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Immortalati dalla control room mentre appiccano incendi nella Terra dei fuochi: tre arresti
Gli incendi nella Terra dei fuochi sono stati e sono una piaga di un territorio dove oggi vivono 2,9 milioni di persone e dove gli scarichi illeciti di rifiuti pericolosi e le morti non sono un capitolo chiuso. Individuare chi appicca roghi oggi è più rapido e preciso grazie alla control room, il sistema di monitoraggio che consente di osservare in tempo reale ampie porzioni di territorio e coordinare gli interventi sul campo. È proprio da questa centrale operativa, attiva presso il comando dei carabinieri forestali, che è partita la segnalazione che ha portato a tre arresti a Giugliano in Campania, in una delle aree più esposte al fenomeno dei rifiuti bruciati illegalmente. Le immagini hanno documentato due incendi di notevoli proporzioni in via Vicinale Trenga: colonne di fumo nero si sono alzate dalla combustione di materiali altamente inquinanti, tra cui mobili, pneumatici, plastiche e componenti elettroniche. Rifiuti che, una volta dati alle fiamme, rilasciano sostanze tossiche come diossine e metalli pesanti, con effetti diretti sull’ambiente e sulla salute dei residenti. L’intervento ha portato all’arresto di una 41enne italiana e di un 45enne nigeriano. L’uomo ha tentato la fuga, nascondendosi nella cantina di un edificio, ma è stato rintracciato poco dopo. Aveva con sé un accendigas, ritenuto lo strumento utilizzato per appiccare il fuoco. Gli accertamenti hanno evidenziato che i due avevano prelevato rifiuti e arredi da un’abitazione per poi abbandonarli e incendiarli in una zona isolata. Un secondo episodio, sempre intercettato dalla control room, si è verificato in via Ex Alleati 32. Anche in questo caso le telecamere hanno permesso di identificare il responsabile: un 70enne del posto, arrestato in flagranza differita dopo essere stato ripreso mentre incendiava rifiuti sul ciglio della strada. Il sistema di sorveglianza si conferma quindi uno strumento decisivo nel contrasto ai reati ambientali: permette di superare una delle principali difficoltà investigative, ovvero cogliere sul fatto chi appicca incendi in aree isolate o difficilmente controllabili. Tuttavia, la frequenza degli episodi dimostra quanto il fenomeno sia ancora radicato. I roghi di rifiuti rappresentano infatti una delle principali fonti di inquinamento nella Terra dei Fuochi. La combustione incontrollata di materiali plastici, pneumatici e apparecchiature elettroniche produce fumi carichi di sostanze cancerogene che contaminano aria, suolo e falde acquifere, con conseguenze che si estendono ben oltre il momento dell’incendio. In questo territorio la criminalità organizzata ha gestito il traffico di rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia, dalle concerie ai petrolchimici, fino alle industrie di alluminio, distruggendo la fertilissima Campania Felix, della quale non è rimasto più nulla. Nella vasta area della regione Campania, tra Caserta e Napoli, compromessa dagli interramenti e dalle sostanze tossiche, le bonifiche vanno a rilento. L'articolo Immortalati dalla control room mentre appiccano incendi nella Terra dei fuochi: tre arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giornata mondiale dell’acqua: la crisi idrica in Italia costa il doppio rispetto alla media europea
La crisi idrica in Italia pesa sulle tasche dei cittadini. Il Paese è tra i più esposti, in Europa, allo stress idrico dovuto a piogge meno frequenti ma più intense, che non risolvono i problemi di siccità, ma ne portano di nuovi. E la gestione dell’acqua, così com’è, non aiuta. La Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra ogni 22 marzo, è anche l’occasione per fare il punto sui costi. Tra bollette e ricadute. Chi paga per le carenze? Come si finanzieranno gli investimenti necessari? In Italia, la bolletta continua ad aumentare (anche se le tariffe sono tra le più basse d’Europa): 528 euro in media nel 2025 per una famiglia tre persone un consumo annuo di 182 metri cubi, ossia il 30 per cento in più rispetto al 2019. Sono saliti anche gli investimenti, arrivati a 106 euro all’anno per abitante. Solo che il settore si trova in un passaggio cruciale. A metà 2025 risultava concluso solo il 2% degli interventi Pnrr, con un ulteriore 51% in fase di collaudo e c’è molta attenzione a ciò che accadrà agli investimenti al termine dei fondi straordinari europei. Un quadro ricco di cambiamenti quello descritto da associazioni e organizzazioni. Le nuove sfide, però, sono appesantite da una serie di problemi (per lo più vecchi): l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale e il terzo per consumo domestico di acqua potabile, nelle rete di distribuzione si perde circa il 38% per cento dell’acqua immessa, mentre sono ancora troppo indietro i progetti che puntano anche recupero e Roma conta ormai sei procedure europee di infrazione attive, una relativa alle acque potabili, una relativa alla direttiva nitrati e quattro su fognature e depurazione. A gennaio 2026, si è aggiunta l’apertura di un’ulteriore procedura per la direttiva quadro Acque. Tutto ciò non può più permetterselo il Paese dove siccità, alluvioni e mancato riciclo costano 227 euro a testa all’anno, il doppio della media europea (112 euro), pari a 13,4 miliardi. Come se l’economia si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno. SENZA ACQUA SALTA IL 20% DEL PIL ITALIANO Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua del think tank Teha (The european house Ambrosetti) si mette a fuoco il problema centrale: “L’Italia è sempre più esposta allo stress idrico, con poca o troppa acqua nei momenti sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione”. La crisi dell’acqua, che nel 2025 in Italia ha visto oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139 allagamenti urbani (nei primi anni duemila erano rispettivamente 45 e 3 all’anno) genera impatti consistenti sul sistema produttivo. A cominciare dall’agricoltura, che nell’ultimo