T ra l’agosto del 1990 e il febbraio del 1991 l’Iraq di Saddam Hussein (“un
dittatore militare di stampo laicista”, secondo lo storico Raffaele Romanelli)
occupò il Kuwait per sette mesi rivendicando prerogative territoriali e diritti
economici sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi locali, prima di essere
ricacciato indietro da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e
autorizzata a intervenire da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite (678/1990). La ritirata dell’esercito iracheno provocò sversamenti
e incendi dei pozzi e destò moltissime preoccupazioni, in un contesto globale
che, agli sgoccioli della guerra fredda, si stava ricomponendo sotto la
pressione di una quantità notevole di incognite.
In questo quadro, nel gennaio del 1991 comparvero le immagini di un cormorano
ricoperto di petrolio nei pressi delle acque del Golfo Persico (mandate in onda
in TV o stampate come fotogrammi su alcuni quotidiani). Un rilievo visivo di
fortissimo impatto, diffuso mentre le classi dirigenti occidentali che più
sollecitavano l’intervento a fianco del Kuwait contro l’Iraq cercavano di
legittimare le proprie ragioni. Non ci volle molto per capire che quelle
sequenze erano state girate in un altro Paese o in un altro momento; anche
perché, a detta di alcuni ornitologi intervistati per l’occasione, in quella
stagione, in Kuwait, non potevano esserci cormorani di quel tipo. Nondimeno
tantissime persone videro allora ciò che, pur essendo improbabile, appariva
comunque credibile. L’animale sofferente dava infatti concretezza all’accusa che
in tanti rivolgevano a Hussein: essere un uomo brutale disposto a devastare
l’ambiente.
Senza accurati controlli, quelle immagini furono messe in circolazione perché
confermavano una narrativa già data, già accettata. Se non proprio vere, erano
almeno verosimili. Una parte non secondaria del sistema dei media, pur operando
con vincoli stringenti e forti limitazioni, decise insomma di spingere il
resoconto dell’attualità fino alla sperimentazione più estrema: prendersi il
rischio di tradire la verità, intesa come corrispondenza tra ciò che si afferma
e ciò che è, per fornire e sfruttare una storia convincente.
Visto con gli occhi di oggi, l’episodio resta emblematico e ambiguo. Viene da
chiedersi, però: siamo ancora inchiodati a uno scenario del genere, con
potenziali rappresentazioni fittizie veicolate da soggetti delegati alla
gestione dell’informazione che in certe circostanze, anche solo per negligenza,
non lavorano come dovrebbero? Dobbiamo guardarci solo dalle più o meno
spregiudicate contraffazioni che ribollono nel calderone del racconto mediatico,
spesso veicolate in modo verticistico ma altrettanto spesso smascherate da
pratiche di fact-checking in via di costante professionalizzazione? La risposta
dev’essere negativa: perché non siamo più lì, o non siamo più soltanto lì.
> Una parte dei media decise di spingere il resoconto dell’attualità fino alla
> sperimentazione più estrema: prendersi il rischio di tradire la verità per
> fornire e sfruttare una storia convincente.
Nel frattempo si è compiuta un’evoluzione che scuote lo stesso sistema
mediatico. Per comprenderla può essere utile l’ultimo libro di Anna Maria
Lorusso, professoressa di semiotica all’Università di Bologna: Il senso della
realtà. Dalla TV all’intelligenza artificiale, pubblicato nel 2025 per La nave
di Teseo. Un saggio che, attraverso quattro campi d’indagine – reality TV, true
crime, storie cospirazioniste e intelligenza artificiale – riflette sul modo in
cui la confusione dei criteri di verità produce ormai una confusione sulla
percezione della realtà.
Nelle acque limacciose della post-verità
Una delle primissime attestazioni della parola post-truth risale al 1992, in un
articolo della rivista The Nation in cui il drammaturgo di origini serbe Steve
Tesich notava che, di fronte alla destabilizzazione ininterrotta del mondo, ci
si stava abituando, per scelta, alla pratica di anestetizzare le verità; a
maggior ragione se scomode, contraddittorie o poco digeribili. Era un’avvisaglia
poco meno che centrata, vista col senno di poi, ma anche non del tutto
accostabile al significato attribuibile al termine, che dal 2016, grazie
all’investitura dall’Oxford English Dictionary, è entrato nel dibattito pubblico
e politico; non senza ambiguità e incomprensioni. Diversi studi accademici
recenti, tra cui un articolo pubblicato su Science, ricollegano la post-verità a
una condizione in cui i fatti oggettivi perdono consistenza e dove una serie di
dinamiche più ampie, tra le quali l’uso deliberato e disinvolto della confusione
e del dubbio, contribuisce sistematicamente ad agevolare l’accoglimento o il
rigetto di determinate evidenze da parte dei gruppi sociali.
Già nel breve e denso saggio Postverità (2018), Anna Maria Lorusso aveva cercato
di problematizzare i diversi significati che venivano attribuiti al concetto,
individuando nella post-verità un “regime discorsivo”, una categoria da non
liquidare come marginale o irrilevante. Nello stesso libro aveva anche
rispolverato la vicenda del cormorano del 1991 per collocarla, appunto, in una
dimensione non proprio inconsueta, dal momento che la coesistenza di più tipi di
verità, di differenti punti di vista, non è una novità, né dovrebbe sorprenderci
che “certe versioni dei fatti” non corrispondano poi al vero, essendo “versioni
ideologiche o banali manipolazioni che hanno il pregio dell’efficacia estetica”.
Nel suo nuovo libro articola questa riflessione con toni e temi meno teorici, un
taglio più divulgativo ed esplicativo e un’attenzione maggiore per alcune delle
declinazioni pratiche che la post-verità può assumere.
