S entimental Value (2025) è un film che parla di una casa, dei suoi abitanti e
delle crepe che metaforicamente accomunano i loro corpi e le loro menti. Lungo
le giunture affettive delle famiglie e i muri delle case in cui esse abitano e
hanno abitato si trovano spesso crepe, o talvolta crepacci, vasti e insondabili
come un buco nero, come quello in cui, suggeriscono alcuni scienziati, potremmo
trovarci tutt’ora. Joachim Trier, regista e sceneggiatore del film insieme a
Eskil Vogt, sceglie di mettere in primo piano queste crepe con una modalità
delicata, pregna di quella che potrebbe essere definita “grazia”, prendendo in
prestito un termine chiave dell’ultimo film di Almodóvar, Amarga Navidad. È una
grazia compositiva, che modella il processo artistico e determina il volume
delle corde emotive, seleziona lo strumento, forse in questo caso una chitarra
classica o un violino, il setting.
Sentimental Value ricorda quelle canzoni in la minore e mi minore che si fanno
suonare a chi impara i primi giri di accordi sulla chitarra classica: le note
sono elegiache ma mai stancamente enfatiche. L’ironia che vela talvolta le
parole di Nora, protagonista del film, sorella maggiore di Agnes e figlia del
regista affermato e padre assente Gustav, è un’ironia difensiva e provocatoria,
che non si traduce mai in note grottesche né in sarcasmo. Nell’ironia di Nora
non si trova nemmeno umorismo esistenziale, ma proprio un etimologico
“eironeuomai”, una “dissimulazione” onesta della sofferenza. Altri film o opere
letterarie a tema familiare hanno fatto largo uso di codici del grottesco o
dell’umorismo disperato, mentre l’ironia di Nora è sospesa. La modalità
espressiva scelta da Trier è carica di simbolismo ed è profondamente metaforica.
Nel corso del film, Nora, attrice, va in scena tre volte. La prima avviene in un
teatro, dove l’attrice sale sul palco dopo lunghi momenti di esitazione dati da
una crisi che è in parte di nervi e di panico; alle sue spalle, una scenografia
dove un cono di luce rovesciato lascia intravedere nella penombra un intrico di
scale, la cui disposizione riprende la punta del cono di luce, e intorno alle
scale oggetti neri sospesi, che sembrano richiamare, in un’armonia fra paesaggio
interiore ed esteriore, lo stato d’animo di Nora, la sua sospensione. La crepa
che si allunga sulla sua personalità sospesa è ben lontana da quella di un
personaggio come Richie Tenenbaum, nel cui tentato suicidio si riflette la
disfunzionalità sistemica, declinata secondo un filtro grottesco andersoniano,
di un’intera famiglia. Nessuna tragedia familiare alla maniera dell’enfatico e
calvinista Elegia Americana (Hillbilly Elegy, regia di Ron Howard, 2020), eppure
anche Sentimental Value è un dramma familiare, con tanto di moderna agnizione e
catarsi, che però riesce a colmare le fratture e sceglie di non mostrare mai il
portato fisico della tragedia, il sangue o la sofferenza fisica del tentato
suicidio di Nora, di cui veniamo a sapere molto avanti nel film.
È come se Trier rispettasse la regola della tragedia greca, poi infranta
nell’eredità latina da Seneca, di non mostrare sangue, morte ed esecuzioni sulla
scena. Con un aggraziato kintsugi, che non ci appare per nulla inautentico,
forse per via della natura metatestuale del film, testuale se “Il n’y a pas de
hors-text”, come scriveva Derrida nel suo Della grammatologia (1967), e come
sembra d’altronde credere anche Sentimental Value, l’affetto ricuce come un
riempitivo dorato le crepe. Della tragedia greca il film sembra rispettare anche
i tempi, grossomodo, o perlomeno ripristinare una sorta di unità d’azione e
tempo realizzata in virtù della centralità della casa.
> È come se Trier rispettasse la regola della tragedia greca, poi infranta
> nell’eredità latina da Seneca, di non mostrare sangue, morte ed esecuzioni
> sulla scena. Con un aggraziato kintsugi, che non ci appare per nulla
> inautentico, l’affetto ricuce come un riempitivo dorato le crepe.
Come anche nel precedente film di Trier, The Worst Person in the World (2021),
dove la protagonista è interpretata sempre da Renate Hansen Reinsveen, è
presente una narratrice esterna, la cui voce si armonizza con le note aggraziate
della modalità di espressione metaforica predominante nella narrazione visiva.
Proprio sulle sue note si apre il film, con una panoramica iniziale su una
porzione della città di Oslo, subito seguita dalle inquadrature di una facciata
di una casa in legno scuro con modanature istoriate rosso acceso. La narratrice
racconta di un tema scritto da Nora durante gli anni della scuola, la cui
consegna era scrivere dal punto di vista di un oggetto. Così la casa, scelta
senza esitazione da Nora come oggetto parlante, viene mostrata in una alternanza
di inquadrature larghe e ravvicinate.
