O rmai da anni, in occasione delle festività natalizie, regalo ai figli dei miei
migliori amici unicamente libri. La mia convinzione, chissà poi se suffragata
dalla realtà, è che più bei libri si trovino attorno a bambini e ragazzi, più
sia alta la probabilità che scatti la scintilla della passione per la lettura:
il vero regalo, per la loro vita.
Occupandomi di alberi e foreste, ho la tendenza a scegliere libri dedicati a
questo tema. Non sempre ho il tempo di analizzarli nel dettaglio prima
dell’acquisto e così, una volta a casa, talvolta mi trovo di fronte a sorprese.
È capitato anche lo scorso dicembre, quando, sfogliando un libro illustrato
appena acquistato in una libreria specializzata, sono incappato in una doppia
pagina in cui veniva raccontato del famigerato “Wood Wide Web”: la rete
sotterranea che, proprio come Internet per noi, consentirebbe di mettere in
connessione gli alberi di una foresta attraverso le ife fungine, garantendone
una positiva collaborazione. Erano disegnati alberi sorridenti che si davano la
mano in segno di intesa, altri alberi che chiacchieravano allegri, altri ancora,
malati, che venivano curati con affetto dai propri vicini. Il tutto attraverso
l’aiuto di funghi volenterosi, ben felici di contribuire all’armonia della
foresta.
Ho avuto l’istinto di gettare il libro nel cestino, perché, come ho esclamato
turbando l’atmosfera natalizia: “Non è possibile propinare persino ai più
piccoli qualcosa di non ancora accettato dalla scienza!”. Qualcosa di così
sfacciatamente semplificato, di così profondamente problematico. Alberi
intelligenti, altruisti e comunicanti tra loro, dotati di coscienza e di una
sorta di etica. Piante madri che si prendono cura della prole, addirittura
foreste “socialiste”. Negli ultimi anni la narrazione pubblica attorno al mondo
vegetale ha preso una piega curiosa, in cui a prevalere sembra essere una
generale umanizzazione di stampo buonista e disneyano. A dare il via a questo
filone narrativo non sono stati solo brillanti romanzieri o sceneggiatori di
fantascienza, ma anche scienziati veri e propri, a partire da “ricerche di
frontiera” indubbiamente interessanti e ricche di fascino, ma accolte assai
criticamente da buona parte della comunità scientifica internazionale.
> Negli ultimi anni la narrazione pubblica attorno al mondo vegetale ha preso
> una piega curiosa, in cui a prevalere sembra essere una generale umanizzazione
> di stampo buonista e disneyano. Una narrazione che ha fatto breccia in una
> società sempre più urbanizzata, che cerca nella natura una favola bella in cui
> potersi rispecchiare.
Se all’interno del dibattito accademico questi studi hanno generato un profondo
scetticismo e sono stati in gran parte ridimensionati a partire dalle loro
stesse fondamenta, al di fuori dei laboratori universitari è accaduto
qualcos’altro, in senso diametralmente opposto. L’idea di una presunta
“intelligenza vegetale”, dell’esistenza del “Wood Wide Web” e di un diffuso
altruismo degli alberi, sono infatti rapidamente diventati gli ingredienti di
base per storie dal successo planetario. Narrazioni spinte dagli stessi
ricercatori e date in pasto, con una buona dose di fantasioso storytelling, a un
pubblico vasto, senza gli strumenti culturali per elaborare un pensiero critico
su argomenti così specialistici.
Prima libri, poi film, podcast, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali,
per non parlare del rapido tam tam sui social network, hanno portato queste
ipotesi (neppure teorie), a diventare una solida realtà, almeno per moltissime
persone. In breve, i ricercatori coinvolti sono diventati delle specie di
“superstar”, con tutto ciò che ne consegue. Questa narrazione ha fatto breccia,
in particolar modo, in una società sempre più urbanizzata, che cerca nella
natura, con crescente interesse, una favola bella in cui potersi rispecchiare.
Una società che è sempre più ansiosa rispetto alle tante problematiche
ambientali e sociali che ci circondano e che, di conseguenza, è portata a
cercare tra alberi e boschi quei valori che come umanità stiamo smarrendo.
Ma questa tendenza può rivelarsi assai problematica, perché rischia di
allontanarci non solo da una comprensione oggettiva della profonda complessità
dell’ecologia (e delle tante pratiche umane che ne conseguono, necessarie alla
nostra vita), ma anche dal fascino autentico del mondo vegetale, insito proprio
nella sua alterità rispetto a noi. Dopo anni di dominio culturale quasi assoluto
di questa visione sui media generalisti, finalmente iniziano a levarsi voci
critiche anche al di fuori dei laboratori, grazie a interventi pubblici di
esperti e al lavoro di chi ha fatto della divulgazione scientifica un mestiere,
come il biologo e giornalista Marco Ferrari, autore del saggio Le piante non
sono animali verdi. L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti.
