C’è un prima e un dopo nella storia recente della comunicazione italiana, e ha
il colore neutro della cenere. Da quando Chiara Ferragni è apparsa sui social
per chiedere scusa all’indomani del Pandoro Gate, il grigio non è più solo una
sfumatura cromatica nel guardaroba, ma è diventato il codice visivo della
contrizione pubblica. Un vero e proprio “format” dell’ammenda a cui,
consapevolmente o meno, sembra essersi adeguata anche Giorgia Meloni per
metabolizzare la sua prima, vera battuta d’arresto.
A poche ore dalla sonora bocciatura della sua riforma della giustizia con la
vittoria del “no” al referendum del 22 e 23 marzo, la Presidente del Consiglio
si è presentata in video spogliata della sua consueta e vibrante carica
dialettica. Niente scenografie istituzionali, inquadratura frontale in stile
selfie, tono di voce basso, espressione stanca e, soprattutto, un dolcevita di
un grigino spento e dimesso. E, come da copione, il popolo della rete non si è
lasciato sfuggire l’assist visivo. Nel giro di poche ore, i “meme” con il
confronto fotografico tra il dolcevita della premier e la celebre tuta
dell’imprenditrice hanno invaso le piattaforme social, diventando immediatamente
virali e trasformando la coincidenza cromatica in un inarrestabile tormentone
ironico.
L’immagine rimanda in modo chirurgico a quel video, ormai impresso
nell’immaginario collettivo, in cui un’affranta Ferragni — struccata e avvolta
in una tuta grigia — affrontò i follower all’esplodere dello scandalo Balocco.
Una complessa vicenda giudiziaria da cui l’influencer è stata definitivamente
assolta un paio di mesi fa, ma che ha lasciato in eredità un paradigma
comunicativo inossidabile: un giorno sei in cima al mondo, il giorno dopo devi
gestire un crollo. Per attutire l’urto e cercare empatia, si indossa l’umiltà
del grigio.
A certificare e cavalcare l’analogia è stata Selvaggia Lucarelli, la prima a
notare pubblicamente il parallelismo. La firma del Fatto Quotidiano, che già nei
giorni scorsi aveva punzecchiato la premier tracciando affinità comunicative con
l’imprenditrice cremonese, ha rilanciato il video di Meloni affondando il colpo
con una battuta fulminea e caustica: “Tuta grigia e ora divorzio da Fedez. Pure
lei”. Una stilettata che non si limita all’analisi dell’outfit, ma che colpisce
direttamente le ultime, discusse scelte mediatiche della leader di Fratelli
d’Italia. Il riferimento di Lucarelli porta dritto alla vigilia del voto, quando
Meloni è stata ospite di Fedez nel suo “Pulp Podcast”. Un’intervista in cui il
rapper è apparso agli analisti fin troppo accomodante e privo di mordente nei
confronti della premier, scatenando l’ironia dei social su un presunto “feeling
intellettuale” tra i due.
Lucarelli, che di recente aveva inquadrato la “virata a destra” di Fedez come un
salvagente utile per galleggiare dopo il periodo delle frequentazioni opache con
gli ultras e Fabrizio Corona, ha così chiuso il cerchio con una metafora
perfetta. Il dolcevita grigio segna la fine dell’invulnerabilità di Meloni e
preannuncia, ironicamente, un “divorzio” politico dal rapper: l’asse mediatico
non ha portato i frutti sperati e la sponda compiacente del podcast non è
bastata a salvare il referendum. Nel tribunale implacabile dei social, insomma,
l’abito fa il monaco. E il grigio, oggi, significa solo una cosa: sconfitta.
L'articolo Il dolcevita della resa: Giorgia Meloni adotta il “grigio Ferragni”,
i ‘meme’ con il confronto sono virali sui social proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Moda e Stile
Quando apriamo l’armadio ogni mattina, pensiamo di dover scegliere semplicemente
cosa indossare quel giorno. Un gesto quotidiano, quasi banale. In realtà stiamo
facendo qualcosa di più complesso. I vestiti non sono solo oggetti funzionali o
estetici: sono un linguaggio. Raccontano chi siamo, cosa ci rappresenta e,
spesso, in cosa crediamo.
Nella psicologia dei consumi esiste un concetto chiamato extended self: dice, in
sostanza, che gli oggetti che possediamo diventano un’estensione della nostra
identità. Quando un capo rappresenta un valore (che sia sostenibilità,
artigianato, minimalismo, giustizia sociale), indossarlo significa esprimere
anche una posizione morale. Non a caso, ci sono marchi che incarnano valori
precisi: Patagonia è associata all’attivismo ambientale, Stella McCartney al
rifiuto di pelle e pellicce, Veja alla trasparenza delle filiere. Indossare i
capi di quei brand può farci sentire coerenti con ciò che pensiamo del mondo.