Dell’esterno della casa osserviamo in dettaglio la facciata, le finestre i cui
vetri sono incassati nel legno bianco, sempre incorniciate di rosso. In una
delle finestre, tre piccoli vetrini colorati ornamentali richiamano
intertestualmente una scena di The Worst Person in The World, nella quale Aksel,
ex compagno di Julie, guarda verso il cortile interno attraverso i vetrini
colorati che decorano una finestra nelle scale condominiali del suo palazzo
d’infanzia. Il colore, che là era il tramite simbolico verso un’infanzia perduta
e primo stimolo all’immaginazione artistica di Aksel, fumettista, è in
Sentimental Value un leitmotiv simbolico: è il colore delle tinte emotive forti,
della rabbia, del sangue di Nora che soltanto ci immaginiamo.
Prima di rivolgere l’inquadratura verso l’interno della casa, la cinepresa esita
un momento sul limite estremo della facciata, soffermandosi sulla modanatura
rossa all’estremità, affiancata al legno scuro dove compare una ragnatela,
simbolo forse dello scorrere del tempo e dell’avvicendarsi delle generazioni
nella della casa. All’interno la casa è mostrata seguendo le suggestioni offerte
dal tema di Nora, di cui vediamo la camera da letto, mentre prova il monologo di
ingresso alla scuola di recitazione. Nell’angolo fra una parete e l’altra, dove
è incassato il letto, sul muro compare una crepa. Ecco, a questo punto, un’altra
rima interna nella poetica di Trier: nella stessa scena di The Worst Person in
cui Aksel guarda il mondo attraverso i vetrini colorati, alle spalle di
Nora/Julie si scorge una crepa simile.
La presenza della narratrice esterna, invece, assolve a due funzioni poetiche
distinte nei due film. In The Worst Person in the World, un dramma identitario
con note millennial che può richiamare, in modo differenziale, serie come
Fleabag, di e con Phoebe Waller-Bridge, i romanzi di Sally Rooney, My Year of
Rest and Relaxation di Ottessa Moshfegh, la narratrice genera un effetto di
quasi comica dissonanza, e la parabola di peripezie e “agnizioni” di Julie è
accompagnata dalla sua voce come in un romanzo di formazione. Julie è una sorta
di David Copperfield meno morale, millennial appunto, nel quale David è
diventato il coprotagonista, il compagno fumettista Aksel che, come sottolinea
Lorenzo Gramatica in un articolo su Lucy, “la psicanalizza molto”.
In entrambi i film di Trier c’è, fra forma e significato, un’assonanza
simbolica, ma mai irrigidita. In Sentimental Value, in cui la storia di
formazione si sposta sulla tematica familiare, la presenza della narratrice
esterna si somma a una prospettiva spostata sul ruolo che gli oggetti,
specialmente la casa, svolgono sul piano affettivo-simbolico, determinando una
differenza fondamentale con il film precedente, che dà alla narrazione una nota
quasi favolistica. Nella prima “presa diretta” sulla casa, sulle parole del tema
di infanzia di Nora, l’ultima inquadratura ci mostra la casa con una ripresa
bassa, dove la vediamo torreggiare nella sua verticalità, sottolineata dal tetto
centrale a punta, sempre istoriato con modanature rosse. La venatura favolistica
che si genera nell’intreccio fra inquadrature, richiami all’infanzia, e
personificazione della casa rende quest’ultima quasi un elemento magico.
La casa può essere intesa come una sorta di aiutante magica che veglia sui suoi
abitanti, come quando Nora si immagina che la casa guardi lei e Agnes svoltare
l’angolo del vialetto e le inquadrature ci suggeriscono che gli occhi della casa
sono proprio le sue finestre. La casa è tuttavia, al contempo, un’antagonista
apparente: un esperto di cinema mi ha fatto notare come la casa sia quasi
“un’emanazione”, una forza soprannaturale, peraltro dotata della stessa ironia
tragica di Nora e del padre Gustav. Quest’ultimo si ostina a voler girare il
film nella casa, ma con una inautentica produzione Netflix e un’attrice che,
seppure stimata, non è la figlia Nora per la quale il copione è stato scritto e
che si rifiuta di recitare nel film del padre.
> In Sentimental Value, in cui la storia di formazione si sposta sulla tematica
> familiare, la presenza della narratrice esterna si somma a una prospettiva
> spostata sul ruolo che gli oggetti, specialmente la casa, svolgono sul piano
> affettivo-simbolico, determinando una differenza fondamentale con il film
> precedente.
Figlia e padre si ostinano, alla stessa maniera, in una sorta di dissociazione
cognitiva. Sanno di non stare bene, ma si ostinano, forzano la vita. Gustav,
ubriaco e tormentato, siede a un certo punto nel cortile della casa e le fa il
dito medio, forse proprio perché non preparato a cogliere l’input della
casa-emanazione, che gli indica l’impossibilità di girare il film al suo
interno. Il legame fra Gustav e Nora è dato non soltanto da “epigenetiche”
affinità elettive e contrastive, ma anche proprio dal loro legame con la casa,
di cui, a loro modo, riconoscono la vitalità misteriosa: prima Gustav,
ostinandosi a viverci con la famiglia nonostante la madre si sia suicidata nella
casa, poi Nora che scrive il tema, dotando la casa di magica agentività.
