Gli incendi nella Terra dei fuochi sono stati e sono una piaga di un territorio
dove oggi vivono 2,9 milioni di persone e dove gli scarichi illeciti di rifiuti
pericolosi e le morti non sono un capitolo chiuso. Individuare chi appicca roghi
oggi è più rapido e preciso grazie alla control room, il sistema di monitoraggio
che consente di osservare in tempo reale ampie porzioni di territorio e
coordinare gli interventi sul campo. È proprio da questa centrale operativa,
attiva presso il comando dei carabinieri forestali, che è partita la
segnalazione che ha portato a tre arresti a Giugliano in Campania, in una delle
aree più esposte al fenomeno dei rifiuti bruciati illegalmente.
Le immagini hanno documentato due incendi di notevoli proporzioni in via
Vicinale Trenga: colonne di fumo nero si sono alzate dalla combustione di
materiali altamente inquinanti, tra cui mobili, pneumatici, plastiche e
componenti elettroniche. Rifiuti che, una volta dati alle fiamme, rilasciano
sostanze tossiche come diossine e metalli pesanti, con effetti diretti
sull’ambiente e sulla salute dei residenti. L’intervento ha portato all’arresto
di una 41enne italiana e di un 45enne nigeriano. L’uomo ha tentato la fuga,
nascondendosi nella cantina di un edificio, ma è stato rintracciato poco dopo.
Aveva con sé un accendigas, ritenuto lo strumento utilizzato per appiccare il
fuoco. Gli accertamenti hanno evidenziato che i due avevano prelevato rifiuti e
arredi da un’abitazione per poi abbandonarli e incendiarli in una zona isolata.
Un secondo episodio, sempre intercettato dalla control room, si è verificato in
via Ex Alleati 32. Anche in questo caso le telecamere hanno permesso di
identificare il responsabile: un 70enne del posto, arrestato in flagranza
differita dopo essere stato ripreso mentre incendiava rifiuti sul ciglio della
strada. Il sistema di sorveglianza si conferma quindi uno strumento decisivo nel
contrasto ai reati ambientali: permette di superare una delle principali
difficoltà investigative, ovvero cogliere sul fatto chi appicca incendi in aree
isolate o difficilmente controllabili. Tuttavia, la frequenza degli episodi
dimostra quanto il fenomeno sia ancora radicato.
I roghi di rifiuti rappresentano infatti una delle principali fonti di
inquinamento nella Terra dei Fuochi. La combustione incontrollata di materiali
plastici, pneumatici e apparecchiature elettroniche produce fumi carichi di
sostanze cancerogene che contaminano aria, suolo e falde acquifere, con
conseguenze che si estendono ben oltre il momento dell’incendio. In questo
territorio la criminalità organizzata ha gestito il traffico di rifiuti
provenienti da ogni parte d’Italia, dalle concerie ai petrolchimici, fino alle
industrie di alluminio, distruggendo la fertilissima Campania Felix, della quale
non è rimasto più nulla. Nella vasta area della regione Campania, tra Caserta e
Napoli, compromessa dagli interramenti e dalle sostanze tossiche, le bonifiche
vanno a rilento.
L'articolo Immortalati dalla control room mentre appiccano incendi nella Terra
dei fuochi: tre arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Ambiente
La crisi idrica in Italia pesa sulle tasche dei cittadini. Il Paese è tra i più
esposti, in Europa, allo stress idrico dovuto a piogge meno frequenti ma più
intense, che non risolvono i problemi di siccità, ma ne portano di nuovi. E la
gestione dell’acqua, così com’è, non aiuta. La Giornata mondiale dell’acqua, che
si celebra ogni 22 marzo, è anche l’occasione per fare il punto sui costi. Tra
bollette e ricadute. Chi paga per le carenze? Come si finanzieranno gli
investimenti necessari? In Italia, la bolletta continua ad aumentare (anche se
le tariffe sono tra le più basse d’Europa): 528 euro in media nel 2025 per una
famiglia tre persone un consumo annuo di 182 metri cubi, ossia il 30 per cento
in più rispetto al 2019. Sono saliti anche gli investimenti, arrivati a 106 euro
all’anno per abitante. Solo che il settore si trova in un passaggio cruciale. A
metà 2025 risultava concluso solo il 2% degli interventi Pnrr, con un ulteriore
51% in fase di collaudo e c’è molta attenzione a ciò che accadrà agli
investimenti al termine dei fondi straordinari europei. Un quadro ricco di
cambiamenti quello descritto da associazioni e organizzazioni. Le nuove sfide,
però, sono appesantite da una serie di problemi (per lo più vecchi): l’Italia è
il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale e il terzo per consumo
domestico di acqua potabile, nelle rete di distribuzione si perde circa il 38%
per cento dell’acqua immessa, mentre sono ancora troppo indietro i progetti che
puntano anche recupero e Roma conta ormai sei procedure europee di infrazione
attive, una relativa alle acque potabili, una relativa alla direttiva nitrati e
quattro su fognature e depurazione. A gennaio 2026, si è aggiunta l’apertura di
un’ulteriore procedura per la direttiva quadro Acque. Tutto ciò non può più
permetterselo il Paese dove siccità, alluvioni e mancato riciclo costano 227
euro a testa all’anno, il doppio della media europea (112 euro), pari a 13,4
miliardi. Come se l’economia si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno.
SENZA ACQUA SALTA IL 20% DEL PIL ITALIANO
Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua del think tank Teha (The
european house Ambrosetti) si mette a fuoco il problema centrale: “L’Italia è
sempre più esposta allo stress idrico, con poca o troppa acqua nei momenti
sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione”. La crisi dell’acqua, che
nel 2025 in Italia ha visto oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139
allagamenti urbani (nei primi anni duemila erano rispettivamente 45 e 3
all’anno) genera impatti consistenti sul sistema produttivo. A cominciare
dall’agricoltura, che nell’ultimo decennio ha subito un calo della produzione
del 7,8%. Nel 2024, i danni legati ai cambiamenti climatici per l’agricoltura
hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro. “Senza acqua salta il 20% del pil
italiano” ha avvertito Valerio De Molli, ceo e managing partner di Teha Group,
sottolineando che l’acqua è un elemento fondamentale anche per industria,
energia e data center e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore.
