Una ventina di anni fa assistetti a una conferenza sul Giudizio Universale di
Michelangelo tenuta dal compianto Antonio Cassiano, allora direttore del Museo
Sigismondo Castromediano di Lecce. Le opere d’arte sacra, visibili nelle chiese,
spiegò Cassiano, comprendono affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate
colorate, reliquie che, di solito risalgono a tempi in cui i fedeli erano
prevalentemente analfabeti e non avevano accesso a libri o ad altre forme
d’arte. Lo scopo di quelle opere non era semplicemente decorativo: erano una
sorta di “presentazione” che l’officiante utilizzava per mostrare i temi
trattati nelle prediche! Dopo averlo sentito, l’ho trovato talmente ovvio. Però
non ci avevo mai pensato: lo sapevo ma non sapevo di saperlo.
All’epoca, avevo già iniziato a collaborare con Alberto Gennari, un artista
leccese che è in grado di trasformare in arte quel che gli chiedo di mostrare, e
la storia di Cassiano arrivò come una conferma rivelatrice. In base a questa
tecnica comunicativa, ad esempio, ho progettato il percorso espositivo del Museo
Darwin Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Gennari realizzò, su mia
indicazione, una tavola per un lavoro scientifico che raffigura i rapporti tra i
vari componenti degli ecosistemi marini.
Al centro c’è una sfera nera, contenente i cadaveri di tutti gli organismi
raffigurati vivi nel resto della tavola. E ci sono frecce nere che li portano
nell’orbita della morte. Le frecce gialle rappresentano il flusso di materia da
un comparto all’altro. I morti (e i rifiuti prodotti durante la loro vita) vanno
verso i batteri, presenti in un’altra orbita, azzurra. I batteri, consumati dai
virus, decompongono la materia vivente una volta morta, e la semplificano in
materiali più semplici, con i processi di decomposizione. Una freccia bianca,
tratteggiata, dai batteri va ai “nutrienti”, sostanze chimiche elementari che
arrivano al mare anche attraverso apporti da terra. I nutrienti, grazie
all’energia solare, riprendono vita attraverso la fotosintesi, e sono utilizzati
da alghe unicellulari: il fitoplancton.
I protozoi, unicellulari, possono mangiare i batteri e il fitoplancton. Questa è
l’orbita dei microbi ed è alla base di tutto. Da essa partono quattro vie. Una,
in alto a destra, è costituita dai microbi stessi, quando monopolizzano
l’ambiente con quelle che, ad esempio, chiamiamo maree rosse, causate da
dinoflagellati che provocano morie di animali e piante. Per milioni di anni la
vita è stata espressa con microbi. Solo dopo si sono evoluti organismi più
grandi, con reti trofiche complesse che, però, sempre partono dai microbi. Da
questi, infatti, la materia vivente passa agli animali che si nutrono di loro e,
a cavallo tra l’orbita microbica e le altre “vie”, c’è un piccolo crostaceo, un
copepode, grande mangiatore di microbi. I copepodi sono mangiati dalle larve dei
pesci che, una volta adulti, si mangiano tra loro, come mostra una sequenza di
pesci sempre più grandi che mangiano quelli più piccoli, e che finisce con un
umano che se li mangia.
Questa è la via microbi, copepodi, pesci… noi. Una terza via, in basso a
sinistra, è costituita dal macrozooplancton gelatinoso erbivoro. Si tratta di
animali di cui il pubblico ha poca familiarità (avete mai sentito parlare di
taliacei?) ma che, quando sono molto abbondanti, possono mangiarsi tutti i
microbi, competendo con i copepodi e, indirettamente, anche con noi. In alto a
sinistra troviamo il macrozooplancton gelatinoso carnivoro, che tutti conoscono:
le meduse (e anche gli ctenofori, che non conosce nessuno). Loro mangiano i
copepodi e le larve dei pesci. Dal nucleo microbico, quindi, partono quattro
vie. C’è anche il sequestro del carbonio, nei sedimenti marini.
Gennari mi presentò molti bozzetti di quest’opera e gli chiesi di mettere la mia
faccia, con la bocca spalancata, che si mangiava i pesci. Disse che gli riusciva
difficile e decise di fare un volto umano “standard”. E così fece. Quel volto mi
era familiare, mi ricordava qualcuno. Poi, dopo molto, lo riconobbi: era
Berlusconi. Ma mi ci hai messo Berlusconi! Dissi ridendo ad Alberto. Anche lui
se ne rese conto. Berlusconi era sempre in vista, la sua faccia era dappertutto,
e ne era stato influenzato.
Secondo me la somiglianza della faccia dell’angelo con quella di Meloni, nella
Basilica in San Lorenzo in Lucina, non è voluta. Il sacrestano e decoratore
Bruno Valentinetti ha ammesso di essersi ispirato a lei ma io voglio credere che
sia stato influenzato dell’esposizione mediatica del volto del presidente del
Consiglio e, pensando ad un angelo, gli sia “venuta” proprio Meloni. Sempre a
Lecce, sul portale del Duomo, l’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi commissionò
un’opera in bronzo e si fece raffigurare assieme a papa Giovanni Paolo II. I due
si incontrarono durante una visita apostolica a Lecce il 17-18 Settembre 1994.
Contrariamente a Gennari, che non soddisfece la mia vanità, l’artista, Armando
Marrocco, accettò la richiesta del committente e lo raffigurò, oltre che col
papa, anche con l’Assunzione della Vergine, il martirio dei santi patroni e il
popolo dei fedeli (rigorosamente anonimi). Anche quel portale, come la tavola di
Gennari, racconta una storia. Sono sicurissimo che, a differenza di Ruppi,
Meloni non abbia chiesto di essere raffigurata, e che sia divertita dall’evento.
Tornando al Giudizio Universale, Michelangelo vi dipinse una figura che
rappresenta Minosse, giudice degli inferi, con le orecchie da asino e, come
racconta Vasari, con le fattezze di Biagio da Cesena, il maestro di cerimonie
papale che aveva criticato le nudità del dipinto. Il poveretto si lamentò con
papa Paolo III, ma il pontefice rispose che la sua autorità non si estendeva
all’inferno, così il ritratto rimase. Come avrei sperato che restasse al suo
posto quello di Meloni. Peccato!
L'articolo Quell’angelo doveva restare lì! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Società
di Stefano Maciocchi
Sono vecchio abbastanza per aver vissuto gli “anni di piombo” e della “strategia
della tensione”. Anni di depistaggi, di manipolazione della realtà e di
strumentalizzazioni. Proprio perché ho visto cosa siano stati quegli anni non mi
sento di escludere l’ipotesi che dietro gli “incappucciati” che hanno devastato
Torino e picchiato selvaggiamente un poliziotto ci sia la regia di una destra
neofascista che mira a screditare la realtà dei centri sociali e, soprattutto,
ad indirizzare la pubblica opinione verso leggi liberticide.
