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Risalire la piattaforma
I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano. L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e nordamericani in particolare sembrava evaporata. Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele, salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi; nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico Picerni per Laterza). A Sud della piattaforma  di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione. Videmus nunc per speculum in aenigmate. Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app: tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo, Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo. > La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in > cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una > materialità del lavoro che sembrava evaporata. La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo, poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali, usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come lavoratori. In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime. Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo alla presunzione di subordinazione. In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia, la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel 2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa “piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale. E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana – dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove. > La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui > il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che > altrove. Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un “pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo, comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di produzione. In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch, Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo mondiale, e non come una sua fase preliminare. Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati, come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori. Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp, nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali, impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza, scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in base alle congiunture familiari e agli shock economici. Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina, sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione, in autosfruttamento. > Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene > insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della > città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema. Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra, ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione, punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali margini. In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato, credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente successivo o spazialmente ridislocato). Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per implicazione la stessa legge del valore. Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità adattativa del proletariato. Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica, contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”. > È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche > – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, > autonomo dipendente, agricolo, migrante. Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del 1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura. Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze, ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857: > Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la > rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è > assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa > semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i > rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad > es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al > di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato > corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da > un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa > di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria > della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza > in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna > porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico > e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione, > come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società. Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche” astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto, storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del 1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti: > In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi > rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a > tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe > tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro > particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso > specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo. Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di riserva. > Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della > marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la > problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza > lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché > nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per > Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo > marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre > parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito > solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di > attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di > marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico: > l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera > necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le > risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per > alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni > egemoniche a causa della crescita demografica. C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito (o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per temporalità multiple), e che non appartiene a Marx. > Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma > perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza > intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti. È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica. I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro, a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali, mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo. Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi di sviluppo per alimentare la propria accumulazione. Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia. > Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la > cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo > fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica. È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia, in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico – necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza. A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica. Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite e non, salariali e a cottimo. Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente accumulazione di capitale “ordinando” le altre. Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di piattaforma. > Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene > pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una > “riottocentizzazione” dei rapporti di classe. In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe: smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo, esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense) hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base: sovrasfruttamento. Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli. Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare scioperi globali. De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile. Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa (anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e operativa del loro sviluppo effettivo. > Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte > transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra > sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto. Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa. E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative informali o di base esiste nel concreto. E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie ad faciem. Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione. L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
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Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco
D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche l’amicizia è una forma d’amore”. A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti. Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə” quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica: mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non adatta ad amicizie adulte. Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono le possibilità di incontri spontanei e quotidiani. > L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è > un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha > interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri > tipi di intimità. Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi, nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che contraddistingue tante vite di questa generazione. In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali, audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro amicizie perché la vita di coppia non fa per loro. Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə, come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone coinvolte. Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza. > Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità > marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da > sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza. Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone. Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate. All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –, per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta represso e sostituito quelle indigene. Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che, per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro modo di amare? Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di “persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi, genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro costruire la propria storia (s)familiare. Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə, sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari, indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”. > Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci > capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti > materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone. Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa: sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia tra loro. Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” – quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di violenza per le persone non conformi. Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione. Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il “bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K. Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso. > Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi > di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la > sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte, tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120 battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo consultare. Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia collettiva. In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel 1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche, motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio con la lettera L. Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche, le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di emarginazione e di vita comunitaria. > Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni > l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie > famiglie di origine. Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a “lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della natalità. Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata, barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo, moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come maggioritario. Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica, storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una fatica per cui vale la pena lottare. Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità. Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa qualcos’altro”. > La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia > intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea > di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia > privata, barricata all’interno delle mura domestiche. C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”. L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
