alla torretta, perché è lo sguardo della persona
comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o
curiosità ‒ lo sguardo di chi incarna, in modo banale e comune, la civitas, che
completa e perfeziona il meccanismo di controllo. Quello sguardo è un tarlo che
scava nei recessi più reconditi dell’Io: non essere mai soli, sempre
potenzialmente esposti insinua gallerie, innalza dentro di noi una torretta.
> Lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé
> stessa, da sadismo o curiosità – è lo sguardo di chi incarna la civitas, che
> completa e perfeziona il meccanismo di controllo.
Interiorizzata, la presenza del sorvegliante diventa continua, intima. Davanti
alla possibilità costante di essere scoperti impariamo a comportarci secondo le
norme, a conformarci, a obbedire. Come sapevano bene i nostri genitori quando
invocavano Dio di fronte alle nostre marachelle, essere esposti ci spinge alla
disciplina, e la ricerca psicologica lo conferma. È questo il vero scopo del
panopticon.
Se nella sua forma dura di acciaio e cemento il panopticon è stato abbandonato,
in forma smaterializzata e digitale è tutto attorno a noi. La luce che
illuminava dal fondo delle celle i prigionieri rendendoli sagome in un teatro
delle ombre continua a rischiararci. E mentre crediamo di crogiolarci al sole,
quella luce serve a renderci silhouette sempre più delineate: un teatro delle
ombre che emerge lentamente in pixel sempre più piccoli e nitidi. Ogni
movimento, ogni emozione, ogni pensiero, diventano misurabili: dati da far
processare all’intelligenza artificiale. È del 2014 il primo esperimento di
massa sulla manipolazione delle emozioni: a loro insaputa quasi 7.000 utenti di
Facebook vengono emotivamente contagiati. Dopo aver visto post negativi prodotti
dagli amici, gli utenti producevano più contenuti con parole negative, e
viceversa, anche in assenza di interazioni dirette, trattandosi della visione di
un feed. Oggi Palantir vende l’analisi del sentiment, della percezione
collettiva, tramite l’intelligenza artificiale per trasformare le opinioni
soggettive in actionable intelligence, strategie da sfruttare commercialmente.
Osserviamo per un momento questo passaggio: nella società della disciplina
descritta da Foucault, caratteristica del capitalismo industriale, le persone
venivano organizzate e controllate tramite sistemi chiusi lungo i quali ci si
muoveva nel corso della vita ‒ la scuola, la fabbrica, l’ufficio, il manicomio,
la prigione ‒ ed erano trattate come unità individuali da controllare nel corpo
e masse da controllare collettivamente; la disciplina era “di lunga durata,
infinita e discontinua”. Il panopticon era solido, strutturato, visibile.
Tuttavia, come osserva Deleuze, “non c’è evoluzione tecnologica senza che, nel
più profondo, avvenga una mutazione del capitalismo” ‒ cambiamento che ci ha
portati al capitalismo contemporaneo, che vende beni immateriali, che dalla
fabbrica è passato all’impresa, dove il lavoro deve essere instabile e precario
per rispondere alle necessità ondivaghe del mercato. Non passiamo più dalla
scuola alla fabbrica o all’ufficio, non trascorriamo più la nostra vita adulta
al servizio di un unico padrone; siamo in uno stato di formazione permanente, di
fluttuazione interminabile.
> Nella società del controllo i due poli su cui agisce il potere sono il
> dividuale, cioè la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca
> dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in
> campione statistico.
Se nella società della disciplina gli individui erano sia individui
identificabili, quindi corpi confinabili in istituzioni chiuse, dalla scuola al
manicomio, sia parte di una massa controllabile ‒ classe, esercito, popolazione
‒ nella società del controllo, i due poli su cui agisce il potere sono il
dividuale, la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati
dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione
statistico, in archivio.
Scrive Deleuze: il controllo non passa più per le barriere e i muri ma
attraverso “il computer che individua la posizione di ciascuno, lecita o
illecita, e opera una modulazione universale”. I pagamenti elettronici sono un
tassello indispensabile di questo tracciamento costante. E la vera innovazione,
il grave pericolo rappresentato da Palantir, è l’integrazione tra database
diversi, che divengono interoperabili: archivi nati con scopi e mezzi diversi ‒
welfare, immigrazione, sanità, polizia, utenze, targhe, transazioni ‒ prima
separati dalla tassonomia burocratica ora diventano integrati e interrogabili,
capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un
dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.
Come ogni evoluzione di successo, i tratti utili vengono mantenuti, trasformati
in una versione più snella e più adatta all’ambiente: la società della
disciplina si è tramutata in quella del controllo mantenendo l’essenza
funzionale, l’interiorizzazione del sorvegliante, e sulla scorta del cambiamento
tecnologico, gli occhi si sono moltiplicati. Da sempre essere osservati scatena
apprendimento sociale e conformismo, e nella società dell’impermanenza adattarsi
al cambiamento è l’unico modo per non essere lasciati indietro, o peggio, essere
esposti al pubblico ludibrio.
Il panopticon si è smaterializzato, ridotto alla sua essenza: la telecamera ‒ il
guardiano, il sorvegliante interiorizzato ‒, e noi, i sorvegliati. Senza
bisogno di pareti e costrizione fisica, sono sufficienti la psicologia e
l’evoluzione, l’addestramento a essere all’erta ogni volta che potremmo essere
guardati. Se la società della disciplina si avvaleva dello stampo, quella
contemporanea si basa sulla modulazione: strumento di una società in costante
movimento, dinamica, in cui il controllo ‒ di nuovo, come descritto da Deleuze ‒
è diventato “a breve termine e a rapida rotazione, ma anche continuo e
illimitato”.
> Archivi nati con scopi e mezzi diversi, prima separati dalla tassonomia
> burocratica, ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una
> visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto,
> costantemente esposto nella sua cella luminosa.
Così il sorvegliante ci guarda, tramite gli occhi degli altri, e dei loro
occhietti tondi e neri sempre in tasca, ma anche tramite gli occhi delle
telecamere CCTV: gli occhi dello Stato, dei negozi, delle banche, del potere;
del FitBit, delle (nostre) auto. Se fossimo costantemente osservati da occhi
umani probabilmente ci saremmo già ribellati. È sul filo sottile della
consapevolezza che si gioca la partita: più la sorveglianza si fa diffusa e
ubiqua, più sembra volersi dissimulare e rassicurarci. Il passaggio dalla
società della disciplina ‒ con i suoi manganelli e spesse pareti contenitive ‒ a
quella del controllo si gioca proprio nel rendere la sorveglianza integrata,
organica. Ci stiamo abituando a considerarla normale, naturale, giusta,
necessaria “per la nostra sicurezza”.
