O rmai da anni, in occasione delle festività natalizie, regalo ai figli dei miei
migliori amici unicamente libri. La mia convinzione, chissà poi se suffragata
dalla realtà, è che più bei libri si trovino attorno a bambini e ragazzi, più
sia alta la probabilità che scatti la scintilla della passione per la lettura:
il vero regalo, per la loro vita.
Occupandomi di alberi e foreste, ho la tendenza a scegliere libri dedicati a
questo tema. Non sempre ho il tempo di analizzarli nel dettaglio prima
dell’acquisto e così, una volta a casa, talvolta mi trovo di fronte a sorprese.
È capitato anche lo scorso dicembre, quando, sfogliando un libro illustrato
appena acquistato in una libreria specializzata, sono incappato in una doppia
pagina in cui veniva raccontato del famigerato “Wood Wide Web”: la rete
sotterranea che, proprio come Internet per noi, consentirebbe di mettere in
connessione gli alberi di una foresta attraverso le ife fungine, garantendone
una positiva collaborazione. Erano disegnati alberi sorridenti che si davano la
mano in segno di intesa, altri alberi che chiacchieravano allegri, altri ancora,
malati, che venivano curati con affetto dai propri vicini. Il tutto attraverso
l’aiuto di funghi volenterosi, ben felici di contribuire all’armonia della
foresta.
Ho avuto l’istinto di gettare il libro nel cestino, perché, come ho esclamato
turbando l’atmosfera natalizia: “Non è possibile propinare persino ai più
piccoli qualcosa di non ancora accettato dalla scienza!”. Qualcosa di così
sfacciatamente semplificato, di così profondamente problematico. Alberi
intelligenti, altruisti e comunicanti tra loro, dotati di coscienza e di una
sorta di etica. Piante madri che si prendono cura della prole, addirittura
foreste “socialiste”. Negli ultimi anni la narrazione pubblica attorno al mondo
vegetale ha preso una piega curiosa, in cui a prevalere sembra essere una
generale umanizzazione di stampo buonista e disneyano. A dare il via a questo
filone narrativo non sono stati solo brillanti romanzieri o sceneggiatori di
fantascienza, ma anche scienziati veri e propri, a partire da “ricerche di
frontiera” indubbiamente interessanti e ricche di fascino, ma accolte assai
criticamente da buona parte della comunità scientifica internazionale.
> Negli ultimi anni la narrazione pubblica attorno al mondo vegetale ha preso
> una piega curiosa, in cui a prevalere sembra essere una generale umanizzazione
> di stampo buonista e disneyano. Una narrazione che ha fatto breccia in una
> società sempre più urbanizzata, che cerca nella natura una favola bella in cui
> potersi rispecchiare.
Se all’interno del dibattito accademico questi studi hanno generato un profondo
scetticismo e sono stati in gran parte ridimensionati a partire dalle loro
stesse fondamenta, al di fuori dei laboratori universitari è accaduto
qualcos’altro, in senso diametralmente opposto. L’idea di una presunta
“intelligenza vegetale”, dell’esistenza del “Wood Wide Web” e di un diffuso
altruismo degli alberi, sono infatti rapidamente diventati gli ingredienti di
base per storie dal successo planetario. Narrazioni spinte dagli stessi
ricercatori e date in pasto, con una buona dose di fantasioso storytelling, a un
pubblico vasto, senza gli strumenti culturali per elaborare un pensiero critico
su argomenti così specialistici.
Prima libri, poi film, podcast, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali,
per non parlare del rapido tam tam sui social network, hanno portato queste
ipotesi (neppure teorie), a diventare una solida realtà, almeno per moltissime
persone. In breve, i ricercatori coinvolti sono diventati delle specie di
“superstar”, con tutto ciò che ne consegue. Questa narrazione ha fatto breccia,
in particolar modo, in una società sempre più urbanizzata, che cerca nella
natura, con crescente interesse, una favola bella in cui potersi rispecchiare.