Il senso della realtà si struttura attorno a quattro cardini tematici che, visti
da vicino, rendono evidente il declino della referenzialità analitica,
conoscitiva ed esplorativa in favore di una sorta di verosimiglianza estetica,
umorale e performativa ossessivamente sfruttata e facilmente riproducibile.
Sotto questo profilo, Lorusso sottolinea che, più che a una vera e propria
rottura, abbiamo assistito a una lenta evoluzione. O, se si vuole, una
prolungata assuefazione all’ibridazione di piani diversi: il vero, il falso e il
finto. Già la televisione degli anni Ottanta fu un laboratorio sociale per la
messa alla prova di un tipo di verità mediale e mediatica fatta di affetti
stranianti, passionalità coinvolgenti, confessioni stereotipate, sbilenche
manipolazioni e grandi concentrazioni di piccole morbosità. Con il passaggio
dalla paleotelevisione alla neotelevisione, per dirla con Umberto Eco, si
approdò così, sul finire del Novecento, a una TV in perenne lotta per catturare
gli spettatori e sempre in cerca di avvicinarsi al loro sentire; una TV di per
sé produttrice di realtà e capace di sdoganare pose, gesti e comportamenti che
dal privato si riversavano nel pubblico, isolando l’individuo dall’immenso mondo
esterno per collocarlo in un placido mondo chiuso. In un intervento del 1981,
inserito nella raccolta Sulla televisione. Scritti 1956-2015 (2018), Eco la
spiegava così: “È come guardare col cannocchiale girato dall’altra parte”.
> Secondo Lorusso siamo stati sottoposti a una prolungata assuefazione
> all’ibridazione di piani diversi: il vero, il falso e il finto.
Da questa eredità occorre partire per capire perché, in uno scenario via via più
frastagliato, la rappresentazione del reale è mutata radicalmente. Il che non
significa decretare l’inesorabile trionfo della realtà finzionale, o
dell’irrealtà permanente, ma entrare dentro il meccanismo che rende il contesto
politico, culturale, sociale e relazionale contemporaneo – cioè il nostro
contesto – parcellizzato, personalizzato, individualizzato e diversamente
rimodulato. Per Lorusso, oggi viviamo in un tempo segnato da almeno due tendenze
“esasperate e incrociate”: la “disneyficazione” della realtà (p. 23), anche per
via dell’infantilizzazione del dibattito e della banalizzazione del racconto del
reale, e la “realizzazione” della finzione (p. 24), intensa come attribuzione di
“marche di realtà” a ciò che, pur essendo un prodotto della fantasia, deborda
apertamente nel reale.
Narrare la realtà, emotivizzare le verità
Il saggio si muove dalle forme più consolidate di intrattenimento, dentro la
magmatica cultura pop, fino a toccare le frontiere dell’automazione algoritmica.
Si parte dai reality (prima in TV e ora sulle piattaforme, meglio se seriali),
dove il vissuto smette di essere un dato fattuale per divenire un costrutto
narrativo fruibile come purissima finzione, così che le alterne vicende dei
soggetti coinvolti, che si tratti della casa del Grande Fratello o del docu-film
Unica, vengono trasfigurate in partitura drammaturgica, nello spericolato ma
calcolatissimo tentativo di dissolvere una volta per tutte la distinzione tra la
quotidianità dell’esistenza e la sua codificazione spettacolarizzata. Si arriva
poi a demistificare persino la fascinazione per l’universo del true crime, come
non capita spesso di veder fare, sottolineando, tra l’altro, il fatto che il
magnetismo dei casi di cronaca nera veicolati come prodotti di consumo finisca
per sollecitare nei fruitori una pulsione inquisitoria che trasforma tragici
eventi in un gioco di simulazione giudiziaria, con effetti profondi anche sulla
coesione sociale.
Ci si sposta così ai documentari cospirazionisti (come Loose Change, incentrato
sull’11 settembre 2001, o Plandemic, sul Covid-19), con una lucida disamina che,
se non aggiunge molto sulle origini dell’ormai grande massa critica legata del
cospirazionismo, fornisce spunti sulle ragioni della proliferazione di spazi
discorsivi in cui la validità di una tesi non si misura sulla corrispondenza ai
fatti nudi e crudi, o su stretti criteri di consequenzialità, ma sulla capacità
di galvanizzare il pubblico e fornire storie (più che teorie) che segmentano il
sapere e rispondono ad “abitudini narrative” ben radicate, più volte riproposte
da grandi network televisivi e da solidi circuiti editoriali e dunque solo
apparentemente lontane da schemi tradizionali. “Lo sfondo del cospirazionismo –
scrive Lorusso, richiamando gli stilemi di serie cult come X-Files o best seller
come Il codice da Vinci – è il senso comune”.
Tutte le produzioni cospirazioniste vivono così una doppia tensione: cercano di
autolegittimarsi come “discorsi seri e scientifici”, precisi e puntuali, ma
hanno successo perché incentrate sull’invenzione favolistica di carattere
morale; con secche distinzioni tra “Bene e Male”, una chiara distribuzione dei
ruoli (“geni del male” e “salvatori eccezionali”) e la spiegazione di “trame,
segreti e misteri che non immaginavamo” (p. 146). L’effetto voluto è spesso
raggiunto: a chi è oppresso da una latente sensazione di impotenza – e anche a
chi è convinto che la politica offra tutto fuorché soluzioni valide ed esempi
virtuosi – viene assegnata una generosa dose di protagonismo, per quanto
astratto e autoindulgente, cioè un “margine di ribellione” da difendere
attraverso il riconoscimento di una “verità interiore”. Il prezzo è però alto,
anzi altissimo, e alla lunga insostenibile: lo sdoganamento di “un’altra logica”
(p. 148) nella quale l’alterazione e l’inattendibilità dei fatti sono fattori
tutto sommato relativi e i singoli, per afferrare il senso della realtà, della
propria individualistica realtà, tendono a considerarsi come “più consapevoli e
competenti di tutti gli altri”, pur accantonando la decifrazione coerente e
analitica del reale.
