Un magistrato radiato e altri due sospesi dalle funzioni e dallo stipendio in
via cautelare. La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della
magistratura, che la riforma Nordio vorrebbe sostituire con l’Alta Corte, emette
in un colpo solo tre provvedimenti pesantissimi alla vigilia del referendum,
quasi una risposta allo slogan del Sì secondo cui le toghe inadeguate “non
pagano mai“. All’udienza di giovedì – l’ultima prima del voto – il tribunale
interno ha espulso dall’ordine giudiziario l’ex giudice di Tempio Pausania
Vincenzo Cristiano, colpevole di aver ricevuto “agevolazioni, utilità e
vantaggi” da un indagato a cui aveva imposto una misura cautelare. Si tratta del
nono magistrato radiato in tre anni da questo Csm, insediato a inizio 2023: un
numero mai visto prima. Lo stesso giorno, poi, sono state depositate due
ordinanze di sospensione cautelare, cioè di allontanamento temporaneo dal
servizio in attesa dell’esito del processo disciplinare: una a carico del
giudice della Corte d’Appello di Messina Michele Alajmo, l’altra di Ida Perrone,
pm a Castrovillari.
La radiazione del giudice Cristiano arriva a sua volta dopo una lunghissima
sospensione cautelare, scattata in automatico con l’arresto del magistrato nel
2016. Cristiano era accusato di corruzione per aver ricevuto, tra il 2015 e il
2016, vari regali e favori da Umberto Galizia, un imprenditore indagato per
estorsione e usura, a cui lui stesso, nel 2014, aveva inflitto il divieto di
dimora in qualità di gip. In particolare, Galizia – che puntava alla revoca
della misura cautelare – aveva concesso al magistrato e alla sua compagna
ucraina l’uso gratuito di un appartamento a Olbia, gli aveva fatto ottenere una
Smart a metà prezzo (sempre per la compagna) e gli aveva regalato una fornitura
di stoviglie e una macchina del ghiaccio per il ristorante di cui era socio a
San Teodoro. Nel processo penale il giudice era stato assolto, per mancanza
della prova che i regali fossero legati all’esercizio della sua funzione. Ma
poiché i fatti sono stati accertati, la Sezione disciplinare ha deciso di
punirlo comunque con la sanzione massima, la rimozione dalla magistratura.
In attesa della sanzione, è stato invece sospeso Michele Alajmo, giudice
d’Appello a Messina: per tutto lo scorso anno, si legge nel capo d’accusa,
“ometteva di esaminare gli atti dei procedimenti o comunque li esaminava con
estrema superficialità e grave negligenza, in tal modo creando problemi al
funzionamento della sezione” a cui era assegnato. Durante un’udienza, in
particolare, “incorreva
in clamorosi errori nella narrazione dell’iter processuale” svolgendo la
relazione sul caso, e , “a seguito delle osservazioni del difensore, si
giustificava ammettendo pubblicamente di non aver preso visione del fascicolo
processuale”. Sospesa in via cautelare anche Ida Perrone, pm a Castrovillari,
sottoposta a quattro diversi procedimenti disciplinari, già condannata più volte
per “comportamenti gravemente scorretti” nei confronti dei volleghi e per questo
trasferita di sede già tre volte: il Csm ha risposto alle ripetute segnalazioni
del procuratore di Castrovillari e del procuratore generale di Catanzaro, che
segnalavano atteggiamenti aggressivi e paranoici tali da “creare un clima
intollerabile nell’ufficio“.
L'articolo Altro che toghe “impunite”: alla vigilia del referendum il Csm radia
il nono magistrato in tre anni. E ne sospende due proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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“Sono qui a vedere”. Questa la prima risposta che Mario Mori, ex generale dei
Ros dà a ilfattoquotidiano.it all’appuntamento conclusivo di Fratelli d’Italia
per la campagna referendaria in favore del Sì. Che fosse qui come semplice
curioso che aspetta il Giro d’Italia pare poco credibile tant’è che poco dopo
Mori contesta la domanda se vota sì come “banale”. Ma non era qui per vedere?
Alla fine quando gli viene chiesto “perché Sì” decide di congedare il cronista
con garbo: “Hai rotto i coglioni, cazzo”.
