“Una giustizia domestica e correntizia che fa da stanza di compensazione“. Così,
alla presentazione del suo libro alla Camera il 14 gennaio, il ministro Carlo
Nordio ha definito la giustizia disciplinare dei magistrati. Solo l’ultimo dei
tanti attacchi del Guardasigilli contro l’apposita sezione del Consiglio
superiore della magistratura, accusata di eccessiva morbidezza nel sanzionare le
violazioni deontologiche: tanto che la sua riforma la vuol sostituire con una
nuova Alta Corte, in cui i componenti magistrati saranno selezionati per
sorteggio e ci sarà un maggior numero di membri scelti dalla politica. Ma ancora
una volta gli anatemi di Nordio si schiantano contro fatti e numeri, e in questo
caso, in particolare, contro il suo stesso comportamento. Il ministro della
Giustizia infatti ha il potere autonomo di impugnare le sentenze disciplinari
che non gli piacciono, chiedendo una decisione diversa alle Sezioni unite civili
della Corte di Cassazione (il massimo organo giudicante del Paese). Eppure nel
corso di questa consiliatura, iniziata a febbraio 2023, l’ha fatto appena sei
volte sulle 176 sentenze di merito emesse dal Csm: cioè nel 3,5% circa dei casi.
I DATI SU CONDANNE E SANZIONI
Il dato emerge da un’analisi a cura di Roberto Fontana, giudice disciplinare e
consigliere indipendente di palazzo Bachelet, pubblicata sulla rivista online
Questione Giustizia. Al 31 dicembre scorso, la Sezione disciplinare dell’attuale
Consiglio superiore aveva emesso 199 sentenze: 23 di “non doversi procedere”,
cioè che non entrano nel merito (si pronunciano ad esempio se l’incolpato è
morto o si è dimesso), 82 condanne (il 41%) e 94 assoluzioni (il 47%).
Assimilando alle condanne i 15 casi in cui il magistrato sotto accusa si è
dimesso prima della sentenza, si raggiunge quota 97, cioè il 49% del totale
contro il 47% di assoluzioni. Tra le sentenze di condanna, due hanno inflitto
l’ammonimento (la sanzione meno grave), 46 la censura (che impedisce di ottenere
incarichi direttivi per i successivi dieci anni), 17 la perdità di anzianità, 9
la sospensione dalle funzioni (sempre accompagnata dal trasferimento di sede) e
8 la sanzione massima, la rimozione dall’ordine giudiziario.
LE IMPUGNAZIONI? SOLO IL 16%
Insomma, non proprio un giudice accomodante come lo descrive Nordio. Ma ancora
più interessanti sono appunto i numeri delle impugnazioni, che possono essere
promosse in autonomia dal ministro o dalla Procura generale della Cassazione. In
generale, le sentenze impugnate sono una netta minoranza: 29 su 176 decisioni di
merito, il 16% circa. Considerando solo le assoluzioni, le impugnazioni sono il
17%: 16 su 94. E il dato scende sensibilmente limitando l’analisi alle
assoluzioni per “scarsa rilevanza del fatto“, quelle più contestate dai
sostenitori del Sì: dal 2023 a oggi sono state impugnate quattro sentenze su 43,
il 9%.
L’IPOCRISIA DEL MINISTRO
Ma di tutte queste impugnazioni, quante vengono dal ministro? Come abbiamo detto
all’inizio, appena sei: cinque contro assoluzioni (di cui tre per “scarsa
rilevanza”), una contro una condanna. Se non è soddisfatto delle decisioni del
Csm, dunque, se la dovrebbe prendere innanzitutto con se stesso (o con i suoi
uffici che studiano le sentenze per lui). Ma la spiegazione forse è più
semplice: come sottolinea il consigliere Fontana, i dati mostrano un alto “tasso
di condivisione” delle decisioni disciplinari da parte del ministro e della
Procura generale, il che “non offre il benché minimo riscontro alla tesi di un
esercizio dell’attività giurisdizionale condizionato da logiche di giustizia
domestica”. In sostanza, per spingere la riforma, Nordio accusa di lassismo un
organo di cui invece mostra (nella sua qualità di ministro) di condividere quasi
tutte le decisioni.
