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San Valentino uomo, come vestirsi per farla innamorare (davvero)? 11 look copiati dalle star per andare a colpo sicuro
Chissà perché quando si parla di San Valentino si parla soprattutto di “lei”. Lingerie sexy, labbra a prova di baci con i Lip Patch Pixi, il make-up di Sephora “per farlo cadere ai tuoi piedi”, pennarelli a doppia punta per uno sguardo più dolce, mascara cinescope per sbattere le ciglia. Ombretto liquido long lasting di Astra make-up per avere 12 ore di palpebre vellutata E il look? E “le 10 cose da indossare per sedurre un uomo?” Migliaia di pagine, consigli, dritte. Insomma, un gran da fare. E lui? Avrà pure dei dubbi davanti allo specchio. Si chiederà: come mi vesto per farla innamorare? Per dirle chi sono? Diamogli una mano, con un occhio alle star. ARDITO Se c’è qualcuno che continua a oltrepassare i confini dello stile, è Timothée Chalamet. Con Marty Supreme, film vincitore ai Golden Globe, candidato a tutto, e lui all’Oscar, capace di una scelta cromatica memorabile, l’arancione fluo, Non che vada bene per tutti, ma anche in total black con le camicie ricamate e la giacca gialla suggerisce coraggio. A patto di avere il fisico, ovvio. La fashionista lo adorerà. ROMANTICO Chi meglio di Jonathan Baley, icona sexy 2025, star di “Bridgerton”? Diventato popolare con il ruolo di Lord Anthony, ama gli abiti formali, i dettagli e gli accessori alla moda. Impeccabile, mai un capello fuor posto, niente spigoli. Quando porta quei piumini caldi e avvolgenti (se ne sono visti una quantità anche over, da Dsquared 2) pensate a come può essere divertente far atterrare sul morbido una ragazza. Uno che si veste come lui è da sposare. SPORTIVO Non bisogna inventarsi chissà che cosa. Harry Styles è cool anche quando porta un semplice trench, jeans e mocassini. Il suo stile funziona perché è comodo e autentico, mai forzato. Magari con qualche elemento glam come una sacca al posto dello zaino, o una maxi sciarpa. Imitatelo. Trovate tutto quello che serve nell’ultima sfilata maschile di Giorgio Armani (senza Giorgio). GLOBETROTTER Un gilet ricamato hippie chic degno di Jimi Hendrix, con interno in felpa e colletto in montone; una giacca-camicia jacquard realizzata con il cotone matelassé delle coperte invernali del nord dell’India. Camicie ricamate oversize ecrù e nero, geniali jeans al rovescio, rifiniti con splendidi motivi floreali, Antik Batik crea il guardaroba del globetrotter. Il suo look dice: vuoi partire con me? Figuriamoci se lei dice di no. POST MODERNO, CON IRONIA Stampe scheletro, fiori tie-dye, e upcycling di lusso (per lei zerbini come mini abiti e i paralumi- gonne): la collezione New Age di Lessico Familiare presentata durante la Fashion Week maschile non è solo postmoderna, è post atomica: abiti in ovatta, silhouette cocoon, sottovesti preziose, capispalla logori, fiocchetti leziosi e animali talismano. Come non amare l’uomo che si presenta con una borsa-pelouche gialla a forma di gallina? ‹ › 1 / 2 DSC00197 ‹ › 2 / 2 DSC00346 CLASSICO, A MODO SUO Ispirazione: Jacob Elordi, attore cult, contesissimo. Protagonista del nuovo “Cime Tempestose” (al cinema dal 12 febbraio). Completi perfettamente tagliati, essenziali e mai banali, un’eleganza retrò rilassata e sicura di sé. Avete presente il completo bianco di Bottega Veneta visto alla première di Frankenstein a Città del Messico? La giacca monopetto sottolineava la silhouette affilata oggi tanto di moda (passerella di Prada-Raf Simmons). Vestito così fa colpo di sicuro. IRRIVERENTE Gli uomini in smoking, si sa, sono bellissimi. Ma in assenza di un’occasione formale, beh, Jeremy Allen White, protagonista dell’esilarante e premiata serie “The Bear”, al cinema con “Springsteen Liberami dal nulla” sa come riscrivere il tuxedo in chiave sexy. Lo destruttura togliendo il blazer, lo rende meno rigido aprendo la camicia sulla canotta. Il look, firmato Louis Vuitton, dimostra che lo smoking può essere irriverente restando elegante. E chi lo indossa è decisamente fidanzabile. MR. CROCODILE Ebbene sì, c’è ancora l’uomo-uomo. Warped, brand che ha debuttato a Milano nell’ultima Fashion Week maschile, crede nel maschio forte, senza fronzoli come nel film “Mr. Crocodile Dundee” (ma rivisto e corretto), uno che caccia coccodrilli nell’outback e se la cava magnificamente anche nella giungla metropolitana. Giacche, pantaloni, camicie e t-shirt confortevoli, tessuti scuba elasticizzati e lana bi-stretch, denim in con effetto 3D e, dettaglio non trascurabile, lacci in pelle di canguro, cinque volte più resistenti, dicono tutto. Se dovessimo azzardare un’icona potrebbe essere Callum Turner, in odore di James Bond. ‹ › 1 / 2 WARPED FW 26-27. STILE CROCODILE DUNDEE ‹ › 2 / 2 WARPED FW 26-27 THE DUKE WILLIAMS INDECISO Il gentiluomo un po’ dandy con la giacca nera matelassé abbinata a pantaloni da pigiama e pantofole è uno dei tipi maschili usciti in passerella da Dolce& Gabbana. Ha una sua nonchalance. È tenero e divertente. Affidabile? Non è detto. Ma il look lo spiega perfettamente. DECISIONISTA Senza incertezze. La Napoleon jacket, celebre giacca con gli alamari e i ricami in corda, vista nella collezione Winter 2026 di Dior Homme (la nuova versione di Jonathan Anderson