E’ una strategia antica, adoperata in passato da Mussolini, con le leggi
“fascistissime”, promulgate dopo la scia di presunti attentati verso la sua
persona, e da Hitler, attribuendo ai comunisti l’incendio del Reichstag.
A me sembra che le dichiarazioni dei vari esponenti del governo e della destra,
miranti ad allungare lo stato di fermo, abbiano lo stesso olezzo delle strategie
precedentemente descritte. Stiamo scivolando, nemmeno lentamente, verso uno
stato privo di legalità e democrazia: un neo fascismo senza più camice nere ed
olio di ricino ma non meno pericoloso di quello di un secolo fa.
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L'articolo C’ero durante gli anni di piombo e su Torino non mi sento di
escludere una strategia proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Marco Isola*
La Sicurezza è un tema quotidiano nei media, nei luoghi di lavoro e nelle
conversazioni al bar. Ma cosa significa davvero? Dal latino sine cura, “senza
preoccupazioni”, evoca uno stato di serenità che abbraccia salute fisica,
benessere psicologico e armonia sociale, andando oltre la mera assenza di
rischi.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) la definisce come un benessere
olistico (fisico, mentale e sociale) non riducibile solo all’assenza di
malattia. In un mondo complesso, la Sicurezza non si riduce a protocolli rigidi
o telecamere onnipresenti: è un ecosistema integrato, un puzzle che parte da
gesti individuali e sfocia in una cultura condivisa, dove gli obblighi diventano
istinti naturali.
Le fondamenta: abitudini quotidiane come primo baluardo
Tutto inizia dal basso, con azioni semplici ma determinanti. Ma quali sono?
Lavarsi le mani dopo aver toccato una maniglia dell’autobus previene infezioni
diffuse. Allacciare la cintura in auto o controllare il gas prima di uscire da
casa forgia una consapevolezza istintiva del rischio. Queste routine mitigano
pericoli evitabili, costruendo le basi per strategie più ampie e rendendo la
Sicurezza un riflesso automatico della vita quotidiana, sviluppando
consapevolezza e percezione del rischio.
Infrastrutture integrate e resilienza collettiva
A livello organizzativo e urbano, servono comportamenti condivisi e strutture
solide. In azienda, estintori e sirene antincendio sono indispensabili, ma
altrettanto cruciale è la formazione sui rischi psicosociali, come lo stress
cronico che erode mente e corpo giorno dopo giorno. Nelle città, telecamere e
app di emergenza funzionano solo se abbinate a illuminazione adeguata, piani di
evacuazione chiari e strade “senza buche”. Nei condomini, un citofono
funzionante e scale sicure rafforzano la coesione, trasformando un palazzo in
una comunità resiliente.
E la tecnologia? La tecnologia amplifica questi sforzi: sensori per fughe di
gas, app per segnalazioni immediate, sistemi di monitoraggio incendi.
L’innovazione, unita alla razionalità umana che può essere riassunto con il
“buon senso”, genera miglioramenti tangibili.
Sistemi nazionali e globali: da cybersecurity a resilienza climatica
Sul piano macro, la cybersecurity protegge infrastrutture critiche come
ospedali, banche o reti energetiche da eventuali attacchi paralizzanti. La
resilienza climatica poggia su dighe anti-sismiche, protocolli anti-alluvioni e
reti elettriche intelligenti contro blackout. Dal punto di vista sanitario,
invece, la pandemia di pochi anni fa ha insegnato che vaccini e norme salvano
vite solo se basati su evidenze scientifiche e fiducia diffusa.
In Italia, piani integrati tra sanità, ambiente e lavoro esistono sulla carta,
ma languono nell’attuazione: dalle azioni individuali alle politiche
strutturali, il salto è urgente.
La cultura della Sicurezza: il pilastro essenziale per un mondo migliore
Il fulcro è la cultura della Sicurezza, un mindset che trasforma obblighi in
valori condivisi. Va seminata nelle scuole, educando i ragazzi ai rischi del
cyberbullismo e disinformazione (fake news), rafforzata da campagne che premiano
segnalazioni anonime possibili rischi e comportamenti scorretti; consolidata da
leadership che promuovono responsabilità collettiva.
Nei paesi con esercitazioni routinarie o imprese eticamente orientate alla
“Sicurezza a 360°”, la Sicurezza è standard di eccellenza e priorità. In Italia?
Serve un patto nazionale serio tra istituzioni, imprese e cittadini per una rete
inattaccabile. Basta retorica: priorità assoluta alla Sicurezza.
Da gesti elementari a strategie globali, ogni elemento è cruciale. Coltivando
questa cultura, la “Sicurezza a 360°” cessa di essere utopia e diventa realtà
concreta, investimento strategico per una società serena e produttiva che pensa
al futuro.
*Ingegnere, esperto di salute e sicurezza con esperienza in progettazione,
ingegneria e valutazioni economiche presso Italgas Reti. Autore del libro
“Sicurezza a 360°” presentato alla XXXVII ediz. del Salone Internazionale del
libro di Torino.
L'articolo Sicurezza a 360°: da gesti elementari a strategie globali, ogni
elemento è cruciale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei giorni scorsi è mancato Roberto Citterio, “l’oste di Milano più famoso nel
mondo”. La città ha perso un personaggio davvero straordinario, che incarnava al
meglio la tradizione meneghina attraverso l’attività dell’Osteria “Alla Grande”,
nel cuore di Baggio. Cucina tipica locale, prezzi popolari e un’atmosfera
difficile da descrivere, se non la si è mai provata di persona. In nessun altro
locale è possibile sentirsi a casa tra oggetti di modernariato, battute
folgoranti e canzoni milanesi, spesso con l’accompagnamento di Enzo Iacchetti
alla chitarra.
Altro habitué è Alberto Patrucco, il quale ha rivelato come Roberto, conscio del
suo stato di salute, avesse organizzato una cena di addio con gli amici.
Purtroppo non è riuscito a farla, ma aveva già preparato il testo dell’invito,
che partiva con “Prima che il pallore della morte…” e si chiudeva con una
certezza: “Vista l’età della maggior parte dei presenti, comunque ci vedremo
presto”.
Un clima a metà tra Amici miei e C’eravamo tanto amati, la cui unicità aveva
affascinato anche Ornella Vanoni, la cantante israeliana Noa e diverse étoile
della Scala, che amavano arrivare in fondo a via Forze Armate, nella Baggio più
profonda, per il piacere di cenare da quello che si autodefiniva “anarchico
conservatore”… sperando ovviamente che fosse dell’umore giusto, perché alternava
una simpatia travolgente a un’indole piuttosto burbera.