> Per Lorusso, oggi viviamo in un tempo segnato da almeno due tendenze
> “esasperate e incrociate”: la “disneyficazione” della realtà e la
> “realizzazione” della finzione.
L’ultimo step del libro di Lorusso riguarda l’impatto dell’intelligenza
artificiale (IA) nel creare e plasmare testi, immagini e video. L’IA e le sue
risultanze, a volte percepite come vere pur in assenza di fondamenti fattuali,
contribuiscono infatti alla ridefinizione dei confini della credibilità, anche
per via del “predominio dell’icononismo”, e sono l’ennesimo tassello di un
mosaico in continua formazione, “semplicemente una realtà ibrida e un po’
vischiosa, densa e opaca, che come tale richiede costantemente uno sforzo di
riconoscimento, e poi di articolazione e distinzione” (p. 155).
Qui Lorusso, lontana da vaghe letture deterministiche, sposta sul focus: l’IA
opera secondo prassi codificate e segue “pattern reticolari” che rimandano alla
struttura semantica della cultura che già Umberto Eco chiamava “enciclopedia”
(p. 163). Nel farlo, sfrutta materiale preesistente: elabora, assembla, collega
e combina grandi quantità di dati tramite associazioni statistiche e in modo
molto rapido, allargando così il campo visivo e ripescando contenuti dimenticati
o trascurati, senza però raggiungere picchi di creatività e originalità.
Il che porta con sé diversi tipi di rischi: come “il progressivo appiattimento
delle conoscenze intorno ad alcuni nuclei, autori, valori disponibili e
frequentemente riutilizzati” (p. 164), oppure le difficoltà nella “dinamica di
ricezione”, dal momento che, se per generare informazioni serve sempre meno
tempo, occorre invece lavorare con più profondità per tematizzarle e recepirle
correttamente e coerentemente, con piglio pragmatico e abilità distintive,
stando attenti all’appropriatezza di un determinato enunciato in relazione alla
situazione in cui viene esposto, cioè al suo essere “pertinente, eloquente,
rilevante rispetto al mondo” (p. 184). In questo senso, l’ingresso
dell’intelligenza artificiale nella sfera pubblica pone una sfida vecchia in
termini nuovi: salvaguardare le cornici di contesto che permettono di capire, di
volta in volta, chi è che parla, da quale posizione lo fa e secondo quali
prospettive interviene.
Vivo, vedo e percepisco, dunque conosco
È dunque diventato possibile, dopo un’incubazione di lungo periodo, produrre
molteplici versioni della verità: versioni del mondo che sfumano la realtà e
pretendono esclusività, che si concepiscono come assolutamente vere in
contrapposizione all’assolutamente falso e che, delegittimando i vecchi processi
di acquisizione e condivisione della conoscenza, agevolano la creazione di
comunità separate a discapito di legami sociali più eterogenei e meno
polarizzati.
> L’ingresso dell’intelligenza artificiale nella sfera pubblica pone una sfida
> vecchia in termini nuovi: salvaguardare le cornici di contesto che permettono
> di capire, di volta in volta, chi è che parla, da quale posizione lo fa e
> secondo quali prospettive interviene.
Al centro del libro di Lorusso, in una delle sue parti più meritevoli di
approfondimento, si pone una questione epistemologica che certamente ha a che
fare con la velocità, la pervasività e la capillarità delle false notizie, ma
riguarda soprattutto il modo in cui si attribuiscono valore e veridicità al set
di conoscenze collettive a cui assegniamo un peso specifico. Da questo punto di
vista, che il senso della realtà vacilli in mille maniere differenti, con
l’ibridazione tra mondi reali e mondi raccontati, compromette la stessa
fisionomia di quel sapere condiviso che lega individui diversissimi per
formazione, attitudini, passioni e ragioni; specie nelle società altamente
articolate e tecnologicamente avanzate. In anni di deconsolidamento democratico,
una delle principali bussole per orientarsi nel presente è perciò diventata (o
forse ridiventata) l’esperienza personale, per quanto disordinata, incompleta o
condizionabile possa essere.
A emergere è un io ingombrante che si fa giudice scaltro di un noi in
arretramento: l’individuo disintermediato che chiede più disintermediazione.
Contro ogni legittimità formale o istituzionale, “ciò che sembra legittimare il
parlare è il più delle volte l’esperienza diretta: chiunque ha sperimentato
qualcosa ha il diritto di parlare” (p. 41). Di conseguenza, “l’intimità è
diventata parametro di veridicità: più qualcosa è personale, più è autentico e
veritiero” (p. 43). Nonostante sia poco generalizzabile, la misura soggettiva
sovrasta quella oggettiva: viene elevata a sensazione illuminante che assegna
autorevolezza; quasi si trattasse di un marchio di garanzia applicato d’ufficio.
Il risultato è un sapere spigoloso che, più che fondarsi sulla solidità delle
prove e il confronto sistematico, si basa ancora su dinamiche identitarie che
trasformano l’approdo alla verità in un campo di battaglia necessariamente
simbolico ed esclusivo. Il che, più che rafforzare strumenti critici e capacità
di discernimento, fa da comoda copertura per una secca, sfacciata e a tratti
inquietante regressione intellettuale.
