A quasi sette anni dalla notte dell’hotel Champagne, sullo scandalo Palamara
cala il colpo di spugna definitivo. E non per colpa dei magistrati , come
insinuano ogni giorno i sostenitori del Sì al referendum, ma della politica. Con
un voto contrario e 14 astensioni, il Consiglio superiore della magistratura ha
dato il via libera al rientro in toga di Cosimo Ferri: una scelta attesa dopo la
sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la mannaia della legge
anti-porte girevoli. Così il potente ex deputato renziano, sottosegretario alla
Giustizia in tre governi, tornerà ad amministrare torti e ragioni dopo 13 anni
tra Parlamento e ministero. E non lo farà in un ruolo qualsiasi, ma – come
anticipato un mese fa dal Fatto – da giudice del Tribunale di Roma, dove
approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per
anni; proprio la sede di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca
Palamara, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato
delle nomine. Un esito paradossale reso possibile dallo scudo della Camera dei
deputati, che ha negato per due volte alla Sezione disciplinare del Csm l’uso
delle intercettazioni di quella notte, salvando Ferri da una probabile
radiazione (destino riservato invece a Palamara). Un bel curriculum per chi ora
tornerà a giudicare i comuni cittadini sotto la scritta “la legge è uguale per
tutti”.
La vicenda ha inizio il 9 maggio del 2019, quando magistrati e politici si
incontrava in un albergo romano per orientare la nomina del capo dei pm dalla
Capitale. Oltre a Palamara e Ferri, allora deputato del Pd, c’erano cinque
consiglieri del Csm – a cui sarebbe toccato votare di lì a poco – e un altro
deputato dem, l’ex ministro Luca Lotti, in quel momento imputato proprio a Roma
per il caso Consip. Grazie al suo doppio ruolo di giudice e parlamentare, Ferri
è l’unico dei partecipanti a quell’incontro a non aver subito conseguenze:
Palamara infatti è stato radiato dall’ordine giudiziario a tempo di record,
mentre i cinque consiglieri coinvolti si sono dovuti dimettere e poi sono stati
sanzionati in sede disciplinare con lunghe sospensioni dalle funzioni e dallo
stipendio. Nel 2023, fallita la rielezione alla Camera, l’ex sottosegretario era
stato “parcheggiato” fuori ruolo al ministero della Giustizia in base alla legge
Cartabia sulle porte girevoli, in quanto nel frattempo era entrato in carica
come consigliere comunale nella sua Carrara (aveva provato la corsa a sindaco
senza successo). A novembre però il Consiglio di Stato, ribaltando la decisione
del Tar, ha accolto il suo ricorso sostenendo che quella legge non si può
applicare nei suoi confronti, perché entrata in vigore dopo l’acettazione della
candidatura. Così Ferri è stato autorizzato a rientrare in magistratura, e tra
le sedi disponibili ha scelto il Tribunale di Roma, il più ambito d’Italia, dove
troverà come presidente un vecchio amico, Lorenzo Pontecorvo, già suo “delfino”
nella corrente conservatrice di Magistratura indipendente.
Le decisioni del Parlamento e del Consiglio di Stato rendevano la scelta del Csm
praticamente obbligata. Quasi la metà dei consiglieri, però, ha scelto comunque
di non votare a favore della delibera, passata con i sì dei consiglieri togati
di Magistratura indipendente e dei laici scelti dalla maggioranza di governo. Si
sono astenuti i togati di Area e di Unità per la Costituzione (UniCost) e i
laici in quota Pd e Movimento 5 stelle, mentre Mimma Miele di Magistratura
democratica ha votato contro (assenti gli indipendenti Roberto Fontana e Andrea
Mirenda). Nel dibattito è stato sollevato più volte il tema dello scudo
parlamentare, messo in relazione alle continue sparate del ministro della
Giustizia Carlo Nordio sul caso Palamara: “Intristisce che proprio la politica,
che accusa spesso il Csm di giustizia domestica, sia stata causa di una
decisione che strumentalmente ben potrebbe definirsi come giustizia domestica,
ma non da parte dei magistrati”, ha affondato il consigliere togato Roberto
D’Auria (UniCost). Marcello Basilico di Area ha sottolineato come Ferri “non
abbia mai fatto chiarezza sul suo ruolo” all’hotel Champagne e “in altre vicende
che l’hanno visto protagonista nelle cronache, scegliendo “come destinazione, se
possibile, quella più sensibile a talune di queste vicende”, cioè Roma.
I consiglieri progressisti di Area hanno motivato la loro astensione in una
nota: “La delibera odierna è aderente al disposto di legge, per come
interpretato dal Consiglio di Stato e, per questa ragione, abbiamo ritenuto di
non potere esprimere un voto contrario. Tuttavia, ci siamo astenuti, per
segnalare la nostra distanza da un risultato che riteniamo non rispondente alle
aspettative dei cittadini, che esigono chiarezza nelle relazioni tra politica e
giustizia. Ferri si è avvantaggiato della decisione della Camera dei deputati di
negare alla Sezione disciplinare del Csm, dimostrando di non avvertire
l’esigenza di fare chiarezza sulla propria posizione in ordine a quelle
travagliate e riprovevoli vicende. Egli tornerà così ad esercitare le funzioni
nel più grande tribunale d’Italia, proprio in quel contesto in cui, da
sottosegretario al ministero della Giustizia e da parlamentare, si trovò al
centro di alcuni dei casi più spinosi – alcuni sanciti anche da sentenze
definitive – della storia recente dei rapporti tra magistratura italiana e
politica. È la riprova che abbiamo bisogno non di riforme costituzionali, bensì
di collaborazione effettiva tra le istituzioni dello Stato, nel segno della
trasparenza e dell’accertamento delle effettive responsabilità”.
L'articolo Scandalo Palamara, il colpo di spugna definitivo: Cosimo Ferri torna
giudice a Roma grazie alla politica. Il centrodestra lo salvò dalla radiazione
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