ha il retro a palloncino) è già una dichiarazione d’intenti. Ma il bello è che, nel nostro presente fluido, questa bella giacca potrà rubargliela lei. A patto che ci sia una storia. MISTERIOSO Come cantava Battiato, gli occhiali regalano “più carisma e sintomatico mistero” perciò sono una questione a parte. Partiamo da quelli iVisionTech di Macron (il titolo è stato sospeso in borsa per eccesso di rialzo) ormai cult. In questo caso il dettaglio fa il look. Poi ci sono quelli nuovissimi di Bugatti, che evocano l’eleganza di un artigianato quasi vintage. Mentre Sestini presenta Garba, collezione eyewear ispirata a una tipica parola toscana. Indica un’eleganza naturale, un modo misurato di stare al mondo, una sicurezza silenziosa (e garba anche a noi). Il messaggio è chiaro, e una volta mandato, gli occhiali bisogna toglierseli. Se va tutto bene, anche il resto… L'articolo San Valentino uomo, come vestirsi per farla innamorare (davvero)? 11 look copiati dalle star per andare a colpo sicuro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Torna la “febbre dell’oro”? Ecco come vendere i gioielli senza farsi fregare. L’esperto avverte: “Il prezzo può cambiare più volte nella giornata”
È come se la febbre dell’oro fosse tornata sui mercati: i prezzi del prezioso metallo giallo hanno raggiunto livelli che solo pochi anni fa sembravano impensabili, spingendo molti italiani a riaprire cassetti e portagioie per dare valore ad anelli, bracciali e pendenti dimenticati e ricavarne una cifra interessante. Il fenomeno non è limitato alle nostre latitudini: le quotazioni dell’oro continuano a superare i massimi storici in tutto il mondo, con prezzi che nel 2026 hanno già oltrepassato i 5.100 dollari per oncia, un record alimentato dal ruolo dell’oro come bene rifugio in un contesto di incertezza economica e geopolitica. In questo scenario favorevole, trasformare ciò che non si usa più in liquidità può essere un’opportunità, a patto di affrontarla con calma e consapevolezza. Vendere oro non dovrebbe mai essere vissuto come un salto nel buio, ma come un servizio da comprendere in ogni sua fase, così da poter valutare ogni proposta con attenzione. Il gioielliere Massimiliano Astrologo chiarisce quali siano i passi fondamentali: “Il punto di partenza è conoscere il valore dell’oro nel momento in cui si decide di vendere. Le quotazioni cambiano ogni giorno perché seguono l’andamento dei mercati internazionali, ma sono facilmente consultabili online o su quotidiani economici, tenendo presente che il prezzo può cambiare più volte nella giornata. Avere un’idea del prezzo al grammo permette di orientarsi al meglio tra le proposte che vengono fatte. Un altro aspetto importante riguarda la caratura. Un gioiello non è mai composto da oro puro al 100%: l’oro a 24 carati, o oro 999, è molto raro nei gioielli di uso comune. La maggior parte degli oggetti in circolazione è realizzata in oro 18 carati, una lega riconoscibile dal classico timbro 750, in cui il metallo prezioso è miscelato ad altri metalli. Da queste leghe derivano anche le diverse tonalità dell’oro, come quello bianco e rosso. Alcuni gioielli possono essere in oro 14 carati (585), 12 carati (500), 9 carati (375) o 8 carati (333), tipologie meno comuni ma comunque pienamente acquistabili. Non è un problema: il valore si calcola sempre in modo preciso, partendo dal peso e dalla caratura. Prima di uscire di casa, pesare i gioielli anche con una semplice bilancia da cucina elettronica può essere utile per avere un ordine di grandezza, ma la valutazione finale va sempre fatta con gli strumenti professionali del rivenditore. I CONSIGLI UTILI Dal punto di vista pratico, la vendita dell’oro è regolata dalla legge. Le gioiellerie e i compro oro devono essere autorizzati e ben riconoscibili, con regolare licenza visibilmente esposta. Ogni transazione deve essere registrata allegando il documento d’identità del venditore. Il pagamento segue regole precise: fino a 500 euro è consentito il contante, oltre questa soglia si utilizzano strumenti tracciabili come il bonifico bancario. È prevista inoltre una marca da bollo da 2 euro, che il commerciante può decidere se assorbire o addebitare. “Sono passaggi normali – sottolinea Massimiliano Astrologo – pensati per tutelare tutti, clienti e operatori. È buona prassi escludere dal peso le pietre non preziose e gli elementi che non sono in oro, perché ciò che viene pagato è esclusivamente il metallo. In presenza di gioielli con pietre di valore o lavorazioni particolari, la stima può cambiare e risultare più interessante rispetto alla semplice fusione”. Vale la pena ricordare che non tutto l’oro va trattato allo stesso modo. Gioielli antichi, firmati o con un valore storico e collezionistico possono rendere di più se valutati da un gioielliere specializzato in questo specifico campo o da una casa d’aste, piuttosto che trattati come semplice metallo. Se non si conosce un venditore di fiducia, un altro consiglio semplice ma efficace è quello di non fermarsi al primo negozio. Fare due o tre preventivi permette di capire come viene calcolato il prezzo e di scegliere con maggiore serenità. Infine, quando si decide di rivendere i gioielli, è importante conservare una copia della ricevuta o del contratto. Vendere oro oggi non è una corsa contro il tempo. I prezzi sono alti, è vero, ma informarsi, confrontare le offerte, affidarsi a professionisti regolari e decidere con calma è parte di una buona operazione. Senza mai temere di chiedere spiegazioni. Con un po’ di attenzione, un gioiello inutilizzato può diventare una risorsa e rappresentare un gesto pratico e soddisfacente. L'articolo Torna la “febbre dell’oro”? Ecco come vendere i gioielli senza farsi fregare. L’esperto avverte: “Il prezzo può cambiare più volte nella giornata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi è Oscar Garavani, il sedicente nipote di Valentino. La famiglia dello stilista: “Nessuna parentela, si è inventato un fratello che non è mai esistito”