Quello di Baggio era il suo habitat ideale, perché il quartiere è altrettanto
sui generis, fieramente identificato con una comunità locale che ricorda i tempi
in cui era un comune separato da Milano. Ma “Alla Grande” era in Forze Armate
solo dal 2001, mentre la sua attività era cominciata nel 1982. Prima sulla
Ludovico il Moro, accanto a un residence per modelle, poi in Porta Genova, dove
però la location era un po’ troppo “posh” per le atmosfere alla Nanni Svampa che
vi si respiravano.
Baggio lo ha adottato per meriti oggettivi, rappresentando una sorta di
rinascita: non poteva esserci un posto più adatto a ospitare quell’osteria
tradizionale che Roberto “Lo Smilzo” sognava da sempre, anche quando faceva
mille altri lavori diversi.
La buona notizia è che “Alla Grande” non chiude: come certamente avrebbe voluto
il suo fondatore, la moglie Elena e la figlia Maria Giulia proseguiranno questa
fantastica storia. Una storia che a mio avviso meriterebbe un riconoscimento
ufficiale da parte del Comune di Milano: mai come oggi, una città spesso
criticata perché poco inclusiva e, in questi giorni, avvolta nel tourbillon
mediatico delle Olimpiadi farebbe bene a ricordarsi di chi ne ha protetto e
tramandato le migliori tradizioni.
Non solo per l’amicizia che mi legava a lui, ho proposto al Comune di Milano di
assegnare un Ambrogino alla memoria. Quella dello Smilzo, naturalmente, ma
soprattutto quella di una città che non deve mai dimenticare le proprie radici e
la propria identità.
L'articolo Roberto Citterio, morto ‘l’oste di Milano più famoso nel mondo’:
perché ho proposto un Ambrogino d’oro alla memoria proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ho la chiesa piena di persone che vogliono vedere se l’angelo ha il volto della
presidente del Consiglio e per me è solo un bene. A tutti chiedo di recitare
insieme un’Ave Maria. E’ una situazione insolita ma se l’effetto è di aver
avvicinato persone che non entravano in basilica e farle pregare ne sono
contento. Zero polemiche”. A pronunciare queste parole blasfeme nei confronti
del Cristianesimo è stato monsignor Daniele Micheletti, il rettore di San
Lorenzo in Lucina dove è comparso un cherubino restaurato con il volto della
premier.
La frase, riportata in un’intervista di Giacomo Galeazzi al prete su La Stampa
di domenica 1 febbraio, è a dir poco offensiva non solo per chi crede in Dio ma
anche per chi come me crede di essere ateo. Di là di tutte le valutazioni
sull’azione di restauro (le Sovrintendenze non permettono di toccare una
piastrella antica ma nessuno pare si sia accorto di questa variazione in corso
d’opera) che non mi competono non avendo competenze architettoniche, resta
l’indignazione per il valore che monsignor Micheletti dà della preghiera, della
spiritualità. Se dovessimo seguire il ragionamento del prelato sarebbe il caso
di far apparire nelle nostre chiese anche il volto di Chiara Ferragni magari in
qualche affresco della crocifissione al posto della madre di Gesù ai piedi della
croce. Oppure, per avvicinare i più giovani al cristianesimo, si potrebbe
mettere Fedez in cappella Sistina e Belen Rodriguez tra i mosaici del duomo di
Monreale al posto di Eva nel giardino della creazione. Il rettore di San
Lorenzo, esulta per le Ave Maria recitate insieme ai curiosi un po’ come i
fanatici di Međugorje festeggiavano la conversione di Poalo Brosio.
Siamo di fronte a parole che dovrebbero far vergognare il Vaticano che senza
indugio avrebbe dovuto chiedere le dimissioni del monsignore sospendendolo –
come si fa a scuola con chi è indisciplinato – e chiedendogli di ripassare, in
primis, il Vangelo. Di là dell’ironia credo che per rispetto del cristianesimo,
il cardinale Baldassare Reina, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di
Roma, dovrebbe intervenire sostituendo immediatamente monsignor Micheletti.
L'articolo L’angelo Meloni: perché le parole del prete dovrebbero far vergognare
il Vaticano proviene da Il Fatto Quotidiano.
L a cultura digitale ha moltiplicato le immagini vicine al mondo queer, ma non
sempre le ha rese più autentiche. Tra social network e piattaforme digitali, gli
adolescenti LGBTQIA+ sono chiamati a scegliere come, quando e davanti a chi
raccontarsi, negoziando continuamente la propria visibilità tra desiderio di
espressione e bisogno di sottrazione.
Una stanza con due specchi
“I’m the princess, I’m the freak” In quattro parole l’icona queer del pop,
Chappell Roan, sintetizza un tema che abbiamo imparato a riconoscere come sempre
più familiare: la possibilità di accettare la propria complessità, imparando a
convivere con le diverse parti di sé e con lo sguardo altrui che cerca di
definirle. Dialogare con gli adolescenti su questi temi era precisamente lo
scopo di un progetto da Di.G.I.T. – Digital practices, Gender and Intimacy in
Teens’ everyday life ‒ un progetto di ricerca nazionale coordinato dal professor
Cosimo Marco Scarcelli dell’Università di Padova e dalle professoresse Lorenza
Parisi e Francesca Comunello della Sapienza Università di Roma, che ha permesso
di interrogare il mondo della GenZ in più di dieci città italiane da nord a sud.
Grazie a questo progetto abbiamo potuto isolare una serie di temi che ci
invitano a rivedere cosa intendiamo per visibilità, appartenenza e autenticità
nel mondo digitale. indagando vari aspetti della vita online delle e degli
adolescenti e, non da ultimo, quelli legati alle soggettività LGBTQIA+ e ai loro
modi di vivere questi spazi.
Attraverso focus group, interviste e incontri con giovani tra i sedici e i
diciotto anni, abbiamo esplorato le loro pratiche quotidiane di presenza online,
cercando di comprendere come piattaforme, algoritmi e linguaggi digitali
influenzino le modalità con cui ragazze e ragazzi si raccontano, si
rappresentano e si riconoscono in relazione all’intimità.
> La distanza tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e
> le esperienze dirette delle e dei giovani riguarda il modo in cui le
> piattaforme organizzano la visibilità e definiscono ciò che appare autentico.
Tra i molti temi affrontati, uno si è imposto con forza crescente: la distanza
tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e le esperienze
dirette delle e dei giovani che vi si riconoscono, o non vi si riconoscono
affatto. Questa distanza non è solo simbolica, ma anche mediale: riguarda il
modo in cui le piattaforme stesse organizzano la visibilità e definiscono ciò
che appare autentico.
Negli ultimi anni, insieme al mutamento radicale delle piattaforme digitali,
abbiamo visto trasformarsi anche le strategie di autorappresentazione degli
individui. La soggettività si manifesta mediante un processo mediato,
continuamente rimodulato dallo sguardo altrui. Mostrarsi online non è più
soltanto un atto comunicativo, ma un modo per costruire riconoscimento e
appartenenza. Come racconta la sociologa Zizi Papacharissi in Affective Publics
(2015), le piattaforme digitali non sono semplici spazi di interazione, ma
pubblici affettivi che organizzano la visibilità attraverso emozioni condivise e
dinamiche di consenso. La partecipazione si traduce in una forma di esposizione,
e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo altrui.