LA QUERELLE SUI NUMERI
I numeri forniti da Fontana sono stati contestati da Enrico Costa, deputato di
Forza Italia e “falco” anti-pm della maggioranza: citando la relazione appena
depositata dal procuratore generale della Cassazione, Costa sostiene che il
tasso medio di condanne negli ultimi tre anni sia in realtà solo del 26,8%. Per
farlo considera nel conteggio anche le ordinanze di non luogo a procedere, cioè
i provvedimenti con cui, su richiesta della Procura generale, la Sezione
disciplinare “archivia” l’accusa senza nemmeno aprire il processo. Fontana però
replica rivendicando la correttezza della sua analisi: “Le ordinanze di non
luogo a procedere rappresentano in sostanza l’equivalente dei decreti di
archiviazione del gip in sede penale e in nessuna elaborazione statistica si
confondono tali decreti con le sentenze che definiscono il processo penale”.
Peraltro il ministro può opporsi alla richiesta di archiviazione della Procura
generale, obbligando il Csm ad aprire il processo: lo ha fatto, ad esempio, nel
caso dei tre giudici milanesi finiti sotto accusa per la liberazione
dell’oligarca russo Artem Uss. Insomma, anche in questo caso, i presunti colpi
di spugna dei magistrati potrebbero essere facilmente sventati dal governo. Che
però, nella maggior parte dei casi, non ha nulla da ridire.
L'articolo Referendum, Nordio accusa il Csm di non punire abbastanza i
magistrati. Ma lui ha impugnato solo 6 sentenze su 176 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Consiglio Superiore della Magistratura
“Questo è un sì obbligato dato l’articolo 111 della Costituzione che fu
riformato nel 1999. La separazione delle Carriere è obbligata da
quell’articolo”. A parlare è Marcello Pera, presidente del Senato dal 2001 al
2006, attualmente senatore di Fratelli d’Italia che oggi ha organizzato una
conferenza stampa per spiegare le ragioni del Sì al prossimo referendum sulla
separazione delle carriere e riforma del Consiglio Superiore della Magistratura.
Per farlo più che rispondere alle obiezioni, Pera insiste sul “giudice terzo”.
Al punto da prendere, gentilmente, il microfono de ilfattoquotidiano.it e porre
lui domande a una collega giornalista presente nella sala stampa del Senato. A
dialogare con il senatore di Fdi, Cesare Salvi, ex ministro e parlatore di lungo
corso nelle file dei ‘Democratici di Sinistra’. Come Meloni ha motivato la
riforma? Ha detto una fesseria, capita anche a lei”. Nordio che dice che la
riforma servirà anche a Schlein una volta al governo? “E’ blasfemo quello che ha
detto Nordio”. La riforma approvata come un decreto legge senza nessuna
modifica, con il governo che nell’iter parlamentare ha respinto anche
emendamenti della maggioranza? “Questa è una buona obiezione – afferma Salvi –
io sono sempre stato a favore della separazione delle carriere e sono diventato
troppo vecchio per cambiare idea, mi manca l’elasticità”.
L'articolo Marcello Pera (Fdi) s’improvvisa reporter e intervista i giornalisti:
“Al referendum giusto votare sì” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aprire una pratica urgente “volta a verificare quali siano stati e siano
attualmente i presidi di sicurezza adottati al fine di scongiurare il rischio di
accessi anonimi e illeciti alle postazioni di lavoro dei magistrati e del
personale di cancelleria”. La richiesta arriva da 12 membri del Consiglio
superiore della magistratura, all’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta di
Report – in onda domenica sera su Rai 3 – sul software installato nei pc in
dotazione agli uffici giudiziari italiani, che consentirebbe di spiare le
attività di giudici e pm da remoto e a loro insaputa. Nell’atto indirizzato al
Comitato di presidenza si cita “la notizia divulgata da numerosi organi di
informazione, secondo la quale il programma informatico Ecm, installato nei
personal computer distribuiti dal ministero della giustizia agli operatori
giudiziari, tra cui i magistrati, consentirebbe la possibilità di accedere da
remoto – all’insaputa dell’utente e senza lasciare tracce dell’accesso – anche a
qualsiasi soggetto con permesso di amministratore“. A firmare la richiesta i sei
consiglieri togati del gruppo progressista di Area (Marcello Basilico, Francesca
Abenavoli, Tullio Morello, Antonello Cosentino, Maurizio Carbone e Genantonio
Chiarelli), Mimma Miele di Magistratura democratica e gli indipendenti Roberto
Fontana e Andrea Mirenda, nonché i laici Roberto Romboli (in quota Pd) Michele
Papa (M5s) ed Ernesto Carbone (Italia viva).