L'articolo Anche il generale Mario Mori vota Sì: presente all’appuntamento di
Fdi. E alle domande del Fatto risponde: “Hai rotto i cogl…” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Oltre 1700 firme sono state raggiunte dalla petizione lanciata da sei donne che
hanno proposto il manifesto ‘Perché da donne e femministe il 22 e 23 marzo
votiamo No alla riforma della Costituzione’. Da Fiorella Mannoia a Francesca
Comencini, da Dacia Maraini a Francesca Archibugi, tante le donne che si sono
schierate per il No alla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e
separazione delle carriere dei magistrati.
Al Senato le proponenti hanno illustrato le loro ragioni in una conferenza
stampa coordinata da Valeria Valente, senatrice del partito Democratico. “C’è
una esplicita volontà della politica di sottomettere la giustizia”, ha affermato
la docente e filosofa Fabrizia Giuliani. Mentre la costituzionalista Carla Bassu
ha posto l’accento sulla mancanza di dialogo nell’iter parlamentare con il
governo che non ha accolto nessuna delle richieste di modifiche, parlando di
“arroganza” da parte dell’esecutivo e sottolineando che dunque “questa riforma
viola nella sostanza lo spirito delle nostre madri e padri costituenti”.
Due avvocate, una penalista e l’altra civilista sono entrate nel merito delle
contestazioni alla riforma meloni-Nordio su cui gli italiani saranno chiamati a
esprimersi nel referendum del 22 e 23 marzo. “Si vuole indebolire il Consiglio
Superiore della Magistratura e si rinvia a leggi ordinarie e successive la
disciplina di aspetti che sono decisivi come quello del ruolo del Pubblico
Ministero, come quello dell’organizzazione tra polizia e Pm e come quello di
stabilire le priorità dei reati da perseguire – afferma nel suo intervento
L’avvocata Teresa Manente – Nessuno nega i problemi esistenti nella Giustizia,
ma questa riforma non incide in nessun modo sui tempi dei processi, sulla
mancanza del personale e della formazione e specializzazione”.
Mentre per Concetta Gentili, civilista “per migliorare la giustizia non serve
brutalizzare la Costituzione” asservendo “le procure all’esecutivo, triplicando
organi di governo e controllo” della Magistratura “e le relative spese”. E
conclude “non abbiamo bisogno di case nel bosco, di familismo strisciante, di
migranti stupratori, non abbiamo bisogno di giudici plotoni di esecuzione perché
le Istituzioni, i diritti e le donne non si difendono con gli slogan, ma con le
strutture e la difesa dell’indipendenza della Magistratura che è essa stessa una
struttura di protezione. Difendendo l’euilibrio dei poteri oggi significa la
possibilità per le donne di continuare a far valere i propri diritti”.
L'articolo Le voci di 1700 femministe per il No al Referendum: “Per migliorare
la giustizia non serve brutalizzare la Costituzione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La scorsa settimana alla presentazione dell’intergruppo parlamentare per il Sì,
nato su impulso del deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone per
dimostrare la trasversalità, da destra a sinistra, del fronte del Sì, Roberto
Giachetti aveva lanciato il suo grido d’allarme, in vista del referendum sulla
riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e sulla separazione delle
carriere dei magistrati, su cui gli italiani si esprimeranno attraverso il voto
al referendum del 22 e 23 marzo. Una settimana dopo le cose non sono molto
migliorate. Prima Meloni, poi due parlamentari di Fratelli d’Italia con le loro
dichiarazioni, di molto sopra le righe, hanno aumentato le preoccupazioni del
deputato renziano. “Non mi hanno ascoltato” commenta laconico “in questa
campagna elettorale il Sì ha fatto campagna per il No e il No ha fatto campagna
per il Sì”.
In una sala tutt’altro che gremita vanno in scena i ‘Comizi d’amore per il sì’.
Alcuni però, come la dem Pina Picerno, il loro comizio d’amore lo fanno da
remoto. Tutt’altro che entusiasta per come il presidente del Consiglio, Giorgia
Meloni, ha impostato la comunicazione degli ultimi giorni della campagna
referendaria è Benedetto Della Vedova di +Europa: “Veri e propri assi per il
No”. Luigi Marattin, dal canto suo, dopo la vicenda dei post con le card del
presidente della Repubblica Sergio Mattarella poi rimosse dal web, afferma che
“è inutile che ora fate questa roba”. Ovvero le domande. “Secondo me il No vince
lo stesso, non ti preoccupare, vincete, anzi, congratulazioni per la vittoria”.