C’è poi un altro concetto interessante, studiato in psicologia: l’enclothed
cognition. L’idea è che i vestiti non influenzano solo come gli altri ci
percepiscono, ma anche come pensiamo e ci comportiamo. In un esperimento famoso,
chi indossava un camice percepito come “da medico” era più attento e preciso nei
compiti rispetto a chi indossava lo stesso camice senza quel significato
simbolico. Per riprendere un vecchio adagio, “l’abito fa il monaco”: non tanto
per l’oggetto in sé, quanto per il significato che gli attribuiamo. In questo
senso, la scelta di cosa indossare diventa intenzionale. Il guardaroba diventa
una sorta di linguaggio che ci permette di sentirci – di volta in volta –
professionali, creativi, responsabili verso l’ambiente.
Tutto questo ha implicazioni interessanti anche in termini di sostenibilità,
perché crea un legame più forte con i vestiti. Quando un capo rappresenta
qualcosa per noi, lo trattiamo diversamente: tendiamo a prendercene cura e,
prima di sostituirlo, ci pensiamo due volte. Senza nemmeno rendercene pienamente
conto, così, facciamo la nostra parte per scardinare la logica usa-e-getta che
oggi, purtroppo, domina gran parte dell’industria della moda. Secondo un celebre
studio pubblicato nel 2019 dalla Ellen MacArthur Foundation, nei quindici anni
precedenti la quantità media di utilizzi per ogni capo d’abbigliamento era
crollata quasi del 40%.
Questo fenomeno è osservato a livello accademico. Negli studi sull’emotionally
durable design, agli oggetti viene associata una piccola “biografia”: una storia
che raccontava da dove venivano i materiali, chi li aveva prodotti, quanto
lavoro c’era stato dietro. Quando le persone conoscevano questa storia,
percepivano in modo più forte il valore del prodotto. Nel caso dei capi
d’abbigliamento, può essere una semplice scheda che spiega ad esempio che il
capo è stato tessuto con cotone biologico coltivato senza pesticidi e cucito in
una cooperativa dove gli artigiani ricevono un salario equo. Oppure che
ripercorre il percorso del vestito dal campo alla filatura, fino alla cucitura.
Sapere che dietro un vestito ci sono persone reali, un percorso produttivo e
alcune scelte precise crea una forma di empatia.
Se guardiamo il guardaroba da questa prospettiva, diventa qualcosa di più di un
semplice insieme di vestiti. Ci sono capi che rappresentano scelte legate alla
sostenibilità, altri che conservano ricordi personali, altri ancora che
raccontano ruoli sociali o momenti della nostra vita. Alcuni parlano di chi
siamo oggi, altri di chi vorremmo diventare. Curiosamente, qualcosa di simile
accade anche online. Gli algoritmi dei social osservano i nostri comportamenti e
finiscono per costruire una sorta di mappa dei nostri gusti: ci propongono
contenuti che riflettono quello che seguiamo, quello con cui interagiamo, quello
che sembra piacerci di più. In questo caso, però, è molto più prosaico: tenerci
più a lungo sulle piattaforme e stimolare acquisti di impulso. Il guardaroba,
però, funziona in modo diverso. Non è un algoritmo a decidere cosa ci
rappresenta, ma noi. Ogni capo che resta nel tempo nel nostro armadio racconta
qualcosa delle scelte che abbiamo fatto e dei valori con cui vogliamo
identificarci.
In questa prospettiva strumenti come il Digital Product Passport – il passaporto
digitale dei prodotti in arrivo a breve in Europa e in altri Paesi del mondo –
potrebbero assumere un valore ulteriore. Se ogni capo fosse accompagnato da
informazioni chiare sulla sua storia, sui materiali e sul percorso produttivo,
quella “biografia” diventerebbe parte dell’oggetto stesso. Non solo per sapere
da dove viene, ma anche per capire se quella storia ci rappresenta davvero. Il
futuro del guardaroba potrebbe non essere avere più vestiti, ma avere vestiti
con più significato. Perché ciascuno di essi racconta qualcosa della persona che
siamo stati o di quella che stiamo cercando di diventare, dei valori in cui
crediamo. In questa prospettiva, variabili come protezione delle persone,
benessere dei lavoratori, rispetto dei diritti umani, protezione della
biodiversità ecc. possono diventare, se raccontati nel giusto modo, valori
identificativi.
L'articolo I vestiti che scegliamo ogni mattina sono un linguaggio: così il
guardaroba diventa parte dell’identità proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una sottile analogia che lega il ticchettio perfetto del motore di un’auto
d’epoca al gesto, silenzioso e calibrato, di un ago che attraversa la seta.
Entrambi appartengono a un tempo che rifiuta la fretta, a una meccanica —
metallica o tessile — che vive di precisione, memoria e disciplina. È su questa
linea che si muove, quasi naturalmente, l’incontro tra E. Marinella e la
WinteRace Cortina 2026. Da una parte settanta vetture storiche, dal 1935 a oggi,
impegnate in un percorso di 490 chilometri tra i passi dolomitici; dall’altra,
un simbolo dell’eleganza sartoriale maschile italiana, che per tre giorni
abbandona Napoli e si trasferisce in alta quota.