“Oscar Garavani non è il pronipote di Valentino Garavani“. La smentita è netta e arriva nero su bianco sulle pagine del Corriere della Sera. A firmarla è Piero Villani, 77 anni, nipote dello stilista scomparso il 19 gennaio, in una lettera sottoscritta come “La famiglia del Maestro Valentino Garavani”. Una presa di posizione che, dopo anni di ambiguità e narrazioni mai ufficialmente contestate, chiude – almeno sul piano formale – la questione di una presunta parentela che negli ultimi tempi aveva assunto anche potenziali risvolti ereditari. Nella lettera, la famiglia chiarisce che “Oscar Garavani non è legato da alcun vincolo di parentela con il sig. Valentino Garavani” e che si tratta di “mera omonimia”. Viene inoltre smentita in modo definitivo la versione secondo cui Oscar sarebbe figlio di un fratello del couturier: “La circostanza riferita dal detto sig. Oscar Garavani di essere figlio di un non meglio specificato fratello del Maestro non corrisponde al vero, atteso che il medesimo aveva un’unica sorella, Wanda“. L’unico nipote riconosciuto di Valentino Garavani è infatti lo stesso Villani, figlio di Wanda, morta nel 1997. La smentita arriva dopo anni in cui Oscar Garavani, 59 anni, designer di borse ed ex modello, si è presentato pubblicamente come pronipote dello stilista. In un articolo Ansa del 2020 veniva descritto come “nipote di Valentino”, con tanto di racconto di sfilate per Armani, Versace, Ferré e lo stesso Valentino. Una definizione mai corretta, che è rimasta a lungo in circolazione su testate e profili legati alla sua attività imprenditoriale. Interpellato dal Corriere della Sera per un commento, Oscar Garavani continua però a sostenere la propria versione. Alla domanda sull’eredità risponde: “Ancora non sappiamo niente, lo sapremo tra una quindicina di giorni quando si aprirà il testamento”, aggiungendo di ritenere di poter essere coinvolto nella successione perché “mio zio mi aveva detto che sarei stato coinvolto”. Quanto al rapporto con Valentino, parla di contatti telefonici e incontri saltuari: “Ci sentivamo al telefono e quando c’era occasione ci vedevamo“, pur ammettendo che negli ultimi tempi fossero rari. È andato anche al funerale dello stilista, dove è stato fotografato: “Sono andato a salutare un parente, un parente famoso“, afferma, sostenendo di aver cercato discrezione e criticando chi, a suo dire, avrebbe sfruttato l’occasione per visibilità personale. Il nodo centrale resta però la parentela. Alla contestazione diretta – Valentino non aveva fratelli – Oscar risponde evasivamente: “Questa è una cosa che non posso spiegare”, parlando genericamente di “cose di famiglia”. Alla smentita ufficiale replica: “Se lo dicono loro va bene così, a me non interessa. Io sono un parente“, senza però chiarire ulteriormente il grado di parentela. Alla richiesta di documenti afferma di poter dimostrare tutto “con l’albero genealogico”, promettendo carte dal proprio avvocato. Documenti che però, come riporta il Corriere, non sono mai arrivati. L'articolo Chi è Oscar Garavani, il sedicente nipote di Valentino. La famiglia dello stilista: “Nessuna parentela, si è inventato un fratello che non è mai esistito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La sostenibilità non è un trend passeggero ma un tema strategico: così porta vantaggi concreti nel business
Il cambiamento climatico è “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, gli investimenti Esg (cioè basati su criteri ambientali, sociali e di governance) “un modo per attaccare le imprese americane”. Sono parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Parole che inevitabilmente hanno conseguenze pesantissime, non solo entro i confini statunitensi: per fare un solo esempio, il ritiro di Washington da 66 organizzazioni internazionali (di cui 31 collegate all’Onu) è un duro colpo sferzato all’intero sistema del multilateralismo. Sul nostro versante dell’oceano i toni restano ben più moderati e istituzionali, ma non si può negare che le elezioni europee del 2024 abbiano spostato l’orientamento delle istituzioni. Così, dopo un quinquennio trascorso a edificare un piano ambizioso come il Green Deal europeo, nell’ultimo anno tutti gli sforzi sono stati focalizzati sull’esigenza di snellire le normative per tutelare la competitività delle imprese. Dei vari pacchetti Omnibus presentati dalla Commissione e discussi da Consiglio e Parlamento, quello che ha fatto più rumore è il primo, che ha drasticamente ridimensionato la due diligence (cioè la vigilanza