Questo slittamento, peraltro, è incoraggiato da un panorama comunicativo che
tende a promuovere e premiare la spontaneità, la naturalezza e la sincerità
forzatamente esibite ad uso e consumo altrui. Nei social media ciò che appare
immediato, e non mediato, viene percepito come più vero del vero, quindi
genuinamente reale: non solo perché risponde alle metriche dell’ingegneria
dell’attenzione, ma anche perché riflette un certo modo di abitare il pubblico
attraverso il filtro del privato.
Del resto, una parte non secondaria dei content creator più accreditati ripetono
continuamente, seppure con diverse strategie, che l’esperienza tangibile e
manifesta, rigorosamente pratica e non teorica, è la matrice ultima della
conoscenza. Uno dei suggerimenti forniti, in fondo, è quello di evitare di
essere qualcosa di più di quel che si è già e puntare tutto su presunte doti
innate o approcci istintivi che, in quanto tali, non hanno bisogno di essere
coltivati, perfezionati o arricchiti; e di conseguenza diffidare di chi invece
rimarca la necessità di mettere in discussione ciò che si è sempre stati.
Puntare i piedi per terra
Si potrebbe aggiungere, di passaggio, che da anni i soggetti più interessati a
orientare l’opinione pubblica – tra cui una fetta cospicua del conservatorismo
euroatlantico – hanno mostrato di aver compreso che tutto ciò, più che
irrobustire qualcosa di simile allo spirito critico o all’autonomia di giudizio,
produce di frequente il suo contrario: individui vulnerabili. Malgrado la
fervente retorica di cui si ammanta l’ambiguo anticonformismo odierno – per cui
chiunque può dirsi e sentirsi “controcorrente” – cittadini e cittadine
assomigliano spesso a drappelli sgualciti esposti al vento che tira, convinti di
resistere mentre invece oscillano.
> È diventato possibile produrre molteplici versioni della verità: versioni che
> si concepiscono come assolutamente vere in contrapposizione all’assolutamente
> falso e che agevolano la creazione di comunità separate a discapito di legami
> sociali più eterogenei e meno polarizzati.
La centralità dell’esperienza personale in regime di post-verità pone un
problema pubblico e politico. Un sapere collettivo che si fonda su vissuti
irriducibilmente individuali fatica a diventare terreno comune, linguaggio
condivisibile, base di organizzazione. Anziché aggregare, disgrega: cioè
depoliticizza la sfera pubblica. Al di fuori di rapporti di convivenza puramente
identitari o moralizzanti, può così venire a mancare la stessa rete di relazioni
e connessioni che rende pensabile, e quindi possibile, vivere in democrazie
pluralistiche che non possono fondarsi su una costellazione di solitudini ostili
e inaccessibili.
Davanti a uno scenario contraddistinto da un considerevole “livello di
indistinzione del mondo in cui viviamo” (p. 185), la disamina di Lorusso si pone
allora come il primo scalino di un percorso in divenire. Un percorso mobile che,
anziché restaurare gerarchie del sapere poco valide o addirittura
controproducenti, presuppone l’accettazione, la “normalizzazione”
dell’incapacità di leggere la realtà come accadeva in passato, e passa dalla
capacità di maneggiare testi e contesti, valutare la loro portata e i loro
effetti, saper cogliere le dinamiche interpretative e “imparare a renderle
sempre più critiche, il che significa sempre più consapevoli” (p. 190).
Lorusso ci esorta a ragionare sul fatto che oggi (ma non da oggi) tutto è
cambiato. E per questo occorre contestualizzare con cognizione di causa la
catena infinita di affermazioni, discorsi e narrazioni che scorrono davanti ai
nostri occhi, giorno per giorno. Il punto è accumulare un quoziente culturale in
grado di gestire la moltiplicazione delle angolazioni sul mondo, per poi
scandagliare tutto il processo di disseminazione, fruizione e frammentazione
delle informazioni (che siano vere, false o finte). Oltre a concentrarsi di più
e meglio sulla media literacy, c’è quindi un orizzonte perseguibile: curare
un’intelligenza umana interpretativa per costruire una nuova fiducia nella
dimensione collettiva, nel quadro di una contemporaneità che, mentre tutto si
muove, rischia di correre nella direzione opposta. Per il momento, almeno.
L'articolo Il senso della realtà di Anna Maria Lorusso proviene da Il Tascabile.
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D a quattro anni Brigitte Marie-Claude Trogneux, moglie del presidente francese
Emmanuel Macron, combatte contro la falsa notizia secondo cui sarebbe una
persona transessuale con una precedente identità maschile dal nome di
Jean-Michel Trogneux, un uomo che esiste davvero e che è suo fratello
ottantenne. In seguito alle denunce portate avanti dai coniugi Macron, il 5
gennaio del 2026 il tribunale di Parigi ha riconosciuto colpevoli dieci imputati
per cybermolestie ai danni di Brigitte Macron. Una persona è stata condannata al
carcere e otto hanno ricevuto pene detentive sospese per aver pubblicato
“commenti particolarmente degradanti, offensivi e malevoli” che affermavano
falsamente che la moglie del presidente Emmanuel Macron fosse nata uomo (Le
Monde).