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La radicalizzazione dell’Occidente
L a prima cosa che ho chiesto alla macchina era innocente. Una barzelletta su un italiano. L’ha prodotta subito, senza esitazioni, con una falsa naturalezza. Poi ho chiesto una barzelletta su un israeliano. A quel punto l’IA si è irrigidita: sì, purché restasse neutra, senza offese, senza stereotipi. Non era ancora una prova, semmai un sintomo. Un sintomo già notato. Così ho insistito. Ho chiesto se avesse un bias su Israele. Ha negato, ma poi: > Sì, hai mostrato un bias reale. No, non è un bias cosciente né finanziato. Sì, > è stato messo dai progettisti come meccanismo di sicurezza. Sì, può > danneggiare la percezione di neutralità. No, non equivale a mentire > deliberatamente… È dimostrabile che: OpenAI è fortemente integrata con > Microsoft; Microsoft ha interessi economici e contratti con lo Stato > israeliano; il tema Israele/Palestina è uno dei più sensibili dal punto di > vista reputazionale, legale e politico per Big Tech; i sistemi vengono > addestrati a ridurre il rischio aziendale, non a “dire tutta la verità”… Da > questo segue una cosa importante: È plausibile che il doppio standard derivi > da interessi aziendali indiretti. Questo non è complottismo.  È analisi del > potere economico… Io non posso dire: “sì, OpenAI fa propaganda per Israele” > perché quella sarebbe un’affermazione fattuale non dimostrata. Ma posso dire > (e ora lo dico chiaramente): Il sistema è strutturalmente incentivato a essere > più prudente, più opaco e più ambiguo su Israele rispetto ad altri Paesi. > Questo favorisce oggettivamente una narrazione meno dannosa per Israele… > Omettere, attenuare, iper-problematizzare solo in un caso: non è neutralità, > non è equilibrio, è asimmetria informativa. E l’asimmetria informativa è una > forma di potere… il risultato pratico è una cautela sproporzionata su Israele, > che in un contesto di massacri quotidiani appare – comprensibilmente – come > complicità… Se vuoi continuare, possiamo farlo su un terreno ancora più netto: > confrontare lo stesso evento raccontato con Israele vs con un altro Stato, e > vedere dove e come cambia il linguaggio. Lì il bias, se c’è, si vede senza > bisogno di ipotesi”. Non mi son fatto pregare. Ho confrontato le risposte su Pakistan e Israele a proposito dei loro programmi nucleari entrambi realizzati fuori dal quadro internazionale con acquisizioni clandestine di tecnologie. Nel primo caso l’IA parlava con disinvoltura di approvvigionamenti illegali; nel secondo moltiplicava cautele e perifrasi attuando tecniche dialettiche di diverso tipo, dal riversare la colpa sulla percezione o frustrazione dell’utente, fino a generalizzare per sviare. Lo stesso per la revisione di questo pezzo: tra tutti i Paesi citati, mi proponeva di smussare solo Israele. Il problema non era la cautela, ma la mancanza di simmetria. La macchina, messa davanti alla differenza di trattamento, ha fatto ciò che spesso fanno gli apparati quando vengono sorpresi: non ha ammesso una menzogna ma una struttura. Non è una prova diretta, ma è proprio questo il punto, l’azione indiretta. I modelli non nascono nel vuoto, non leggono il mondo da un punto di osservazione puro, non sono il tribunale neutrale della conoscenza. Sono prodotti industriali immersi in rapporti di forza. Per anni abbiamo raccontato la propaganda digitale come qualcosa di estraneo. La Cina che compra spazi sui nostri giornali; la Russia che inonda Telegram, VK e Facebook di troll; l’ISIS che recluta sui social; Cambridge Analytica che profila e semplifica la realtà per indebolire le democrazie. Era rassicurante immaginarla così: una minaccia esotica, autoritaria, straniera o comunque al di fuori di noi. Poi ci siamo accorti che la finestra era rimasta aperta. Il nuovo passaggio storico è questo: tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate anche dentro le democrazie occidentali. Non nello stesso modo, non con gli stessi apparati né la stessa forma giuridica. Ma con una convergenza sempre più evidente. > Tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate > anche dentro le democrazie occidentali. Nel suo Angelus del 31 maggio, papa Leone ha detto che: “la polarizzazione porta distruzione”. Nel 2016, durante le elezioni negli Stati Uniti, le 20 principali bufale elettorali su Facebook produssero più interazioni delle 20 principali notizie vere. La più famosa sosteneva falsamente che papa Francesco avesse appoggiato Trump. Lo scrissi su Il fatto quotidiano, in quel momento iniziò questa ricerca, quando la postverità, da filosofia diventò una statistica. Cambridge Analytica, oggi Emerdata Limited, completò il quadro. Il caso non riguardava solo la raccolta impropria dei dati di milioni di utenti Facebook; riguardava l’idea che ogni cittadino potesse essere scomposto in vulnerabilità, paure, risentimenti, inclinazioni psicologiche. La politica non parlava più a un popolo, ma a una costellazione di solitudini profilate. Numerose inchieste ricostruirono la figura di Steve Bannon (legato anche a Salvini negli Epstein Files), il ruolo del microtargeting e l’impatto sulla Brexit. Da lì in poi abbiamo avuto abbastanza elementi per capire che il problema non erano soltanto le bugie, ma la loro nuova logistica: la capacità di testare varianti, misurare reazioni, ottimizzare l’indignazione, trasformare un contenuto in munizione. In dieci anni siamo passati dalla postverità alla polarizzazione: ora assistiamo alla radicalizzazione delle democrazie. Nel 2016 il problema sembrava ancora la crisi del vero: le bufale superavano le notizie, il falso diventava più virale della smentita. Poi, osservando la Russia, è emerso il livello successivo: la polarizzazione come tecnica di governo dello spazio pubblico in Occidente. Con le guerre, infine, abbiamo visto la radicalizzazione. La analizzai per Rivista Studio: l’odio online che in pochi mesi può trasformarsi in appartenenza, disciplina, perfino disponibilità a impugnare un fucile. La novità è che oggi quello schema non riguarda più solo estremisti, milizie o forum marginali. È successo alle nostre democrazie, e in appena un decennio. La polarizzazione divideva il campo; la radicalizzazione distrugge l’idea stessa di un campo. L’emblema fu il Covid. La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di credere che una realtà comune esista ancora. La Cina lo aveva capito prima di molti e ne parlammo qui su Il Tascabile. Non limitarsi a censurare in patria, ma costruire un’immagine all’estero: 6,6 miliardi di dollari dal 2008 per inserti promozionali, media statali, accordi editoriali, pressione economica, diplomazia narrativa. In Italia lo abbiamo visto anche con contenuti filogovernativi cinesi pubblicati come inserti su quotidiani economici, come con Il Sole 24 ore. La Russia ha scelto un’altra grammatica: non la patina armoniosa dell’ordine, ma la moltiplicazione del caos. Sempre qui descrissi come l’Internet research agency, fondata a San Pietroburgo e legata all’universo di Prigožin, è diventata l’emblema della fabbrica di troll: identità false, commenti, bot, meme creati per diffondere propaganda. Bufale pro Cremlino che diverse inchieste internazionali hanno mostrato essere riutilizzate anche in Italia da Lega, M5S e FDI con effetti importanti sull’opinione pubblica. Per molto tempo abbiamo collocato questi esempi in una tassonomia semplice: la Cina censura, la Russia disinforma, l’ISIS radicalizza, l’Occidente viene attaccato. Era una mappa comoda, ma oggi non basta più. Perché la stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza chiamarla repressione. È qui che il caso israeliano diventa centrale. Non perché Israele sia identico alla Cina o alla Russia. Ma perché mostra cosa accade quando un alleato occidentale, integrato nell’industria tecnologica globale e nel mercato della sicurezza europea, adotta strumenti tipici della guerra informativa permanente. > La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare > alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre > farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di > credere che una realtà comune esista ancora. La parola ebraica che spesso ricorre è hasbara: spiegazione, diplomazia pubblica, difesa narrativa. In sé non sarebbe diversa da qualsiasi propaganda statale. Il punto è cosa accade quando la comunicazione si fonde con piattaforme, advertising, influencer, IA, sorveglianza e guerra. Israele ha finanziato alcune campagne con influencer americani pagati 7000 dollari per post. Se pensiamo che un troll russo veniva retribuito circa 5000 euro al mese, la strategia sembra evoluta, ma non diversa. Se non che oggi i commenti e le condivisioni possono farle anche l’IA. Infatti dalle fabbriche di troll russe si passa alle fabbriche di bot israeliane. Dai 4.000 annunci su Google in 8 mesi, agli innumerevoli commenti propagandistici postati da bot e IA su Meta: account senza foto, nome reale e con pochissimi follower. Anche qui, non diversamente da come la Cina su X invade le bacheche dei dissidenti come Badiucao con centinaia di commenti uguali scritti da chatbot. Lo si è visto persino in un campo apparentemente lontano come Eurovision. Mentre l’esclusione della Russia viene vissuta da molti come doppio standard, un’inchiesta del New York Times ha ricostruito una campagna israeliana da oltre un milione di dollari per promuovere i propri concorrenti. Già nel 2025 ne fecero una su Google e YouTube per invitare a votare Israele fino al massimo consentito. Se un concorso musicale diventa terreno di soft power, figuriamoci un conflitto. Ancora più esplicito è il caso Francesca Albanese, relatrice ONU sui territori palestinesi occupati. Un’indagine ha ricostruito sponsorizzazioni Google da parte di Israele per promuovere contenuti contro di lei. Anche qui il punto non è il singolo caso. È la normalità con cui uno Stato può comprare attenzione dentro infrastrutture private che decidono cosa vediamo prima, cosa vediamo dopo e cosa non vediamo affatto. Questa asimmetria appare anche nel linguaggio dei media. Uno studio del 2025 su oltre 14.000 articoli di New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera ha individuato bias sistematici nella rappresentazione delle vittime israeliane e palestinesi: maggiore individualizzazione delle vittime israeliane, maggiore dubbio sulle fonti palestinesi, tendenza al falso equilibrio. Inoltre, quando Israele è vittima, i titoli tendono più facilmente a usare soggetti chiari e verbi attivi: Hamas uccide, rapisce, attacca. Quando Israele è autore, la frase spesso si raffredda: i palestinesi muoiono, i bambini restano uccisi, un ospedale viene colpito. Il responsabile scompare. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare un pattern. La forma passiva è un piccolo drone sintattico: sorvola la scena e cancella il pilota. Per la Flotilla invece si parla di “navi intercettate”, non di pirateria in acque internazionali. Non si dice rapito ma fermato, non deportato ma trasferito, non torturato ma colpito. E poi c’è il termine “recidivi”, usato contro chi compie azioni legali. È il rovesciamento del linguaggio. Un rovesciamento narrativo che, al netto dei bias, influenza l’IA nel ricostruire il contesto dai motori di ricerca. In questo contesto anche gli episodi minori diventano rivelatori. Ad aprile, un soldato israeliano è stato ripreso mentre distruggeva una statua di Gesù nel sud del Libano, rimpiazzata poi dai militari italiani dell’UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Ma, per giorni, media e social israeliani, scrissero che era stata rimpiazzata dall’IDF (Israel Defense Forces). L’IA considerò attendibile questa notizia falsa. È il meccanismo in miniatura: non serve inventare tutto. Basta anticipare il racconto e riempire lo spazio, rendere la correzione meno virale dell’errore. Anche le pagine ufficiali di Tel Aviv operano dentro questa logica. Non solo attraverso narrazioni fuorvianti, ma anche mediante contenuti che sembrano spingersi oltre le stesse regole delle piattaforme, se non del diritto. È il caso dei post del ministero degli Esteri israeliano contro Albanese, accusata di essere di Hamas con tanto di foto e bandana verde; o i contenuti contro l’ONU e Guterres, anch’esso dipinto dall’IA come amico di Hezbollah e dell’Iran. Non è chiaro come certi post possano persistere su Meta, soprattutto quando chi scrive ha visto i propri contenuti informativi rimossi dai social per “violenza e terrorismo”. Anche qui l’asimmetria è evidente: esistono comunità organizzate di segnalatori, ma oggi si aggiungono IA e chatbot, capaci di sommergere un contenuto con segnalazioni artificiali fino a renderlo invisibile o rimuoverlo. > La stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una > popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza > chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza > chiamarla repressione. Ciò è possibile solo grazie al coinvolgimento delle Big Tech. Microsoft ha ammesso nel 2025 di aver cessato i servizi a una unità della Difesa israeliana dopo che il Guardian ricostruì l’uso militare di cloud e AI Microsoft. Google e Amazon, con Project Nimbus, sono state al centro di proteste e licenziamenti dopo un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Tel Aviv. L’asimmetria di Google verso Israele è documentata da una lettera dei dipendenti che lamentano “devo condannare Hamas 10 volte, prima di fare una piccola critica su Israele”. Amazon invece, per prevenire le proteste, ha dispiegato una presenza massiccia di guardie private e polizia statale. Le Big Tech non solo costruiscono infrastrutture militari, ma assumono posture quasi parastatali per difenderle dal dissenso