Una società che è sempre più ansiosa rispetto alle tante problematiche
ambientali e sociali che ci circondano e che, di conseguenza, è portata a
cercare tra alberi e boschi quei valori che come umanità stiamo smarrendo.
Ma questa tendenza può rivelarsi assai problematica, perché rischia di
allontanarci non solo da una comprensione oggettiva della profonda complessità
dell’ecologia (e delle tante pratiche umane che ne conseguono, necessarie alla
nostra vita), ma anche dal fascino autentico del mondo vegetale, insito proprio
nella sua alterità rispetto a noi. Dopo anni di dominio culturale quasi assoluto
di questa visione sui media generalisti, finalmente iniziano a levarsi voci
critiche anche al di fuori dei laboratori, grazie a interventi pubblici di
esperti e al lavoro di chi ha fatto della divulgazione scientifica un mestiere,
come il biologo e giornalista Marco Ferrari, autore del saggio Le piante non
sono animali verdi. L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti.
> Chi si aspettava un duro anatema potrebbe rimanere deluso. Ferrari ha scelto
> la strada dell’immersione nella complessità della biologia, una scelta che
> sfida, anche nello stile, le derive ipersemplificanti della comunicazione
> contemporanea.
Il libro, appena annunciato, ha suscitato grande interesse tra chi si occupa di
biologia vegetale ed ecologia forestale, come se arrivasse a colmare un enorme
vuoto comunicativo. Come il sottoscritto, una buona parte di chi, per lavoro o
passione, tratta giornalmente di questi temi, inizia a essere seriamente
preoccupato degli effetti di una certa narrativa e dalle sempre più ingombranti
figure di “botanic star”, “green writer” e “green influencer”, che ormai
spopolano, valicando quasi spudoratamente i deboli confini di una corretta
divulgazione scientifica.
Tuttavia, chi si aspettava un duro anatema contro questa narrazione dominante
potrebbe rimanere deluso. Ferrari ha scelto infatti una strada diametralmente
opposta alla ipersemplificazione che sembra caratterizzare la divulgazione di
queste nuove ricerche e dei loro risultati: quella dell’approfondimento,
dell’immersione nella complessità della biologia. Si tratta di una scelta
controcorrente, che sfida, anche nello stile, le derive della comunicazione
contemporanea. Per leggere il saggio di Ferrari, infatti, occorrono tempo,
pazienza, attenzione. È necessaria una lettura lenta, immersiva, fatta anche di
pause e ritorni sui propri passi. Una lettura che, come un’impegnativa
escursione in montagna, viene però ripagata dal vasto panorama osservabile dalla
cima: una vastità di conoscenza, illuminata da curiosità, aneddoti e soprattutto
ragionamenti capaci di smuovere riflessioni profonde.
Il saggio inizia con un articolato e affascinante racconto dedicato alla storia
della vita sulla Terra, lungo la strada segnata dall’evoluzione. Un lungo
racconto in cui, a essere messo in evidenza, è un passaggio chiave, che cambierà
per sempre le sorti degli esseri viventi. Un vero e proprio “bivio”, come lo
definisce l’autore:
> Il bivio è quello che porta da una parte a viventi che usano il potere della
> luce per creare molecole complesse, dall’altra a batteri che utilizzano le
> stesse molecole e ne estraggono l’energia. Entrambi i gruppi contengono tutti
> i passaggi del metabolismo che permettono loro di vivere in presenza di
> ossigeno, anzi di sfruttarlo. Ma solo alcuni si abbeverano alla luce del sole,
> all’energia dell’universo, per così dire.
2,4 miliardi di anni fa appare la fotosintesi ‒ quello straordinario processo
biochimico che tutti abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola ‒ creando
di fatto una frattura nettissima tra chi è in grado di procurarsi il cibo da
solo, gli organismi autotrofi (tra cui le piante) e chi invece necessita di
nutrimento esterno, gli eterotrofi (tra cui gli animali, quindi anche noi).