che i grandi gruppi saranno tenuti a esercitare sul rispetto dei diritti umani e dell’ambiente nella propria filiera) e la rendicontazione di sostenibilità. Per entrambe le direttive, si restringe (e di molto) il perimetro delle imprese coinvolte e si alleggeriscono gli obblighi e le informazioni richieste. Tutto ciò significa che la sostenibilità è un trend e, come tutti i trend, è rimasto in vigore per qualche anno e ora vive una discesa? È un dubbio lecito a cui più volte mi sono trovata a rispondere, dialogando con imprenditori e associazioni di categoria. Ma la risposta non è semplice come può sembrare. Perché fare sostenibilità in un’impresa non significa lanciare un singolo prodotto in materiale riciclato e pubblicizzarlo con uno spot che mostra foreste a perdita d’occhio. È qualcosa di molto più profondo, perché impone di usare in modo più efficiente le risorse naturali, conoscere a fondo i propri partner, fare tutto il possibile per garantire il rispetto dei diritti umani, prendersi la responsabilità di raccontare queste e altre priorità in modo trasparente. Sto volutamente semplificando, ma il punto è questo: la sostenibilità non è un tema politico, è un tema industriale. Nel settore della moda, che è quello di cui mi occupo personalmente, lo hanno capito i grandi brand e le migliaia di imprese italiane della filiera che, anche in questa fase estremamente complicata in termini di mercato, stanno investendo in questa direzione. E lo fanno perché ne va della loro stessa tenuta. Mi spiego meglio con qualche esempio. Installare un impianto fotovoltaico sul tetto di uno stabilimento per autoprodurre energia pulita significa abbattere i costi e mettersi al riparo dalle oscillazioni dei prezzi. Tracciare la propria filiera, andando oltre i fornitori diretti (il cosiddetto Tier 1), permette di intercettare in anticipo potenziali colli di bottiglia o problemi di conformità, evitando di dover intervenire in emergenza quando il danno è già fatto. Vendere capi d’abbigliamento di qualità e cercare di allungarne la vita, attraverso servizi come la riparazione, aiuta a ridurre il rischio di fabbricarne troppi e ritrovarsi con stock invenduti. Imporre un codice di condotta ai fornitori, e verificare che sia rispettato, significa disporre già di tutta la documentazione che un domani la procura potrebbe richiedere nel corso di un’indagine. L’Unione europea potrà imporre una rendicontazione più o meno severa, i sondaggi potranno far emergere un’attenzione più o meno marcata ai temi ambientali, ma ciò non toglie che tutti i fattori che ho appena menzionato portino vantaggi concreti in termini di business. Torno alla mia domanda iniziale: la sostenibilità è un trend passeggero? Magari sì, se la intendiamo come buzzword che porta consensi. Ma non è e non sarà mai un trend passeggero se la consideriamo per ciò che è davvero, cioè un tema strategico e industriale. Ed è su questo che dobbiamo lavorare. Anzi, questo clima politico così diverso potrebbe addirittura rivelarsi positivo, se spinge le aziende a focalizzarsi non sul marketing ma sulla sostanza e l’innovazione. In questa chiave, non sorprende che oggi in Italia i progetti più diffusi riguardino l’innovazione dei processi industriali a minore impatto, i sistemi di valutazione dei rischi, la tracciabilità di prodotto e il passaporto digitale di prodotto (DPP) come infrastruttura tecnologica. Interventi che rispondono anche all’esigenza, emersa con forza negli ultimi anni, di rafforzare il monitoraggio delle filiere, a partire dal primo anello. Molte imprese della produzione di materiali – tessuti, filati, accessori – investono da tempo in percorsi di eccellenza nella sostenibilità industriale. Percorsi che sono stati penalizzati dal rumore mediatico e normativo ma che nel 2026 potrebbero trovare una fase di consolidamento, riportando il termine “sostenibilità” a un significato più corretto e concreto. Nelle prossime uscite di questa rubrica parlerò anche di queste storie di interpretazione industriale della sostenibilità. L'articolo La sostenibilità non è un trend passeggero ma un tema strategico: così porta vantaggi concreti nel business proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Silvana Armani sfila per la prima volta a Parigi, chi è la nipote di re Giorgio che ha conquistato i social: “L’eleganza è nel Dna di famiglia”
Per oltre quarant’anni è stata una presenza costante, discreta, quotidiana. Sempre accanto a Giorgio Armani, ma mai davanti. Ora, dopo il debutto della nuova Armani Privé a Parigi, Silvana Armani esce definitivamente dall’ombra dello zio e assume un ruolo centrale nella storia della Maison. È lei a firmare la prima collezione di Alta Moda femminile dopo la scomparsa di Re Giorgio, mentre le linee uomo sono affidate a Leo Dell’Orco. Un passaggio di testimone che non ha il sapore della rottura, ma della continuità, e che ha raccolto grande entusiasmo non solo da parte della critica e degli addetti ai lavori, ma anche del pubblico. Sotto ai post e alle immagini della sfilata condivisi sui social, infatti, sono tanti i commenti di questo tenore: “L’eleganza è nel Dna di famiglia”, “Se lavori 40 anni con Armani diventi pure tu Armani. Complimenti bella collezione”. “Rendo la sua visione a modo