S entimental Value (2025) è un film che parla di una casa, dei suoi abitanti e
delle crepe che metaforicamente accomunano i loro corpi e le loro menti. Lungo
le giunture affettive delle famiglie e i muri delle case in cui esse abitano e
hanno abitato si trovano spesso crepe, o talvolta crepacci, vasti e insondabili
come un buco nero, come quello in cui, suggeriscono alcuni scienziati, potremmo
trovarci tutt’ora. Joachim Trier, regista e sceneggiatore del film insieme a
Eskil Vogt, sceglie di mettere in primo piano queste crepe con una modalità
delicata, pregna di quella che potrebbe essere definita “grazia”, prendendo in
prestito un termine chiave dell’ultimo film di Almodóvar, Amarga Navidad. È una
grazia compositiva, che modella il processo artistico e determina il volume
delle corde emotive, seleziona lo strumento, forse in questo caso una chitarra
classica o un violino, il setting.
Sentimental Value ricorda quelle canzoni in la minore e mi minore che si fanno
suonare a chi impara i primi giri di accordi sulla chitarra classica: le note
sono elegiache ma mai stancamente enfatiche. L’ironia che vela talvolta le
parole di Nora, protagonista del film, sorella maggiore di Agnes e figlia del
regista affermato e padre assente Gustav, è un’ironia difensiva e provocatoria,
che non si traduce mai in note grottesche né in sarcasmo. Nell’ironia di Nora
non si trova nemmeno umorismo esistenziale, ma proprio un etimologico
“eironeuomai”, una “dissimulazione” onesta della sofferenza. Altri film o opere
letterarie a tema familiare hanno fatto largo uso di codici del grottesco o
dell’umorismo disperato, mentre l’ironia di Nora è sospesa. La modalità
espressiva scelta da Trier è carica di simbolismo ed è profondamente metaforica.
Nel corso del film, Nora, attrice, va in scena tre volte. La prima avviene in un
teatro, dove l’attrice sale sul palco dopo lunghi momenti di esitazione dati da
una crisi che è in parte di nervi e di panico; alle sue spalle, una scenografia
dove un cono di luce rovesciato lascia intravedere nella penombra un intrico di
scale, la cui disposizione riprende la punta del cono di luce, e intorno alle
scale oggetti neri sospesi, che sembrano richiamare, in un’armonia fra paesaggio
interiore ed esteriore, lo stato d’animo di Nora, la sua sospensione. La crepa
che si allunga sulla sua personalità sospesa è ben lontana da quella di un
personaggio come Richie Tenenbaum, nel cui tentato suicidio si riflette la
disfunzionalità sistemica, declinata secondo un filtro grottesco andersoniano,
di un’intera famiglia. Nessuna tragedia familiare alla maniera dell’enfatico e
calvinista Elegia Americana (Hillbilly Elegy, regia di Ron Howard, 2020), eppure
anche Sentimental Value è un dramma familiare, con tanto di moderna agnizione e
catarsi, che però riesce a colmare le fratture e sceglie di non mostrare mai il
portato fisico della tragedia, il sangue o la sofferenza fisica del tentato
suicidio di Nora, di cui veniamo a sapere molto avanti nel film.
È come se Trier rispettasse la regola della tragedia greca, poi infranta
nell’eredità latina da Seneca, di non mostrare sangue, morte ed esecuzioni sulla
scena. Con un aggraziato kintsugi, che non ci appare per nulla inautentico,
forse per via della natura metatestuale del film, testuale se “Il n’y a pas de
hors-text”, come scriveva Derrida nel suo Della grammatologia (1967), e come
sembra d’altronde credere anche Sentimental Value, l’affetto ricuce come un
riempitivo dorato le crepe. Della tragedia greca il film sembra rispettare anche
i tempi, grossomodo, o perlomeno ripristinare una sorta di unità d’azione e
tempo realizzata in virtù della centralità della casa.
> È come se Trier rispettasse la regola della tragedia greca, poi infranta
> nell’eredità latina da Seneca, di non mostrare sangue, morte ed esecuzioni
> sulla scena. Con un aggraziato kintsugi, che non ci appare per nulla
> inautentico, l’affetto ricuce come un riempitivo dorato le crepe.
Come anche nel precedente film di Trier, The Worst Person in the World (2021),
dove la protagonista è interpretata sempre da Renate Hansen Reinsveen, è
presente una narratrice esterna, la cui voce si armonizza con le note aggraziate
della modalità di espressione metaforica predominante nella narrazione visiva.
Proprio sulle sue note si apre il film, con una panoramica iniziale su una
porzione della città di Oslo, subito seguita dalle inquadrature di una facciata
di una casa in legno scuro con modanature istoriate rosso acceso. La narratrice
racconta di un tema scritto da Nora durante gli anni della scuola, la cui
consegna era scrivere dal punto di vista di un oggetto. Così la casa, scelta
senza esitazione da Nora come oggetto parlante, viene mostrata in una alternanza
di inquadrature larghe e ravvicinate.
Dell’esterno della casa osserviamo in dettaglio la facciata, le finestre i cui
vetri sono incassati nel legno bianco, sempre incorniciate di rosso. In una
delle finestre, tre piccoli vetrini colorati ornamentali richiamano
intertestualmente una scena di The Worst Person in The World, nella quale Aksel,
ex compagno di Julie, guarda verso il cortile interno attraverso i vetrini
colorati che decorano una finestra nelle scale condominiali del suo palazzo
d’infanzia. Il colore, che là era il tramite simbolico verso un’infanzia perduta
e primo stimolo all’immaginazione artistica di Aksel, fumettista, è in
Sentimental Value un leitmotiv simbolico: è il colore delle tinte emotive forti,
della rabbia, del sangue di Nora che soltanto ci immaginiamo.
Prima di rivolgere l’inquadratura verso l’interno della casa, la cinepresa esita
un momento sul limite estremo della facciata, soffermandosi sulla modanatura
rossa all’estremità, affiancata al legno scuro dove compare una ragnatela,
simbolo forse dello scorrere del tempo e dell’avvicendarsi delle generazioni
nella della casa. All’interno la casa è mostrata seguendo le suggestioni offerte
dal tema di Nora, di cui vediamo la camera da letto, mentre prova il monologo di
ingresso alla scuola di recitazione. Nell’angolo fra una parete e l’altra, dove
è incassato il letto, sul muro compare una crepa. Ecco, a questo punto, un’altra
rima interna nella poetica di Trier: nella stessa scena di The Worst Person in
cui Aksel guarda il mondo attraverso i vetrini colorati, alle spalle di
Nora/Julie si scorge una crepa simile.