decennio ha subito un calo della produzione del 7,8%. Nel 2024, i danni legati ai cambiamenti climatici per l’agricoltura hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro. “Senza acqua salta il 20% del pil italiano” ha avvertito Valerio De Molli, ceo e managing partner di Teha Group, sottolineando che l’acqua è un elemento fondamentale anche per industria, energia e data center e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore. “Servono una visione più ambiziosa e integrata, accelerare gli investimenti, modernizzare le infrastrutture, mobilitare capitali pubblici e privati, spingere su innovazione e digitalizzazione e diffondere una nuova cultura dell’acqua lungo l’intera filiera” spiega Molli, ricordando che il ciclo idrico esteso, che comprende gestione, provider tecnologici, e consorzi di bonifica “ha generato 11,2 miliardi di valore aggiunto nel 2024, 31 miliardi considerando l’indiretto e l’indotto”. COSA ACCADRÀ A CONCLUSIONE DEL PNRR: LA TARIFFA NON BASTA La tariffa del servizio idrico in Italia, principale fonte di finanziamento degli investimenti attuali e futuri, pur cresciuta fino a 2,5 euro al metro cubo nel 2024, resta tra le più basse d’Europa: il 30% sotto la media Ue. Nel triennio 2023-2025 la tariffa ha sostenuto gli investimenti per il 67% del totale. Tuttavia, con il concludersi del ciclo di finanziamento del Pnrr “il nodo degli investimenti diventa decisivo” ha osservato Benedetta Brioschi, partner Teha. Secondo i gestori del Servizio idrico integrato rappresentati dalla Community Valore Acqua, la tariffa non sarà sufficiente a sostenere il fabbisogno del settore: “Il capitale privato dal 2027 potrebbe coprire il 18% degli investimenti complessivi, che potrebbero arrivare fino a 98 euro pro capite rispetto agli 83 previsti dal 2027 senza l’apporto del Pnrr”. Anche Cittadinanzattiva, nel suo rapporto sul servizio idrico integrato, a cura dell’Osservatorio prezzi e tariffe, lancia l’allarme sul cosiddetto ‘effetto scalino’: il rischio di un crollo degli investimenti al termine dei fondi straordinari europei. “Gli investimenti nel settore idrico – spiega – sono passati da una media di 66 euro annui per abitante nel 2021 a 106 euro nel 2026 (ultimo anno del Pnrr, la cui attuazione ha dato una spinta). Fino al 2029 si prevede una fisiologica riduzione di circa il 10%”. Una questione affrontata anche nel Blue Book 2026. Nella monografia completa dei dati del servizio idrico realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, si sottolinea che l’aumento degli investimenti ha portato a una maggiore la qualità del servizio, salvo nei casi di alcune gestioni ‘in economia’ da parte di enti locali – specie al Sud – che mostrano criticità. Secondo Luca Dal Fabbro, presidente di Utilitalia, “ora è necessaria una quota di contributo pubblico di almeno 2 miliardi di euro l’anno per i prossimi 10 anni, per portare avanti un piano straordinario di interventi per assicurare la tutela della risorsa e del territorio, che non può ricadere unicamente sulle tariffe”. Come ricorda Cittadinanzattiva, una eventuale crescita della tariffa “deve anche confrontarsi con l’accettazione pubblica”, perché anche se la tariffa italiana è attualmente tra le più basse dell’Unione Europea “oltre la metà dei cittadini italiani (56%) reputa già ‘alto’ o ‘molto alto’ il costo del servizio idrico. Ma sono diverse le criticità su cui lavorare. LE CRITICITÀ DA RISOLVERE ALLA LUCE DELLA ‘BANCAROTTA IDRICA’ Necessità resa ancora più impellente alla luce dei cambiamenti climatici, che hanno portato a una situazione di ‘bancarotta idrica’ a livello mondiale e delle nuove direttive europee, che imporranno standard più stringenti sulla qualità e sul trattamento delle acque. L’Italia non è solo il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale (249 litri pro capite, contro una media di 91), ma è anche il terzo in Europa per consumo domestico di acqua potabile (62 metri cubi pro capite all’anno, mentre la media europea è di 45). Mentre, sul campione del Blue Book, che conta oltre 324mila chilometri di rete, il 30% ha più di 30 anni e perdite medie del 37,9%. Criticità sono registrate anche sul fronte della continuità del servizio con oltre un milione di cittadini che nel 2024 ha subito razionamenti idrici, degli allagamenti (fino a 27 episodi ogni 100 chilometri nel Sud) e del riutilizzo delle acque reflue, fermo al 3,4% a fronte di un potenziale del 13,4%. La Community Valore Acqua ha aggiornato anche per il 2026 l’analisi sul posizionamento dell’Italia e dei principali Paesi europei (compreso il Regno Unito) nella gestione sostenibile della risorsa idrica, con l’indice ‘Valore Acqua verso lo Sviluppo Sostenibile 2026’, che tiene conto di 39 indicatori. L’Italia è al diciannovesimo posto, a significativa distanza dai Paesi con le migliori performance, come Danimarca, Paesi Bassi, Germania. E comunque dopo Francia, Regno Unito, Spagna e Portogallo. LA DIFFICOLTÀ AD ADATTARSI AL CAMBIAMENTO CLIMATICO Eppure l’Italia è uno dei Paesi che fa più da vicino i conti con il cambiamento climatico, tra alluvioni, allagamenti e periodi di siccità. Come certifica Ispra in queste ore, nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state pari a 963,4 millimetri (circa 291 miliardi di metri cubi), in calo di circa il 9% rispetto al 2024, un anno particolarmente piovoso. L’Italia è il quarto Paese in Unione Europea per stress idrico e quattro delle sette regioni europee con uno stress idrico massimo sono italiane (Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia). Ma il problema della siccità al Sud è l’altra faccia della medaglia rispetto a quello delle precipitazioni nevose e la scomparsa dei ghiacciai al Nord e anche al Centro. Quelli delle Alpi e dei Pirenei sono tra i più vulnerabili alla crisi climatica. Tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000, con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%. Ne derivano effetti rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. A fare il punto l’Atlante dell’Acqua 2026 di Legambiente. Nei giorni scorsi, l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale ha presentato il Rapporto “Dati climatici e risorse idriche 2025”che fotografa una situazione critica per un’area di oltre 42mila chilometri quadrati che coinvolge sette regioni e nove milioni di abitanti. Le precipitazioni nevose nel 2025 sono risultate inferiori all’81% della media storica, i laghi naturali hanno registrato minimi storici e oltre 1.300 interventi emergenziali sono stati necessari in centinaia di comuni. La siccità nel Distretto dell’Appennino Centrale non è più dunque un fenomeno stagionale, ma una condizione strutturale. L'articolo Giornata mondiale dell’acqua: la crisi idrica in Italia costa il doppio rispetto alla media europea proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caro energia, il ministro dell’Ambiente Pichetto: “Pronti a usare le centrali a carbone”