Di parere opposto il promotore dei ‘Comizi d’amore’ Federico Mollicone. “Noi
siamo ottimisti, pensiamo e sappiamo che il Sì è avanti, l’unico vero problema è
la mobilitazione al voto”. Problema, quello dell’affluenza, che nel partito di
Mollicone e guidato da Meloni, il deputato Aldo Mattia pare aver trovato rimedio
con il seguente invito: utilizzate anche il solito sistema clientelare. “Era
chiaramente un tono ironico” riesce a dire Mollicone, che almeno aggiunge “nel
merito, sul clientelismo, non condivido, ma state enfatizzando dei toni
sbagliati ma tra l’altro in iniziative molto ristrette e limitate”.
Ma non è l’unica grada in casa Fratelli d’Italia. Si segnala anche il senatore
Zaffini secondo il quale “finire davanti alla magistratura è come avere un
cancro, peggio di un plotone d’esecuzione”. Chiediamo ad un senatore di Fratelli
d’Italia, collega di Zaffini presente ai cosiddetti Comizi d’amore. “Ma quella è
la polarizzazione della politica, non è un tema nemmeno italiano. Viviamo in un
mondo dove il linguaggio si radicalizza” si arrampica sugli specchi Andrea De
Priamo che conclude dicendo che del collega Zaffini “non ho visto il video,
quando lo vedrò darò una valutazione specifica ma non sta a me”. L’affluenza
alle urne non fa sta tranquilli i parlamentari dell’intergruppo e se Ettore
Rosato, una settimana fa, auspicava un voto a favore del Sì “anche da parte di
un pezzo di quelli che non sono informati” sui contenuti della riforma, oggi
invita a votare Sì “per una riforma che fa bene all’Italia”. Ma la soluzione per
partecipazione al voto che porti il Sì alla vittoria la suggerisce Simonetta
Matone della Lega. “Il nostro nemico non è il fronte del No, il nostro nemico è
l’assenteismo quindi chi crede nel Sì domenica e lunedì deve fare la staffetta,
deve caricare le persone e portarle con la forza a votare perché ci dicono Sì,
poi piove, è una bella giornata, non ci vanno. Siccome anche un voto fa la
differenza, vi prego facciamolo tutti”.
L'articolo “Non ho visto il video”, “Parlate anche con gli altri”: l’imbarazzo
quasi comico ai “Comizi d’amore” (bipartisan) del Sì per le sparate dei
colleghi. Ma Matone ha la soluzione: “Bisogna caricare le persone e portarle con
la forza al seggio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Conferenza stampa di presentazione dell’Intergruppo Parlamentare per il Sì al
Referendum del prossimo 22-23 marzo. Roberto Giachetti, Valentina Grippo,
Stefano Ceccanti, Ettore Rosato, Luigi Marattin, Federico Mollicone, Benedetto
della Vedova, Pina Picierno e Stefano Esposito i primi componenti e quindi balza
subito all’occhio l’assenza di Forza Italia e Lega. “L’intergruppo è aperto a
tutti – dichiara il promotore dell’iniziativa il deputato di Fratelli d’Italia
Federico Mollicone. Intergruppo per dimostrare la trasversalità del Sì”. Intanto
però sulla conferenza stampa piomba il caso Bartolozzi. Al punto che Roberto
Giachetti (Italia Viva) afferma: “Il centrodestra sta facendo di tutto per farci
perdere il referendum. La Bartolozzi è l’ultima. Ma se inciampa qualcuno, un
magistrato prende una decisione e il centrodestra si alza dicendo ‘meno male che
c’è la separazione delle carriere non aiuta a trasmettere la realtà della
riforma che abbiamo di fronte”. Stefano Esposito, ex parlamentare dem, invita un
imbarazzato Mollicone “a consigliare a qualche esponente del centrodestra,
peraltro senza incarichi politici, di starsene in ufficio mentre noi andiamo in
giro tutto il giorno faticosamente compagni ed compagni di partito. Vorremmo
evitare di far la fine di Penelope perché la partita è troppo importante”. Anche
Benedetto Della Vedova, di +Europa, è più che perplesso sulla comunicazione
messa in campo dal centrodestra. “Ho sentito colleghi della maggioranza di
governo lamentarsi perché la Lega e Salvini non fanno abbastanza campagna
elettorale. Io gli consiglierei di dire alla Lega di continuare così. Se Salvini
va dalla famiglia nel bosco ad attaccare i magistrati servirà alla retorica del
No e non a quella del Sì. Salvini lasci lavorare chi deve lavorare su quel caso
specifico e Meloni lasci che i Magistrati facciano il loro lavoro”. Mollicone in
chiusura di conferenza stampa già da appuntamento al prossimo 17 marzo dove
l’intergruppo sarà impegnato a Montecitorio nel ‘Comizio d’amore per il Sì’.