La presenza della narratrice esterna, invece, assolve a due funzioni poetiche
distinte nei due film. In The Worst Person in the World, un dramma identitario
con note millennial che può richiamare, in modo differenziale, serie come
Fleabag, di e con Phoebe Waller-Bridge, i romanzi di Sally Rooney, My Year of
Rest and Relaxation di Ottessa Moshfegh, la narratrice genera un effetto di
quasi comica dissonanza, e la parabola di peripezie e “agnizioni” di Julie è
accompagnata dalla sua voce come in un romanzo di formazione. Julie è una sorta
di David Copperfield meno morale, millennial appunto, nel quale David è
diventato il coprotagonista, il compagno fumettista Aksel che, come sottolinea
Lorenzo Gramatica in un articolo su Lucy, “la psicanalizza molto”.
In entrambi i film di Trier c’è, fra forma e significato, un’assonanza
simbolica, ma mai irrigidita. In Sentimental Value, in cui la storia di
formazione si sposta sulla tematica familiare, la presenza della narratrice
esterna si somma a una prospettiva spostata sul ruolo che gli oggetti,
specialmente la casa, svolgono sul piano affettivo-simbolico, determinando una
differenza fondamentale con il film precedente, che dà alla narrazione una nota
quasi favolistica. Nella prima “presa diretta” sulla casa, sulle parole del tema
di infanzia di Nora, l’ultima inquadratura ci mostra la casa con una ripresa
bassa, dove la vediamo torreggiare nella sua verticalità, sottolineata dal tetto
centrale a punta, sempre istoriato con modanature rosse. La venatura favolistica
che si genera nell’intreccio fra inquadrature, richiami all’infanzia, e
personificazione della casa rende quest’ultima quasi un elemento magico.
La casa può essere intesa come una sorta di aiutante magica che veglia sui suoi
abitanti, come quando Nora si immagina che la casa guardi lei e Agnes svoltare
l’angolo del vialetto e le inquadrature ci suggeriscono che gli occhi della casa
sono proprio le sue finestre. La casa è tuttavia, al contempo, un’antagonista
apparente: un esperto di cinema mi ha fatto notare come la casa sia quasi
“un’emanazione”, una forza soprannaturale, peraltro dotata della stessa ironia
tragica di Nora e del padre Gustav. Quest’ultimo si ostina a voler girare il
film nella casa, ma con una inautentica produzione Netflix e un’attrice che,
seppure stimata, non è la figlia Nora per la quale il copione è stato scritto e
che si rifiuta di recitare nel film del padre.
> In Sentimental Value, in cui la storia di formazione si sposta sulla tematica
> familiare, la presenza della narratrice esterna si somma a una prospettiva
> spostata sul ruolo che gli oggetti, specialmente la casa, svolgono sul piano
> affettivo-simbolico, determinando una differenza fondamentale con il film
> precedente.
Figlia e padre si ostinano, alla stessa maniera, in una sorta di dissociazione
cognitiva. Sanno di non stare bene, ma si ostinano, forzano la vita. Gustav,
ubriaco e tormentato, siede a un certo punto nel cortile della casa e le fa il
dito medio, forse proprio perché non preparato a cogliere l’input della
casa-emanazione, che gli indica l’impossibilità di girare il film al suo
interno. Il legame fra Gustav e Nora è dato non soltanto da “epigenetiche”
affinità elettive e contrastive, ma anche proprio dal loro legame con la casa,
di cui, a loro modo, riconoscono la vitalità misteriosa: prima Gustav,
ostinandosi a viverci con la famiglia nonostante la madre si sia suicidata nella
casa, poi Nora che scrive il tema, dotando la casa di magica agentività.
Quando all’inizio del film Gustav è nella casa per il funerale della ex moglie e
madre di Nora e Agnes, dice alla prima figlia di doverle parlare, ma “non qui”.
“Non qui” prefigura l’impossibilità di ricomporre le fratture dentro la casa. La
prefigurazione simbolica di questa impossibilità è testimoniata anche nella
lettura iniziale del tema, in cui Nora scrive che il padre Gustav le ha spiegato
che la casa è stata costruita con un danno strutturale, quello stesso che genera
la crepa del muro della sua camera da letto. Un altro oggetto chiave del film è
proprio il letto: prima quello della cameretta d’infanzia di Nora, poi quello di
scena accanto al quale piange riversa in un momento che segue una scena
fondamentale del film, quella in cui Gustav e Agnes si confrontano al compleanno
del nipote, figlio di Agnes, e infine quello della casa in cui vive da sola e si
abbraccia con la sorella dopo aver finalmente letto il copione scritto dal
padre.
La seconda di queste tre scene fa emergere chiaramente lo sconfinamento fra arte
e vita, realtà e finzione, e la nozione derridiana della testualità estesa:
inducendoci a pensare che Nora stia piangendo nella sua stanza, quando invece
sta recitando, come ci rivela l’allargarsi della ripresa che mostra il palco e
gli altri membri della compagnia teatrale che osservano la scena, Sentimental
Value pone la questione della verità dell’arte e nell’arte. Sempre seguendo
intrecci e snodi narrativi e visivi con grazia, a un certo punto, Nora racconta
alla sorella Agnes il senso di libertà che le dà preparare il personaggio, di
cui parla con termini che richiamano le due monumentali opere di Stanislavskij,
Il lavoro dell’attore su se stesso e Il lavoro dell’attore sul personaggio.
Quando Nora dice ad Agnes che solo in quel momento può esprimersi, accedere alla
propria emotività, la sorella realisticamente le dice “quindi non vuoi essere te
stessa”. Forse quello che manca all’attrice Nora è proprio, come affettuosamente
suggerito dalla sorella, più radicata nella realtà, “il lavoro dell’attore su sé
stesso”, che d’altronde manca anche al padre Gustav il quale, con argomentazioni
cursorie e poco aggraziate, scatena quel pianto autentico che poi si rivela
finzionale. Proprio in quella sequenza di scene, dove simbolicamente la famiglia
sta festeggiando il compleanno del nipote, figlio di Agnes, il legame tra figlia
e padre è silenziosamente mostrato in un momento che è forse il più minimalista
ed eloquente del film, dove i due fumano insieme, guardandosi un po’ divertiti,
in un cortile con il prato verde e illuminato da una luce soffusa del tramonto.
Il filtro emotivo determinato dai colori non è idiosincratico e autoriale come
il pastello che caratterizza Amarga Navidad di Almodóvar prima nominato; lungi
dal paragonare la poetica almodovariana a quella di Trier, che è del tutto
differente, ma risponde sempre a quel criterio di grazia preso in prestito
all’inizio di questo articolo. Di scene rivelatrici ne compaiono altre durante
il film, come quando il rosso delle modanature istoriate della casa lascia alla
fine spazio al bianco, in un’altra scena rivelatrice/ingannevole nella quale,
come quella delle prove a teatro, vediamo la facciata ristrutturata. Prima di
giungere però alla conclusione del film, che viene rivelato in questo articolo,
ingannevolmente e idiosincraticamente spoilerante per chi ancora non lo ha
visto, qualche altra circonvoluzione.
> La grazia nell’equilibrio fra arte e vita nel film di Trier scaturisce proprio
> dal fatto che l’una non guarda mai l’altra con superiorità, e sfata il binomio
> secondo cui una vita più risolta non può produrre arte di valore.