A tutto carbone contro la crisi energetica. È questo il piano B del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin che, parlando alla Stampa, spiega come le centrali di Brindisi e Civitavecchia, la cui autorizzazione ambientale è scaduta a fine 2025, “possono essere operative anche subito, basta un decreto”. Anche se “ha senso attivarle”, dice il ministro, “soltanto se il prezzo del gas sale stabilmente sopra i 70 euro. Altrimenti, i costi non sarebbero sostenibili”. E nel medio-lungo periodo il governo cosa pensa di fare per la sicurezza energetica? Pichetto rivendica che rispetto al 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, “non partiamo da una situazione peggiore: oggi abbiamo più fornitori e più certezze. Abbiamo sostituito il gas russo con altre fonti, dal Qatar (che ora è pronto a invocare la forza maggiore per non rispettare i contratti ndr) agli Stati Uniti, fino al Mozambico. E la transizione? “Abbiamo realizzato quasi due gigawatt in più rispetto al Pniec”, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima con gli obiettivi al 2030, ma “ci sono 150 gigawatt di progetti rinnovabili che oggi risultano bloccati” e “spesso a fermarli a livello regionale sono proprio quei partiti che a livello nazionale accusano di non fare abbastanza per le rinnovabili. A livello governativo stiamo autorizzando molto di più rispetto al passato, ma il problema resta”. L'articolo Caro energia, il ministro dell’Ambiente Pichetto: “Pronti a usare le centrali a carbone” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ancora con le accise? Gli italiani sono vittime della più grande truffa del secolo
A leggere i titoli del giornali di questi giorni sembra di essere ripiombati negli anni Settanta. In un momento, cioè, di crisi energetica e di aumento dei prezzi del petrolio. Senza, però, nessuno scenario alternativo, come se le rinnovabili non esistessero, come se la transizione energetica attraverso la decarbonizzazione non fosse l’unica e sola strada per salvarci non solo la salute ma anche consentirci di arrivare a fine mese. E invece. Anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein sembra sottolineare soprattutto l’urgenza del taglio delle accise, mentre il governo in completo affanno, e nella consueta totale ignoranza scientifica che lo contraddistingue, di cui tutti paghiamo le conseguenze, balbetta di tagli alle accise tassando gli extraprofitti. Cosa già detta in passato (la tassazione sugli extraprofitti), sbandierandola come misura di una presunta e inesistente destra sociale ed evidentemente mai attuata. Nel bellissimo libro Clima ingiusto (Donzelli) Giovanni Carrosio e Vittorio Cogliati Dezza sottolineano come, mentre misure energeticamente giuste possono avere effetti regressivi – vedi riqualificazione energetica e pannelli spesso accessibili a chi ha soldi da parte e macchine elettriche troppo care – al tempo stesso esistono misure magari socialmente giuste, come appunto il taglio delle accise, ma che finiscono per avere conseguenza ambientali negative e aggravare così le diseguaglianze. In ogni caso, il taglio delle accise non servirà a nulla. Non servirà non solo perché la benzina continuerà a costare tantissimo, con la guerra in corso, ma non servirà perché non cambia in nessun modo il nostro rapporto con l’energia. Che è ancora, appunto, da scenario quasi anni Settanta. Grazie a governi nel migliore dei casi miopi, nel peggiori legati alle lobby dei fossili, il nostro rapporto con le rinnovabili non è ancora forte, incontestato e risolutivo. Si va avanti male e con continui stop, vedi i vari decreti che vietano i pannelli nei terreni agricoli, mentre chi ci governa continua a legarci mani e piedi al gas, balbettando nel frattempo di una presunta svolta nucleare a cui non crede neanche chi la sostiene (e di fatti, non è realizzabile, come dozzine di esperti hanno spiegato). Nella situazione attuale ci hanno messo molti governi, ma voglio ricordare anzitutto Draghi e il governo Cingolani, che allo scoppio della guerra in Russia hanno deciso che il gas russo non andava bene, e ci hanno resi dipendenti da paesi allora non coinvolti nel conflitto. Non avevano calcolato (!) che il mondo è un sistema instabile, che ci sarebbero state altre guerre e che questo ci avrebbe fatto precipitare di nuovo nel caos energetico. E ci avrebbe resi, sorpresa, dipendenti di nuovo dal gas (liquefatto) di un paese aggressore, ovvero gli Usa. Una amara barzelletta. Tutto questo non viene spiegato agli italiani, che restano ancora ignari del fatto di essere vittime della più grande truffa del secolo: e cioè il fatto che l’Italia non stia puntando esclusivamente e con totale convinzione sulle fonti rinnovabili, le quali possono: 1) garantire energia pulita e decarbonizzare il sistema energetico, con conseguenze positive in termini di salute; 2) abbassare drasticamente le bollette; 3) fornirci, grazie anche ai sistemi di accumulo, una stabilità che nessuna fonte fossile, nel caso globale, può garantirci; 4) darci quella sovranità energetica a cui il governo sovranista dovrebbe ambire. Invece niente, Meloni crede di risolvere un problema strutturale con