I social hanno ampliato lo spazio del racconto, promettendo libertà e
inclusione, ma anche ridefinendo, in modo sottile, cosa significhi esporsi. Da
un lato sembrano offrire possibilità inedite di sperimentazione e racconto di
sé; dall’altro costruiscono confini invisibili, stabilendo cosa può essere
mostrato, celebrato o messo in tendenza. L’inclusione, nei media digitali,
funziona come una grammatica: amplia il vocabolario del possibile, ma impone
nuove regole sintattiche. Le soggettività queer sono oggi più che mai presenti
nella cultura digitale: serie, campagne pubblicitarie, creator su TikTok e
Instagram popolano i feed, eppure la loro visibilità non coincide con un pieno
riconoscimento, né sul piano simbolico né su quello dei diritti.
> La partecipazione alle piattaforme digitali si traduce in una forma di
> esposizione, e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo
> altrui.
Le logiche che regolano le piattaforme, gli algoritmi, la ricerca di viralità,
la necessità di essere leggibili e replicabili, non sono mai neutrali:
privilegiano forme di rappresentazione semplici, rassicuranti, immediatamente
consumabili. Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è
commerciabile finisce per definire il perimetro del visibile. Nel mondo
adolescenziale, dove tutto è ancora in movimento, queste immagini possono
produrre effetti ambivalenti. Possono ispirare, ma farsi allo stesso tempo
portatrici di distanza o frustrazione. Molte persone LGBTQIA+ che abbiamo
incontrato ci hanno raccontato di sentirsi in bilico tra due pressioni opposte:
aderire a un’estetica queer riconoscibile o restare fedeli alla propria
esperienza, spesso più sfumata, incerta, “meno instagrammabile”, per usare le
parole di Sof, 16 anni, persona non binary, bisessuale.
La difficoltà, dicono le persone che hanno preso parte alla nostra ricerca, non
sta tanto nei contenuti in sé quanto nel modo in cui vengono esposti: quando
l’intento di mostrarsi diventa troppo evidente, si perde naturalezza. Ragazze e
ragazzi parlano del bisogno di una narrazione normalizzata, in cui la differenza
non debba essere continuamente spiegata o rivendicata.
> Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è commerciabile
> finisce per definire il perimetro del visibile.
I corpi e le storie che circolano online finiscono per essere analizzati,
discussi, reinterpretati ma anche ignorati. In quelle scelte, nei like mancati o
nei profili seguiti e silenziati si disegna un nuovo modo di negoziare la
visibilità. Come gli e le adolescenti italiane si confrontano con le immagini
digitali delle soggettività LGBTQIA+? Quali tensioni attraversano i loro sguardi
e quali visioni alternative emergono dai margini di una visibilità sempre più
codificata?
La visibilità non è mai solo una questione di scelta individuale: è il risultato
di un sistema che decide cosa può circolare, cosa resta invisibile e chi merita
di essere guardato. Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono
gerarchie simboliche. Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile,
costruendo un feed personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non
proprio accurate. Come suggerisce Taina Bucher nei suoi studi sulle piattaforme
digitali, l’algoritmo è un dispositivo di potere affettivo: non mostra solo ciò
che funziona, ma ciò che conferma le proprie aspettative, orientando così il
modo in cui viene interpretato il proprio universo di riferimento.
> Molte persone LGBTQIA+ si sentono in bilico tra l’aderire a un’estetica queer
> riconoscibile o restare fedeli alla propria esperienza, spesso più sfumata,
> incerta, “meno instagrammabile”.
In questo, la GenZ mostra di sapere che la visibilità non dipende solo dai
contenuti o dal numero di follower, ma da un sistema che decide, in modo spesso
opaco e poco comprensibile, cosa far emergere e cosa lasciare a margine. Il
digitale, infatti, non si limita a riflettere il reale: lo modella, lo ordina,
lo distribuisce secondo una logica di attenzione che è contemporaneamente
economica ed emotiva. Eppure, se le piattaforme stabiliscono i confini del
visibile, ragazze e ragazzi imparano presto a muoversi dentro quei confini,
inventando strategie di presenza e, all’occorrenza, di sottrazione. Tra queste
strategie rientra anche la capacità di controllare chi può vedere cosa: una
forma quotidiana di regia della propria immagine, che introduce un nuovo modo di
intendere la privacy.
Scegliere chi ci guarda
La sociologia classica, a partire da Erving Goffman, ha mostrato quanto conti la
distinzione tra ribalta e retroscena nella vita sociale. In La vita quotidiana
come rappresentazione (1959), Goffman descrive le interazioni quotidiane come
una forma di teatro: in ribalta si recitano i ruoli pubblici, con comportamenti
pensati per un pubblico; nel retroscena, invece, si prova, si allenta la
postura. È il luogo in cui si sospende la performance, si controlla il proprio
lavoro e si prepara la scena successiva. Nei social il retroscena si può
tradurre in uno spazio dove parole e immagini possono circolare senza dover
passare per l’approvazione collettiva, in cerchie sapientemente selezionate,
profili secondari, chat private o liste di “amici stretti”.
La privacy, in questa prospettiva, rappresenta la condizione materiale della
libertà: la possibilità di decidere i confini, modulandone la permeabilità,
riposizionandosi quando le cose cambiano. Il controllo selettivo dello sguardo
diventa un gesto politico, una forma di autodeterminazione minima.
> Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono gerarchie simboliche.
> Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile, costruendo un feed
> personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non proprio accurate.
Questo si traduce in un sapere raffinato nella pratica. Giovanna, 16 anni,
ragazza cisgender lesbica, parla della possibilità di selezionare
strategicamente chi guarda i contenuti perché ci sono cose che non le va di
spiegare a chi la segue sui social. Questa selettività non ha però il tono della
ritirata. È, semmai, una forma di cittadinanza digitale che riconosce la
pluralità delle audience: una nuova consapevolezza generazionale. Anche Andrea,
18 anni, ragazzo cisgender gay, evidenzia la necessità di elaborare percorsi
capaci di restituire agency, soggettività attiva, a chi decide di condividere la
propria esperienza, sottolineando come sia fondamentale che chi racconta possa
usare a suo vantaggio le possibilità offerte dalla piattaforma, per esempio
rendere visibili le storie a un pubblico selezionato.
Le persone intervistate non presentano questa possibilità come eccezione, ma
come norma. La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con
l’appropriatezza di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare.
