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Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro
Ho fatto il segretario in questo referendum contro la magistratura e mi sono divertito un casino, consiglio a tutti di lavorare almeno due giorni all’anno come il sottoscritto, è salutare, direi illuminante! Avevo una bellissima squadra: Marco Biffi, il nostro presidente, malinconico, gentile, elegante e nello stesso tempo sorridente, un uomo che fa a nuoto lo stretto di Messina (senza ponte per ora) e poi tante altre cose, una gara che si chiama Iron Man, tutte cose faticosissime, anche una gara nella Torre Allianz, 50 piani di corsa! Tanta ammirazione da parte mia, io che se arrivo al terzo piano di scale vivo è già un miracolo! E poi c’era Emma, laureata in matematica, una ragazza sempre sorridente che mi ha confidato che fa ancora colazione col Nesquik! Nella nostra squadra c’erano anche Marta e Jacopo. Marta, una studentessa di medicina, piena di grazia e fascino, che mi ha detto “Ho visto tre autopsie”, e mi sono venuti i brividi! Se vedo una persona con un ginocchio sbucciato rischio di svenire. Marta, Marta, ma come fai? Ti ammiro. Poi Jacopo, un ingegnere elettronico altissimo, dagli occhi azzurri e ridenti, che ama sciare in Georgia e andare a fare canoa nelle Filippine. Quanta innocenza meravigliosa in Jacopo mi ha detto che nelle Filippine ha chiacchierato e bevuto con una ragazza del posto, poi si è offerto di accompagnarla a casa in motorino e lei gli ha detto “Sono duecento pesos” e lui ci è rimasto malissimo. Ah, i giovani, che belli! E proprio i giovani ci hanno salvato da questo colpo di Stato al rallentatore che era la riforma Nordio. Ho amato ogni ora passata insieme a questo gruppo. Sono accadute cose leggendarie, pensate che in un’altra sezione hanno fatto trovare una piccola torta con delle candeline nella cabina elettorale a un ragazzo che faceva gli anni proprio il giorno della votazione. Quanto mi è piaciuto dare del lei ai ragazzi che votavano per la prima volta: “Prego signore, vada a ritirare la scheda dal nostro presidente”. E quanta gentilezza ho respirato, come sono educati gli italiani quando votano, poi nel traffico si fanno le corna e si mandano a quel paese, ma davanti alle urne si sente tutta la solennità del momento, basta chiacchiere, ora parlano i cittadini! E i cittadini hanno detto un monosillabo fantastico: No. No alla riforma della nostra Costituzione antifascista da parte di un governo di destra! Giù le mani dalla nostra bella Costituzione! Lavorare è bellissimo, due giorni all’anno, massimo tre. Mi sono alzato all’alba, dio mio, andavo in bicicletta nella mia scuola dove ho fatto le medie, dove ho baciato per la prima volta in vita mia Monica, la più bella della classe! E vedevo questa cosa chiamata alba, ma perché nessuno di voi mi ha detto che esisteva questo fenomeno naturale così stupefacente? Mi alzerò presto la mattina da oggi, voglio rivedere l’alba, l’alba di un nuovo giorno, l’alba ci è amica, è come la speranza, solo che è la prima a vivere… e non muore mai, nemmeno per ultima. Alle 15 di lunedì finivano le votazioni, abbiamo fatto il conto alla rovescia come a Capodanno, e poi via, lo spoglio (spogliarello) delle schede tutte verdi speranza! No, no, no, sì, sì, sì, no, no, e ancora no! Thriller elettorale, per un attimo ho temuto il peggio, una sequela di sì impressionante ma poi, come una vertigine d’amore, tanti no, uno dopo l’altro! Che bello risvegliarsi in un paese ancora democratico, che bella è l’alba. Vi abbraccio cittadini italiani del no, una carezza di compassione anche per chi ha votato sì in buona fede, e una nota di merito per tutti i nostri giovani, loro che vivono ogni alba nel corpo, loro che sono l’incarnazione di un’alba che non muore mai. W la Costituzione! W la Repubblica! Sapete, mi è piaciuto così tanto lavorare che, quasi quasi, a 57 anni vado in cerca di un lav… beh no, adesso non esageriamo Ricky, in fondo sei in età pensionabile più o meno, che ti metti a lavorare proprio adesso quando tutti entrano nel meritato riposo in attesa di quello eterno? L'articolo Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dalla pandemia al riarmo: come queste continue emergenze aumentano le disuguaglianze
di Sara Gandini e Paolo Bartolini Correva il biennio 2020-2021 e, sotto gli effetti della pandemia e dei limiti ricettivi dei nostri ospedali colpiti da un decennio di tagli scriteriati, erano in molti, soprattutto a sinistra, a sostenere misure draconiane in attesa di rilanciare opportunamente la sanità pubblica. Bisognava sopportare, ubbidire con senso di responsabilità e prepararsi per evitare di farci trovare impreparati in caso di nuove minacce alla salute pubblica. Siamo nel 2026 e nulla si è mosso. Come era immaginabile per altro. Del resto, quando si parla di aumentare i posti letto nelle strutture ospedaliere, lo si fa immaginando solo di dover curare i futuri feriti in battaglia, dato che la guerra è divenuta la forza trainante di un’economia suicida. Siamo così passati da una retorica guerresca ad un’altra, senza soluzione di continuità. Dalla guerra al virus allo scontro con il nemico di turno, prima russo, poi musulmano… Tutte le altre emergenze sono sparite dai radar dei media: da quella per la povertà crescente a quella ambientale, mentre armi sempre più letali devastano popolazioni ed ecosistemi. Del resto l’economia del riarmo (e quella del genocidio discussa con coraggio e puntualità da Francesca Albanese) non si cura dei milioni di persone che faticano ad arrivare a fine mese o vivono di lavori precari (gli unici che, non tramutandosi mai in un’occupazione decente, sono diventati a modo loro “a tempo indeterminato”). A livello globale le politiche di austerità e la crescente militarizzazione sono entrambe associate a un aumento significativo della mortalità, a un peggioramento delle malattie croniche e a una riduzione dell’aspettativa di vita. Altroché Covid-19. Parallelamente, le economie orientate al riarmo sottraggono risorse al sistema sanitario, con effetti immediati sulla salute della popolazione per un peggior accesso alle cure, crisi delle infrastrutture sanitarie, e ovviamente un aumento dei problemi psicologici. Nel loro insieme, queste politiche contribuiscono di conseguenza ad ampliare le disuguaglianze sociali di salute e a compromettere intere generazioni. Se prestiamo attenzione a queste tendenze ci accorgiamo che stiamo diventando tutti sacrificabili. La politica, concentrata sull’esigenza di produrre rapidamente decisioni a favore dei grandi centri di interesse (finanziari, industriali ed economici), non riesce più a riflettere con uno sguardo di media-lunga durata. La compressione crescente dei diritti di parola e di critica, è leggibile – come anche la “riforma” proposta dall’attuale governo per controllare i magistrati – dentro la cornice di questo potenziamento degli esecutivi in tempi di caos e di conflitti estesi. Non può esserci spazio, se accettiamo questa logica, per una sanità funzionante e florida, per una medicina territoriale adeguata, per un’occupazione piena e di qualità, per una democrazia vitale. Rimane quindi fondamentale interrogarsi su come vengano costruite e gestite queste continue emergenze. In assenza di un reale coinvolgimento collettivo e di una programmazione di medio-lungo periodo capace di sottrarsi alle sole logiche di mercato e di sicurezza, il rischio è che l’urgenza diventi un dispositivo retorico strumentale agli interessi di mercato. In questo quadro diventa cruciale riaprire spazi di discussione e partecipazione, utilizzando gli strumenti democratici disponibili per interrogare criticamente le scelte politiche in atto e le loro implicazioni di lungo periodo, soprattutto quando incidono sull’equilibrio tra poteri, sulle diseguaglianze economiche e sulla tenuta sostanziale della democrazia. L'articolo Dalla pandemia al riarmo: come queste continue emergenze aumentano le disuguaglianze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Disuguaglianze
Dalla guerra all’economia circolare: la nuova vita delle cassette di cottura – La trave nel piatto, la rubrica di SlowFood