Inviterà Dal Da Vinci? “Magari con ‘Per Sempre sì’ ci fa anche la colonna
sonora. Vediamo”.
L'articolo Panico nel fronte bipartisan del Sì. I renziani al centrodestra:
“Così ci fate perdere il referendum” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A quasi sette anni dalla notte dell’hotel Champagne, sullo scandalo Palamara
cala il colpo di spugna definitivo. E non per colpa dei magistrati , come
insinuano ogni giorno i sostenitori del Sì al referendum, ma della politica. Con
un voto contrario e 14 astensioni, il Consiglio superiore della magistratura ha
dato il via libera al rientro in toga di Cosimo Ferri: una scelta attesa dopo la
sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la mannaia della legge
anti-porte girevoli. Così il potente ex deputato renziano, sottosegretario alla
Giustizia in tre governi, tornerà ad amministrare torti e ragioni dopo 13 anni
tra Parlamento e ministero. E non lo farà in un ruolo qualsiasi, ma – come
anticipato un mese fa dal Fatto – da giudice del Tribunale di Roma, dove
approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per
anni; proprio la sede di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca
Palamara, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato
delle nomine. Un esito paradossale reso possibile dallo scudo della Camera dei
deputati, che ha negato per due volte alla Sezione disciplinare del Csm l’uso
delle intercettazioni di quella notte, salvando Ferri da una probabile
radiazione (destino riservato invece a Palamara). Un bel curriculum per chi ora
tornerà a giudicare i comuni cittadini sotto la scritta “la legge è uguale per
tutti”.
La vicenda ha inizio il 9 maggio del 2019, quando magistrati e politici si
incontrava in un albergo romano per orientare la nomina del capo dei pm dalla
Capitale. Oltre a Palamara e Ferri, allora deputato del Pd, c’erano cinque
consiglieri del Csm – a cui sarebbe toccato votare di lì a poco – e un altro
deputato dem, l’ex ministro Luca Lotti, in quel momento imputato proprio a Roma
per il caso Consip. Grazie al suo doppio ruolo di giudice e parlamentare, Ferri
è l’unico dei partecipanti a quell’incontro a non aver subito conseguenze:
Palamara infatti è stato radiato dall’ordine giudiziario a tempo di record,
mentre i cinque consiglieri coinvolti si sono dovuti dimettere e poi sono stati
sanzionati in sede disciplinare con lunghe sospensioni dalle funzioni e dallo
stipendio. Nel 2023, fallita la rielezione alla Camera, l’ex sottosegretario era
stato “parcheggiato” fuori ruolo al ministero della Giustizia in base alla legge
Cartabia sulle porte girevoli, in quanto nel frattempo era entrato in carica
come consigliere comunale nella sua Carrara (aveva provato la corsa a sindaco
senza successo). A novembre però il Consiglio di Stato, ribaltando la decisione
del Tar, ha accolto il suo ricorso sostenendo che quella legge non si può
applicare nei suoi confronti, perché entrata in vigore dopo l’acettazione della
candidatura. Così Ferri è stato autorizzato a rientrare in magistratura, e tra
le sedi disponibili ha scelto il Tribunale di Roma, il più ambito d’Italia, dove
troverà come presidente un vecchio amico, Lorenzo Pontecorvo, già suo “delfino”
nella corrente conservatrice di Magistratura indipendente.
Le decisioni del Parlamento e del Consiglio di Stato rendevano la scelta del Csm
praticamente obbligata. Quasi la metà dei consiglieri, però, ha scelto comunque
di non votare a favore della delibera, passata con i sì dei consiglieri togati
di Magistratura indipendente e dei laici scelti dalla maggioranza di governo. Si
sono astenuti i togati di Area e di Unità per la Costituzione (UniCost) e i
laici in quota Pd e Movimento 5 stelle, mentre Mimma Miele di Magistratura
democratica ha votato contro (assenti gli indipendenti Roberto Fontana e Andrea
Mirenda). Nel dibattito è stato sollevato più volte il tema dello scudo
parlamentare, messo in relazione alle continue sparate del ministro della
Giustizia Carlo Nordio sul caso Palamara: “Intristisce che proprio la politica,
che accusa spesso il Csm di giustizia domestica, sia stata causa di una
decisione che strumentalmente ben potrebbe definirsi come giustizia domestica,
ma non da parte dei magistrati”, ha affondato il consigliere togato Roberto
D’Auria (UniCost). Marcello Basilico di Area ha sottolineato come Ferri “non
abbia mai fatto chiarezza sul suo ruolo” all’hotel Champagne e “in altre vicende
che l’hanno visto protagonista nelle cronache, scegliendo “come destinazione, se
possibile, quella più sensibile a talune di queste vicende”, cioè Roma.