mio e penso che gli sarebbe piaciuta questa sfilata”, ha spiegato Silvana ai giornalisti presenti nel backstage. “Per esempio, basta cappellini: lui li adorava, io no”. Piccoli scarti, mai rotture. Il risultato è una collezione, Jade, che appare immediatamente riconoscibile come Armani, ma attraversata da un respiro nuovo, calibrato. È un esercizio di equilibrio: strutture leggere, linee fluide, una femminilità misurata che dialoga con pantaloni e tailleur di ispirazione maschile. Bustini, completi dal taglio preciso, suggestioni giapponesi e una palette che ruota intorno alla giada, scelta come filo conduttore. “A casa era lo zio, al lavoro lo chiamavo il signor Armani, come tutti”, ha raccontato in un’intervista a la Repubblica. Un confine mai oltrepassato, che ha permesso a Silvana di crescere accanto a uno dei più grandi stilisti del Novecento senza mai invocare scorciatoie. La sua formazione non è stata teorica, ma quotidiana: “Sono stata accanto allo zio ogni giorno lavorativo degli ultimi quarant’anni: lui la chiamava ‘la palestra’ e mi ha davvero rafforzato”, ha spiegato. Un apprendistato lungo una vita, fatto di osservazione, metodo, disciplina. “All’inizio ero nel panico, perché di signor Armani ce n’è uno solo. Poi mi sono detta: conosci il suo metodo e il suo pensiero. Vai e fai il tuo”. Prima di entrare in azienda, Silvana Armani è stata indossatrice, sfilando per stilisti come Krizia e Walter Albini. Aveva 23 anni quando ha lasciato le passerelle. L’ingresso in Armani non è stato immediato né semplice: “Collegavo gli interni sbagliati, dopo due giorni mi hanno spostata”, ha raccontato sorridendo. Il passaggio allo stile arriva quando Giorgio le chiede una cartella colori per dei costumi da bagno. Gli piace. Da lì comincia tutto. “Ero una ragazzina, aspettavo le sei per andarmene. Solo con il tempo ho capito che privilegio fosse stargli accanto”. La perdita precoce dei genitori – il padre era il fratello di Giorgio Armani – ha reso lo zio una vera figura di riferimento: “Molto protettivo. Quando uscivo iniziava: ‘Dove vai? Perché? Stai attenta’. Diceva che è pieno di squali. Col senno di poi, aveva ragione”. Anche negli ultimi anni, quando la fragilità fisica si faceva più evidente, Silvana ha cercato di proteggerlo. “Quando vedevo che era stanco gli proponevo di bere un tè insieme: solo così si fermava”. E racconta un uomo “d’acciaio”, incapace di mostrarsi stanco: “Ripeteva: ‘Non posso farmi vedere stanco’”. “L’ultima volta che l’ho visto? Un attimo prima che morisse. Ha aperto gli occhi, ha sorriso e se n’è andato”. Dopo, il senso di smarrimento. Ma anche la consapevolezza del peso della responsabilità: “La Giorgio Armani Spa ha novemila dipendenti. Novemila famiglie vivono anche grazie al tuo lavoro”. Silvana Armani non ha mai pensato a un designer esterno: “Non ne voleva sapere. Se lo immagina Giorgio Armani che rende conto a qualcuno?”. E oggi, con Leo Dell’Orco, il rapporto è cambiato: “Non siamo più cane e gatto. Lavoriamo bene insieme”. “Classico Armani ma con un twist. Pezzi sensati”, dice della sua idea di donna. E aggiunge: “A volte guardo certi brand e mi chiedo dove si possa andare vestiti così”. Nessuna crociata, solo misura. “Il mondo è bello perché è vario: sennò saremmo tutti in Armani. E sai che noia?”. L'articolo Silvana Armani sfila per la prima volta a Parigi, chi è la nipote di re Giorgio che ha conquistato i social: “L’eleganza è nel Dna di famiglia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I gioielli rubati al Louvre sono “ricomparsi” alle sfilate di Parigi: ecco come è stato possibile
Chissà se i gioielli rubati al Louvre lo scorso ottobre verranno mai ritrovati davvero. Intanto, alla Couture Week, sono tornati sotto i riflettori. Non perchè siano stati finalmente recuperati, ma perché qualcuno li ha indossati in prima fila alla sfilata Schiaparelli Haute Couture primavera-estate 2026. Delle repliche dichiarate, ostentate e volutamente più opulente degli originali. È il colpo di genio firmato Daniel Roseberry, direttore creativo della maison, che ha trasformato una delle rapine più clamorose degli ultimi anni in un gesto di moda consapevole e spettacolare, portando in scena reinterpretazioni dei gioielli appartenuti all’imperatrice Eugénie. A indossarli è stata Teyana Taylor, attrice nominata agli Oscar 2026, ospite dello show: una tiara di perle e diamanti e il grande fiocco gioiello da corsage, ispirati ai preziosi sottratti dal Louvre il 19 ottobre. Roseberry ha raccontato a Vanity Fair che l’idea è nata pochi giorni dopo il furto: “Stavo tornando a casa a piedi dall’ufficio e ho pensato: non sarebbe bello reimmaginare quei gioielli?