Quando all’inizio del film Gustav è nella casa per il funerale della ex moglie e
madre di Nora e Agnes, dice alla prima figlia di doverle parlare, ma “non qui”.
“Non qui” prefigura l’impossibilità di ricomporre le fratture dentro la casa. La
prefigurazione simbolica di questa impossibilità è testimoniata anche nella
lettura iniziale del tema, in cui Nora scrive che il padre Gustav le ha spiegato
che la casa è stata costruita con un danno strutturale, quello stesso che genera
la crepa del muro della sua camera da letto. Un altro oggetto chiave del film è
proprio il letto: prima quello della cameretta d’infanzia di Nora, poi quello di
scena accanto al quale piange riversa in un momento che segue una scena
fondamentale del film, quella in cui Gustav e Agnes si confrontano al compleanno
del nipote, figlio di Agnes, e infine quello della casa in cui vive da sola e si
abbraccia con la sorella dopo aver finalmente letto il copione scritto dal
padre.
La seconda di queste tre scene fa emergere chiaramente lo sconfinamento fra arte
e vita, realtà e finzione, e la nozione derridiana della testualità estesa:
inducendoci a pensare che Nora stia piangendo nella sua stanza, quando invece
sta recitando, come ci rivela l’allargarsi della ripresa che mostra il palco e
gli altri membri della compagnia teatrale che osservano la scena, Sentimental
Value pone la questione della verità dell’arte e nell’arte. Sempre seguendo
intrecci e snodi narrativi e visivi con grazia, a un certo punto, Nora racconta
alla sorella Agnes il senso di libertà che le dà preparare il personaggio, di
cui parla con termini che richiamano le due monumentali opere di Stanislavskij,
Il lavoro dell’attore su se stesso e Il lavoro dell’attore sul personaggio.
Quando Nora dice ad Agnes che solo in quel momento può esprimersi, accedere alla
propria emotività, la sorella realisticamente le dice “quindi non vuoi essere te
stessa”. Forse quello che manca all’attrice Nora è proprio, come affettuosamente
suggerito dalla sorella, più radicata nella realtà, “il lavoro dell’attore su sé
stesso”, che d’altronde manca anche al padre Gustav il quale, con argomentazioni
cursorie e poco aggraziate, scatena quel pianto autentico che poi si rivela
finzionale. Proprio in quella sequenza di scene, dove simbolicamente la famiglia
sta festeggiando il compleanno del nipote, figlio di Agnes, il legame tra figlia
e padre è silenziosamente mostrato in un momento che è forse il più minimalista
ed eloquente del film, dove i due fumano insieme, guardandosi un po’ divertiti,
in un cortile con il prato verde e illuminato da una luce soffusa del tramonto.
Il filtro emotivo determinato dai colori non è idiosincratico e autoriale come
il pastello che caratterizza Amarga Navidad di Almodóvar prima nominato; lungi
dal paragonare la poetica almodovariana a quella di Trier, che è del tutto
differente, ma risponde sempre a quel criterio di grazia preso in prestito
all’inizio di questo articolo. Di scene rivelatrici ne compaiono altre durante
il film, come quando il rosso delle modanature istoriate della casa lascia alla
fine spazio al bianco, in un’altra scena rivelatrice/ingannevole nella quale,
come quella delle prove a teatro, vediamo la facciata ristrutturata. Prima di
giungere però alla conclusione del film, che viene rivelato in questo articolo,
ingannevolmente e idiosincraticamente spoilerante per chi ancora non lo ha
visto, qualche altra circonvoluzione.
> La grazia nell’equilibrio fra arte e vita nel film di Trier scaturisce proprio
> dal fatto che l’una non guarda mai l’altra con superiorità, e sfata il binomio
> secondo cui una vita più risolta non può produrre arte di valore.
Nel suo articolo su Sentimental Value, Gramatica definisce come una delle parti
peggio riuscite del film una scena in cui i volti dei membri della famiglia si
alternano, in un chiaro tributo a Bergman. C’è un altro momento bergmaniano, che
viene poi ripreso a distanza in chiave variante, quello in cui Nora compare
sulla scena per la prima volta, con la “scenografia sospesa” alle sue spalle e
il suo volto è illuminato soltanto per metà. Commentando la visione di Persona,
Dario Tomasi, durante una lezione di cinema all’Università di Torino, citò i
versi montaliani: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo
nostro informe […] Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che
non vogliamo” (in Ossi di seppia). Il significato dei versi di Montale,
corrispettivo poetico del volto illuminato alla maniera bergmaniana, è espresso,
in modo molto più realistico, dalla frase di Agnes “quindi non vuoi essere te
stessa” detta alla sorella Nora.