> Una lettura che, come un’impegnativa escursione in montagna, viene ripagata
> dal panorama osservabile dalla cima: una vastità di conoscenza, illuminata da
> curiosità, aneddoti e ragionamenti capaci di smuovere riflessioni profonde.
Cosa c’entra tutto questo con il problema scientifico e culturale appena
descritto? Si tratta in realtà di un passaggio essenziale, perché è proprio da
questa frattura che nasce la profonda alterità del mondo vegetale. Basti pensare
alla fissità delle piante, che non devono spostarsi per andare a cercarsi il
nutrimento, e alla necessaria mobilità degli animali, che devono, al contrario,
imparare a vivere alla perenne ricerca di cibo. Condizioni opposte, da cui nasce
qualcosa che ha proprio a che fare con l’intelligenza e il comportamento:
> Gli animali, per muoversi, devono coordinare le sensazioni e i dati
> dell’ambiente. C’è bisogno di un centro di comando. I corpi modulari e
> frattali dei vegetali, molto simili fra loro, non possono (e forse non devono)
> avere un centro di comando che coordina le sensazioni e i movimenti. Il
> controllo, se pure esiste, è diffuso e reticolare. Ecco perché nessuno (fino a
> qualche tempo fa, almeno) pensava che avessero un centro di coordinamento
> simile al cervello.
Dalla storia della vita sulla Terra il saggio di Ferrari ci proietta
direttamente ai giorni nostri. Sono i primi anni Duemila quando un gruppo di
ricercatori, in varie parti del mondo, inizia a parlare di “intelligenza
vegetale” e addirittura di “neurobiologia vegetale” come campo di studio. Il più
noto, in Italia, è Stefano Mancuso. Questa “nuova botanica” è senza dubbio assai
stimolante: la scienza, da sempre, si nutre di slanci creativi, di nuovi punti
di vista, di proposte provocatorie. Ma fin dai primi articoli si genera un
dibattito accesissimo, che coinvolge non solo biologi ed ecologi, ma anche
evoluzionisti e persino filosofi.
Al dibattito sulla presunta “intelligenza vegetale” si somma quello stimolato
dalle pubblicazioni della ricercatrice canadese Suzanne Simard, che studiando
gli scambi di molecole tra le piante attraverso i funghi apre le porte all’idea
del “Wood Wide Web” e, in particolare, al racconto di foreste in cui l’altruismo
sarebbe più diffuso della competizione. Idee che sfidano apertamente l’ecologia
classica e persino le teorie dell’evoluzione.
> Ferrari si interroga sull’attualità e riflette a fondo sulle scorciatoie
> narrative e le semplificazioni dilaganti attorno alle ipotesi della “nuova
> botanica”. Ma invece di fermarsi alla pars destruens, esorta i lettori a fare
> un passo in avanti, proponendo un profondo ripensamento della narrazione
> legata al mondo vegetale.
Nel saggio, Ferrari non è mai polemico nel raccontare questa disputa, mai
accusatorio o denigratorio; cerca, al contrario, di mostrare con rara
oggettività sia i risultati degli studi che propongono le nuove ipotesi, sia le
critiche agli stessi. Tuttavia, alla fine della sua analisi, ci tiene a
sottolineare il proprio punto di vista, maturato dopo anni di approfondimenti
> Le argomentazioni e le proposte di Calvo, Mancuso, Baluška, Gagliano e altri
> mi pare che manchino di quella sostanza che costituisce le teorie scientifiche
> solide, robuste e soprattutto definitive. […] Per adesso, per quanto
> affascinante, il sussurro di una foresta solo altruista resta una voce ancora
> troppo debole per essere inserita nel grande archivio delle valide teorie
> scientifiche confermate.