“. Non un’operazione nostalgica, né un esercizio museale, ma un preciso colpo di teatro proprio del mondo della couture, quell’angolo di moda in cui ancora oggi tutto – o quasi – è possibile grazie alla maestria artigianale. LA COLLEZIONE: TRA AGONIA ED ESTASI Intitolata “L’agonia e l’estasi”, la collezione nasce da una visita improvvisata alla Cappella Sistina, durante un ritiro creativo fuori Roma. Roseberry racconta di essere stato colpito dal contrasto tra il rigore narrativo delle pareti e la vertigine emotiva del soffitto michelangiolesco. “Ho smesso di pensare a come qualcosa dovrebbe apparire e ho iniziato a pensare a come mi sento mentre la creo”, spiega. È questo il battito emotivo della stagione. Il tormento è nella struttura, nel rigore quasi ecclesiastico dei tagli; l’estasi è la libertà dei colori: rosa, blu zafferano e tinte da uccelli del paradiso. In passerella, il rigore strutturale della couture convive con esplosioni di colore e forma. Code di scorpione, denti di serpente, bustier che sembrano armature velenose aprono il racconto. Poi, improvvisamente, il cielo: uccelli in volo, colori da paradiso – rosa, blu, zafferano – e volumi che si espandono come fuochi d’artificio. Le silhouette si muovono tra controllo e liberazione: bustier con denti di serpente, code di scorpione che emergono dalle schiene, archetipi dell’alta moda ibridati con un immaginario velenoso e mitologico. Le “infantas terribles”, come le chiama Roseberry, diventano le eroine della stagione. Ogni look ha un nome, un gancio narrativo. Isabella Blowfish è un tailleur-gonna gonfio di tulle e organza, spolverato di cristalli nei colori del pesce palla. Le piume, vere o in trompe-l’œil, vengono dipinte, aerografate, immerse in resina e cristalli. Il pizzo è lavorato come un bassorilievo, tridimensionale. Ogni uscita introduce una tecnica nuova, una prova ulteriore per gli atelier Schiaparelli. Gli accessori – teste d’uccello, occhi in cabochon di perla, becchi in resina – dialogano con l’eredità surrealista di Elsa Schiaparelli: l’animalità, l’anatomia, il buco della serratura come portale simbolico verso altri mondi. “Non è calcolato”, dice Roseberry. “C’è un’alchimia reale tra me e la maison”. In un tempo ossessionato dalla replica e dalla velocità, Roseberry ribadisce una verità semplice e radicale: la couture non serve alla vita quotidiana. Serve a qualcos’altro: “Moltissime persone mi chiedono quale sia il senso della couture”, conclude. “Non è creare abiti per la vita quotidiana. Per me è un modo per liberare l’immaginazione. La couture è un invito: smetti di pensare, ti dice. È il momento di sentire. Devi solo guardare in alto”. Il parterre lunedì è stato quello delle grandi occasioni: in prima fila siedono Carla Bruni, Demi Moore, Teyana Taylor appunto, Chiara Ferragni, Lauren Sánchez con Jeff Bezos. Teyana Taylor arriva avvolta in un abito di pizzo con cappotto smoking longilineo e una corona di perle, Demi Moore sceglie un look maculato scintillante. > View this post on Instagram > > > > > A post shared by Schiaparelli (@schiaparelli) L'articolo I gioielli rubati al Louvre sono “ricomparsi” alle sfilate di Parigi: ecco come è stato possibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Vogliamo sapere chi sarà l’erede di Bernard Arnault, chiediamo un piano chiaro per la successione”: la preoccupazione degli investitori per il futuro del colosso del lusso LVMH
La successione al vertice di LVMH torna al centro dell’attenzione dei mercati. L’assenza di un piano esplicito per il dopo–Bernard Arnault, fondatore e guida del più grande gruppo del lusso al mondo, sta alimentando le preoccupazioni degli investitori, nonostante il colosso francese capitalizzi circa 300 miliardi di euro. Arnault, che a marzo compirà 77 anni, ha cinque figli tutti già coinvolti in ruoli chiave nel gruppo, ma non ha ancora indicato chi — eventualmente affiancato da un top manager — ne assumerà la guida in futuro. Secondo Repubblica, l’incertezza pesa sulla percezione della governance e contribuisce allo “sconto” con cui LVMH viene trattata in Borsa rispetto a rivali come Hermès. Il tema è riemerso con forza dopo la decisione presa la scorsa primavera: Arnault ha fatto innalzare a 85 anni l’età massima per i vertici del gruppo, estendendo di fatto il proprio mandato fino al 2034. Una mossa che gli concede ancora otto-nove anni per preparare il passaggio di consegne, ma che non scioglie i nodi sulla struttura futura del potere. Il fondatore aveva minimizzato la questione lo scorso dicembre in un’intervista alla CNBC: “Chiedetemelo tra dieci anni e vi darò una risposta più precisa. Come in ogni famiglia, a un certo punto arriva una successione, ma io spero che, a meno che mi colpisca una palla da tennis in testa mentre gioco sul campo, di essere ancora qui tra dieci anni”. Parole che non hanno però dissipato i dubbi del mercato. Come riporta Reuters, una parte significativa degli investitori istituzionali ha ripreso a sollecitare maggiore trasparenza: “La pianificazione della successione, al momento, appare poco chiara e opaca — ha dichiarato Stefan Bauknecht, gestore dei fondi di DWS (gruppo Deutsche Bank), dodicesimo maggiore azionista di LVMH — vogliamo più trasparenza e un piano chiaro su come evolverà la situazione”. Una posizione condivisa da altri operatori. “Dieci anni fa la successione non era una questione pressante — osserva Ariane Hayate, fund manager di Edmond de Rothschild a Parigi — oggi è diventata un fattore di rischio e comporta uno sconto di governance per l’azienda”. Il tema tornerà inevitabilmente sul tavolo martedì 27 gennaio, quando LVMH presenterà i risultati del 2025, attesi in miglioramento. In quell’occasione analisti e investitori chiederanno nuovamente a Bernard Arnault indicazioni sul futuro assetto del gruppo che controlla marchi come Louis Vuitton, Dior, Sephora, Rimowa e i duty free di DFS. Per il mercato, i numeri non bastano più: serve una risposta sul dopo-Arnault. L'articolo “Vogliamo sapere chi sarà l’erede di Bernard Arnault, chiediamo un piano chiaro per la successione”: la preoccupazione degli investitori per il futuro del colosso del lusso LVMH proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il “nuovo” Armani senza Re Giorgio: Leo Dell’Orco firma la collezione Uomo “Cangiante”, tra giochi di luce e colore