“Servono una visione più ambiziosa e integrata, accelerare gli investimenti,
modernizzare le infrastrutture, mobilitare capitali pubblici e privati, spingere
su innovazione e digitalizzazione e diffondere una nuova cultura dell’acqua
lungo l’intera filiera” spiega Molli, ricordando che il ciclo idrico esteso, che
comprende gestione, provider tecnologici, e consorzi di bonifica “ha generato
11,2 miliardi di valore aggiunto nel 2024, 31 miliardi considerando l’indiretto
e l’indotto”.
COSA ACCADRÀ A CONCLUSIONE DEL PNRR: LA TARIFFA NON BASTA
La tariffa del servizio idrico in Italia, principale fonte di finanziamento
degli investimenti attuali e futuri, pur cresciuta fino a 2,5 euro al metro cubo
nel 2024, resta tra le più basse d’Europa: il 30% sotto la media Ue. Nel
triennio 2023-2025 la tariffa ha sostenuto gli investimenti per il 67% del
totale. Tuttavia, con il concludersi del ciclo di finanziamento del Pnrr “il
nodo degli investimenti diventa decisivo” ha osservato Benedetta Brioschi,
partner Teha. Secondo i gestori del Servizio idrico integrato rappresentati
dalla Community Valore Acqua, la tariffa non sarà sufficiente a sostenere il
fabbisogno del settore: “Il capitale privato dal 2027 potrebbe coprire il 18%
degli investimenti complessivi, che potrebbero arrivare fino a 98 euro pro
capite rispetto agli 83 previsti dal 2027 senza l’apporto del Pnrr”. Anche
Cittadinanzattiva, nel suo rapporto sul servizio idrico integrato, a cura
dell’Osservatorio prezzi e tariffe, lancia l’allarme sul cosiddetto ‘effetto
scalino’: il rischio di un crollo degli investimenti al termine dei fondi
straordinari europei. “Gli investimenti nel settore idrico – spiega – sono
passati da una media di 66 euro annui per abitante nel 2021 a 106 euro nel 2026
(ultimo anno del Pnrr, la cui attuazione ha dato una spinta). Fino al 2029 si
prevede una fisiologica riduzione di circa il 10%”. Una questione affrontata
anche nel Blue Book 2026. Nella monografia completa dei dati del servizio idrico
realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, si sottolinea
che l’aumento degli investimenti ha portato a una maggiore la qualità del
servizio, salvo nei casi di alcune gestioni ‘in economia’ da parte di enti
locali – specie al Sud – che mostrano criticità. Secondo Luca Dal Fabbro,
presidente di Utilitalia, “ora è necessaria una quota di contributo pubblico di
almeno 2 miliardi di euro l’anno per i prossimi 10 anni, per portare avanti un
piano straordinario di interventi per assicurare la tutela della risorsa e del
territorio, che non può ricadere unicamente sulle tariffe”. Come ricorda
Cittadinanzattiva, una eventuale crescita della tariffa “deve anche confrontarsi
con l’accettazione pubblica”, perché anche se la tariffa italiana è attualmente
tra le più basse dell’Unione Europea “oltre la metà dei cittadini italiani (56%)
reputa già ‘alto’ o ‘molto alto’ il costo del servizio idrico. Ma sono diverse
le criticità su cui lavorare.
LE CRITICITÀ DA RISOLVERE ALLA LUCE DELLA ‘BANCAROTTA IDRICA’
Necessità resa ancora più impellente alla luce dei cambiamenti climatici, che
hanno portato a una situazione di ‘bancarotta idrica’ a livello mondiale e delle
nuove direttive europee, che imporranno standard più stringenti sulla qualità e
sul trattamento delle acque. L’Italia non è solo il primo Paese in Europa per
consumo di acqua minerale (249 litri pro capite, contro una media di 91), ma è
anche il terzo in Europa per consumo domestico di acqua potabile (62 metri cubi
pro capite all’anno, mentre la media europea è di 45). Mentre, sul campione del
Blue Book, che conta oltre 324mila chilometri di rete, il 30% ha più di 30 anni
e perdite medie del 37,9%. Criticità sono registrate anche sul fronte della
continuità del servizio con oltre un milione di cittadini che nel 2024 ha subito
razionamenti idrici, degli allagamenti (fino a 27 episodi ogni 100 chilometri
nel Sud) e del riutilizzo delle acque reflue, fermo al 3,4% a fronte di un
potenziale del 13,4%. La Community Valore Acqua ha aggiornato anche per il 2026
l’analisi sul posizionamento dell’Italia e dei principali Paesi europei
(compreso il Regno Unito) nella gestione sostenibile della risorsa idrica, con
l’indice ‘Valore Acqua verso lo Sviluppo Sostenibile 2026’, che tiene conto di
39 indicatori. L’Italia è al diciannovesimo posto, a significativa distanza dai
Paesi con le migliori performance, come Danimarca, Paesi Bassi, Germania. E
comunque dopo Francia, Regno Unito, Spagna e Portogallo.
LA DIFFICOLTÀ AD ADATTARSI AL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Eppure l’Italia è uno dei Paesi che fa più da vicino i conti con il cambiamento
climatico, tra alluvioni, allagamenti e periodi di siccità. Come certifica Ispra
in queste ore, nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state pari a
963,4 millimetri (circa 291 miliardi di metri cubi), in calo di circa il 9%
rispetto al 2024, un anno particolarmente piovoso. L’Italia è il quarto Paese in
Unione Europea per stress idrico e quattro delle sette regioni europee con uno
stress idrico massimo sono italiane (Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia). Ma
il problema della siccità al Sud è l’altra faccia della medaglia rispetto a
quello delle precipitazioni nevose e la scomparsa dei ghiacciai al Nord e anche
al Centro. Quelli delle Alpi e dei Pirenei sono tra i più vulnerabili alla crisi
climatica. Tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se
il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri
in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve
al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000,
con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%. Ne derivano effetti
rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla
produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. A fare il
punto l’Atlante dell’Acqua 2026 di Legambiente. Nei giorni scorsi, l’Autorità di
Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale ha presentato il Rapporto “Dati
climatici e risorse idriche 2025”che fotografa una situazione critica per
un’area di oltre 42mila chilometri quadrati che coinvolge sette regioni e nove
milioni di abitanti. Le precipitazioni nevose nel 2025 sono risultate inferiori
all’81% della media storica, i laghi naturali hanno registrato minimi storici e
oltre 1.300 interventi emergenziali sono stati necessari in centinaia di comuni.