L’idea di un sé unico e monolitico lascia spazio a una competenza relazionale:
l’identità come tessitura situata, che si fa e si disfa nell’incontro con
pubblici differenti. Già nel 2007, uno studio di danah boyd e Nicole Ellison
pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication mostrava come i social
network stessero dando forma a un sé reticolare: un’identità pubblica costruita
attraverso connessioni e interazioni, continuamente attraversata dallo sguardo e
dal riconoscimento dell’altro/a.
> La privacy rappresenta la condizione materiale della libertà: il controllo
> selettivo dello sguardo diventa un gesto politico, una forma di
> autodeterminazione minima.
In questa cornice, il sé digitale si comporta come un dispositivo negoziale
continuamente messo in discussione. Diego, 16 anni, ragazzo cisgender gay,
racconta che sui social preferisce mostrare solo ciò che decide consapevolmente
di rendere visibile: una parte di sé costruita attorno a certi aspetti della
propria identità, come l’orientamento sessuale, che sceglie di condividere per
parlarne o confrontarsi. Spiega di essere consapevole che la propria immagine
online sia, in fondo, una semplificazione. Per questo dice di scegliere con
attenzione cosa mostrare e cosa tenere per sé, per non lasciare che la propria
personalità venga definita unicamente da un’etichetta o da una categoria.
Immaginiamo la visibilità non come un interruttore ma come un dimmer, quel
dispositivo che permette di regolare l’intensità della luce in una stanza, che
la GenZ (senza velleità da influencer) sa regolare in base alle proprie esigenze
e necessità. È una forma di agency adattiva, che non rifiuta la scena ma la
rimodula continuamente. Ma cosa succede quando la scena smette di restituire
un’immagine riconoscibile di sé? Quando la visibilità si trasforma in
distorsione più che in rispecchiamento?
Fuori fuoco: quando l’immagine non coincide
Da pochi anni, la cultura mainstream ha moltiplicato immagini e discorsi sulla
queerness: serie, film, campagne pubblicitarie. Eppure molte e molti adolescenti
queer parlano di uno scarto tra vita quotidiana e rappresentazione: guardano
quei contenuti, li apprezzano, ma non si riconoscono. Durante un’intervista, un
ragazzo trans ci ha detto ridendo: “C’è chi dice ‘mi identifico con un chicken
nugget’”. Allo sguardo perplesso della ricercatrice, che per un attimo ha
creduto di aver intercettato una nuova sfumatura dell’identità di genere, ha
subito precisato: stava scherzando. Non lo diceva per prendersi gioco della
queerness, ma per ironizzare sulla tendenza sempre più diffusa online a
trasformare ogni dettaglio in identità. Dentro quella battuta c’era però una
consapevolezza precisa: l’idea che oggi anche l’autenticità possa, in qualche
modo, essere interpretata come un trend. L’identità è diventata una performance
situata, e come ogni performance ha bisogno di un pubblico per esistere.
> La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con l’appropriatezza
> di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare.
Alcune estetiche o l’autoironia portata all’esasperazione non piacciono a
Martina, 18 anni, ragazza cisgender che non vuole etichette quando si parla di
orientamento sessuale. Ci dice che a volte le sembra che anche fare coming out
possa diventare un modo per mettersi in mostra più che per esprimersi davvero.
Se posizioni il telefono e ti riprendi mentre dici a tua nonna che sei gay non
può essere capitato per caso che tu abbia premuto “registra”.
In questo racconto emerge una critica sottile alla spettacolarizzazione del sé,
un fastidio verso l’obbligo di rendere pubblico ciò che potenzialmente è un
gesto intimo. Per Valentina, 16 anni, ragazza cisgender bisessuale, invece, la
quotidianità diventa un linguaggio implicito. Segue un paio di coppie lesbiche
che postano video di vita domestica, una lavastoviglie da caricare, un gatto che
non collabora. Dice che quelle scene non sono più vere delle altre, ma che
semplicemente sono spontanee e non sembrano costruite.
Eppure, in quelle stesse dinamiche, capita che arrivi il contenuto
sponsorizzato, la collab con il brand amico che scopre l’arcobaleno a giugno, la
call to action che suona sempre un po’ uguale. Dalle voci raccolte non si levano
moralismi: si registra piuttosto il bisogno di prendere le distanze da una
narrazione didascalica, e la volontà di cercare un riconoscimento più fluido,
meno codificato.
L’autenticità al tempo dei feed
Nella pratica di questo segmento della GenZ, l’autenticità, non coincide con il
riversare online ogni dettaglio del proprio vissuto; diversamente, necessita di
una coerenza di fondo tra ciò che si prova e il modo in cui lo si racconta,
tenendo conto del contesto.
> Dalle voci raccolte non si levano moralismi: si registra piuttosto il bisogno
> di prendere le distanze da una narrazione didascalica, e la volontà di cercare
> un riconoscimento più fluido, meno codificato.
Ed è qui che entrano in scena gli algoritmi. Non in astratto, ma come esperienza
concreta: basta osservare come cambiano le visualizzazioni a seconda della
musica di sottofondo, dell’hashtag, del ritmo del video. È un learning by doing
delle logiche dei media digitali: si impara facendo, e insieme si impara cosa
conviene non fare. Chi parla di transizione alterna momenti informativi a
leggerezza; chi attraversa ansia o confusione la trasforma in un racconto che
possa essere compreso e condiviso: tagli rapidi, una punchline in chiusura, un
riferimento condiviso. Improvvisamente le competenze digitali prendono il
sopravvento nel racconto che sottostà alle logiche della piattaforma.
E poi c’è l’ironia, usata come strumento per alleggerire e per difendersi. Un
meme che sdrammatizza, un video che gioca con i cliché per prenderne le
distanze. Come nota la studiosa Susanna Paasonen in NSFW: Sex, Humor, and Risk
in Social Media (2019), l’ironia online agisce come forma di vulnerabilità
condivisa: un modo per elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un
trauma. Marco, 17anni, ragazzo cisgender gay, racconta che a volte preferisce
rispondere alle battute omofobe o ai commenti ignoranti con l’umorismo:
condivide meme o frasi ironiche che, dice, fanno capire da che parte stai senza
esporti troppo. Per lui è un modo per gestire la distanza e tenere insieme
autoironia e affermazione di sé senza dover fare il solito “spiegone in difesa
dei propri diritti”.
Fuori dalla lente
Nelle testimonianze raccolte, un’idea torna con insistenza: sparire, di tanto in
tanto, è salutare. Limitare le visualizzazioni, non postare, disattivare i
commenti, azzerare il feed. Mark Fisher l’aveva profetizzato nel suo Realismo
capitalista (2009, trad. it. 2018), ciò che affatica non è solo la richiesta di
una presenza continua, ma il fatto di dover essere sempre visibili e
costantemente disponibili. In questo orizzonte, il gesto di sottrarsi diventa
una forma minima di cura: un tentativo di ristabilire la distanza necessaria per
tornare a sentire la propria voce.
