La Commissione europea presenta il conto a suon di procedure di infrazione. E,
se il 2025 è finito male, il 2026 non è certo iniziato molto meglio. Dopo le
sette procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia arrivate l’anno scorso,
due avviate a dicembre scorso con altrettante lettere di messa in mora (una
legata al mancato rispetto della direttiva sulla qualità dell’aria a Napoli e
Palermo) e cinque portate avanti da Bruxelles (di cui tre su rifiuti, protezione
della natura e rinnovabili), ancora una volta è l’ambiente a dare grattacapi.
Delle sei diverse lettere di messa in mora che aprono procedure nuove di zecca,
tre riguardano temi legati direttamente o indirettamente all’ambiente. In
particolare, violazioni della direttiva acque, mancato rispetto delle norme
sulla qualità dell’aria (che dovrebbe essere una priorità dato che la Pianura
Padana è una delle aree più inquinate d’Europa) e della direttiva che semplifica
gli obblighi di segnalazione in alcuni settori, tra cui quello degli alimenti e
degli ingredienti alimentari, del rumore esterno, dei diritti dei pazienti e
delle apparecchiature radio.
IL CONTO SALATO PAGATO DALL’ITALIA
Come ricordato qualche settimana fa dal commissario Ue all’Economia, Valdis
Dombrovskis, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata
dall’esponente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, “dal 2012, l’Italia ha
versato 1,2 miliardi di euro in seguito a sentenze della Corte di giustizia
dell’Unione europea in procedure di infrazione”. Il Dipartimento degli Affari
europei ha pubblicato l’ultimo aggiornamento ufficiale l’11 dicembre 2025: delle
69 procedure di infrazione a carico dell’Italia (55 per violazione del diritto
dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive), ben 24 – quindi circa un
terzo del totale – riguardano l’ambiente. E, di fatto, stando alla relazione
2025 della Corte dei Conti sui Rapporti finanziari con l’Unione europea e
l’utilizzazione dei fondi (dati 2024), solo per le procedure d’infrazione in
materia ambientale l’Italia ha dovuto sborsare più di 800 milioni di euro. Al 31
dicembre 2024, infatti, ammontava a 888 milioni di euro il costo delle sanzioni
per le quattro procedure arrivate a una seconda sentenza, più di 800 solo per
quelle avviate per le discariche abusive (2003), il trattamento delle acque
reflue urbane (2004) e l’emergenza rifiuti in Campania (2007). E si parla di
quattro procedure, mentre ne restano aperte ancora 69. A cui, evidentemente, si
sono aggiunge quelle appena aperte.
IL RECEPIMENTO NON CORRETTO DELLA DIRETTIVA SULLE ACQUE
Tra le sei procedure avviate dalla Commissione Ue con una lettera di
costituzione in mora, c’è quella (aperta anche per Danimarca e Lussemburgo) per
il mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, compreso
l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni per la
gestione delle acque. La direttiva, infatti, impone agli Stati membri di
istituire un programma di misure per ciascun distretto idrografico con
l’obiettivo di garantire il buono stato dei corpi idrici europei, come fiumi e
laghi. Ogni programma deve includere misure per controllare diversi tipi di
pressioni, come l’estrazione di acqua, gli scarichi puntuali e le fonti di
inquinamento diffuse. Gli Stati membri sono tenuti a rivedere e aggiornare
periodicamente queste misure di controllo, comprese le autorizzazioni concesse,
per determinare se conseguono ancora i loro obiettivi e, se necessario,
aggiornarle. In Italia, però, la legislazione nazionale non garantisce la
registrazione di ogni permesso di prelievo idrico o di invaso, come nel caso
dell’invaso realizzato con la costruzione di una diga. Inoltre, le concessioni
non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene il periodo di validità
possa essere di 30 o 40 anni. Tutto questo, però, non è in linea con gli
obiettivi della direttiva. L’Italia ha ora due due mesi di tempo per rispondere
e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una
risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere
motivato.
LA MESSA IN MORA PER IL CONTROLLO DELL’ARIA
La Commissione europea ha deciso anche di avviare una procedura di infrazione
per mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento
atmosferico, come richiesto dalla direttiva Nec, del 2016, sulla riduzione delle
emissioni nazionali di alcuni specifici inquinanti atmosferici. La direttiva
riguarda cinque inquinanti atmosferici: anidride solforosa, ossidi di azoto,
composti organici volatili non metanici, ammoniaca e particolato fine. Ogni
Stato membro deve raggiungere dei target ogni anno, tra il 2020 e il 2029, con
riduzioni più ambiziose a partire dal 2030, adottando programmi nazionali di
controllo dell’inquinamento atmosferico. Questi programmi vanno aggiornati ogni
quattro anni e devono definire le misure per soddisfare tali impegni, prendendo
in considerazione le misure applicabili a tutti i settori nei quali si possono
limitare le emissioni, tra cui agricoltura, energia, industria, trasporto
stradale, navigazione interna e riscaldamento domestico. Nonostante i numerosi
solleciti, a oggi l’Italia non ha presentato alla Commissione l’aggiornamento
richiesto. Anche in questo caso, Roma ha ora due mesi di tempo per rispondere e
porre rimedio alle carenze. Anche perché, giova ricordarlo, che proprio in
Italia, in Pianura Padana, c’è una delle aree più inquinate di tutta Europa.