La siccità nel Distretto dell’Appennino Centrale non è più dunque un fenomeno
stagionale, ma una condizione strutturale.
L'articolo Giornata mondiale dell’acqua: la crisi idrica in Italia costa il
doppio rispetto alla media europea proviene da Il Fatto Quotidiano.
A tutto carbone contro la crisi energetica. È questo il piano B del ministro
dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin che, parlando alla Stampa, spiega come le
centrali di Brindisi e Civitavecchia, la cui autorizzazione ambientale è scaduta
a fine 2025, “possono essere operative anche subito, basta un decreto”. Anche se
“ha senso attivarle”, dice il ministro, “soltanto se il prezzo del gas sale
stabilmente sopra i 70 euro. Altrimenti, i costi non sarebbero sostenibili”.
E nel medio-lungo periodo il governo cosa pensa di fare per la sicurezza
energetica? Pichetto rivendica che rispetto al 2022, dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, “non partiamo da una situazione peggiore: oggi abbiamo più
fornitori e più certezze. Abbiamo sostituito il gas russo con altre fonti, dal
Qatar (che ora è pronto a invocare la forza maggiore per non rispettare i
contratti ndr) agli Stati Uniti, fino al Mozambico. E la transizione? “Abbiamo
realizzato quasi due gigawatt in più rispetto al Pniec”, il Piano Nazionale
Integrato per l’Energia e il Clima con gli obiettivi al 2030, ma “ci sono 150
gigawatt di progetti rinnovabili che oggi risultano bloccati” e “spesso a
fermarli a livello regionale sono proprio quei partiti che a livello nazionale
accusano di non fare abbastanza per le rinnovabili. A livello governativo stiamo
autorizzando molto di più rispetto al passato, ma il problema resta”.
L'articolo Caro energia, il ministro dell’Ambiente Pichetto: “Pronti a usare le
centrali a carbone” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A leggere i titoli del giornali di questi giorni sembra di essere ripiombati
negli anni Settanta. In un momento, cioè, di crisi energetica e di aumento dei
prezzi del petrolio. Senza, però, nessuno scenario alternativo, come se le
rinnovabili non esistessero, come se la transizione energetica attraverso la
decarbonizzazione non fosse l’unica e sola strada per salvarci non solo la
salute ma anche consentirci di arrivare a fine mese.
E invece. Anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein sembra
sottolineare soprattutto l’urgenza del taglio delle accise, mentre il governo in
completo affanno, e nella consueta totale ignoranza scientifica che lo
contraddistingue, di cui tutti paghiamo le conseguenze, balbetta di tagli alle
accise tassando gli extraprofitti. Cosa già detta in passato (la tassazione
sugli extraprofitti), sbandierandola come misura di una presunta e inesistente
destra sociale ed evidentemente mai attuata. Nel bellissimo libro Clima ingiusto
(Donzelli) Giovanni Carrosio e Vittorio Cogliati Dezza sottolineano come, mentre
misure energeticamente giuste possono avere effetti regressivi – vedi
riqualificazione energetica e pannelli spesso accessibili a chi ha soldi da
parte e macchine elettriche troppo care – al tempo stesso esistono misure magari
socialmente giuste, come appunto il taglio delle accise, ma che finiscono per
avere conseguenza ambientali negative e aggravare così le diseguaglianze.
In ogni caso, il taglio delle accise non servirà a nulla. Non servirà non solo
perché la benzina continuerà a costare tantissimo, con la guerra in corso, ma
non servirà perché non cambia in nessun modo il nostro rapporto con l’energia.
Che è ancora, appunto, da scenario quasi anni Settanta.
Grazie a governi nel migliore dei casi miopi, nel peggiori legati alle lobby dei
fossili, il nostro rapporto con le rinnovabili non è ancora forte, incontestato
e risolutivo. Si va avanti male e con continui stop, vedi i vari decreti che
vietano i pannelli nei terreni agricoli, mentre chi ci governa continua a
legarci mani e piedi al gas, balbettando nel frattempo di una presunta svolta
nucleare a cui non crede neanche chi la sostiene (e di fatti, non è
realizzabile, come dozzine di esperti hanno spiegato).
Nella situazione attuale ci hanno messo molti governi, ma voglio ricordare
anzitutto Draghi e il governo Cingolani, che allo scoppio della guerra in Russia
hanno deciso che il gas russo non andava bene, e ci hanno resi dipendenti da
paesi allora non coinvolti nel conflitto. Non avevano calcolato (!) che il mondo
è un sistema instabile, che ci sarebbero state altre guerre e che questo ci
avrebbe fatto precipitare di nuovo nel caos energetico. E ci avrebbe resi,
sorpresa, dipendenti di nuovo dal gas (liquefatto) di un paese aggressore,
ovvero gli Usa. Una amara barzelletta.
Tutto questo non viene spiegato agli italiani, che restano ancora ignari del
fatto di essere vittime della più grande truffa del secolo: e cioè il fatto che
l’Italia non stia puntando esclusivamente e con totale convinzione sulle fonti
rinnovabili, le quali possono: 1) garantire energia pulita e decarbonizzare il
sistema energetico, con conseguenze positive in termini di salute; 2) abbassare
drasticamente le bollette; 3) fornirci, grazie anche ai sistemi di accumulo, una
stabilità che nessuna fonte fossile, nel caso globale, può garantirci; 4) darci
quella sovranità energetica a cui il governo sovranista dovrebbe ambire. Invece
niente, Meloni crede di risolvere un problema strutturale con l’emergenza
accise, per le quali tra l’altro non ci sono soldi. Oppure, chiedendo a gran
voce di rivedere il sistema degli Ets, richiesta sciagurata, che può venire solo
da chi non sa nulla di clima, ambiente, decarbonizzazione, autonomia energetica,
in breve del nostro futuro.