Nel suo articolo su Sentimental Value, Gramatica definisce come una delle parti
peggio riuscite del film una scena in cui i volti dei membri della famiglia si
alternano, in un chiaro tributo a Bergman. C’è un altro momento bergmaniano, che
viene poi ripreso a distanza in chiave variante, quello in cui Nora compare
sulla scena per la prima volta, con la “scenografia sospesa” alle sue spalle e
il suo volto è illuminato soltanto per metà. Commentando la visione di Persona,
Dario Tomasi, durante una lezione di cinema all’Università di Torino, citò i
versi montaliani: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo
nostro informe […] Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che
non vogliamo” (in Ossi di seppia). Il significato dei versi di Montale,
corrispettivo poetico del volto illuminato alla maniera bergmaniana, è espresso,
in modo molto più realistico, dalla frase di Agnes “quindi non vuoi essere te
stessa” detta alla sorella Nora.
Proprio la praticità della frase di Agnes, ricercatrice in ambito storico che
porta alla luce, dall’archivio, la storia delle torture naziste subite dalla
nonna paterna, dissidente politica, mette in luce il dialogo fra arte e vita,
esponendo la necessità del “lavoro dell’attore su sé stesso”. La grazia
nell’equilibrio fra arte e vita nel film di Trier scaturisce proprio dal fatto
che l’una non guarda mai l’altra con superiorità, e sfata il binomio secondo cui
una vita più risolta non può produrre arte di valore. L’articolo di Gramatica
parla anche di cliché freudiani applicati come da manuale, e tuttavia la
modalità magico-metaforica li rende poco enfatici e scontati: la casa con il suo
danno strutturale non può riparare né essere riparata, ma le crepe affettive che
in essa si sono generate, il “valore affettivo”, sentimental value, fa sì che,
per citare un articolo apparso di recente su questa stessa rivista, Cannes 78 di
Elvira Del Guercio, Nora riesca ad “abitare il dolore per ascoltarlo e poi
trasformarlo”.
“Non qui” pronunciato da Gustav a inizio film, è una frase che informa
metaforicamente tutto il film, che permette di fatto, volgendo in chiave
positiva una frase tratta dallo stesso articolo di Del Guercio, che “la figura
che esce dai canoni”, Nora, possa riconoscersi nel padre e “con altre sue
ramificazioni”, trovando “una collocazione” affettiva. Se talvolta il percorso
delle protagoniste donne, come sottolinea Del Guercio commentando i nodi
simbolici dei film del festival di Cannes 2025, può avverarsi solo con una
scissione netta dal nucleo familiare, abdicando al proprio ruolo sociale, o
gridando al ritorno delle streghe ‒ come accade per esempio in alcuni romanzi
modernisti come Lolly Willowes o l’amore cacciatore (1926) di Silvia Townsend
Warren, dove “aunt Lolly” sfugge al suo destino di nubile zia zitella
economicamente dipendente dal fratello e si trasferisce a Great Mop, fra streghe
e stregoni, riscrivendo in chiave antidialettica il patto con il diavolo, topos
da sempre monopolizzato in chiave etero-dialettica o come, direbbe forse
Derrida, “fallologocentrica” ‒, Nora, chiaro richiamo alla Nora ibseniana, può
mantenere emancipazione e affetti. La sua agnizione consiste nel poter accettare
la somiglianza con il padre e ricucire le ferite del passato, andando oltre.
Come spiega Steve Brusatte, professore all’Università di Edimburgo, in un
articolo uscito di recente su Le Scienze, alcune specie di dinosauri
sopravvissero all’asteroide che causò la fine del Cretaceo. Da questi stessi
dinosauri, che avevano caratteristiche “aviane”, si sono evoluti gli uccelli. In
maniera analoga, è possibile talvolta volare via dai macigni del passato.
Gramatica definisce The Worst Person in the World e Sentimental Value due film
in cui l’umanesimo un po’ antropologico, un po’ psicologico di Trier appare
chiaramente. Effettivamente anche la prospettiva spostata sugli oggetti, la
magica casa-emanazione, è profondamente umanistica. A primo impatto, il film di
Trier, visto in una grigia giornata di febbraio a York, con un crepaccio
geografico dagli affetti familiari, è entrato nella mia mente
“quantisticamente”, per riprendere la teoria quantistica della letteratura di
Terrinoni, in contatto con delle informazioni sulla cosiddetta Object-Oriented
Ontology, anche nominata come OOO, triple O, da colui che l’ha formalizzata,
Graham Harman (2017; Ontologia orientata agli oggetti, 2021).
Ma come sostiene lo stesso Harman nel suo saggio, ogni teoria è destinata a
sgretolarsi al contatto con la realtà; proprio per questo il filosofo si
dichiara socratico, prendendo di Socrate non tanto la maieutica, ma il principio
della non-conoscenza, una professione di umiltà in mezzo al dominante
positivismo scientista contemporaneo, e ripristinando, in maniera analoga, il
noumeno kantiano, ovvero “ciò che è pensato” e, più precisamente “l’essenza
pensabile”. Harman postula a fondamento della sua filosofia (la stessa corrente
di Iperoggetti, 2018, di Timothy Morton, e di Alien Phenomenology. What is Like
to Be a Thing, 2012, di Ian Bogost), una spinta postumana, postantropocentrica e
“antiletterale”, “antiriduzionista”, radicata in una salda base di estetismo con
un’attenzione privilegiata verso la metafora. In particolare, Harman utilizza
come vessillo di questo estetismo un saggio del filosofo e scrittore spagnolo
Ortega y Gasset sulla metafora.
> Nora, chiaro richiamo alla Nora ibseniana, può mantenere emancipazione e
> affetti. La sua agnizione consiste nel poter accettare la somiglianza con il
> padre e ricucire le ferite del passato, andando oltre.
Questa associazione quantistica si è rivelata poi errata dal punto di vista di
una applicazione “filologica” della OOO al film di Trier: dopo vari tentativi di
interpretazione alla luce delle triangolazioni di desideri e affetti mediati
dalla casa, dopo aver individuato come elementi mediatori nella narrazione la
casa, i bambini, Agnes piccola prima e suo figlio poi, la stufa attraverso cui
di generazione in generazione si spiano le voci o si colgono frammenti di
conversazione; dopo aver tentato di definire la casa come “chair” ovvero “carne
del mondo” alla maniera della fenomenologia di Merleau-Ponty (Fenomenologia
della percezione, 1945), ciascuno di questi puntelli teorici è venuto meno,
sgretolandosi e distruggendo la speculazione teorica come un asteroide che fa
strage di T-rex e triceratopi teorici.
Ho rivisto per la seconda volta Sentimental Value nella mia casa di famiglia,
quella dove spesso avremmo dovuto dire “non qui” perché si sa che gli errori di
costruzione allargano le crepe e le trasformano in crepacci e fratture. C’erano
i rumori, gli odori, i colori, le tonalità cangianti del marmo anni Cinquanta e
le prime speculazioni sulla forma speculativa dell’articolo sono state travolte
dal dubbio amletico. Quello stesso dubbio che accompagna Sentimental Value
(alcuni hanno letto un parallelismo fra il film di Trier e Hamnet), impersonato
da Nora, che fieramente dichiara di dover recitare non Ofelia, ma Amleto.