Dopo la storia della vita sulla Terra da cui si origina l’alterità vegetale e la
disanima dell’accesissima disputa scientifica attorno alle nuove ipotesi, si
arriva così al cuore della riflessione finale del libro:
> I problemi non risiedono solo nella scienza in sé, ma anche (anzi,
> soprattutto) nell’applicazione di queste ipotesi all’universo laico. Fuori dai
> laboratori, cosa ne pensa “la gente”?
È qui che il saggio, passo dopo passo, acquisisce il ritmo dell’inchiesta
giornalistica, interrogandosi sull’attualità e riflettendo a fondo sulle
scorciatoie narrative e le semplificazioni dilaganti attorno alle ipotesi della
“nuova botanica”:
> La narrazione delle “foreste altruiste” è un po’ scappata di mano; da ipotesi
> scientifica ha tracimato un po’ ovunque nella società, dai mezzi di
> comunicazione alle aule universitarie ‒ e non solo quelle di biologia o
> scienze forestali. Da proposta scientifica supportata da dati presi sul campo
> è diventata una metafora e si è trasformata in realtà.
Ma anche in questo caso, invece di fermarsi alla pars destruens, Ferrari esorta
i lettori a fare un passo in avanti, proponendo un profondo ripensamento della
narrazione legata al mondo vegetale:
> La proposta alternativa, molto più ambiziosa, è quella di usare i fatti
> scientifici non come pietre per demolire l’edificio narrativo esistente, ma
> come mattoni per costruirne uno più vasto, solido e, in definitiva, più
> affascinante. La narrazione delle “foreste altruiste” e delle “piante
> intelligenti”, per quanto seducente, finisce per essere uno specchio
> rimpicciolito dei nostri desideri: proietta sulla natura le nostre virtù e gli
> ideali che vorremmo raggiungere, rendendola familiare ma privandola della sua
> maestosa e autentica alienità.
Con le sue riflessioni finali, Ferrari sembra rivolgersi non solo e non tanto al
lettore appassionato di scienza e natura. L’esortazione sembra rivolta, in
particolare, ai propri pari (i giornalisti, i divulgatori della scienza) e a chi
fa parte della comunità scientifica: se questa narrazione ha potuto diffondersi
fino ad arrivare addirittura a essere normalizzata nei libri per bambini
significa che in questi anni non c’è stata la forza, la volontà, la possibilità
o la fantasia di cercare e costruire un’efficace alternativa. Se si condividono
i rischi di questa deriva ‒ sembra di leggere tra le righe ‒ allora ognuno
dovrebbe fare la propria parte per cambiare rotta, contribuendo a raccontare il
mondo vegetale valorizzandone il fascino autentico.
Perché in fondo, come scrive Ferrari: “La natura non ha alcun bisogno di
assomigliare a noi per essere degna di meraviglia e di rispetto”.
L'articolo Le piante non sono animali verdi di Marco Ferrari proviene da Il
Tascabile.
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N ella prefazione al libro di Monica Gagliano, Così parlò la pianta (2022),
testo di riferimento per gli studi sulle modalità attraverso cui le piante
sentono e comunicano tra di loro, Suzanne Simard, professoressa di forest
ecology presso la University of British Columbia (Vancouver, Canada), annota uno
spunto illuminante su cui è opportuno soffermarsi. Simard mette in relazione le
recenti scoperte scientifiche sulla sensibilità e sull’intelligenza vegetale ‒
rese note da Gagliano, Stefano Mancuso, Daniel Chamovitz, Eduardo Kohn, Anthony
Trewavas, ma anche Paco Calvo ed Emanuele Coccia ‒ con la saggezza degli
aborigeni del Nord America, depositari dei segreti della vita delle piante e
delle foreste. Prima di qualsiasi brevetto scientifico occidentale, è stato il
sapere delle comunità indigene a rivelare la dimensione relazionale della vita
vegetale, il profondo legame tra uomo e piante, individuando nella vita e nel
comportamento delle piante quegli aspetti che oggi riscopriamo attraverso gli
occhi della scienza, della filosofia e della biologia vegetale, e soprattutto
mostrando la necessità di preservare l’interdipendenza tra ambiente naturale ed
esseri viventi.