Venerdì 20 marzo, nella boutique Franz Kraler di Corso Italia, il gesto antico
della sartoria prende forma davanti agli occhi del pubblico. Non è una
dimostrazione costruita, ma un trasferimento reale: Marinella porta a Cortina le
sue sarte, il suo metodo, il suo ritmo. Per capire cosa significa, bisogna
tornare alla Riviera di Chiaia, a Napoli, dove nel 1914 nasce una bottega di
pochi metri quadrati destinata a diventare un riferimento globale. Un luogo
spesso descritto come un piccolo salotto inglese affacciato sul Golfo, dove la
cravatta smette di essere accessorio e diventa misura. Sì, perché c’è un gesto,
nella moda maschile, che resiste al tempo più di molti altri: annodare una
cravatta, appunto. Non è solo un’abitudine, è un codice. E quando quel codice
porta il nome di E. Marinella, assume un peso culturale preciso, quasi
istituzionale. Nel tempo, quel gesto ha attraversato la politica e la finanza
internazionale: John F. Kennedy, Bill Clinton, Gianni Agnelli, fino a capi di
Stato contemporanei e membri delle monarchie europee. Non per ostentazione, ma
per adesione a un codice.
Per questo vedere le sue sarte lavorare “in diretta” a Cortina, tra neve e
motori d’epoca, non è una semplice operazione di immagine: è uno spostamento
simbolico, geografico e culturale. Le loro sapienti mani lavorano la seta in
pubblico, seguendo una sequenza che non concede variazioni: taglio, piega,
cucitura, controllo della tensione. Ogni passaggio è necessario, nessuno è
visibile nel prodotto finito. È proprio questa invisibilità a definire la
qualità. Accanto a loro, Maurizio Marinella accompagna il racconto senza
trasformarlo in narrazione celebrativa. Piuttosto, lo riporta alla sua funzione:
spiegare perché un oggetto così semplice continui a esistere. E perché,
nonostante tutto, non sia mai diventato obsoleto.
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In occasione della WinteRace viene presentato anche un foulard dedicato, pensato
come traduzione visiva del contesto: linee che richiamano le traiettorie delle
auto storiche, cromie che rimandano ai paesaggi dolomitici. Non un esercizio
stilistico, ma un’estensione coerente del linguaggio Marinella. Fuori dalla
boutique, la corsa non si ferma: il percorso attraversa luoghi che non sono
semplici paesaggi ma archivi di memoria: il Passo Falzarego, segnato dalla
storia della Prima Guerra Mondiale; Arabba e la cultura ladina; il Passo Pordoi,
icona del ciclismo; fino alle tappe più intime dei giorni successivi, tra
Dobbiaco, Brunico e le Tre Cime di Lavaredo.
L'articolo Un filo di seta tra Napoli e le Dolomiti: Marinella porta le sue
sarte a Cortina e cuce dal vivo l’eleganza senza tempo della WinteRace 2026
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Simbolicamente parlando, non esiste un luogo più adatto – e suggestivo – della
Stazione Centrale di Milano per presentare la collezione Occasionwear
Primavera/Estate 2026 di Emé. La sfilata infatti rappresenta un importante
momento di passaggio per il brand, nato e amato per gli abiti da sposa, che ora
si muove verso una nuova direzione: “I matrimoni sono meno, non possiamo
nascondercelo”, spiega a FQ Magazine Sandro Veronesi, presidente e
amministratore delegato del gruppo Oniverse di cui Emé fa parte insieme a brand
come Calzedonia e Intimissimi. “Molte coppie si sposano quando hanno già figli o
convivono da anni, per cui ci investono meno. Quindi questa è un’evoluzione
naturale del brand, che non vuole fermarsi all’unica grande occasione, ma
guardare a tutte le altre occasioni della vita”.
La scalinata Est della Stazione Centrale, per una sera, si è trasformata in
un’inaspettata passerella, tra i tabelloni luminosi che segnalavano arrivi e
partenze e il flusso incessante di turisti, pendolari e viaggiatori. In prima
fila anche le cantanti Clara, Levante e Angelica Bove – la sorpresa di Sanremo
Giovani 2026. Emé, per tutti, è sinonimo di abiti da sposa o da invitata: la
sfida (vinta) della collezione è un modo di vestire più fresco, rilassato e
facile da portare. Silvia Falconi, direttrice creativa del brand, ha disegnato
la collezione tenendo in mente Deadhead, esposizione di Yto Barrada presentata
nel 2025 alla torinese Fondazione Merz. L’ispirazione botanica sposa
(perdonateci il gioco di parole) i tessuti fluidi del dna Emé: rasi e twill,
l’envers satin, l’impalpabile chiffon e crêpe avvolgenti.
Emé è riuscita a intercettare un’esigenza contemporanea: essere eleganti senza
eccessive costrizioni. Gli abiti da sera scivolati si indossano con scarpe basse
e giacche sfoderate, le gonne di piume vengono sdrammatizzate dai blazer, balze
e volant floreali entrano nel lessico quotidiano con sneakers e tank top. Il
gioco di contrasti funziona: perfino i bermuda floreali diventano una
possibilità per la sera, così come le camicie maschili, con tanto di cravatta.