Proprio la praticità della frase di Agnes, ricercatrice in ambito storico che
porta alla luce, dall’archivio, la storia delle torture naziste subite dalla
nonna paterna, dissidente politica, mette in luce il dialogo fra arte e vita,
esponendo la necessità del “lavoro dell’attore su sé stesso”. La grazia
nell’equilibrio fra arte e vita nel film di Trier scaturisce proprio dal fatto
che l’una non guarda mai l’altra con superiorità, e sfata il binomio secondo cui
una vita più risolta non può produrre arte di valore. L’articolo di Gramatica
parla anche di cliché freudiani applicati come da manuale, e tuttavia la
modalità magico-metaforica li rende poco enfatici e scontati: la casa con il suo
danno strutturale non può riparare né essere riparata, ma le crepe affettive che
in essa si sono generate, il “valore affettivo”, sentimental value, fa sì che,
per citare un articolo apparso di recente su questa stessa rivista, Cannes 78 di
Elvira Del Guercio, Nora riesca ad “abitare il dolore per ascoltarlo e poi
trasformarlo”.
“Non qui” pronunciato da Gustav a inizio film, è una frase che informa
metaforicamente tutto il film, che permette di fatto, volgendo in chiave
positiva una frase tratta dallo stesso articolo di Del Guercio, che “la figura
che esce dai canoni”, Nora, possa riconoscersi nel padre e “con altre sue
ramificazioni”, trovando “una collocazione” affettiva. Se talvolta il percorso
delle protagoniste donne, come sottolinea Del Guercio commentando i nodi
simbolici dei film del festival di Cannes 2025, può avverarsi solo con una
scissione netta dal nucleo familiare, abdicando al proprio ruolo sociale, o
gridando al ritorno delle streghe ‒ come accade per esempio in alcuni romanzi
modernisti come Lolly Willowes o l’amore cacciatore (1926) di Silvia Townsend
Warren, dove “aunt Lolly” sfugge al suo destino di nubile zia zitella
economicamente dipendente dal fratello e si trasferisce a Great Mop, fra streghe
e stregoni, riscrivendo in chiave antidialettica il patto con il diavolo, topos
da sempre monopolizzato in chiave etero-dialettica o come, direbbe forse
Derrida, “fallologocentrica” ‒, Nora, chiaro richiamo alla Nora ibseniana, può
mantenere emancipazione e affetti. La sua agnizione consiste nel poter accettare
la somiglianza con il padre e ricucire le ferite del passato, andando oltre.
Come spiega Steve Brusatte, professore all’Università di Edimburgo, in un
articolo uscito di recente su Le Scienze, alcune specie di dinosauri
sopravvissero all’asteroide che causò la fine del Cretaceo. Da questi stessi
dinosauri, che avevano caratteristiche “aviane”, si sono evoluti gli uccelli. In
maniera analoga, è possibile talvolta volare via dai macigni del passato.
Gramatica definisce The Worst Person in the World e Sentimental Value due film
in cui l’umanesimo un po’ antropologico, un po’ psicologico di Trier appare
chiaramente. Effettivamente anche la prospettiva spostata sugli oggetti, la
magica casa-emanazione, è profondamente umanistica. A primo impatto, il film di
Trier, visto in una grigia giornata di febbraio a York, con un crepaccio
geografico dagli affetti familiari, è entrato nella mia mente
“quantisticamente”, per riprendere la teoria quantistica della letteratura di
Terrinoni, in contatto con delle informazioni sulla cosiddetta Object-Oriented
Ontology, anche nominata come OOO, triple O, da colui che l’ha formalizzata,
Graham Harman (2017; Ontologia orientata agli oggetti, 2021).
Ma come sostiene lo stesso Harman nel suo saggio, ogni teoria è destinata a
sgretolarsi al contatto con la realtà; proprio per questo il filosofo si
dichiara socratico, prendendo di Socrate non tanto la maieutica, ma il principio
della non-conoscenza, una professione di umiltà in mezzo al dominante
positivismo scientista contemporaneo, e ripristinando, in maniera analoga, il
noumeno kantiano, ovvero “ciò che è pensato” e, più precisamente “l’essenza
pensabile”. Harman postula a fondamento della sua filosofia (la stessa corrente
di Iperoggetti, 2018, di Timothy Morton, e di Alien Phenomenology. What is Like
to Be a Thing, 2012, di Ian Bogost), una spinta postumana, postantropocentrica e
“antiletterale”, “antiriduzionista”, radicata in una salda base di estetismo con
un’attenzione privilegiata verso la metafora. In particolare, Harman utilizza
come vessillo di questo estetismo un saggio del filosofo e scrittore spagnolo
Ortega y Gasset sulla metafora.
> Nora, chiaro richiamo alla Nora ibseniana, può mantenere emancipazione e
> affetti. La sua agnizione consiste nel poter accettare la somiglianza con il
> padre e ricucire le ferite del passato, andando oltre.
Questa associazione quantistica si è rivelata poi errata dal punto di vista di
una applicazione “filologica” della OOO al film di Trier: dopo vari tentativi di
interpretazione alla luce delle triangolazioni di desideri e affetti mediati
dalla casa, dopo aver individuato come elementi mediatori nella narrazione la
casa, i bambini, Agnes piccola prima e suo figlio poi, la stufa attraverso cui
di generazione in generazione si spiano le voci o si colgono frammenti di
conversazione; dopo aver tentato di definire la casa come “chair” ovvero “carne
del mondo” alla maniera della fenomenologia di Merleau-Ponty (Fenomenologia
della percezione, 1945), ciascuno di questi puntelli teorici è venuto meno,
sgretolandosi e distruggendo la speculazione teorica come un asteroide che fa
strage di T-rex e triceratopi teorici.