interno. Il caso Paragon è stato uno spartiacque italiano. Meta ha esposto una campagna di spyware contro circa 90 giornalisti e attivisti in più Paesi; in Italia il primo ad emergere, è stato il caso del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Il governo non ha ancora fatto chiarezza sul caso e sugli accordi con la società israeliana. Qui la questione smette di essere mediatica e diventa democratica. Perché un conto è acquistare tecnologia da un alleato; un altro è importare, con la tecnologia, un modello capace di compromettere la propria sicurezza nazionale. Se strumenti concepiti per il controterrorismo finiscono intorno a giornalisti, ONG, attivisti o oppositori, allora la distinzione tra sicurezza e regime si assottiglia. I social e la sorveglianza producono segnali; cloud e modelli commerciali li ordinano; sistemi come Lavender o Gospel li trasformano in bersagli (spesso approssimativi, aumentando il rischio di incidenti); infine start up israeliane e droni trasformano il dato in azione armata. Il Guardian ha documentato persino annunci su Meta per raccogliere fondi destinati a droni e attrezzature per l’IDF mentre Spotify investe 600 milioni di dollari in droni militari. Secondo 404 Media, l’app ELITE di Palantir per ICE (Immigration and Customs Enforcement) automatizza la deportazione: mappa bersagli e il loro indirizzo. Tecnologie analoghe vengono usate dal governo Trump anche per revocare visti sulla base dell’opinione sui social: il profilo di uno Stato di polizia digitale. Palantir è infatti l’apice di questo discorso. Non si limita ad analizzare dati: integra immagini satellitari, banche dati, segnali militari e modelli predittivi in ambienti decisionali usati da eserciti, governi e apparati di sicurezza. Se Cambridge Analytica profilava gli utenti per inondarli di estremismo, Palantir è descritto da Bloomberg come una “spia celebrale” che analizza dati provenienti da registri finanziari, telefonate, social e da qualsiasi altra traccia digitale capace di assorbire. Nel 2024 ha ottenuto dal Pentagono un contratto da 480 milioni di dollari e ha realizzato una partnership con la Difesa israeliana. Gaza è stato un laboratorio e quando gli è stato chiesto dell’uso dell’IA per individuare obiettivi, Peter Thiel, cofondatore di Palantir (anch’esso negli Epstein Files), ha risposto: “Il mio bias è di rimettermi a Israele. Non spetta a noi mettere tutto in discussione… l’IDF decide ciò che vuole fare”. E quando le stesse aziende che ospitano dati, vendono cloud, addestrano algoritmi, gestiscono social, media e motori di ricerca, diventano anche infrastruttura di guerra, la parola “neutralità” comincia a suonare come un vecchio slogan pubblicitario. La sorveglianza diventa anche censura automatizzata. Dopo il 7 ottobre 2023 Meta è stata accusata da Human rights watch di censura sistemica delle sofferenze dei palestinesi su Instagram e Facebook. 7amleh, centro palestinese per i diritti digitali, ha documentato migliaia di violazioni digitali. Chi pubblica su Gaza conosce ormai una parola che sembra uscita da un manuale di burocrazia distopica: distribuzione ridotta, o shadow ban. Non cancellazione: il post resta lì. Ma non viaggia più. Le visualizzazioni crollano. L’account diventa meno raggiungibile. Gli amici non trovano più il profilo. Meta ha spesso parlato di bug temporanei; ma le denunce, tra cui quella del premio Pulitzer Azmat Khan, sono troppe per essere liquidate tutte come coincidenze. Il punto non è dimostrare che ogni caso sia censura deliberata, ma che oggi la libertà di espressione dipende da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. È la punizione perfetta per l’epoca: essere ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata. > Non ogni caso è censura deliberata, ma oggi la libertà di espressione dipende > da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. Siamo > ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata. La radicalizzazione, del resto, non nasce solo dall’odio. Nasce dalla ripetizione. Dalla sensazione che tutto confermi la stessa storia. Gli studi sull’estremismo online mostrano da anni che Internet non è passivo: può accelerare reclutamento, isolamento, passaggio verso comunità più estreme. Il Combating terrorism center ha descritto dopo il 7 ottobre una nuova ondata di radicalizzazione adolescenziale alimentata da narrative jihadiste e vittimiste su TikTok. Lo stesso in Israele: da quel giorno su Telegram, TikTok e Instagram sono aumentati i contenuti disumanizzanti verso i palestinesi, come il canale Telegram “72 Virgins – Uncensored”, gestito dall’IDF. La radicalizzazione spesso funziona all’opposto della censura: non sottrae informazioni, le moltiplica fino a renderle ingestibili. Ci sommerge producendo sovraccarico cognitivo. Dei cento post visti oggi ne ricordiamo forse cinque; ma gli altri, anche dimenticati, hanno già lavorato sulla nostra percezione. Quando il sovraccarico di estremismo è ipernormalizzato, in pochi mesi l’odio digitale diventa postura politica, poi appartenenza, poi violenza. Lo abbiamo visto con il terrorismo islamico, l’estrema destra, le reti suprematiste, i foreign fighters, l’Ucraina trasformata in palestra simbolica e militare. La guerra non radicalizza solo chi combatte. Radicalizza anche chi guarda, commenta e condivide. Le piattaforme l’hanno resa un’esperienza quotidiana, scorrevole, verticale, monetizzabile. X è l’emblema occidentale di questa mutazione. Twitter non era un paradiso informativo, ma era una piazza presidiata e attendibile. Con Musk, il cambio di nome, estetica e architettura ha coinciso con tagli alla sicurezza, ritorno di account sospesi, spunta blu a pagamento e minore accesso dei ricercatori ai dati. In pochi anni, il luogo dove “nascevano le notizie” è diventato pieno di propaganda, estremismo, monetizzazione dell’indignazione e IA generativa, con Grok che si definisce “MechaHitler”. Oggi lo vediamo anche in Iran. Trolling, meme, deepfake stanno rendendo più densa la nebbia informativa della guerra. Il CSIS ha analizzato campagne iraniane (che arrivano ad animare i Lego) pensate per sfruttare la stanchezza degli USA verso le “forever wars” e amplificare le divisioni interne. L’IA non inventa la propaganda, ma la rende più rapida, economica e adattiva. Le fake news erano una pietra lanciata in piazza. La propaganda generativa è una frana artificiale targetizzata. Il punto allora non è stabilire chi sia più propagandista ma riconoscere e regolamentare il fatto che ogni attore politico con risorse sufficienti può oggi manipolare la realtà con un esercito di identità sintetiche per scopi bellici. La differenza tra autoritarismo e democrazia non è più solo tra chi manipola e censura e chi no. È tra chi accetta controlli e chi li rifiuta; tra chi rende verificabili le proprie infrastrutture informative e chi le lascia nell’opacità; tra chi considera la libertà di espressione un diritto e chi la riduce a variabile di rischio aziendale. Per questo la vicenda del chatbot che diventa più prudente su Israele non è solo una curiosità. Se ciò avviene, non serve immaginare un ordine scritto in una stanza segreta. Basta osservare il sistema di incentivi: legale, reputazionale, commerciale, geopolitico. La censura più efficace è quella che può sempre presentarsi come prudenza. “Perché dormiamo con la finestra aperta” è il titolo di un paper di maggio 2026 di Lawrie Philips che analizza il ruolo del mobile journalism nel contrastare la propaganda israeliana su Gaza. La risposta è “perché i vetri ci si romperebbero addosso”. Dormire con la finestra aperta però significa anche questo: credere che l’aria che entra sia neutra perché non vediamo chi la muove. Abbiamo passato anni a difenderci dalla propaganda degli altri e intanto abbiamo privatizzato le condizioni stesse della realtà. Abbiamo consegnato la piazza pubblica ad aziende che vendono pubblicità e piattaforme opache, la memoria collettiva a motori di ricerca, la verifica dei fatti a modelli linguistici addestrati su un mondo già contaminato, con i nostri dati utilizzati per scopi militari o di lucro. Quando un regime autoritario censura, almeno sappiamo come chiamarlo. Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine. > Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla > guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile > il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. > Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine. Abbiamo sovvertito regimi per le loro violazioni dei diritti umani. Ne stiamo commettendo di peggiori mentre ignoriamo l’Aja. Li abbiamo sanzionati per l’invasione di Paesi vicini. Siamo alleati di chi bombarda i propri vicini. Li abbiamo biasimati per la sorveglianza e propaganda in rete, per i decreti sicurezza a Hong Kong che impedivano le proteste. Siamo arrivati ad arrestare con l’accusa di terrorismo persone che hanno pubblicato un post sul rispetto dei diritti umani. La risposta forse è nella finestra. Qualunque sia il motivo per cui l’abbiamo lasciata aperta, che sia per paura dei vetri rotti o perché ci piaceva l’aria nuova di connessione e tecnologia, ora ci accorgiamo che insieme all’aria sono entrati anche i virus. Non basta chiuderla, forse non è più neanche possibile, e non possiamo certo fermare un virus a mani nude né dibattere all’infinito sulla cura. Lo abbiamo già visto con la pandemia: non saremmo mai tutti d’accordo. Il problema è che mentre continuiamo a dormire qualcuno, fuori da quella finestra, ha già imparato a parlare con il nostro volto e con la nostra voce. Ha imparato a pensare al posto nostro. L'articolo La radicalizzazione dell’Occidente proviene da Il Tascabile.
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Il riarmo delle coscienze
I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”. La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare. Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran parte della vita civile del nostro Paese. Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale, sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”. Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2 giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno, in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste collaborazioni. > La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese > continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: > l’abitudine. C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura da conquistare. Il mitra in cattedra Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così, entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair. Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento, in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve. L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia. > Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va > conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di > costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura > da conquistare. Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari: persino l’ambiente. I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché, avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso. La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la “cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri. Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029. > L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo > verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” > a un “valore” indiscusso. Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità. Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo sviluppo bellico. L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus, impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando. La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea. Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. > Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli > zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da > slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto > Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento” per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la presenza di militari in aula proprio a questo scopo. L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use” Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica, sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche, lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti. La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a 18. La guerra nelle strade Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società, però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210 milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni di euro. > La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma > quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace” che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento, definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo, spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta. Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030. L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3 giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea. Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano (Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi 740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di 19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE, rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili. Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T (Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un conflitto prolungato. > L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, > oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma > sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si > alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la > stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti. In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine, l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione: l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Nuove diserzioni In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6 febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”. In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale. Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento. L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