L'articolo Bruxelles apre 6 nuove procedure di infrazione contro l’Italia. Metà
legate all’ambiente (per cui Roma ha già sborsato oltre 800 milioni) proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Ambiente
A cura di Giulio De Meo e Enzo Fasulo
Gran parte del Sud Italia è stato colpito nei giorni scorsi dal ciclone Harry,
un violento evento meteorologico che ha provocato gravi disagi e danni economici
che superano di gran lunga i 2 miliardi di euro. Tra il 19 e il 21 gennaio sono
state registrate raffiche di vento fino a 120 Km/h, piogge torrenziali e
mareggiate fino ai 9 metri che hanno messo in ginocchio il territorio, causando
allagamenti, frane e l’interruzione di numerosi servizi essenziali. Il fenomeno
ha richiesto l’intervento di ben 1600 vigili del fuoco e ha causato danni
pesantissimi: solo in Sicilia si stimano perdite per circa 2 miliardi di euro.
Il ciclone si è sviluppato come un intenso sistema di bassa pressione alimentato
da forti contrasti tra masse d’aria e da un Mediterraneo insolitamente caldo.
Secondo numerosi studi scientifici, infatti, l’aumento delle temperature globali
e marine sta rendendo i fenomeni atmosferici estremi sempre più frequenti e
intensi: mari più caldi forniscono maggiore energia alle perturbazioni, e quindi
favoriscono lo sviluppo di cicloni mediterranei capaci di produrre
precipitazioni violente e mareggiate distruttive.
Effetti devastanti si sono registrati anche a Niscemi, nell’entroterra
siciliano, che in questi giorni è vittima di una serie di frane e smottamenti
che hanno letteralmente squarciato il tessuto viario. Il fango ha reso
impraticabili le principali vie di comunicazione, isolando intere aree del
centro abitato e mettendo a rischio l’incolumità dei residenti.
L’antimeridionalismo però non si ferma nemmeno davanti alla crisi climatica: si
è assistito, infatti, ad un grande vuoto lasciato dallo Stato. A fronte di oltre
2 miliardi di danni, il Consiglio dei ministri ha stanziato solo 100 milioni,
diviso tra tre regioni. 33,3 milioni per regione, una cifra più che irrisoria
che non potrà mai tutelare lǝ lavoratorǝ, un numero che rappresenta più una
presa in giro che la reale volontà di aiutare la popolazione locale. La notizia
del Sud martoriato da una catastrofe climatica non ha nemmeno trovato spazio nei
media, i telegiornali hanno trattato la questione sbrigativamente, con un
minutaggio misero.
Sui social sono nate diverse iniziative di autofinanziamento, supportate da
artistǝ, organizzazioni e associazioni locali. Per quanto simili azioni siano
lodevoli, è evidente che da sole non possano bastare. Inoltre, nonostante la
drammaticità della situazione, le sezioni commenti di post, TikTok, reel o
articoli si riempiono di insulti e giudizi discriminatori che tendono a
colpevolizzare la popolazione locale. La maggior parte degli utenti tendono a
giustificare l’accaduto, brandendo il tema del presunto abusivismo che
infliggerebbe la totalità del Meridione. Viene da chiedersi: come mai quando
queste disgrazie accadono al Nord, la reazione non è mai quella di giudicare le
vittime ma mostrare empatia, invece ora si esprime giudizio a persone che si
sono ritrovate senza dimora? Evidentemente, parte della Nazione ritiene il Sud
indegno di empatia. Dov’è lo Stato quando il Meridione non serve a fini
propagandistici?
Il tema dell’abusivismo viene infatti usato come un’arma di distrazione di
massa, serve a deresponsabilizzare il governo centrale e a giustificare l’invio
di aiuti insignificanti rispetto a quanto stanziato in situazioni analoghe
avvenute in altre zone del Paese. È una retorica che uccide la solidarietà e
normalizza l’abbandono. Sussiste, nei fatti, un doppio standard che riserva
sostegno e solidarietà solo da Roma in su e colpevolizza le vittime meridionali.
Il ciclone non ha fatto altro che amplificare delle fragilità strutturali,
ovvero che dipendono dalle scelte politiche e dalle gerarchie che si sono
consolidate nel corso del tempo. Citando Gramsci, la questione meridionale è un
sistema di corresponsabilità tra il capitalismo settentrionale e le classi
dirigenti del Sud Italia. È così che il Mezzogiorno si è ridotto in una
posizione subalterna, a un terreno di scambio politico-economico rispetto al
Settentrione.
Questa subalternità è il risultato di una precisa volontà politica che si
manifesta oggi con la negligenza climatica. Il Mezzogiorno paga le conseguenze
di una crisi globale gestita con strumenti inadeguati e discriminatori. Non è
più accettabile parlare di unità nazionale solo quando si tratta di estrarre
risorse, voti o manodopera dal Meridione, per poi voltarsi dall’altra parte
quando lo stesso territorio è vittima di calamità naturali simili.
L'articolo Se i danni del clima sono al Sud la colpa è degli abitanti: così lo
Stato deresponsabilizza se stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
I numeri, purtroppo, parlano chiaro: il 75% delle zone umide presenti sul
territorio italiano nei secoli passati è andato perduto a causa di bonifiche,
urbanizzazioni e conversioni del territorio agricolo. Ad oggi 61 sono i siti
ufficiali (saliranno a 66), anche se le zone umide di piccole e medie dimensioni
sono, per fortuna, ben più numerose, anche se non censite. I dati sono stati
diffusi dal Wwf a ridosso della Giornata Mondiale delle zone umide, lunedì 2
febbraio.
Quantità, ma anche qualità. Il 40% degli habitat di acqua salmastra o dolce
presenta uno stato di conservazione scarso. Tantissimi i fattori di pressione su
queste aree, come spiega Gianluca Catullo, responsabile specie e habitat Wwf
Italia: “Alterazioni dei regimi idrologici per opere di regolazione delle acque,
drenaggi, prelievi per irrigazione, conversione del suolo per agricoltura o
urbanizzazione, inquinamento diffuso da nutrienti agricoli e scarichi urbani,
specie aliene invasive, infine il fenomeno del saturnismo, cioè l’accumulo di
piombo causato dalla caccia”.
