“Sono figlio unico: mio padre musicista, mia madre maestra. I miei genitori
stanno insieme dal 1966 ed è una cosa straordinaria. Li considero dei
rivoluzionari per come va il mondo oggi”. Parola di Samuele Bersani, uno dei
cantautori più importanti della musica italiana che si è raccontato durante un
incontro al teatro Duse di Bologna, lo scorso 9 marzo.
Il suo “padrino” artistico è stato Lucio Dalla e i ricordi si fanno affettuosi,
come riporta Il Resto del Carlino: “L’ho conosciuto al Cocoricò. Sapevo che lui
doveva girare lì un video. Ero timido ma anche un po’ sfacciato: mi presentai al
Cocoricò, accompagnato da un amico. Gli chiesi se poteva ascoltare una mia
canzone, che poi era ‘Il mostro’. Mi rispose che in quel momento non era proprio
possibile, ma aggiunse: ‘Vieni domani a Milano, la ascolto lì’”.
E ancora: “Ero un ragazzino di 20 anni, mi presentai davanti a lui che di anni
ne aveva più del doppio. Da un lato mi sembrava un uomo di un’altra generazione,
allora aveva 47 anni. Ma capii col tempo che era avanti, avanti, avanti: più
giovane di tutti noi. Con un radiolone gli feci sentire Il Mostro: ‘L’unica cosa
evidente è che il mostro ha paura / il mostro ha paura’. Lucio si commosse,
addirittura si mise a piangere. Mi fece firmare un contratto, poi mi chiamò per
la sua tournée: non per cantare, ma per vendere le magliette. A un certo punto,
durante un concerto, sentii Lucio che diceva qualcosa che mi riguardava. O
meglio: mi invitava a salire sul palco. Mi chiamò per farmi cantare. Cominciai
così. Il giorno dopo mi ritrovai a vendere le magliette, ma per le novanta
serate della tournée Lucio mi richiamava sul palco, come la prima volta.
Pazzesco. Lui finiva Caruso ed entravo io, lo sfigato di Cattolica”.
Com’era Dalla? “Buono, generoso, geniale, incredibile. – ha ricordato Bersani –
Giravamo per le strade di Bologna e quando passavamo sotto le finestre di
un’abitazione lui simulava il dialogo fra ipotetiche persone presenti
all’interno. Potevi chiamarlo a qualunque ora del giorno e della notte, dormiva
pochissimo. Ma non facciamone un santino, lui si arrabbierebbe”.
E da qui i difetti: “I suoi pregi e i suoi difetti erano elevati al cubo, come
succede a tutti i geni. Mai conosciuta una persona esigente come lui. Si fissava
anche. Una volta mi vide in giro per via D’Azeglio con una birra e da allora
diventai per lui, per un po’ di tempo, ‘il tossico’. Mi regalò un’auto, un
Maggiolone nero, e me lo fece venire a prendere col carro attrezzi quando seppe
che avevo detto di no al Festival di Sanremo. Quel Maggiolone me lo aveva
regalato perché lo aiutai ad ultimare, o forse qualcosa di più, il testo di
Canzone. Ho scritto tre quarti di quel capolavoro. Sapete come e perché? Andai
da Lucio distrutto, giù di corda: avevo 26 anni e mi ero innamorato. Innamorato
davvero, forse per la prima volta nella mia vita, di una ragazza che mi aveva
appena lasciato. Non ero a conoscenza del dolore dell’abbandono. Lucio mi disse:
‘Sam, così non puoi andare avanti. È arrivato il momento di capitalizzare il
dolore’. Mi lasciò una cassetta. Io girai in auto per le strade di Bologna per
ore ad ascoltare e riascoltare quel testo, pensando a come ultimarlo. Ci misi
del mio, anche quella dolorosa esperienza d’amore e di abbandono”.
Infine tra gli altri incontri quello con Vasco Rossi: “Andai nel suo studio a
Bologna per fargli ascoltare una mia canzone che dovevo portare a Sanremo.
Volevo avere il suo parere. Ero seduto in sala d’attesa a fianco di Patty Pravo.
Lui si presentò con un martello di gomma e cominciò a sbattercelo addosso”. Un
burlone. “Poi ascoltò la mia canzone. ‘Vedrai, vincerai il premio della
critica’. Andò davvero così”.
Samuele Bersani ha vinto il Premio della Critica Mia Martini per due volte: nel
2000 con “Replay” e nel 2012 con “Un pallone”.
L'articolo “Lucio Dalla mi vide con una birra e per un po’ per lui ero ‘il
tossico’. Vasco Rossi ha colpito con un martello di gomma me e Patty Pravo”: i
ricordi di Samuele Bersani proviene da Il Fatto Quotidiano.