È la scossa tellurica di cui il mondo della moda, ormai impaludato tra prezzi
inavvicinabili e un perbenismo di facciata, aveva disperatamente bisogno.
L’annuncio è ufficiale: John Galliano, l’ultimo grande genio teatrale e
tormentato del fashion system, firmerà per i prossimi due anni le collezioni
stagionali di Zara. Non si tratta di una semplice capsule collection o di una
collaborazione occasionale, ma di una partnership strutturata e prolungata che
certifica un processo di riposizionamento strategico avviato dal colosso
spagnolo da ormai tre o quattro anni.
IL PIANO DI ZARA: SMARCARSI DAL FAST FASHION
Per comprendere la portata della mossa orchestrata da Marta Ortega (figlia del
fondatore Amancio e presidente di Inditex dal 2022), bisogna guardare al
contesto. Zara ha disperatamente bisogno di smarcarsi dalla bollinatura del fast
fashion, una definizione che ormai mal si sposa con le ambizioni del brand,
sebbene la composizione reale di molti capi e i luoghi di produzione raccontino
spesso una storia diversa. Pressata dal basso dall’ascesa famelica di colossi
ultra-economici cinesi come Shein e Temu (che hanno monopolizzato i budget della
Gen Z), Zara ha scelto la via della fuga verso l’alto. Ha alzato i prezzi medi,
investito nell’estetica dei punti vendita e sondato il terreno con
collaborazioni prestigiose, da Narciso Rodriguez a Stefano Pilati, passando per
le capsule firmate da icone come Kate Moss e Steven Meisel.
L’obiettivo? Occupare quel segmento di mercato, un tempo definito “pronto moda”,
che oggi è letteralmente scomparso. I marchi storici si sono infatti polarizzati
verso l’ultra-lusso, imponendo cartellini non più sostenibili per una classe
media sempre più impoverita dall’inflazione (basti pensare alle borse Chanel
vendute a 10.000-12.000 euro o ai cappotti di Prada a 6000-7000 euro). Zara si
candida così a diventare il nuovo rifugio del cliente aspirazionale.
IL RITORNO DEL RE: ASCESA, CADUTA E RESURREZIONE DI GALLIANO
In questo scacchiere, l’ingaggio di John Galliano è un colpo da maestro. Lo
stilista britannico è una figura mitologica, un’icona transgenerazionale. Per
chi ha vissuto gli anni ’90 e i primi 2000, Galliano è semplicemente il re
incontrastato, colui che dal 1997 al 2011 ha trasformato le passerelle di
Christian Dior in spettacoli teatrali indimenticabili. Alla guida del marchio
francese tra il 1997 e il 2011 ha trasformato la couture in spettacolo globale,
costruendo un immaginario che oggi è diventato oggetto di culto, soprattutto tra
chi quegli anni non li ha vissuti. Per le nuove generazioni — ossessionate
dall’hype per tutto ciò che non hanno vissuto in prima persona e dall’estetica
vintage — è un genio da riscoprire. La sua è una parabola hollywoodiana: il
successo planetario, l’ombra oscura delle dipendenze da alcol e droghe, la
rovinosa caduta nel 2011 (licenziato da Dior dopo un delirante sfogo antisemita
ripreso in un bar parigino) e la lunga, faticosa riabilitazione. Una rinascita
culminata nei dieci anni passati alla guida di Maison Margiela, dove ha
ridefinito l’identità del brand sfidando i confini di genere, fino
all’incredibile e virale sfilata Artisanal del 2024 sotto un ponte parigino, con
i modelli trasformati in bambole di porcellana dal trucco di Pat McGrath.
IL PROGETTO “RE-AUTHORING” SPIEGATO A VOGUE
Dopo due anni di assenza dalle scene (trascorsi, per sua stessa ammissione,
“fuori dalla giostra impazzita”, a passeggiare nei boschi senza telefono per
riconnettersi con l’istinto), Galliano è tornato in un atelier segreto a Parigi
dallo scorso gennaio. Intervistato in esclusiva da Vogue durante l’ultima Paris
Fashion Week, lo stilista ha spiegato in cosa consisterà il suo lavoro per Zara.