Non potevano certo mancare gli abiti da grandi occasioni – o, se preferite, da
cerimonia, ammiraglia del brand: slip dress asimmetrici in morbide sfumature di
carta da zucchero o giallo burro; sottovesti di paillettes e modelli effetto
sirena con scolli profondi, morbidi drappeggi e tagli cut-out. “Dopo il Covid si
è radicata la tendenza di vestirsi più basic, diciamo, quasi in tuta nella vita
quotidiana – prosegue Veronesi – Volevamo riscoprire l’opportunità di essere al
meglio di sé e dare importanza a qualsiasi occasione sia importante nella vita
di una persona: può essere la laurea, un diciottesimo, un anniversario, ma anche
una cena con le amiche o un appuntamento”.
La collezione riflette perfettamente questa pluralità di anime. È vero: alcuni
vestiti scintillanti o in pizzo potrebbero essere benissimo indossati da una
sposa meno tradizionale, ma accanto ai romantici abiti bustier compaiono
pantaloni morbidi, giacche sfoderate, abitini da cocktail e bustier indossati
sopra le camicie. Alcune uscite strizzano l’occhio agli anni Dieci (e quindi
alle donne millennial): le gonne indossate su pantaloni maschili, ad esempio, i
miniabiti floreali sovrapposti ai cargo satinati, gli occhiali a mascherina, i
collant in pizzo che si riprendono la scena. È una collezione pensata per
abbracciare donne di età diverse, con vite diverse. Particolarmente interessanti
gli accessori: le borse mignon con piume o applicazioni floreali o quelle in
pelle scamosciata intrecciata da portare a spalla. Fino alle ballerine
intrecciate, le mules piatte con fiocchetto e le sneaker affusolate con i nastri
al posto dei lacci che, scommettiamo, saranno il bestseller della collezione. La
tirannia del tacco a spillo, signore, è ufficialmente finita – anche nelle
occasioni eleganti.
L'articolo Alla Stazione Centrale di Milano sfila la nuova Emé: meno sposa,
l’eleganza si fa quotidiana. Veronesi: “I matrimoni sono meno e le occasioni
cambiano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando pensi di aver visto tutto sul red carpet, arriva Lisa Rinna a sorprendere
tutti. All’Elton John AIDS Foundation Academy Awards Viewing Party, il watch
party parallelo agli Oscar 2026, l’attrice americana ha sfoggiato un look che ha
catturato ogni sguardo: un abito couture realizzato con cinque chili di capelli
umani. A prima vista sembrava un elegante vestito con frange sottili, senza
spalline e con dettagli cut-out, ma osservandolo da vicino emergeva la vera
particolarità.
Ogni ciocca era autentica, proveniente da fonti etiche, e assemblata con cura
maniacale dal designer Christian Cowan, che ha condiviso sui social un video
mostrando passo passo la realizzazione dell’abito. La messa in piega è stata
curata in collaborazione con TRESemmé, che ha aggiunto un tocco di hairstyling
professionale a un fashion statement già straordinario.
I PRECEDENTI
Non è – ahinoi – la prima volta che i capelli diventano protagonisti sul red
carpet. Nel 2009 Lady Gaga aveva indossato un abito realizzato con capelli veri,
biondi, intrecciati in un corpetto e lasciati sciolti a formare una gonna corta
e asimmetrica, completato da una borsa coordinata ispirata alle opere di Jeff
Koons.
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L'articolo Un abito fatto con cinque chili di capelli umani: il vestito choc di
Lisa Rinna agli Oscar 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dimenticate per un momento le it-bag e le code fuori dai negozi di Chanel.
L’ultimo feticcio della Primavera/Estate 2026, l’oggetto che sta monopolizzando
i feed e le discussioni sui social, è un dispositivo metallico che azzera la
parola e trasforma il volto in una maschera enigmatica. Arrivato negli store
fisici e online l’11 marzo (dopo lo choc iniziale suscitato sulla passerella di
ottobre), l’accessorio segna il debutto ufficiale e radicale di Glenn Martens
come Direttore creativo di Maison Margiela. E dimostra come il designer abbia
saputo centrare immediatamente il DNA provocatorio e concettuale della griffe.
ANATOMIA DI UN “MOUTHPIECE”: LE QUATTRO CUCITURE DIVENTANO FISICHE
Venduto sui principali e-commerce del lusso a circa 750 euro nella sua versione
in argento lucido, il pezzo si colloca in una zona grigia tra la gioielleria
d’avanguardia e lo strumento ortodontico. Si tratta di un vero e proprio
mouthpiece, ovvero un morso o divaricatore che si applica all’interno della
bocca. La genialità — e al contempo l’elemento più disturbante — risiede nel
design della parte esterna: il metallo costringe le labbra a modellarsi per
riprodurre esattamente le four stitches, le celebri quattro cuciture bianche che
da decenni rappresentano la firma anonima e inconfondibile di Margiela. Non si
tratta di un banale abbellimento, ma di un’estensione fisica e letterale
dell’identità del marchio direttamente sul corpo di chi lo indossa.