l’emergenza accise, per le quali tra l’altro non ci sono soldi. Oppure, chiedendo a gran voce di rivedere il sistema degli Ets, richiesta sciagurata, che può venire solo da chi non sa nulla di clima, ambiente, decarbonizzazione, autonomia energetica, in breve del nostro futuro. Ecco, siamo nelle mani di gente che agisce in maniera antiscientifica e senza alcuna vera conoscenza del problema. Le lobby del fossile ne sono ben contente, nessuno le ostacola, comunque vada cadono in piedi, anche in una fase di guerra, anzi a maggior ragione vengono viste come quelle che possono salvarci da un possibile black out. Ma qui il black out è soprattutto politico, culturale, scientifico. Bisognerebbe scendere in piazza per chiedere energia pulita ed energia a basso costo, non la diminuzione delle accise. Ma purtroppo le persone non sono abbastanza informate. Anche grazie a un governo a reti unificate che accusa le rinnovabili di essere intermittenti, gridando alla necessità del nucleare per compensare questa intermittenza. Come se poi i reattori si potessero spegnere e accendere a seconda del bisogno. In questo scenario c’è solo da piangere. E sperare che forse, l’ennesima crisi geopolitica renda almeno chiaro a tutti che legarsi alle fossili significa suicidarsi. Mentre fare le rinnovabili equivale a non dover rendere conto a nessuno. Oltre che a spendere meno e ad avere un clima meno stravolto. Un “win-win-win” che ci viene incredibilmente nascosto. Per ignoranza, viltà, scarso coraggio, zero visione. L'articolo Ancora con le accise? Gli italiani sono vittime della più grande truffa del secolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli Stati Uniti fanno pressione per indebolire la legge europea anti-deforestazione che non piace ai produttori di soia
Gli Stati Uniti fanno pressioni su Bruxelles per annacquare le regole della legge anti-deforestazione che richiede agli importatori di sette materie prime (caffè, cacao, olio di palma, bovini, soia, legname e gomma) e alcuni prodotti derivati, di dimostrare che le loro catene di approvvigionamento non sono legate alla deforestazione. Europarlamento e Consiglio Ue avevano adottato, a dicembre 2025, la revisione che già semplifica gli obblighi relativi al dovere di diligenza e che era stata chiesta a gran voce dall’industria, rinviando di un anno l’applicazione del regolamento Eudr (European Union Deforestation Regulation). Si tratta, tra l’altro, del secondo rinvio: il testo, approvato a maggio 2023, era entrato in vigore a giugno 2023, mentre inizialmente la sua applicazione era prevista dal 30 dicembre 2024 per le grandi aziende e sei mesi dopo per le piccole e medie imprese. Ora le norme dovrebbero essere effettive dal 30 dicembre 2025 per le prime e dal 30 giugno 2026 per le seconde. DAGLI STATI UNITI IN EUROPA PER ANNACQUARE LA LEGGE ANTI-DEFORESTAZIONE Ma agli Stati Uniti la revisione, così come annunciata, non basta. Perché prevede obblighi che sarebbero troppo onerosi sulle esportazioni di alcuni prodotti made in Usa, tra cui la soia. Un prodotto strategico, anche perché utilizzato in Unione Europea (e anche in Italia) per i mangimi degli animali. Ma c’è una scadenza vicina: la Commissione Ue è tenuta a fare una nuova analisi, presentando una relazione – entro il 30 aprile – degli oneri e dell’impatto della revisione, con eventuali ulteriori proposte. Da qui la fretta di funzionari del Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti che, come raccontato da Euractiv, si sono dati un bel da fare, visitando nelle ultime settimane Madrid, Roma, Berlino, Parigi e Bruxelles. Obiettivi: apportare ulteriori modifiche che, però, rischiano di vanificare un iter legislativo durato anni. COSA STANNO CHIEDENDO I FUNZIONARI DI TRUMP A poche settimane dalla decisione di Bruxelles su un’eventuale ulteriore modifica della legge, la delegazione Usa ha per prima cosa incontrato a Madrid María Jesús Rodríguez de Sancho, direttrice generale spagnola per la biodiversità. Come ultima tappa, invece, il 13 marzo Jason Hafemeister, alto funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), ha tenuto un incontro con i media, confermando le perplessità già espresse in precedenti occasioni e documenti. Una necessità, secondo gli Usa, dato che non c’è stata alcuna rassicurazione dalla Commissione Ue, più favorevole a piccoli ritocchi tecnici all’elenco dei prodotti interessati, come l’inclusione del caffè istantaneo e del sapone a base di olio di palma. Agli Stati Uniti, però, queste modifiche non bastano, perché ciò che si vuole cambiare è proprio il sistema di tracciabilità e l’obbligo di comunicare alcuni dati agli importatori. Il regolamento, così com’è, divide i paesi in quelli a basso, standard e ad alto rischio di deforestazione. Gli Stati Uniti già rientrano nella categoria a basso rischio e, quindi, hanno meno obblighi. Come riportato da Euractiv, però, tra i cambiamenti proposti da Washington c’è quello di introdurre una categoria di ‘rischio trascurabile” (nella quale si vogliono far rientrare gli Usa) che comporterebbe l’obbligo di una documentazione semplificata in modo drastico. La proposta include cambiamenti nella metodologia di calcolo utilizzata per classificare i paesi e modificare la soglia di 70mila ettari all’anno di deforestazione e che escluderebbe un Paese dalla lista di quelli a basso rischio. LA MINACCIA DAGLI USA E IL PROBLEMA LEGATO ALLA SOIA IMPORTATA Ma la minaccia è dietro l’angolo e riguarda le possibili interruzioni dell’approvvigionamento di soia dagli Stati Uniti da parte degli allevatori europei. Negli ultimi decenni, la richiesta globale di soia è aumentata a livelli esponenziali, ma sua produzione si è sempre concentrata soprattutto in pochi Paesi, come Stati Uniti, Brasile, a Argentina. Se fino a qualche anno fa il maggiore produttore di soia erano gli Stati Uniti, oggi lo è il Brasile, con oltre 120 milioni di tonnellate all’anno. Il consumo di soia è al centro di dibattiti di varia natura, legati al fatto che viene prevalentemente coltivata in monoculture (con effetti