La torretta da cui ci scruta il nostro sorvegliante interiore è
l’autoconsapevolezza, quello specchietto retrovisore che ci fa abbassare la voce
a un matrimonio in chiesa appena tutti si zittiscono. Basta auto-osservare noi
stessi tramite una telecamera o uno specchio per aumentare l’autoconsapevolezza
e ridurre la tendenza a barare e aumentare i comportamenti considerati
prosociali. D’altronde, un vecchio trucco dell’anoressia, è guardarsi allo
specchio mentre si mangia. L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che
spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati
i partecipanti. Lo sappiamo tutti, il modo in cui cantiamo nella doccia quando
non c’è nessuno in casa è ben diverso se c’è qualcuno attorno, anche le persone
con cui più condividiamo intimità.
Potremmo credere che il panopticon digitale sia solo una metafora politica: uno
sguardo interiorizzato, un problema di conformismo e libertà, ma la psicologia
mostra che si tratta di meccanismi profondi del nostro funzionamento psichico,
che possono essere utilizzati a nostro discapito, che ci portano a conformarci,
e che hanno un costo cognitivo. Chiamati a confrontare la lunghezza di una linea
campione tracciata su un foglio ad altre tre linee, due delle quali di misura
chiaramente diversa rispetto a quella campione, il 35,7% degli intervistati si
conforma alla risposta altrui anche se inequivocabilmente sbagliata. E se la
prova dovesse essere ripetuta, la probabilità di conformarsi almeno una volta
sale al 75%. È ciò che accade nel leggendario esperimento del 1951 di Solomon
Asch; si tratta di un effetto solido, confermato dalle repliche sperimentali.
Le schede utilizzate nell’esperimento di Asch, via Wikimedia Commons
Essere osservati impatta i processi cognitivi: dalla compromissione della
memoria di lavoro, la memoria a breve termine in cui conserviamo le informazioni
da elaborare sul momento, al livello di attivazione fisiologica, per nominarne
alcuni. Semplicemente avere il proprio smartphone attorno, un oggetto
cognitivamente carico, riduce la capacità mentale disponibile, persino se è
spento o inutilizzato.
> L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle
> ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti.
In uno dei primi esperimenti diretti a verificare l’effetto non dello sguardo
umano, ma proprio dell’occhio delle CCTV, la rilevazione automatica dei volti,
un processo percettivo automatico è risultato significativamente alterato. La
rilevazione automatica di volti è una facoltà umana profonda, con meccanismi
neurali specializzati e in larga parte fuori dal controllo cosciente.
L’esperimento ha rilevato che in presenza di telecamere i volti vengono rilevati
quasi un secondo più rapidamente, sia che fossero rivolti verso il soggetto che
altrove, in un ambito in cui gli effetti significativi vengono misurati in
millisecondi. I partecipanti non avevano riportato alcuna ansia ad essere
esposti alle telecamere. La sorveglianza non solo può incidere sul nostro
comportamento, ma altera i processi percettivi automatici legati alla visione
sociale.
Le telecamere sono ovunque, ed è molto probabile che il dispositivo stesso su
cui scorrono queste parole sia dotato di almeno una telecamera e un microfono.
Il punto di non ritorno è stato superato, siamo immersi nella società del
controllo. Se il dispositivo fondamentale del panopticon architettonico è di far
sentire costantemente osservati i prigionieri, il vero pericolo del panopticon
digitale è farci pensare di non essere guardati per lasciar lavorare il
sorvegliante interiorizzato tramite l’addestramento profondo dell’evoluzione.
Conformarci istintivamente per evitare la gogna pubblica è un meccanismo di
sopravvivenza, e la velocità con cui i cambiamenti sociali si normalizzano ci
assuefa, mentre siamo costantemente esposti a modelli di successo su cui
improntare l’apprendimento sociale.
Chiudo il Pc ed esco. È una serata primaverile a Venezia e mi trovo contro il
muro di un locale, a baciarmi furiosamente con una tipa. Socchiudo gli occhi: un
ragazzo ci sta filmando con il telefono dalla sua finestra altezza strada. È
notte e la torcia del flash è accesa mentre ci inquadra, lui non fa nulla per
nascondersi, sembra sotto una pressione coatta a registrarci e al tempo stesso
desiderare di essere interrotto. Faccio segno di spostarci, ma la tipa non mi
sta dando retta e le mie proteste sono piuttosto deboli. L’espressione del
ragazzo mi ricorda quella dei partecipanti all’esperimento di Milgram, convinti
di infliggere scosse elettriche a uno sconosciuto, incapaci di fermarsi perché
un’autorità gli ordinava di continuare. Finalmente riesco a convincerla a
nasconderci in un vicolo, ancora niente telecamere per le calli veneziane. C’è
solo un gatto alla finestra che ci guarda, giudicante.
L'articolo Nel panopticon digitale lo sguardo ci addestra proviene da Il
Tascabile.
È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la
protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi
dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la
minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il
suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco
nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una
giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di
Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita
nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa
vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni
dalla sua nascita.
La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del
cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe
Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di
una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due
giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca
avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in
ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano
votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla
violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca
nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato
alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla
dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un
report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in
sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati
l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”
La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data
con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più
rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una
fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che
> ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato
> nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade
> quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e
> dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei
> tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di
> guerra, ma quotidianamente.
Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli
autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del
delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse
parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di
conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i
giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito
all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici
anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta
successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito
ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come
sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del
delitto commesso.
> A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche
> persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la
> pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.
Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa
riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello
stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare
dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e
una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera
Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano
insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di
immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il
crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una
conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video,
non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.
È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo
“dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora
una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice,
“ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare
di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto:
l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta,
trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni
prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta,
racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina:
anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima
imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il
potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa
tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata
dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle
inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che
non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come
il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e
fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli
dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur
essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero
concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo
non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori
dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi
accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi
restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la
definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa
a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione
caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la
tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di
disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella
lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una
testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso
impedisce il lutto.
È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione
della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in
questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile
l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza
storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata
per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la
protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa
di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto
nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto,
come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini
delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà
accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e
fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola
vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così
come era successo nella storia che apre il romanzo.
> C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi,
> che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza
> di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta
> perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché
il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei
palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una
lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente
dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report
di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo
del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari
permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni
attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in
maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a
misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio
della stampa e del mondo politico occidentale.
È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine
“presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che,
espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
“nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre
i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva
dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo
presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di
proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una
serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi
diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà
sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i
terreni agricoli.
Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive
risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della
popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata
“presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le
420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi
dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza
protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.
In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud
Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la
dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume
scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia,
dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione
all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi
ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive
qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se,
metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato
risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente,
allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua
costitutiva doppiezza e natura liminale.
> Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi
> che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
> “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele
> oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della
giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e
pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in
maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in
una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba
prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce.
Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta
della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli
attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di
Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi
di lì a poco.
Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le
quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le
cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più,
della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della
giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna,
conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come
estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la
circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma
di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare
studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti,
appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della
nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.
Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari
che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi
e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna
che la spingono al limite della sanità mentale.
“Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara,
“mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa
Palestina è diversa, è molto più che spostare le
dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa
anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è
la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via
di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata.
Senza notare il tremore che aumenta piano”.
È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o
“porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in
nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro
della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra
un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel
mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi
attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue
caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando
come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto
mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come
rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i
casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio
lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di
nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.
> Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno
> dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei,
> palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒
quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della
casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi
a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di
quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso
‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio
minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che
fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque
un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.
Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case,
trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un
grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea
chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La
casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo,
non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la
sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro.
È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in
questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e
accumuli.
Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese
scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e
morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello
di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del
passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il
nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di
soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte,
questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine,
che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una
vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come
rifiuto di dimenticare”.
Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente
intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di
presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la
visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di
comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo
palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla
mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e
alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se
osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica
a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari
sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo.
Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è
perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.
Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel
1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia]
vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le
rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro
Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato
una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro
indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle
forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti
attraverso l’imperialismo.
> Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso
> sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri
> continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula
su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia
stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a
notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad
averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come
scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si
aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende
nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e
inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in
avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin
si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene
Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne
un altro.
Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non
sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene
dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di
trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico
e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua
storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e
la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una
minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado
allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono
l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi,
invece che potervi vivere assieme.
Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è
eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso
costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che
nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della
libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.
Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale
della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da
Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in
copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di
Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice
inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita
alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di
Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in
Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella
produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti
e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza
“chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.
> Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere
> ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico
> e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
> storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una
prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una
sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo
Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce
il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente
che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende
immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È
piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il
presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si
fondessero.
A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per
recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista;
in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa
immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un
checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li
aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a
Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche
anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra
trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta
la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario.
Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a
casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un
fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche
adesso che abbiamo perso quasi tutto”.
Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per
questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di
segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre
suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma
di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la
natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta
di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata
alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di
rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è
continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si
sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una
vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un
senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.
Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i
protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la
finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina
alla prima,
> e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi
> muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto,
> fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo
> lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una
> premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso
> in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano
> assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che
> presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito
> le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto
> di Fato e Stato.
> Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
> testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese
> costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
> accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e
forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a
dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in
partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare
qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di
attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di
Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi
libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto
nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di
Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma
in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a
comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e
necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci
spingono in avanti con essa.
L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.
È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone,
associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le
garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene
pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che
abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è
intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato
nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema
penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del
nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un
inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una
militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di
rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso
a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.
A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico,
come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla
sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove
aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si
aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi,
a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse
condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I
costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e
derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile
un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni
patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo
risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti
penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il
dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni
fa).
Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal
rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva
preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è
apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione,
interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come
un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da
stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso
evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il
circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in
questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di
permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è
possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni
delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari
emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).
In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso,
delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte
democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le
pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di
oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo
anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo
interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa
di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.
> Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una
> volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli
> cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei
> diritti costituzionali.
AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per
Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le
persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di
appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice
penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura
nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a
Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi
fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende
appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico,
ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano
una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si
esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti
violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da
Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le
storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile
per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato
dalle detenute.
In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o
impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far
passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte,
l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori”
diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio
sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di
tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura
(partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al
regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone
di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da
Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute,
che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla
vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla
tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E
cos’è “colpa”?
Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute,
con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono
l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria
storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il
libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di
suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della
salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale
abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del
reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile
effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano,
sottrazione di elaborazione individuale.
La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni
democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL
sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato
dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un
glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti,
avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da
sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e
molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal
conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che
potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità
autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto
costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire
meno.
> La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto,
> dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.
Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato
d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in
alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione
del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare
tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare.
Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei
cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della
devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una
progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al
controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta
populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.
La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta
su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane,
che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di
rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite
come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei
costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente
dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a
Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e
falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il
giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni
mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei
diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di
partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi
per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei
reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione
della democrazia.
Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche
dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter
(Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in
particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla
necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in
cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima
di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del
soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data
dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel
carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte
dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.
Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio
di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva
fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i
quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non
sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è
quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal
proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene
definito univocamente come “cattivo”.
> Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
> contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
> dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da
> narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come
> “cattivo”.
Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta
razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la
riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a
disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un
efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone.
Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al
“fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte
persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del
mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di
vita e quelle della propria famiglia”.
Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche
antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di
penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da
parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del
carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle
persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena
detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in
questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il
funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o
meglio dalla loro visione del mondo”.
Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del
carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme
protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio
uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di
potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della
legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di
normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si
deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo
coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre
riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure
e specifici comportamenti.
I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le
indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche
di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei
famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari.
Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo
poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di
una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un
processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.
> Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status
> del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia
> delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva
> come espressione di ordine sociale.
In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha
approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano
leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo
proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso
della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici
deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso
ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e
dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare
per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni,
giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo,
che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e
illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni
operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla
situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un
lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è
considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera
e propria capace di vietarlo non esiste”.
Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente
costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le
differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento
che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente
conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende,
secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato,
per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a
coinvolgere la vita sociale e collettiva.
Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati
dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria
Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo
l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende
per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che
all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di
alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati
Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si
è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con
Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento
possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui
sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.
La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede
proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi
legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via
legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata,
no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia
sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento
concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non
segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle
carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente
contempli l’isolamento.
> Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità
> dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della
> società civile.
Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in
riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre
90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla
carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior
numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di
sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve
allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione
carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come
scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che
l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce
recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie
razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a
problemi reali”.
Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di
un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale
e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è
rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a
disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in
favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale
e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.
L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
N el 1968, poco dopo l’uscita del loro primo libro ‒ Vers une pédagogie
institutionnelle, 1967, nella traduzione italiana L’educazione nel gruppo classe
‒ la psicologa Aida Vasquez e il maestro di scuola Fernand Oury annunciano la
successiva impresa, già in lavorazione: “Freud à l’école primaire” (“Freud alla
scuola primaria”). Questo volume non vedrà in realtà mai la luce, ma i lavori e
gli appunti preparatori – nonché lo spirito che ne costituiva il fondamento –
innervano gli scritti successivi dei due autori. Mi piace rievocare questo
titolo, quando parlo della loro pedagogia, perché esso vale da inequivocabile
dichiarazione di intenti: portare la psicoanalisi a scuola, trasformare
l’educazione tenendo nel giusto conto l’inconscio in classe. Con gli autori,
sono infatti convinto che “la psicoanalisi, che avrebbe potuto avere importanti
conseguenze sul piano della classe, sembra relegata nel campo della terapia”
(L’educazione nel gruppo classe, 1975).
In larga parte, l’integrazione degli apporti della psicologia e – vade retro! –
della psicoanalisi nella pedagogia e nelle pratiche didattiche risulta ancora
oggi una possibilità incompiuta, da ben pochi desiderata. L’educazione è
considerata a tal punto un sapere artigiano che non sembra necessario, a molti
insegnanti, una teoria del soggetto, né una teoria dell’apprendimento, né
tantomeno una teoria dell’apprendimento in gruppo. Con ciò, quando la macchina
scolastica si inceppa nell’incontro con i soggetti imprevisti (eppure
eternamente presenti), si taglia corto a biologizzare i problemi
dell’apprendimento, tutt’al più imputandoli al contesto sociale o alle nuove
tecnologie, piuttosto che leggere le dinamiche più profonde del gruppo quale
aggregato complesso di singolarità psichiche.
Intorno all’idea di inconscio (e quindi di desiderio) viene invece sancito il
sodalizio tra il maestro Oury e la psicologa Vasquez, sodalizio che durerà molti
anni e che costituirà il nucleo di quella che è passata alla storia come la
pedagogia istituzionale. Per gli autori “l’opera di Freud, che fa del bambino il
padre dell’uomo, sembra ignorata dai pedagogisti” ma un’applicazione sapiente
dei contributi psicanalitici appare loro come una pista feconda per trasformare
radicalmente l’organizzazione della classe (L’educazione nel gruppo classe,
1975).
Tutto comincia a metà degli anni Sessanta quando Aida Vasquez approda nelle
classi speciali di Fernand Oury per fare delle osservazioni e scrivere la sua
tesi (poi pubblicata con il titolo Contribution à l’étude des relations dans la
classe coopérative primaire urbaine… Pédagogie institutionnelle). Vasquez è una
psicologa venezuelana, proveniente da Caracas, dove si era scontrata con
un’impostazione della psicologia fortemente diagnostica e per questo
patologizzante. In cerca di altro, approda in Francia ed entra in contatto con
Oury che all’epoca pratica già da qualche tempo le “tecniche Freinet” e la
pedagogia cooperativa con bambini e bambine (a quel tempo classificati/e come)
deboli mentali o caratteriali. Oury si sforza di dare vita ad una classe
“diversa”, nella quale i bambini possano muoversi, parlare, creare, decidere.
> Inequivocabile dichiarazione di intenti di Vasquez e Oury è portare la
> psicoanalisi a scuola, trasformare l’educazione tenendo nel giusto conto
> l’inconscio in classe.
È proprio Vasquez a raccontarci di questo primissimo incontro, dal suo punto di
vista. Quando entra nelle classi del maestro Oury questi le propone una cosa:
capire, insieme a lui, quali siano gli effetti della sua didattica cooperativa e
cosa soprattutto, da un punto di vista psicologico, abbia reso possibile le
molte evoluzioni riscontrate tra bambini prima considerati irrecuperabili. Nelle
sue classi ci sono bambini definiti “ritardati” e “caratteriali”, dei “buoni a
nulla” che invece appaiono operosi e sorridenti, degli “psicomotori instabili”
che allineano i caratteri da stampa, “dislessici” che invece sanno comporre al
contrario in vista della tiratura di stampa, bambini sporchi che svolgono lavori
puliti, “piccoli caratteriali” che, a seconda delle necessità del lavoro,
obbediscono o guidano. Com’è possibile un simile miracolo?
Entrambi, nell’osservare questi singolari cambiamenti nella condotta e
nell’apprendimento, sono decisi a chiarire con rigore scientifico cosa stia
succedendo in quella classe insolita; che cosa spieghi queste evoluzioni
inattese; che cosa, insomma, stia consentendo a bambini problematici dati per
spacciati di sbloccarsi, crescere e apprendere. Maestro e psicologa si pongono
la stessa domanda e la risposta è da ricercare in quelle classi particolari dove
i ragazzi parlano, lavorano e a volte decidono. Così Fernand Oury ad Aida
Vasquez:
> Constatiamo, con soggetti molto diversi, risultati analoghi. Non è certo la
> mia capacità terapeutica che fa evolvere Janot d’Aubervilliers, o Sophie
> d’Herblay o Alice… d’un altro posto. Soltanto che in tutte queste classi si
> corrisponde, si stampa, si fanno inchieste, si lavora in gruppi, e si decide
> in consigli. Queste tecniche hanno più importanza che le nostre buone
> intenzioni (L’educazione nel gruppo classe, 1975).
Nella citazione compare la prima ipotesi di quello che sarà poi il cuore
centrale della loro tesi pedagogica: un ambiente organizzato in un certo modo –
attraverso tecniche (non solo didattiche) precise e rigorose – favorisce
sviluppi ed evoluzioni per i soggetti che vi partecipano. L’osservazione non è
allora rivolta alle capacità di un qualche maestro straordinario, ma al valore e
alle possibilità intrinseche a certe tecniche che riorganizzano la vita della
classe, che ne fanno un ambiente vivo, costituito di scambi reali, lavori
orientati a uno scopo, relazioni plurali, comunicazioni effettive e autentiche,
decisioni in comune, assunzione di responsabilità e possibilità di atti di
libera iniziativa. È proprio questa trasformazione dell’ambiente scolastico, dei
suoi tempi e dei suoi spazi, delle sue attività e dei suoi materiali, a fondare
una tecnica pedagogica capace di andare oltre le buone intenzioni.