Ingredienti: un gruppo di donne colte e concrete, un’idea visionaria che coniuga bellezza e utilità, un progetto di design e materia. Unire tutti gli ingredienti in una pentola, portarli a ebollizione e trasferirli nella “cassetta di cottura”: uno strumento semplice e rivoluzionario, una scatola che permette di cuocere pietanze lontano dal fornello. Otterrete un presente e un futuro migliori: belli e collettivi, proprio a partire dal cibo. Le cassette di cottura vengono menzionate già nel 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale, nella dispensa “Non Sprecate”, destinata alle massaie. Erano tempi duri in cui mancava tutto: nelle pagine della pubblicazione è illustrata una cassetta di legno o di cartone imbottita all’interno di paglia e usata per ultimare la cottura delle preparazioni dopo averle avviate sul fuoco. Oggi le cassette sono bellissime, efficienti e sostenibili: l’acqua necessaria per la cottura infatti è quasi nulla, perché una volta raggiunto il bollore la pentola viene chiusa in questo forziere di legno e lana e l’acqua non evapora; il gas o l’elettricità servono solo per una breve bollitura iniziale, poi vengono spenti; i materiali di cui sono fatte le cassette sono di recupero, in particolare la lana di pecora considerata rifiuto speciale. Questi oggetti eleganti e funzionali vengono assemblate dalla cooperativa femminile “Filo e Fibra” di San Casciano dei Bagni che si ispira interamente ai principi dell’economia circolare, valorizza preziosi saperi e pratiche tradizionali, esprime un’attenzione e una cura delle persone e delle risorse tali da lasciar immaginare una prospettiva di bellezza concreta e collettiva. Attorno a questo strumento è nata la “Comunità Slow Food delle cassette di cottura”: donne che cooperano, che lavorano gomito a gomito nella cornice valoriale del contrasto allo spreco, della cultura del necessario, del recupero della materia e dell’oggetto, della riduzione dei consumi e di un’attenta gestione del tempo – il tempo della vita privata, il tempo delle cotture lunghe, il tempo che dura la nostra relazione con gli oggetti. C’è tutto questo che bolle nel silenzio ovattato e buio di una cassetta di cottura e di mille altre piccole enormi esperienze, intorno al cibo, come questa: esperienze che stanno cucinando… “un’altra idea di mondo”. *L’autrice Barbara Nappini è presidente di SlowFood Italia L'articolo Dalla guerra all’economia circolare: la nuova vita delle cassette di cottura – La trave nel piatto, la rubrica di SlowFood proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il referendum ci sarà e avrà il suo peso. Eppure la lotta vera comincia dopo
Intanto, si va a votare. Non è un regalo e nemmeno un lusso. I dittatori (Trump, Putin, Mussolini) ammazzano la democrazia, ma non è cosi facile: si può fare solo se dorme, cioè se dormiamo pure io e tu. Secondo, c’è da capire su che cosa si vota. A volte è chiaro, a volte un po’ meno. In questo caso, si parte da questioni “difficili” sulla giustizia; poi spunta, non tanto nascosta, la scelta “Falcone sì Falcone no”; infine, ma bisogna essere molto ingenui o molto svegli per capirlo, è il vecchio scontro elementare fra Bruto e Braccio-di-Ferro. Ovvero il Bullo e il Marinaio, il prepotente e il “non-ci-sto”, insomma ci siamo capiti. La bella per cui si litiga è lunga e secca e tutt’altro che vamp; si chiama Olivia, probabilmente lavora in qualche botteguccia del porto. Dei due contendenti uno è un bestione, l’altro è magrolino e le busca, ma all’ultimo momento tira fuori (di solito è lei che gliela getta) l’arma miracolosa, ossia una modesta lattina di spinaci. Col che tutto finisce come deve, ossia col cattivo che vola via scazzottato e il nostro marinaio che se ne va vincitore con la sua bella. * * * Ammetto che tutto ciò non c’entra niente: dovevamo parlare di politica, no? Però, come il predicatore di “Moby Dick”, non voglio privarvi della morale. “La bella, fratelli miei, è la nostra repubblica. E quanto alla lattina magica, agli spinaci – qualcuno nella bettola alza il viso – ebbene, è la libertà, la vostra quotidiana lotta che vi fa forzuti!”. E qua finisce la predica, e comincia Moby Dick, che vi consiglio assai, già che ci siamo. * * * “Fratelli, votare è un conto (scusate, volevo dire cittadini) ma la cosa importante è quel che faremo dopo il voto…”. Ossia, il momento c’è stato, benissimo, avrà il suo peso; eppure la lotta vera comincia dopo. Il referendum, per quanto importante, è soprattutto un termometro, un segno. Spacca il paese in due, i marinai e i sottomessi, li conta. Segna le forze reciproche e le direzioni. Non lo sanno i giornali e i politici, non lo sappiamo manco noi. Eppure, il giorno dopo, si vedrà con chiarezza. L’operaio della fabbrica, quel giorno di tanti anni fa, non sapeva che quel giorno e quell’anno era il Sessantotto. La ragazzina paesana, uscendo dalla chiesa a testa bassa, non sapeva che fra pochissimo sarebbe arrivato il suo tempo. Né gli studenti di Falcone né i contadini di Pio La Torre immaginavano la Storia; ma la stavano facendo. E tu che sei sceso in piazza, in quest’anno del secolo che è i tuoi vent’anni, non sai – ma lo sai benissimo – che campana sta suonando in questi giorni. L'articolo Il referendum ci sarà e avrà il suo peso. Eppure la lotta vera comincia dopo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il veleno che contamina la mente
L a busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa. Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle. Sostanze tanto perfette che ora sono ovunque: nel sangue, nel latte materno, nei pesci del fiume Brenta, in falde acquifere grandi come il lago di Garda, persino nell’acqua piovana dell’Antartide. Forever chemicals li chiamano gli americani, con quell’attitudine a dare nomi che suonano commerciali a qualunque cosa, anche ai veleni. I PFAS – Per- and PolyFluoroalkyl Substances – sono una famiglia di circa ottomila composti chimici diversi accomunati da una caratteristica molecolare che li rende unici e terribili: una catena di atomi di carbonio e fluoro così stabile che niente in natura riesce a spezzarla. Non esistono batteri che li degradino, non esistono processi naturali che li decompongano. Per questo vengono chiamati inquinanti eterni: una volta rilasciati nell’ambiente, ci restano per sempre. E si accumulano. Nei sedimenti dei fiumi, negli organi degli animali, nel sangue umano dove si legano alle proteine e restano per anni, decenni. Già negli anni Sessanta e Settanta, studi condotti dalle stesse aziende produttrici – DuPont, 3M, Solvay – avevano documentato su animali da laboratorio gli effetti tossici di queste sostanze: danni al fegato, ai reni, alterazioni del sistema immunitario, effetti sul sistema riproduttivo, aumento dell’incidenza tumorale. Ma quei dati vennero sistematicamente occultati, mai condivisi con le autorità sanitarie né con la comunità scientifica. Ci vollero le battaglie legali degli anni Novanta e Duemila – come quella dell’avvocato Robert Bilott contro la DuPont nel West Virginia, diventata poi il film Cattive acque (2019) di Todd Haynes – per portare alla luce decenni di menzogne. Le perizie tossicologiche e gli studi epidemiologici sulle popolazioni esposte hanno confermato quello che le aziende sapevano da tempo: i PFAS sono interferenti endocrini, sostanze che mimano o bloccano l’azione degli ormoni naturali. Causano tumori, malattie cardiovascolari, disfunzioni tiroidee. Riducono la risposta immunitaria ai vaccini nei bambini. Compromettono la fertilità. E attraversano la placenta, contaminando il feto, poi passano nel latte materno, avvelenando i neonati nell’atto stesso che dovrebbe nutrirli e proteggerli. > Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità era di 8 > nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli > ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi > ancora attraverso il latte durante l’allattamento. Quando Patrizia ha ricevuto anche i suoi risultati – lei ne aveva di più, molti di più, ma nel frattempo il suo corpo se n’era liberato trasferendoli alla figlia – ha chiamato il numero dell’associazione Mamme No PFAS che aveva trovato su internet. La donna che le ha risposto non le ha fatto domande, non le ha chiesto spiegazioni. Le ha solo detto: “Lo so. Lo so cosa stai provando. L’ho provato anch’io”. E in quelle poche parole c’era il riconoscimento di qualcosa che va oltre il dato medico, oltre la statistica epidemiologica, oltre persino il dramma sanitario vero e proprio. C’era il riconoscimento di una violenza che colpisce l’identità più profonda, quella di madre, di custode, di