A essere minacciate sono, ovviamente, anche le specie legate agli habitat umidi,
in particolare anfibi e pesci d’acqua dolce. Secondo l’ultimo report della
Direttiva Habitat (normativa europea per la protezione della biodiversità),
circa il 53% delle specie risulta in uno stato di conservazione “inadeguato” o
“cattivo”. Mentre per la Lista rossa dell’Unione Internazionale per la
Conservazione della Natura (IUCN), circa il 38% delle specie di anfibi è
minacciato, così come il 48% delle specie di pesci ossei d’acqua dolce; infine,
il 20% delle specie di uccelli nidificanti è a rischio.
AREE CRUCIALI PER LA BIODIVERSITÀ E IL CLIMA
Ma perché le zone umide, tema poco noto all’opinione pubblica, sono invece così
importanti? I motivi sono numerosi. “Anzitutto”, spiega sempre Catullo,
“rivestono un’importanza strategica per la conservazione della biodiversità, la
regolazione dei cicli idrologici e la mitigazione del clima (le torbiere e le
aree umide costiere rappresentano importanti serbatoi di carbonio). Non solo:
attenuano le piene, riducendo il rischio alluvioni, perché rallentano il
deflusso delle acque e favoriscono la ricarica delle falde. Sono poi ricchissime
di biodiversità, in particolare di uccelli migratori”. Numerose sono, in realtà,
le norme a tutela di queste zone. Anzitutto, la Convenzione internazionale di
Ramsar, stipulata nel 1971 e di cui ricorre nel 2026 la cinquantesima ratifica
italiana. 172 sono i Paesi che hanno aderito e i siti designati sono 2.544
(257.993.961 ettari). I Paesi aderenti si impegnano, oltre a sorvegliare,
gestire e studiare tali ambiente, a segnalare le zone umide e istituire nuove
riserve naturali.
A livello europeo, le zone umide sono tutelate anche dalla Direttiva Habitat e
dalla Direttiva Uccelli (normativa europea principale per la salvaguardia di
tutte le specie di uccelli selvatici presenti in Europa), recepite dal nostro
paese nel 1997, e la Direttiva Quadro delle Acque, che istituisce un quadro per
la protezione e la gestione sostenibile di tutte le acque. Inoltre, molte zone
umide ricadono all’interno di siti protetti (SIC, Siti di Importanza Comunitaria
o ZSC, Zone Speciali di Conservazione o ZPS, Zone di protezione speciale).
Infine, un grande aiuto viene dall’adozione della Nature Restoration Law
dell’Unione Europea, legge che introduce obiettivi vincolanti di ripristino
ecologico attivo degli ecosistemi degradati, tra cui le zone umide. A livello
nazionale, esistono invece la Legge quadro sulle aree protette (testo
fondamentale in Italia per la tutela delle aree naturali protette) e il Codice
dei beni culturali e del paesaggio.
LA NECESSITÀ DI TRADURRE LE NORME IN PRATICHE. E IL RUOLO DEL WWF
Nonostante la ricchezza di normative, tradurre gli obiettivi europei in piani
nazionali e regionali di ripristino, coinvolgendo enti gestori, comunità di
bacino, mondo agricolo e comunità locali è ancora una sfida aperta.
Il Wwf Italia, di cui ricorrono nel 2026 i sessant’anni dalla fondazione, è uno
dei protagonisti della conservazione delle zone umide, grazie a gestione
diretta, attività di sensibilizzazione, progetti di ripristino e azioni di
advocacy. Una delle campagne più significative lanciate anche in Italia è “One
Million Ponds” (Un milione di stagni), per valorizzare e tutelare piccoli stagni
e zone umide, campagna che ha consentito di censire migliaia di piccole zone
umide. Nelle 100 Oasi Wwf, inoltre, spesso ricadenti in zone umide,
l’associazione ha promosso interventi di ripristino diretti, realizzando piccoli
stagni e riqualificando pozze d’acqua. Importanti anche le campagne di
sensibilizzazione e di citizen science, che si terrano il prossimo 2 febbraio e
poi in maggio in alcune oasi. E, infine, le azioni di advocacy istituzionali,
per promuovere interventi di ripristino e gestione sostenibile degli habitat
acquatici, ma anche, ad esempio, per avviare percorsi come quello che ha portato
all’apertura di una procedura europea per incoerenze dell’Italia
nell’applicazione del Reg. 2021/57, che riguarda proprio l’uso delle munizioni
di piombo nelle zone umide, di cui il Wwf chiede una messa al bando totale.
Esempi di successo rispetto alla protezione delle aree umide di valore sono
quelli della prima oasi Wwf, quella del Lago di Burano, nata nel 1967, in
Maremma, con 500 vegetali ospitate e 300 specie di uccelli, oltre a numerosi
mammiferi. E poi l’Oasi Valle Averto, nella parte inferiore della Laguna di
Venezia, presa in gestione dal Wwf nel 1985, che ospita 400 specie floristiche e
numerosi habitat vegetali, come le paludi calcaree con Cladium mariscus e le
foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior, oltre ad essere
un’area cruciale per lo svernamento, migrazione e nidificazione dell’avifauna
(205 specie osservate).
“Le zone umide rivestono un’importanza strategica per l’adattamento e la
mitigazione al cambiamento climatico”, conclude il responsabile specie ed
habitat Wwf Italia. “Per questo vanno protette, contrastandone il degrado e la
perdita di biodiversità, e laddove possibile serve promuoverne il ripristino: si
tratta di una priorità urgente per assicurare il benessere della natura e delle
comunità umane nel lungo periodo”.