Autrice di un importante contributo dell’ecologismo mondiale e oggi direttrice
del The Mother Tree Project, Simard lavora al tentativo di ristabilire la
connessione rigenerativa tra l’uomo e le foreste, cioè con la natura, in un
periodo in cui i cambiamenti climatici segnano un profondo mutamento
dell’ambiente naturale. Partendo dal concetto di collaborazione delle piante,
Simard suggerisce di compiere una vera e propria reimmersione nel mondo vegetale
e nelle sue interrelazioni. L’intelligenza e la saggezza della foresta che
Simard svela nel suo libro è data dalla relazionalità e dallo scambio di
informazioni che la vita sotterranea indica, e che l’autrice ha brillantemente
individuato nelle reti micorriziche, sistemi fungini sotterranei che collegano
gli alberi e consentono lo scambio di informazioni e sostanze nutritive. Sulla
base di queste comunicazioni vegetali, la tesi centrale di Simard intende
mostrare che queste reti invisibili rivelano come la cooperazione, e non la
competizione, costituisca il cuore dell’evoluzione e della vita naturale.
> Prima di qualsiasi brevetto scientifico occidentale, è stato il sapere delle
> comunità indigene a rivelare la dimensione relazionale della vita vegetale, il
> profondo legame tra uomo e piante.
La tesi di Simard, tuttavia, affonda le sue radici in un sapere che supera la
tradizione scientifica occidentale a cui fa riferimento. Si tratta, infatti,
della saggezza indigena dei nativi americani, che aveva già individuato nella
collaborazione tra corpi il sistema della natura. Se questo aspetto sfugge, in
qualche modo, alla storia della cultura europea, e se questi spunti sono assenti
nei curricula accademici e scolastici dei nostri Paesi, sono invece le
tradizioni non europee a rivelarne l’importanza. Questo nesso è stato esplorato
da Robin Wall Kimmerer nel suo: La meravigliosa trama del tutto (2022). E su
questo aspetto meno diffuso tra i lettori vorrei focalizzare l’attenzione.
Direttrice del Center for native peoples and the environment, Wall Kimmerer nel
suo libro rivela un magnifico intreccio tra il sapere scientifico,
l’insegnamento accademico che ha ricevuto come studiosa di botanica da un lato,
e la saggezza indigena dei nativi americani che ha ereditato e acquisito
nell’incontro con i membri della sua famiglia, mostrando come queste due vie non
siano alternative ma possano coesistere e completarsi. La prima ci permette di
conoscere le piante e la natura, in una precisa divisione tra classi e generi, e
nello studio oggettivo di come funziona la vita delle piante. Ma agli occhi
dell’autrice questo sapere riduce le piante a oggetti separati, distinti dalla
vita umana, veri e propri oggetti pronti all’uso. Il rischio concreto è di
ridurre coerentemente questo approccio allo sfruttamento della vita vegetale.
In modo diverso, la saggezza indigena svela l’importanza della relazione degli
esseri umani con la natura e le piante al fine di conoscerne la bellezza, una
relazione che non si limita a un metodo di conoscenza, ma pervade tutte le
nostre modalità di comprensione ‒ nel comprendere, infatti, la nostra conoscenza
diventa relazione. La radice ecologica risiede nella capacità di individuare e
valorizzare questa relazione, ma vi è qualcosa di più, proprio perché questa
relazionalità può collegarsi alla scienza della natura. Come sottolineato da
Gregory Cajete, nel libro Look to the Mountain: An Ecology of Indigenous
Education (1994), questa prospettiva di conoscenza integrale deve coinvolgere le
quattro modalità della nostra esistenza, il cervello, il corpo, le emozioni e lo
spirito, e se l’aspetto scientifico privilegia due di queste vie va integrato a
una sapienza che metta in risalto la relazione con la natura.