TRA HANNIBAL LECTER E L’UNCANNY VALLEY: IL DIBATTITO
L’impatto visivo di modelli e modelle che sfilano con la bocca serrata dal
metallo ha innescato un dibattito feroce sul significato della costrizione nella
moda contemporanea. I richiami estetici e psicologici sono fortissimi:
l’associazione più immediata del pubblico è andata alla celebre maschera
anti-morso indossata da Anthony Hopkins in Hannibal Lecter. Un richiamo al
contenimento clinico e psichiatrico, a un pericolo imminente che viene
forzatamente silenziato. Bloccando i muscoli facciali, l’accessorio impedisce
infatti di parlare, sorridere o comunicare empatia. È l’apoteosi
dell’omologazione: sottrae l’identità individuale per trasformare il viso in un
manichino seriale. C’è poi l’effetto “Uncanny Valley“. L’alterazione innaturale
dei tratti umani (una bocca tenuta aperta a forza in una smorfia che è a metà
tra un ghigno, uno sbadiglio e un urlo di dolore) genera in chi osserva un senso
di familiarità mescolato a profonda repulsione. È lo stesso disagio psicologico
che proviamo di fronte a umanoidi o robot troppo simili a noi.
L'articolo Il “morso” di Maison Margiela: perché l’inquietante accessorio da 750
euro è il nuovo trend che spopola sui social proviene da Il Fatto Quotidiano.
I bozzetti originali dell’abito rosa indossato per la vittoria agli Oscar del
1999, borse, gioielli e capi d’abbigliamento quotidiano. Sono 250 i lotti del
proprio guardaroba personale che Gwyneth Paltrow ha deciso di mettere all’asta a
seguito di un recente trasloco. Una vendita, gestita dalla casa d’aste Julien’s,
che punta a svuotare (o quantomeno alleggerire) gli armadi dell’attrice per dare
una nuova collocazione a oggetti il cui valore complessivo stimato arriva fino a
mezzo milione di dollari.
COSA C’È ALL’ASTA
L’attrice e fondatrice del marchio Goop ha scelto di separarsi dai propri beni
seguendo una precisa regola di gestione degli spazi, come ha spiegato Martin
Nolan, direttore di Julien’s: “Crede che quando entra qualcosa di nuovo,
qualcos’altro debba essere lasciato andare“. L’asta si svolgerà online e si
concluderà con un evento dal vivo in programma a fine maggio presso gli spazi
dell’hotel Peninsula di Beverly Hills. La collezione messa all’incanto affianca
la storia del cinema hollywoodiano a pezzi di uso comune. Tra i capi
d’abbigliamento spicca una gonna in denim firmata Junya Watanabe per Comme des
Garçon risalente al 2004, oltre a diverse paia di occhiali da sole e borse
griffate. Il reperto di maggior interesse storico per i collezionisti è
costituito dai disegni originali per la realizzazione dell’abito Ralph Lauren
sfoggiato da Paltrow sul palco degli Academy Awards di ventisette anni fa.
Secondo le valutazioni di Nolan, l’incasso totale per l’intera collezione
oscillerà tra i 300.000 e i 500.000 dollari.
IL TRAUMA DELL’INCENDIO E IL RITORNO SUL SET
La decisione di non accumulare più archivi in depositi esterni deriva da
un’esperienza personale diretta dell’attrice. Diversi anni fa, un incendio
distrusse completamente il magazzino all’interno del quale Paltrow conservava i
propri beni storici. Da quell’evento, l’attrice ha deciso di non ricorrere più a
strutture di stoccaggio, preferendo liberarsi periodicamente degli oggetti non
più utilizzati per garantire loro una “seconda vita” nelle mani di nuovi
proprietari.
L'articolo Gwyneth Paltrow mette all’asta il suo guardaroba: dai bozzetti del
vestito degli Oscar alle borse di lusso, in vendita 250 capi per mezzo milione
di dollari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “commando” di almeno sei persone, un ingresso sfondato utilizzando dei
veicoli come ariete e una barriera di furgoni rubati posizionati di traverso per
bloccare le strade. È la sequenza dell’assalto avvenuto intorno alle 4.00 di
oggi allo stabilimento Prada di Dolo, in provincia di Venezia. Un’incursione
pianificata che ha impedito l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine. Il
bottino del furto? Non il contenuto delle casseforti, bensì le preziose
calzature griffate pronte per essere immesse nel mercato del lusso.
LA DINAMICA: AUTO-ARIETE E BARRICATE PER BLOCCARE LA POLIZIA
Tutto si è consumato intorno alle 4:00 di questa mattina. Secondo le prime
ricostruzioni fornite dagli investigatori, una banda composta da almeno sei o
sette malviventi è entrata in azione sfondando l’ingresso principale dello
stabilimento utilizzando dei veicoli come ariete. L’aspetto più eclatante
dell’operazione criminale è stata però la strategia di isolamento dell’area,
definita tecnicamente “cinturazione“. Per assicurarsi i minuti necessari a
svaligiare i magazzini e garantirsi una via di fuga sicura, il gruppo ha
disseminato le vie d’accesso alla fabbrica con diversi furgoni e automobili,
tutti risultati provento di furto. I mezzi sono stati posizionati di traverso
per sbarrare fisicamente la strada alla vigilanza privata e alle gazzelle delle
forze dell’ordine in arrivo a sirene spiegate. Questa barriera artificiale ha
ottenuto l’effetto sperato dai ladri: i Carabinieri, accorsi sul posto, si sono
trovati la strada sbarrata nell’ultimo tratto di accesso alla fabbrica e sono
stati costretti ad abbandonare i veicoli di servizio per proseguire a piedi.
