È morto Paul Ehrlich, autore di The Population Bomb, uno dei libri più influenti
e più contestati dell’ambientalismo moderno. Aveva 93 anni. Come sempre accade
con figure così divisive, le reazioni si sono subito polarizzate: da un lato i
necrologi celebrativi, dall’altro la soddisfazione di chi ricorda che “non ne ha
azzeccata una”.
Partiamo da qui, senza difese d’ufficio. Ehrlich fece previsioni che non si sono
avverate. Negli anni ’60 e ’70 parlava di carestie imminenti e diffuse, di
collassi legati alla crescita della popolazione. Non è successo. La produzione
agricola è aumentata, la disponibilità di cibo è cresciuta e le grandi carestie
globali previste non si sono verificate, anche grazie ai progressi della
cosiddetta rivoluzione verde. Ha anche perso una famosa scommessa con
l’economista Julian Simon sull’aumento dei prezzi delle risorse, che invece sono
diminuiti. Quindi sì: sul piano delle previsioni puntuali, Ehrlich ha sbagliato,
e anche in modo clamoroso.
Ma fermarsi qui è troppo facile, e soprattutto non aiuta a capire. Ehrlich non
solo faceva previsioni, poneva anche problemi, tipo: può esistere una crescita
infinita in un sistema finito? Non è una profezia, è una domanda. E quella
domanda resta lì, intatta. Ha risposto in modo sbagliato alla domanda giusta,
sempre meglio di chi dà risposte giuste a domande sbagliate, come quelle che
incentivano la crescita economica infinita, senza considerare l’erosione del
capitale naturale quando cresce il capitale economico.
Erlich ebbe l’ardire di prevedere l’impatto umano come prodotto di popolazione,
consumi e tecnologia, con la famosa equazione I = P × A × T . L’Impatto umano
(I) equivale alla popolazione (P: quante persone ci sono) moltiplicata per
l’”affluenza” (A: quanto consuma ogni persona), per la tecnologia (T: quanto
impatto serve per produrre quel consumo). Una banalità, si potrebbe dire. Ma è
una banalità che continuiamo a ignorare ogni volta che parliamo di crescita
senza limiti. Non basta dire “siamo troppi”, non basta dire “consumiamo troppo”,
e non basta dire “ci penserà la tecnologia”.
L’equazione di Ehrlich, come tutte le equazioni che pretendono di “spiegare”
cose molto complesse, tratta i tre fattori come indipendenti, mentre nella
realtà si influenzano tra loro (più tecnologia porta a più consumo, più consumo
porta a più popolazione, ecc.) e non dice nulla sulla distribuzione della
ricchezza, sulle differenze tra società e le dinamiche politiche, per non
parlare delle guerre. Non esiste l’equazione che prevede il futuro di quella che
chiamiamo “storia”. Gli economisti sono come Ehrlich, ci dicono cosa avverrà e,
nel loro insieme… non ne azzeccano una. La Regina Elisabetta li strigliò con la
famosa domanda alla London School of Economics: siete i migliori economisti del
mondo, come mai non avete previsto la crisi del 2008?
Nel campo delle previsioni prevale un curioso doppio standard. Siamo,
giustamente, molto severi con chi fa previsioni catastrofiche sbagliate. Molto
meno con chi fa previsioni ottimistiche sbagliate. Da decenni ci sentiamo dire
che la tecnologia risolverà tutto, che la crescita può continuare
indefinitamente, che la fusione è sempre a vent’anni di distanza. Anche queste
sono previsioni che non si avverano, ma non suscitano lo stesso scetticismo. Il
motivo è semplice: ci piacciono le soluzioni, non i problemi. Quando le
soluzioni falliscono per problemi non previsti da chi le aveva proposte, chi
chiamiamo? Ma è ovvio: quelli che avevano proposto le soluzioni, mica quei
menagrami che ne avevano evidenziato i problemi!
Il punto è che il futuro non si prevede, perché i sistemi complessi non sono
prevedibili con precisione. Ecologia, economia, società: non sono equazioni
risolvibili una volta per tutte. Chi promette previsioni esatte, oggi come ieri,
sta vendendo un’illusione, che sia catastrofica o rassicurante cambia poco.
Quello che possiamo fare, però, è riconoscere i vincoli. Darwin lo aveva già
chiarito: tutte le specie tendono a crescere, ma non tutte possono farlo, perché
le risorse sono limitate. Questo è il concetto di capacità portante. Possiamo
sbagliare nel calcolarla, perché cambia con la tecnologia, con l’organizzazione
sociale, con i comportamenti. Ma il fatto che sia difficile da quantificare non
significa che non esista. Significa solo che non siamo capaci di stimarla con
precisione.
Ehrlich ha sbagliato nel dire quando sarebbero arrivati i limiti. Non è affatto
detto che abbia sbagliato nel dire che esistono. E forse il successo delle sue
“previsioni sbagliate” dimostra proprio questo: non che i limiti non ci siano,
ma che siamo bravissimi a spostarli nel tempo, non a eliminarli.
C’è anche un lato più scomodo, che non va ignorato. Gli allarmi di Ehrlich hanno
contribuito a orientare politiche discutibili, in alcuni casi anche molto
pesanti sul piano sociale, come le politiche di controllo delle nascite adottate
in vari paesi. Il catastrofismo ha un problema: può semplificare troppo e
produrre reazioni altrettanto semplicistiche. E spesso è controproducente,
perché le persone rifiutano scenari troppo estremi e si affidano a chi promette
soluzioni miracolose.
Alla fine, forse, il modo più onesto di guardare a Ehrlich è questo: buttare via
le profezie sbagliate e tenersi le domande giuste. Perché il vero errore non è
aver previsto male il futuro. È pensare che il futuro sia prevedibile o, peggio
ancora, che i limiti non esistano solo perché qualcuno li ha previsti male. Chi
avrebbe previsto, ad esempio, che l’obesità sarebbe stata un flagello per le
moltitudini di poveri che vivono in paesi ricchi?
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tenendo le domande giuste proviene da Il Fatto Quotidiano.