Ho rivisto per la seconda volta Sentimental Value nella mia casa di famiglia,
quella dove spesso avremmo dovuto dire “non qui” perché si sa che gli errori di
costruzione allargano le crepe e le trasformano in crepacci e fratture. C’erano
i rumori, gli odori, i colori, le tonalità cangianti del marmo anni Cinquanta e
le prime speculazioni sulla forma speculativa dell’articolo sono state travolte
dal dubbio amletico. Quello stesso dubbio che accompagna Sentimental Value
(alcuni hanno letto un parallelismo fra il film di Trier e Hamnet), impersonato
da Nora, che fieramente dichiara di dover recitare non Ofelia, ma Amleto.
La seconda volta delle tre in cui la vediamo recitare, Nora entra in scena con
meno esitazione e, con abbigliamento moderno, si dirige sicura verso una
scenografia dove un lungo telo rosso di plastica, come le modanature istoriate
della casa le illumina nella penombra tutto il volto. Stavolta la luce piena e
rossa sottolinea simbolicamente la rabbia di Nora, quella che il padre Gustav le
aveva attribuito nella sequenza di scene di cui fa parte anche quella della
sigaretta, che poco dopo lascia spazio al vuoto. A questo punto, Nora è convinta
dalla sorella a leggere il copione del padre e per la terza volta una scena
chiave si svolge non davanti né accanto ma sul letto della casa di Nora, dove le
due sorelle si abbracciano.
La terza e ultima volta che vediamo Nora recitare, un’altra inquadratura
ingannevole che mescola i piani dell’arte e della vita ci fa credere che il film
di Gustav, dove ha accettato di recitare, sia girato nella casa familiare. Ma
“non qui”, nella casa. Le riprese si svolgono infatti in un luogo intermedio, un
teatro di posa, dove la casa con le sue magiche emanazioni, i dolori di cui si
sono impregnati i suoi pavimenti, il rosso della facciata, tacciono per lasciare
spazio alla trasformazione. L’inquadratura si allarga ed ecco di nuovo Nora e
Gustav, impacciati e contenti, con quella grazia pacificante che solo l’arte può
dargli. E la casa ghignante ma benefica rimane un “noumeno socratico”,
un’emanazione che invita ad andare oltre.
L'articolo Un danno strutturale proviene da Il Tascabile.
Tag - famiglia
N el 2024, l’autunno nel bosco di Palmoli, in Abruzzo, è stato annunciato da una
scena dal sapore preraffaellita e spettrale: cinque corpi, due adulti e tre
bambini, giacciono privi di sensi tra gli alberi muti. Sono i Trevallion,
transfughi australiani approdati in questa radura nel 2021 per sfuggire al
“logorio della vita moderna”. Un’intossicazione da funghi li ha appena
trascinati fuori dall’invisibilità del bosco per consegnarli a un’epica
mediatica.
Nathan e Catherine avevano eletto la selva abruzzese a loro tebaide antimoderna:
nella vita precedente lui era il proprietario di un mobilificio e lei
un’istruttrice di equitazione. Un agiato cosmo borghese da cui sono evasi
portando con sé i figli, educati secondo i principi dell’unschooling, una
versione radicale di educazione parentale che si basa sui principi formulati dal
pedagogista John Holt. L’idea è che l’apprendimento debba fluire nel bambino
come il respiro, in maniera del tutto naturale, nutrito dall’innata curiosità
dell’infanzia e lontano dalla noia e dalla paura che caratterizzano la scuola
istituzionale. Per i Trevallion l’unschooling rientra in una generale secessione
dalla società: vivono infatti senza rete fognaria, senza acqua corrente e,
soprattutto, fuori dal tempo scandito dai registri elettronici e dalle email. La
loro casa è un’arca costruita per proteggere i figli dal diluvio della società
del controllo e preservarli, così, in una presunta purezza.
Il crollo di questo Eden artificiale non è avvenuto per un atto di ribellione
interna ma, destino beffardo, per il tradimento della biologia:
quell’intossicazione da funghi che ne ha causato lo svenimento e che ha
costretto la Natura a chiedere soccorso alla Tecnica. L’emergenza sanitaria ha
squarciato il velo di Maya del microcosmo familiare, facendo così luce su una
zona d’indistinzione divenuta pericolosa per le istituzioni. Lo Stato, nella
radura di Palmoli, si è trovato di fronte a dei bambini sospesi in una paralisi
evolutiva, privati di quegli anticorpi, simbolici e materiali, necessari a
sopravvivere al di fuori del nido.