IL BOTTINO: CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO IN FUMO
Il ritardo forzato dei soccorsi ha concesso ai malviventi il tempo di razziare
la merce. Il danno economico è ancora in fase di esatta quantificazione, ma i
numeri iniziali delineano i contorni di un furto milionario, o quasi. Dallo
stabilimento — che vanta una produzione quotidiana di circa 700 unità — sono
state portate via tra le 300 e le 400 paia di scarpe griffate. Il valore
commerciale complessivo del bottino si aggira tranquillamente sulle centinaia di
migliaia di euro.
Sul posto stanno ora operando i Carabinieri della Tenenza di Dolo, affiancati
dai colleghi del Comando provinciale di Venezia. I militari dell’Arma hanno già
provveduto ad acquisire tutte le immagini registrate dai sistemi di
videosorveglianza interni ed esterni all’azienda. L’obiettivo degli inquirenti è
ricostruire ogni istante del raid, identificare i mezzi usati per la fuga del
“commando” e dare un volto ai componenti di una banda che ha dimostrato un
livello di organizzazione criminale altissimo.
L'articolo Maxi furto da Prada: commando armato assalta lo stabilimento e ruba
centinaia di scarpe griffate per svariate migliaia di euro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È la scossa tellurica di cui il mondo della moda, ormai impaludato tra prezzi
inavvicinabili e un perbenismo di facciata, aveva disperatamente bisogno.
L’annuncio è ufficiale: John Galliano, l’ultimo grande genio teatrale e
tormentato del fashion system, firmerà per i prossimi due anni le collezioni
stagionali di Zara. Non si tratta di una semplice capsule collection o di una
collaborazione occasionale, ma di una partnership strutturata e prolungata che
certifica un processo di riposizionamento strategico avviato dal colosso
spagnolo da ormai tre o quattro anni.
IL PIANO DI ZARA: SMARCARSI DAL FAST FASHION
Per comprendere la portata della mossa orchestrata da Marta Ortega (figlia del
fondatore Amancio e presidente di Inditex dal 2022), bisogna guardare al
contesto. Zara ha disperatamente bisogno di smarcarsi dalla bollinatura del fast
fashion, una definizione che ormai mal si sposa con le ambizioni del brand,
sebbene la composizione reale di molti capi e i luoghi di produzione raccontino
spesso una storia diversa. Pressata dal basso dall’ascesa famelica di colossi
ultra-economici cinesi come Shein e Temu (che hanno monopolizzato i budget della
Gen Z), Zara ha scelto la via della fuga verso l’alto. Ha alzato i prezzi medi,
investito nell’estetica dei punti vendita e sondato il terreno con
collaborazioni prestigiose, da Narciso Rodriguez a Stefano Pilati, passando per
le capsule firmate da icone come Kate Moss e Steven Meisel.
L’obiettivo? Occupare quel segmento di mercato, un tempo definito “pronto moda”,
che oggi è letteralmente scomparso. I marchi storici si sono infatti polarizzati
verso l’ultra-lusso, imponendo cartellini non più sostenibili per una classe
media sempre più impoverita dall’inflazione (basti pensare alle borse Chanel
vendute a 10.000-12.000 euro o ai cappotti di Prada a 6000-7000 euro). Zara si
candida così a diventare il nuovo rifugio del cliente aspirazionale.
IL RITORNO DEL RE: ASCESA, CADUTA E RESURREZIONE DI GALLIANO
In questo scacchiere, l’ingaggio di John Galliano è un colpo da maestro. Lo
stilista britannico è una figura mitologica, un’icona transgenerazionale. Per
chi ha vissuto gli anni ’90 e i primi 2000, Galliano è semplicemente il re
incontrastato, colui che dal 1997 al 2011 ha trasformato le passerelle di
Christian Dior in spettacoli teatrali indimenticabili. Alla guida del marchio
francese tra il 1997 e il 2011 ha trasformato la couture in spettacolo globale,
costruendo un immaginario che oggi è diventato oggetto di culto, soprattutto tra
chi quegli anni non li ha vissuti. Per le nuove generazioni — ossessionate
dall’hype per tutto ciò che non hanno vissuto in prima persona e dall’estetica
vintage — è un genio da riscoprire. La sua è una parabola hollywoodiana: il
successo planetario, l’ombra oscura delle dipendenze da alcol e droghe, la
rovinosa caduta nel 2011 (licenziato da Dior dopo un delirante sfogo antisemita
ripreso in un bar parigino) e la lunga, faticosa riabilitazione. Una rinascita
culminata nei dieci anni passati alla guida di Maison Margiela, dove ha
ridefinito l’identità del brand sfidando i confini di genere, fino
all’incredibile e virale sfilata Artisanal del 2024 sotto un ponte parigino, con
i modelli trasformati in bambole di porcellana dal trucco di Pat McGrath.