La seconda volta delle tre in cui la vediamo recitare, Nora entra in scena con
meno esitazione e, con abbigliamento moderno, si dirige sicura verso una
scenografia dove un lungo telo rosso di plastica, come le modanature istoriate
della casa le illumina nella penombra tutto il volto. Stavolta la luce piena e
rossa sottolinea simbolicamente la rabbia di Nora, quella che il padre Gustav le
aveva attribuito nella sequenza di scene di cui fa parte anche quella della
sigaretta, che poco dopo lascia spazio al vuoto. A questo punto, Nora è convinta
dalla sorella a leggere il copione del padre e per la terza volta una scena
chiave si svolge non davanti né accanto ma sul letto della casa di Nora, dove le
due sorelle si abbracciano.
La terza e ultima volta che vediamo Nora recitare, un’altra inquadratura
ingannevole che mescola i piani dell’arte e della vita ci fa credere che il film
di Gustav, dove ha accettato di recitare, sia girato nella casa familiare. Ma
“non qui”, nella casa. Le riprese si svolgono infatti in un luogo intermedio, un
teatro di posa, dove la casa con le sue magiche emanazioni, i dolori di cui si
sono impregnati i suoi pavimenti, il rosso della facciata, tacciono per lasciare
spazio alla trasformazione. L’inquadratura si allarga ed ecco di nuovo Nora e
Gustav, impacciati e contenti, con quella grazia pacificante che solo l’arte può
dargli. E la casa ghignante ma benefica rimane un “noumeno socratico”,
un’emanazione che invita ad andare oltre.
L'articolo Un danno strutturale proviene da Il Tascabile.
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I n un mondo che si dice complesso e complicato, difficile da comprendere e
attraversato da radicali contraddizioni non fa per nulla male recuperare la
figura di un eclettico per eccellenza, sempre in disaccordo con il mondo e in
particolare con sé stesso, ma capace di intuizioni che hanno rivoluzionato la
cultura contemporanea e in particolare quella cinematografica, di cui fu il più
grande pioniere e teorico.
La figura di Sergej Ejzenštejn è infatti complessa, stratificata e capace di far
perdere al lettore ogni riferimento plausibile; Ejzenštejn fu tutto il cinema
moderno e la sua negazione, fu rivoluzionario e conformista, eretico e
allineato. Definire quindi semplicemente Ejzen. Opera buffa (2026, traduzione di
Claudia Zonghetti) come una biografia romanzata appare quasi un’ingenuità
rispetto al lavoro di scavo e decrittazione compiuto negli anni dalla scrittrice
tatara Guzel´ Jachina sulla vita del grande genio lettone. Jachina è autrice di
tre romanzi di cui due già tradotti in italiano, Zuleika apre gli occhi (2017) e
Figli del Volga (2021), che affrontano la storia russa e il suo rapporto con la
rivoluzione d’ottobre e in particolare con l’ideologia sovietica che porrà una
sorta di tappeto (polveroso) sulle diversità dei popoli, che si ritroveranno,
più ancora che con lo zar, sotto il dominio di un unico potere.
> La bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a
> trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al
> mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo
> una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi.
Scavare e riportare alla luce la molteplicità di quel mondo che da Occidente
appariva (e appare ancora oggi purtroppo) oltre che inscalfibile, vergato solo
di rosso è una delle qualità che più definiscono l’agire letterario di Guzel´
Jachina, a cui si aggiunge nel caso di Ejzen. Opera buffa una capacità mimetica
straordinaria, che riprende in altro modo i concetti visivi del regista di Riga
per riposizionarli sulla pagina scritta. Non va infatti immaginato il romanzo
come una classica ricostruzione biografica con l’aggiunta di elementi
sentimentali, anzi la bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel
riuscire a trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che
insieme al mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al
romanzo una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi: “la
macchina da presa di Tisse valicò ‒ letteralmente, nel senso fisico del temine ‒
i limiti abituali della cinematografia . Prese il volo. Un volo precipitevole e
bizzoso. Si librava sopra le teste delle persone, si avvicinava per fissarle, si
allontanava godendosi la plasticità del fiume umano che scorreva giù per la
scalinata del porto fino alla riva”.
Far esplodere il cinema, urla come fosse un obbligo necessario Vertov. Il grande
schermo bianco viene immerso nella medesima ondata popolare della rivoluzione.
Il senso per la massa, l’uomo massa che sembra cogliere per la prima volta nella
storia il senso della propria appartenenza. Un urlo diffuso, un piacere
ancestrale, una liberazione voluta e inseguita per millenni che coglie ora la
gioventù agli albori del Novecento. Difficile aderire alla realtà e anche a
molta retorica successiva e non avvertire il senso di un movimento superiore che
fu nell’anima delle persone e che Sergej Ėjzenštejn arriva a portare su schermo
con una forza mai vista fino ad allora. Difficile anche non credere alla
rivoluzione quando la rivoluzione appare al cinema. Difficile non farsi attrarre
da un movimento che si mostra superiore e determinato, un glorioso avanzare. Un
sole dell’avvenire che non fu solo frutto di ideologia, ma che fu un sentimento
capace di coinvolgere e far desiderare.
Ed è nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende
forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente
sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la
generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante. Così ecco che
dal piacere, dal godimento prende corpo una paura panica nuova. Un terrore che
sembra appartenere a secoli passati e che invece rimbomba ora nelle sale delle
torture e degli interrogatori: “Pianse anche Ejzen, impalato in corridoio, in
mutande e a piedi nudi; e non erano le lacrime isteriche che quietano l’anima,
ma quelle amare degli adulti, quelle che l’anima la prosciugano e fanno stare
ancora peggio”.
> È nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende
> forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente
> sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la
> generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante.
Il risveglio è terribilmente feroce, ma non c’è via di scampo possibile, non
esiste la fuga, ma un ostinato stare, un presente che diviene assoluto
all’interno di una lotta nuova. Nel mezzo una nuova possibilità, la chiamata di
Hollywood, allora ancora in cerca d’identità e soprattutto pronta a tutto pur di
assicurarsi i più grandi registi dell’epoca. Il contratto è ricchissimo, ma le
divergenze sono, se possibile, anche maggiori e tutto s’interrompe nell’arco di
un anno. Per Ejzen arriva il soggiorno in Messico, il tentativo di un
documentario che verrà bruscamente interrotto dalla chiamata di Stalin, la
richiesta ‒ inappellabile ‒ è quella di fare ritorno subito a Mosca. Complice il
suo girovagare in Occidente, ormai Ejzen è inviso al regime, la sua fortuna
inizia ad abbandonarlo e la sua libertà creativa viene messa continuamente in
discussione, fino allo sfinimento, fino a lasciarlo sempre più ai margini,
malato e fragile:
> Dopo l’infarto alla Casa del Cinema, Ėjzenštejn vive altri due anni, ma lui
> per primo non riesce a chiamarli vita. È sopravvivenza, niente di più. È
> l’epilogo di un romanzo. Come quando, a riprese ultimate, l’attore non riesce
> a uscire dal ruolo e resta nel personaggio per qualche minuto ancora, pur
> rendendosi conto che lo “Stop!” finale è già risuonato e la telecamera è ormai
> spenta.