> Chi si aspettava un duro anatema potrebbe rimanere deluso. Ferrari ha scelto
> la strada dell’immersione nella complessità della biologia, una scelta che
> sfida, anche nello stile, le derive ipersemplificanti della comunicazione
> contemporanea.
Il libro, appena annunciato, ha suscitato grande interesse tra chi si occupa di
biologia vegetale ed ecologia forestale, come se arrivasse a colmare un enorme
vuoto comunicativo. Come il sottoscritto, una buona parte di chi, per lavoro o
passione, tratta giornalmente di questi temi, inizia a essere seriamente
preoccupato degli effetti di una certa narrativa e dalle sempre più ingombranti
figure di “botanic star”, “green writer” e “green influencer”, che ormai
spopolano, valicando quasi spudoratamente i deboli confini di una corretta
divulgazione scientifica.
Tuttavia, chi si aspettava un duro anatema contro questa narrazione dominante
potrebbe rimanere deluso. Ferrari ha scelto infatti una strada diametralmente
opposta alla ipersemplificazione che sembra caratterizzare la divulgazione di
queste nuove ricerche e dei loro risultati: quella dell’approfondimento,
dell’immersione nella complessità della biologia. Si tratta di una scelta
controcorrente, che sfida, anche nello stile, le derive della comunicazione
contemporanea. Per leggere il saggio di Ferrari, infatti, occorrono tempo,
pazienza, attenzione. È necessaria una lettura lenta, immersiva, fatta anche di
pause e ritorni sui propri passi. Una lettura che, come un’impegnativa
escursione in montagna, viene però ripagata dal vasto panorama osservabile dalla
cima: una vastità di conoscenza, illuminata da curiosità, aneddoti e soprattutto
ragionamenti capaci di smuovere riflessioni profonde.
Il saggio inizia con un articolato e affascinante racconto dedicato alla storia
della vita sulla Terra, lungo la strada segnata dall’evoluzione. Un lungo
racconto in cui, a essere messo in evidenza, è un passaggio chiave, che cambierà
per sempre le sorti degli esseri viventi. Un vero e proprio “bivio”, come lo
definisce l’autore:
> Il bivio è quello che porta da una parte a viventi che usano il potere della
> luce per creare molecole complesse, dall’altra a batteri che utilizzano le
> stesse molecole e ne estraggono l’energia. Entrambi i gruppi contengono tutti
> i passaggi del metabolismo che permettono loro di vivere in presenza di
> ossigeno, anzi di sfruttarlo. Ma solo alcuni si abbeverano alla luce del sole,
> all’energia dell’universo, per così dire.
2,4 miliardi di anni fa appare la fotosintesi ‒ quello straordinario processo
biochimico che tutti abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola ‒ creando
di fatto una frattura nettissima tra chi è in grado di procurarsi il cibo da
solo, gli organismi autotrofi (tra cui le piante) e chi invece necessita di
nutrimento esterno, gli eterotrofi (tra cui gli animali, quindi anche noi).
> Una lettura che, come un’impegnativa escursione in montagna, viene ripagata
> dal panorama osservabile dalla cima: una vastità di conoscenza, illuminata da
> curiosità, aneddoti e ragionamenti capaci di smuovere riflessioni profonde.
Cosa c’entra tutto questo con il problema scientifico e culturale appena
descritto? Si tratta in realtà di un passaggio essenziale, perché è proprio da
questa frattura che nasce la profonda alterità del mondo vegetale. Basti pensare
alla fissità delle piante, che non devono spostarsi per andare a cercarsi il
nutrimento, e alla necessaria mobilità degli animali, che devono, al contrario,
imparare a vivere alla perenne ricerca di cibo. Condizioni opposte, da cui nasce
qualcosa che ha proprio a che fare con l’intelligenza e il comportamento:
> Gli animali, per muoversi, devono coordinare le sensazioni e i dati
> dell’ambiente. C’è bisogno di un centro di comando. I corpi modulari e
> frattali dei vegetali, molto simili fra loro, non possono (e forse non devono)
> avere un centro di comando che coordina le sensazioni e i movimenti. Il
> controllo, se pure esiste, è diffuso e reticolare. Ecco perché nessuno (fino a
> qualche tempo fa, almeno) pensava che avessero un centro di coordinamento
> simile al cervello.
Dalla storia della vita sulla Terra il saggio di Ferrari ci proietta
direttamente ai giorni nostri. Sono i primi anni Duemila quando un gruppo di
ricercatori, in varie parti del mondo, inizia a parlare di “intelligenza
vegetale” e addirittura di “neurobiologia vegetale” come campo di studio. Il più
noto, in Italia, è Stefano Mancuso. Questa “nuova botanica” è senza dubbio assai
stimolante: la scienza, da sempre, si nutre di slanci creativi, di nuovi punti
di vista, di proposte provocatorie. Ma fin dai primi articoli si genera un
dibattito accesissimo, che coinvolge non solo biologi ed ecologi, ma anche
evoluzionisti e persino filosofi.