su deforestazione e biodiversità) e che la maggior parte è Ogm. In Argentina lo è quasi tutta, negli States la percentuale è del 90%, in Brasile circa il 70%. Negli Stati Uniti, dunque, quasi tutti i semi sono Ogm, perché – come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’approfondimento) così le piante sono resistenti agli erbicidi, agli insetti e pure ai cambiamenti climatici. Insomma, la modificazione genetica consente di coltivare in aree sterminate, anche laddove una volta era impensabile. In Europa, l’Italia è il primo produttore di soia. È vietato coltivare quella transgenica che, però, si può importare. E l’80% di quella utilizzata viene importata. Significa che carne, uova e latte che si acquistano al supermercato possono arrivare da animali nutriti con mangimi contenenti Ogm. WWF: “L’EUROPA NON CEDA ALLE PRESSIONI” Il Wwf avverte sui rischi. “L’Ue non dovrebbe compromettere le sue priorità sociali, ambientali o economiche per assecondare interessi esterni” ha dichiarato a Euractiv Anke Schulmeister-Oldenhove, responsabile per le foreste del Wwf Ue. Il regolamento, tra l’altro, ha già dovuto superare più di un ostacolo. “Circa un albero al secondo viene abbattuto per soddisfare i consumi dell’Ue delle commodities individuate dal Regolamento. Il ritardo nell’entrata in vigore dell’Eudr – spiega a ilfattoquotidiano.it Edoardo Nevola, responsabile Foreste del Wwf Italia – sta già causando, di conseguenza, la perdita di circa 100 milioni di alberi o, in termini di superficie, il “consumo” di un’area forestale equivalente all’intera Valle d’Aosta”. L'articolo Gli Stati Uniti fanno pressione per indebolire la legge europea anti-deforestazione che non piace ai produttori di soia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli impianti bombardati non si riparano velocemente: ci dirigiamo verso una nuova crisi petrolifera
In un post che avevo pubblicato qualche giorno fa sul blog del Fatto Quotidiano, avevo scritto che in Medio Oriente “potrebbe andare peggio se si comincia con le ripicche: ‘tu hai distrutto la mia raffineria? E io distruggo la tua!’” Ecco… è successo esattamente questo, come avete sicuramente letto. Forse non avrei dovuto scriverlo. E meno male che non ho menzionato le bombe atomiche. I bombardamenti hanno enormemente peggiorato una situazione già difficile che ha le sue radici nel ciclo storico di sfruttamento del petrolio. Quelli di voi un pochino più attempati si ricordano sicuramente delle grandi crisi del petrolio degli anni ’70. Era il tempo delle domeniche senza automobili, della circolazione a targhe alterne e altre regole cervellotiche e inefficaci. Comunque, dopo un decennio di scombussolamento, le crisi furono archiviate come il risultato di una banda di sceicchi cattivi. Ma non era così. Le crisi erano il risultato del graduale esaurimento delle risorse petrolifere. Attenzione: “esaurimento” non vuol dire “fine del petrolio.” Il problema era, e rimane, il graduale aumento dei costi di estrazione via via che i pozzi “facili”, ovvero quelli sfruttabili a basso costo, vengono abbandonati per passare a risorse più costose. Si impara al primo anno del corso di laurea in economia che domanda e offerta sono correlate fra loro attraverso i prezzi. Se il costo fa aumentare i prezzi, la domanda diminuisce. Se i prezzi aumentano bruscamente, la domanda diminuisce bruscamente, e avete quello che si chiama una crisi. Se volete entrare nei dettagli, si sa che il mercato del petrolio è “anelastico”, nel senso che la gente continua a usarlo anche se costa di più. Ma l’elastico, se stiracchiato troppo, finisce per rompersi. Questo è quello che è successo con la prima grande crisi del petrolio del 1973: i costi crescenti non permettevano di continuare la crescita della produzione ai ritmi forsennati degli anni precedenti. L’elastico si doveva rompere, e si è rotto. La crisi sembrava politica, ma era stutturale. Dopo la crisi, la crescita si è molto rallentata, fino ad arrivare a un livello quasi stabile, per ora. Nel frattempo, ne sono successe di cose. Una è stata come gli Stati Uniti sono riusciti a interrompere il loro declino produttivo con il trucco del “petrolio di scisto”, abbondante ma costoso e che comincia a dare segni di esaurimento anche quello. Più che altro, il cambiamento è stato lo spostamento dal petrolio al gas naturale. Da una parte i gasdotti su terra, dall’altra il Gnl, gas naturale liquido, che si trasporta liquefatto con le navi gasiere. E qui c’è un altro elastico teso a un punto tale che si sta per rompere. Il gas naturale sembrerebbe ancora abbondante, ma è tutto il sistema di produzione e distribuzione di gas e di petrolio che è delicato e con margini di manovra ristretti. Se poi ci si mettono le bombe, le cose peggiorano rapidamente. Ed è esattamente quello che sta succedendo: ci stiamo dirigendo a tutta velocità verso una nuova crisi petrolifera. Non è solo un’interruzione del passaggio delle petroliere dallo stretto di Hormuz: se la guerra finisce, le petroliere ripartono. Ma qui ci sono danni reali alle infrastrutture. L’attacco all’impianto di produzione di Gnl in Qatar è un danno che non si rimedia in pochi giorni. Non vi sto a dire quanto il mondo dipenda dal gas per tante cose; non ultima, i fertilizzanti per l’agricoltura. Senza fertilizzanti, l’agricoltura produce molto meno, o non produce proprio. Capite bene quali potrebbero essere le conseguenze. Non spetta a me fare il profeta di sventura, ma se la guerra non finisce subito, siamo nei guai ancora di più di quanto non siamo già. L'articolo Gli impianti bombardati non si riparano velocemente: ci dirigiamo verso una nuova crisi petrolifera proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle rinnovabili oggi è una grave miopia