In parallelo alla richiesta di aprire una nuova pratica, però, l’organo di
autogoverno della magistratura ha preso un’iniziativa più immediata: chiedere
spiegazioni al ministero della Giustizia nell’ambito di una pratica già
esistente sulla sicurezza informatica, aperta nel 2024 dopo l’arresto di Carmelo
Miano, l’hacker che aveva violato i server di via Arenula e degli uffici
giudiziari di mezza Italia. Nella seduta di giovedì mattina, la Settima
Commissione (competente sull’informatica giudiziaria) ha deliberato
all’unanimità di scrivere al ministero guidato da Carlo Nordio per sapere
ufficialmente se il programma “consente intrusioni abusive o il tracciamento
degli utenti”. Le prime risposte ufficiali, dunque, arriveranno da qui. Per
questo alcuni consiglieri – tra cui quelli del gruppo “moderato” di UniCost –
hanno scelto di non aderire alla richiesta di apertura di una nuova pratica,
ritenuta un inutile doppione. Secondo i firmatari, però, la gravità della
vicenda denunciata da Report esigeva un’iniziativa autonoma.
L'articolo Software-spia nei pc dei magistrati, il Csm scrive a Nordio:
“Chiarire sulla sicurezza”. Chiesta una pratica urgente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Convinti del Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Ma anche del fatto che la riforma non migliorerebbe né i tempi né l’efficienza
della giustizia. Parola dei sostenitori della riforma che sarà sottoposta al
voto in primavera, almeno alcuni tra quelli intervenuti alla presentazione di
Una nuova giustizia, il libro del ministro guardasigilli Carlo Nordio. Al punto
che la giornalista del TgLa7 Gaia Tortora, tra i relatori dell’appuntamento,
afferma che “è sbagliato chiamare questo referendum riforma della giustizia“.
Sulla durata dei processi, problema principale e annoso della giustizia
italiana, il ministro Nordio cita esempi paradossali per sostenere che la
velocità dei processi è importante ma non è l’unico elemento dell’efficienza. “I
processi che si svolgevano durante la rivoluzione francese iniziavano la mattina
e finivano con la ghigliottina, i processi di Stalin iniziavano la mattina e
finivano il pomeriggio con la fucilazione e i processi nazisti iniziavano la
mattina e finivano con l’impiccagione. Serve una giustizia giusta” conclude il
ministro.
L'articolo Il referendum? Non servirà ad avere processi più veloci: parola dei
sostenitori del sì. Anzi, per Nordio è “secondario” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nessuna “anomalia“, meno che mai ispirata da un qualche “intento persecutorio“,
ma “una decisione fondata su una legittima e plausibile interpretazione della
normativa”. Così la Prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura
definisce la scelta fatta a gennaio da Francesco Lo Voi, procuratore capo di
Roma, di iscrivere nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i
ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo
Mantovano, denunciati dall’avvocato ed ex politico Luigi Li Gotti in relazione
al caso del generale libico Osama Almasri, arrestato in Italia su mandato della
Corte penale internazionale e liberato dal governo. Nella seduta di mercoledì,
il Csm voterà l’archiviazione della pratica di trasferimento d’ufficio di Lo Voi
per incompatibilità ambientale, aperta ormai quasi un anno fa su iniziativa dei
consiglieri laici di centrodestra (Isabella Bertolini, Claudia Eccher, Daniela
Bianchini, Enrico Aimi e Felice Giuffrè).