Al dibattito sulla presunta “intelligenza vegetale” si somma quello stimolato
dalle pubblicazioni della ricercatrice canadese Suzanne Simard, che studiando
gli scambi di molecole tra le piante attraverso i funghi apre le porte all’idea
del “Wood Wide Web” e, in particolare, al racconto di foreste in cui l’altruismo
sarebbe più diffuso della competizione. Idee che sfidano apertamente l’ecologia
classica e persino le teorie dell’evoluzione.
> Ferrari si interroga sull’attualità e riflette a fondo sulle scorciatoie
> narrative e le semplificazioni dilaganti attorno alle ipotesi della “nuova
> botanica”. Ma invece di fermarsi alla pars destruens, esorta i lettori a fare
> un passo in avanti, proponendo un profondo ripensamento della narrazione
> legata al mondo vegetale.
Nel saggio, Ferrari non è mai polemico nel raccontare questa disputa, mai
accusatorio o denigratorio; cerca, al contrario, di mostrare con rara
oggettività sia i risultati degli studi che propongono le nuove ipotesi, sia le
critiche agli stessi. Tuttavia, alla fine della sua analisi, ci tiene a
sottolineare il proprio punto di vista, maturato dopo anni di approfondimenti
> Le argomentazioni e le proposte di Calvo, Mancuso, Baluška, Gagliano e altri
> mi pare che manchino di quella sostanza che costituisce le teorie scientifiche
> solide, robuste e soprattutto definitive. […] Per adesso, per quanto
> affascinante, il sussurro di una foresta solo altruista resta una voce ancora
> troppo debole per essere inserita nel grande archivio delle valide teorie
> scientifiche confermate.
Dopo la storia della vita sulla Terra da cui si origina l’alterità vegetale e la
disanima dell’accesissima disputa scientifica attorno alle nuove ipotesi, si
arriva così al cuore della riflessione finale del libro:
> I problemi non risiedono solo nella scienza in sé, ma anche (anzi,
> soprattutto) nell’applicazione di queste ipotesi all’universo laico. Fuori dai
> laboratori, cosa ne pensa “la gente”?
È qui che il saggio, passo dopo passo, acquisisce il ritmo dell’inchiesta
giornalistica, interrogandosi sull’attualità e riflettendo a fondo sulle
scorciatoie narrative e le semplificazioni dilaganti attorno alle ipotesi della
“nuova botanica”:
> La narrazione delle “foreste altruiste” è un po’ scappata di mano; da ipotesi
> scientifica ha tracimato un po’ ovunque nella società, dai mezzi di
> comunicazione alle aule universitarie ‒ e non solo quelle di biologia o
> scienze forestali. Da proposta scientifica supportata da dati presi sul campo
> è diventata una metafora e si è trasformata in realtà.
Ma anche in questo caso, invece di fermarsi alla pars destruens, Ferrari esorta
i lettori a fare un passo in avanti, proponendo un profondo ripensamento della
narrazione legata al mondo vegetale:
> La proposta alternativa, molto più ambiziosa, è quella di usare i fatti
> scientifici non come pietre per demolire l’edificio narrativo esistente, ma
> come mattoni per costruirne uno più vasto, solido e, in definitiva, più
> affascinante. La narrazione delle “foreste altruiste” e delle “piante
> intelligenti”, per quanto seducente, finisce per essere uno specchio
> rimpicciolito dei nostri desideri: proietta sulla natura le nostre virtù e gli
> ideali che vorremmo raggiungere, rendendola familiare ma privandola della sua
> maestosa e autentica alienità.
Con le sue riflessioni finali, Ferrari sembra rivolgersi non solo e non tanto al
lettore appassionato di scienza e natura. L’esortazione sembra rivolta, in
particolare, ai propri pari (i giornalisti, i divulgatori della scienza) e a chi
fa parte della comunità scientifica: se questa narrazione ha potuto diffondersi
fino ad arrivare addirittura a essere normalizzata nei libri per bambini
significa che in questi anni non c’è stata la forza, la volontà, la possibilità
o la fantasia di cercare e costruire un’efficace alternativa. Se si condividono
i rischi di questa deriva ‒ sembra di leggere tra le righe ‒ allora ognuno
dovrebbe fare la propria parte per cambiare rotta, contribuendo a raccontare il
mondo vegetale valorizzandone il fascino autentico.
Perché in fondo, come scrive Ferrari: “La natura non ha alcun bisogno di
assomigliare a noi per essere degna di meraviglia e di rispetto”.
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