protettrice. Una violenza che trasforma l’atto più naturale dell’esistenza umana – nutrire il proprio figlio – in veicolo involontario di contaminazione. Due psicologi sociali, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto – professori all’Università di Padova ‒, dal 2018 stanno raccogliendo e ascoltando storie come quella di Patrizia. Hanno percorso le strade della zona rossa, sono entrati nelle case, hanno partecipato alle assemblee delle Mamme No PFAS, hanno raccolto testimonianze di madri e padri, di agricoltori che non sapevano più se vendere i prodotti dei loro campi, di giovani che si chiedevano se potevano avere figli senza trasmettergli il veleno. Il risultato è un libro – Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, pubblicato dalla Padova University Press nel 2021 – che fa qualcosa di insolito per la letteratura scientifica italiana: racconta l’avvelenamento non dell’acqua e dei corpi, di cui si era già scritto molto, ma della mente e delle relazioni umane. Del senso di colpa materno che si annida tra i risultati degli esami del sangue, della responsabilità dei genitori che diventa insopportabile quando scoprono che non c’è nulla che possano fare per proteggere i figli da un veleno che è già nel loro sangue da anni. Le madri intervistate da Zamperini e Menegatto raccontano tutte, con parole diverse ma con la stessa sostanza, di un’angoscia specifica e difficile da descrivere a chi non l’ha vissuta. Una di loro spiega che si era biologicamente liberata dei PFAS trasferendoli alle figlie durante la gravidanza e l’allattamento, e che ora ogni volta che le guarda sente un peso sul petto che non riesce a togliersi: “Diventa dura continuare a fare la madre”. Non è retorica da intervista, è la descrizione clinica di un trauma che devasta l’identità. Certo, il mesotelioma o il tumore ai reni potrebbero venire tra vent’anni, tra trenta, potrebbero anche non comparire mai se si è fortunati. Ma la ferita psicologica è qui, adesso, ogni giorno. È nelle cene in cui si guarda il piatto e ci si chiede se quel pomodoro dell’orto di casa, quel pesce che il marito ha pescato nel fiume come faceva suo padre, quella carne dell’allevamento locale stiano accumulando altro veleno. È nel futuro che perde progettualità perché è sovrastato dalla probabilità statistica di una malattia, nelle domande che si evitano di fare al medico per paura delle risposte, nell’angoscia che si attiva ogni volta che la figlia ha un piccolo sintomo qualsiasi, anche solo un po’ di mal di gola. > Il senso di tradimento è forse il sentimento più corrosivo di tutti: > tradimento da parte delle istituzioni, delle aziende, della scienza stessa che > per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli > erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Le interviste rivelano una costellazione di sofferenze che gli psicologi clinici riconoscerebbero come un disturbo post-traumatico da stress, anche se in questo caso il trauma non è un evento singolo e definito ma un’esposizione cronica e pervasiva. C’è l’ipervigilanza rispetto al proprio corpo e a quello dei figli. C’è la ruminazione costante: quell’acqua che hanno bevuto per anni, quel cibo che hanno mangiato pensando fosse sano perché era a chilometro zero, quella gravidanza condotta senza sapere che si stava trasmettendo anche veleno oltre alla vita. C’è la colpa retrospettiva per non aver saputo, anche se obiettivamente non c’era modo di sapere quando le istituzioni tacevano e le aziende mentivano. E c’è il senso di tradimento, forse il sentimento più corrosivo di tutti: il tradimento da parte delle istituzioni che dovevano vigilare e invece hanno taciuto, delle aziende che sapevano e hanno nascosto, della scienza stessa che per decenni ha assicurato che quelle sostanze erano sicure, che i livelli erano accettabili, che non c’erano evidenze di rischio. Lo stesso schema – con varianti locali ma con una struttura psicologica sorprendentemente convergente – si ripete a pochi chilometri di distanza, in provincia di Alessandria. A Spinetta Marengo, piccola frazione di circa cinquemila abitanti, lo stabilimento Syensqo (fino a poco tempo fa Solvay, prima ancora Ausimont, prima ancora Montedison) produce polimeri fluorurati dal 2002, quando la multinazionale belga rilevò l’impianto. Ma la storia di quel sito industriale è molto più lunga: nasce nel 1905 dalla Montecatini, cambia proprietà e produzioni nel corso del Novecento, accumula nei decenni un’eredità di contaminazioni che si sovrappongono come strati geologici. Cromo esavalente, arsenico, piombo, DDT, idrocarburi pesanti, cloroformio. E poi i PFAS, arrivati più di recente ma destinati a restare più di tutti gli altri proprio per quella caratteristica che li rende tanto utili all’industria: l’indistruttibilità. Secondo il registro europeo delle emissioni e il trasporto di inquinanti, tra il 2007 e il 2023 questo stabilimento ha riversato nell’atmosfera una media di 2.828 tonnellate l’anno di sostanze fluorurate, che rappresentano circa il 75% di tutte quelle rilasciate in Italia. Il cC6O4, una molecola che la Solvay ha brevettato presentandola come alternativa più sicura al vecchio PFOA (che era stato classificato come cancerogeno), è stato ritrovato nelle acque potabili di Torino, della Val di Susa, persino in alcuni comuni della provincia di Sondrio, a centinaia di chilometri di distanza. Ma Spinetta è l’epicentro, il punto zero. Qui, nel raggio di tre chilometri dallo stabilimento, ci si ammala e si muore più che nel resto del Piemonte. Gli studi epidemiologici condotti dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Piemonte e dall’ASL di Alessandria – studi che l’azienda ha contestato ma che non ha mai smentito nei dati – documentano un incremento significativo di tumori epatici e biliari, mesoteliomi, sarcomi, malattie cardiache rispetto alla popolazione di controllo. La popolazione di Spinetta ha vissuto per decenni in quella che potremmo chiamare una sospensione kafkiana. Tutti sapevano, in qualche modo, che qualcosa non andava: le foglie degli alberi cadevano fuori stagione senza un motivo apparente; i fumi uscivano dai settantadue camini della fabbrica, quando il tempo era freddo, e si condensavano e precipitavano come una neve chimica depositandosi con la brina. La gente aveva smesso da anni di usare l’acqua di pozzo per bere e cucinare, ma senza parlarne apertamente, come se fosse una precauzione individuale e non il sintomo di un problema collettivo. Come se nominare esplicitamente il problema lo rendesse più reale, più minaccioso, più inevitabile. > Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più > inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della > sopravvivenza psichica. È una dinamica che la psicologia sociale dei disastri ha studiato e documentato in molti contesti: la negazione collettiva come meccanismo di difesa di fronte a un pericolo che eccede la capacità sia individuale che comunitaria di farvi fronte in modo efficace. Perché se io, singolo cittadino di Spinetta Marengo, riconosco pubblicamente che la contaminazione c’è ed è grave, allora devo anche agire di conseguenza. Ma cosa posso fare contro una multinazionale che impiega mille persone nell’area, che ha il sostegno delle istituzioni locali e nazionali, che produce sostanze che i suoi avvocati descrivono come “indispensabili” all’economia globale? Posso andarmene, forse, se ho i mezzi economici per farlo e se sono disposto a svendere e abbandonare la casa dove sono nato, il lavoro che ho costruito in anni, la rete di relazioni che mi tiene in vita. Oppure posso restare e negare, normalizzare, fare finta che sia tutto nella norma. E così le battute sui fumi della fabbrica diventano parte del folklore locale, qualcosa di cui si ride al bar davanti al bianco delle 10 per esorcizzare la paura, per renderla gestibile attraverso l’ironia. Questa normalizzazione del disastro è forse il fenomeno psicosociale più inquietante (e insieme più comprensibile) dal punto di vista della sopravvivenza psichica. A Casale Monferrato l’hanno vissuta per ottant’anni, dall’apertura dello stabilimento Eternit nel 1907 fino alla sua chiusura per fallimento nel 1986. In quel periodo, cinquemila persone hanno lavorato in quello che era il più grande sito produttivo di manufatti in cemento-amianto d’Europa, quasi centomila metri quadrati di estensione. Quasi tutti quei lavoratori