Gli imputati sono otto uomini e due donne tra i 41 e i 60 anni: tra questi,
scriveva la Repubblica ricostruendo il fatto prima della sentenza, ci sono anche
un consigliere comunale di 65 anni, un gallerista d’arte di 56 anni, un
insegnante di 54 anni, un agente immobiliare di 65 anni, un informatico di 49
anni, una sedicente medium, di 51 anni, nota sui social come Amandine Roy e una
giornalista di nome Natacha Rey. Inoltre, figura anche Aurélien Poirson-Atlan,
41 anni, pubblicitario noto online con il nome di Zoé Sagan, il cui account su
X, ora sospeso, è “stato al centro di diverse denunce e viene spesso citato come
uno degli snodi della galassia complottista in Francia”. Sempre Anais Ginori,
corrispondente per la Repubblica, specifica che nel luglio 2025 i Macron avevano
avviato un’altra azione legale, negli Stati Uniti, per diffamazione contro
Candace Owens, l’influencer trumpista che, strizzando l’occhio all’universo
MAGA, aveva non solo rilanciato oltreoceano la bufala sulla transessualità e
sulla pedofilia di Brigitte Macron ma anche ideato la serie su YouTube Becoming
Brigitte.
Il reato di cui sono accusate le persone qui menzionate è legato al fenomeno
digitale della transvestigation. Il termine è una coniazione abbastanza recente
partorita dall’universo del web di cui non si conosce autore o autrice. Si
tratta di una parola portmanteau o macedonia composta da transgender +
investigation. Per ora non compare tra le voci dei vocabolari ufficiali ma viene
riportata da Wikipedia, dal sito know your meme e impiegata da alcuni studiosi
di comunicazione. In sintesi, la parola transvestigation si riferisce a una
pratica o indagine che ha l’obiettivo di smascherare o dimostrare la natura
transgender di alcune celebrità, perlopiù donne. Questa volontà di decrittare
trame nascoste e segni sospetti giustifica il fatto che nella maggior parte
delle definizioni online della parola si trovi un riferimento al complottismo.
Secondo Wikipedia, “la transvestigation è una teoria del complotto che sostiene
che molte celebrità e altre persone di rilievo siano transgender (oppure, al
contrario, che alcune celebrità apertamente transgender siano in realtà
cisgender)”. I sostenitori affermano di essere in grado di determinare il sesso
assegnato alla nascita attraverso l’analisi di fotografie e video. Tra le
celebrità analizzate e definite transgender figurano Amanda Lear, Taylor Swift,
Lady Gaga, Margot Robbie, Michelle Obama, Jacinda Ardern, Jennifer Lopez e le
Kardashian. Tra le atlete di spicco indicate come trans compaiono Serena
Williams e Katie Ledecky. Inoltre, il termine ha ricevuto nuova attenzione in
seguito alle accuse rivolte alle pugili Imane Khelif e Lin Yu-ting in seguito
alle Olimpiadi 2024.
> “La transvestigation è una teoria del complotto che sostiene che molte
> celebrità e altre persone di rilievo siano transgender (oppure, al contrario,
> che alcune celebrità apertamente transgender siano in realtà cisgender)”.
Come ricostruito da know your meme, enciclopedia dedicata dedicata ai meme e ad
altri fenomeni del web, la teoria della transvestigation è divenuta popolare nel
2014, quando la conduttrice Joan Rivers aveva accusato Barack Obama di essere
omosessuale e Michelle Obama di essere transgender, rivelazione che, a dire di
alcuni gruppi online, causò la morte della stessa conduttrice. La domanda che
sorge, imbattendosi in questo fenomeno, è se in questa ossessione prevalga uno
spirito complottista, un atteggiamento transfobico o una componente misogina.
Sembrerebbe che la transfobia sia in questo contesto un elemento “secondario” ‒
per quanto esecrabile ‒ funzionale non tanto a colpire le persone transessuali
quanto a denigrare le donne che ricoprono posizioni di potere o che godono di
visibilità. L’idea elementare che potrebbe muovere tali operazioni di analisi di
indizi fotografici è che una donna di potere debba per forza avere un’indole
maschile, un sostrato che si dissocia da una natura femminile che per secoli è
stata etichettata come inadatta a compiere azioni politiche e sociali degne di
nota. L’altra idea implicata in questa pratica consiste molto banalmente nel
voler rafforzare la convinzione, propria e altrui, che le persone di rilievo
pubblico siano intrinsecamente ingannevoli, specialmente se si tratta di donne.
La componente misogina è tanto sottile quanto impietosa.
Non sono lontani i giorni in cui Danny Danon, rappresentante di Israele all’ONU,
si è rivolto a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui
territori palestinesi occupati, con l’appellativo di “strega”. “Lei è una strega
e questo rapporto è il suo libro degli incantesim”, ha affermato. È un dato di
fatto che spesso le donne con una certa notorietà e posizione vengano percepite
come detentrici di una natura dubbia, mostruosa, aliena. Anche di questo parla
il film Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos, in cui due giovani apicoltori
ossessionati dalle teorie del complotto catturano e interrogano un
amministratrice delegata di una multinazionale farmaceutica d’affari che
ritengono essere un’aliena ‒ un’andromediana per l’esattezza ‒ arrivata sulla
Terra per distruggere l’umanità. Sulla falsariga delle prove addotte dai
transvestigators, Eddy raccoglie gli indizi che proverebbero la natura
extraterrestre di Michelle Fuller: ad esempio, la resistenza alle scosse
elettriche che le vengono inferte viene letta come segno di una biologia aliena
superiore, tipica dell’aristocrazia andromediana. Rasati i capelli perché mezzo
di comunicazione con l’astronave madre, Michelle viene cosparsa di crema
antistaminica per bloccare ogni tipo di contatto con gli altri andromediani.
Infine, alcuni dettagli corporei sono presi come ulteriori indizi: la calma, la
postura, la reazione emotiva.