Guzel´ Jachina s’inscrive nel solco di una letteratura storica contemporanea che
però sceglie l’immedesimazione critica alla ricostruzione strettamente
cronologica degli eventi, che qui risultano deformati non tanto nei fatti, ma
nell’ottica. Un’espansione che in questo caso traduce in pagina la teoria
cinematografica di Ejzen. Un gioco capace di sedurre il lettore, ma che al tempo
stesso ‒ riducendo al minimo ogni elemento didascalico ‒ risulta capace di
offrirgli un campo di visione amplissimo, che va dal carattere alle idee,
all’umanità intrecciata a un’intimità svelata e a una visione politica e
pubblica di sé e della sua arte. Un lavoro che richiede precisione e uno scavo
d’archivio approfondito insieme a un’ossessione e a un legame affettivo profondo
con il protagonista da parte dell’autrice, da cui necessariamente deve poi
distaccarsi una volta messo in pagina.
Ed è qui che prende forma un movimento di rispecchiamento dentro al quale
inevitabilmente risultano coinvolti anche i lettori. Una letteratura che va ben
oltre la narrativa storica e i suoi appiattimenti e che regala personaggi
letterari inediti pur originandosi da figure storiche, similmente a quanto
accade nei libri di Jean Echenoz o di Edgardo Franzosini. Impossibile non
restare così sedotti da una delle figure più enigmatiche e geniali del
Novecento, la cui vita non andò oltre i cinquanta anni e che oggi ‒ a quasi
ottanta anni dalla sua scomparsa ‒ appare vivida e centrale per comprendere la
crisi che sembra attraversare quel mondo come il nostro: “Pensi di farcela tu,
di cavartela, di scamparla? Di essere l’unico che riuscirà? Provaci”.
L'articolo Ejzen. Opera buffa di Guzel´ Jachina proviene da Il Tascabile.
A lle immagini la filosofia attribuisce, fin quasi dai suoi inizi, una forza
ragguardevole e controversa: schermo, esca, apparenza, inganno, qualcosa la cui
realtà consiste nel farci mancare quello che realtà è per davvero. Per i tipi di
Orthotes appare il volume L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo
(2026). L’autore è Pietro Bianchi, critico cinematografico e teorico del cinema,
attivo nell’Università della Florida. Bianchi colloca la sua interrogazione di
immaginario e sguardo al crocevia di filosofia, cinema e teoria psicoanalitica
lacaniana. In questo modo non soltanto tocca snodi fondamentali dei discorsi di
cui si serve, ma interviene anche su un nervo scoperto del presente. L’immagine
sembra rappresentare infatti nuovamente un’inquietudine per la vita pubblica. La
preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per
via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né
referenti reali. Che cosa ci offrono il cinema e il pensiero per orientarci nel
campo del vedere e nei suoi mutamenti?
Il volume inquadra fin dall’inizio e giustamente la questione nei termini del
mutamento storico e tecnologico, termini che rimangono peraltro decisivi fino
alle conclusioni. È possibile ragionare sui temi dello sguardo,
dell’immaginario, della visione, dell’immagine, dell’immaginazione come di campi
e facoltà astratte ed essenzialmente astoriche, come di puri eventi e regioni
mentali; così come è possibile aggiungere a questi oggetti, occasionalmente,
qualche merletto culturale, per esempio come quando affermiamo che il linguaggio
si sedimenta e influisce sulle percezioni (uno di quei tipici motti midcult
certamente veri ma non per questo conclusivi). Al contrario, Bianchi non si
limita all’idea che tecnologia e cultura materiali generano prodotti e linguaggi
che finiscono per dirigere gli apparati percettivi. La posta in gioco è
piuttosto l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di
un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo.
Assumendo questa prospettiva, i modi in cui si articola la visione in un
determinato mondo cessano di rappresentare l’incrostatura di una facoltà
mentale; e possono essere interrogati invece come le cifre più proprie della
visione in quel determinato mondo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi
o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei,
le finestre, eccetera.
Questo approccio all’oggetto di indagine permette di metterne a fuoco tanto le
caratteristiche salienti quanto, e altrettanto essenzialmente, le tendenze di
sviluppo. Permette cioè di rispondere a due domande contemporaneamente: cos’è la
visione? Come si sta trasformando? E lo fa includendo la possibilità che quello
che oggi chiamiamo visione e sguardo forse diventerà un giorno se non del tutto
almeno in parte irriconoscibile per animali che tuttavia condividono la nostra
anatomia e la nostra tradizione. Detto altrimenti, per sottolineare un’altra
peculiarità metodologica, assumere questo approccio significa includere di
principio che vi sia un’irriconoscibilità possibile nell’oggetto di indagine,
cioè che l’oggetto di indagine custodisca un’inquietudine che gli è propria e
può essere analizzata.
> La posta in gioco è l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura
> materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e
> dello sguardo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma
> con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre,
> eccetera.
Questo potenziale di irriconoscibilità interno alla visione non si dà tuttavia
soltanto fra umani possibili, differenti e distanti nel tempo e nello spazio; ma
anche nello stesso sguardo della stessa persona. Per un verso, infatti, alla
vista si imputa l’autorevolezza di un rapporto al mondo distaccato, non in balia
delle preferenze individuali, oggettivo, veridico. Per l’altro, nel campo della
visione si collocano anche l’illusione e l’allucinazione: un rapporto al mondo
troppo individuale, soggettivo, non più verificabile da secondi o da terzi. Ci
sono anche esperienze più quotidiane che testimoniano della tensione interna al
vedere: l’intensità del desiderio che si esprime nel fissare, così come il
fastidio dell’essere oggetto di qualcuno che ci fissa; i colori vivi con cui
dipingiamo un ricordo gioioso, ma anche l’eccessivo distacco nel quale
percepiamo un’improvvisa estraneità, un’alienazione, e le cose ci appaiono
lontane, indifferenti o addirittura ripugnanti; le immagini dei sogni. Sono
tutti esempi di un’individualità che si apre nel mezzo di un rapporto visivo che
è anche, o altrimenti perlopiù, oggettivo.
Ora, il cinema è o almeno è stato, per Bianchi, l’istituzione preposta
all’articolarsi di questa inquietudine, le sale cinematografiche sono state “il
luogo in cui un’intera comunità rifletteva su sé stessa, sulle proprie memorie
rimosse, sui propri desideri inconsci, sui propri traumi e sui propri enigmi,
attraverso le immagini”. Perché questo? Le ragioni si trovano secondo Bianchi
proprio nella materialità del cinema e delle componenti (anche) tecnologiche che
lo caratterizzano.