I consiglieri progressisti di Area hanno motivato la loro astensione in una
nota: “La delibera odierna è aderente al disposto di legge, per come
interpretato dal Consiglio di Stato e, per questa ragione, abbiamo ritenuto di
non potere esprimere un voto contrario. Tuttavia, ci siamo astenuti, per
segnalare la nostra distanza da un risultato che riteniamo non rispondente alle
aspettative dei cittadini, che esigono chiarezza nelle relazioni tra politica e
giustizia. Ferri si è avvantaggiato della decisione della Camera dei deputati di
negare alla Sezione disciplinare del Csm, dimostrando di non avvertire
l’esigenza di fare chiarezza sulla propria posizione in ordine a quelle
travagliate e riprovevoli vicende. Egli tornerà così ad esercitare le funzioni
nel più grande tribunale d’Italia, proprio in quel contesto in cui, da
sottosegretario al ministero della Giustizia e da parlamentare, si trovò al
centro di alcuni dei casi più spinosi – alcuni sanciti anche da sentenze
definitive – della storia recente dei rapporti tra magistratura italiana e
politica. È la riprova che abbiamo bisogno non di riforme costituzionali, bensì
di collaborazione effettiva tra le istituzioni dello Stato, nel segno della
trasparenza e dell’accertamento delle effettive responsabilità”.
L'articolo Scandalo Palamara, il colpo di spugna definitivo: Cosimo Ferri torna
giudice a Roma grazie alla politica. Il centrodestra lo salvò dalla radiazione
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Presentazione dell’ultimo libro di Italo Bocchino, ’Giorgia la figlia del
popolo’, in grande stile, ieri sera, alla Galleria Alberto Sordi di Roma.
Ministri del governo Meloni e molti personaggi della destra di oggi e di ieri.
Da Gianfranco Fini, a Francesca Pascale, da Domenico Gramazio fino a Giuseppe
Scopelliti e sul palco il presidente del Senato Ignazio La Russa e la sorella
della presidente del Consiglio e capo della segretaria politica e responsabile
del tesseramento di Fratelli d’Italia, Arianna Meloni.
Il Presidente del Senato sul referendum costituzionale del prossimo 22 e 23
marzo prossimi auspica un dibattito sulla riforma “spiegata nel modo più
semplice possibile perché questo consente di mandare a votare più gente
possibile”. Speranza, forse, dettata da quanto riportato da molti sondaggi
ovvero che un’elevata partecipazione favorirebbe il sì e invece una
partecipazione bassa consentirebbe al no di prevalere nelle urne. Meno
diplomatica Meloni. La sorella di Giorgia Meloni parla di “occasione storica per
una riforma attesa dagli italiani da decine di anni” e lamenta un dibattito
inquinato da un’ideologia contro Giorgia Meloni. In platea Cesare Previti ex
ministro della Difesa e avvocato storico di Fininvest e ministro della Difesa
nel primo governo Berlusconi. Condannato in via definitiva per per corruzione.
Disegno berlusconiano di riforma della magistratura che si potrebbe realizzare?
“Decisamente sì, penso proprio di sì” e sul voto commenta “è un voto che
dovrebbe essere totalmente apolitico. Ne va dell’interesse vitale di tutti gli
italiani”.
L'articolo Referendum, in platea (a favore del sì) c’è Previti: “Si realizza il
sogno di Berlusconi”. Arianna Meloni: “Occasione storica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma si sono
confrontate le ragioni del Sì e del No al prossimo referendum costituzionale del
22 e 23 marzo. Per le regioni del No c’erano il professore di Diritto
Costituzionale Gaetano Azzariti ed il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco
Travaglio. Azzariti ha commentato la dichiarazione del presidente del Consiglio
Giorgia Meloni, che aveva parlato di un’intollerabile invadenza della
magistratura. A oggi la più forte argomentazione con la quale è stata sostenuta
l’opportunità di questa riforma da parte del governo, sulla quale gli italiani
sono chiamati a confermare o respingere. “In base al principio della separazione
dei poteri, ferma il governo quando emana provvedimenti che non sono legittimi,
in contrasto con la normativa comunitaria o la nostra Costituzione. I giudici
sono soggetti soltanto alla legge, quindi non sono soggetti ai governi. La
presidente del Consiglio e altri hanno la pretesa di far marciare assieme i
giudici con il governo e questo dimostra la non lettura di alcuni classici da
Montesquieu in poi. La divisione dei poteri è un valore da salvaguardare – e
aggiunge – è forse meglio attuarla la Costituzione invece di stravolgere alcuni
principi fondamentali”.