Ricevuta la denuncia di Li Gotti e verificata la sua non manifesta infondatezza,
il procuratore, come prevede la legge, lo aveva trasmesso “omessa ogni indagine”
al Tribunale dei ministri (lo speciale collegio competente a indagare sui reati
ministeriali) notificando ai membri del governo l’iscrizione formale nel
registro degli indagati. Per questo atto dovuto, Lo Voi – magistrato di noto
orientamento conservatore – era finito nel mirino del governo, che lo ha
accusato di aver usato la sua funzione a scopo politico. Così i rappresentanti
della maggioranza al Csm avevano presentato nei suoi confronti un esposto
disciplinare chiedendo allo stesso tempo l’apertura di una pratica di
trasferimento: iniziative già prese più volte in questa consiliatura per
“bastonare” i magistrati sgraditi, ma sempre rimaste prive di effetti in quanto
giudicate del tutto prive di fondamento.
Questo caso non ha fatto differenza: la Prima Commissione di palazzo Bachelet ha
proposto a maggioranza l’archiviazione della pratica, con l’unica astensione
della consigliera Isabella Bertolini, eletta in quota Fratelli d’Italia.
Nell’esposto i laici di centrodestra sottolineavano che l’iscrizione nel
registro degli indagati di un soggetto denunciato non è automatica, ma
dev’essere “ponderata” e oggetto di “valutazione nel merito“, soprattutto quando
si tratta di reati ministeriali. Per la Commissione, però, nella condotta di Lo
Voi non c’è “alcun profilo di criticità suscettibile di dare adito a profili di
incompatibilità ambientale”: le decisioni prese dal magistrato, infatti,
rientrano “nell’alveo delle sue valutazioni giudiziarie“, indiscutibili dal Csm
ai fini di un eventuale trasferimento d’ufficio (che presupporrebbe
l’impossibilità di svolgere le funzioni a Roma con indipendenza e imparzialità).
Dall’istruttoria, si legge, non è emerso “alcun profilo di anomalia, abnormità o
comunque di patologica deviazione o sviamento rispetto all’iter” previsto dalle
norme. Anzi, a escludere ogni presunto “intento persecutorio” c’è la richiesta
del procuratore, una volta conclusa l’istruttoria del Tribunale dei ministri, di
archiviare l’accusa di peculato per tutti gli indagati e quella di
favoreggiamento per Mantovano: una richiesta che però i giudici hanno disatteso,
archiviando solo la posizione di Meloni e chiedendo l’autorizzazione a procedere
per Nordio, Piantedosi e Mantovano, negata poi dalla Camera.
L'articolo Caso Almasri, il Csm archivia la pratica contro Lo Voi: “Nessuna
anomalia nell’iscrizione di Meloni e dei ministri” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Il caso Bertolini dimostra con chiarezza perché al referendum sulla legge
Nordio bisogna votare No“. Enrico Grosso, presidente onorario del Comitato per
il No alla separazione delle carriere fondato dall’Associazione nazionale
magistrati, commenta così la notizia del Fatto sulla partecipazione della
consigliera del Csm al vertice sulla campagna referendaria nella sede di
Fratelli d’Italia, insieme ad Arianna Meloni e ai responsabili giustizia dei
partiti di maggioranza. Per Grosso, professore di Diritto costituzionale
all’Università di Torino, “che una componente del Consiglio superiore della
magistratura partecipi a un incontro di un partito di maggioranza è un fatto
oggettivamente inopportuno. Ma oggi, grazie alla Costituzione, questo non altera
l’equilibrio tra i poteri dello Stato perché i membri togati del Csm sono eletti
dai magistrati e rappresentano un contrappeso autorevole e forte al potere
politico”, sottolinea. Con la riforma, invece, “succederebbe l’esatto
contrario”: “I laici scelti dalla maggioranza parlamentare diventerebbero ancora
più influenti, mentre i magistrati, scelti per sorteggio, sarebbero più deboli e
privi di una legittimazione interna. Il risultato sarebbe un Csm inevitabilmente
più esposto alla maggioranza di governo. Il caso Bertolini è un campanello
d’allarme: ciò che oggi è solo una sgrammaticatura istituzionale e una caduta di
stile diventerebbe la normalità. L’indipendenza della magistratura è un valore e
un presidio essenziale dello Stato costituzionale. Per questo è necessario
votare No”, conclude.