L’argomento si sviluppa a partire dal concetto di “inconscio ottico” discusso da
Walter Benjamin. Fotografia e cinepresa permettono di “scavare un buco nel
visibile”: se la visione quotidiana è caratterizzata da determinati pattern
percettivi, fotografia e cinepresa permettono di rendere visibile, di
concentrarsi su ciò che nella visione quotidiana è o ignorato o addirittura
invisibile. Senza, non avrei prestato attenzione a questo particolare, non
sarebbe possibile osservare la serie dei movimenti di un corpo, tantomeno questi
organismi che vivono sulla mia pelle, o il calore dei corpi. Determinati
apparati tecnici ci permettono di vedere ciò che, nella visione quotidiana, non
viene altrimenti all’attenzione. Non si tratta tanto di piccole percezioni –
elementi minimi e ignorabili – quanto dell’emergere di un rapporto, interno al
campo della visione, a qualcosa di inatteso.
Proprio in virtù di questa caratteristica, la visione cinematografica sarebbe
analoga all’operazione del fantasma, nozione psicoanalitica, compreso come per
un verso “la scena in cui il soggetto inscrive il proprio desiderio” e per
l’altro “lo spazio in cui soggettivo e oggettivo cessano di essere
distinguibili”. Un punto chiave di questa riflessione piuttosto interna alla
teoria psicoanalitica lacaniana e al vocabolario della filosofia francese degli
anni Sessanta è che nel campo della visione la dimensione fantasmatica emerge in
maniera particolarmente apprezzabile quando all’articolarsi di un desiderio la
distanza e la differenza che caratterizzano il vedere quotidiano – un rapporto
distaccato e oggettivo al mondo – si trasformano in una indifferenziazione fra
soggettivo e oggettivo, investita eroticamente. Bianchi prende qui a riferimento
il film Il vaso di Pandora (1928) di Georg Wilhelm Pabst. Scrive:
> Il film […] racconta l’ascesa e la rovina di Lulu […]. La parabola tragica di
> Lulu è segnata dalla forza seduttiva del suo corpo e dal modo in cui esso
> mette in crisi le convenzioni morali e sociali […]. La scena centrale […] è
> quella in cui Schön, il rispettabile editore che ha sposato Lulu, sopraffatto
> dalla gelosia e dall’angoscia per la sua irrefrenabile vitalità erotica,
> estrae una pistola. Ne segue una colluttazione convulsa, quando
> all’improvviso… parte un colpo, e sullo schermo dall’avvinghiarsi dei corpi
> sale una nuvola di fumo. Per diversi secondi lo spettatore non sa chi sia
> stato colpito, né chi abbia sparato. […] In questa indeterminatezza […] si
> apre una dimensione propriamente fantasmatica: non ci sono più soggetti e
> oggetti chiaramente distinti che interagiscono in modo causale, ma un
> cortocircuito in cui attivo e passivo collassano l’uno sull’altro.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una
dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui
espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici. Sebbene
questa possibilità non sia esclusiva dell’operazione cinematografica, è fuor di
dubbio che il cinema ne sia il luogo elettivo.
> Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una
> dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui
> espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici.
In questo snodo concettuale – in cui si articolano tecnicità e materialità,
dimensione fantasmatica e campo generale della visione – si ritrova dal mio
punto di vista la torsione dialettica più decisiva e più interessante del testo.
Bianchi riesce a mostrare come la tranquillità distante della visione
quotidiana, che si comprende distaccata e metterebbe al riparo dalle intensità
allucinatorie dell’individuo e delle sue fantasie, non solo è già composta da un
mélange di oggettivo e soggettivo; ma soprattutto viene ribaltata di segno, una
volta che l’apparato tecnico e lo sviluppo storico e materiale vengono messi a
fuoco. Il preteso distacco e la pretesa spontaneità della visione quotidiana si
rivelano speciosi, mentre l’intervento artificiale, anziché produrre
un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di
irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso
rimane implicito.
Questo guadagno teorico viene poi elaborato nel testo in diverse direzioni. Una
scelta interessante di Bianchi consiste nel mobilitare l’apparato concettuale
lacaniano in sinergia con la filosofia di Gilles Deleuze (e la sua ricezione di
Henri Bergson). Spesso i due pensatori vengono opposti in modo ingenuo e
piuttosto manualistico: enfatizzando le critiche mosse da Deleuze alla
psicoanalisi, sottolineando l’eredità hegeliana in Lacan, opponendo le
rispettive teorie del desiderio. Bianchi opta piuttosto per un dialogo fra i due
pensatori e, in un certo senso, per le tradizioni di cui vengono fatti
segnaposti (un dialogo già tentato).
Due teoremi in particolare vengono articolati uno sull’altro. Per un verso,
l’idea di Lacan di una sostanziale incompletezza della realtà come insieme
ordinato, idea espressa nella definizione di reale come “ciò che l’intervento
del simbolico rigetta dalla realtà”. Seguendo l’analogia con il campo della
visione, possiamo comprendere il concetto di “inconscio ottico” in questi
termini. Abbiamo a che fare con un campo costituito essenzialmente da
un’esclusione o, detto in altri termini, con una realtà “fratturata, divisa, […]
antagonistica”. Personalmente, non credo che la tesi dell’incompletezza sia
equivalente alla tesi dell’antagonismo, un argomento che mi sembra debba molto
al lacanismo di Ljubljana, né che dalla prima si derivi immediatamente la
seconda, ma lascio questo problema in disparte. Quel che conta è l’assunto che
la realtà, anziché costituirsi come tutto ordinato, in cui ogni elemento ha il
suo posto proprio, sia caratterizzata da un’inerente instabilità: non è fissata
una volta per tutte ed è attraversata da antagonismi.
Per l’altro verso, questo supporto speculativo viene specificato nei termini di
un’equazione fra divenire e immagine, seguendo qui la linea deleuziana: tutto
ciò che diviene, diviene esprimendosi e imprimendosi, agendo e reagendo.
Mettersi in immagine non è altro, secondo questa seconda linea, che il processo
e flusso continuo di espressione e impressione di ogni cosa sulle altre cose: la
realtà viene compresa come un costante mettersi in immagine di ogni cosa e su
ogni cosa. Il rischio di una concezione del genere è naturalmente quello di
rappresentarsi la realtà come un processo omogeneo, una gran melassa. La
determinazione e la molteplicità devono essere integrate, e ciò avviene nel
senso di “micro-intervalli” che “tutti gli esseri viventi” istanziano. Ogni
essere vivente rifrange il divenire immagine della realtà e così facendo evita
il collassare delle determinazioni e delle fratture – dimensioni care a Bianchi
– nell’oceano di una presupposta unità-flusso primigenia.
> L’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta
> proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine
> che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.