sono morti per patologie asbesto-correlate, principalmente mesotelioma pleurico, un tumore aggressivo con un periodo di latenza fino a quaranta o cinquant’anni e una prognosi quasi sempre infausta. Ma non sono morti solo i lavoratori diretti dell’Eternit. Sono morti i cittadini esposti alle fibre che si disperdevano nell’aria durante il trasporto e la macinazione a cielo aperto degli scarti. Sono morti i bambini che giocavano con il “polverino” che l’azienda distribuiva gratuitamente come isolante per i sottotetti, una polvere finissima di cemento e fibre di amianto che i genitori usavano pensando di fare un affare e che invece stava seminando morte. Sono morte le mogli che lavavano le tute dei mariti operai. Oggi a Casale Monferrato – una città di poco più di trentaduemila abitanti – vengono diagnosticati circa cinquanta casi di mesotelioma all’anno. Uno ogni settimana, per dirla con una regolarità da metronomo che scandisce il ritmo della morte industriale. Eppure, per decenni, lavorare all’Eternit fu considerato un privilegio sociale, un’opportunità che garantiva stabilità economica e rispettabilità. Le paghe erano leggermente più alte rispetto ad altre aziende della zona, il posto era sicuro, l’azienda godeva di ottima reputazione. I padri chiedevano alle figlie in età da matrimonio: “Dove lavora questo tuo moroso?”. Se la risposta era “All’Eternit”, era una garanzia, un segno di buonsenso e di futuro assicurato. Il nome stesso – Eternit, dal latino aeternitas – prometteva l’indistruttibilità, la durata nel tempo, qualcosa che avrebbe attraversato le generazioni. E in effetti ha attraversato le generazioni, ma non nel modo in cui si sperava: l’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha dovuto ridefinire completamente la propria identità. > L’amianto è davvero eterno, resta nei polmoni, nei tessuti, nei terreni > bonificati solo in superficie, nel DNA collettivo di una comunità che ha > dovuto ridefinire completamente la propria identità. “Non lo chiamiamo disastro di Casale”, dicono gli attivisti dell’Associazione familiari e vittime Amianto: “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il disastro Eternit”. Può sembrare una precisazione minima, quasi pedante, ma è fondamentale dal punto di vista psicologico e identitario. È la rivendicazione di non essere identificati con il crimine che hanno subito, di non essere stigmatizzati per qualcosa che altri hanno fatto deliberatamente per profitto. Casale Monferrato è stata la prima città in Italia – e una delle prime al mondo – a cui gli psicologi hanno applicato il concetto di “resilienza comunitaria””, non nel senso superficiale con cui il termine viene oggi abusato, ma nella sua accezione clinica più rigorosa: la capacità di attraversare il trauma, elaborarlo collettivamente e trasformarlo in qualcosa di diverso senza negarlo né esserne completamente schiacciati. Il Parco Eternot, sorto sulle ceneri della fabbrica dopo anni di bonifica costata decine di milioni di euro, è un simbolo potente e ambiguo di questa trasformazione. Dove c’era il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa ora c’è un parco pubblico con aree gioco per bambini e un’arena per eventi culturali. Dove si respirava la morte ora si respira l’aria di un bosco piantato dall’uomo. Ma sotto lo strato di terra pulita portata da altrove, il veleno è ancora là, sigillato in due enormi vasche di contenimento dove sono stati riposti i terreni contaminati, le macerie della fabbrica demolita, il reattore sigillato in un sarcofago di cemento, persino i macchinari usati per la demolizione perché anch’essi erano troppo contaminati per essere riutilizzati. È come il trauma nella psiche collettiva della città: elaborato, contenuto, trasformato in memoria e in impegno civile, ma mai completamente cancellato né cancellabile. Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. Chi viene da queste aree porta addosso un marchio invisibile ma percepibile, una sorta di contaminazione sociale che si sovrappone a quella chimica. Nel 1976, dopo che la nube di diossina dell’ICMESA aveva investito Seveso e i comuni limitrofi nella bassa Brianza, dichiarare di essere “di Seveso” o “di Meda” scatenava reazioni di paura, diffidenza e discriminazione paragonabili a quelle vissute dai lombardi nei primi mesi della pandemia da Covid-19, quando dire di venire dalla Lombardia poteva significare essere trattati come untori. La diossina TCDD – uno dei composti più tossici tra quelli noti alla chimica – aveva investito case, campi, animali il 10 luglio di quel sabato del 1976, quando il sistema di controllo del reattore dello stabilimento ICMESA andò in avaria e la pressione espulse nell’aria il contenuto del reattore. Duecentoquaranta persone furono colpite dalla cloracne, una dermatosi devastante che crea lesioni e cisti sebacee sulla pelle. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono nel giro di poche ore. Migliaia di animali – tremila morti spontanee, settantaseimila abbattuti preventivamente – contaminarono la catena alimentare prima che qualcuno capisse cosa stava succedendo. Ma per otto giorni nessuno informò la popolazione di quello che era realmente accaduto. Otto giorni durante i quali i bambini continuarono a giocare all’aperto, le famiglie continuarono a vivere normalmente, gli agricoltori continuarono a raccogliere e vendere i prodotti dei loro campi. Quando finalmente arrivarono le evacuazioni e le zonizzazioni, la fiducia nelle istituzioni era già irrimediabilmente infranta. Emanuela Macelloni, sociologa che ha dedicato anni di ricerca al caso Seveso, lo spiega con una lucidità che viene dall’aver parlato con centinaia di persone: “Il primo aspetto è stato il silenzio. Per giorni non si capì la portata di quello che era successo. La fiducia si è incrinata da allora e non si è più ricomposta”. Questo trauma collettivo ha prodotto quello che gli psicologi chiamano “frattura del contratto sociale”, quel patto implicito tra cittadini e istituzioni per cui io obbedisco alle leggi e pago le tasse e in cambio tu mi proteggi, mi informi, garantisci i miei diritti fondamentali. Quando quel contratto si rompe, si apre una voragine nella struttura sociale che è difficilissimo richiudere. > Lo stigma territoriale che si attacca alle zone contaminate è una delle > conseguenze più insidiose e meno studiate della violenza ambientale. E la comunità si frammenta. A Seveso la nube aveva frammentato fisicamente il territorio, portando allo sgombero di oltre settecento persone, alla divisione in zone separate da transenne e divieti, alla marginalizzazione sociale di chi abitava nelle aree più contaminate. Ma aveva frammentato anche le relazioni personali in modi più sottili e dolorosi. Chi era stato evacuato e chi era rimasto. Chi aveva deciso di abortire – la diossina causa malformazioni fetali gravi e la polemica fu feroce – e chi aveva portato avanti la gravidanza vivendo nove mesi di terrore puro. Chi aveva accettato i risarcimenti offerti dalla Givaudan e chi li aveva rifiutati considerandoli moneta sporca. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno documentato non solo l’incremento di patologie tumorali e cardiocircolatorie nella popolazione esposta, ma anche il peso dello stress psicosociale come fattore aggravante. In altre parole: il veleno chimico e il veleno psicologico si sono sommati e hanno ucciso più di quanto avrebbe fatto ciascuno dei due da solo. La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla contaminazione e dalle sue conseguenze. A Taranto, città sospesa da decenni tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, la lacerazione attraversa le famiglie, divide i quartieri, contrappone chi lavora nello stabilimento e chi ci vive accanto. L’Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, ma il nome con cui tutti continuano a chiamarla è quello storico – è il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, un colosso industriale che impiega circa quattordicimila persone e che per molti tarantini rappresenta non solo un posto di lavoro ma un’identità, una ragione di esistenza della città stessa. Ma le emissioni di quel colosso – diossine, benzene, polveri sottili PM10, metalli pesanti come arsenico, piombo, vanadio, nichel, cromo – hanno avvelenato Taranto e i suoi abitanti per decenni. Le perizie epidemiologiche presentate nel processo del 2012 hanno quantificato