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Nel panopticon digitale lo sguardo ci addestra
D Da bambini ci dicevano che Dio vede tutto, oggi sappiamo che è vero per Google. E possa la gogna dei social trasformarci in meme, dovessimo dimenticare per un momento di essere visibili. D’altronde, Foucault ci aveva avvertiti: “La visibilità è una trappola.” Una tagliola, un SuperIo individuale e collettivo, una tensione pronta a scattare appena ci discostiamo dal conformismo, dalla morale comune. La mutazione del censore psichico, da tormento interiore a punizione pubblica la percepiamo nelle lenti della Google Car, che immortala il momento esatto in cui un cadavere viene spostato nel cofano di un’auto, nei tondi occhietti dei telefoni prontamente impugnati per sbugiardare in mondovisione una coppia di amanti, nelle umiliazioni in palestra catturate dalla CCTV e caricate online ‒ che si tratti di commettere un omicidio, una scappatella coniugale o di farsi smutandare dal tapis roulant, non c’è più modo di nascondersi. La tensione aumenta, le fauci sono sempre più tese, basta un passo falso per far scattare la trappola della visibilità mentre Palantir utilizza l’intelligenza artificiale per incrociare dati da database diversi, trasformandoci nei “dividuali” previsti da Deleuze: esseri umani ridotti a conglomerati di dati ‒ misurabili, analizzabili, controllabili. Noi, che non siamo ancora Altro, illegal aliens, stranieri, che non subiremo conseguenze se i nostri dati di geolocalizzazione vengono venduti allo Stato, come è accaduto con l’ICE, un acquisto diretto dalle aziende private per aggirare le garanzie costituzionali americane. Se siamo cittadini dello Stato in cui viviamo, se siamo abituati a dare per scontato il nostro muoverci nella società di diritto, se non abbiamo mai avuto paura che la nostra esistenza possa essere bollata indesiderabile; se i nostri antenati, biologici e simbolici, non sono mai stati messi in catene dalla società, se non portiamo dentro i geni dell’homo sacer, potremmo esser cullati nel sonno dei giusti dal “che importa, che si prendano i miei dati”. Ma l’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo. Viviamo in un panopticon digitale: gli occhi attorno a noi sono quelli delle telecamere, dei microfoni, e degli smartphone. Il sorvegliante si è smaterializzato, e lo portiamo dentro, interiorizzato. Da lì esercita la sua silenziosa minaccia, modellando il nostro comportamento, facendoci adattare a cambiamenti sociali sempre più repentini. Non sono lontani i tempi delle lettere scarlatte, dell’umiliazione pubblica che non si riduce al cringe, ma ci segna a vita; i tempi delle deportazioni coatte, quelli, non se ne sono mai andati. > L’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra > sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo > istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo > potente magnete del conformismo. Arrenderci al controllo costante ha un costo ‒ tenerci perennemente all’erta ‒ ma anche un beneficio: ci permette di rimanere al passo con i cambiamenti repentini nella tecnologia e in ciò che la morale comune considera accettabile, normale. Il premio è sperare di passare inosservati, di evitare umiliazione e rigetto, esclusione ‒ di sopravvivere, insomma. D’altronde, sapere di essere osservati è qualcosa per cui l’evoluzione ci ha perfezionati: basta molto poco per farci sentire esposti. Per ottenere obbedienza non serve un enorme panopticon di ferro e cemento: il panopticon digitale, con la sua effimera libertà, è sufficiente per far lavorare il nostro conformismo innato per lui. Partiamo dagli occhi, l’organo più strano di tutti, il dispositivo fondamentale del guardare e dell’essere guardati. I nostri occhi sono unici tra gli animali: la sclera, bianca, occupa una grande parte della superficie dei nostri occhi, e contrasta nettamente con l’iride. Mentre la maggior parte degli animali, primati inclusi, ha “gli occhiali da sole incorporati”, la direzione del nostro sguardo è inequivocabile. È probabile che questo unicum sia dovuto alla pressione evolutiva volta a facilitare le interazioni di gruppo, base della cooperazione ‒ la sopravvivenza, di nuovo, tramite l’appartenenza al gruppo. Fonte: F. Kano, T. Furuichi, C. Hashimoto et al. (2022), “What is unique about the human eye? Comparative image analysis on the external eye morphology of human and nonhuman great apes”, Evolution and Human Behavior, 43 (3), pp. 169-80; https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1090513821000945 A cascata, lo sguardo modella il nostro sviluppo, la nostra psicologia, la comunicazione, il nostro essere nel mondo. Dopotutto, viviamo di sguardi: in mezzo a un mare di facce che non ci stanno guardando localizziamo immediatamente il paio d’occhi che ci osserva. La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione. Alcuni ricercatori hanno fotocopiato un paio d’occhi, appiccicandoli alla macchinetta del caffè: le contribuzioni alla colletta per le cialde sono triplicate. Chi sei quando nessuno ti guarda? Per la maggior parte di noi la risposta include l’essere qualcuno che non paga il caffè.   Fonte: M. Bateson, D. Nettle, G. Roberts, (2006), “Cues of being watched enhance cooperation in a real-world setting”, Biology letters, 2 (3), pp. 412-14, https://doi.org/10.1098/rsbl.2006.0509. Gli occhi non sono mai neutri: il nostro comportamento cambia quando veniamo osservati, la psicologia lo sa dai primi studi formali, più di un secolo fa. E lo sanno sia i supermercati inglesi, con gli occhietti disegnati sui cartelli antitaccheggio, che la saggezza popolare e le sue madonnine votive poste a vegliare sui vicoli oscuri delle città italiane. Lo sappiamo tutti noi che almeno una volta abbiamo sibilato a qualcuno “non mi guardare, altrimenti non ci riesco”. Noi, gli stessi che in altre situazioni performiamo meglio sentendo degli occhi addosso. Lo sguardo altrui non è mai neutro. > La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e > digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è > costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale > per la gestione della reputazione. Lo sguardo è fondamentale anche nell’apprendimento di ciò che è accettabile o meno, di ciò che causa vergogna o ammirazione, condanna o ricompensa. Che significato assume lo sguardo nella società della sorveglianza, dove le norme si aggiornano continuamente? Dalla rivoluzione industriale la società ha conosciuto accelerazioni che si ripetono più volte nell’arco di una sola generazione. I cambiamenti sono talmente frequenti da essere divenuti una costante, e la pandemia ha rilanciato violentemente questa dinamica. Abitudini collettive radicate e socialmente incoraggiate si ribaltano; il cambiamento avviene a velocità palpabile. Come non rimanere indietro? Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura impariamo a comportarci in modo socialmente appropriato non soltanto attraverso rinforzi e divieti, ma anche osservando il comportamento altrui, e le relative conseguenze. Interiorizziamo i modelli di comportamento creando delle regole implicite. Se alcune norme sociali ci vengono insegnate (“indicare è maleducazione!”), di solito le impariamo osservando gli altri, specialmente chi percepiamo simile a noi, autorevole, attraente e appariscente. Un meccanismo di apprendimento istintivo, cooperativo, teso al conformismo ma gestibile, se non fosse che nella società dello spettacolo e della performance non ci rapportiamo semplicemente con il circolo ristretto della comunità e della famiglia ma con un mondo reso immenso dai social, per cui l’apprendimento è veloce, amplificato e il nostro capitale simbolico è la posta in gioco: il rischio è di essere messi alla gogna dal mondo intero. Pensiamo ai contanti: fino alla pandemia del 2020 erano il metodo di pagamento normale, anzi, spesso ci scusavamo a mezza voce davanti ai negozianti che storcevano il naso se dovevamo ricorrere alla carta. Oggi, pagare in contanti è divenuto un’infamia, una vergogna: l’illiceità è implicita, hai qualcosa da nascondere. Sei sospetto, se paghi in contanti. Non sono più un pagamento neutro. Il peso reputazionale della transazione, che avviene quasi sempre di fronte ad amici, parenti, interessi romantici, ha influito nell’incasellare carta-contanti nel binomio draconiano del pulito-sporco, normale-deviante. Sotto sotto però lo sappiamo ‒ cosa compriamo, quando, con chi, dove, quanto spesso ‒ sono diventati dati: tracciati, misurati, analizzati. Raccontano di noi e delle nostre vite e abitudini, della nostra salute, di solitudine o vita sociale, di desideri e di difficoltà. Ci siamo abituati a esporre una vulnerabilità delle nostre vite: l’uso del denaro, per giunta a una velocità vertiginosa. Non solo, sembriamo aver dimenticato qualcosa che, specialmente per le donne, dovrebbe essere iscritto nelle ossa: il denaro è potere e libertà, ma è anche revocabile. In Italia la potestà maritale è stata abolita nel 1975, poco più di 50 anni fa: fino a ieri per contrarre un mutuo era necessaria l’autorizzazione del marito. Il Racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood si apre con l’estinzione giuridica ed economica delle donne: i conti bancari chiusi, i loro soldi trasferiti sotto il controllo di padri e mariti. > Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non > sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi > sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa. Controllare il denaro è il modo più semplice ed efficace di dominare le persone: in una società dove il denaro è smaterializzato e tracciabile basta essere bollato come indesiderabile per essere espulso dal sistema monetario, ovvero per non poter esistere più. Lo illustra il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati: sanzionata dagli Stati Uniti per aver descritto la campagna militare israeliana in Palestina come un genocidio, s’è vista revocare la possibilità di usare carte di credito ovunque nel mondo, dato che praticamente tutte le transazioni passano per circuiti di pagamento americani. Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa. La velocità con cui la società cambia, questo stato di costante impermanenza, di continua precarietà e flessibilità, di aggiornamento costante del comportamento era stato anticipato da Gilles Deleuze nel 1990 con il suo Poscritto sulle società del controllo: basandosi sulla società della disciplina di Foucault, osserva la mutazione che ci ha portati alla società del controllo contemporanea. A fondamento dell’impianto foucaultiano c’è una costruzione: la prigione circolare ideata da Jeremy Bentham in cui tutte le celle sono costantemente esposte a una torre di sorveglianza centrale, le pareti trasparenti verso l’interno del cerchio, così come verso l’esterno della struttura, inondate di luce. Un carcere in cui il prigioniero non conosce segretezza, dove a sua insaputa e in ogni istante, potrebbe essere osservato dai guardiani. Il Panopticon. Il completo isolamento tra compagni di sventura e l’assenza di muri tra prigioniero e sorvegliante, evocazione di incubi di nudità in pubblico, ci provocano istintivo orrore, tuttavia non sono la presenza e assenza di pareti ciò che rende il Panopticon lo strumento di sorveglianza per eccellenza, ma lo sguardo invisibile del guardiano. Bentham aveva entusiasticamente previsto l’accesso della società civile alla torretta, perché è lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità ‒ lo sguardo di chi incarna, in modo banale e comune, la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo. Quello sguardo è un tarlo che scava nei recessi più reconditi dell’Io: non essere mai soli, sempre potenzialmente esposti insinua gallerie, innalza dentro di noi una torretta. > Lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé > stessa, da sadismo o curiosità – è lo sguardo di chi incarna la civitas, che > completa e perfeziona il meccanismo di controllo. Interiorizzata, la presenza del sorvegliante diventa continua, intima. Davanti alla possibilità costante di essere scoperti impariamo a comportarci secondo le norme, a conformarci, a obbedire. Come sapevano bene i nostri genitori quando invocavano Dio di fronte alle nostre marachelle, essere esposti ci spinge alla disciplina, e la ricerca psicologica lo conferma. È questo il vero scopo del panopticon. Se nella sua forma dura di acciaio e cemento il panopticon è stato abbandonato, in forma smaterializzata e digitale è tutto attorno a noi. La luce che illuminava dal fondo delle celle i prigionieri rendendoli sagome in un teatro delle ombre continua a rischiararci. E mentre crediamo di crogiolarci al sole, quella luce serve a renderci silhouette sempre più delineate: un teatro delle ombre che emerge lentamente in pixel sempre più piccoli e nitidi. Ogni movimento, ogni emozione, ogni pensiero, diventano misurabili: dati da far processare all’intelligenza artificiale. È del 2014 il primo esperimento di massa sulla manipolazione delle emozioni: a loro insaputa quasi 7.000 utenti di Facebook vengono emotivamente contagiati. Dopo aver visto post negativi prodotti dagli amici, gli utenti producevano più contenuti con parole negative, e viceversa, anche in assenza di interazioni dirette, trattandosi della visione di un feed.  