L'articolo In Italia perso il 75% delle zone umide per l’intervento dell’uomo:
il report del Wwf per la Giornata mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Si vogliono azzerare e sostituire tutti i pini di Roma perché pericolosi? Bene
allora, che si faccia anche un divieto di circolazione per le auto, che con la
libertà di spostamento ci regalano anche un numero elevatissimo di morti e gravi
danni alla salute, oltre che economici, basti pensare a quanto pagato dalle
assicurazioni”. Mario Bencivenni – docente a contratto alla Scuola di
specializzazione in restauro dei giardini storici e del paesaggio della Facoltà
di Architettura alla Sapienza di Roma e referente verde urbano di Italia Nostra
Firenze – definisce “assurda” l’ipotesi ventilata dall’assessora al Comune di
Roma Sabrina Alfonsi e dopo l’altro crollo di ieri, in via dei Fori Imperiali,
che ha causato il ferimento di tre persone. “Il problema”, continua, “non sono
tanto i cambiamenti climatici, ma quelli culturali, l’abdicazione che stiamo
facendo alla cura, alla manutenzione e alla conservazione delle cose che ci
circondano, in primis degli alberi, cioè dell’elemento primario di un bene
comune come il verde urbano”.
Professore, perché sostituire i pini non ha senso?
Quello che mi sorprende è che negli articoli usciti sul tema non ci si preoccupi
di collegare minimamente i dati quantitativi delle cose che si dicono. Di fronte
al dato totale di 51.000 pini a Roma, una cifra alta, gli interventi sulle
alberature a causa del forte maltempo dei giorni passati assommano a 71. Anche
ammesso che riguardino tutti i pini rispetto al numero totale di 51.000 la cifra
costituisce una percentuale ridicola in termini statistici e non giustifica
nessun abbattimento generalizzato e di proporzioni che configurerebbero una vera
strage o meglio “specicido”. Come dicevo, allora bisognerebbe abbattere le
macchine.
Si farà un tavolo tecnico con tutte le parti, ha detto l’assessora.
Mi sembra una proposta sensata e buona, ma che sia un vero tavolo tecnico, cioè
dove si valuti prima di procedere a un progetto di sostituzione di questo tipo
con nuove specie. E si faccia dunque una stima basata su modelli descritti ormai
in tanta letteratura di arboricoltura del valore ornamentale, ecosistemico e
climatico di una pianta giovane e di una pianta matura.
Cosa significa, in particolare?
Devono fornire stime su cosa vuol dire sostituire 51.000 piante adulte con
51.000 o più piante giovani, e che siano stime verificabili. Invece parlano solo
vagamente di pericolo o di rischio, il che conferma che il problema è culturale,
e di una informazione “tossica” che genera paura e il timore di danni verso chi
ci dà la vita. Si sta infatti progressivamente distruggendo una cultura antica
di rispetto e di venerazione del mondo vegetale, che ci dà la vita sulla Terra.
Ancor più grave è che questa deriva che ormai tende a criminalizzare il pino
domestico, che purtroppo dilaga in tutta la nostra penisola, abbia come focolai
principali città come Ravenna e Roma. Le faccio un esempio.
Prego.
Il 9 ottobre scorso ho partecipato al simposio “Declinare Roma 2025” nell’ambito
di un importante progetto promosso dalla facoltà di Architettura e
dall’Amministrazione capitolina. Ebbene, alla tavola rotonda sul verde urbano di
Roma a cui ho partecipato come relatore, mi sono ritrovato in grande solitudine
a sostenere che il verde urbano non è un’infrastruttura urbanistica e basta, ma
è un bene culturale sotto il profilo storico, artistico, ambientale e
paesaggistico, che non si tratta di opera di forestazione, ma di giardinaggio. E
che la figura essenziale per la realizzazione, conservazione e incremento del
verde urbano sono i tecnici giardinieri/orticultori. Allora sarebbe bene che il
sindaco di Roma e l’assessora all’Ambiente dicessero quanti tecnici giardinieri
interni del Comune assistono e curano quotidianamente questi 51.000 pini: credo
che la cifra si stia riducendo e che si ricorra soprattutto
all’esternalizzazione e alla cura mordi e fuggi. La cura continua nel tempo e
nello spazio del verde urbano è l’unica strada per avere oltre ai benefici
vitali anche sicurezza dalle nostre alberature.
Una strada sciagurata, dunque, quella della possibile sostituzione in massa,
seppure progressiva?
Sì, ci stiamo letteralmente suicidando. Coloro che presentano le alberature come
un pericolo invece che una risorsa sono persone nocive ai beni comuni. Ripeto,
in conclusione, che è assurdo e inaccettabile che, per esempio a Firenze, nei
nostri contro progetti per contrastare abbattimenti e nuove piantagioni la
nostra associazione ambientalista – assieme a tanti comitati di cittadinanza
attiva – quantifica, senza mai essere smentita, il danno in termini di valori
ornamentali, ecosistemici e di aumento delle temperature. Gli amministratori
pubblici invece non danno mai una stima ma solo autocertificazioni sulla
necessità, e positività dei loro interventi. Ma senza una valutazione concreta
basata sui numeri si rischiano interventi con risultati catastrofici. Occorre
fermare subito questa deriva.
L'articolo Sostituire i pini di Roma? “Un suicidio. Bisogna fare manutenzione,
ma il Comune taglia il numero dei giardinieri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Miragliuolo*
Il servizio di Report dell’11 gennaio 2026 sulla bonifica e riqualificazione
dell’area di Bagnoli-Coroglio ha riacceso interrogativi che non sono solo
tecnici, ma anche di metodo e di trasparenza nella gestione pubblica del
procedimento. Nel confronto con il giornalista, il sindaco di Napoli, Gaetano
Manfredi, che opera anche come Commissario straordinario di Governo per Bagnoli,
è apparso in difficoltà su alcuni punti di merito. Le questioni emerse, e
riprese nel dibattito pubblico, si concentrano soprattutto su due profili.