in trecentottantasei i decessi causati dalle emissioni industriali tra il 1998 e il 2010, con una media di circa trenta morti all’anno. Duecentotrentasette casi di tumori maligni e duecentoquarantasette eventi coronarici con ricovero ospedaliero nello stesso periodo. Il quartiere Tamburi, che si trova letteralmente all’ombra dell’Ilva, ha tassi di malattia significativamente superiori al resto della città. Eppure ogni proposta di chiusura o di riconversione radicale dello stabilimento viene accolta da una parte consistente della popolazione come una minaccia esistenziale quasi equiparabile alla contaminazione stessa. Senza l’Ilva, dicono, Taranto muore. Il ricatto occupazionale rende i disastri ambientali industriali particolarmente complessi sul piano psicologico e sociale, perché trasforma le vittime in complici necessarie, sia pure involontarie e forzate, del sistema che le avvelena. Gli operai che lavoravano all’Eternit sapevano, almeno dagli anni Sessanta in poi, che l’amianto era pericoloso, ma avevano bisogno di quel lavoro per mantenere le famiglie. I residenti di Spinetta Marengo vedono ogni giorno i fumi tossici della Solvay, ma sanno che quello stabilimento dà lavoro a mille persone. A Taranto il dilemma si ripresenta ogni giorno, si manifesta in piazza con cortei opposti: salute o lavoro? Ambiente o economia? Futuro dei figli o presente delle famiglie? Ma questa è, e va denunciata come tale, una falsa dicotomia costruita ad arte per paralizzare ogni possibilità di cambiamento reale. Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto, non in una società che ha scritto nella propria Costituzione che la salute è un diritto fondamentale e che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza. Quando queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno – e quel qualcuno ha nome e cognome, ha una posizione nei consigli di amministrazione – ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia più volte per l’inquinamento dell’Ilva, evidenziando come le autorità statali non abbiano nemmeno informato i cittadini sui rischi concreti che correvano, violando il loro diritto fondamentale di sapere. > La coesione sociale di una comunità, quando esiste ed è forte, può fare molto > per ridurre l’impatto psicosociale dei disastri ambientali. Ma il problema è > che proprio quella coesione è spesso la prima cosa che viene distrutta dalla > contaminazione e dalle sue conseguenze. L’informazione negata, il diritto di conoscere violato, il silenzio istituzionale: questo è forse il denominatore comune più doloroso di tutti i disastri ambientali italiani. Le persone della zona rossa PFAS in Veneto raccontano che hanno scoperto della contaminazione solo nel 2013, quando l’ARPA Veneto diffuse i primi dati, e che fino ad allora avevano bevuto quell’acqua per decenni senza che nessuno dicesse loro nulla. I cittadini di Seveso hanno scoperto che la nube conteneva diossina solo dieci giorni dopo l’esplosione del reattore, dieci giorni durante i quali avevano continuato a vivere normalmente. A Spinetta Marengo, quando Legambiente ha chiesto all’azienda di rendere pubblici i dati completi sulle emissioni, la Syensqo si è opposta invocando il segreto industriale, e solo un’ordinanza del TAR ha costretto l’azienda e la Provincia a divulgare almeno parte di quei dati. Quando le istituzioni e le aziende si arrogano il diritto di decidere cosa i cittadini devono sapere sulla propria salute, stanno esercitando una forma di violenza forse più insidiosa di quella chimica, perché nega alle persone la possibilità stessa di essere soggetti attivi della propria vita. Eppure le comunità reagiscono. Dalla devastazione nascono forme di organizzazione, di resistenza, di rivendicazione di dignità e di diritti. Le Mamme No PFAS sono diventate in pochi anni un soggetto politico fondamentale nella battaglia per la giustizia ambientale in Veneto. Non avevano esperienza pregressa di attivismo, molte non avevano mai partecipato a un’assemblea pubblica prima di scoprire che i loro figli avevano il veleno nel sangue. Ma la scoperta della contaminazione le ha trasformate, le ha fatte rinascere – è il termine che usano alcune di loro – con identità nuove e insospettate. Di fronte a questioni che riguardano la sopravvivenza fisica dei figli, i discorsi minimizzanti delle istituzioni (“i livelli sono accettabili”, “non ci sono evidenze certe di rischio”, “stiamo monitorando la situazione”) perdono qualsiasi credibilità. Le madri insistono, vanno a cercare le risposte che le istituzioni non danno, si mettono a studiare chimica e tossicologia sui libri e su Internet, imparano a leggere le perizie e a contestare i dati parziali. E quando le risposte non arrivano da un’istituzione, vanno dall’altra. E quando tutte le istituzioni italiane hanno esaurito la loro utilità, vanno in Europa, alla Corte dei diritti umani, al Parlamento europeo. Non si fermano, perché non possono permettersi di fermarsi quando in gioco c’è la vita dei figli. > Il lavoro e la salute non dovrebbero mai essere posti in conflitto. Quando > queste due dimensioni vengono messe in contraddizione, significa che qualcuno > ha scelto deliberatamente il profitto contro entrambe. L’Associazione familiari e vittime amianto di Casale Monferrato, fondata negli anni Ottanta quando ancora lo stabilimento Eternit era in attività, è diventata nel tempo un punto di riferimento mondiale nella lotta contro l’amianto e per i diritti delle vittime. A Seveso, dopo decenni di silenzio e di elaborazione difficile, le associazioni ambientaliste e i comitati di cittadini sono riusciti a impedire che nella zona contaminata venisse costruito un inceneritore: da un luogo di morte, hanno detto, deve nascere vita, non altri fumi tossici. E così è nato il Bosco delle Querce, un parco regionale dove prima c’erano le vasche che contenevano i terreni più avvelenati d’Europa. Ma questa capacità di resilienza, di trasformazione del trauma in impegno civile, non va idealizzata né usata per scaricare responsabilità dalle istituzioni e dalle aziende sulle vittime. Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. Il fatto che lo facciano dimostra una forza umana straordinaria. Ma non giustifica le violenze subite, non cancella i morti, non risana i corpi avvelenati, non restituisce i figli alle madri che li hanno persi per mesotelioma a trent’anni. Questi costi psicologici e sociali vengono sistematicamente rimossi dai discorsi pubblici. I corpi contaminati diventano numeri in una tabella, le persone scompaiono dentro le statistiche epidemiologiche e ricompaiono solo come “casi” o come “soggetti esposti”. La psicologia sociale dei disastri ecologici, come la praticano Zamperini, Menegatto e altri ricercatori che hanno scelto di mettere al centro le persone e non solo i dati, combatte questa rimozione sistematica. E serve a due scopi interconnessi: da un lato permette di progettare interventi di supporto psicologico mirati sui bisogni specifici che emergono da queste situazioni; dall’altro informa i decisori politici facendo capire che le questioni ambientali non sono mai “solo” ambientali ma sempre anche sociali, economiche, psicologiche, esistenziali. Che chiudere un’azienda inquinante non è solo un costo economico ma anche un investimento in salute fisica e mentale. C’è poi la questione, mai davvero affrontata in modo serio dalle istituzioni italiane, della giustizia. “Chi inquina paga” è un principio scritto nelle direttive europee, ripetuto in tutti i convegni. Ma resta largamente inapplicato. I processi Eternit si sono conclusi in Cassazione con un’assoluzione per prescrizione che ha fatto scandalo in tutta Europa. L’Ilva continua a produrre con deroghe su deroghe e decreti “salva-Ilva” che puntualmente mettono la produzione prima della salute. La Miteni ha dichiarato fallimento nel 2018 scaricando i costi della bonifica sulla collettività. Le multinazionali cambiano nome con una facilità sconcertante, e a ogni cambio di nome sembra cadere anche la memoria delle responsabilità. La Solvay diventa Syensqo, ma le emissioni continuano, i PFAS continuano ad accumularsi nei corpi e nell’ambiente. L’Ilva diventa Acciaierie d’Italia, cambia proprietà, ma i fumi continuano a uscire dai camini e a depositarsi sul quartiere Tamburi. E intanto le madri continuano a scoprire PFAS sempre più alti nel sangue dei figli nati negli ultimi anni, nonostante