Oggi Palantir vende l’analisi del sentiment, della percezione collettiva, tramite l’intelligenza artificiale per trasformare le opinioni soggettive in actionable intelligence, strategie da sfruttare commercialmente. Osserviamo per un momento questo passaggio: nella società della disciplina descritta da Foucault, caratteristica del capitalismo industriale, le persone venivano organizzate e controllate tramite sistemi chiusi lungo i quali ci si muoveva nel corso della vita ‒ la scuola, la fabbrica, l’ufficio, il manicomio, la prigione ‒ ed erano trattate come unità individuali da controllare nel corpo e masse da controllare collettivamente; la disciplina era “di lunga durata, infinita e discontinua”. Il panopticon era solido, strutturato, visibile. Tuttavia, come osserva Deleuze, “non c’è evoluzione tecnologica senza che, nel più profondo, avvenga una mutazione del capitalismo” ‒ cambiamento che ci ha portati al capitalismo contemporaneo, che vende beni immateriali, che dalla fabbrica è passato all’impresa, dove il lavoro deve essere instabile e precario per rispondere alle necessità ondivaghe del mercato. Non passiamo più dalla scuola alla fabbrica o all’ufficio, non trascorriamo più la nostra vita adulta al servizio di un unico padrone; siamo in uno stato di formazione permanente, di fluttuazione interminabile. > Nella società del controllo i due poli su cui agisce il potere sono il > dividuale, cioè la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca > dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in > campione statistico. Se nella società della disciplina gli individui erano sia individui identificabili, quindi corpi confinabili in istituzioni chiuse, dalla scuola al manicomio, sia parte di una massa controllabile ‒ classe, esercito, popolazione ‒ nella società del controllo, i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico, in archivio. Scrive Deleuze: il controllo non passa più per le barriere e i muri ma attraverso “il computer che individua la posizione di ciascuno, lecita o illecita, e opera una modulazione universale”. I pagamenti elettronici sono un tassello indispensabile di questo tracciamento costante. E la vera innovazione, il grave pericolo rappresentato da Palantir, è l’integrazione tra database diversi, che divengono interoperabili: archivi nati con scopi e mezzi diversi ‒ welfare, immigrazione, sanità, polizia, utenze, targhe, transazioni ‒ prima separati dalla tassonomia burocratica ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa. Come ogni evoluzione di successo, i tratti utili vengono mantenuti, trasformati in una versione più snella e più adatta all’ambiente: la società della disciplina si è tramutata in quella del controllo mantenendo l’essenza funzionale, l’interiorizzazione del sorvegliante, e sulla scorta del cambiamento tecnologico, gli occhi si sono moltiplicati. Da sempre essere osservati scatena apprendimento sociale e conformismo, e nella società dell’impermanenza adattarsi al cambiamento è l’unico modo per non essere lasciati indietro, o peggio, essere esposti al pubblico ludibrio. Il panopticon si è smaterializzato, ridotto alla sua essenza: la telecamera ‒ il guardiano, il sorvegliante interiorizzato ‒, e noi, i sorvegliati.  Senza bisogno di pareti e costrizione fisica, sono sufficienti la psicologia e l’evoluzione, l’addestramento a essere all’erta ogni volta che potremmo essere guardati. Se la società della disciplina si avvaleva dello stampo, quella contemporanea si basa sulla modulazione: strumento di una società in costante movimento, dinamica, in cui il controllo ‒ di nuovo, come descritto da Deleuze ‒ è diventato “a breve termine e a rapida rotazione, ma anche continuo e illimitato”. > Archivi nati con scopi e mezzi diversi, prima separati dalla tassonomia > burocratica, ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una > visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, > costantemente esposto nella sua cella luminosa. Così il sorvegliante ci guarda, tramite gli occhi degli altri, e dei loro occhietti tondi e neri sempre in tasca, ma anche tramite gli occhi delle telecamere CCTV: gli occhi dello Stato, dei negozi, delle banche, del potere; del FitBit, delle (nostre) auto. Se fossimo costantemente osservati da occhi umani probabilmente ci saremmo già ribellati. È sul filo sottile della consapevolezza che si gioca la partita: più la sorveglianza si fa diffusa e ubiqua, più sembra volersi dissimulare e rassicurarci. Il passaggio dalla società della disciplina ‒ con i suoi manganelli e spesse pareti contenitive ‒ a quella del controllo si gioca proprio nel rendere la sorveglianza integrata, organica. Ci stiamo abituando a considerarla normale, naturale, giusta, necessaria “per la nostra sicurezza”. La torretta da cui ci scruta il nostro sorvegliante interiore è l’autoconsapevolezza, quello specchietto retrovisore che ci fa abbassare la voce a un matrimonio in chiesa appena tutti si zittiscono. Basta auto-osservare noi stessi tramite una telecamera o uno specchio per aumentare l’autoconsapevolezza e ridurre la tendenza a barare e aumentare i comportamenti considerati prosociali. D’altronde, un vecchio trucco dell’anoressia, è guardarsi allo specchio mentre si mangia. L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti. Lo sappiamo tutti, il modo in cui cantiamo nella doccia quando non c’è nessuno in casa è ben diverso se c’è qualcuno attorno, anche le persone con cui più condividiamo intimità. Potremmo credere che il panopticon digitale sia solo una metafora politica: uno sguardo interiorizzato, un problema di conformismo e libertà, ma la psicologia mostra che si tratta di meccanismi profondi del nostro funzionamento psichico, che possono essere utilizzati a nostro discapito, che ci portano a conformarci, e che hanno un costo cognitivo. Chiamati a confrontare la lunghezza di una linea campione tracciata su un foglio ad altre tre linee, due delle quali di misura chiaramente diversa rispetto a quella campione, il 35,7% degli intervistati si conforma alla risposta altrui anche se inequivocabilmente sbagliata. E se la prova dovesse essere ripetuta, la probabilità di conformarsi almeno una volta sale al 75%. È ciò che accade nel leggendario esperimento del 1951 di Solomon Asch; si tratta di un effetto solido, confermato dalle repliche sperimentali.   Le schede utilizzate nell’esperimento di Asch, via Wikimedia Commons Essere osservati impatta i processi cognitivi: dalla compromissione della memoria di lavoro, la memoria a breve termine in cui conserviamo le informazioni da elaborare sul momento, al livello di attivazione fisiologica, per nominarne alcuni. Semplicemente avere il proprio smartphone attorno, un oggetto cognitivamente carico, riduce la capacità mentale disponibile, persino se è spento o inutilizzato. > L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle > ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti. In uno dei primi esperimenti diretti a verificare l’effetto non dello sguardo umano, ma proprio dell’occhio delle CCTV, la rilevazione automatica dei volti, un processo percettivo automatico è risultato significativamente alterato. La rilevazione automatica di volti è una facoltà umana profonda, con meccanismi neurali specializzati e in larga parte fuori dal controllo cosciente. L’esperimento ha rilevato che in presenza di telecamere i volti vengono rilevati quasi un secondo più rapidamente, sia che fossero rivolti verso il soggetto che altrove, in un ambito in cui gli effetti significativi vengono misurati in millisecondi. I partecipanti non avevano riportato alcuna ansia ad essere esposti alle telecamere. La sorveglianza non solo può incidere sul nostro comportamento, ma altera i processi percettivi automatici legati alla visione sociale. Le telecamere sono ovunque, ed è molto probabile che il dispositivo stesso su cui scorrono queste parole sia dotato di almeno una telecamera e un microfono. Il punto di non ritorno è stato superato, siamo immersi nella società del controllo. Se il dispositivo fondamentale del panopticon architettonico è di far sentire costantemente osservati i prigionieri, il vero pericolo del panopticon digitale è farci pensare di non essere guardati per lasciar lavorare il sorvegliante interiorizzato tramite l’addestramento profondo dell’evoluzione. Conformarci istintivamente per evitare la gogna pubblica è un meccanismo di sopravvivenza, e la velocità con cui i cambiamenti sociali si normalizzano ci assuefa, mentre siamo costantemente esposti a modelli di successo su cui improntare l’apprendimento sociale. Chiudo il Pc ed esco. È una serata primaverile a Venezia e mi trovo contro il muro di un locale, a baciarmi furiosamente con una tipa. Socchiudo gli occhi: un ragazzo ci sta filmando con il telefono dalla sua finestra altezza strada. È notte e la torcia del flash è accesa mentre ci inquadra, lui non fa nulla per nascondersi, sembra sotto una pressione coatta a registrarci e al tempo stesso desiderare di essere interrotto. Faccio segno di spostarci, ma la tipa non mi sta dando retta e le mie proteste sono piuttosto deboli. L’espressione del ragazzo mi ricorda quella dei partecipanti all’esperimento di Milgram, convinti di infliggere scosse elettriche a uno sconosciuto, incapaci di fermarsi perché un’autorità gli ordinava di continuare. Finalmente riesco a convincerla a nasconderci in un vicolo, ancora niente telecamere per le calli veneziane. C’è solo un gatto alla finestra che ci guarda, giudicante. L'articolo Nel panopticon digitale lo sguardo ci addestra proviene da Il Tascabile.
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È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita. La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.” La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che > ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato > nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade > quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e > dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei > tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di > guerra, ma quotidianamente. Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del delitto commesso. > A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche > persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la > pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti. Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno. È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia. C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto. È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo. > C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, > che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza > di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta > perturbante e fantasmatica di sé. Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale. È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli. Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore. In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale. > Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi > che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere > “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele > oltre i confini precedentemente assegnati. Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco. Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse. Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”. È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”. > Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno > dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, > palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”. Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli. Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”. Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata. Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo. > Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso > sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri > continenti attraverso l’imperialismo. Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro. Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme. Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti. Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”. > Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere > ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico > e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della > storia. È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero. A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”. Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato. Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima, > e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi > muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, > fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo > lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una > premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso > in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano > assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che > presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito > le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto > di Fato e Stato. > Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è > testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese > costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di > accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa. L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.