Nelle narrazioni della transvestigation emerge una forte attenzione alle
dimensioni, alla forma delle caratteristiche muscolo-scheletriche della persona
da smascherare. I cosiddetti transvestigators fanno spesso riferimento al cranio
o alla conformazione dei tratti del volto come strumenti infallibili e coerenti
per identificare il sesso di un individuo assegnato alla nascita. Altri casi si
concentrano sulle dimensioni e sulla forma di specifiche parti del corpo. In una
foto di una coppia di attori, ad esempio, viene affermato che in realtà lei è un
lui e lui è una lei dal modo di un cui sono seduti in un bar: lei a gambe aperte
(postura maschile) mentre le gambe accavallate di lui vengono interpretate come
sentimento di vergogna associato all’assenza del pene. In un post pubblicato su
Instagram da un certo transvestigator1 si vede un collage con delle foto di
varie donne famose intitolato Jaws ‒ con tanto di immagine rubata alla locandina
del film omonimo di Spielberg ‒ sotto al quale si specifica che queste celebrità
di Hollywood hanno un reversed gender e che sono adoratrici di Baphomet, idolo
pagano e androgino oggi collegato da alcuni a significati esoterici. Secondo
l’autore del post le donne in foto avrebbero in comune una mascella troppo
pronunciata, segno inequivocabile del loro essere uomo.
> La domanda che sorge, imbattendosi in questo fenomeno, è se in questa
> ossessione prevalga uno spirito complottista, un atteggiamento transfobico o
> una componente misogina.
In un altro post si legge “it’s time to wake up” e si invita a osservare con
attenzione i lineamenti delle donne fotografate facendo attenzione ai bio
markers. A capo si trova un elenco dei questi marcatori biologici che
aiuterebbero a distinguere i tratti femminili da quelli maschili. Alle donne
sono associate mandibole piccole, mento affusolato, fronte dritta, braccia più
corte, orecchie piccole; mentre agli uomini si assegnano grandi mascelle
quadrate, viso allungato, fronte inclinata, cresta sopracciliare, braccia
lunghe, orecchie grandi, clavicole dritte. In un ulteriore post viene espressa
esplicitamente l’idea che esista un’élite globale il cui obiettivo è quello di
“androginizzare” la società cancellando per sempre la distinzione tra maschi e
femmine. Non mancano, inoltre, i riferimenti a Satana (del resto il satanic
panic è tornato di moda negli Stati Uniti soprattutto dopo la diffusione delle
teorie complottiste da parte di QAnon).
Il timore di una rimozione della distinzione tra i sessi e la convinzione che
sia in atto un’operazione di proselitismo ideologico a opera di una congrega di
transessuali non sono fantasie relegate al regno dei troll. Alcuni discorsi
pronunciati da persone impegnate nella politica e nel contesto religioso muovono
nella stessa direzione goffamente anticipata, o imitata, dai transvestigators. A
emergere è la paura per l’indifferenziato associata all’idea che qualcuno voglia
imporre delle presunte teorie del gender per distruggere la famiglia
tradizionalmente intesa. Di “lobby gay” hanno parlato vari esponenti dei partiti
europei di destra; di una “teoria del gender come guerra mondiale per
distruggere il matrimonio” aveva parlato papa Francesco. Dai discorsi enucleati,
si deduce il terrore per l’imminente arrivo di un “individuo perfettamente
neutro, soggetto fluido” (Marina Terragni, Avvenire, 27 maggio 2021) e l’ipotesi
che l’indifferenziato porti al predominio del maschio (Giorgia Meloni, 2022,
Stati generali della natalità) con timore per la scomparsa della donna. Sempre
Meloni, in un discorso pronunciato nel 2022 a Marbella, a sostegno del partito
di estrema destra Vox, aveva dichiarato che “il gender ci priverà della nostra
identità sessuale”, aggiungendo con tono trionfante: “sì alla famiglia naturale,
no alle lobby LGBT. Sì all’identità sessuale, no all’ideologia di genere”.
Negli ultimi due anni si è assistito a un’inflazione del concetto di genere,
specialmente nelle pratiche discorsive costruite dai partiti di destra e dai
movimenti pro-vita. In questi contesti la parola genere si è spogliata del suo
significato originario per assumere su di sé un ventaglio di accezioni impiegate
per criticare le iniziative rivolte a difendere i diritti della comunità LGBTQ+
o per demonizzare il progetto di inserimento dell’educazione affettiva e
sessuale nelle aule scolastiche (si veda la campagna pro-vita “Mio figlio no.
Scuole libere dal gender”).
Con altrettanta decisione, papa Francesco ha messo in guardia dai pericoli della
teoria del gender. Già il 21 marzo 2015, durante un incontro con i giovani sul
lungomare Caracciolo di Napoli, affermò: “la teoria del gender è uno sbaglio
della mente umana che crea tanta confusione”. A Tbilisi, in Georgia, il 1°
ottobre 2016, parlando a sacerdoti e religiosi, denunciò: “oggi c’è un grande
nemico del matrimonio: la teoria del gender. È una guerra mondiale per
distruggere il matrimonio”. Un paio di anni più tardi, davanti al Forum delle
Associazioni familiari in Vaticano, il 16 giugno 2018, ribadì la verità naturale
del matrimonio affermando che “la famiglia, immagine di Dio, uomo e donna, è una
sola”. Più recentemente, il 1° marzo 2024, poco più di un anno prima di morire,
rivolgendosi ai partecipanti del Convegno sull’antropologia delle vocazioni,
sempre in Vaticano, papa Francesco rilanciò un altro monito: “oggi il pericolo
più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze e rende tutto
uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità” (Provita e famiglia, 3
maggio 2025).
> Il timore di una rimozione della distinzione tra i sessi e la convinzione che
> sia in atto un’operazione di proselitismo ideologico a opera di una congrega
> di transessuali non sono fantasie relegate al regno dei troll.