> L’integrazione degli apporti della psicologia e – vade retro! – della
> psicoanalisi nella pedagogia e nelle pratiche didattiche risulta ancora oggi
> una possibilità incompiuta.
Nel vivo di una Parigi contagiata dalla psicoanalisi, i due autori si convincono
che Freud non debba passare invano e nemmeno Lacan. Intorno a loro è un
pullulare di riflessioni psicanalitiche che vanno ben aldilà dell’ambito
clinico: le istituzioni psichiatriche, scolastiche, carcerarie e universitarie
sono investite di analisi sul simbolico, il potere, il discorso, e gli effetti
che tutto questo produce sui soggetti coinvolti in tali istituzioni. I nomi dei
protagonisti sono moltissimi: da Maud Mannoni a Félix Guattari, passando per
Françoise Dolto a molti altri e molte altre. Una generazione di autori e autrici
fortemente e diversamente influenzata da Lacan, alle prese con un tentativo di
svolta nella lettura dei fenomeni dell’inconscio. Se non una rivoluzione, di
certo un terremoto epistemico.
Un elemento chiave dentro questa temperie è la denuncia dell’istituzione
educativa, medica, e psichiatrica quale elemento patogeno – come dirà pochi anni
dopo, da noi, anche Franco Basaglia. Oury e Vasquez lo scrivono chiaramente: ci
si ammala di scuola. In questo senso l’insegnamento di riferimento di quell’area
è senz’altro il seminario XVII di Jacques Lacan sull’istituzione, Il rovescio
della psicoanalisi. Esso consente di domandarsi a quali condizioni l’istituzione
veda prevalere la pulsione di vita (desiderio) e quando la pulsione di morte
(potere). Il movimento istituzionalista che si va formando in quegli anni – e al
quale i nostri due autori partecipano attivamente – sostiene, con Lacan, che
un’istituzione sia “in salute” quando è in grado di fare circolare i discorsi,
far circolare la parola, far circolare il potere. Quando invece essa – sia la
scuola o un ospedale – si identifica rigidamente con un solo discorso o si
cristallizza in rapporti verticali di sapere e potere, essa si ammala e fa
ammalare.
Gli studenti che nella scuola “malata” vengono diagnosticati come ritardati, o
bollati come indocili e caratteriali si trovano intrappolati in un’istituzione
che è essa stessa fattore del ritardo o della patologia. Nel caso della scuola
degli anni Sessanta, i due autori denunciano la persistenza di una
scuola-caserma nella quale gli studenti sono perlopiù obbligati a tacere, a
mettersi in fila al suono del fischietto, a scrivere su comando e senza scopo, a
ricevere punizioni corporali e verbali. Una scuola, insomma, che non è in grado
di riconoscere i bisogni e i desideri dei bambini, che li pone in una condizione
di subalternità, silenzio, oppressione, al punto da impedirgli essa stessa –
contro i suoi presupposti – un reale sviluppo. E cresce, infatti,
proporzionalmente agli anni di studio affrontati, il tasso di studenti
identificati come problematici.
> A 7 anni il numero dei deficienti mentali era il 2-3% della popolazione
> scolastica e a 11 anni il 15%: con l’età il deficit mentale si afferma
> (Istituto di Demografia, 1949). L’80% dei bambini si deforma sui banchi di
> scuola, il numero dei ritardati scolastici nella scuola primaria è passato dal
> 35% al 50% (L’educazione nel gruppo classe, 1975).
Sulla scorta di queste riflessioni, i nostri autori provano a mettere a punto la
loro controproposta. Essi partono dalla pedagogia attiva e cooperativa, in
particolare nella declinazione formulata dal maestro comunista Célestin Freinet,
per il quale occorre mettere al centro l’alunno, i suoi bisogni, interessi e
ritmi. L’apprendimento deve partire dall’esperienza concreta del bambino,
rompendo con i programmi astratti e le lezioni unicamente “spiegate”.
Intrecciano poi una seconda grande corrente che è quella del marxismo
autogestionario che va via via contagiando ogni dimensione collettiva,
soprattutto nell’incontro con una certa sociologia (perlopiù statunitense) dei
gruppi e delle organizzazioni. I nostri autori allora lavorano sulla classe come
gruppo, attraversato da dinamiche di potere, parola e asimmetria informativa:
risorse che vanno redistribuite in un’ottica di progressiva coscientizzazione ed
emancipazione per tutti e tutte (“allenarli non appena possibile a usare delle
istituzioni che dovranno subire o che potranno utilizzare”, L’educazione nel
gruppo classe, 1975). Si tratta di mettere gli studenti nella condizione di
discutere problemi e proposte, prendere delle decisioni, realizzarle
concretamente.
> Gli studenti che nella scuola “malata” vengono diagnosticati come ritardati, o
> bollati come indocili e caratteriali si trovano intrappolati in un’istituzione
> che è essa stessa fattore del ritardo o della patologia.
La terza traccia sulla quale lavoreranno è proprio quella della psicoanalisi e
della psicoterapia, ovverosia della comprensione dell’inconscio come unità
fondamentale dalla quale partire per una più precisa lettura dei bisogni e dei
moti del bambino, con tutto il portato di domande latenti che essi pongono agli
adulti. Di qui il bisogno di espressione del soggetto, per l’emersione delle sue
paure, desideri, tratti di singolarità. Come in Freud, la possibilità di parola
è curativa (nella prima psicoanalisi si parlava di talking cure).
La meta, affermano, è la costruzione di un “ambiente favorevole allo sviluppo”,
in vista del quale “la pedagogia, la psicologia e la sociologia possono
incontrarsi e raggiungere sintesi utilizzabili” (L’educazione nel gruppo classe,
1975). Di lì tutta una serie di radicali trasformazioni della giornata
scolastica: decidono di allargare lo spazio di parola dei bambini contro una
scuola che invece, di norma e perlopiù, “obbliga a tacere”; si impegnano a
istituire dei consigli di classe ciclici e permanenti per decidere insieme agli
studenti sulla vita e il lavoro del gruppo; si industriano per permettere ai
bambini di assumersi responsabilità individuali di organizzazione del lavoro,
degli atelier, delle faccende quotidiane; organizzano momenti per muovere
critiche e simbolizzare i propri sentire; danno vita ad occasioni di
sperimentarsi efficaci e rompere alcune identificazioni dannose.