La storia dei Trevallion contribuisce ad alimentare un mito che negli ultimi
decenni ha eroso in maniera irreversibile il legame tra le famiglie e le
istituzioni, definitivamente deteriorato dalla mala gestione globale della
situazione pandemica. Non è un caso che proprio il lockdown sia stato un fattore
di accelerazione nella scelta di pratiche educative alternative per molte
famiglie, italiane e non, con una forte predilezione per pedagogie attive come
quelle proposte da Montessori e Steiner, l’outdoor education e la “scuola senza
zaino”. Eppure, per quanto la narrazione mediatica contribuisca all’idea di uno
scontro tra Davide e Golia, quella di Palmoli è una vicenda che inevitabilmente
produce molteplici interrogativi, uno tra tutti: a chi appartengono i bambini e
qual è lo statuto ontologico dell’infanzia?
> La storia dei Trevallion contribuisce ad alimentare un mito che negli ultimi
> decenni ha eroso in maniera irreversibile il legame tra le famiglie e le
> istituzioni, definitivamente deteriorato dalla mala gestione globale della
> situazione pandemica.
Fuori dalle partigianerie, la separazione forzata dei figli dai genitori, appare
come il passaggio da una prigione all’altra. Il bosco di Palmoli era, in realtà,
un acquario. Dalla cattura “morbida” e vischiosa di una madre che cura l’anima
del prossimo con i video di YouTube, i piccoli Trevallion sono stati consegnati
alla cattura “rigida” delle istituzioni. Per quanto possano apparire come
nemiche, educazione tradizionale ed educazione parentale sono due forme di
sequestro dell’infanzia che concordano su un punto fondamentale: il bambino come
carne da disciplinare.
Da chi si deve scappare lo sapeva bene il protagonista de Le avventure di
Pinocchio: un tronco di legno neanche troppo pregiato che inizia la sua storia
con una doppia fuga. La storia di Palmoli ci riporta direttamente al tronco di
legno di Collodi: come i bambini di Palmoli, anche Pinocchio prima di essere
plasmato da Geppetto viveva probabilmente in un bosco ma la sua storia inizia
con una doppia fuga, una dall’albero di cui era parte e dagli altri suoi
fratelli, l’altra dalle pareti di casa Geppetto. Pinocchio riesce a lanciarsi in
quella nottataccia d’inferno che è l’esperienza viva del mondo, possibilità che
è stata negata ai bambini del bosco abruzzese. Essi sono rimasti bloccati nella
soglia, impossibilitati a scappare sia dalla foresta sia dalla casa, perché
questi due luoghi, nel loro caso coincidono.
Nella nottataccia d’inferno che in modi diversi caratterizza la cronaca e la
fiaba, si consuma lo scontro tra due esegeti di Pinocchio. Il destino dei
bambini di Palmoli si gioca tutto in un refuso filologico. Per Giorgio
Manganelli (Pinocchio: un libro parallelo, 1977) quella notte è “d’inverno”: la
lezione originaria del racconto di Collodi sarebbe stata oscurata dal refuso
“d’inferno” e così la stagione natale di Pinocchio sarebbe entrata in
clandestinità. L’indizio porta Manganelli a descrivere l’infanzia come una
stagione tremenda destinata a essere “trapassata” a seguito di una sete di
estinzione volontaria. Per lo scrittore, Pinocchio è un condannato a morte che
corre verso il proprio carnefice, al punto che il “ragazzino perbene” non è
l’evoluzione di Pinocchio, ma il suo assassino.
Disinteressato a trovare le indicazioni temporali del natale di Pinocchio,
Giorgio Agamben (Pinocchio: Le avventure di un burattino doppiamente commentate
e tre volte illustrate, 2021) torna alla lezione filologica accettata
comunemente. Se in Manganelli il mondo si rivela a Pinocchio “nella nottataccia
di lampi e tuoni, nella neve, nella fame, nell’attentato del fuoco, nella
miseria che è ‘miseria davvero’”, nella lettura spaziale di Agamben l’elemento
essenziale della storia di Collodi non è più la “neve”, spettro suicida, ma il
fuoco, segno che la sua natura è quella di un demone perennemente sulla soglia
della non-vita. Quella trascorsa dal burattino fu per Agamben letteralmente una
notte infernale: segno tangibile della placenta d’oltretomba che il tronco
modellato da Geppetto continua a portarsi dietro, nella sua fuga senza meta,
lontano dal grembo vegetale.
> Da chi si deve scappare lo sapeva bene il protagonista de Le avventure di
> Pinocchio: un tronco di legno neanche troppo pregiato che inizia la sua storia
> con una doppia fuga. La storia di Palmoli ci riporta direttamente al tronco di
> legno di Collodi.
Manganelli, a detta di Agamben, ha il merito di aver intuito che il mondo di
Pinocchio non è costellato di simboli occulti che farebbero del suo itinerario
un’allegoria del viaggio iniziatico verso i misteri massonici. Con buona pace di
Elémire Zolla, niente metafore cristologiche né insegnamenti massonici nascosti:
Collodi tradisce la fiaba e si vota al più crudo dei realismi. La storia di
Pinocchio è iniziazione, sì, ma non a dottrine segrete, quanto piuttosto al
quotidiano, il vero eminente mistero. Solo in questo senso possiamo prendere
Pinocchio come una storia di formazione che ci illumina sull’arte della
progressiva sottrazione all’autorità, familiare e istituzionale, nel tentativo
perenne di mancare la propria vita, sfuggendo costantemente al destino umano.