i depuratori e le promesse. I medici continuano a diagnosticare un mesotelioma a settimana a Casale Monferrato, quarant’anni dopo la chiusura dello stabilimento. Le polveri rosse di ferro continuano a depositarsi sulle auto e sui balconi di Taranto ogni volta che c’è vento dal mare. > Le comunità colpite non dovrebbero essere costrette a essere resilienti: non > dovrebbero dover trasformare il trauma in lotta, la vittimizzazione in > militanza per ottenere quello che dovrebbe essere garantito per legge. La violenza ambientale è, per sua natura, una violenza invisibile agli occhi di chi non la subisce direttamente, perché i veleni sono spesso inodori e incolori, perché le malattie hanno tempi di latenza lunghi, perché le vittime sono geograficamente concentrate e quindi marginalizzabili nel discorso pubblico nazionale. Ma per chi la subisce è una violenza totalizzante, che contamina non solo i corpi ma anche le menti, le relazioni, la capacità di progettare un futuro. Contamina la maternità stessa, trasformando l’atto di nutrire un figlio in veicolo di trasmissione del veleno. Rende il futuro non più un orizzonte di possibilità ma un tempo carico di malattie probabili che già condizionano ogni scelta. E questa violenza è sistematica, non occasionale. Eppure continuiamo a chiamare queste situazioni “incidenti”, “emergenze”, al massimo “disastri”. Come se fossero catastrofi ineluttabili. Come se non ci fossero responsabili precisi, scelte deliberate, profitti miliardari costruiti sulla salute di persone che vivevano pensando di essere al sicuro. La nube di diossina di Seveso non è uscita per caso da un cielo limpido un sabato di luglio. È uscita perché la Givaudan aveva deciso di aumentare la produzione aggiungendo un quinto ciclo che veniva avviato il venerdì e lasciato incustodito per tutto il weekend, una pratica che violava ogni principio di sicurezza ma che permetteva di produrre di più e guadagnare di più. I PFAS della Miteni non sono finiti nelle falde acquifere del Veneto per sfortuna o per un errore tecnico imprevedibile. Ci sono finiti perché per cinquant’anni quell’azienda ha scaricato i reflui di produzione senza adeguati trattamenti, sapendo benissimo cosa stava facendo. L’amianto dell’Eternit non è diventato polvere mortale per destino. È diventato polvere mortale perché per ottant’anni quell’azienda ha macinato gli scarti a cielo aperto, ha trasportato le materie prime senza coperture, ha tenuto aperti i portoni dei reparti, ha distribuito gratuitamente ai cittadini il polverino contaminato, ha continuato a produrre anche quando ormai, dagli anni Sessanta, era chiaro a tutti gli addetti ai lavori che l’amianto causava il mesotelioma. Dietro ogni disastro ambientale ci sono decisioni, verbali di consigli di amministrazione, uomini e donne con nomi e cognomi che hanno scelto consapevolmente di privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone. Riconoscere questo significa riconoscere che si tratta di violenza e non di incidenti. Non una violenza accidentale, estemporanea, ma strutturale, sistematica, intergenerazionale. Le comunità contaminate ce lo stanno dicendo da decenni, con la loro sofferenza, con la loro rabbia, con la loro resistenza organizzata. Forse, dopo decenni di sordità istituzionale, è arrivato il momento di ascoltarle davvero, di prendere sul serio quello che dicono, di agire di conseguenza. Oggi, mentre scriviamo queste righe, Patrizia sta ancora cercando le parole per dire a sua figlia che ha i PFAS nel sangue. Ha deciso che glielo dirà domani, dopo scuola, quando tornerà a casa. Le dirà che non è colpa sua, che non è colpa di nessuno se non di chi ha scaricato quel veleno nell’acqua per cinquant’anni. Le dirà che si controllerà la salute, che farà tutti gli esami necessari, che i medici stanno studiando e imparando. Le dirà che non è sola, che ci sono migliaia di ragazzi e ragazze nella stessa situazione, che c’è un’associazione di mamme che lottano per loro. Le dirà tutto questo e spera che basti, anche se sa che non basterà, che niente può bastare di fronte a una violenza così radicale, così ingiusta, così evitabile. E in quel momento, seduta al tavolo della cucina con la busta gialla davanti, comprenderà – se non l’ha già compreso – che la violenza che ha subito non è solo chimica ma antropologica. Ha avvelenato la funzione stessa della maternità, ha inquinato il gesto della cura, ha contaminato il legame primario tra generazioni che è il fondamento di ogni società umana. Non ci sono parole giuste per questo dolore. Non ci sono risarcimenti che possano compensarlo. C’è solo la necessità assoluta, urgente, non più rinviabile, che non accada mai più. A nessuna madre, a nessun figlio, in nessun luogo. Mai più. L'articolo Il veleno che contamina la mente proviene da Il Tascabile.
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A Dubai bloccato in aeroporto ho trovato due angeli custodi: impariamo a riconoscerli e farci aiutare
Durante il primo giorno di questa folle guerra mi trovavo in viaggio con tappa a Dubai. Io e mia moglie eravamo in difficoltà per il blocco dei voli. Due giovani trentenni e un terzo più giovane si sono uniti a noi per trovare una soluzione. Il ragazzo in sei ore di lavoro indefesso su Internet, finalmente, è riuscito a trovare voli alternativi e a riportarci, con qualche scalo in più, a casa. Questa vicenda mi ha fatto riflettere sugli Angeli custodi, in quanto questa giovane coppia è come se ci avesse adottato per supplire alle nostre carenze informatiche, tecnologiche e linguistiche. Secondo la tradizione cristiana l’Angelo custode è un’entità che promana da Dio e che viene inviata sulla terra per assistere, con riservatezza, ognuno di noi. La discrezione consiste nel fatto che non si appalesa e non costringe, ma consiglia e propone un aiuto. Purtroppo, accanto, esisterebbero (sempre secondo la tradizione) diavoli tentatori. Da un punto di vista psicologico, inconsciamente, ognuno acquisisce nell’infanzia la convinzione profonda che esista qualcuno che agisce su di noi. Nasciamo inermi e abbiamo bisogno dell’aiuto e assistenza da parte di figure genitoriali, ma anche di tante altre persone fra cui parenti, medici, insegnanti, assistenti sociali e amici. Questa fragilità, molto particolare e quasi esclusiva della nostra specie, in quanto molti altri animali hanno già alla nascita maggiore autonomia, ci porta a sentire inconsciamente il bisogno dell’altro. L’evoluzione sociale e la costruzione di civiltà sono, presumibilmente, il frutto di questo profondo bisogno inconscio. Purtroppo nel tempo disillusioni o esperienze traumatiche ci porteranno ad essere scettici. Se notate i bambini si affidano, mentre molti adulti appaiono chiusi in una terribile solitudine esistenziale. Se vogliamo tornare alla bella metafora dell’Angelo custode potremmo affermare che molte persone ne incontrano parecchi nel corso della propria vita, ma spesso non li riconoscono e non accettano il loro aiuto. In quarant’anni di lavoro come medico, ho provato a diventare un Angelo custode per i miei pazienti. Per fortuna molti hanno accettato il mio aiuto, ma ho trovato anche diversi ammalati che, chiusi nel loro dolore, non hanno raccolto la mano che provavo a tendere. L’auspicio che voglio formulare con questo scritto è che ognuno di noi riesca a riconoscere le persone maligne che indubbiamente ci circondano (purtroppo ne potremmo elencare diverse fra i potenti del mondo), ma allo stesso tempo sia in grado di accettare l’aiuto di tante buone persone che ci circondano. Il mondo è governato per larga parte da fanatici che, col paravento di un messaggio divino, perseguono la distruzione degli altri per sentirsi più sicuri. Questa sicurezza però non è mai sufficiente, per cui i nemici aumentano e di conseguenza la necessità di armarsi per distruggere “preventivamente” ogni minaccia. Mi ha colpito come un personaggio indubbiamente intelligente e immerso nella rivoluzione tecnologica come Peter Thiel sia arrivato a parlare con insistenza dell’Anticristo per giustificare le sue posizioni di destra estrema. La fotografia del presidente degli Stati Uniti che viene benedetto da un gruppo di religiosi è un’immagine forte che, associata al conflitto in atto, porta alla mente le guerre di religione. Il mio Dio contro il tuo. La mia fede contro la tua. Credere nella bontà di base degli esseri umani è arduo e quindi affidarsi diviene sempre più difficile. Per questo tanti Angeli custodi (esseri umani normali che sono pronti a fare del bene) falliscono nel loro compito in quanto tutti siamo scettici, arrabbiati e prevenuti. Ci rechiamo al pronto soccorso già incolleriti e aggrediamo il personale perché ci fa attendere, andiamo a scuola con la convinzione che il professore sia prevenuto contro di noi, se incontriamo un giudice che non ci dà pienamente ragione, pensiamo sia corrotto. Sono contento di aver accettato l’aiuto dei due Angeli custodi, che tra l’altro durante la vacanza avevano deciso il loro prossimo matrimonio. Un caso fortunato li ha messi sul nostro cammino. E auspico che ognuno di noi accetti l’aiuto che gli altri esseri umani gli porgono. L'articolo A Dubai bloccato in aeroporto ho trovato due angeli custodi: impariamo a riconoscerli e farci aiutare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi lavora per la pace? Ecco la mappa del disarmo e della nonviolenza in Italia