Nel seminterrato di via Borgonuovo tutto sembra al suo posto: le poltroncine color sabbia, la passerella bianca, la musica ritmata e leggermente esotica, quel modo armaniano di costruire un’atmosfera più che uno show. Eppure la prima riga della giornata è un’altra: questa è la prima sfilata uomo della maison dopo la scomparsa di Giorgio Armani, ed è la prima firmata interamente da Leo Dell’Orco. Il cambio di mano si percepisce subito, con chiarezza. Ma la scelta è altrettanto evidente: continuità massima, con un punto di vista nuovo. Il titolo, “Cangiante“, è già una dichiarazione di metodo: restare riconoscibili e, allo stesso tempo, cambiare a seconda della luce. Non con rotture, ma con scarti sottili. È esattamente quello che accade in passerella: i codici di Giorgio ci sono tutti, ma l’aria è leggermente diversa, più fresca, meno levigata, con un margine di imperfezione controllata che rende l’insieme più attuale. Alla vigilia della sfilata Leo Dell’Orco aveva spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che il signor Armani aveva deciso da tempo l’assetto: Silvana per la donna, lui per l’uomo. E aveva raccontato quei dialoghi privati in cui Giorgio gli chiedeva, anche quando tutto era già avviato, “ce la fai Leo? Ti diverti?“. Nella stessa ricostruzione Dell’Orco ha messo a fuoco la macchina creativa: il lavoro quotidiano, le squadre “validissime e importanti”, e la continuità garantita da un gruppo che lavora insieme da anni. In questo quadro si inserisce anche Gianluca Dell’Orco, suo nipote e braccio destro: “Ce l’ho nel cuore“, ha detto, ricordando che è arrivato giovanissimo alle sfilate e che oggi, a 54 anni, porta con sé una formazione costruita accanto a Giorgio, ma anche una fiducia familiare, “casa”, una spalla. LA COLLEZIONE: L’ARMANI DI SEMPRE, MA CON UNA NUOVA LUCE La grammatica resta Armani: sartoria fluida, comfort come forma di eleganza, rigore senza durezza. Il cambiamento sta nell’intonazione. La collezione lavora su superfici che catturano la luce, su contrasti più evidenti fra opaco e brillante, su un’idea di colore che non alza la voce ma si prende più spazio di prima. Accanto ai grigi, ai blu e ai neri profondi che sono l’alfabeto storico della casa, entrano tonalità controllate ma decisive: verde oliva, blu lapislazzuli, viola ametista. Non sono colori “forti” nel senso tradizionale: spesso sono cangianti, iridescenti, si vedono davvero quando il modello cammina e il tessuto si rivela sotto i riflettori. È qui che il titolo smette di essere un concetto e diventa un fatto. I materiali seguono la stessa logica: velluti e ciniglie che assorbono la luce, sete con una brillantezza mai metallica, crêpe che scivolano senza rigidità, cashmere garzati e lane battute che danno struttura senza irrigidire, pelli opache che tengono insieme l’idea di lusso discreto e funzionalità. Anche quando l’abbigliamento si sposta verso registri più tecnici o da tempo libero, il baricentro resta lo stesso: un guardaroba pensato per durare e per essere abitato. ‹ › 1 / 11 GAM FW267 (3) ‹ › 2 / 11 GAM FW267 (4) ‹ › 3 / 11 GAM FW267 (5) ‹ › 4 / 11 GAM FW267 (6) ‹ › 5 / 11 GAM FW267 (7) ‹ › 6 / 11 GAM FW267 (8) ‹ › 7 / 11 GAM FW267 (9) ‹ › 8 / 11 GAM FW267 (30) ‹ › 9 / 11 GAM FW267 (31) ‹ › 10 / 11 GAM FW267 (32) ‹ › 11 / 11 GAM FW267 (33) Le silhouette si muovono tra due poli: precisione sartoriale e morbidezza. Le giacche restano centrali, ma spesso sembrano meno “finite” nel senso classico, più vissute: spalle più rilassate, volumi leggermente più ampi, pantaloni over che scendono con naturalezza e si chiudono in basso senza costringere. I cappotti hanno un ruolo forte: larghi, in movimento, indossati con la stessa disinvoltura di un blazer, sopra camicia e cravatta o sopra maglie sottili e leggere. È un Armani che non perde la sua autorità, ma la rende meno cerimoniale. Tra i dettagli più riconoscibili: camicie con scolli a V sotto i completi, pullover d’angora morbidi, cappelli dalla tesa larga e floscia che spezzano l’idea di perfezione, accessori ridotti all’essenziale. E poi un passaggio significativo sull’idea di guardaroba condiviso: in passerella compaiono anche look femminili costruiti sugli stessi pezzi degli uomini, come a ribadire che l’eleganza armaniana è sempre stata, prima di tutto, una questione di attitudine e linee, non di genere. C’è anche un inciso che funziona come pausa narrativa: l’après-ski entra senza diventare “capsule” gridata, più come estensione naturale del comfort di casa Armani. In questo segmento spicca il cardigan jacquard geometrico nato dalla collaborazione con Alanui, declinato al maschile e al femminile: un innesto riconoscibile, ma inserito dentro una costruzione coerente. Il finale torna alla sera: il nero resta nero, ma si accende di