Il cinema e la macchina da presa rendono possibili proprio il cristallizzare,
l’articolare e l’emergere di queste rifrazioni, interruzioni e divisioni, per le
caratteristiche di cui sopra abbiamo già parlato. Scrive Bianchi: “Il cinema non
è rappresentazione. Il visibile non è questione di rivelazione, di svelamento o
di disvelamento […]. Il visibile è piuttosto questione di abitare la dimensione
del ‘non-tutto’. E la macchina da presa, in questo senso, è forse uno degli
strumenti per mantenere viva e possibile tale utopia.” La capacità di muoversi
in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal
puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in
ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una
dimensione etico-politica.
Torniamo però alle due linee guida che si trovano nel percorso di Bianchi:
l’incompiutezza sostanziale e la realtà come flusso. I due paradigmi sono tenuti
insieme da un problema metafisico classico: il rapporto fra l’uno e i molti.
Problema non facile da risolvere e, non necessariamente risolto
dall’affermazione che ogni vivente rappresenta un micro-intervallo: questa
rischia o di essere una proposta puramente nominalistica, che chiama alcuni
flussi intervalli senza mostrare esattamente in cosa i secondi si
distinguerebbero dai primi; o di presupporre la determinazione nell’uno-flusso,
rendendo a questo punto vacuo il concetto di realtà come divenire generale.
Sottolineo questa tensione non per puntiglio metafisico, che sarebbe un
capriccio inutile, perché Bianchi non sta scrivendo in primo luogo un trattato
di metafisica, pur adoperandone alcune categorie fondamentali. Lo faccio per
allacciarmi alla tensione stessa che anima il libro e che si lega, a sua volta,
alla tensione che caratterizza il cinema oggi come istituzione storica e, a un
tempo, come campo dell’esperienza estetica. Questa tensione è identificata da
Bianchi con molta acutezza e credo che sia, questo davvero, il senso più proprio
in cui il testo riesce ad abitare il divenire come dimensione del non-tutto:
cioè non come macro-flusso micro-intervallato dai viventi (e per esempio perché
non intervallato proprio dall’apparato tecnico, che mai è stato vivente?); ma
proprio come trasformazione, caratterizzata da delle tendenze, ma senza un
risultato predeterminato.
Mi spiego meglio, in riferimento alle letture che Bianchi stesso fa di due film,
La Bête di Bertrand Bonello e Aggro Dr1ft di Harmony Korine, apparsi nel 2023.
Prendo i due film come rappresentativi della tensione che si riscontra nel
libro: quella fra i paradigmi dell’incompiutezza e della fratturazione, per un
verso, e del divenire come flusso per l’altro. Entrambi questi film fanno i
conti con i cambiamenti sociali e tecnologici che inevitabilmente raggiungono
anche il cinema e il suo regime estetico: la visione e lo sguardo sono sempre
meno delegati all’istituzione cinematografica, alla voce di una critica
autoriale, all’esperienza della sala buia; l’audiovisivo viene letto su
dispositivi digitali, il testo si adatta alla formattazione da social media,
l’intervento interpretativo si spande nel raccoglitore di recensioni; l’immagine
diventa sempre meno il luogo di un’interpretazione evocata con il testo e sempre
più il luogo di processi di azione e reazione, non interrogazione ma operazione.
In La Bête, vediamo un mondo in cui l’intelligenza artificiale ha permesso di
stabilire l’immaginario come campo di “visibilità assoluta”, in cui ogni
emozione disturbante o inquietudine viene espunta dall’individuo: “la paura e la
bestia sono stati igienizzati, e quindi non sono più nulla”, scrive Bianchi,
chiedendosi allo stesso tempo, e riferendosi a una scena del film: “Sarà allora
il grido finale di Léa Seydoux l’ultima resistenza alla catastrofe?”, al “vuoto
che il digitale lascia dietro di sé”? E risponde: “Forse. Ma è nel finale del
finale che avviene il colpo di genio di Bonello, che al posto dei credits mette
un QR-code […] e che così sfonda la quarta parete e ci mostra quello che
implicitamente era già stato profetizzato nelle due ore e mezza precedenti: un
pubblico fatto di smartphone che guardano lo schermo del cinema e che poi si
incamminano verso l’uscita del cinema assorti nei propri schermi digitali”.
> La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata
> dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio
> nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi
> sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione
> etico-politica.
Ancora più intensamente, l’operazione di Aggro Dr1ft è un abbandono delle
categorie interpretative, nella lettura di Bianchi, per abbracciare e tuffarsi
nello sviluppo tecnologico e sociale che il digitale ha portato nel campo del
vedere. L’immagine non è più un centro di interrogazione, interpretazione,
interruzione, ma diventa il concatenamento di cause ed effetti, dove la visione
diventa “espansione diffusa”: immagini che generano immagini che generano
immagini. Commenta Bianchi: “La pura immanenza del mondo delle superfici scivola
via senza resistenza né arresto, perché non esiste alcun ‘fuori’, tanto meno lo
sguardo. Il mondo, ci dice Korine, è questo: resta solo decidere se abbiamo il
coraggio – e la giusta dose di disperazione – per stare al gioco. Magari fino ad
abbracciare del tutto il regime delle immagini operative, che però immagini,
ormai, non lo sono più.”
Con queste ultime parole si chiude L’inquietudine dell’immaginario. Il binomio
offerto da La Bête e Aggro Dr1ft, e dalle letture puntuali che ne dà Bianchi,
rappresenta al meglio, per me, l’altro cuore pulsante del libro: il suo abitare
la trasformazione del cinema partecipandovi. In effetti, una trasformazione è
tanto più tale quanto più ciò che si trasforma oscilla sul bordo della sua fine:
si è trasformato meno ciò che assomiglia a sé stesso, si è trasformato di più
ciò che si allontana da com’è stato. Il cinema si trova su questa soglia: il
mezzo tecnico, la pratica sociale, il codice culturale lo portano alla soglia
della sua dissoluzione: l’immagine che non è più immagine, come formula Bianchi.
Un paradigma – quello incarnato dal film di Korine – che è emblematicamente
vicino proprio alla metafora del macro-flusso, dove i micro-intervalli certo ci
sono, fra un’immagine e l’altra, ma le cristallizzazioni e le interruzioni non
operano come spazi di domanda e interrogazione, ma come altri rimbalzi, altra
immagine.
È per questo motivo che il libro di Bianchi abita la stessa trasformazione che
viene discussa e che a sua volta si riflette nelle tensioni teoriche interne al
libro. Nell’incertezza del divenire del cinema ritroviamo quell’inquietudine e
quell’irriconoscibilità dell’immagine che non sono solo un tema fra gli altri,
che un’indagine può discutere o anche esaurire. Ma si tratta finalmente anche
dell’inquietudine, se posso dir così, del soggetto dell’enunciazione: che abita
le trasformazioni sociali, tecnologiche, erotiche e culturali che cambiano il
cinema e la visione. Un cambiamento che rischia di (tra)sfigurare il cinema così
tanto da farne apparire il mutamento quasi come sparizione. Il libro di Bianchi
non ha soltanto il merito di puntare il dito su questa tensione, ma di
incarnarla: di dirci di guardare i film sapendo che e come possono sparire. In
questo senso, L’inquietudine dell’immaginario risponde alla preoccupazione sulla
realtà delle immagini: non afferrandone una sostanza – come mondo, flusso,
viralità o interruzione che siano – ma ponendosi nelle tendenze della
trasformazione storica e, per quanto possibile, tentando di dirigerne un passo o
offrirne una lettura.