> L’ironia online agisce come forma di vulnerabilità condivisa: un modo per
> elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un trauma.
Potrebbe essere percepita come una forma di igiene mentale. Nadia, 17 anni,
ragazza cisgender bisessuale, racconta di aver disinstallato Instagram per una
settimana “solo per respirare un po’”. Miriam, 18 anni, ragazza cisgender che
alla domanda sul suo orientamento sessuale ci risponde “non lo so”, spiega che
usa due profili non per moda ma perché così può scegliere a chi concedere cosa
vedere della sua vita. Claudio 18 anni, ragazzo cisgender gay, dice: “a volte è
bello sapere di non esserci, anche solo per vedere chi se ne accorge”.
Sul piano politico, questa ritrazione minima non è irrilevante. Sottrarsi
momentaneamente alla visibilità non equivale a nascondersi, ma a riprendere il
controllo sul proprio tempo e sulla propria immagine. La sparizione temporanea è
un gesto di autorità sul sé, ma anche un atto di cura. Una ricerca sulle
pratiche digitali di giovani LGBTIQ+ mostra come la disconnessione diventa una
forma di benessere relazionale: non una fuga, ma un modo di rimettere in
equilibrio presenza e vulnerabilità, di difendere la propria continuità emotiva
in un ambiente che premia la costante esposizione, il valore politico ed emotivo
del non esserci sempre, della scelta di modulare la propria visibilità come
gesto di autodeterminazione.
Questo diritto al fuori campo non si pone in contrasto con i movimenti queer che
hanno faticato per conquistare la scena; al contrario, ne raccoglie l’eredità in
un momento storico di grandi transizioni. In questa prospettiva, la sottrazione
non è negazione, ma una forma di agency: un modo per abitare la visibilità.
Seguendo il pensiero della filosofa Judith Butler, potremmo dire che la
visibilità è quasi sempre una pratica di relazione: non esiste al di fuori dei
regimi di riconoscimento che stabiliscono chi può apparire e in quali forme.
Agire ai margini di questa visibilità, scegliendo quando e come mostrarsi,
significa mettere a tema i criteri stessi del riconoscimento.
> Il gesto di sottrarsi diventa una forma minima di cura: un tentativo di
> ristabilire la distanza necessaria per tornare a sentire la propria voce.
Come ha detto una delle partecipanti: “non sempre ho voglia di spiegare chi
sono, e non credo di doverlo fare ogni volta”. In quella sottrazione parziale,
uno squarcio invisibile nella fessura della visibilità, si possono aprire nuovi
spazi espressivi.
Domande aperte
Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura
l’autenticità? La risposta più onesta è partire ponendosi ulteriori
interrogativi, riconoscendo come l’urgenza di trovare un responso universale
faccia parte del problema. Infatti, le pratiche che abbiamo osservato sono molte
e in movimento. Ogni tentativo di normare gli atteggiamenti digitali rischia di
trasformarsi in una nuova forma di pressione.
Possiamo però avanzare alcune domande che ci paiono utili. In che modo la
rappresentazione queer online può restare uno spazio di libertà, e non solo un
repertorio di gesti codificati? Chi decide quali corpi, storie, desideri
meritano di circolare, e con quali estetiche? E ancora: quanto di ciò che
chiamiamo condivisione è davvero nostro, e quanto è un riflesso del modo in cui
le piattaforme ci addestrano a mostrarci?
In molte conversazioni, le domande non arrivavano da noi ma da loro. Una
ragazza, parlando della propria presenza online, chiedeva: “ma se non posto
niente per un mese, esisto lo stesso?”. Un ragazzo ironizzava: “forse ci serve
un modo per non essere sempre leggibili, anche quando non vogliamo sparire”.
Altri ancora raccontavano di sentirsi “troppo queer per certi spazi, troppo
normali per altri”.
> Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura
> l’autenticità?
Abbiamo la possibilità di costruire collettivamente una cittadinanza digitale
non ingenua, in cui autorappresentazione e diritto alla privacy, sempre meno
garantiti, possano convivere senza annullarsi. Non è poco. Voci che, più che
cercare risposte, mettono in scena la fatica di restare riconoscibili senza
doversi definire. La domanda, più che la risposta, è la forma di pensiero
politico di questa generazione. “Principessa” e “freak” sono due entità che
possono darsi il cambio e possono convivere. È lì, tra una sbirciata ai like dei
seguiti e una storia che si dissolve allo scadere delle 24h, che immaginiamo un
futuro più abitabile: alla ricerca del mantello della semi-invisibilità.
L'articolo “Io mi identifico con un chicken nugget”: adolescenti <i>queer</i>
tra autenticità e rappresentazione proviene da Il Tascabile.
di Rosamaria Fumarola
La storia arricchisce le prospettive con cui una medesima cosa può essere
osservata e talvolta riesce a mutare radicalmente il nostro sguardo nei
confronti di quella stessa cosa. Altrettanto di frequente accade che il senso di
fatti ed eventi appaia mutato rispetto a ciò che in origine era. È questa la
ragione per la quale è necessario interrogarsi sempre sullo status dell’uso
anche di fatti molto lontani nel tempo.
Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, durante il quale si sono
commemorate le vittime della Shoah. Tra i tanti interventi molto mi ha colpito
quello che Sami Modiano ha tenuto ad un gruppo di giovani e che ancora una volta
ha confermato il mio personale convincimento della incolmata distanza esistente
da sempre, tra le vite e le sofferenze dei singoli e la speculazione che il
potere ne fa per trarne vantaggio.
Maledetto sia, ricordava Primo Levi, chi da quelle sofferenze ha distolto lo
sguardo permettendo che la tragedia della Shoah trovasse compimento. Levi ci ha
insegnato che la responsabilità non poteva essere individuata in un gruppo di
cattivoni che agiva senza il sostegno delle comunità di appartenenza; e che anzi
proprio nella normalità di quanti appartenevano a quella che lui definiva “zona
grigia” andava individuata una gran parte della colpa di ciò che accadde in quei
terribili anni.
Dopo i fatti di Gaza sembra che l’antisemitismo stia aumentando un po’ dovunque,
sebbene una colpevole confusione regni incontrastata. Difendere la causa dei
palestinesi infatti, viene strumentalmente associato all’odio verso il popolo
ebraico tout court e non come invece si dovrebbe alla politica genocidaria di
Benjamin Netanyahu e dei suoi accoliti, dentro e fuori Israele. È questa una
delle tante menzogne usate per far acquisire alla causa israeliana il consenso
dell’opinione pubblica, di proposito inducendo a confondere un popolo con un suo
rappresentante politico.
Chi dunque tradisce oggi le vittime della Shoah se non Netanyahu, con una
propaganda improponibile persino ad un bambino di quattro anni, che ne riderebbe
per le macroscopiche manchevolezze e a cui, in nome di una pace promessa e
inesistente, abbiamo tutti finto di credere? Chi oggi tradisce il dolore che
Sami Modiano a 95 anni non si stanca di gridare al mondo?