di Enza Plotino Una miopia davvero grave, quella di Meloni. Pensare di fare la guerra alle fonti energetiche rinnovabili significa affrontare con gli occhiali dell’ideologia più becera e antiprogressista un comparto importante come quello energetico, che avrebbe bisogno di migliori teste e di analisi più elevate. La premier ha lanciato la sfida all’Europa chiedendo, attraverso il ministro Urso a Bruxelles, lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets (Emissions trading system), ritenuto un fattore che incide in modo significativo sui costi a carico delle imprese. Che già l’Ets fosse bersagliato da più parti e da chi si oppone a ogni riforma di innovazione che possa pestare i piedi allo status quo delle grandi imprese energivore e inquinanti, è un fatto. L’Ets è lo strumento principale con cui l’Europa cerca di ridurre l’inquinamento industriale, attuando il principio cap and trade (limita e scambia) costringendo chi inquina a pagare per ogni tonnellata di gas serra emessa. Nella visione del governo, è necessario mettere mano al mercato che obbliga centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando inquinano. Da tempo i governi di destra europei, favorevoli al ritorno massiccio ai fossili, stavano tentando di forzare l’Europa a sterzare verso questo ritorno al passato: “bisogna pensare alla competitività delle imprese europee” dicono. Con l’aggiunta, in questi giorni, dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e da tutto quel che ne sta derivando. Quale occasione migliore per assestare un nuovo colpo al processo di transizione energetica che fa venire l’orticaria a tutta la destra europea? Ma la battaglia di Meloni, a braccetto stretta stretta con Orban, sembra proprio, e per fortuna, tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Tra oggi e domani al Consiglio europeo si parlerà proprio di come far fronte all’aumento dei prezzi di bollette e carburanti: i governi di Italia, Germania e Belgio hanno organizzato una videocall di pre-vertice durante la quale la nostra premier ha lanciato la proposta di mettere da parte il sistema europeo di scambio delle emissioni. Oltre ai paesi nordici e i vertici europei, anche il premier spagnolo Sánchez si è messo di traverso. La Spagna è tra i paesi nettamente contrari a cancellare il sistema dell’Ets e quello che maggiormente sta avendo risultati importanti in economia sulla base di una politica energetica fortemente spinta sulle rinnovabili. Che fosse in agenda la possibilità di rivedere il sistema Ets è un fatto, ma in tanti sia ai vertici degli organismi comunitari che al governo nelle capitali europee, ancor più che in passato in questi giorni di guerra, ricordano il ruolo che il meccanismo riveste per favorire l’unica fonte energetica grazie alla quale l’Ue può costruire la sua autonomia, evitare aumenti dei costi energetici e tirarsi fuori dal ricatto sempre insito nella necessità di importare combustibili fossili: quella rinnovabile. Che per far fronte ad un’emergenza energetica globale si picconi un pezzo importante del green deal e della transizione energetica che l’Europa ha avviato con grandi difficoltà e con colpevoli ritardi è veramente un atto miope, ottuso e forse anche un po’ imbecille. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle rinnovabili oggi è una grave miopia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Combustibili Fossili
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Fonti Rinnovabili
Dalla Arctic Metagaz può nascere una catastrofe ambientale: mi rammenta la situazione del porto di Napoli
il caso della Arctic Metagaz alla deriva nel canale di Sicilia merita delle riflessioni aggiuntive anche facendo un raffronto con l’attuale “sviluppo” in corso del Porto di Napoli. Oltre a due serbatoi di gasolio ancora pieni, sulla nave ci sono almeno altre 700 tonnellate di Gnl. Il rischio disastro ambientale è elevatissimo. La nave gasiera è stata probabilmente sabotata dai droni dei nostri “amici” ucraini e ora vaga come una bomba ad orologeria alla deriva nel Mediterraneo centrale. La Arctic Metagaz ha un potenziale di trasporto di circa 60mila tonnellate di Gnl. Il potenziale energetico racchiuso nei serbatoi è di gran lunga maggiore persino della esplosione nucleare che fu fatta detonare a Hiroshima. Il Gnl è composto principalmente da metano. Il potere calorifico inferiore del metano è di circa 50 MJ/kg (megajoule per chilogrammo). Massa: 60.000 t = 60.000.000 kg. Rapportando quindi il solo valore energetico potenziale a quello della bomba di Hiroshima si deduce che il contenuto energetico di 60mila tonnellate di Gnl equivale a decine di volte l’energia della bomba di Hiroshima – esclusivamente in termini di potenziale energetico liberato, assolutamente non certo di radioattività liberata. Il Gnl ancora contenuto costituisce quindi così il rischio di un’esplosione termica massiccia e immediata; il gasolio rappresenta invece il rischio di una catastrofe ambientale a lungo termine nel caso in cui si versasse in mare, creando una macchia oleosa che rischierebbe di soffocare le coste della verdissima isola di Gozo (Malta) o di Linosa (Italia). In caso di incendio, il gasolio potrebbe agire come “stoppino”, mantenendo le fiamme accese molto più a lungo e rendendo quasi impossibile lo spegnimento dei serbatoi di Gnl per via delle temperature estreme. Questa combinazione rende la nave una doppia minaccia: un’esplosione colossale seguita da un disastro ecologico persistente. Il calore sprigionato e l’espansione del gas nel caso di worst-case scenario creerebbero comunque un evento termico di proporzioni colossali. Adesso riflettiamo sul Porto di Napoli. Nonostante l’ennesimo stop alla costruzione nel Porto di un impianto a Gnl, è già in corso di realizzazione la creazione di una piattaforma di ricarica navale a Gnl (e sono stati già investiti a tale scopo oltre 50 milioni di euro) non più all’interno del Porto ma direttamente in mezzo al golfo di Napoli giusto davanti alla città di Ercolano. Ricordiamo che nell’eruzione pliniana del 79 d.C. abbiamo registrato il massimo dei terrificanti flussi piroclastici proprio ad Ercolano, molto più che a Pompei. Le centinaia di scheletri di cittadini di Ercolano sono oggi la terrificante testimonianza di questo evento. Oggi sui fondali di Ercolano sono state identificate almeno