In quel tronco Agamben ritrova la hyle greca, nota che il legno piange e si
rammarica ancora prima di essere scolpito; possiede un tatto prima che Geppetto
gli faccia una pelle; sente il dolore dell’ascia e il “pizzicorino” della
pialla. Calcidio ribattezzò silva la hyle, conservando il significato di
“materiale da costruzione” e, al tempo stesso, “legno grezzo”. Come nel Timeo di
Platone, Pinocchio è caos informe contraddistinto da movimenti inconsulti (motu
importuno fluctuans), perennemente in fuga dagli strumenti del demiurgo
(demiurgos), l’artigiano, in senso lato il falegname, a cui viene costantemente
ricondotto per ricevere la sua forma.
La storia di Pinocchio è un vagabondaggio, la vicenda sgangherata di un soggetto
bucato dalla fame, che si aggira tra locande malfrequentate e furfanterie.
Furfantissima è la legge nel mondo di Collodi: una giustizia capovolta che fa sì
che ad Acchiappacitrulli il carcere spetti a chi ha subito un delitto. In barba
ai draghi e ai cavalieri, ai re e alle regine, il primo vero personaggio
incontrato da Pinocchio durante la sua fuga è un carabiniere che, prendendolo
per il naso come si fa con i buoi, tenta di “ingabbiare” l’avventura della
materia, dando prova della muscolarità della buona condotta contro l’anarchia
ontologica del tronco in fuga dal bosco. Tra divise, padri incapaci e
autoritari, fate madrine che non ne impediscono la morte e spietati uomini di
spettacolo, Pinocchio viene iniziato al “disvivere”, la fuga dalla norma e
dall’autorità, fuga senza meta poiché la meta è la fuga stessa. Lungo il suo
cammino le bugie diventano la prova di una scissione profonda che si nota con
particolare evidenza il secondo giorno di vita, quando, vestito di carta e
molliche di pane, si avvia con “l’abbecedario sacrificale” (Manganelli) verso
scuola. Manganelli ci invita a badare al modo in cui cammina Pinocchio in
quell’occasione:
> Quando procede a quel modo, fa il cerimonioso con se stesso. Si dimentica di
> essere stato leprotto, capretto, barbero, cane da caccia. È “per bene”.
> Ansioso di remunerata socievolezza, escogita progetti di irreale onestà ed
> efficienza. Caricatura fiabesca del “piccolo risparmiatore”, progetta,
> nell’ordine, tre giorni per imparare a leggere, scrivere e far di conto, cui
> seguiranno “molti quattrini” da investire in una giacca per Geppetto.
Il Pinocchio fintamente “coscienzioso” è la parodia della vita adulta ed è il
suo stesso corpo legnoso a ricordare a Pinocchio che la sua natura anarchica non
può essere irregimentata. Crescere, imparare un mestiere, diventare infine “un
bravo ragazzo” in carne ed ossa, questa è la via falsa imposta dai Grilli e dai
Padri, la via autoritaria. Ad essa si può sfuggire attraverso la fuga picaresca,
che non è una fuga nel bosco, non ha nulla in comune con la regressione
intrauterina poiché è una continua perdita di sé: un vivir desviviéndose che
svuota di senso la propria vita.
> Tra divise, padri incapaci e autoritari, fate madrine che non ne impediscono
> la morte e spietati uomini di spettacolo, Pinocchio viene iniziato al
> “disvivere”, la fuga dalla norma e dall’autorità, fuga senza meta poiché la
> meta è la fuga stessa.
Analizzare un caso di cronaca come quello di Palmoli significa riconoscere,
seguendo la lezione di Agamben, che il quotidiano è il vero mistero nel senso
greco del termine: non un segreto da svelare, né un inizio, bensì il compimento
(teletè): in altre parole la realizzazione che non c’è nulla da imparare, che
bisogna sottrarsi alla ricerca di senso in ciò che senso non ha. Se la cronaca
ci appare spesso come un rumore di fondo, essa è in realtà il campo in cui si
osservano le modalità brutali con cui l’individuo viene oggi iniziato al
presente, all’autorità, una sorta di seconda morte in cui la vitalità anarchica
dell’infanzia viene sacrificata sull’altare della norma. Il bosco abruzzese
diventa lo spazio liturgico dove si consuma il tentativo di sequestrare la
materia vivente prima ancora che essa possa fuggire verso il mondo.
Lì dove Manganelli vedeva nel finale di Le avventure di Pinocchio un
assassinio-suicidio, nell’interpretazione di Agamben esso diventa il racconto
della scissione fondamentale. La fata ha trasformato Pinocchio in un umano in
carne e ossa perché lo ha diviso, isolando il bios dalla zoe. Per gli antichi
greci la zoe (ζωή) è la vita biologica, comune ad animali, uomini o dèi,
originariamente confinata nella sfera privata della casa (oikos). Accanto a essa
veniva collocato il bios (βίος), la vita qualificata che si svolge nella polis e
che solo l’uomo, in quanto animale politico, possiede. Il potere moderno che ha
fondato sé stesso sull’ingresso della zoe nella sfera pubblica, ha dato vita
alla “Nuda vita”, la condizione dell’Homo sacer, una figura del diritto romano
arcaico che può essere uccisa da chiunque senza che ciò costituisca omicidio, ma
che non può essere sacrificata in un rituale religioso. Oggi siamo tutti ridotti
a “dati biologici”, catturati in una vita che non ha valore né giuridico (bios)
né sacro, pura biologia sacrificabile.