> In cortile, Marcel ubbidisce alla disciplina generale della scuola. Egli è uno
> dei 400 bambini. Evita di infrangere i divieti (o di farsi beccare) e
> ubbidisce al fischietto. Nella classe di livello, in matematica, è uguale agli
> altri, alza la mano per parlare e ubbidisce al maestro. Durante la lettura
> diretta da Jo è ancora subordinato. Non lo è più quando il suo testo viene
> scelto. Se dà ascolto ai suggerimenti dei compagni e del maestro sul suo
> testo, è tuttavia lui che decide quale forma dargli. Nulla si può stampare se
> non corrisponde a ciò che pensa. Nella squadra di lavoro, Marcel, operaio
> tipografo, ubbidisce senza discutere a Yvan, il suo caposquadra. In veste di
> responsabile della pulizia del lavandino, investito del potere da parte del
> gruppo, costringe più tardi Jo e Yvan ad asciugare l’acqua che hanno
> rovesciato per terra. Allo stesso modo, quale responsabile delle entrate,
> andrà da Mohamed o dal maestro a reclamare i soldi dovuti. Lavora nel giardino
> con Mohamed, ma è Mohamed che è responsabile: Marcel ubbidisce. E più tardi,
> dirigerà con fare autorevole le prove di un gioco di drammatizzazione che ha
> inventato: gli attori volontari che ha “scritturato” ubbidiranno al regista.
> Domani, in Consiglio, Marcel parlerà a sua volta e ubbidirà al presidente di
> turno. Sembra difficile parlare dello statuto di Marcel, nella classe, essendo
> uno statuto complesso e variabile. Basta difatti che cambi il gruppo,
> l’attività o il livello ed ecco che i suoi diritti ne risultano modificati. Ma
> è questa stessa complessità degli statuti che ci sembra interessante (F. Oury,
> A. Vasquez, Tecniche e istituzioni nella classe cooperativa, 1977).
Oury e Vasquez, allora, fanno propria la logica psicanalitica della pluralità,
del numero, del “coro” come principio di salute e cura. Si tratta di organizzare
un ambiente di classe nel quale ciascun bambino si sperimenti in una
costellazione di ruoli, di scambi, di interazioni, un vero e proprio “coro di
voci” del quale fare parte. L’idea di una disidentificazione, o meglio di
un’identificazione multipla e variabile, di possibilità di scambio variate, ecc.
combatte i blocchi evolutivi, i disturbi scolastici e del carattere, la
cosiddetta “debolezza mentale”. In quest’ottica, i nostri autori si adoperarono
per costruire occasioni nelle quali il soggetto bambino sia messo in contatto
con la sua costellazione identitaria, aprendo alla pluralità soggettiva che è in
lui, sbloccando le resistenze e le cristallizzazioni che ostacolano ogni
crescita e sviluppo. L’inconscio è una pluralità.
> Oury e Vasquez si adoperarono per costruire occasioni nelle quali il soggetto
> bambino sia messo in contatto con la sua costellazione identitaria, sbloccando
> le resistenze e le cristallizzazioni che ostacolano ogni crescita e sviluppo.
> L’inconscio è una pluralità.
La pedagogia istituzionale dei nostri autori è insomma un sistema nel quale
possa attivarsi o riattivarsi il desiderio. La varietà di esperienze,
opportunità, situazioni e responsabilità alla quale ciascuno è invitato a
partecipare è a tal punto estesa da consentire a ogni bambino – al momento
opportuno – di entrare in partita, di disidentificarsi dai propri blocchi e di
aprire nuovi orizzonti identitari. Responsabilità, regole, materiali e
dispositivi adeguati servono a intelaiare una fitta maglia di opportunità che
permette a ciascuno (anche il più scapestrato, mutacico o irrisolto) di far
decollare il proprio desiderio di partecipare. Infatti, come ebbe a dire la
psicanalista dell’infanzia Françoise Dolto, autrice proprio della prefazione del
primo volume di Oury e Vasquez, ciò che differenzia l’educazione dalla violenza
e dall’addestramento è il riconoscimento, nell’altro, del soggetto del suo
desiderio.
> Senza l’adesione unanime dei bambini non esiste classe cooperativa: si può
> obbligare un poeta a scrivere? un bambino a comunicare alla classe le sue
> scoperte? un muto a parlare? (F. Oury, A. Vasquez, Memorie di un asino, 1976).
In questo senso la psicoanalisi ha offerto una base teorica, un’antropologia del
desiderio che ha permesso ai nostri autori di corroborare la pedagogia
cooperativa, inventando nuove tecniche, costruendo pièges à desir, allargando
“lo spazio del dire”, facendo posto, così, alla soggettività di ciascuno nel
gruppo. Questa lente ha consentito, in quella precisa congiuntura storica,
l’emergere di una teoria pedagogica in grado di comprendere ciò che i bambini
chiedono senza che siano in grado di dirlo. Ecco dunque l’apporto indiretto di
Lacan, ovverosia la possibilità di leggere l’inconscio e il desiderio quali basi
per una nuova pratica didattica, per una nuova organizzazione scolastica. Non è
un caso allora che proprio all’indomani del secondo libro di Oury e Vasquez,
Dalla classe cooperativa alla pedagogia istituzionale, Lacan si complimentasse
con lo stesso Oury dicendo: “raramente sono stato così ben compreso”.
L'articolo Lacan alla scuola primaria proviene da Il Tascabile.
L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per
diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film
catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte
a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti
accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su
Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo
del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco:
quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in
totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio?
La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di
gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì.
Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari
non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona
esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la
catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del
mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un
asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità
di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento
è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere
una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre?
L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel
1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic
Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare
contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo
dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano
informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il
modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono
un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria
dei giochi.
Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi
Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2.
Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce
“una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader
di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di
“finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di
opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono
guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di
dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione
tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una
questione di posizionamento di mercato, non di sostanza.
> I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono
> attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché
> misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset.
L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la
saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate
degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare.
Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità
collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le
elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al
65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e
i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della
nuova era.
L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che
controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in
Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la
partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni.
In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica,
uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più
solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come
fatti.
C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in
italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification,
termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche
ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà
della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la
produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification
rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più
simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della
contemporaneità
La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel
2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva
espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la
ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la
trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La
posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture
del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il
carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere,
ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e
l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce
dopamina e il casinò produce profitto.
> La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando
> l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità.
Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll
ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del
gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono
progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in
cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare.
Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la
progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per
premiare.
I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una
differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di
poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più
difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai
analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket
non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da
epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa
fatica a riconoscerlo.
È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era
digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza.
Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una
scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì”
a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto
implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho
ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato.
Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non
sufficiente a celare tre problemi complessi.
Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non
sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma
sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi
scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le
quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un
gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi
comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una
struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle
informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto
all’utente medio.
> I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo,
> stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si
> traveste da epistemologia.
Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è
emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi;
ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine
di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo
contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre
le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di
mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della
tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che
piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a
200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco
l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano
picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse
la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno
ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle
informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è
costruita esattamente per non permettere di saperlo.
L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una
caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative
non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla
finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo
sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora
operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei
derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato
competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un
advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket,
la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla
giurisdizione americana.
Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a
osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate
in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano
un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta
leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota
trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le
scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È
una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
qualcuno ci guadagna.
> I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È
> una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
> qualcuno ci guadagna.
Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le
piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente
dall’esito.
Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per
conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori
disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le
commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6
aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di
commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni
variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità
dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media
intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa
260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione
sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un
casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama
modello di business.
I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai
sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un
recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che
tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il
restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della
folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa
epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile
perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende
verificarne i limiti.
Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni
del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non
apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire
l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava
sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di
mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe
raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se
viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione
del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine
del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del
rischio non finisce sempre bene.
I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea
hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire
ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del
Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico
in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una
scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata
nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di
potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni.
> Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza
> informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura
> ideologica.
Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i
prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare.
Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di
Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France
posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare
la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione
del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di
119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma
l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non
ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per
distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la
contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà,
ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo
diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui
si scommette. L’epistemologia si mangia la coda.
Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente.
C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il
modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di
un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano
un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la
realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e
diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale,
possibilmente prima e meglio degli altri.
In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e
l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con
l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del
termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un
evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o
improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da
investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi
ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore.
Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come
indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia
struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i
comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un
mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti
per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione
collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo
contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà
di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della
scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente,
anche la narrazione.
> La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire
> interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere
> posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri.
Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di
gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio
alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il
profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la
propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in
cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli
stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e
lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche
arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie
capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione,
come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un
futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi
partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design,
per citare nuovamente Dow Schüll.
Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i
prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica
ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo
che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo,
come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente
disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano
come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il
disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento
del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in
un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una
sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale.
I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box,
nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata
all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa
accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo
digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello
che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che
estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle
previsioni come prodotti.
Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme
digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono
esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono
prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la
rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato.
In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente
al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la
monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni
comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza
tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul
risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi,
qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a
orientare la tua percezione del futuro.
> La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui
> sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità,
> ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno.
Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al
mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima
individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non
è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche
abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a
una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di
borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per
questo è così difficile da vedere.
L'articolo Oracoli a pagamento proviene da Il Tascabile.
Q uando sua madre muore nel 1975, Antonio Puddu non è sposato e i fratelli
vogliono escluderlo dalla divisione dei beni proprio perché non ha eredi. Anna
Artizzu è la prima di sette figli, ha aiutato la madre a crescere i fratelli
minori e sente un forte desiderio di diventare madre a sua volta. Si conoscono
di vista, abitano in due paesi vicini nella provincia di Cagliari e decidono di
sposarsi, lei per avere un figlio, lui per avere un erede da presentare alla
famiglia. Antonio ha 47 anni, Anna 43 e, anche se si sposano in fretta, dopo
appena tre mesi di fidanzamento, sono troppo anziani per concepire un figlio.
Decidono di adottare. Si rivolgono ad assistenti sociali e al tribunale dei
minori, ma non trovano la soluzione adatta a loro fino a quando non si
indirizzano alla parrocchia degli Orionini, una congregazione religiosa che ha
una missione in Sud America. Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse
semplice adottare, viste anche le condizioni di povertà del Paese durante gli
anni della dittatura del generale Pinochet.
Proprio in Cile si trova Claudio. Ha tre anni, è cresciuto nell’orfanotrofio
Hogar de niños dopo essere stato sottratto ai suoi genitori biologici. Mentre
festeggiavano l’arrivo del 1979, Patricia e Lucho, di 16 e 19 anni, hanno
lasciato Claudio e Lucho Luis, il fratello poco più grande, soli in casa. Le
forze dell’ordine, avvisate dai vicini, erano entrate nell’appartamento e
avevano prelevato i due bambini portandoli in due orfanotrofi diversi. Patricia
e Lucho erano riusciti a rintracciare Lucho Luis, ma non erano stati avvisati
della posizione del figlio minore. Sono una coppia giovane e con mezzi limitati,
Patricia lavora come prostituta in un café con piernas di Santiago, Lucho è
analfabeta e si mantiene con lavori saltuari. Non riusciranno mai a trovare
Claudio. Così, quando Anna arriva in Cile alla ricerca di un bambino da
adottare, la sua scelta ricade su di lui.
Il bambino arriva in Italia a ottobre del 1980 con tre certificati di nascita.
Il primo, dove compare come Claudio Eliseo Rojas Ramirez, è stato compilato alla
nascita dai suoi genitori biologici. Il secondo è redatto durante l’adozione con
il nome di Pasquale e i cognomi sardi, Puddu e Artizzu. “Le autorità cilene,
però, nel secondo documento sbagliano la data e, invece del 1977, inseriscono il
1978. A quel punto, Anna deve richiedere un terzo documento perché la differenza
di età tra madre e figlio adottivo non può superare i 45 anni, limite
obbligatorio per il tribunale minorile”, racconta Claudio nella casa in
provincia di Cagliari dove è cresciuto e dove vive ancora oggi.
Fin dall’inizio Claudio sa di essere stato adottato, anche se gli è stato detto
che i suoi genitori biologici fanno parte dei tanti desaparecidos vittime della
dittatura. Crescendo, si integra con la comunità sarda locale, ma viene spesso
discriminato e soprannominato “il cinesino” dalla suora dell’asilo. Con il
passare degli anni l’esigenza di conoscere le sue origini e tornare in Cile si
fa sempre più forte. La mancanza di una educazione cilena, la sensazione di non
appartenere “né al Cile, né all’Italia” lo spingono a partire e, una volta
arrivato a Santiago, all’età di ventisei anni, scopre che i suoi genitori sono
ancora vivi. “Ho conosciuto prima mia madre. Siamo andati a cena fuori col suo
nuovo compagno. L’ho vista felice”, racconta Claudio, “Mio padre, invece, l’ho
incontrato il giorno dopo, mentre lavorava come parcheggiatore abusivo e ho
festeggiato insieme a lui il Natale”.
> Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse semplice adottare, viste anche
> le condizioni di povertà del Paese durante gli anni della dittatura del
> generale Pinochet.