“Sono stato ingannato nella mia giovinezza, e sono stato ingannato anche da coloro che sapevano che ero giovane. Erano perfettamente informati. Sapevano che avevo vent’anni. Era scritto nei loro registri. Loro, invece, erano uomini, invecchiati, che conoscevano la vita e le astuzie, e che sapevano esattamente cosa bisogna dire ai ragazzi di vent’anni affinché accettino il salasso. C’erano professori, tutti i professori che avevo avuto fin dalle scuole medie, magistrati della Repubblica, ministri, il presidente che firmò i manifesti, insomma tutti quelli interessati in qualche modo a sfruttare il sangue di bambini di vent’anni”. Gli studenti tedeschi che il 5 marzo hanno scioperato per la seconda volta in tre mesi contro la leva militare, rifiutano di subire ancora l’inganno raccontato da Jean Giono nell’articolo pubblicato sulla rivista Europe nel 1934, ricordando il suo essere stato gettato, con una generazione di bambini europei, nell’”inutile strage” della prima guerra mondiale (oggi in Mi rifiuto di obbedire, Einaudi, 2025). Mentre anche gli studenti del resto d’Europa cominciano a mobilitarsi contro i processi di militarizzazione che li cercano, già da anni rifiutano l’inganno tanti obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti, costituendo davvero, dentro la guerra mondiale in corso, l’unico “asse del bene” possibile. Anche in Italia c’è una forte contrarietà, mista a grave preoccupazione, in ogni fascia d’età per il progressivo trascinamento del nostro Paese in guerra – ormai “sull’orlo dell’abisso” come ha ammesso in Parlamento il ministro Crosetto – con la sudditanza del governo agli interessi dell’asse criminale Trump-Netanyahu. Ma questi sentimenti rischiano di trasformarsi in rassegnazione e impotenza oppure esaurirsi nelle sole, necessarie ma non sufficienti, manifestazioni di piazza: perché siano politicamente generativi devono trasformarsi nella partecipazione attiva e continuativa di ciascuno alla costruzione dell’asse del bene. A partire dalla conoscenza e dal collegamento con la mappa dei fondamentali punti di riferimento per il disarmo e la nonviolenza del nostro paese. Perlopiù ignorati dai media, che si guardano bene dal dare parola e visibilità a chi lavora quotidianamente e costruttivamente per la pace con mezzi pacifici, sui piani organizzativo, politico, formativo e culturale. Eccone alcuni. Dal punto di vista organizzativo è necessario il riferimento alla Rete Italiana Pace e Disarmo, il network che coordina il più ampio numero di organizzazioni nazionali che lavorano a tempo pieno per la pace, il disarmo e la nonviolenza, operando prevalentemente attraverso campagne di cambiamento di lungo periodo. Intanto, dalla Sardegna all’Emilia Romagna, si stanno costituendo anche reti regionali, che aggregano le reti territoriali, anche in dialogo con le amministrazioni locali: è una società civile che fa dell’impegno per la pace non un tema occasionale, rispetto al quale mobilitarsi “al bisogno” sull’indignazione e l’emergenza del momento, ma una declinazione costante sui diversi piani per la decostruzione di tutta la filiera della guerra e della sua preparazione e la costruzione delle alternative, dalla dimensione strutturale a quella culturale. Sono politiche attive di pace agite dal basso. Tra le campagne in corso, la Campagna di Obiezione alla guerra curata dal Movimento Nonviolento che, sul piano internazionale, sostiene anche le spese legali degli obiettori di coscienza israeliani, ucraini, russi e bielorussi, e su quello interno promuove la sottoscrizione personale della dichiarazione preventiva di obiezione alla guerra. La Campagna ICAN-International Campaign to Abolish Nuclear Weapons per il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari tanto più necessario quanto più le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano pericolosamente al punto di non ritorno di una guerra nucleare. La Campagne Ferma il riarmo e Stop Rearm Europe contro le scellerate scelte italiane ed europee di accelerare lo spaventoso riarmo già in corso da decenni, che genera più guerre, anziché la pace come ingannano gli illusionisti della deterrenza militare. La Campagna Basta favori ai mercanti di armi! Contro il progressivo svuotamento della Legge 195/90 che rende ancora più opaco il commercio degli armamenti italiano, per il quale il SIPRI registra un aumento del 157% nell’ultimo quinquennio. Ma l’impegno consapevole si fonda anche sulla conoscenza dei saperi della nonviolenza, che vede lo sviluppo di percorsi di formazione diffusi, dalla Scuola di pace e nonviolenza di Verona all’Officina siciliana di nonviolenza di Palermo, al Dottorato nazionale in Peace Studies della Rete universitaria Runipace. Ad essi si aggiunge la recente pubblicazione di volumi tematici collettanei che forniscono utili strumenti di formazione e lavoro per la pace, tra i quali segnalo La coscienza dice No alla guerra, a cura di Enzo Sanfilippo e Annibale C. Ranieri (Centro Gandhi Edizioni, 2025); Lessico di pace, a cura di Valentina Bartolucci ed altri (Carocci editore, 2026); Uniti per la pace, a cura di Maria Rosa Ronzoni (Libreria Editrice Fiorentiina, 2026). Quest’ultimo contiene anche un mio contributo sul tema Se vuoi la pace prepara la pace: un impegno di responsabilità. Un impegno rivolto a tutti per contribuire ad alimentare l’asse del bene, mettendo il peso della propria persuasione “sulla bilancia intima della storia”, come scriveva Aldo Capitini sotto la dittatura fascista. Senza scoraggiarsi, senza delegare ad altri. L'articolo Chi lavora per la pace? Ecco la mappa del disarmo e della nonviolenza in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sapone extra per i senzatetto di Torino: si è mossa una famiglia di Firenze prima ancora del Comune
Un varco. Viviamo giorni ruvidi. Le parole si fanno corte, le opinioni lunghe. L’aria pubblica è piena di guerra, rancore, accuse reciproche. Si discute molto, si ascolta poco. Ognuno difende la propria trincea. Anche la pietà, a volte, sembra un lusso. In questo paesaggio duro succedono però cose minime che non fanno rumore. Non cambiano il mondo. Non rovesciano governi. Ma aprono un varco. Tutto è cominciato con una storia semplice. Un uomo senza casa. Un buono per la doccia. Un bagno pubblico. L’acqua sì, il sapone no. Non è un paradosso filosofico. È solo amministrazione. Il buono copre l’acqua, il resto è a parte. Sapone, shampoo, asciugamano. Piccole cose. Piccole cifre. Piccole umiliazioni. La storia è finita qui sul blog. Nessun linguaggio militante. Nessuna invettiva. Solo i fatti. Un uomo che chiede un po’ di sapone e scopre che deve pagarlo. Tre euro in tasca. Gli unici. Una doccia che dovrebbe restituire ordine al corpo e invece lascia scoperto un dettaglio elementare. La rete di solito divora tutto. Una notizia nasce al mattino e muore nel pomeriggio. Indignazioni rapide, solidarietà a scadenza. Il giorno dopo c’è già altro. Questa volta no. Il messaggio ha cominciato a circolare. Qualcuno lo ha letto in silenzio. Qualcuno lo ha condiviso. Qualcun altro ha riconosciuto in quelle righe una cosa semplice: la misura di come trattiamo chi non ha più niente. Poi è successo un fatto piccolo. Ieri sera, nel mio ristorante, sono arrivate tre persone, è la madre a fermarmi per prima. Lo fa con garbo. Mi dice che hanno letto il blog. Racconta la storia del sapone, della doccia, del buono che vale