Il primo riguarda la direzione che sembra prendere il progetto, almeno per come
appare dai rendering e dalle comunicazioni legate all’America’s Cup. Si
intravede l’idea di un polo nautico e di un rafforzamento delle funzioni
portuali. Il rischio è che questo venga percepito come uno spostamento rispetto
ai capisaldi annunciati da anni: mare libero e gratuito, grande parco urbano e
un parco dello sport realmente fruibile. Su questo punto il sindaco afferma che
le opere previste sarebbero temporanee e che nel 2027 si potrà tornare a fare il
bagno. Tuttavia, se nello stesso tempo si parla di un possibile rinnovo
dell’evento anche nel 2029, è legittimo chiedersi quanto resterà davvero
“provvisorio”. Perché se l’evento diventa stabile, anche le strutture nate per
servirlo rischiano di stabilizzarsi, e ciò incide in modo permanente sul
territorio e sulle promesse fatte alla città.
Il secondo profilo riguarda le scelte di affidamento e i possibili conflitti di
opportunità segnalati dal servizio. Qui il punto, anche quando non emergano
profili di illegalità formale, è la fiducia pubblica: quando entrano in gioco
soggetti economici con un ruolo rilevante e vicende pregresse sui suoli, la
trasparenza non è un optional.
Nel caso specifico, il servizio richiama il fatto che tra i soggetti coinvolti
nell’affidamento compare Vanini, società riconducibile al gruppo Caltagirone, e
che in passato lo stesso Caltagirone risultava legato alla proprietà dei suoli
dell’area ex Cementir. È proprio questa sovrapposizione, tra storia dei suoli e
affidamenti attuali, a sollevare un problema di opportunità politica: non basta
dire “è tutto regolare”, bisogna anche rendere chiaro e verificabile perché si è
scelto quel perimetro di operatori e quali garanzie sono state adottate.
Per questo la domanda, alla fine, è semplice e decisiva: quali atti spiegano con
chiarezza le ragioni delle scelte, le verifiche svolte e le misure di tutela
adottate? Senza documenti accessibili e motivazioni comprensibili, qualunque
decisione, anche corretta, diventa difficile da controllare e quindi difficile
da accettare.
A questo si collega un passaggio istituzionale che va chiarito bene. Anche se le
gare vengono gestite operativamente da Invitalia come soggetto attuatore, il
Commissario non è un soggetto “terzo” o distante. Invitalia attua, cioè mette in
pratica e organizza le procedure; il Commissario indirizza e risponde
politicamente della linea complessiva. In altre parole, Invitalia può curare la
procedura, ma la responsabilità pubblica della coerenza del progetto, del
controllo generale e della trasparenza verso la città resta in capo a chi guida
la governance. È una responsabilità che non si può scaricare, perché riguarda la
credibilità dell’intero processo.
Su questi e altri punti, lo scorso dicembre, diverse associazioni hanno posto al
sindaco nove domande chiedendo chiarezza, tra l’altro, sul perché, su richiesta
dello stesso Manfredi, non si sia svolta alcuna Valutazione di Impatto
Ambientale, sul perché gli atti legati all’America’s Cup risultino secretati, e
soprattutto sulla tutela dei tre capisaldi: mare libero e gratuito, grande
polmone verde e parco dello sport realmente fruibile.
Qui si pone un problema di metodo, forse il più serio: mancano risposte e
mancano luoghi pubblici dove porre queste domande in modo ordinato. In materia
ambientale, la partecipazione non è un favore. La Convenzione di Aarhus impone
un’idea chiara di democrazia ambientale: i cittadini devono poter accedere alle
informazioni, partecipare alle decisioni che incidono sull’ambiente e avere
strumenti reali di tutela. E, sul piano costituzionale, quando non si aprono
spazi di confronto, si indebolisce anche il senso dell’art. 1 della
Costituzione: la sovranità appartiene al popolo non solo nel voto, ma anche
nella possibilità concreta di incidere, in modo trasparente, sulle scelte
pubbliche che trasformano un territorio e la vita di una comunità.
In questo contesto, nasce una domanda politica inevitabile: quale idea di città
ha in mente Manfredi per Bagnoli e per Napoli? Perché Bagnoli non è un quartiere
qualunque: è una ferita storica e un banco di prova per la credibilità delle
istituzioni. Ed è qui che anche il ruolo del presidente della Municipalità
diventa decisivo, perché dovrebbe essere un ponte tra cittadini e Comune, non un
elemento di chiusura o di distanza.
Il rischio, oggi, è che un’opera di risanamento e rigenerazione, attesa da
decenni, venga percepita non come un progetto di diritti e di beni comuni, ma
come una forma di speculazione mascherata: un’operazione dove l’evento e gli
interessi economici diventano la leva per consolidare funzioni e strutture
permanenti, restringendo progressivamente lo spazio del mare libero, del verde
pubblico e dello sport accessibile.
Per questo, al sindaco di Napoli non si chiede soltanto di rispondere a domande
giornalistiche. Si chiede di rendere verificabili le scelte, con atti,
motivazioni e criteri accessibili, e di riaprire spazi reali di confronto, a
partire da un consiglio comunale monotematico a Bagnoli e da incontri pubblici
periodici. Se il progetto cambia direzione, la città ha diritto di saperlo. Se
resta fedele ai suoi capisaldi, la città ha diritto di vederlo dimostrato con
fatti, tempi chiari e decisioni coerenti.
Al sindaco di Napoli chiedo, dunque, non solo risposte puntuali, ma di assumere
fino in fondo la responsabilità politica e morale delle decisioni che stanno
orientando Bagnoli: davanti ai cittadini, nei luoghi pubblici, con documenti
pubblici.