Non disegnerà da zero, ma applicherà un processo definito di “re-authoring”
(ri-autorialità). “Ho curato alcuni archivi recenti di Zara”, ha rivelato
Galliano. “L’idea è di rielaborarli e destrutturarli, utilizzando nuovi
materiali. Sono super eccitato, perché non è una cosa che ho mai fatto prima. La
novità, l’eccitazione, il processo stesso mi stuzzicano. Continuo a ricordare al
mio team ogni giorno: ‘No, non è questo e non è quello. Stiamo
ri-autorializzando'”. Una collaborazione nata quasi per caso, grazie
all’amicizia stretta con Marta Ortega in occasione delle mostre di fotografia
organizzate dalla Fondazione MOP a La Coruña. E sulla prospettiva di
democratizzare il suo stile, Galliano non ha dubbi: “Poter distribuire la moda
attraverso una piattaforma così enorme è elettrizzante. E lo è altrettanto poter
lavorare con le risorse che hanno a disposizione”.
IL RISCHIO CALCOLATO DI INDITEX
Oggi Galliano è qualcosa di raro: un designer capace di parlare
contemporaneamente a chi lo ha visto nascere e a chi lo ha scoperto attraverso
il vintage, il resale e i social. Ed è esattamente su questo che Zara sta
puntando. Le nuove generazioni cercano autenticità nel passato, mitizzano gli
anni ’90 e i primi Duemila, consumano immagini e archivi. Portare Galliano
dentro una macchina industriale significa rendere accessibile quel linguaggio,
trasformarlo in prodotto. C’è poi un altro elemento da considerare: Zara ha
compiuto il “vorrei ma non posso” dei grandi brand. Sì, perché Galliano è stato
a lungo una figura difficile da reintegrare nel sistema del lusso, non solo per
il suo passato, ma per ciò che rappresenta in un’industria sempre più attenta
alla reputazione e alla stabilità. Se finora, infatti, i grandi marchi del lusso
sono stati estremamente restii ad affidare a Galliano la direzione creativa di
una griffe di prima fascia, i motivi sono due: da un lato il terrore di
ripercussioni d’immagine nell’era spietata del politically correct (per via di
quel vecchio scivolone del 2011, appunto); dall’altro, il timore concreto che lo
stilista potesse non reggere nuovamente le immense pressioni del sistema,
rischiando di ricadere nella spirale degli abusi e piantando in asso le
collezioni. Un rischio d’impresa che il gruppo Inditex, con la sua inarrestabile
mole di produzione e vendita di massa, può invece assorbirsi senza colpo ferire.
Se la scommessa va a buon fine, il guadagno in termini di immagine sarà
incalcolabile.
IL DELIRIO SOCIAL IN ATTESA DI SETTEMBRE
Non sorprende quindi che la notizia sia stata accolta con un entusiasmo
febbrile. Sui social, tra addetti ai lavori e pubblico, l’approvazione è
trasversale. Galliano attira chi lo ha idolatrato e chi lo ha scoperto dopo. È
una figura che genera attenzione, dibattito, desiderio. E questo, oggi, è il
vero capitale della moda. I commenti spaziano dall’incredulità (“Non posso
credere che potrò permettermi un capo disegnato da Galliano!“) all’adorazione
assoluta (“L’unica cosa che mi farà entrare di nuovo in un negozio Zara“). La
prima collezione frutto di questo re-authoring, che Galliano ha definito “oltre
il genere e oltre le stagioni, basata su forme e proporzioni”, arriverà nei
negozi a settembre. Ed è facile prevedere che, in quel momento, assisteremo a
scene di isteria collettiva. Vedremo vere code fuori dagli store, di quelle che
non si registravano dai tempi d’oro delle prime collaborazioni di H&M.
Perché la matematica non mente: con i prezzi attuali del lusso, un abito o un
cappotto firmato Galliano x Zara, per quanto possa posizionarsi su una fascia di
prezzo superiore rispetto alla media del brand spagnolo, sarà sempre
immensamente più economico e desiderabile dell’ennesima borsa griffata ormai
fuori dalla portata del mondo reale. Ed è qui che l’operazione trova il suo
senso più concreto. Zara non sta solo collaborando con uno stilista. Sta
cercando di ridefinire il proprio ruolo. E per farlo ha scelto uno dei nomi più
carichi di storia, contraddizioni e desiderio che il sistema abbia ancora a
disposizione. Così, forse, la moda sta tornando sulla Terra. E a riportarcela è
stato l’uomo che per decenni ci aveva fatto sognare sulle nuvole.
L'articolo John Galliano firma le collezioni per Zara: chi è il genio ribelle ex
Dior e perché questa è la mossa di cui il mondo della moda aveva bisogno
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