Il bambino contemporaneo è l’oggetto di un amore così assoluto da farsi
soffocante, eppure, simultaneamente, è la vittima della più feroce delle
violenze: quella di una cattura integrale che non tollera zone d’ombra. I
bambini dei Trevallion sono stati ridotti dalla famiglia a pura zoe, una vita
biologica e “naturale” confinata nel perimetro personale della casa-bosco,
privata di ogni accesso al bios, ovvero alla vita politica e qualificata che si
svolge nella polis. Nel tentativo di preservarli da una società percepita come
corrotta, i genitori li hanno involontariamente trasformati in prototipi della
Nuda vita: esseri che non appartengono più né al mondo sacro della natura né a
quello giuridico dello Stato. La loro stessa biologia, i loro corpi
“incontaminati”, sono diventati il terreno di uno scontro biopolitico totale.
Quando lo Stato interviene per “salvarli”, non fa altro che completare l’opera
della Fata Turchina: non restituisce loro una vita piena, ma ratifica la
divisione, catturando i loro dati biologici all’interno di una nuova macchina
burocratica.
> Il bambino contemporaneo è l’oggetto di un amore così assoluto da farsi
> soffocante, eppure, simultaneamente, è la vittima della più feroce delle
> violenze: quella di una cattura integrale che non tollera zone d’ombra.
Il nostro presente è affetto da un’ipertrofia del materno. Con le lenti di
Collodi, l’unschooling non appare affatto come un ritorno all’antico, ma come un
modello ipermoderno e toyotista di pedagogia “brucia-piedi”. Mentre la scuola
tradizionale è fordista, l’idillio di Palmoli è un sistema just-in-time dove non
ci sono tragitti, estranei, conflitti con l’istituzione: in breve, nessun
ostacolo. Nel bosco la libertà di movimento maschera un controllo totale,
separati dalla possibilità di perdersi nell’altro e uniti come appendici inerti
al corpo materno della genitorialità. È la cattura del materno: Nathan è simile
a un Geppetto, un demiurgo che non ha controllo sulla materia che vuole
scolpire, e la madre Catherine è una Fata Turchina che non maschera più la sua
creaturalità ctonia e mortifera.
Alla richiesta d’aiuto del burattino inseguito dai briganti, la Fata, sotto le
sembianze di una bambina, rifiuta ogni soccorso: “In questa casa non c’è
nessuno. Sono tutti morti… Sono morta anch’io”. La casina bianca come la neve in
cui dimora la bambina non ha porte e le sue finestre si affacciano sul nulla. La
casa è la morte come spazio oltremondano in cui i vivi non possono entrare e da
cui i defunti non possono uscire. La casa della Fata, il materno, e la casa di
Geppetto, il falso padre, sono i due poli della fuga forsennata del burattino,
versioni mondane del bosco e dunque altre morti.
Rifacendosi all’etnografo Robert Kirk, Agamben descrive le fate come esseri
ctoni facenti parte del “popolo sotterraneo”, residuo delle anime degli
antenati, con il corpo spugnoso e immerse in un’area gelida. Il bosco
rappresenta così il ventre del materno da cui si fugge per accedere alla vita,
al bios, una seconda morte, il diventare un “bravo bambino” e un ragazzino in
carne ed ossa. Si vive davvero solo fuggendo dalla vita, è lì che risiede la
vera libertà.
Nelle intenzioni di Collodi la sua “bambinata” sarebbe dovuta finire con
l’impiccagione di Pinocchio. Fu sotto le pressioni dei lettori del Giornale per
i bambini che la storia proseguì fino alla trasformazione finale. Se con Agamben
dobbiamo vedere nel personaggio della Fata un ectoplasma del materno mortifero,
allora Collodi probabilmente si è preso gioco dei suoi piccoli lettori,
ingannandoli con un falso finale felice. La Fata concede a Pinocchio una
“seconda morte”, la civiltà; e così l’ultimo capitolo si contorce verso il
capitolo XV, dove il burattino finiva impiccato e, intirizzito, stirava le gambe
esalando l’ultimo respiro.
Probabilmente anche noi siamo chiamati a riconoscere che il quotidiano è una
lunga morte perché quella soggetta all’autorità non è vita. Bisogna ritornare a
quel pezzo di legno che, impiccato alla Quercia grande, rifiuta di farsi carne e
continua, ostinatamente, a non dare spiegazioni a nessuno. Altrimenti possiamo
continuare a guardare le nostre antiche fattezze lignee, come il Pinocchio
“morto”, quello di carne e ossa, che definisce buffo il suo vecchio involucro,
senza rendersi conto che a suonare ridicola e goffa è proprio la sua voce: segno
dell’animo ormai domato, incapace di tradire sé stesso.
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