* Studente di Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli e
attivista politico
L'articolo Quale idea di città ha in mente Manfredi per Bagnoli e per Napoli? Il
sindaco risponda pubblicamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando ero studente, nei primi anni settanta, il prof. Michele Sarà, un’autorità
in biologia marina, partecipò ad uno studio sull’impatto ambientale del ponte
sullo Stretto di Messina. Dopo una decina d’anni ne fece un altro. Assieme a lui
lavorarono molti altri professori universitari, man mano che i progetti venivano
aggiornati. Dopo un po’ i progetti invecchiavano e se ne facevano di nuovi, con
altri studi di impatto. Già allora pensavo: ma se avessero realizzato il primo
progetto, ovviamente sarebbe stato inadeguato, visto che continuano a farne di
nuovi.
Il Ponte sullo Stretto è l’emblema di come in Italia si possano consumare
risorse enormi senza avere nulla di concreto: pur non essendo mai stato
costruito, tra studi di fattibilità, progettazioni, penali e gestioni societarie
sono già stati spesi oltre 1,1 miliardi di euro di soldi pubblici. Intanto
l’opera resta sulla carta, mentre il costo totale previsto per realizzarla
supera oggi i 13,5 miliardi di euro. Il ponte non è l’unico esempio. Il Mose,
progettato decenni fa con contributi tecnici di esperti come il prof. Enrico
Marchi, stimato idraulico che lavorò alle prime fasi del progetto, è un altro
emblema dell’inefficienza italiana. Con costi reali superiori ai 6,5 miliardi di
euro, la difesa di Venezia dall’acqua alta si è trasformata in una lunga odissea
di sprechi, ritardi e critiche sulla gestione dei fondi pubblici, certo non per
colpa di Marchi, che ho avuto l’onore di conoscere.
Una volta diventato anche io professore universitario, mi sono tenuto alla larga
da queste consulenze, guardandole “da lontano”. Non c’è una percentuale standard
destinata a progettazione ma, in media, i costi si aggirano sul dieci-quindici
per cento dell’importo totale. La progettazione infinita è una gallina dalle
uova d’oro. Sembra la storia del figlio dell’avvocato, anche lui avvocato, che
eredita una causa dal padre e che, in men che non si dica, la risolve. Il padre
lo riempie di improperi: con quella causa ci abbiamo campato per anni, e tu la
risolvi?
Non è vero che per Niscemi non ci siano stati cospicui finanziamenti. Ci sono
stati eccome ma, guarda un po’, sono stati spesi quasi solo per progetti, e i
cantieri sono stati realizzati in minima parte. Appare chiaro, in quest’ottica,
che “convenga” predisporre lavori che richiedano importi enormi. Si guadagna con
la progettazione, e non si rischia che l’opera crolli o riveli gravi difetti,
visto che non viene realizzata o, come nel caso delle cattedrali nel deserto,
venga lasciata a metà o resti inutilizzata. Poi c’è la pratica del due per uno,
o, meglio, dell’”uno al prezzo di due”, di cui Berlusconi fu il massimo
artefice. Per un solo G8 realizzò due sedi, una a La Maddalena (attualmente in
totale abbandono) e una a L’Aquila (attualmente utilizzata come caserma della
Guardia di Finanza).
L’elenco delle opere pubbliche incompiute conferma sprechi e inefficienze: a
fine 2024 risultano 246 cantieri non ultimati, e ci vorrebbero circa 1,1
miliardi di euro per completarli. Di questi, 157 (il 63,8 % del totale) sono al
Sud e nelle Isole, lasciando a metà progetti strategici per quelle aree, mentre
al Centro ne restano 44, e al Nord sono 40 i cantieri aperti e non chiusi.
Questi numeri mostrano come un uso inefficiente delle risorse pubbliche si
traduca in infrastrutture “a metà” che restano incompiute o inutilizzate. In
Sicilia la casistica è proverbiale. Il viadotto Scorciavacche, tra Palermo e
Agrigento, venne aperto dopo lunghi lavori ma, pochi giorni dopo, parte della
struttura cedette, e il tratto fu immediatamente chiuso. Vogliamo parlare della
della Salerno-Reggio Calabria, oggi ribattezzata Autostrada del Mediterraneo?
Dopo decenni di infiniti lavori sono stati costruiti nuovi viadotti e gallerie
accanto o in sostituzione progressiva di quelli vecchi lungo tutto il percorso:
decenni di costruzione frammentata e risorse pubbliche spese per mantenere
contemporaneamente infrastrutture vecchie e nuove hanno prodotto sezioni dove
due viabilità parallele convivono, simbolo di sprechi, ritardi e cattiva
gestione delle risorse pubbliche.
Oltre ai problemi strutturali e di spesa delle grandi opere, la storia recente
italiana è segnata da casi di corruzione comprovata legati proprio a queste
iniziative pubbliche: tornando al Mose di Venezia, 35 persone tra imprenditori,
dirigenti e politici finirono sotto inchiesta e Giancarlo Galan patteggiò una
condanna a 2 anni e 10 mesi per corruzione derivante da tangenti sugli appalti;
casi analoghi di malaffare colpiscono anche altri settori, come la sanità
lombarda, per la quale Roberto Formigoni fu condannato in via definitiva per
corruzione nei casi San Raffaele e Maugeri, con anni di carcere e sequestro di
beni. L’eccezione che conferma la regola è il Ponte di Genova, realizzato in
tempi record e senza rubare.
Il ministro responsabile dell’opera fu il povero Danilo Toninelli. “Povero” non
perché sia morto, ma perché è il politico più deriso e bistrattato della storia
della repubblica. Da una parte fu ingenuo e affidò l’opera a un politico di
altra sponda, dall’altra però vigilò con maniacale attenzione. Un fanatico
dell’onestah. Nell’attesa che vengano votati politici onesti, la Magistratura è
l’unico argine contro il malaffare, sarà per questo che i politici che si
ispirano a Berlusconi (e al suo sodale Craxi), entrambi condannati in via
definitiva, ce l’hanno tanto con lei?