In questo orizzonte, Wall Kimmerer colloca la riflessione sulla vita delle
piante, alla luce della relazione profonda che la natura instaura tra i diversi
corpi. Nella visione indigena, il mondo naturale non è una scala di esseri,
nella tirannia del più forte secondo la logica individualista della separazione,
ma è una democrazia di specie, quasi come se fosse una circolarità naturale. Al
di là della logica dell’economia di mercato, regolata dallo sfruttamento e dalla
separazione dei beni, il modello che si sviluppa a partire dalla relazione con
il mondo vegetale si fonda sulla cura, sullo scambio e l’incontro, in un
abbraccio che segue la logica del dono e della reciprocità: coltivare la natura
o raccogliere un frutto non è, quindi, una mera appropriazione, anche se quel
frutto poi verrà mangiato dal suo raccoglitore, e non lo è nella misura in cui
si stabilisce una rete relazionale profonda e uno scambio mutuale, sostiene Wall
Kimmerer.
> Nella visione indigena, il mondo naturale non è una scala di esseri, nella
> tirannia del più forte secondo la logica individualista della separazione, ma
> è una democrazia di specie, quasi come se fosse una circolarità naturale.
Se la scienza occidentale ha piuttosto distinto e isolato l’altro, l’autrice
mostra un ulteriore intreccio con l’insegnamento delle piante, che svela come
funziona l’interrelazione vitale tra i diversi corpi. La coordinazione che, per
esempio, si nota tra la fruttificazione e la raccolta di frutti compiuta da
alcune specie animali, denota secondo l’autrice una sincronicità che va oltre la
mera relazione ambientale, e sembra piuttosto confermare l’attività comune e la
capacità di dialogo tra i diversi corpi naturali. Un insegnamento che si
acquisisce dalla natura, e che quindi abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma
che è stato codificato in modo efficace della sapienza tradizionale indigena.
Tra gli esempi, vi è quello di un’erborista Navajo che sostiene vi siano legami
duraturi tra determinate piante, così rivelando una sorta di simbiosi e di
scambio comunicativo in una relazione sostenibile con l’ecosistema. Da ultimo,
questo insegnamento trova conferma negli studi sulla simbiosi con i funghi –
sono infatti i lavori di Simard ad aver mostrato l’importanza delle reti
micorriziche nel costruire una catena di interrelazioni e reciprocità mediante
cui le piante comunicano tra di loro e stabiliscono una connessione vitale
fondamentale per l’intero ecosistema.
Che cosa altro ci dice questo aspetto? Secondo Wall Kimmerer, la vita delle
piante indica la possibilità di ripensare la natura non come oggetto da
sfruttare, ma come relazione. C’è di più: l’autrice definisce questa relazione
come un dono, la cui caratteristica centrale è lo scambio reciproco e
l’attenzione e la cura dell’altro (di chi coltiva la pianta, ma anche della
pianta stessa verso chi la abita). In tal senso, questa relazione apre
implicitamente l’orizzonte a un sistema economico e sociopolitico fondato sullo
scambio e sulla cooperazione, e quindi contrapposto a certe, numerose derive
dell’economia di mercato e della globalizzazione, come ad esempio le pratiche di
sfruttamento delle risorse naturali, che sono alla base della crisi ecologica
attuale. In alternativa a queste relazioni negative tra uomo e ambiente,
sviluppatesi nella cultura occidentale, Wall Kimmerer riporta una serie di
storie della tradizione orale indigena americana, al fine di mostrare le
possibilità di una relazione positiva con l’ambiente, che non è utile solo a
preservare la natura ma serve, in qualche modo, anche agli esseri umani: la
ricerca della felicità, per esempio, trova la propria realizzazione in una
relazione sostenibile con l’ecosistema naturale, in una reciprocità ultima che
l’autrice ha sperimentato raccogliendo fagioli.