Ecco, siamo nelle mani di gente che agisce in maniera antiscientifica e senza
alcuna vera conoscenza del problema. Le lobby del fossile ne sono ben contente,
nessuno le ostacola, comunque vada cadono in piedi, anche in una fase di guerra,
anzi a maggior ragione vengono viste come quelle che possono salvarci da un
possibile black out. Ma qui il black out è soprattutto politico, culturale,
scientifico. Bisognerebbe scendere in piazza per chiedere energia pulita ed
energia a basso costo, non la diminuzione delle accise. Ma purtroppo le persone
non sono abbastanza informate. Anche grazie a un governo a reti unificate che
accusa le rinnovabili di essere intermittenti, gridando alla necessità del
nucleare per compensare questa intermittenza. Come se poi i reattori si
potessero spegnere e accendere a seconda del bisogno.
In questo scenario c’è solo da piangere. E sperare che forse, l’ennesima crisi
geopolitica renda almeno chiaro a tutti che legarsi alle fossili significa
suicidarsi. Mentre fare le rinnovabili equivale a non dover rendere conto a
nessuno. Oltre che a spendere meno e ad avere un clima meno stravolto. Un
“win-win-win” che ci viene incredibilmente nascosto. Per ignoranza, viltà,
scarso coraggio, zero visione.
L'articolo Ancora con le accise? Gli italiani sono vittime della più grande
truffa del secolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli Stati Uniti fanno pressioni su Bruxelles per annacquare le regole della
legge anti-deforestazione che richiede agli importatori di sette materie prime
(caffè, cacao, olio di palma, bovini, soia, legname e gomma) e alcuni prodotti
derivati, di dimostrare che le loro catene di approvvigionamento non sono legate
alla deforestazione. Europarlamento e Consiglio Ue avevano adottato, a dicembre
2025, la revisione che già semplifica gli obblighi relativi al dovere di
diligenza e che era stata chiesta a gran voce dall’industria, rinviando di un
anno l’applicazione del regolamento Eudr (European Union Deforestation
Regulation). Si tratta, tra l’altro, del secondo rinvio: il testo, approvato a
maggio 2023, era entrato in vigore a giugno 2023, mentre inizialmente la sua
applicazione era prevista dal 30 dicembre 2024 per le grandi aziende e sei mesi
dopo per le piccole e medie imprese. Ora le norme dovrebbero essere effettive
dal 30 dicembre 2025 per le prime e dal 30 giugno 2026 per le seconde.
DAGLI STATI UNITI IN EUROPA PER ANNACQUARE LA LEGGE ANTI-DEFORESTAZIONE
Ma agli Stati Uniti la revisione, così come annunciata, non basta. Perché
prevede obblighi che sarebbero troppo onerosi sulle esportazioni di alcuni
prodotti made in Usa, tra cui la soia. Un prodotto strategico, anche perché
utilizzato in Unione Europea (e anche in Italia) per i mangimi degli animali. Ma
c’è una scadenza vicina: la Commissione Ue è tenuta a fare una nuova analisi,
presentando una relazione – entro il 30 aprile – degli oneri e dell’impatto
della revisione, con eventuali ulteriori proposte. Da qui la fretta di
funzionari del Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Ufficio del Rappresentante
per il Commercio degli Stati Uniti che, come raccontato da Euractiv, si sono
dati un bel da fare, visitando nelle ultime settimane Madrid, Roma, Berlino,
Parigi e Bruxelles. Obiettivi: apportare ulteriori modifiche che, però,
rischiano di vanificare un iter legislativo durato anni.
COSA STANNO CHIEDENDO I FUNZIONARI DI TRUMP
A poche settimane dalla decisione di Bruxelles su un’eventuale ulteriore
modifica della legge, la delegazione Usa ha per prima cosa incontrato a Madrid
María Jesús Rodríguez de Sancho, direttrice generale spagnola per la
biodiversità. Come ultima tappa, invece, il 13 marzo Jason Hafemeister, alto
funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), ha
tenuto un incontro con i media, confermando le perplessità già espresse in
precedenti occasioni e documenti. Una necessità, secondo gli Usa, dato che non
c’è stata alcuna rassicurazione dalla Commissione Ue, più favorevole a piccoli
ritocchi tecnici all’elenco dei prodotti interessati, come l’inclusione del
caffè istantaneo e del sapone a base di olio di palma. Agli Stati Uniti, però,
queste modifiche non bastano, perché ciò che si vuole cambiare è proprio il
sistema di tracciabilità e l’obbligo di comunicare alcuni dati agli importatori.
Il regolamento, così com’è, divide i paesi in quelli a basso, standard e ad alto
rischio di deforestazione. Gli Stati Uniti già rientrano nella categoria a basso
rischio e, quindi, hanno meno obblighi. Come riportato da Euractiv, però, tra i
cambiamenti proposti da Washington c’è quello di introdurre una categoria di
‘rischio trascurabile” (nella quale si vogliono far rientrare gli Usa) che
comporterebbe l’obbligo di una documentazione semplificata in modo drastico. La
proposta include cambiamenti nella metodologia di calcolo utilizzata per
classificare i paesi e modificare la soglia di 70mila ettari all’anno di
deforestazione e che escluderebbe un Paese dalla lista di quelli a basso
rischio.
LA MINACCIA DAGLI USA E IL PROBLEMA LEGATO ALLA SOIA IMPORTATA
Ma la minaccia è dietro l’angolo e riguarda le possibili interruzioni
dell’approvvigionamento di soia dagli Stati Uniti da parte degli allevatori
europei. Negli ultimi decenni, la richiesta globale di soia è aumentata a
livelli esponenziali, ma sua produzione si è sempre concentrata soprattutto in
pochi Paesi, come Stati Uniti, Brasile, a Argentina. Se fino a qualche anno fa
il maggiore produttore di soia erano gli Stati Uniti, oggi lo è il Brasile, con
oltre 120 milioni di tonnellate all’anno. Il consumo di soia è al centro di
dibattiti di varia natura, legati al fatto che viene prevalentemente coltivata
in monoculture (con effetti su deforestazione e biodiversità) e che la maggior
parte è Ogm. In Argentina lo è quasi tutta, negli States la percentuale è del
90%, in Brasile circa il 70%. Negli Stati Uniti, dunque, quasi tutti i semi sono
Ogm, perché – come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’approfondimento)
così le piante sono resistenti agli erbicidi, agli insetti e pure ai cambiamenti
climatici. Insomma, la modificazione genetica consente di coltivare in aree
sterminate, anche laddove una volta era impensabile. In Europa, l’Italia è il
primo produttore di soia. È vietato coltivare quella transgenica che, però, si
può importare. E l’80% di quella utilizzata viene importata. Significa che
carne, uova e latte che si acquistano al supermercato possono arrivare da
animali nutriti con mangimi contenenti Ogm.