L'articolo Il Ponte sullo Stretto è l’emblema dello spreco di risorse enormi
senza avere nulla di concreto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio
dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del
Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata
un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un
pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito
microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci
contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al
49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale
globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la
salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano
spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni
potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e
delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque.
Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i
ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il
motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo
il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio
non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del
pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti
“benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi
caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati —
come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire
accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre,
derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti
infiltrati nella catena alimentare.
“I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”,
avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i
pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”,
aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una
preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una
minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta
gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale.
Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale.
Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di
sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge,
non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla
Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli
additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la
salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i
ricercatori.
Leggi qui lo studio
L'articolo Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del
Pacifico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni
prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati
e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista
specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e
qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A
preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la
possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di
microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per
curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli
hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i
produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli,
non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger
all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la
sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo
la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo
impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e
quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare
nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel
Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle
bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate
alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi
positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e
molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici
beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta.
Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al
sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo
tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene
ricordato su molte confezioni.
L’ALLARME MONDIALE E I 12MILA MORTI ALL’ANNO IN ITALIA
Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità
nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza
antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri
comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento).
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in
Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un
sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in
ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro
ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come
profilassi preventiva.
LA QUALITÀ PROTEICA DELLA CARNE
Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle
analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene
degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul
voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della
carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra
collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità
proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra
collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità
proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre,
con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto
delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza,
Chianina di Lidl.
LO STATO DELL’IGIENE DEGLI HAMBURGER
La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi
microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i
limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes
(di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi,
gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus
cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro
interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della
Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per
i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e
di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di
vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee
guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è
risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno
sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e
Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla
soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g.
QUANTI (E QUALI) ANTIBIOTICI MESSI FUORI GIOCO DAI BATTERI
Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere
agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di
microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma,
“per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente
prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le
resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli
beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è
anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono
notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo,
dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella
“agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata
riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl,
gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici,
mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali.
Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono
resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre
d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli
stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel
Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha
contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con
profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo
tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.
L'articolo Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono
resistenti agli antibiotici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Abbiamo appreso dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti che la
situazione di pericolo legata alla frana di Niscemi (Caltanissetta), nota sin
dal 1997, non è stata fino ad oggi oggetto di interventi per i lunghi tempi di
attraversamento dello Stretto di Messina. Per questo motivo, afferma il
ministro, è importante ed urgente costruire il Ponte e non dirottare i fondi per
aiutare le persone che hanno perso la loro casa, o rischiano di perderla, per il
continuo arretramento del fronte della frana.
In un paese dove il 94,5% dei comuni è a rischio frane, alluvioni, valanghe o
erosione costiera (Fonte ISPRA), la Geologia (dal greco gê, “terra” e logos,
“studio”) dovrebbe essere prioritaria nell’agenda di qualsiasi governo per
aumentare gli investimenti e la conoscenza del territorio e la sua evoluzione,
prevenire e ridurre i rischi legati a fenomeno naturali e rendere la popolazione
informata riguardo al territorio dove vive. Invece, assistiamo ad un continuo
definanziamento dell’Università e dei suoi dipartimenti, alla chiusura e fusione
dei Dipartimenti di Geologia, grazie alla legge Gelmini, con relativa perdita di
identità e visibilità sul territorio, e a una diminuzione degli scritti ai corsi
di Scienze Geologiche con relativa progressiva riduzione di organico perché non
‘economicamente sostenibili’, in una società in cui a tutto viene dato un
valore, ignorando, volutamente o colpevolmente, il ruolo che la geologia svolge
per la preservazione del territorio e la sicurezza delle persone.
Se non capiamo che non possono essere logiche di mercato a condizionare scelte
da cui dipenderà il nostro futuro e il nostro bagaglio di conoscenze, e che
bisogna supportare la geologia in tutte le sue forme (ricerca, studio,
divulgazione) a prescindere dal suo ritorno economico rischiamo di svegliarci un
giorno in un paese che ha perso le sue conoscenze, anche quelle dirette, dal
basso, e non ha più un sistema e delle professionalità che possano preparare,
mitigare e rispondere agli eventi che la natura ci presenta.
La natura ci ricorda costantemente che il nostro pianeta è vivo (se non lo fosse
avremmo poche possibilità di sopravvivere) e che bisogna conoscerlo per
convivere in armonia. L’unico strumento che abbiamo a disposizione per prevenire
il verificarsi di eventi potenzialmente avversi è quello di aumentare la
conoscenze del territorio. Senza una pianificazione e sostegno finanziario e
culturale, lavorando nel medio e lungo periodo per dotarsi degli strumenti e
delle figure professionali necessarie per monitorare il territorio, i proclami
post-evento hanno scarsa efficacia, se non quella di rispondere, in emergenza,
ad evento già avvenuto. Per esempio, è molto, più redditizio a livello
elettorale parlare in tv della costruzione del Ponte sullo Stretto, che
risolvere le molteplici criticità dei singoli centri abitati.
Il passaggio del ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna ha lasciato
dietro di sé segni sul territorio e nelle strutture pubbliche e private. Alcune
di queste situazioni sono nuove, ma spesso, come la frana di Niscemi, sono
situazioni esistenti che di solito si preferisce ignorare fino alla prossima
emergenza. Solo l’evoluzione giornaliera della frana ha permesso di tenere
ancora acceso (ma per quanto?) un interesse mediatico su Niscemi e il dramma di
chi ha dovuto lasciare la casa per salvarsi la vita. Interesse che è scomparso
quasi immediatamente per le altre aree della lontana provincia meridionale
colpite dal ciclone Harry lasciate a fare la conta dei danni.