altre tre rime di frattura del Vesuvio con bocche vulcaniche potenzialmente attive. Ispra ci indica che nel Comune di Napoli ma in particolare all’interno del Porto sono censite ben 9 aziende a potenziale incidente rilevante tra cui la Q8, che doveva delocalizzare decenni fa perché tutti i depositi ricadono comunque in zona gialla del Vesuvio, dove in caso di eruzione minima, come quella del 18 marzo 1944 di cui proprio oggi festeggiamo gli 82 anni, è prevista la ricaduta di ceneri bollenti sino a 300 kg per metro quadro. In zona gialla del Vesuvio abbiamo quindi in deposito da decenni decine di milioni di litri di benzine, gasolio, gpl e gnl. Queste amare ma forse non folli riflessioni purtroppo a mio parere sono solo l’ennesima e drammatica dimostrazione della reale incapacità di programmare uno “sviluppo” sostenibile e compatibile con le specificità naturali di Napoli da parte dei nostri politici e imprenditori. E’ notizia di ieri che nello stesso braccio di mare in cui si trova la nave gasiera, Eni ha identificato giacimenti di gas naturale non inferiori a 28 miliardi di metri cubi. Una quantità immensa. Quello stesso braccio di mare vede migliaia di migranti rischiare la vita anche solo nella speranza di potere arrivare in Italia. Quanta follia umana di imperi lontani da noi dobbiamo ancora subire prima di potere pensare a donare pace, sanità gratis e farmaci ai nostri fratelli libici e africani in cambio semplicemente di gas a buon prezzo, senza depositi esplosivi sotto vulcani attivi ma semplicemente con metanodotti sottomarini di poche centinaia di km dalle nostre coste? L'articolo Dalla Arctic Metagaz può nascere una catastrofe ambientale: mi rammenta la situazione del porto di Napoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giornate Fai di Primavera, i volontari Luisa e Diego: “Le meraviglie italiane alla portata di tutti”. Visitabili 780 luoghi
In comune, oltre alla giovanissima età, hanno un entusiasmo contagioso e la voglia di raccontare luoghi architettonici, d’arte e natura di immensa bellezza e di farlo, però, con innovazione e creatività. Ad esempio immaginando, come fa Diego Bonacina, 28 anni di Bergamo, modi inusuali per attrarre i più giovani a visitarli. O invece, come fa Luisa Lombardo, 31 anni, di Palermo, rendendo questi luoghi accessibili a tutti, dai bambini agli ipovedenti, con percorsi inclusivi creati con fatica e dedizione. Luisa, ingegnera, e Diego, responsabile della contabilità di un’azienda, sono entrambi volontari del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS, che proprio il prossimo sabato 21 e domenica 22 marzo organizza le note “Giornate FAI di Primavera”, con visite a contributo libero in 780 luoghi in tutta Italia. La prima, Luisa, è delegata regionale e responsabile comunicazione social del FAI Sicilia, il secondo, Diego, è capogruppo del Gruppo Giovani (insieme ad Arianna Pessina) ed ex delegato social del FAI Bergamo. “Ho iniziato otto anni fa, dopo la tesi, sono entrata subito nel Gruppo FAI Giovani di Palermo”, racconta Luisa. “Ho concluso un dottorato in architettura, e mi ha sempre affascinato l’idea di rendere fruibili luoghi solitamente inaccessibili. Ogni apertura richiede molto lavoro, ci sono accordi e procedure amministrative con vari enti. Quest’anno abbiamo riaperto il sito di Porta Nuova, a Palermo, un bene del Comando Militare Esercito ‘Sicilia’ che già aveva riscosso grandissimo successo in passato”. La nuova apertura proposta il 21 e 22 marzo, però, sarà speciale. Perché Luisa, insieme a sua sorella Francesca, designer, hanno studiato per rendere il luogo accessibile davvero a tutti. Disegnando un percorso dedicato a chi ha scarsa mobilità, che include un video racconto di 30 minuti con sottotitoli che simula il percorso di visita con immagini effettuate dal drone; un percorso tattile per gli ipovedenti. E per i bambini, che non possono salire in terrazza un cartone animato con protagonista Aquilotto, il simbolo di Palermo ma anche un ‘volontario FAI’ che racconta la storia, appunto, di Porta Nuova. “È un progetto pilota, il primo in Italia”, continua Luisa, “avevamo timore di non riuscire a trasformare le loro esigenze in opportunità invece il risultato è stato una completa fruizione del bene. Speriamo possa essere un esempio anche per altri luoghi”. La prima esperienza con il FAI, invece, Diego l’ha avuta alle superiori, quando un suo docente lo spinse a collaborare con la delegazione del FAI, nel ruolo di “Apprendista Cicerone”. Una piacevole scoperta, tanto che, dopo il Covid, Diego è entrato a pieno regime nel Gruppo FAI Giovani di Bergamo, che riunisce i volontari under 35, divenendone referente a inizio 2023 e contribuendo a organizzare eventi che possono ogni volta accogliere un pubblico che va dalle 30 alle 600 persone. “In questi anni abbiamo sempre cercato di trovare iniziative per avvicinare i giovani alla Fondazione, idee e proposte che facessero sentire il FAI come un qualcosa a cui poter partecipare divertendosi: iniziative ludiche, cacce al tesoro, addirittura ‘delitto in villa’ con vestiti d’epoca con tanto di indagini ‘alla Cluedo’, visite con degustazione etc”. L’obiettivo è sempre lo stesso: far conoscere il bello intorno a noi, spesso sconosciuto. “Abbiamo fatto un evento nell’oratorio di Telgate, in provincia di Bergamo, unendo il divertimento dei giochi in scatola con visite a questa villa del ‘700, ora appunto oratorio parrocchiale, dove è sopravvissuto allo scorrere del tempo uno scalone monumentale completamente affrescato e recentemente restaurato, facendo scoprire a quelli che erano venuti che anche in un luogo che nessuno si aspettava c’era della meraviglia da scoprire e una storia che meritava di essere raccontata e ascoltata. È stato un successo!”