WWF: “L’EUROPA NON CEDA ALLE PRESSIONI”
Il Wwf avverte sui rischi. “L’Ue non dovrebbe compromettere le sue priorità
sociali, ambientali o economiche per assecondare interessi esterni” ha
dichiarato a Euractiv Anke Schulmeister-Oldenhove, responsabile per le foreste
del Wwf Ue. Il regolamento, tra l’altro, ha già dovuto superare più di un
ostacolo. “Circa un albero al secondo viene abbattuto per soddisfare i consumi
dell’Ue delle commodities individuate dal Regolamento. Il ritardo nell’entrata
in vigore dell’Eudr – spiega a ilfattoquotidiano.it Edoardo Nevola, responsabile
Foreste del Wwf Italia – sta già causando, di conseguenza, la perdita di circa
100 milioni di alberi o, in termini di superficie, il “consumo” di un’area
forestale equivalente all’intera Valle d’Aosta”.
L'articolo Gli Stati Uniti fanno pressione per indebolire la legge europea
anti-deforestazione che non piace ai produttori di soia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In un post che avevo pubblicato qualche giorno fa sul blog del Fatto Quotidiano,
avevo scritto che in Medio Oriente “potrebbe andare peggio se si comincia con le
ripicche: ‘tu hai distrutto la mia raffineria? E io distruggo la tua!’” Ecco… è
successo esattamente questo, come avete sicuramente letto.
Forse non avrei dovuto scriverlo. E meno male che non ho menzionato le bombe
atomiche.
I bombardamenti hanno enormemente peggiorato una situazione già difficile che ha
le sue radici nel ciclo storico di sfruttamento del petrolio. Quelli di voi un
pochino più attempati si ricordano sicuramente delle grandi crisi del petrolio
degli anni ’70. Era il tempo delle domeniche senza automobili, della
circolazione a targhe alterne e altre regole cervellotiche e inefficaci.
Comunque, dopo un decennio di scombussolamento, le crisi furono archiviate come
il risultato di una banda di sceicchi cattivi. Ma non era così.
Le crisi erano il risultato del graduale esaurimento delle risorse petrolifere.
Attenzione: “esaurimento” non vuol dire “fine del petrolio.” Il problema era, e
rimane, il graduale aumento dei costi di estrazione via via che i pozzi
“facili”, ovvero quelli sfruttabili a basso costo, vengono abbandonati per
passare a risorse più costose. Si impara al primo anno del corso di laurea in
economia che domanda e offerta sono correlate fra loro attraverso i prezzi. Se
il costo fa aumentare i prezzi, la domanda diminuisce. Se i prezzi aumentano
bruscamente, la domanda diminuisce bruscamente, e avete quello che si chiama una
crisi. Se volete entrare nei dettagli, si sa che il mercato del petrolio è
“anelastico”, nel senso che la gente continua a usarlo anche se costa di più. Ma
l’elastico, se stiracchiato troppo, finisce per rompersi.
Questo è quello che è successo con la prima grande crisi del petrolio del 1973:
i costi crescenti non permettevano di continuare la crescita della produzione ai
ritmi forsennati degli anni precedenti. L’elastico si doveva rompere, e si è
rotto. La crisi sembrava politica, ma era stutturale. Dopo la crisi, la crescita
si è molto rallentata, fino ad arrivare a un livello quasi stabile, per ora.
Nel frattempo, ne sono successe di cose. Una è stata come gli Stati Uniti sono
riusciti a interrompere il loro declino produttivo con il trucco del “petrolio
di scisto”, abbondante ma costoso e che comincia a dare segni di esaurimento
anche quello. Più che altro, il cambiamento è stato lo spostamento dal petrolio
al gas naturale. Da una parte i gasdotti su terra, dall’altra il Gnl, gas
naturale liquido, che si trasporta liquefatto con le navi gasiere.
E qui c’è un altro elastico teso a un punto tale che si sta per rompere. Il gas
naturale sembrerebbe ancora abbondante, ma è tutto il sistema di produzione e
distribuzione di gas e di petrolio che è delicato e con margini di manovra
ristretti. Se poi ci si mettono le bombe, le cose peggiorano rapidamente.
Ed è esattamente quello che sta succedendo: ci stiamo dirigendo a tutta velocità
verso una nuova crisi petrolifera. Non è solo un’interruzione del passaggio
delle petroliere dallo stretto di Hormuz: se la guerra finisce, le petroliere
ripartono. Ma qui ci sono danni reali alle infrastrutture. L’attacco
all’impianto di produzione di Gnl in Qatar è un danno che non si rimedia in
pochi giorni. Non vi sto a dire quanto il mondo dipenda dal gas per tante cose;
non ultima, i fertilizzanti per l’agricoltura. Senza fertilizzanti,
l’agricoltura produce molto meno, o non produce proprio.
Capite bene quali potrebbero essere le conseguenze. Non spetta a me fare il
profeta di sventura, ma se la guerra non finisce subito, siamo nei guai ancora
di più di quanto non siamo già.
L'articolo Gli impianti bombardati non si riparano velocemente: ci dirigiamo
verso una nuova crisi petrolifera proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
Una miopia davvero grave, quella di Meloni. Pensare di fare la guerra alle fonti
energetiche rinnovabili significa affrontare con gli occhiali dell’ideologia più
becera e antiprogressista un comparto importante come quello energetico, che
avrebbe bisogno di migliori teste e di analisi più elevate. La premier ha
lanciato la sfida all’Europa chiedendo, attraverso il ministro Urso a Bruxelles,
lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets
(Emissions trading system), ritenuto un fattore che incide in modo significativo
sui costi a carico delle imprese.