note preziose. Anche qui, senza spettacolo: più un cambio di temperatura che un cambio di identità. IL PARTERRE E IL SALUTO FINALE In prima fila ci sono volti noti e trasversali, da Ricky Martin a Gianni Morandi. Ma il momento che sposta davvero l’asse è il saluto: Leo Dell’Orco esce per l’inchino e poi chiama accanto a sé il nipote Gianluca Dell’Orco. È un gesto semplice e molto leggibile: non un uomo solo al comando, ma una continuità di squadra e di casa, messa in chiaro davanti al pubblico. Se Giorgio Armani era famoso per un auto-editing ferreo, qui si avverte una libertà leggermente maggiore: più materia, più movimento, qualche ripetizione in più, ma anche una vitalità che ha senso in un primo capitolo. Il punto, in fondo, è tutto nell’equilibrio: non c’è nessuna voglia di “fare il nuovo” contro il passato. C’è invece un’idea più ambiziosa e più difficile: dimostrare che Armani può restare Armani anche quando la mano è diversa, e che proprio quella differenza, se governata, può diventare futuro. L'articolo Il “nuovo” Armani senza Re Giorgio: Leo Dell’Orco firma la collezione Uomo “Cangiante”, tra giochi di luce e colore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli occhiali a specchio di Macron da 659 euro sono già un trend: l’azienda costretta ad oscurare il suo sito per il boom di ordini
Dopo gli scatti all’Eliseo diventati virali, il presidente francese Emmanuel Macron si è presentato a Davos – dove è stato firmato il trattato del Board of Peace – con gli occhiali da sole. Le lenti blu specchiate, a mo’di “Top Gun” o “Terminator”, non sono una scelta estetica, bensì un rimedio medico all’emorragia sottocongiuntivale non grave di cui soffre. A seguito di un paio di apparizioni pubbliche del presidente, i Pacific So1 della maison Henry Jullien hanno registrato un boom di ordini, tanto da costringere l’azienda a oscurare il proprio sito, preso d’assalto in poche ore. La ditta, fondata oltre 100 anni fa, produce gli occhiali interamente in Francia, nella regione del Giura. Il prodotto è realizzato secondo tecniche artigianali che prevedono mesi di lavoro. La montatura utilizza la tecnologia Doubé Or Laminé, in cui l’oro non è applicato esternamente bensì integrato nella struttura metallica. Secondo i media francesi, Macron avrebbe acquistato gli occhiali nel 2024, al costo di 659 euro. Nella nuova moda lanciata dal presidente c’è un po’ di Italia. Il marchio Henry Jullien, infatti, è controllato dal gruppo friulano iVision Tech. A seguito del discorso di Macron a Davos, il titolo iVision Tech ha registrato un’improvvisa impennata. Come riportato da Piazza Affari, le azioni dell’azienda hanno registrato un forte rialzo, tanto da essere temporaneamente sospesa per eccesso di volatilità. L’amministratore delegato del gruppo, Stefano Fulchir, ha rilasciato alcune dichiarazioni alla radio Rtl. L’ad ha affermato: “Fabbrichiamo in media un centinaio di modelli Pacific all’anno, ma vista l’attenzione che hanno destato, potremmo produrne fino a 1.000 quest’anno”. Macron può essere il nuovo testimonial del brand? A riguardo, Fulchir ha dichiarato: “Il presidente non ha accettato che glieli regalassimo, ha voluto acquistarli regolarmente. E ha chiesto un modello che fosse interamente fabbricato in Francia”. L'articolo Gli occhiali a specchio di Macron da 659 euro sono già un trend: l’azienda costretta ad oscurare il suo sito per il boom di ordini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sarai per sempre vicino a me”: il discorso di Giancarlo Giammetti al funerale di Valentino. E Bruce Hoeksema: “In molti ti hanno amato, ma ciò che condividevamo era solo nostro”
“Voglio ringraziare Valentino per avermi insegnato quello di cui abbiamo parlato molto oggi, la bellezza. Attraverso lui ho scoperto cosa voleva dire, ci ha seguito durante tutta la nostra vita, ci ha accompagnato, abbiamo sognato le stesse cose. Ne abbiamo realizzate alcune, anche molte. Il nostro cammino continuerà per sempre, sarai sempre vicino a me nel cammino che continuerò per non farti dimenticare attraverso me, la nostra fondazione per ricordare chi sei e sei stato”. Lo ha detto Giancarlo Giammetti nel suo discorso durante i funerali di Valentino. “Volevo ringraziare tutti i nostri amici che sono volati fin qui per stare con Valentino – ha detto all’inizio in inglese – e anche per aver dovuto affrontare questa messa molto lunga, ma questa è la nostra religione e Valentino la amava”. “Non era nei miei programmi di parlare oggi, non sono sicuro di farcela”. Con queste parole e tra le lacrime, al funerale di Valentino è salito sull’altare anche Vernon Bruce Hoeksema, l’ultimo compagno dello stilista, parlando in inglese dopo il discorso di Giancarlo Giammetti. “Valentino – ha detto – era la persona a cui parlavo, non di cui parlavo – ha detto Hoeksema- ed è questo ciò che mi mancherà più di te. So che in molti ti hanno amato, ma ciò che condividevamo era solo nostro. Oggi non dico addio, ma grazie”. L'articolo “Sarai per sempre vicino a me”: il discorso di Giancarlo Giammetti al funerale di Valentino. E Bruce Hoeksema: “In molti ti hanno amato, ma ciò che condividevamo era solo nostro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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