Quando torna in Sardegna, Claudio fonda Chilenos de Sardigna, la prima
associazione di figli adottivi cileni, con l’obiettivo di aiutare altre persone
a mettersi in contatto con le proprie famiglie. Sono più di 500, infatti, i
minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla Sardegna. “Abbiamo creato
questa associazione con lo scopo di cambiare prospettiva sul tema delle
adozioni, costruire una narrazione positiva e permettere un ricongiungimento con
le famiglie biologiche”, spiega Claudio.
Per la maggior parte delle persone adottate, ricercare il legame con la loro
terra è un istinto naturale. Per altre, un bisogno di colmare la narrazione
fornita dai genitori adottivi, spesso piena di lacune. Elizabeth, originaria del
Cile e adottata all’età di tre mesi da una famiglia di Roma, si è messa in
contatto con Claudio per questo secondo motivo ed è riuscita a riallacciare il
legame con la famiglia di origine nel 2008: “Ho scritto su un blog che stavo
cercando mia madre. Di lei conoscevo solo il cognome, ma è stato sufficiente per
rintracciarla e ho scoperto di avere una sorella”. Qualche mese fa è andata in
Cile a conoscere i suoi parenti. Dopo 44 anni, afferma di essere felice e di
aver trovato la sua nuova casa.
Le adozioni di Claudio ed Elizabeth rientrano tra le 20.000 adozioni irregolari
registrate tra gli anni Cinquanta e Novanta in Cile, dove, durante la dittatura
di Pinochet, questo fenomeno si è intensificato come forma di repressione e
controllo della povertà da parte dello Stato. Nella maggior parte dei casi i
bambini appartenevano a famiglie povere o venivano sottratti alla nascita a
donne single, spesso minori di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici
in ospedale che i loro figli erano morti durante il parto o che dovevano essere
ricoverati per complicazioni mediche. Allontanati dai genitori, i bambini
venivano cresciuti negli hogares (case famiglia o orfanotrofi), come nel caso di
Claudio. Molti genitori biologici hanno raccontato di non essere stati informati
sulla possibile adozione dei figli o che gli veniva arbitrariamente proibito di
visitarli.
Per la legge cilena, infatti, i tempi per dichiarare l’abbandono da parte di un
genitore sono molto brevi: solo due mesi e, se il bambino ha meno di un anno,
appena 30 giorni. Chi lavora in queste strutture conosce la legge e nella
maggior parte dei casi sembra approfittarne, impedendo ai genitori di visitare
il bambino e dichiarando così l’abbandono.
> Sono più di 500 i minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla
> Sardegna.
In Cile il processo di adozione è gestito dal SENAME (Servicio Nacional de
Menores), un organismo governativo dipendente dal ministero di Giustizia e
Diritti umani, nato nel 1979. Dopo la caduta di Pinochet nel 1990, il SENAME ha
continuato ad operare con lo stesso personale che prima era coinvolto nel
traffico di bambini, rafforzando la rete di istituzioni pubbliche e private che
coinvolgono medici, assistenti sociali, sacerdoti, funzionari pubblici, giudici
e avvocati.
A raccontarcelo è Constanza Del Rio, fondatrice di Nos buscamos,
un’organizzazione cilena che aiuta le persone coinvolte nelle adozioni
irregolari e favorisce il ricongiungimento familiare. Nos buscamos è nata nel
2014 dopo che, all’età di 39 anni, Constanza ha scoperto di essere stata
sottratta ai suoi genitori e adottata illegalmente. Dopo una profonda crisi
emotiva, ha sentito l’esigenza di creare una comunità di persone con
un’esperienza simile alla sua. “Da allora lavoriamo per dare voce alle migliaia
di donne cilene con mezzi limitati che ancora non vengono credute quando
affermano che il loro bambino è stato rubato”, racconta Constanza.
Nos buscamos, insieme ad altre associazioni come Hijos y madres del silencio,
chiede al governo cileno di riconoscere le adozioni irregolari avvenute durante
la dittatura come un crimine contro l’umanità. “Chiediamo che venga istituita
una commissione affinché si possa effettuare un censimento e conoscere il numero
esatto di minori coinvolti nei traffici”, afferma Del Rio. Il servizio offerto
dall’associazione è gratuito e negli anni hanno ricevuto più di 8.000 richieste
di aiuto.
“Molte delle persone che ci scrivono vengono dall’Italia” racconta Constanza,
“spesso, infatti, a mettere in contatto le famiglie straniere con gli hogares
cileni sono state organizzazioni legate alla chiesa cattolica”. Anna, la madre
di Claudio, si era rivolta agli Orionini, ma il caso più famoso è quello del
sacerdote cattolico di origini toscane Alceste Piergiovanni, che dagli anni
Settanta ha gestito l’adozione di più di 1.200 bambini cileni all’estero.
L’hogar più noto tra quelli presi in gestione dal sacerdote è a Quinta de
Tilcoco, nella regione di O’Higgins. Durante le nostre ricerche, siamo state
contattate da un accompagnatore turistico che ci ha raccontato di aver aiutato
molte persone straniere a raggiungere Tilcoco per cercare le famiglie di
origine.
> Spesso i bambini venivano sottratti alla nascita a donne single, spesso minori
> di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici in ospedale che i loro
> figli erano morti durante il parto o che dovevano essere ricoverati per
> complicazioni mediche.
Ogni bambino è una fonte di reddito per gli hogares e per i membri della chiesa,
che ricevono mance, o propinas, in cambio del loro aiuto. Molte famiglie
adottive sostengono un costo che si aggira tra 10.000 e 16.000 euro per il
processo di adozione. “Per affrontare i costi del viaggio in Cile, della
permanenza e delle spese relative all’adozione, mia madre è stata costretta a
vendere il terreno dove avrebbe dovuto edificare la sua casa”, racconta Claudio.
“I miei genitori adottivi mi hanno sempre ricordato l’opportunità che mi hanno
dato, adottandomi, di vivere lontano dalla povertà. Sono cresciuto con un forte
senso di riconoscenza nei loro confronti, anche per lo sforzo economico che
hanno dovuto affrontare, e in passato ho avuto paura che li avrei feriti se gli
avessi detto che volevo ricercare le mie origini” aggiunge.
Da qualche anno Claudio ha preso in affido una bambina di origine peruviana. “Un
giorno abbiamo litigato e lei mi ha detto ‘tu non sei mio padre’, che è la
stessa cosa che da piccolo dicevo io al mio. Io però le ho risposto che era
vero, che se volevamo vivere insieme potevamo farlo, altrimenti avremmo trovato
un’altra soluzione”. “Se lo vorrà, la aiuterò a ricercare le sue origini perché
conoscere la propria storia e la propria identità è un diritto che tutti
dovremmo vedere riconosciuto” conclude.
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