Che già l’Ets fosse bersagliato da più parti e da chi si oppone a ogni riforma
di innovazione che possa pestare i piedi allo status quo delle grandi imprese
energivore e inquinanti, è un fatto. L’Ets è lo strumento principale con cui
l’Europa cerca di ridurre l’inquinamento industriale, attuando il principio cap
and trade (limita e scambia) costringendo chi inquina a pagare per ogni
tonnellata di gas serra emessa.
Nella visione del governo, è necessario mettere mano al mercato che obbliga
centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando
inquinano. Da tempo i governi di destra europei, favorevoli al ritorno massiccio
ai fossili, stavano tentando di forzare l’Europa a sterzare verso questo ritorno
al passato: “bisogna pensare alla competitività delle imprese europee” dicono.
Con l’aggiunta, in questi giorni, dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio
innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e da tutto quel
che ne sta derivando.
Quale occasione migliore per assestare un nuovo colpo al processo di transizione
energetica che fa venire l’orticaria a tutta la destra europea? Ma la battaglia
di Meloni, a braccetto stretta stretta con Orban, sembra proprio, e per fortuna,
tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del
meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Tra
oggi e domani al Consiglio europeo si parlerà proprio di come far fronte
all’aumento dei prezzi di bollette e carburanti: i governi di Italia, Germania e
Belgio hanno organizzato una videocall di pre-vertice durante la quale la nostra
premier ha lanciato la proposta di mettere da parte il sistema europeo di
scambio delle emissioni.
Oltre ai paesi nordici e i vertici europei, anche il premier spagnolo Sánchez si
è messo di traverso. La Spagna è tra i paesi nettamente contrari a cancellare il
sistema dell’Ets e quello che maggiormente sta avendo risultati importanti in
economia sulla base di una politica energetica fortemente spinta sulle
rinnovabili.
Che fosse in agenda la possibilità di rivedere il sistema Ets è un fatto, ma in
tanti sia ai vertici degli organismi comunitari che al governo nelle capitali
europee, ancor più che in passato in questi giorni di guerra, ricordano il ruolo
che il meccanismo riveste per favorire l’unica fonte energetica grazie alla
quale l’Ue può costruire la sua autonomia, evitare aumenti dei costi energetici
e tirarsi fuori dal ricatto sempre insito nella necessità di importare
combustibili fossili: quella rinnovabile.
Che per far fronte ad un’emergenza energetica globale si picconi un pezzo
importante del green deal e della transizione energetica che l’Europa ha avviato
con grandi difficoltà e con colpevoli ritardi è veramente un atto miope, ottuso
e forse anche un po’ imbecille.
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L'articolo Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle
rinnovabili oggi è una grave miopia proviene da Il Fatto Quotidiano.
il caso della Arctic Metagaz alla deriva nel canale di Sicilia merita delle
riflessioni aggiuntive anche facendo un raffronto con l’attuale “sviluppo” in
corso del Porto di Napoli. Oltre a due serbatoi di gasolio ancora pieni, sulla
nave ci sono almeno altre 700 tonnellate di Gnl. Il rischio disastro ambientale
è elevatissimo.
La nave gasiera è stata probabilmente sabotata dai droni dei nostri “amici”
ucraini e ora vaga come una bomba ad orologeria alla deriva nel Mediterraneo
centrale.
La Arctic Metagaz ha un potenziale di trasporto di circa 60mila tonnellate di
Gnl. Il potenziale energetico racchiuso nei serbatoi è di gran lunga maggiore
persino della esplosione nucleare che fu fatta detonare a Hiroshima. Il Gnl è
composto principalmente da metano. Il potere calorifico inferiore del metano è
di circa 50 MJ/kg (megajoule per chilogrammo). Massa: 60.000 t = 60.000.000 kg.
Rapportando quindi il solo valore energetico potenziale a quello della bomba di
Hiroshima si deduce che il contenuto energetico di 60mila tonnellate di Gnl
equivale a decine di volte l’energia della bomba di Hiroshima – esclusivamente
in termini di potenziale energetico liberato, assolutamente non certo di
radioattività liberata.
Il Gnl ancora contenuto costituisce quindi così il rischio di un’esplosione
termica massiccia e immediata; il gasolio rappresenta invece il rischio di una
catastrofe ambientale a lungo termine nel caso in cui si versasse in mare,
creando una macchia oleosa che rischierebbe di soffocare le coste della
verdissima isola di Gozo (Malta) o di Linosa (Italia).
In caso di incendio, il gasolio potrebbe agire come “stoppino”, mantenendo le
fiamme accese molto più a lungo e rendendo quasi impossibile lo spegnimento dei
serbatoi di Gnl per via delle temperature estreme. Questa combinazione rende la
nave una doppia minaccia: un’esplosione colossale seguita da un disastro
ecologico persistente. Il calore sprigionato e l’espansione del gas nel caso di
worst-case scenario creerebbero comunque un evento termico di proporzioni
colossali.
Adesso riflettiamo sul Porto di Napoli. Nonostante l’ennesimo stop alla
costruzione nel Porto di un impianto a Gnl, è già in corso di realizzazione la
creazione di una piattaforma di ricarica navale a Gnl (e sono stati già
investiti a tale scopo oltre 50 milioni di euro) non più all’interno del Porto
ma direttamente in mezzo al golfo di Napoli giusto davanti alla città di
Ercolano. Ricordiamo che nell’eruzione pliniana del 79 d.C. abbiamo registrato
il massimo dei terrificanti flussi piroclastici proprio ad Ercolano, molto più
che a Pompei. Le centinaia di scheletri di cittadini di Ercolano sono oggi la
terrificante testimonianza di questo evento.