A tutt’altra latitudine, un percorso analogo si ritrova nella cultura indiana ed
emerge nel lavoro di Sumana Roy, Come sono diventata un albero. Una canzone
d’amore (2022). Anche in questo caso, non si tratta di una semplice relazione
affettuosa con le piante, ed è ben più che l’abbandono della propria condizione
umana e ben più che un rapporto ristretto all’uso delle piante come abbellimento
casalingo. Le piante non si rivelano semplicemente come altro rispetto agli
esseri umani, ma mostrano un’alternativa che non è privazione. Come in altri
casi, Roy combina la frustrazione per la caoticità della vita umana con
l’incontro con l’alternativa delle piante, il cui silenzio è il suono della
resistenza e dell’economicità, cioè di una ribellione, di un’attività, non di
una mera passività. Il mondo vegetale, infatti, non è un mero ricettore, non un
mero oggetto, ma un attore nel mondo.
> Se è vero che le analogie tra piante e animali, e la metamorfosi del corpo
> umano in pianta hanno popolato la cultura occidentale fin dalle origini,
> Sumana Roy segue una linea più profonda e radicale, in cui la pianta non è un
> essere umano dimezzato, ma rivela una superiorità vitale importante.
Come nel caso di Wall Kimmerer, Roy combina l’esperienza personale alla propria
tradizione culturale, unendo filosofia, storia letteraria e botanica. Partendo
dalla filosofia di Deleuze e Guattari, Roy si immerge nella prospettiva di
diventare una pianta, traslando le proprie esperienze e adattandole al mondo
vegetale. Così, l’autrice non vede solamente la vita delle piante attraverso le
lenti umane, ma mostra il tentativo di trasformare il proprio sguardo e le
proprie relazioni accordandole al sistema vegetale. Fuor di metafora, l’autrice
intende cambiare tutti gli aspetti della sua vita, adeguandosi a quello che è lo
stile delle piante, di cui ricostruisce le caratteristiche nel corso del libro
e, in tal senso, intende diventare pianta.
Questo percorso si sviluppa dall’elaborazione di un modo nuovo di guardare la
natura vivente: se è vero che le analogie tra piante e animali,
l’immedesimazione e la metamorfosi del corpo umano in pianta hanno popolato la
cultura occidentale fin dalle origini ‒ si pensi all’opera di Orazio o ad
Apuleio, alla pena dell’inferno dantesco, o alla dendolatria, la venerazione
degli alberi che emerge nella pervasività della metafora arborea, ma anche
all’albero della vita (l’albero Tuba del Corano, il Yggdrasil della tradizione
normanna, l’albero Mahabodhi, e l’albero della vita di Klimt, per nominare
alcuni casi) ‒ Roy segue una linea più profonda e radicale, in cui la pianta non
è un essere umano dimezzato, ma rivela una superiorità vitale importante.
Diversamente da ogni tentativo di antropomorfizzare la natura, Roy percorre un
percorso di ascesa alla condizione vegetale, riconoscendo alle piante le
capacità fondamentali di resistenza, parsimonia e armonia con l’ambiente
naturale. Per esempio, si suggerisce di abbandonare la temporalità degli orologi
per seguire il tempo ciclico e lento dell’albero – definito tree time –
immedesimandosi in una dimensione alternativa in cui ripensare i ritmi della
vita e rimodellandola secondo un sistema diverso.
In questo senso, il libro non mostra solamente una modalità di acquisire
serenità muovendosi all’interno di un bosco o su una collina, lontano dal caos
cittadino, ma una possibilità di rigenerazione profonda. Roy, infatti, non
intende distruggere sé stessa né perdersi nella foresta, ma vuole ridare a sé
quella parte vegetale che ha perduto ‒ e che in un qualche modo tutti noi
abbiamo perduto ‒ cioè liberare la vita della foresta secondo l’insegnamento
della tradizione indiana. Non si intende perdersi nella foresta in un ritorno
alle origini, che pure appartiene a una certa tradizione occidentale, ma è un
vero e proprio rigenerarsi. Allo stesso tempo, non è solo amore per le piante,
per l’albero di fronte a casa o per il fiore sulla tavola, è lo sforzo di andare
alla sorgente (o, opportunamente, alla radice) della vita stessa.