E per quanto quei giovani ricorderanno le sue parole e non le dimenticheranno
invece, come si fa con quelle preghiere recitate a memoria, delle quali si è
smarrito il senso? Il mondo sta cambiando velocemente e la politica crea nuove
alleanze per perseguire interessi predatori che il vecchio diritto
internazionale non riesce più ad arginare. La Shoah continua la sua storia nelle
parole della memoria, ma corre il rischio di perdersi e di non essere più
onorata, se non riacquista concretezza negli atti che ne testimonino
l’insegnamento, non facendone perdere il senso.
Sono persuasa che la classe politica israeliana sia in questo momento storico
più interessata ad acquisire un potere e un’influenza sempre maggiori e a
qualunque costo, che a promuovere una riflessione profonda su cosa oggi debba
significare essere ebrei. Il dolore di Sami Modiano non è tradito dallo stremato
popolo palestinese o da quanti lo sostengono. No, il dolore di quanti hanno
subìto la Shoah è violato dai propositi di chi, con scelte politiche scellerate,
finisce col far apparire colpevoli quelli che indiscutibilmente un giorno furono
vittime.
Ed è ancora in questa frattura tra ciò che l’uomo vive in quanto individuo e che
non può che essere autentico e la mistificazione della politica, eticamente
morta e incapace di sofferenze se non quelle della hybris, che ogni abominio può
ancora trovare posto.
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L'articolo Chi tradisce oggi le vittime della Shoah se non Netanyahu? proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Ci sono immagini che sembrano semplici e invece spostano qualcosa.
Un gruppo di monaci sta camminando negli Stati Uniti, lungo strade che non hanno
nulla di contemplativo: asfalto, camion, semafori, motel. Camminano in silenzio,
in fila, spesso a piedi nudi. Non cercano attenzione, non protestano e non
spiegano. Camminano e, potremmo dire, la provvidenza pensa a loro: al mangiare,
al riposo. Perché i monaci, quando qualcosa non va, non se ne stanno fermi. Si
muovono. È il loro modo di rispondere a un disequilibrio.
La Walk for Peace è un vero e proprio pellegrinaggio di oltre 3.700 chilometri,
dal Texas a Washington, iniziato lo scorso ottobre e destinato a concludersi nel
febbraio 2026. Sono diciannove i monaci del Huong Dao Vipassana Bhavana Center
che hanno scelto di attraversare il paese a piedi per promuovere pace,
compassione e nonviolenza. Ma il punto non è lo slogan. È l’azione.
Quando emerge una tensione – un conflitto, un disallineamento profondo – i
monaci non si chiudono in una stanza a discuterne. Non analizzano, non
argomentano, non cercano subito una soluzione; camminano. Il corpo prende il
posto della parola. Il ritmo sostituisce il dibattito. Il passo diventa una
forma di pensiero incarnato. Non si tratta di una fuga. Camminare significa
portare nello spazio ciò che non è ancora risolto, lasciando che il mondo — con
le sue asperità, il rumore, l’imprevedibilità — entri nel processo. Il conflitto
non viene “gestito”. Viene messo in circolazione.
È stato durante uno di questi cammini, nel 2022, che i monaci hanno incontrato
Aloka, un cane randagio di razza Indian Pariah. Non è stato adottato nel senso
consueto del termine. È stato lui a scegliere di seguirli e da allora non se n’è
più andato. Aloka cammina con loro. Il suo nome significa “luce”,
“illuminazione”. Ma ciò che rende Aloka così potente non è il simbolo in sé: è
la funzione, il suo stare nel passo. La sua presenza cambia il campo perché
mostra che la relazione nasce dalla condivisione del tempo e dello spazio, anche
quando il passo rallenta. Anche quando il corpo impone un limite.
Ed è qui che questa storia parla di vita, ma anche di perdita. Camminare insieme
significa accettare che non tutto procede in linea retta. Che qualcosa si ferma.
Che qualcosa cambia. Che non sempre si va avanti come prima. La perdita, in
questo senso, non è un incidente di percorso: è parte del cammino. Non viene
rimossa, ma viene attraversata.
Forse allora la domanda non è cosa fare quando qualcosa non funziona. Forse la
domanda è: dove portiamo il nostro disequilibrio? Lo chiudiamo in una stanza? Lo
riversiamo sugli altri? O siamo disposti a metterlo in cammino, senza la
garanzia di arrivare integri? E ancora: che spazio lasciamo, nelle nostre vite,
a pratiche che non spiegano ma trasformano?
L'articolo Walk for Peace, la marcia pacifica di alcuni monaci negli Usa che ci
parla di vita e di perdita proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è sempre una prima volta nella vita. Non avevo mai avuto l’occasione di
visitare la Sicilia. Qualche giorno prima della partenza era stato diramato un
bollettino meteo con livello di criticità Allarme- Codice Rosso per rischio
idrogeologico ed idraulico fino alle 24 del 17 gennaio. Al mio arrivo, qualche
giorno dopo, la strada da Catania a Modica era in buone condizioni e solo si
notavano i campi attorno saturi d’acqua piovana. Sappiamo che in alcune parti
dell’isola i disagi e i disastri sono stati notevoli. Precipitazioni abbondanti
a parte, Modica è stata risparmiata da disastri, ma il mare non è lontano.
C’è sempre una prima volta nella vita. Un migrante che si è salvato dal
naufragio nella vicina Pozzallo sostiene che ‘la vita non vale niente’. Ha visto
morire alcuni suoi compagni di viaggio e tra questi un bambino. Ricorda il bimbo
che ‘beveva’ l’acqua del mare e ha chiesto a Dio di morire perché la sofferenza
era difficile da portare. Poi, vivo per miracolo, si è detto che doveva
realizzare la sua vita da questa parte per coloro che non sono mai arrivati alla
riva.
‘La vita non vale niente’, ha ripetuto questo giovane che è fuggito dal suo
Paese per attraversare il deserto e il mare, reso amaro assai.
C’è sempre una prima volta nella vita. Proprio accanto al mare di Pozzallo,
adiacente al porto militare, si trova un centro per i migranti che arrivano dal
mare, le mani disarmate. Gli hanno dato il nome inglese ormai confidenziale di
hotspot per renderlo innocuo nel paesaggio lessicale della politica. In realtà
opera come centro di prima accoglienza, identificazione e assistenza sanitaria
per i viaggiatori del mare.
Gli hotspot nascono per differenziare i richiedenti asilo dai cosiddetti
‘migranti economici’. Detto centro è una struttura chiave per la gestione degli
arrivi dal mare nelle Sicilia meridionale.