IL PROGETTO “RE-AUTHORING” SPIEGATO A VOGUE
Dopo due anni di assenza dalle scene (trascorsi, per sua stessa ammissione,
“fuori dalla giostra impazzita”, a passeggiare nei boschi senza telefono per
riconnettersi con l’istinto), Galliano è tornato in un atelier segreto a Parigi
dallo scorso gennaio. Intervistato in esclusiva da Vogue durante l’ultima Paris
Fashion Week, lo stilista ha spiegato in cosa consisterà il suo lavoro per Zara.
Non disegnerà da zero, ma applicherà un processo definito di “re-authoring”
(ri-autorialità). “Ho curato alcuni archivi recenti di Zara”, ha rivelato
Galliano. “L’idea è di rielaborarli e destrutturarli, utilizzando nuovi
materiali. Sono super eccitato, perché non è una cosa che ho mai fatto prima. La
novità, l’eccitazione, il processo stesso mi stuzzicano. Continuo a ricordare al
mio team ogni giorno: ‘No, non è questo e non è quello. Stiamo
ri-autorializzando'”. Una collaborazione nata quasi per caso, grazie
all’amicizia stretta con Marta Ortega in occasione delle mostre di fotografia
organizzate dalla Fondazione MOP a La Coruña. E sulla prospettiva di
democratizzare il suo stile, Galliano non ha dubbi: “Poter distribuire la moda
attraverso una piattaforma così enorme è elettrizzante. E lo è altrettanto poter
lavorare con le risorse che hanno a disposizione”.
IL RISCHIO CALCOLATO DI INDITEX
Oggi Galliano è qualcosa di raro: un designer capace di parlare
contemporaneamente a chi lo ha visto nascere e a chi lo ha scoperto attraverso
il vintage, il resale e i social. Ed è esattamente su questo che Zara sta
puntando. Le nuove generazioni cercano autenticità nel passato, mitizzano gli
anni ’90 e i primi Duemila, consumano immagini e archivi. Portare Galliano
dentro una macchina industriale significa rendere accessibile quel linguaggio,
trasformarlo in prodotto. C’è poi un altro elemento da considerare: Zara ha
compiuto il “vorrei ma non posso” dei grandi brand. Sì, perché Galliano è stato
a lungo una figura difficile da reintegrare nel sistema del lusso, non solo per
il suo passato, ma per ciò che rappresenta in un’industria sempre più attenta
alla reputazione e alla stabilità. Se finora, infatti, i grandi marchi del lusso
sono stati estremamente restii ad affidare a Galliano la direzione creativa di
una griffe di prima fascia, i motivi sono due: da un lato il terrore di
ripercussioni d’immagine nell’era spietata del politically correct (per via di
quel vecchio scivolone del 2011, appunto); dall’altro, il timore concreto che lo
stilista potesse non reggere nuovamente le immense pressioni del sistema,
rischiando di ricadere nella spirale degli abusi e piantando in asso le
collezioni. Un rischio d’impresa che il gruppo Inditex, con la sua inarrestabile
mole di produzione e vendita di massa, può invece assorbirsi senza colpo ferire.
Se la scommessa va a buon fine, il guadagno in termini di immagine sarà
incalcolabile.
IL DELIRIO SOCIAL IN ATTESA DI SETTEMBRE
Non sorprende quindi che la notizia sia stata accolta con un entusiasmo
febbrile. Sui social, tra addetti ai lavori e pubblico, l’approvazione è
trasversale. Galliano attira chi lo ha idolatrato e chi lo ha scoperto dopo. È
una figura che genera attenzione, dibattito, desiderio. E questo, oggi, è il
vero capitale della moda. I commenti spaziano dall’incredulità (“Non posso
credere che potrò permettermi un capo disegnato da Galliano!“) all’adorazione
assoluta (“L’unica cosa che mi farà entrare di nuovo in un negozio Zara“). La
prima collezione frutto di questo re-authoring, che Galliano ha definito “oltre
il genere e oltre le stagioni, basata su forme e proporzioni”, arriverà nei
negozi a settembre. Ed è facile prevedere che, in quel momento, assisteremo a
scene di isteria collettiva. Vedremo vere code fuori dagli store, di quelle che
non si registravano dai tempi d’oro delle prime collaborazioni di H&M.
Perché la matematica non mente: con i prezzi attuali del lusso, un abito o un
cappotto firmato Galliano x Zara, per quanto possa posizionarsi su una fascia di
prezzo superiore rispetto alla media del brand spagnolo, sarà sempre
immensamente più economico e desiderabile dell’ennesima borsa griffata ormai
fuori dalla portata del mondo reale. Ed è qui che l’operazione trova il suo
senso più concreto. Zara non sta solo collaborando con uno stilista. Sta
cercando di ridefinire il proprio ruolo. E per farlo ha scelto uno dei nomi più
carichi di storia, contraddizioni e desiderio che il sistema abbia ancora a
disposizione. Così, forse, la moda sta tornando sulla Terra. E a riportarcela è
stato l’uomo che per decenni ci aveva fatto sognare sulle nuvole.