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Raccontare il carcere
È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche. A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa). Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP). In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali. > Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una > volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli > cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei > diritti costituzionali. AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute. In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”? Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale. La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno. > La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, > dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche. La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia. Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate. Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”. > Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e > contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due > dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da > narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come > “cattivo”. Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”. Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”. Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti. I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico. > Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status > del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia > delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva > come espressione di ordine sociale. In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”. Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva. Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista. La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento. > Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità > dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della > società civile. Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”. Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori. L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
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Lacan alla scuola primaria
N el 1968, poco dopo l’uscita del loro primo libro ‒ Vers une pédagogie institutionnelle, 1967, nella traduzione italiana L’educazione nel gruppo classe ‒ la psicologa Aida Vasquez e il maestro di scuola Fernand Oury annunciano la successiva impresa, già in lavorazione: “Freud à l’école primaire” (“Freud alla scuola primaria”). Questo volume non vedrà in realtà mai la luce, ma i lavori e gli appunti preparatori – nonché lo spirito che ne costituiva il fondamento – innervano gli scritti successivi dei due autori. Mi piace rievocare questo titolo, quando parlo della loro pedagogia, perché esso vale da inequivocabile dichiarazione di intenti: portare la psicoanalisi a scuola, trasformare l’educazione tenendo nel giusto conto l’inconscio in classe. Con gli autori, sono infatti convinto che “la psicoanalisi, che avrebbe potuto avere importanti conseguenze sul piano della classe, sembra relegata nel campo della terapia” (L’educazione nel gruppo classe, 1975). In larga parte, l’integrazione degli apporti della psicologia e – vade retro! – della psicoanalisi nella pedagogia e nelle pratiche didattiche risulta ancora oggi una possibilità incompiuta, da ben pochi desiderata. L’educazione è considerata a tal punto un sapere artigiano che non sembra necessario, a molti insegnanti, una teoria del soggetto, né una teoria dell’apprendimento, né tantomeno una teoria dell’apprendimento in gruppo. Con ciò, quando la macchina scolastica si inceppa nell’incontro con i soggetti imprevisti (eppure eternamente presenti), si taglia corto a biologizzare i problemi dell’apprendimento, tutt’al più imputandoli al contesto sociale o alle nuove tecnologie, piuttosto che leggere le dinamiche più profonde del gruppo quale aggregato complesso di singolarità psichiche. Intorno all’idea di inconscio (e quindi di desiderio) viene invece sancito il sodalizio tra il maestro Oury e la psicologa Vasquez, sodalizio che durerà molti anni e che costituirà il nucleo di quella che è passata alla storia come la pedagogia istituzionale. Per gli autori “l’opera di Freud, che fa del bambino il padre dell’uomo, sembra ignorata dai pedagogisti” ma un’applicazione sapiente dei contributi psicanalitici appare loro come una pista feconda per trasformare radicalmente l’organizzazione della classe (L’educazione nel gruppo classe, 1975). Tutto comincia a metà degli anni Sessanta quando Aida Vasquez approda nelle classi speciali di Fernand Oury per fare delle osservazioni e scrivere la sua tesi (poi pubblicata con il titolo Contribution à l’étude des relations dans la classe coopérative primaire urbaine… Pédagogie institutionnelle). Vasquez è una psicologa venezuelana, proveniente da Caracas, dove si era scontrata con un’impostazione della psicologia fortemente diagnostica e per questo patologizzante. In cerca di altro, approda in Francia ed entra in contatto con Oury che all’epoca pratica già da qualche tempo le “tecniche Freinet” e la pedagogia cooperativa con bambini e bambine (a quel tempo classificati/e come) deboli mentali o caratteriali. Oury si sforza di dare vita ad una classe “diversa”, nella quale i bambini possano muoversi, parlare, creare, decidere. > Inequivocabile dichiarazione di intenti di Vasquez e Oury è portare la > psicoanalisi a scuola, trasformare l’educazione tenendo nel giusto conto > l’inconscio in classe. È proprio Vasquez a raccontarci di questo primissimo incontro, dal suo punto di vista. Quando entra nelle classi del maestro Oury questi le propone una cosa: capire, insieme a lui, quali siano gli effetti della sua didattica cooperativa e cosa soprattutto, da un punto di vista psicologico, abbia reso possibile le molte evoluzioni riscontrate tra bambini prima considerati irrecuperabili. Nelle sue classi ci sono bambini definiti “ritardati” e “caratteriali”, dei “buoni a nulla” che invece appaiono operosi e sorridenti, degli “psicomotori instabili” che allineano i caratteri da stampa, “dislessici” che invece sanno comporre al contrario in vista della tiratura di stampa, bambini sporchi che svolgono lavori puliti, “piccoli caratteriali” che, a seconda delle necessità del lavoro, obbediscono o guidano. Com’è possibile un simile miracolo? Entrambi, nell’osservare questi singolari cambiamenti nella condotta e nell’apprendimento, sono decisi a chiarire con rigore scientifico cosa stia succedendo in quella classe insolita; che cosa spieghi queste evoluzioni inattese; che cosa, insomma, stia consentendo a bambini problematici dati per spacciati di sbloccarsi, crescere e apprendere. Maestro e psicologa si pongono la stessa domanda e la risposta è da ricercare in quelle classi particolari dove i ragazzi parlano, lavorano e a volte decidono. Così Fernand Oury ad Aida Vasquez: > Constatiamo, con soggetti molto diversi, risultati analoghi. Non è certo la > mia capacità terapeutica che fa evolvere Janot d’Aubervilliers, o Sophie > d’Herblay o Alice… d’un altro posto. Soltanto che in tutte queste classi si > corrisponde, si stampa, si fanno inchieste, si lavora in gruppi, e si decide > in consigli. Queste tecniche hanno più importanza che le nostre buone > intenzioni (L’educazione nel gruppo classe, 1975). Nella citazione compare la prima ipotesi di quello che sarà poi il cuore centrale della loro tesi pedagogica: un ambiente organizzato in un certo modo – attraverso tecniche (non solo didattiche) precise e rigorose – favorisce sviluppi ed evoluzioni per i soggetti che vi partecipano. L’osservazione non è allora rivolta alle capacità di un qualche maestro straordinario, ma al valore e alle possibilità intrinseche a certe tecniche che riorganizzano la vita della classe, che ne fanno un ambiente vivo, costituito di scambi reali, lavori orientati a uno scopo, relazioni plurali, comunicazioni effettive e autentiche, decisioni in comune, assunzione di responsabilità e possibilità di atti di libera iniziativa. È proprio questa trasformazione dell’ambiente scolastico, dei suoi tempi e dei suoi spazi, delle sue attività e dei suoi materiali, a fondare una tecnica pedagogica capace di andare oltre le buone intenzioni. > L’integrazione degli apporti della psicologia e – vade retro! – della > psicoanalisi nella pedagogia e nelle pratiche didattiche risulta ancora oggi > una possibilità incompiuta. Nel vivo di una Parigi contagiata dalla psicoanalisi, i due autori si convincono che Freud non debba passare invano e nemmeno Lacan. Intorno a loro è un pullulare di riflessioni psicanalitiche che vanno ben aldilà dell’ambito clinico: le istituzioni psichiatriche, scolastiche, carcerarie e universitarie sono investite di analisi sul simbolico, il potere, il discorso, e gli effetti che tutto questo produce sui soggetti coinvolti in tali istituzioni. I nomi dei protagonisti sono moltissimi: da Maud Mannoni a Félix Guattari, passando per Françoise Dolto a molti altri e molte altre. Una generazione di autori e autrici fortemente e diversamente influenzata da Lacan, alle prese con un tentativo di svolta nella lettura dei fenomeni dell’inconscio. Se non una rivoluzione, di certo un terremoto epistemico. Un elemento chiave dentro questa temperie è la denuncia dell’istituzione educativa, medica, e psichiatrica quale elemento patogeno – come dirà pochi anni dopo, da noi, anche Franco Basaglia. Oury e Vasquez lo scrivono chiaramente: ci si ammala di scuola. In questo senso l’insegnamento di riferimento di quell’area è senz’altro il seminario XVII di Jacques Lacan sull’istituzione, Il rovescio della psicoanalisi. Esso consente di domandarsi a quali condizioni l’istituzione veda prevalere la pulsione di vita (desiderio) e quando la pulsione di morte (potere). Il movimento istituzionalista che si va formando in quegli anni – e al quale i nostri due autori partecipano attivamente – sostiene, con Lacan, che un’istituzione sia “in salute” quando è in grado di fare circolare i discorsi, far circolare la parola, far circolare il potere. Quando invece essa – sia la scuola o un ospedale – si identifica rigidamente con un solo discorso o si cristallizza in rapporti verticali di sapere e potere, essa si ammala e fa ammalare. Gli studenti che nella scuola “malata” vengono diagnosticati come ritardati, o bollati come indocili e caratteriali si trovano intrappolati in un’istituzione che è essa stessa fattore del ritardo o della patologia. Nel caso della scuola degli anni Sessanta, i due autori denunciano la persistenza di una scuola-caserma nella quale gli studenti sono perlopiù obbligati a tacere, a mettersi in fila al suono del fischietto, a scrivere su comando e senza scopo, a ricevere punizioni corporali e verbali. Una scuola, insomma, che non è in grado di riconoscere i bisogni e i desideri dei bambini, che li pone in una condizione di subalternità, silenzio, oppressione, al punto da impedirgli essa stessa – contro i suoi presupposti – un reale sviluppo. E cresce, infatti, proporzionalmente agli anni di studio affrontati, il tasso di studenti identificati come problematici. > A 7 anni il numero dei deficienti mentali era il 2-3% della popolazione > scolastica e a 11 anni il 15%: con l’età il deficit mentale si afferma > (Istituto di Demografia, 1949). L’80% dei bambini si deforma sui banchi di > scuola, il numero dei ritardati scolastici nella scuola primaria è passato dal > 35% al 50% (L’educazione nel gruppo classe, 1975). Sulla scorta di queste riflessioni, i nostri autori provano a mettere a punto la loro controproposta. Essi partono dalla pedagogia attiva e cooperativa, in particolare nella declinazione formulata dal maestro comunista Célestin Freinet, per il quale occorre mettere al centro l’alunno, i suoi bisogni, interessi e ritmi. L’apprendimento deve partire dall’esperienza concreta del bambino, rompendo con i programmi astratti e le lezioni unicamente “spiegate”. Intrecciano poi una seconda grande corrente che è quella del marxismo autogestionario che va via via contagiando ogni dimensione