Sulla stessa linea il giudice della Corte d’Appello di Roma Giovanni Zaccaro,
segretario della corrente progressista di Area. “Ho letto stamane che una
componente del Csm, la laica Isabella Bertolini, ha participato ad una riunione
in una sede di partito. Forse pensa che la riforma Nordio sia già in vigore e
che la politica debba entrare direttamente nel Csm, mi pare un’altra buona
ragione per votare No al referendum”, ironizza. Mentre il Movimento 5 stelle si
esprime con una nota dei suoi eletti nelle Commissioni Giustizia di Camera e
Senato: “Questo episodio è l’antipasto di quello che attende l’Italia se passa
la riforma, è l’ennesima dimostrazione di quale sia l’intento del governo
Meloni: aumentare in modo esponenziale l’influenza ed il controllo della
politica sulla magistratura e in particolare all’interno dei suoi organi di
autogoverno. Se vincesse il Sì al referendum verrebbe costituzionalizzato il
controllo dei partiti politici sul potere giudiziario, carriere e provvedimenti
disciplinari dei magistrati verranno decisi nelle sedi dei partiti di
maggioranza. L’episodio denunciato oggi non ha bisogno di ulteriori commenti,
con il governo Meloni stanno crollando tutti i capisaldi della separazione dei
poteri, della correttezza istituzionale e anche del bon ton che si richiede a
chiunque ricopra cariche pubbliche”, accusano Stefania Ascari, Anna Bilotti,
Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e
Roberto Scarpinato.
Dal mondo della politica interviene il leader di Europa Verde Angelo Bonelli,
deputato di Alleanza Verdi e Sinistra: “Fratelli d’Italia utilizza gli organismi
indipendenti e di garanzia dello Stato per i suoi fini politici. Dopo l’Autorità
per la privacy oggi è il turno del Csm”, afferma in riferimento al caso di
Agostino Ghiglia, membro del Garante per la protezione dei dati personali in
quota FdI, presente in via della Scrofa subito prima di votare per la maxi-multa
a Report. “Se Csm e Autorità di garanzia mostrano prossimità politica con chi
governa, la loro funzione di equilibrio viene meno. La democrazia italiana si
fonda sull’autonomia dei poteri e sul rispetto rigoroso dei ruoli istituzionali.
Il vicepresidente del Csm dovrebbe richiamare la consigliera Bertolini e questa
vicenda ci fa capire come la riforma della separazione delle carriere sia uno
strumento per la destra per mettere sotto controllo politico la magistratura”.
Per Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera, la presenza di Bertolini alla
riunione della sede di FdI “è uno scandalo“: “Il Csm è un delicatissimo organo
di autogoverno della magistratura, non una emanazione del partito pigliatutto
della destra”. Anche per il presidente del gruppo Misto del Senato, Peppe De
Cristofaro, la vicenda raccontata dal Fatto è “gravissima”: “Quella era una
riunione politica, non istituzionale o un convegno. Se sei componente
dell’organo che dovrebbe tutelare l’autonomia e l’indipendenza della
magistratura non puoi partecipare a una riunione politica sulle strategie per il
prossimo referendum sulla giustizia. Ma per i rappresentanti della destra non è
così, loro svolgono un ruolo politico alla faccia dell’autonomia e
dell’indipendenza. Una sottomissione politica inaccettabile. Questa destra è
senza ritegno“.