solo acqua. Il padre annuisce, il figlio ascolta. Sono a Torino per trovare lui, che studia qui. Vengono da Firenze. Ma quella sera, mi spiegano, sono venuti di proposito. La frase arriva semplice, quasi naturale. “Siamo venuti di proposito. Abbiamo letto e volevamo contribuire anche noi.” Un pasto, uno shampoo, qualcosa di utile. Qualcosa che serva davvero. Il gesto è semplice. Ma oggi sorprende. Perché in questi anni si è diffusa un’altra abitudine. I problemi degli altri diventano argomento di discussione. Si commenta, si reagisce, si passa oltre. La distanza resta intatta. Qui invece succede il contrario. Un racconto breve attraversa lo schermo di qualcuno. Non produce una polemica. Produce un movimento. Due genitori che leggono, ne parlano con il figlio, e quella sera, seduti a tavola, decidono di fare un passo concreto. Niente scena. Nessuna foto. Nessuna richiesta di visibilità. Solo quella frase: siamo venuti di proposito. Nel frattempo è arrivata anche una risposta dalla politica. Un messaggio breve. “Buondì Raffaele purtroppo le risorse e il personale disponibile ci permettono di aprire tre giorni a settimana. E siamo rimasti tra i pochissimi bagni pubblici aperti in città. Sul sapone hai ragione, vediamo se possiamo far qualcosa. Grazie.” È una risposta che fotografa bene il problema. Risorse poche. Servizi ridotti. Strutture che sopravvivono più che funzionare. Ma il punto resta lì, immobile. Una doccia non è solo acqua. Senza sapone, senza shampoo, senza asciugamano resta un gesto incompleto. Resta a metà tra assistenza e formalità. E allora la domanda torna semplice. Se una famiglia che legge un blog decide di fare qualche chilometro per contribuire con un pasto o con uno shampoo, davvero una città non riesce a garantire lo stesso dentro un servizio pubblico? Non si chiede molto. Non si chiede di essere il centro del mondo. Si chiede che una doccia torni a essere una doccia. Per questo la richiesta resta aperta, diretta all’amministrazione: verificare quei buoni, capire cosa coprono davvero, e fare in modo che chi entra in un bagno pubblico per lavarsi trovi almeno il minimo necessario per farlo. Sapone. Shampoo. Un asciugamano. Piccole cose. Piccole cifre. A volte è proprio lì che passa la differenza tra assistenza e dignità. Abbiamo bisogno di una “rivoluzione d’amore” per citare Alison Moyet, perché “Love changes, changes everything, Love makes the rules from fools to kings” cantava Climie Fisher, ma erano altri tempi e ci “batteva forte il cuore”. L'articolo Sapone extra per i senzatetto di Torino: si è mossa una famiglia di Firenze prima ancora del Comune proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pablo Neruda e la rinascita delle parole: una riflessione poetica attuale
Pablo Neruda, poeta, scrittore, uomo politico e intellettuale si pone tra i grandi della poesia cilena. Muore nel suo Paese qualche giorno dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet, nel 1973. Nascere non basta, scrisse in una delle sue poesie. E’ per rinascere che siamo nati, poi continua il poema lapidario di Neruda che si chiude con… ogni giorno. Nascere non basta E’ per rinascere che siamo nati. Ogni giorno. Si nasce da una parola, da una passione o da una distrazione del destino. Si può nascere da queste cose messe assieme e da molte altre. Come e dove si nasce hanno la loro importanza per sapere se nella vita si potrà o meno esercitare il diritto (o il dovere) alla mobilità. C’è chi nasce per sfida o per coincidenza di eventi favorevoli. Alcuni nascono per un errore di calcolo o semplicemente perché stava scritto sulla sabbia da qualche parte nel mondo. Si nasce gratuitamente con la vita tra le mani e un sentiero preso in prestito. Si nasce con la stessa parola da seminare nel solco scavato nella terra da uno straniero di passaggio. Si nasce, quasi sempre, in maniera clandestina o per così dire, illegale a seconda delle circostanze che circondano l’arrivo. Si nasce una volta ma, in genere, non basta. C’è del vero quando si dice che signori si nasce o quando ci viene ricordato che si nasce vecchi solo per diventare bambini, alla fine. Rimane così tanto da vivere che per questo nascere non basta. Non bastano le parole e soprattutto non bastano i silenzi da cui esse germogliano. La lingua, ricorda Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua è il ‘binario’ su cui viaggia il pensiero perché essa ci orienta nel mondo e solo dovremmo accorgerci di questa sua proprietà. E’ a causa delle parole che nascere non basterà. Ricorda la poesia citata di Neruda che solo è per rinascere che siamo nati. Alle parole non basta nascere una volta. Si tratta di proteggerle, crearle, rinnovarle, abitarle e, come i santi, i poeti e i folli buttarle nel vento. Solo così le ceneri e le ossa inaridite nella valle del giudizio faranno germogliare quanto nella vita era stato tradito o buttato via. Le parole potranno rinascere perché solo per questo sono nate. Scoperte per dare un nome al passare dei giorni perché è ciò che i sapienti ascoltano e poi dimenticano. Piangete fratelli, scrivevo nel lontano 1983, nel paese ligure dove sono cresciuto… Anche oggi sono state uccise. Mutilate. Torturate. Sono state fucilate. Incoronate di chiodi, ferite al costato soltanto per distrazione. Piangete fratelli. Anche oggi sono morte 24 parole. Per fortuna non manca mai chi, ogni giorno, passa e raccoglie le parole buttate via, abbandonate, tradite, svilite, manipolate, falsate, svendute e, sempre più spesso, crocifisse. C’è chi si occupa di fasciare le loro ferite e curarle poi con vino e olio. Altri le accompagnano lungo la strada di ritorno. Cercano di imparare a memoria parole nuove per un cammino diverso per tornare a casa. Finora ancora pochi le seppelliscono nel sepolcro nuovo scavato nella roccia in attesa di risorgere. Ad ogni parola c’è rischia di piantare un albero e chi invece un fiore. Dove prima si trovava il deserto scorre oggi un ruscello presso il quale le parole risorgeranno. Casarza Ligure, marzo 2026 L'articolo Pablo Neruda e la rinascita delle parole: una riflessione poetica attuale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Jürgen Habermas, uno dei filosofi più influenti al mondo grazie ai suoi studi sulla comunicazione
Il filosofo e sociologo tedesco Jurgen Habermas è morto all’età di 96 anni. A renderlo noto è la sua casa editrice. I suoi studi sulla comunicazione, la razionalità e la sociologia lo hanno reso uno dei filosofi più influenti al mondo e una figura intellettuale chiave all’interno della Germania. La casa editrice Suhrkamp Verlag, ha dichiarato che Habermas – tra i massimi protagonisti della Scuola di Francoforte – è deceduto oggi a Starnberg, vicino a Monaco di Baviera. Habermas è intervenuto spesso su questioni politiche nel corso di diversi decenni. La sua ampia produzione scritta ha superato i confini tra varie discipline accademiche e filosofiche, offrendo una visione della società moderna e dell’interazione sociale. Tra le sue opere più note figura il lavoro in due volumi ‘Teoria dell’agire comunicativo’. Habermas era nato con una palatoschisi, una malformazione del palato che richiese ripetute operazioni durante l’infanzia. Un’esperienza che contribuì a influenzare le sue riflessioni successive sul linguaggio. Il filosofo affermò di aver sperimentato l’importanza della lingua parlata come “uno strato di comunanza senza il quale noi, come individui, non possiamo esistere”, ricordando anche le difficoltà che aveva nel farsi comprendere. Parlò inoltre della “superiorità della parola” e sostenne che “la forma scritta nasconde i difetti dell’oralità”. Nel 2021 ha rifiutato un ricco premio, 225 mila euro, intitolato a Sheikh Zaied, ex sultano degli Emirati Arabi Uniti, destinato ogni anno a personalità mondiali della cultura. La ragione per cui il professore tedesco non si presentò a ritirare il premio ad Abu Dhabi fu la condizione dei diritti umani negli Emirati, dalla tortura alle incarcerazioni dei leader dei movimenti civili. In realtà, pare che in un primo tempo Habermas si fosse dimostrato disponibile ad accogliere il riconoscimento. Poi un’inchiesta dello Spiegel lo ha convinto del contrario. L'articolo È morto Jürgen Habermas, uno dei filosofi più influenti al mondo grazie ai suoi studi sulla comunicazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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