A margine dell’evento organizzato dall’Unione degli Studenti, il direttore Marco
Travaglio ha fatto un primo bilancio della campagna elettorale referendaria.
“Pessima perché si sente parlare pochissimo di quello che c’è scritto in questa
riforma e dei danni che farebbe ai cittadini. Si sente parlare di lentezza dei
processi, dei problemi della giustizia, gli anni che i cittadini devono
attendere per avere giustizia sia se vittime o indagati-innocenti, sentenze
contraddittorie. Tutte cose che non c’entrano niente con questa cosiddetta
riforma. Clamoroso il caso della Bongiorno che dice in Parlamento ‘ma chi è
quell’ignorante che promette che con questa riforma la giustizia sarà più
efficiente?’ E l’ignorante è il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha
detto che bisogna votare Sì per una giustizia più efficiente. Quindi – continua
Travaglio – si danno degli ignoranti tra di loro. L’unico che ci capisce, perché
questa riforma l’ha fatta, ha già detto che questa riforma oggi conviene alla
destra per non avere ministri indagati ma in futuro converrà a Schlein per non
avere ministri indagati di centrosinistra”. Quattro settimane dal voto e sui
profili social del partito di Fratelli d’Italia si intensifica una comunicazione
che cavalca recenti sentenze, che però nulla hanno a che fare con il merito
della riforma costituzionale. “Sono disperati se ricorrono a questi mezzucci
mentendo così spudoratamente vuol dire che hanno dei sondaggi di quelli che già
sono molto negativi per il Sì”
L'articolo Referendum, Travaglio: “Campagna di Fdi con migranti e Sea Watch?
Sono disperati se ricorrono a questi mezzucci” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Al termine della Direzione nazionale di Fratelli d’Italia il presidente del
Senato, Ignazio la Russa, alla domanda se Giorgia Meloni debba ‘scendere in
campo’ in prima persona per sostenere il sì al prossimo referendum sulla
separazione delle carriere dei magistrati e riforma del Csm risponde: “Il
governo è già in campo”. Ma poi si trincera dietro un “oggi non faccio
dichiarazioni sul referendum”, pur essendo uno dei punti all’ordine del giorno
della riunione di Fratelli d’Italia. Il presidente poi non spiega il perché di
questo silenzio. Come, purtroppo da abitudine consolidata, il capo della
segretaria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia,
Arianna Meloni, lasciando il centro congressi Spazio Eventi di Roma, evita di
rispondere alle domande dei cronisti. “Ho fatto ieri intervista al Corriere,
potete leggerla”.
Mentre è Giovanni Donzelli ha fare la sintesi di quanto discusso dal partito
oggi a porte chiuse. “Non politicizzeremo il referendum ma faremo molte
iniziative sui territori”. Sull’ipotesi di alcuni comizi per mobilitare il Sì,
guidati dalla presidente del partito e presidente del Consiglio Giorgia Meloni,
il responsabile organizzazione di Fdi, risponde: “Non lo so, deciderà lei – e
conclude – noi speriamo di vincere il referendum ma Giorgia Meloni non ha mai
legato il suo destino o quello del governo all’esito del referendum perché il
parere degli italiani sul governo lo daranno quando ci saranno le elezioni
politiche”.
L'articolo La Russa: “Il governo è già in campo sul referendum”. Donzelli: “Non
politicizzeremo il voto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Direzione nazionale di Fratelli d’Italia a porte chiuse. Per operatori tv e
fotografi sono stati concessi solo alcuni istanti per effettuare immagini
all’interno della sala dove si svolge la riunione di partito. Una volta entrata
la stampa, la sala silenziosa intenta ad ascoltare Edmondo Cirielli, si anima in
un immotivato applauso collettivo e corale ‘chiamato’ dal responsabile
organizzazione del partito, Giovanni Donzelli.
Un applauso, di fatto, a comando a favore di televisione. Una scena posticcia ma
non così inusuale. Assente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni,
impegnata all’estero.
L'articolo C’è la direzione nazionale di FdI, entrano le telecamere e Donzelli
fa partire l’applauso a comando – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.