> Sumana Roy non ricerca una via per trasformare le piante in esseri umani, ma
> una via per vegetalizzare l’uomo, un percorso al cui culmine c’è lo
> svuotamento di ogni violenza dell’umano e la possibilità di realizzare una
> società diversa.
Nel corso del libro, i numerosi riferimenti letterari rivelano la ricchezza
della sapienza indiana in questo ambito, dai lavori di Rabindranath Tagore, le
cui poesie celebrano la relazione tra uomini e piante, così come il percorso a
ritroso verso la natura o verso la foresta, al lavoro del botanico Jagaish
Chandra Bose, che ha studiato i movimenti automatici e la crescita delle piante,
rischiarando le ombre sulla vita segreta delle piante. In Tagore, infatti, la
conversione dell’essere umano in pianta rivela una fluidità tra specie, mentre
Bose esalta la spontaneità della vita vegetale. La stessa fluidità e spontaneità
emerge dalla riflessione di Roy sulle funzioni umane trasposte nella vita
vegetale, dall’esperienza sessuale al matrimonio con un albero, attraverso
l’immagine del matrimonio nel regno delle piante di Kahlil Gibran o nel poema di
A.K. Ramanujan. La complessità del comportamento delle piante rende plausibile
l’esistenza di un linguaggio vegetale che non sia antropomorfizzato, e al tempo
stesso rivela la possibilità di acquisire le dinamiche vegetali per ordinare
certi estremi della vita umana.
In tal senso, Roy non ricerca una via per trasformare le piante in esseri umani,
ma una via per vegetalizzare l’uomo, un percorso al cui culmine c’è lo
svuotamento di ogni violenza dell’umano e la possibilità di realizzare una
società diversa, fondata sull’assunto per cui la vita delle piante favorisce e
supporta la vita di tutti, fuori da ogni conflitto, in una mutualità e
collettività che deve necessariamente farci riconsiderare l’ordine della natura.
Questo è l’insegnamento che Roy intende portare a compimento, nel percorso di
“trasformazione” in albero. A tutti gli effetti, è la via di Buddha, la cui vita
spirituale è inestricabilmente legata alla venerazione dell’albero. Sulla scia
di questa lunga e ricca tradizione, il libro è un tentativo di vivere la vita
degli alberi: adeguando i propri desideri ai bisogni naturali, vivendo il tempo
delle piante, rigettando velocità, eccessi, caos e confusione, indicando una via
per cambiare sé stessi e la propria società.
In conclusione, le opere di Wall Kimmerer e di Roy, pur nate in contesti
culturali distanti, convergono nel riconoscere un valore paradigmatico alla vita
delle piante per dare voce e contenuto a un nuovo umanesimo. Non si tratta di un
ritorno nostalgico alla natura, alla Rousseau, per intenderci, ma di una
rigenerazione, che parte dalla vita vegetale e dalla conoscenza scientifica del
comportamento delle piante. Infatti, le scoperte preziose della scienza
occidentale, che oggi rivela l’importanza e la complessità della vita e del
comportamento vegetale, rischiano di essere confinate agli interessi degli
studiosi e possono apparire distanti dalla vita quotidiana. Integrare queste
scoperte con la saggezza delle tradizioni non europee ne rivela l’importanza e
mostra un modo diverso di vivere la relazione con la natura. Seguendo la
reciprocità e mutualità delle piante, non si tratta di perdere la nostra
umanità, ma al contrario di portarla a compimento, aprendo a quegli aspetti che
caratterizzano la vita vegetale e che permettono di realizzare una società più
giusta e sostenibile, adatta alle sfide del futuro.
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