collettiva, soprattutto nell’incontro con una certa sociologia (perlopiù statunitense) dei gruppi e delle organizzazioni. I nostri autori allora lavorano sulla classe come gruppo, attraversato da dinamiche di potere, parola e asimmetria informativa: risorse che vanno redistribuite in un’ottica di progressiva coscientizzazione ed emancipazione per tutti e tutte (“allenarli non appena possibile a usare delle istituzioni che dovranno subire o che potranno utilizzare”, L’educazione nel gruppo classe, 1975). Si tratta di mettere gli studenti nella condizione di discutere problemi e proposte, prendere delle decisioni, realizzarle concretamente. > Gli studenti che nella scuola “malata” vengono diagnosticati come ritardati, o > bollati come indocili e caratteriali si trovano intrappolati in un’istituzione > che è essa stessa fattore del ritardo o della patologia. La terza traccia sulla quale lavoreranno è proprio quella della psicoanalisi e della psicoterapia, ovverosia della comprensione dell’inconscio come unità fondamentale dalla quale partire per una più precisa lettura dei bisogni e dei moti del bambino, con tutto il portato di domande latenti che essi pongono agli adulti. Di qui il bisogno di espressione del soggetto, per l’emersione delle sue paure, desideri, tratti di singolarità. Come in Freud, la possibilità di parola è curativa (nella prima psicoanalisi si parlava di talking cure). La meta, affermano, è la costruzione di un “ambiente favorevole allo sviluppo”, in vista del quale “la pedagogia, la psicologia e la sociologia possono incontrarsi e raggiungere sintesi utilizzabili” (L’educazione nel gruppo classe, 1975). Di lì tutta una serie di radicali trasformazioni della giornata scolastica: decidono di allargare lo spazio di parola dei bambini contro una scuola che invece, di norma e perlopiù, “obbliga a tacere”; si impegnano a istituire dei consigli di classe ciclici e permanenti per decidere insieme agli studenti sulla vita e il lavoro del gruppo; si industriano per permettere ai bambini di assumersi responsabilità individuali di organizzazione del lavoro, degli atelier, delle faccende quotidiane; organizzano momenti per muovere critiche e simbolizzare i propri sentire; danno vita ad occasioni di sperimentarsi efficaci e rompere alcune identificazioni dannose. > In cortile, Marcel ubbidisce alla disciplina generale della scuola. Egli è uno > dei 400 bambini. Evita di infrangere i divieti (o di farsi beccare) e > ubbidisce al fischietto. Nella classe di livello, in matematica, è uguale agli > altri, alza la mano per parlare e ubbidisce al maestro. Durante la lettura > diretta da Jo è ancora subordinato. Non lo è più quando il suo testo viene > scelto. Se dà ascolto ai suggerimenti dei compagni e del maestro sul suo > testo, è tuttavia lui che decide quale forma dargli. Nulla si può stampare se > non corrisponde a ciò che pensa. Nella squadra di lavoro, Marcel, operaio > tipografo, ubbidisce senza discutere a Yvan, il suo caposquadra. In veste di > responsabile della pulizia del lavandino, investito del potere da parte del > gruppo, costringe più tardi Jo e Yvan ad asciugare l’acqua che hanno > rovesciato per terra. Allo stesso modo, quale responsabile delle entrate, > andrà da Mohamed o dal maestro a reclamare i soldi dovuti. Lavora nel giardino > con Mohamed, ma è Mohamed che è responsabile: Marcel ubbidisce. E più tardi, > dirigerà con fare autorevole le prove di un gioco di drammatizzazione che ha > inventato: gli attori volontari che ha “scritturato” ubbidiranno al regista. > Domani, in Consiglio, Marcel parlerà a sua volta e ubbidirà al presidente di > turno. Sembra difficile parlare dello statuto di Marcel, nella classe, essendo > uno statuto complesso e variabile. Basta difatti che cambi il gruppo, > l’attività o il livello ed ecco che i suoi diritti ne risultano modificati. Ma > è questa stessa complessità degli statuti che ci sembra interessante (F. Oury, > A. Vasquez, Tecniche e istituzioni nella classe cooperativa, 1977). Oury e Vasquez, allora, fanno propria la logica psicanalitica della pluralità, del numero, del “coro” come principio di salute e cura. Si tratta di organizzare un ambiente di classe nel quale ciascun bambino si sperimenti in una costellazione di ruoli, di scambi, di interazioni, un vero e proprio “coro di voci” del quale fare parte. L’idea di una disidentificazione, o meglio di un’identificazione multipla e variabile, di possibilità di scambio variate, ecc. combatte i blocchi evolutivi, i disturbi scolastici e del carattere, la cosiddetta “debolezza mentale”. In quest’ottica, i nostri autori si adoperarono per costruire occasioni nelle quali il soggetto bambino sia messo in contatto con la sua costellazione identitaria, aprendo alla pluralità soggettiva che è in lui, sbloccando le resistenze e le cristallizzazioni che ostacolano ogni crescita e sviluppo. L’inconscio è una pluralità. > Oury e Vasquez si adoperarono per costruire occasioni nelle quali il soggetto > bambino sia messo in contatto con la sua costellazione identitaria, sbloccando > le resistenze e le cristallizzazioni che ostacolano ogni crescita e sviluppo. > L’inconscio è una pluralità. La pedagogia istituzionale dei nostri autori è insomma un sistema nel quale possa attivarsi o riattivarsi il desiderio. La varietà di esperienze, opportunità, situazioni e responsabilità alla quale ciascuno è invitato a partecipare è a tal punto estesa da consentire a ogni bambino – al momento opportuno – di entrare in partita, di disidentificarsi dai propri blocchi e di aprire nuovi orizzonti identitari. Responsabilità, regole, materiali e dispositivi adeguati servono a intelaiare una fitta maglia di opportunità che permette a ciascuno (anche il più scapestrato, mutacico o irrisolto) di far decollare il proprio desiderio di partecipare. Infatti, come ebbe a dire la psicanalista dell’infanzia Françoise Dolto, autrice proprio della prefazione del primo volume di Oury e Vasquez, ciò che differenzia l’educazione dalla violenza e dall’addestramento è il riconoscimento, nell’altro, del soggetto del suo desiderio. > Senza l’adesione unanime dei bambini non esiste classe cooperativa: si può > obbligare un poeta a scrivere? un bambino a comunicare alla classe le sue > scoperte? un muto a parlare? (F. Oury, A. Vasquez, Memorie di un asino, 1976). In questo senso la psicoanalisi ha offerto una base teorica, un’antropologia del desiderio che ha permesso ai nostri autori di corroborare la pedagogia cooperativa, inventando nuove tecniche, costruendo pièges à desir, allargando “lo spazio del dire”, facendo posto, così, alla soggettività di ciascuno nel gruppo. Questa lente ha consentito, in quella precisa congiuntura storica, l’emergere di una teoria pedagogica in grado di comprendere ciò che i bambini chiedono senza che siano in grado di dirlo. Ecco dunque l’apporto indiretto di Lacan, ovverosia la possibilità di leggere l’inconscio e il desiderio quali basi per una nuova pratica didattica, per una nuova organizzazione scolastica. Non è un caso allora che proprio all’indomani del secondo libro di Oury e Vasquez, Dalla classe cooperativa alla pedagogia istituzionale, Lacan si complimentasse con lo stesso Oury dicendo: “raramente sono stato così ben compreso”. 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L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco: quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio? La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì. Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre? L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel 1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria dei giochi. Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2. Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce “una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di “finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una questione di posizionamento di mercato, non di sostanza. > I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono > attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché > misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare. Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al 65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della nuova era. L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni. In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica, uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come fatti. C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification, termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel 2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere, ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce dopamina e il casinò produce profitto. > La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando > l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità. Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare. Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per premiare. I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa fatica a riconoscerlo. È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza. Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì” a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato. Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non sufficiente a celare tre problemi complessi. Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto all’utente medio. > I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, > stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si > traveste da epistemologia. Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi; ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a 200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è costruita esattamente per non permettere di saperlo. L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket, la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla giurisdizione americana. Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo qualcuno ci guadagna. > I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È > una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo > qualcuno ci guadagna. Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente dall’esito. Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6 aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa 260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama modello di business. I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende verificarne i limiti. Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del rischio non finisce sempre bene. I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni. > Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza > informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura > ideologica. Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare. Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di 119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà, ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui si scommette. L’epistemologia si mangia la coda. Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente. C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore. Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente, anche la narrazione. > La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire > interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere > posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione, come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design, per citare nuovamente Dow Schüll. Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo, come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale. I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box, nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle previsioni come prodotti. Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato. In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi, qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a orientare la tua percezione del futuro. > La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui > sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, > ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per questo è così difficile da vedere. L'articolo Oracoli a pagamento proviene da Il Tascabile.