Oggi sui fondali di Ercolano sono state identificate almeno altre tre rime di
frattura del Vesuvio con bocche vulcaniche potenzialmente attive. Ispra ci
indica che nel Comune di Napoli ma in particolare all’interno del Porto sono
censite ben 9 aziende a potenziale incidente rilevante tra cui la Q8, che doveva
delocalizzare decenni fa perché tutti i depositi ricadono comunque in zona
gialla del Vesuvio, dove in caso di eruzione minima, come quella del 18 marzo
1944 di cui proprio oggi festeggiamo gli 82 anni, è prevista la ricaduta di
ceneri bollenti sino a 300 kg per metro quadro. In zona gialla del Vesuvio
abbiamo quindi in deposito da decenni decine di milioni di litri di benzine,
gasolio, gpl e gnl.
Queste amare ma forse non folli riflessioni purtroppo a mio parere sono solo
l’ennesima e drammatica dimostrazione della reale incapacità di programmare uno
“sviluppo” sostenibile e compatibile con le specificità naturali di Napoli da
parte dei nostri politici e imprenditori. E’ notizia di ieri che nello stesso
braccio di mare in cui si trova la nave gasiera, Eni ha identificato giacimenti
di gas naturale non inferiori a 28 miliardi di metri cubi. Una quantità immensa.
Quello stesso braccio di mare vede migliaia di migranti rischiare la vita anche
solo nella speranza di potere arrivare in Italia. Quanta follia umana di imperi
lontani da noi dobbiamo ancora subire prima di potere pensare a donare pace,
sanità gratis e farmaci ai nostri fratelli libici e africani in cambio
semplicemente di gas a buon prezzo, senza depositi esplosivi sotto vulcani
attivi ma semplicemente con metanodotti sottomarini di poche centinaia di km
dalle nostre coste?
L'articolo Dalla Arctic Metagaz può nascere una catastrofe ambientale: mi
rammenta la situazione del porto di Napoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
In comune, oltre alla giovanissima età, hanno un entusiasmo contagioso e la
voglia di raccontare luoghi architettonici, d’arte e natura di immensa bellezza
e di farlo, però, con innovazione e creatività. Ad esempio immaginando, come fa
Diego Bonacina, 28 anni di Bergamo, modi inusuali per attrarre i più giovani a
visitarli. O invece, come fa Luisa Lombardo, 31 anni, di Palermo, rendendo
questi luoghi accessibili a tutti, dai bambini agli ipovedenti, con percorsi
inclusivi creati con fatica e dedizione.
Luisa, ingegnera, e Diego, responsabile della contabilità di un’azienda, sono
entrambi volontari del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS, che proprio il
prossimo sabato 21 e domenica 22 marzo organizza le note “Giornate FAI di
Primavera”, con visite a contributo libero in 780 luoghi in tutta Italia. La
prima, Luisa, è delegata regionale e responsabile comunicazione social del FAI
Sicilia, il secondo, Diego, è capogruppo del Gruppo Giovani (insieme ad Arianna
Pessina) ed ex delegato social del FAI Bergamo.
“Ho iniziato otto anni fa, dopo la tesi, sono entrata subito nel Gruppo FAI
Giovani di Palermo”, racconta Luisa. “Ho concluso un dottorato in architettura,
e mi ha sempre affascinato l’idea di rendere fruibili luoghi solitamente
inaccessibili. Ogni apertura richiede molto lavoro, ci sono accordi e procedure
amministrative con vari enti. Quest’anno abbiamo riaperto il sito di Porta
Nuova, a Palermo, un bene del Comando Militare Esercito ‘Sicilia’ che già aveva
riscosso grandissimo successo in passato”. La nuova apertura proposta il 21 e 22
marzo, però, sarà speciale. Perché Luisa, insieme a sua sorella Francesca,
designer, hanno studiato per rendere il luogo accessibile davvero a tutti.
Disegnando un percorso dedicato a chi ha scarsa mobilità, che include un video
racconto di 30 minuti con sottotitoli che simula il percorso di visita con
immagini effettuate dal drone; un percorso tattile per gli ipovedenti. E per i
bambini, che non possono salire in terrazza un cartone animato con protagonista
Aquilotto, il simbolo di Palermo ma anche un ‘volontario FAI’ che racconta la
storia, appunto, di Porta Nuova. “È un progetto pilota, il primo in Italia”,
continua Luisa, “avevamo timore di non riuscire a trasformare le loro esigenze
in opportunità invece il risultato è stato una completa fruizione del bene.
Speriamo possa essere un esempio anche per altri luoghi”.
La prima esperienza con il FAI, invece, Diego l’ha avuta alle superiori, quando
un suo docente lo spinse a collaborare con la delegazione del FAI, nel ruolo di
“Apprendista Cicerone”. Una piacevole scoperta, tanto che, dopo il Covid, Diego
è entrato a pieno regime nel Gruppo FAI Giovani di Bergamo, che riunisce i
volontari under 35, divenendone referente a inizio 2023 e contribuendo a
organizzare eventi che possono ogni volta accogliere un pubblico che va dalle 30
alle 600 persone. “In questi anni abbiamo sempre cercato di trovare iniziative
per avvicinare i giovani alla Fondazione, idee e proposte che facessero sentire
il FAI come un qualcosa a cui poter partecipare divertendosi: iniziative
ludiche, cacce al tesoro, addirittura ‘delitto in villa’ con vestiti d’epoca con
tanto di indagini ‘alla Cluedo’, visite con degustazione etc”. L’obiettivo è
sempre lo stesso: far conoscere il bello intorno a noi, spesso sconosciuto.
“Abbiamo fatto un evento nell’oratorio di Telgate, in provincia di Bergamo,
unendo il divertimento dei giochi in scatola con visite a questa villa del ‘700,
ora appunto oratorio parrocchiale, dove è sopravvissuto allo scorrere del tempo
uno scalone monumentale completamente affrescato e recentemente restaurato,
facendo scoprire a quelli che erano venuti che anche in un luogo che nessuno si
aspettava c’era della meraviglia da scoprire e una storia che meritava di essere
raccontata e ascoltata. È stato un successo!”.