L'articolo Bertolini (Csm) al vertice FdI, condanna di toghe e opposizioni:
“Separazione dei poteri a rischio, ecco perché votare No” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’ennesima richiesta di pratica a tutela dei magistrati attaccati dalla
politica. Questa volta al Consiglio superiore della magistratura arriva il caso
dei giudici del Tribunale dei minorenni dell’Aquila, bersagliati dalla destra
per la loro decisione di trasferire in comunità i cosiddetti “bambini nel
bosco“, tre minori che vivevano insieme ai genitori in un rudere senza luce,
acqua e gas in Abruzzo: con un atto depositato lunedì mattina al Comitato di
presidenza, 19 membri togati del Csm (tutti tranne uno) chiedono all’organo di
assumere una posizione ufficiale a difesa dei colleghi. Nella richiesta si
citano le dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini, che ha parlato di “un
sequestro” e ha detto di voler parlare personalmente con i giudici, e quelle del
ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha annunciato “accertamenti profondi”
(cioè ispezioni) sul caso. “Tali affermazioni, provenienti da rappresentanti di
pubbliche istituzioni, trascendono la legittima critica a un atto giudiziario e
finiscono per colpire direttamente l’operato dei magistrati del Tribunale per i
minorenni, esponendoli a una indebita pressione anche mediatica“, si legge. A
firmare l’atto anche i membri laici Ernesto Carbone (in quota Italia viva),
Michele Papa (M5s) e Roberto Romboli (Pd), per un totale di 22 consiglieri.
Questa delegittimazione, si sottolinea, si riflette in “gravi e scomposti
attacchi attraverso i social, circostanza ormai quasi ricorrente”: a farne le
spese stavolta è stata la presidente del collegio che ha disposto
l’allontanamento, Cecilia Angrisano, bersaglio di pesanti minacce e della
diffusione del suoi indirizzo e dei suoi contatti. I consiglieri condannano
anche il collegamento fatto dai politici tra la vicenda e la riforma
costituzionale sulla separazione delle carriere, “che nulla ha a che fare con il
caso in esame”: “Dovrebbe essere interesse di tutti – istituzioni politiche e
istituzioni di garanzia – che il confronto sui referendum si sviluppi sul
terreno delle opzioni normative e delle ragioni di merito, senza piegare a fini
di propaganda casi concreti che riguardano minori e che sono ancora oggetto di
valutazione giudiziaria”, affermano.
La decisione di sospendere la potestà genitoriale, ricordano i consiglieri, è
arrivata “nell’ambito di un procedimento nato su impulso della Procura minorile,
dopo il ricovero dei minori, e all’esito di un’istruttoria durata 13 mesi
fondata su relazioni dei servizi sociali e delle forze dell’ordine, su
accertamenti tecnici relativi alle condizioni abitative, sulle informazioni
sanitarie e sulle complessive condizioni di vita e di relazione dei minori
interessati e solo dopo aver reiteratamente cercato di istaurare con i genitori
un percorso di socializzazione e sanitario”. Il provvedimento “rientra, dunque,
nell’esercizio delle funzioni attribuite dalla legge alla giustizia minorile
tipiche attribuzioni dell’autorità giudiziaria minorile e persegue
esclusivamente finalità di protezione dei bambini coinvolti”, si sottolinea.
In alcune dichiarazioni dei politici, accusano i membri del Csm, appare invece
“del tutto ignorata la natura delle decisioni di protezione dei minori, che
spesso incidono in modo doloroso sulla vita delle famiglie e sono gravose anche
per i magistrati chiamati ad assumerle. La giurisdizione, soprattutto in ambito
minorile, opera in un quadro di legge complesso, sulla base di atti e di
elementi tecnici, componendo interessi tutti meritevoli di rispetto: la libertà
delle scelte educative dei genitori, il diritto dei bambini alla sicurezza, alla
salute, alla socialità e alla riservatezza”, spiegano. Pertanto, “la
semplificazione di tale complessità in formule polemiche, che presentano
l’intervento giudiziario come un sequestro o una violenza di Stato, finisce per
minare la fiducia nella magistratura ed esonda in un’inaccettabile
delegittimazione personale dei giudici titolari del procedimento”.
L'articolo “Bambini nel bosco”, chiesta al Csm una pratica a tutela dei giudici:
“La politica fa propaganda sul caso per il referendum” proviene da Il Fatto
Quotidiano.