. I numeri delle Giornate FAI di Primavera sono numeri che impressionano: dalla prima edizione del 1993 al 2025 ci sono stati 13.465.000 visitatori, oltre 17.040 luoghi aperti in 7.606 città, oltre 175.000 volontari e 391.560 Apprendisti Ciceroni (giovani studenti della scuola secondaria formati dai loro docenti per raccontare le bellezze che li circondano) coinvolti. In questa edizione del 2026, invece, i luoghi visitabili sono 780, in 400 città, con 7.500 volontari e 17.000 Apprendisti Ciceroni. Tra le aperture ci sono palazzi, ville, borghi, castelli, case private, teatri, passeggiate, campanili e torri, ma anche mulini, cimiteri monumentali, centrali e numerose aree verdi. “Le Giornate FAI di Primavera, così come quelle d’Autunno”, concludono i due volontari, “sono una preziosa occasione per conoscere e apprezzare le meraviglie del nostro Paese, ma anche un’importante iniziativa di sensibilizzazione e raccolta fondi della Fondazione, a sostegno della sua missione di utilità pubblica di cura e tutela del patrimonio culturale, nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione e secondo il principio della sussidiarietà (art.118)”. Ciò che viene raccolto dalle iscrizioni e dalle donazioni permette al FAI di portare avanti gli interventi di restauro e i progetti di valorizzazione, alcuni dei quali molto onerosi, sui 75 Beni che cura, gestisce e conserva, di cui 60 regolarmente aperti al pubblico affinché tutti i cittadini possano goderne, per sempre”. L'articolo Giornate Fai di Primavera, i volontari Luisa e Diego: “Le meraviglie italiane alla portata di tutti”. Visitabili 780 luoghi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ambiente
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FAI
Roma, la strage degli alberi nei cantieri della Metro C. Presentato un ricorso al Tar: “Aggirata la legge con la scusa dei trapianti”
Prima, gli abbattimenti dei grandi pini nell’area archeologica dei Fori imperiali. Ora, le capitozzature selvagge e la distruzione di platani e alberi storici nelle aree dei nuovi cantieri della metro C, in zone storiche come Castel Sant’Angelo e Corso Vittorio Emanuele, tra commercianti e residenti in lacrime e rivolte sui social network contro misure giudicate incomprensibili e violente. Lecci, platani, paulonie secolari e persino, in Viale Mazzini, gli alberi che lo stesso Comune aveva appena piantato. Secondo il Campidoglio, in molti casi si tratta di alberi che verranno “trapiantati” altrove, quindi non ci sarebbero abbattimenti. Per l’associazione Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e i suoi Abitanti (C.U.R.A.A), la più attiva a Roma nella denuncia sia degli abbattimenti che delle capitozzature illegittime, “nessun cantiere può autorizzare la distruzione di alberi, perché la legge prevede che l’amministrazione faccia di tutto per evitare tagli. Le metro e i tram si fanno in tutto il mondo e non è che ovunque si distruggono tutti gli alberi”. Così, martedì scorso, l’associazione ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare per vedere le carte di diversi provvedimenti, sconosciuti alla cittadinanza, che hanno coinvolto aree e alberature vincolate del Municipio 1 Centro Storico. Il ricorso contiene un’istanza cautelare urgente ex art. 56 c.p.a., con richiesta al Presidente del Tribunale di disporre la sospensione immediata degli abbattimenti nelle more della decisione e dell’acquisizione delle carte. “Per i Fori Imperiali l’unica perizia per ora condivisa dal Comune parla di 12 pini, perché allora ne sono stati abbattuti di più? Questo susseguirsi di scempi senza preavviso, senza tregua né trasparenza, ora anche nei cantieri della Metro C, senza rispetto delle norme vigenti allarma la cittadinanza. La nostra richiesta di sospensione è un estremo gesto d’amore per tutelare i diritti e i beni dei cittadini, quindi i pini e gli alberi di Roma”, dichiara la Presidente di C.U.R.A.A Jacopa Stinchelli. Che prosegue: “In tutta Roma scompaiono troppi pini e alberi storici, l’amministrazione comunale, a nostro avviso, non fornisce i numeri reali e in parte li sostituisce con altre specie. Non ci sembra un buon affare per Roma. È in atto un massacro ambientale con danni incalcolabili. Appaiono violate normative a tutela degli alberi nei cantieri e degli appalti, ora anche nel periodo delle nidificazioni”, continua Stinchelli. A tutto ciò si aggiunge un giallo ulteriore: gli alberi nel Centro Storico vengono capitozzati – tecnica vietata dalla legge e già solo per questo dovrebbe portare a sanzioni – parlando, in molti casi, di un loro presunto ‘trapianto’. Di che si tratta? Secondo l’associazione, non si si fa cenno da nessuna parte degli alberi aggrediti. “Non ci sono determine, provvedimenti, non abbiamo cioè una delibera da impugnare, sono alberi fantasma, avrebbero dovuto essere integrati in un documento che si chiama VIA, Valutazione di impatto ambientale. Invece non c’è neanche un avviso sul sito.” Perché è assente?”. La spiegazione per C.U.R.A.A potrebbe essere questa: “Non avendo i presupposti da malattia dell’albero, sono tutti alberi sani, non li abbattono, altrimenti sarebbero passibili di denuncia, ma sostengono di trapiantarli. Questi alberi mutilati non possono sopravvivere, ne abbiamo parlato con numerosi agronomi, al massimo diventare un moncone che fa dei cosiddetti ricacci. Io li chiamo gli alberi ‘Frankestein’. Per trapiantarli veramente, bisognerebbe fare in maniera opposta, spostare cioè l’intera zolla di terra senza toccare l’apparato radicale. Le immagini mostrano alberi buttati giù e basta. Inoltre, dove andranno? Chi controllerà il loro presunto futuro?”. Di nuovo, l’associazione ripete con forza un punto. “Nessun cantiere può giustificare la distruzione di piante, anche se i cittadini lo credono, o forse glielo si vuol far credere. La legge è chiara. Se per aggirare la legge ci si inventa il trucco dell’espianto e del trasporto, beh, oltre il danno abbiamo la beffa. Il Comune, questo chiediamo con il nostro esposto, ci deve spiegazioni chiare. A noi e a tutti i cittadini di Roma”, conclude Stinchelli. L'articolo Roma, la strage degli alberi nei cantieri della Metro C. Presentato un ricorso al Tar: “Aggirata la legge con la scusa dei trapianti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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