C’è sempre una prima volta nella vita. Ad esempio assaggiare il cioccolato di
Modica nella stessa città dove questo prodotto si crea e si commercia. Avrei
scoperto più tardi che l’attuale processo di lavorazione era praticato da Maya e
Aztechi che usavano i semi di cacao per l’alimentazione e i loro riti. Modica
seppe valorizzare questo tipo di tecnica in seguito all’occupazione spagnola del
XVI secolo. Anche in questo caso tutto arrivò dal mare. Dall’America prima e
dalla Spagna poi. La dolcezza e finezza ineguagliabile di questo prodotto ha
potuto transitare l’oceano e il Mediterraneo.
C’è sempre una prima volta nella vita. Auguro ai capi di stato che infestano la
cronaca quotidiana, a coloro che si credono immortali e decidono le sorti del
mondo, ai dittatori da strapazzo, ai militari che hanno confiscato il potere, a
coloro che rubano le redini dell’economia, agli intellettuali da salotto, ai
venditori di illusorie consolazioni, ai fabbricanti di armi, ai politici e
commedianti delle geopolitiche imperiali, a coloro che affamano i poveri che
essi o uno dei loro figli si trovi profugo e attraversi il mare.
C’è sempre una prima volta nella vita. La Sicilia, Pozzallo, l’hotspot, il
cioccolato di Modica lavorato a freddo, le minute e fragili solidarietà che come
fili intessono speranze. Perché afferma infine il migrante che arriva dal mare:
‘la vita non vale niente, ma niente vale la vita’.
L'articolo La Sicilia, l’hotspot di Pozzallo e il cioccolato di Modica: così
fragili solidarietà intessono speranze proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pornografia significa rappresentazione (graphé) di una situazione in cui una o
più persone si vendono (pórne). In senso più specifico: persone che si
prostituiscono, ossia vendono il proprio corpo per dare piacere a chi è disposto
a ricambiare, con denaro o altro.
Non è mia intenzione operare un banale esercizio di etimologia, magari inutile
per la maggior parte di coloro che leggono, bensì di sottolineare un concetto
implicito nel termine pornografia. Il concetto implicito è questo: non c’entra
tanto il corpo, il sesso, lo scandalo e l’eventuale oscenità delle questioni
rappresentate – qui saremmo nel campo dell’etica e della sensibilità individuale
– quanto piuttosto che corpo e sessualità diventano strumenti per il potere e il
lavoro, e qui siamo nel campo della giustizia ed eventualmente della legge.
Mi spiego con un esempio: una persona che usufruisce di materiale pornografico e
una che lavora nel settore, pur trattandosi di una questione riguardante la
vendita e l’acquisto di materiali legati al corpo, non sono e non possono essere
oggetto di iniziative e giudizi legati alla giustizia o, meno ancora, alla
legge. In un paese civile, dove non si vuole lasciare il settore in mano alla
criminalità o comunque all’anarchia, dovrebbe essere così anche per la
prostituzione, al netto di varie regolamentazioni (fiscale, igienica, di luoghi
deputati etc.), ma questo discorso specifico ci porterebbe lontano e quindi non
lo approfondisco. Le questioni legate al “piacere” (cercato o procurato),
insomma, possono dividere sul piano dell’opinione personale, ma quando si tratta
di adulti consenzienti non dovrebbe riguardare altri ambiti.
Invece, una persona che lavora per esempio nel mondo dello spettacolo – ma anche
in un’Università, in un ufficio, che in generale ricopre una posizione di potere
– e per selezionare il personale da acquisire richiede delle prestazioni
sessuali, dovrebbe essere fatta oggetto di azioni legali. Lo stesso discorso
dovrebbe valere per coloro che usano il proprio corpo per ottenere dei posti che
per legge dovrebbero essere assegnati in base a selezioni ufficiali, concorsi
puliti etc. Qui entrano in gioco questioni di potere, mercimonio e acquisizione
di posti di lavoro ottenuta illegalmente. In questo caso il “piacere” è un dato
accessorio, perché a dettare le regole del gioco sono il potere e il lavoro.
In entrambi i casi c’entra il denaro, questo è vero, e rimarca una condizione,
quella umana, in cui l’interesse egoistico prevale sempre e di gran lunga sulle
questioni etiche e morali.
Ma il denaro che intercorre fra chi cerca a vario titolo il piacere e chi,
sempre a vario titolo, decide di procurarlo con il proprio corpo è una questione
che riguarda esclusivamente loro due, che può essere soggetta al giudizio morale
individuale ma nulla di più.
Invece la seconda situazione – quella che oggi viene rappresentata dal caso
Signorini e da ciò che è stato chiamato da Fabrizio Corona “il sistema Mediaset”
– al netto del fatto che sarà appunto la magistratura (quindi la giustizia) a
stabilire reati o meno – scoperchia un danno sociale gravissimo. Quello di una
società in cui il merito è ignorato, in cui il potente di turno piazza persone
nei posti di lavoro in maniera arbitraria e in cui le regole che dovrebbero
valere per tutti sono sistematicamente ignorate da alcuni a beneficio di altri.
Un paese che funziona in questo modo è destinato alla rovina graduale, e lo
vediamo dai troppi giovani che fuggono all’estero, da una scuola e un’università
sempre più degradate, da una cultura e le sue figure di riferimento che è sempre
più incultura, da professionisti sempre più impreparati, dai terreni che
smottano, i ponti che crollano, gli ospedali che collassano etc. (l’elenco
sarebbe lunghissimo). Ma lo vediamo anche da una televisione e da un sistema
informativo che per larga parte sono gestiti da incompetenti o compiacenti il
potere (spesso le due cose coincidono…), da persone che sanno scrivere e parlare
a malapena, con programmi inguardabili, dai contenuti miseri e degradanti.
Insomma, a queste condizioni e con tutti i limiti del caso e del personaggio, è
difficile non empatizzare con Fabrizio Corona e assumerlo a guisa di un paladino
sguaiato della verità, seppure a fini economici. Uno che scoperchia la
pornografia sociale di cui il mondo dello spettacolo rischia di essere
un’epitome. Ma è difficile anche non solidarizzare con gli operatori del porno
che protestano contro la “tassa etica” , un obbrobrio moralistico che questo
governo ha istituito per far pagare loro il 25% in più su Irpef e Iref, quindi
non per diminuire la fruizione di materiale sessuale, ma per fare cassa dietro
indecorosi pretesti etici.
Senza contare che, in base a quanto detto sopra, uno Stato serio e autorevole
dovrebbe occuparsi di giustizia e legge, non di etica. Gli Stati che hanno
preteso di legiferare in quel campo sono quelli che hanno strabordato nel
dispotismo e nel totalitarismo.
Invece in Italia, come accade da troppo tempo, si persegue la pornografia del
piacere lecito, salvo proteggere la pornografia del potere illecito.
L'articolo Ha scoperchiato la ‘pornografia sociale’: difficile non empatizzare
con Fabrizio Corona proviene da Il Fatto Quotidiano.