I numeri delle Giornate FAI di Primavera sono numeri che impressionano: dalla
prima edizione del 1993 al 2025 ci sono stati 13.465.000 visitatori, oltre
17.040 luoghi aperti in 7.606 città, oltre 175.000 volontari e 391.560
Apprendisti Ciceroni (giovani studenti della scuola secondaria formati dai loro
docenti per raccontare le bellezze che li circondano) coinvolti. In questa
edizione del 2026, invece, i luoghi visitabili sono 780, in 400 città, con 7.500
volontari e 17.000 Apprendisti Ciceroni. Tra le aperture ci sono palazzi, ville,
borghi, castelli, case private, teatri, passeggiate, campanili e torri, ma anche
mulini, cimiteri monumentali, centrali e numerose aree verdi. “Le Giornate FAI
di Primavera, così come quelle d’Autunno”, concludono i due volontari, “sono una
preziosa occasione per conoscere e apprezzare le meraviglie del nostro Paese, ma
anche un’importante iniziativa di sensibilizzazione e raccolta fondi della
Fondazione, a sostegno della sua missione di utilità pubblica di cura e tutela
del patrimonio culturale, nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione e
secondo il principio della sussidiarietà (art.118)”. Ciò che viene raccolto
dalle iscrizioni e dalle donazioni permette al FAI di portare avanti gli
interventi di restauro e i progetti di valorizzazione, alcuni dei quali molto
onerosi, sui 75 Beni che cura, gestisce e conserva, di cui 60 regolarmente
aperti al pubblico affinché tutti i cittadini possano goderne, per sempre”.
L'articolo Giornate Fai di Primavera, i volontari Luisa e Diego: “Le meraviglie
italiane alla portata di tutti”. Visitabili 780 luoghi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Prima, gli abbattimenti dei grandi pini nell’area archeologica dei Fori
imperiali. Ora, le capitozzature selvagge e la distruzione di platani e alberi
storici nelle aree dei nuovi cantieri della metro C, in zone storiche come
Castel Sant’Angelo e Corso Vittorio Emanuele, tra commercianti e residenti in
lacrime e rivolte sui social network contro misure giudicate incomprensibili e
violente. Lecci, platani, paulonie secolari e persino, in Viale Mazzini, gli
alberi che lo stesso Comune aveva appena piantato.
Secondo il Campidoglio, in molti casi si tratta di alberi che verranno
“trapiantati” altrove, quindi non ci sarebbero abbattimenti. Per l’associazione
Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e i suoi Abitanti (C.U.R.A.A), la più
attiva a Roma nella denuncia sia degli abbattimenti che delle capitozzature
illegittime, “nessun cantiere può autorizzare la distruzione di alberi, perché
la legge prevede che l’amministrazione faccia di tutto per evitare tagli. Le
metro e i tram si fanno in tutto il mondo e non è che ovunque si distruggono
tutti gli alberi”.
Così, martedì scorso, l’associazione ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar
per chiedere una sospensiva cautelare per vedere le carte di diversi
provvedimenti, sconosciuti alla cittadinanza, che hanno coinvolto aree e
alberature vincolate del Municipio 1 Centro Storico. Il ricorso contiene
un’istanza cautelare urgente ex art. 56 c.p.a., con richiesta al Presidente del
Tribunale di disporre la sospensione immediata degli abbattimenti nelle more
della decisione e dell’acquisizione delle carte. “Per i Fori Imperiali l’unica
perizia per ora condivisa dal Comune parla di 12 pini, perché allora ne sono
stati abbattuti di più? Questo susseguirsi di scempi senza preavviso, senza
tregua né trasparenza, ora anche nei cantieri della Metro C, senza rispetto
delle norme vigenti allarma la cittadinanza. La nostra richiesta di sospensione
è un estremo gesto d’amore per tutelare i diritti e i beni dei cittadini, quindi
i pini e gli alberi di Roma”, dichiara la Presidente di C.U.R.A.A Jacopa
Stinchelli. Che prosegue: “In tutta Roma scompaiono troppi pini e alberi
storici, l’amministrazione comunale, a nostro avviso, non fornisce i numeri
reali e in parte li sostituisce con altre specie. Non ci sembra un buon affare
per Roma. È in atto un massacro ambientale con danni incalcolabili. Appaiono
violate normative a tutela degli alberi nei cantieri e degli appalti, ora anche
nel periodo delle nidificazioni”, continua Stinchelli.
A tutto ciò si aggiunge un giallo ulteriore: gli alberi nel Centro Storico
vengono capitozzati – tecnica vietata dalla legge e già solo per questo dovrebbe
portare a sanzioni – parlando, in molti casi, di un loro presunto ‘trapianto’.
Di che si tratta? Secondo l’associazione, non si si fa cenno da nessuna parte
degli alberi aggrediti. “Non ci sono determine, provvedimenti, non abbiamo cioè
una delibera da impugnare, sono alberi fantasma, avrebbero dovuto essere
integrati in un documento che si chiama VIA, Valutazione di impatto ambientale.
Invece non c’è neanche un avviso sul sito.” Perché è assente?”. La spiegazione
per C.U.R.A.A potrebbe essere questa: “Non avendo i presupposti da malattia
dell’albero, sono tutti alberi sani, non li abbattono, altrimenti sarebbero
passibili di denuncia, ma sostengono di trapiantarli. Questi alberi mutilati non
possono sopravvivere, ne abbiamo parlato con numerosi agronomi, al massimo
diventare un moncone che fa dei cosiddetti ricacci. Io li chiamo gli alberi
‘Frankestein’. Per trapiantarli veramente, bisognerebbe fare in maniera opposta,
spostare cioè l’intera zolla di terra senza toccare l’apparato radicale. Le
immagini mostrano alberi buttati giù e basta. Inoltre, dove andranno? Chi
controllerà il loro presunto futuro?”.
Di nuovo, l’associazione ripete con forza un punto. “Nessun cantiere può
giustificare la distruzione di piante, anche se i cittadini lo credono, o forse
glielo si vuol far credere. La legge è chiara. Se per aggirare la legge ci si
inventa il trucco dell’espianto e del trasporto, beh, oltre il danno abbiamo la
beffa. Il Comune, questo chiediamo con il nostro esposto, ci deve spiegazioni
chiare. A noi e a tutti i cittadini di Roma”, conclude Stinchelli.
L'articolo Roma, la strage degli alberi nei cantieri della Metro C. Presentato
un ricorso al Tar: “Aggirata la legge con la scusa dei trapianti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.