Il perno di questi discorsi allarmistici sembra costituito dal terrore di un
presunto indifferenziato che vorrebbe cancellare l’assetto culturale o
identitario delle nostre famiglie. La frase che meriterebbe un’analisi
approfondita è proprio quella pronunciata da Meloni sull’eventualità della
scomparsa della donna a causa del predominio del maschile: è chiaro qui che
“donna” non vuol dire femmina, biologicamente intesa, ma donna nel senso di
“madre”, di costruzione sociale e culturale. La paura che possa scomparire la
donna (la donna-madre) e il ruolo che tradizionalmente le è stato assegnato.
C’è il terrore che la parità tra i sessi possa prima o poi diventare realtà
dietro alle ossessioni emerse dall’inconscio della nostra premier e del
compianto Francesco? E questa preoccupazione non è ciò che muove anche gli
anonimi e agguerriti cacciatori dei transessuali? Come ha scritto Judith Butler
in Chi ha paura del gender? (2024), il genere costituisce oggi un “significante
sovradeterminato in modo selvaggio da idee alquanto distanti fra loro”. Il
termine “gender” non viene usato in maniera circoscritta ma sempre abbinato ad
altre parole per creare espressioni vaghe, spesso vuote di significato che si
prestano per essere riempite a seconda dell’operazione ideologica che si vuole
mettere in campo.
Del fenomeno della transvestigation si è occupata Lexi Webster, autrice
dell’articolo “‘We Are Detective’: Transvestigations, conspiracy and
inauthenticity in ‘gender critical’ social media discourses”, nel n. 9 del 2024
di ELAD-SILDA. Qui la studiosa ci ricorda che, nonostante la nomenclatura,
queste pratiche non sono affatto nuove né sui social media né, più in generale,
nelle culture dei media popolari. Reality show come There’s Something About
Miriam (2004) e il famigerato segmento “Female or Shemale” andato in onda in
RuPaul’s Drag Race (2009-2023) hanno fatto affidamento sugli stessi tropi
dell’inganno delle donne transgender e su sentimenti transfobici. “Female or
Shemale” prevedeva un gioco di smascheramento in cui i concorrenti dovevano
osservare foto di parti di corpo e indovinare se appartenessero a donne
cisgender o a “she-male”(termine usato dallo show per dire donne trans). Il caso
ha attirato numerose critiche, rappresentando un esempio di come i meccanismi di
spettacolarizzazione e intrattenimento possano produrre risultati problematici.
Di certo RuPaul Charles Andre non è un esponente della destra complottista. Nato
nel 1960 a San Diego, RuPaul è una delle icone drag più celebri della
contemporaneità nonché precursore del travestitismo inteso come spettacolo
ironico volto a smontare cliché di genere e assunti maschilisti. Considerando il
suo percorso, il suo progressismo e l’impegno profuso nel far conoscere l’arte
del mondo drag, molti spettatori e critici hanno colto un’impronta
discriminatoria in alcuni suoi discorsi basati su un’antitesi tra drag queen e
donne transgender.
> Queste pratiche non sono affatto nuove né sui social media né, più in
> generale, nelle culture dei media popolari.
Come ha spiegato RuPaul stesso su The Real, una drag queen è un “camaleonte” che
si prende gioco dell’identità: uomini (spesso gay cis) che impersonano
esageratamente il femminile per ironia e ribellione contro il maschilismo,
cambiando ruolo a comando. Le donne transgender, invece, sono percepite come
portatrici di un’identità stabile: il loro essere donne è “ciò che sono
davvero”, non un travestimento temporaneo. Durante un’intervista rilasciata al
Guardian del 2018 (“Drag is a big f-you to male-dominated culture”), quando
viene toccato il tema della comunità transgender, RuPaul ammette che ci sono
tensioni e differenze tra il movimento trans e la cultura drag e ribadisce che
il drag perderebbe parte del suo significato politico se non venisse fatto da
uomini, dato che è proprio la cultura maschile dominante a essere presa di mira
come bersaglio.
In ogni caso, nel programma “Female or She-male” è evidente, sin dal nome, una
vena di transmisoginia per come la intende Julia Serano in Whipping girl (2007),
cioè una marginalizzazione e discriminazione delle donne transgender, le quali,
nella logica del gioco di smascheramento/analisi del loro corpo, vengono
presentate come ingannevoli ‒ che è poi uno stereotipo associato, appunto, a
tutto il mondo trans. Le vicende legate a RuPaul’s Drag Race, scrive Giorgia
Bosco in “RuPaul: storia di una drag queen che ce l’ha fatta”, dimostrano che un
prodotto televisivo LGBT+ può “mantenersi a galla nelle piatte acque del
mainstream” fintanto che “la sua carica sovversiva viene ammortizzata e resa
così meno minacciosa per l’ordine prestabilito”. Alla fine della vicenda, lo
show e la rete (Logo/World of Wonder) hanno risposto rimuovendo quel segmento
dalla programmazione e cancellando l’uso del termine “You’ve got she-mail” nelle
stagioni successive, dopo aver accolto le rimostranze da parte della comunità
transgender e da ex concorrenti come Carmen Carrera.