Sicuramente, il fatto che Calabria e Sicilia siano a regioni storicamente
guidate dal centrodestra ha favorito il non voler sollevare troppo l’attenzione
su quanto successo per evitare che qualcuno si chieda come si sia arrivati alla
situazione attuale. Nascondere le criticità geologiche aiuta a non fare domande
sull’utilità di spendere ingenti risorse per un ponte inutile e basato su dati e
progetti non aggiornati.
Se la politica ha le sue responsabilità bisogna anche ammettere che le persone
stanno progressivamente perdendo conoscenze legate al territorio dove vivono.
Conoscenza del territorio, e dei suoi valori e rischi, che per i nostri avi
rappresentava un bagaglio importante e che ora è largamente ignorato. Il tipo di
paesaggio in cui viviamo plasma il nostro modo di pensare e i nostri orizzonti.
Conoscere la storia geologica del territorio ed il legame tra geologia e società
implica non essere sorpresi dal verificarsi di determinati eventi, a volte
catastrofici. Un processo di conoscenze che porta a saper apprezzare e
rispettare il territorio ed essere preparati ai cambiamenti, e vivere in
simbiosi e amare l’ambiente piuttosto che volerlo dominare e adattare a
interessi economici.
L'articolo Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio ma la geologia è ignorata e
definanziata proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un grande assente nel dibattito pubblico ormai da mesi, anzi di più. Il tema
della crisi climatica, unito a quello della messa in protezione del nostro
territorio (adattamento). Non se ne parla perché per la destra è un tema tabù.
Qualcosa di assurdo, come se potessero essere tabù, che so, l’esistenza delle
patologie tumorali o fatti scientifici sui quali dovrebbe esserci solo
convergenza. E invece no: i due principali giornali della destra sono
negazionisti climatici “puri”, e nessuno alza un dito per dire qualcosa. La
premier e i suoi ministri non utilizzano né la parola clima né quella di crisi
climatica, una evidenza scientifica completamente sottaciuta e trattata con
fastidio. Di nuovo, come se si provasse fastidio a parlare, che so, di tempeste
solari.
Per fortuna, anche se non è questa l’espressione giusta ovviamente, la natura ha
pensato da sola a smentire la marea di bugie su clima e adattamento delle
destre. Prima il ciclone Harry, con almeno un miliardo di danni, poi la frana di
Niscemi hanno ricordato con esistenza due verità. Che la crisi climatica esiste,
che il riscaldamento dei mari rischia di provocare cicloni sempre più potenti
contro i quali non siamo preparati. E che la messa in sicurezza del territorio,
a partire da quello siciliano, è una delle cose più urgenti che ci siano.
Di fatto, si spera, gli ultimi accadimenti probabilmente sentenziano la fine del
Ponte sullo Stretto. E d’altronde, i conti sono presto fatti. Quelli che sono
nel partito che grida ai costi del green, come il ministro Musumeci, ora urlano
che servono soldi, perché la natura “presenta sempre il conto”. Un’affermazione
un po’ rozza, ma che almeno in soldoni segnala un problema che nei palazzi dei
ministri viene quasi del tutto ignorato.
Il problema è che senza prevenzione e senza cultura scientifica non si può agire
davvero, né a monte, come si dovrebbe, né a valle. Perché anche per sanare, per
ricostruire, ci vuole consapevolezza di ciò che sta accadendo, dei fatti e della
scienza dei fatti (e del clima). Come si può ad esempio ricostruire e cercare di
adattare un territorio ai nuovi fenomeni estremi, se non si conosce ciò di cui
sta parlando?
Magari si ricostruirà senza però tenere conto del fatto che i fenomeni
potrebbero, in base alle previsioni scientifiche, aumentare ancor più di potenza
e dunque quell’adattamento, e qui soldi spesi, sarebbe inutile. Insomma, pure
quando sembra che l’immediatezza sia spalare fango, bisogna sempre ricordare che
l’immediatezza dovrebbe essere la prevenzione e una cultura scientifica che
analizza i fenomeni, li spieghi e indichi le misure di reale adattamento e
contrasto alla crisi climatica.
L’assenza di questa cultura scientifica al governo è diventata ormai lancinante.
Come da sempre va dicendo lo scienziato Antonello Pasini, ci vorrebbe un
comitato scientifico sul clima, sull’adattamento e la mitigazione, che la
politica dovrebbe consultare. Non si possono fare politiche ignorando la scienza
e questo vale per tutti gli ambiti, come per la salute, ma a maggior ragione
quando i cicloni devastano il territorio italiano e le frane creano sfollati e
famiglie sul lastrico. Invece ci sarà la solita passerella, si stanzieranno
fondi che non bastano, e i territori saranno abbandonati a loro stessi. Fino al
prossimo episodio, fino al prossimo dramma.
Come cittadini non possiamo molto, perché il governo e la cura del territorio lo
fanno le istituzioni. Dobbiamo però diventare più consapevoli dei rischi che
corriamo nella zona in cui viviamo. Delle criticità, delle emergenze. Perché
purtroppo solo una viva e radicale protesta dal basso potrebbe smuovere le
istituzioni. Ci vorrebbe ad esempio ora un’immensa manifestazione di piazza, o
tantissime piazze, per chiedere che i soldi del Ponte vengano dirottati sulla
cura del territorio. Ci vorrebbero anche proteste locali, richieste di messa in
sicurezza. È faticoso, è difficile.
Ma se le amministrazioni locali e nazionali non fanno nulla, meglio cominciare
almeno con forza a chiedere di essere protetti. A chiedere di ascoltare la
scienza. A chiedere soprattutto di smetterla con un immobilismo insopportabile e
antiscientifico che causa drammi e lutti. E sempre più li causerà nei prossimi
anni.
L'articolo Prima il ciclone poi la frana di Niscemi: la natura smentisce le
bugie della destra proviene da Il Fatto Quotidiano.