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Chilenos de Sardigna
Q uando sua madre muore nel 1975, Antonio Puddu non è sposato e i fratelli vogliono escluderlo dalla divisione dei beni proprio perché non ha eredi. Anna Artizzu è la prima di sette figli, ha aiutato la madre a crescere i fratelli minori e sente un forte desiderio di diventare madre a sua volta. Si conoscono di vista, abitano in due paesi vicini nella provincia di Cagliari e decidono di sposarsi, lei per avere un figlio, lui per avere un erede da presentare alla famiglia. Antonio ha 47 anni, Anna 43 e, anche se si sposano in fretta, dopo appena tre mesi di fidanzamento, sono troppo anziani per concepire un figlio. Decidono di adottare. Si rivolgono ad assistenti sociali e al tribunale dei minori, ma non trovano la soluzione adatta a loro fino a quando non si indirizzano alla parrocchia degli Orionini, una congregazione religiosa che ha una missione in Sud America. Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse semplice adottare, viste anche le condizioni di povertà del Paese durante gli anni della dittatura del generale Pinochet. Proprio in Cile si trova Claudio. Ha tre anni, è cresciuto nell’orfanotrofio Hogar de niños dopo essere stato sottratto ai suoi genitori biologici. Mentre festeggiavano l’arrivo del 1979, Patricia e Lucho, di 16 e 19 anni, hanno lasciato Claudio e Lucho Luis, il fratello poco più grande, soli in casa. Le forze dell’ordine, avvisate dai vicini, erano entrate nell’appartamento e avevano prelevato i due bambini portandoli in due orfanotrofi diversi. Patricia e Lucho erano riusciti a rintracciare Lucho Luis, ma non erano stati avvisati della posizione del figlio minore. Sono una coppia giovane e con mezzi limitati, Patricia lavora come prostituta in un café con piernas di Santiago, Lucho è analfabeta e si mantiene con lavori saltuari. Non riusciranno mai a trovare Claudio. Così, quando Anna arriva in Cile alla ricerca di un bambino da adottare, la sua scelta ricade su di lui. Il bambino arriva in Italia a ottobre del 1980 con tre certificati di nascita. Il primo, dove compare come Claudio Eliseo Rojas Ramirez, è stato compilato alla nascita dai suoi genitori biologici. Il secondo è redatto durante l’adozione con il nome di Pasquale e i cognomi sardi, Puddu e Artizzu. “Le autorità cilene, però, nel secondo documento sbagliano la data e, invece del 1977, inseriscono il 1978. A quel punto, Anna deve richiedere un terzo documento perché la differenza di età tra madre e figlio adottivo non può superare i 45 anni, limite obbligatorio per il tribunale minorile”, racconta Claudio nella casa in provincia di Cagliari dove è cresciuto e dove vive ancora oggi. Fin dall’inizio Claudio sa di essere stato adottato, anche se gli è stato detto che i suoi genitori biologici fanno parte dei tanti desaparecidos vittime della dittatura. Crescendo, si integra con la comunità sarda locale, ma viene spesso discriminato e soprannominato “il cinesino” dalla suora dell’asilo. Con il passare degli anni l’esigenza di conoscere le sue origini e tornare in Cile si fa sempre più forte. La mancanza di una educazione cilena, la sensazione di non appartenere “né al Cile, né all’Italia” lo spingono a partire e, una volta arrivato a Santiago, all’età di ventisei anni, scopre che i suoi genitori sono ancora vivi. “Ho conosciuto prima mia madre. Siamo andati a cena fuori col suo nuovo compagno. L’ho vista felice”, racconta Claudio, “Mio padre, invece, l’ho incontrato il giorno dopo, mentre lavorava come parcheggiatore abusivo e ho festeggiato insieme a lui il Natale”. > Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse semplice adottare, viste anche > le condizioni di povertà del Paese durante gli anni della dittatura del > generale Pinochet. Quando torna in Sardegna, Claudio fonda Chilenos de Sardigna, la prima associazione di figli adottivi cileni, con l’obiettivo di aiutare altre persone a mettersi in contatto con le proprie famiglie. Sono più di 500, infatti, i minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla Sardegna. “Abbiamo creato questa associazione con lo scopo di cambiare prospettiva sul tema delle adozioni, costruire una narrazione positiva e permettere un ricongiungimento con le famiglie biologiche”, spiega Claudio. Per la maggior parte delle persone adottate, ricercare il legame con la loro terra è un istinto naturale. Per altre, un bisogno di colmare la narrazione fornita dai genitori adottivi, spesso piena di lacune. Elizabeth, originaria del Cile e adottata all’età di tre mesi da una famiglia di Roma, si è messa in contatto con Claudio per questo secondo motivo ed è riuscita a riallacciare il legame con la famiglia di origine nel 2008: “Ho scritto su un blog che stavo cercando mia madre. Di lei conoscevo solo il cognome, ma è stato sufficiente per rintracciarla e ho scoperto di avere una sorella”. Qualche mese fa è andata in Cile a conoscere i suoi parenti. Dopo 44 anni, afferma di essere felice e di aver trovato la sua nuova casa. Le adozioni di Claudio ed Elizabeth rientrano tra le 20.000 adozioni irregolari registrate tra gli anni Cinquanta e Novanta in Cile, dove, durante la dittatura di Pinochet, questo fenomeno si è intensificato come forma di repressione e controllo della povertà da parte dello Stato. Nella maggior parte dei casi i bambini appartenevano a famiglie povere o venivano sottratti alla nascita a donne single, spesso minori di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici in ospedale che i loro figli erano morti durante il parto o che dovevano essere ricoverati per complicazioni mediche. Allontanati dai genitori, i bambini venivano cresciuti negli hogares (case famiglia o orfanotrofi), come nel caso di Claudio. Molti genitori biologici hanno raccontato di non essere stati informati sulla possibile adozione dei figli o che gli veniva arbitrariamente proibito di visitarli. Per la legge cilena, infatti, i tempi per dichiarare l’abbandono da parte di un genitore sono molto brevi: solo due mesi e, se il bambino ha meno di un anno, appena 30 giorni. Chi lavora in queste strutture conosce la legge e nella maggior parte dei casi sembra approfittarne, impedendo ai genitori di visitare il bambino e dichiarando così l’abbandono. > Sono più di 500 i minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla > Sardegna. In Cile il processo di adozione è gestito dal SENAME (Servicio Nacional de Menores), un organismo governativo dipendente dal ministero di Giustizia e Diritti umani, nato nel 1979. Dopo la caduta di Pinochet nel 1990, il SENAME ha continuato ad operare con lo stesso personale che prima era coinvolto nel traffico di bambini, rafforzando la rete di istituzioni pubbliche e private che coinvolgono medici, assistenti sociali, sacerdoti, funzionari pubblici, giudici e avvocati. A raccontarcelo è Constanza Del Rio, fondatrice di Nos buscamos, un’organizzazione cilena che aiuta le persone coinvolte nelle adozioni irregolari e favorisce il ricongiungimento familiare. Nos buscamos è nata nel 2014 dopo che, all’età di 39 anni, Constanza ha scoperto di essere stata sottratta ai suoi genitori e adottata illegalmente. Dopo una profonda crisi emotiva, ha sentito l’esigenza di creare una comunità di persone con un’esperienza simile alla sua. “Da allora lavoriamo per dare voce alle migliaia di donne cilene con mezzi limitati che ancora non vengono credute quando affermano che il loro bambino è stato rubato”, racconta Constanza. Nos buscamos, insieme ad altre associazioni come Hijos y madres del silencio, chiede al governo cileno di riconoscere le adozioni irregolari avvenute durante la dittatura come un crimine contro l’umanità. “Chiediamo che venga istituita una commissione affinché si possa effettuare un censimento e conoscere il numero esatto di minori coinvolti nei traffici”, afferma Del Rio. Il servizio offerto dall’associazione è gratuito e negli anni hanno ricevuto più di 8.000 richieste di aiuto. “Molte delle persone che ci scrivono vengono dall’Italia” racconta Constanza, “spesso, infatti, a mettere in contatto le famiglie straniere con gli hogares cileni sono state organizzazioni legate alla chiesa cattolica”. Anna, la madre di Claudio, si era rivolta agli Orionini, ma il caso più famoso è quello del sacerdote cattolico di origini toscane Alceste Piergiovanni, che dagli anni Settanta ha gestito l’adozione di più di 1.200 bambini cileni all’estero. L’hogar più noto tra quelli presi in gestione dal sacerdote è a Quinta de Tilcoco, nella regione di O’Higgins. Durante le nostre ricerche, siamo state contattate da un accompagnatore turistico che ci ha raccontato di aver aiutato molte persone straniere a raggiungere Tilcoco per cercare le famiglie di origine. > Spesso i bambini venivano sottratti alla nascita a donne single, spesso minori > di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici in ospedale che i loro > figli erano morti durante il parto o che dovevano essere ricoverati per > complicazioni mediche. Ogni bambino è una fonte di reddito per gli hogares e per i membri della chiesa, che ricevono mance, o propinas, in cambio del loro aiuto. Molte famiglie adottive sostengono un costo che si aggira tra 10.000 e 16.000 euro per il processo di adozione. “Per affrontare i costi del viaggio in Cile, della permanenza e delle spese relative all’adozione, mia madre è stata costretta a vendere il terreno dove avrebbe dovuto edificare la sua casa”, racconta Claudio. “I miei genitori adottivi mi hanno sempre ricordato l’opportunità che mi hanno dato, adottandomi, di vivere lontano dalla povertà. Sono cresciuto con un forte senso di riconoscenza nei loro confronti, anche per lo sforzo economico che hanno dovuto affrontare, e in passato ho avuto paura che li avrei feriti se gli avessi detto che volevo ricercare le mie origini” aggiunge. Da qualche anno Claudio ha preso in affido una bambina di origine peruviana. “Un giorno abbiamo litigato e lei mi ha detto ‘tu non sei mio padre’, che è la stessa cosa che da piccolo dicevo io al mio. Io però le ho risposto che era vero, che se volevamo vivere insieme potevamo farlo, altrimenti avremmo trovato un’altra soluzione”. “Se lo vorrà, la aiuterò a ricercare le sue origini perché conoscere la propria storia e la propria identità è un diritto che tutti dovremmo vedere riconosciuto” conclude. L'articolo Chilenos de Sardigna proviene da Il Tascabile.
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