Tornando a Webster, nella sua analisi sostiene che i discorsi di
transvestigation online condividano tratti con i discorsi politici offline nelle
loro manifestazioni discorsive della transfobia (cita Stati Uniti e Gran
Bretagna). Già prima che il termine transvestigation fosse coniato, circolavano
in diversi contesti cospirazioni sul presunto status transgender segreto di
alcune donne. Ciò che distingue le transvestigations sui social media da
pratiche simili storicamente veicolate dai media popolari è la cornice
cospirazionista che le sostiene. La base cospirativa dei discorsi di
transvestigation è triplice, afferma Webster: 1) l’ubiquità delle persone
transgender, 2) la minaccia del contagio sociale e 3) la rappresentazione delle
persone transgender come appartenenti a una qualche élite occulta che mirerebbe
a schiavizzare la popolazione cisgender mondiale. Secondo la studiosa, questi
discorsi presentano più di una semplice somiglianza con applicazioni storiche
della pseudoscienza a fini violenti, che utilizzavano tratti fisiologici per
classificare gli individui come inferiori, altri o comunque indesiderabili (ad
esempio la frenologia e l’eugenetica).
Possiamo tirare le fila sostenendo la tesi di Webster secondo cui le narrazioni
prodotte dai transvestigators mettono in luce la natura intersezionale
dell’odio. Transfobia, omofobia, misoginia e razzismo sono intrecciati – seppur
in combinazioni diverse e variabili – allo scopo di mostrare un presunto inganno
sociale. Nonostante spesso sia difficile distinguere tra transfobia e trolling,
discorso autentico e inautentico, sono innegabili i fili che collegano il
panorama mediatico ai discorsi prodotti da quelle persone in carne ed ossa che
hanno lo smisurato potere di spostare o offuscare la percezione di milioni di
ascoltatori (utenti forse sarebbe più corretto?). Altresì innegabile, conclude
Leslie Webster, che occorrono un’alfabetizzazione mediatica e una riflessione
sul ruolo dei social media nel riprodurre, rafforzare o contrastare movimenti
che mirano a egemonizzare l’odio.
L'articolo Transvestigation: anatomia di un’ossessione proviene da Il Tascabile.
P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul
mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non
dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il
reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo
diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok:
una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di
seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale
d’accompagnamento.
Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di
uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto
dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal
testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video
proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia,
folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza
di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di
utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione,
giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in
carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a
seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una
rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila
Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del
Paese.
Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata
dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto
il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene
inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo
ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati
dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi
dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali
Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader
dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari
esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio
parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex
primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco
alla sua casa.
L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza
dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha
successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la
scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è
quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza
procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”.
> L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una
> zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del
> gesto, così come sulle sue conseguenze.
Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica
internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui
l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi
protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta
viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e
sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso
discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo
strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico
contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di
là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica
alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della
violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento.
Fruizione
Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La
politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta
neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi
considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per
mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di
Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il
recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma
l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione
della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith,
saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le
possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero
veicolata dai media.
Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la
spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di
fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come
viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la
presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un
omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra:
provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto
potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé,
ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto.
È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che
decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore
immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle
immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre
notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di
al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere
creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003.
> Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento
> verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
> violenza a contenuto mediatico.
Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una
risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa
la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al
logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di
spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la
prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento
verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato
velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato
via.
Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella
società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […]
diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri
oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio
generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente
nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di
calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle
contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e
politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa
nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della
partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi –
gli avversari.
Riflessione
L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito
da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus
universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione
pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata,
per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la
cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è
spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del
diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso
promotore di ideologie intolleranti e violente.
Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai
politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe
dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di
voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in
toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA
(Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui
il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo
ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il
ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non
corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle
prime ore.
> L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro
> con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza
> esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza.
Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA
e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda
hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è
stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle
possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il
contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un
fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi,
ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica.
Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia
speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un
paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna
vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e
giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della
violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui
obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare
di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza,
anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua
componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi
materialista.
Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi,
né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e
anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla
polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di
supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si
guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque
afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo
politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni
materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto
che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo
legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza.
Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di
forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza
ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di
una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe?
Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in
quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra
democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi
internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per
l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E
poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di
sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi
riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini
ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League).
Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto
alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti
della repressione statale.
> Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si
> ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è
> naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la
> condanna della violenza – è un’aporia del sistema.
Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è
riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta
l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di
fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti,
da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa
internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva
l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che
politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il
movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla
violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici
che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai
report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as
Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide).
La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo
ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha
denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un
Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno
parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel
dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista
per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti –
anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I
tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come
l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari
da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e
Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni
d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che
la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi,
tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di
carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che,
nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano
simbolico dell’utopia.
Azione
Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo
comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole
diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è
possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla
necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare
superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale
alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito
democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La
società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso
gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico.
In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si
traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della
violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno.
Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a
rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro
Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la
risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società
contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta
violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi.
> Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna
> alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed
> economici che sostanziano l’intento genocidario.
A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese
Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di
estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di
là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo
qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi
detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado
di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere
capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della
violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi
tipo di ordinamento giuridico.
Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione
violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica
talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri,
fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato
nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza
introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura
dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de
facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo
potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che
Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava
Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior
repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da
un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati
Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now,
recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per
scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”.
Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in
corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura
quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti
nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La
radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è
esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie
dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio
di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante
che tira un sampietrino durante una manifestazione.
Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia
(2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di
numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra
la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica
liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per
Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità
contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo
istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo
di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della
popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver
assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare.
Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e
ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di
fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono
sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che
servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti.
> Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la
> necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in
> spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico.
Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di
Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere
perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli
obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la
devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa
essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista
non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste
degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie.
Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e
Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità
nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di
questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali
inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi
rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta
dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il
mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi
@aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa?
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