L'articolo John Galliano firma le collezioni per Zara: chi è il genio ribelle ex
Dior e perché questa è la mossa di cui il mondo della moda aveva bisogno
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sì, sono praticamente bandito dagli store di Benetton. Appena mi riconoscono,
devono avere una mia foto da qualche parte, mi accompagnano gentilmente alla
porta”. C’è dell’ironia, ma anche una denuncia, nel racconto che Mattia
Berveglieri affida alle pagine del Corriere della Sera. Il giovane imprenditore
modenese è diventato negli ultimi mesi un vero e proprio fenomeno virale sui
social network. Il suo format è tanto semplice quanto efficace: entra
fisicamente nei negozi (del fast fashion, ma non solo), legge in diretta le
etichette dei capi d’abbigliamento e ne boccia o promuove l’acquisto spiegandone
i motivi.
L’idea di questa crociata divulgativa è nata da una presa di coscienza
strettamente personale, maturata durante due traslochi paralleli affrontati
l’estate scorsa. Da un lato, lo svuotamento dei magazzini della sua azienda: “Mi
sono ritrovato a buttare in discarica metri e metri di tessuti, accessori e
materiali di produzione. Guardando quel cassone pieno mi sono chiesto quanta
roba stessi immettendo nell’ambiente senza rendermene conto”. Dall’altro lato,
il trasloco di casa: “Mi sono ritrovato con sette scatoloni di vestiti, alcuni
ancora con il cartellino. Lì ho capito quanto compriamo e quanto poco
utilizziamo davvero”.
Analizzando le dinamiche dell’industria dell’abbigliamento — considerata una
delle più inquinanti a livello globale — Berveglieri pone l’accento su un
aspetto sistematicamente ignorato dal marketing delle multinazionali: il costo
umano. “Si parla molto di materiali e di inquinamento, ma troppo poco delle
condizioni di lavoro di chi produce i capi”, denuncia l’imprenditore al
Corriere. “Dietro una maglietta da cinque euro spesso ci sono ritmi di lavoro
massacranti e salari molto bassi in Paesi come Bangladesh o Turchia. Il
consumatore dovrebbe chiedersi perché un capo costa così poco. Non è solo una
questione di poliestere o materiali economici: spesso dietro c’è anche
manodopera sfruttata, persone come noi che vivono attaccate a una macchina da
cucire per pochi euro al giorno”.
COME LEGGERE LE ETICHETTE (E SMASCHERARE IL GREENWASHING)
Ma cosa dovrebbe guardare un consumatore consapevole prima di arrivare alla
cassa? La regola d’oro di Berveglieri è controllare la percentuale di fibre
naturali, applicando però il buon senso: “Non sempre un capo può essere
completamente naturale. Per esempio, in un maglione di lana o alpaca una piccola
percentuale di poliammide può servire per dare struttura e resistenza”, spiega.
“Diverso è il caso di una t-shirt con composizione 50% cotone e 50% poliestere:
in quel caso si può tranquillamente lasciarla sullo scaffale“. Alcune fibre
sintetiche o artificiali, in piccole dosi, sono tollerabili: l’elastan per
l’elasticità o la viscosa, che pur essendo trattata chimicamente deriva da fonti
naturali e rappresenta un’alternativa economica alla seta.
Il vero nemico da combattere, secondo il divulgatore, è il greenwashing, ovvero
l’ecologismo di facciata: “Quando leggiamo ‘poliestere riciclato’, per esempio,
bisogna ricordare che si tratta comunque di poliestere. Anche il processo per
riciclarlo ha un impatto ambientale. Spesso sono operazioni che servono
soprattutto a migliorare la reputazione dei brand”. L’errore più comune che
commettiamo? “Semplicemente non guardiamo le etichette. Compriamo per impulso
ciò che è di moda senza farci domande”, osserva Berveglieri, citando il
paradosso di chi acquista capi economici solo per scattarsi una foto sui social,
finendo per spendere centinaia di euro all’anno per vestiti che non indosserà
mai. La vera rivoluzione, dunque, non risiede (solo) nei materiali, ma in un
radicale cambio di mentalità: comprare meno e meglio. In questo senso, il
mercato del second hand rappresenta una via d’uscita fondamentale. “Credo molto
nel vintage, soprattutto nel segmento del lusso. Un capo di qualità di venti o
trent’anni fa spesso vale più di molti prodotti attuali”, conclude
l’imprenditore, lanciando un appello finale ai consumatori: “L’idea dovrebbe
essere quella di investire in capi che durano nel tempo, magari abbastanza da
poter essere passati anche alle generazioni successive. Usare davvero quello che
abbiamo è il cambiamento più concreto che possiamo fare”.
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L'articolo “Sono bandito dai negozi di una nota catena, appena mi riconoscono mi
accompagnano alla porta”: parla Mattia Berveglieri, l’influencer che analizza le
etichette dei vestiti proviene da Il Fatto Quotidiano.