L'articolo L’inquietudine dell’immaginario di Pietro Bianchi proviene da Il
Tascabile.
P er parlare davvero di Mary Poppins bisogna compiere un piccolo atto di onestà
con sé stessi: riconoscere che non stiamo parlando soltanto di un film Disney
del 1964, ma di un oggetto culturale che si è insinuato nel nostro immaginario
collettivo. È uno di quei titoli che molti credono di conoscere a memoria, che
sembrano rassicuranti, quasi innocui, e che invece, se osservati con attenzione,
rivelano una struttura narrativa sorprendentemente stratificata.
La trama, nella sua apparente semplicità, è lineare. Londra, inizi del
Novecento. La famiglia Banks vive in una casa elegante al numero 17 di Cherry
Tree Lane. Il padre, George Banks, è un uomo rigido, impiegato di banca,
convinto sostenitore dell’ordine, della disciplina e delle convenzioni sociali.
La madre, Winifred, è distratta dalle sue battaglie per l’emancipazione
femminile, figura affettuosa ma assente. I due bambini, Jane e Michael, sono
vivaci, fantasiosi, incapaci di adattarsi alle governanti che si susseguono e
fuggono una dopo l’altra. E poi c’è Bert, artista di strada, spazzacamino e
venditore ambulante. È in questo equilibrio precarioche irrompe MaryPoppins,
sospinta dal vento proveniente da est. Non si presenta come una semplice tata,
non chiede, non si adatta. Si impone con una sicurezza quasiimperturbabile.
Da quel momento, la casa dei Banks diventa il teatro di una trasformazione che
non riguarda soltanto i bambini, ma l’intera famiglia. Le giornate si riempiono
di magiche avventure; sotto la superficie musicale e coreografica, si muove un
filo narrativo preciso, la riconciliazione tra il padre e i figli, il recupero
di un’umanità soffocata dall’ossessione per il dovere e per il successo
economico. Il significato più immediato di Mary Poppins è quello di un inno
all’immaginazione come forza salvifica. Non una fuga sconsiderata dalla realtà,
ma una maniera per riabitarla in modo più autentico. La fantasia, nel film, non
distrugge l’ordine, lo riequilibra. Non nega la responsabilità adulta, ma la
rende più umana. Quando George Banks attraversa la crisi professionale e
personale che lo porterà a cantare “L’aquilone”, non è diventato un bambino. È
diventato un adulto capace di guardare il mondo con uno sguardo meno irrigidito.
La sua uscita nel 1964, in un’epoca di trasformazioni sociali e culturali,
amplifica ulteriormente il suo impatto. In un mondo occidentale sospeso tra
tradizione e modernità, tra disciplina postbellica e fermento rivoluzionario,
Mary Poppins propone una sintesi rassicurante ma non superficiale, il
cambiamento è possibile senza distruggere le fondamenta, la fantasia può
convivere con la responsabilità. Ed è forse per questo che il film continua a
essere oggetto di riletture, teorie, perfino complotti narrativi. Sono andato
alla ricerca di tutte queste interpretazioni, ho fatto un lavoro d’archivio
andando a cercare in forum e siti di tutto il mondo le ipotesi più o meno
assurde.
Se si pensa a Mary Poppins, la prima immagine che mi viene in mente non è
inquietante, non è perturbante, non è nemmeno misteriosa. È rassicurante.
> Il significato più immediato di Mary Poppins è quello di un inno
> all’immaginazione come forza salvifica. Non una fuga sconsiderata dalla
> realtà, ma una maniera per riabitarla in modo più autentico. La fantasia, nel
> film, non distrugge l’ordine, lo riequilibra.
Eppure, come spesso accade con i prodotti culturali che entrano nella nostra
formazione emotiva, a un certo punto qualcosa si incrina. Non il film in sé, ma
lo sguardo con cui torniamo a osservarlo. Crescendo, ci si accorge che certi
dettagli stonano leggermente. Che alcune dinamiche sono meno innocenti di quanto
sembrassero. Che sotto la superficie può celarsi un sottotesto più ambiguo.
La rete è diventata il luogo privilegiato di questa operazione di scavo quasi
ossessivo. Discussioni lunghissime, utenti che collegano universi narrativi
lontanissimi, che isolano fotogrammi, che analizzano battute come fossero
frammenti da decifrare. È in questo sottobosco digitale che Mary Poppins ha
conosciuto una seconda vita, non più fiaba musicale Disney del 1964, ma crocevia
delle più disparate teorie.
La prima e più immediata di queste ipotesi riguarda il rapporto tra Mary Poppins
e Bert. Alcuni teorizzano che Mary Poppins non sia solo capitata nella vita di
Bert per caso, ma che sia stata in passato la sua tata quando lui, bambino,
viveva un’infanzia difficile. La teoria si basa su un punto chiave: quando Bert
canta “Supercalifragilistichespiralidoso”, racconta di aver vissuto un periodo
della sua giovinezza in cui non parlava e di come quella parola magica abbia
cambiato tutto per lui. L’argomentazione di questa ipotesi è che solo Mary
Poppins avrebbe potuto insegnargli quella parola e che proprio lei gli avrebbe
mostrato come trovare gioia anche nel lavoro, da musicista ambulante, da
spazzacamino, da venditore di aquiloni. Questa lettura si basa su elementi
impliciti ma suggestivi, l’assenza di stupore di Bert di fronte alle magie di
Mary e la sua familiarità con la realtà soprannaturale.
Un’altra teoria che vede Mary Poppins e Bert protagonisti è quella in cui i due
sarebbero stati marito e moglie prima degli eventi del film. Questa ipotesi è
tra le più struggenti e complesse interpretazioni proposte dagli appassionati,
perché non si limita a ricollegare due personaggi in un legame non esplicito, ma
cerca di ricostruire un passato condiviso fatto di desideri, perdita e
accettazione. L’ipotesi, così come formulata in un thread su Reddit, prende
avvio da un’osservazione semplice ma carica di implicazioni. Nel film, Mary
Poppins e Bert non sono mai presentati come una coppia romantica, né viene mai
raccontato alcun passato comune, eppure tra loro si percepisce un’affinità, uno
sguardo complice, un modo di guardarsi che va oltre la pura amicizia.
> Crescendo, ci si accorge che certi dettagli stonano leggermente. Che alcune
> dinamiche sono meno innocenti di quanto sembrassero. Che sotto la superficie
> può celarsi un sottotesto più ambiguo. La rete è diventata il luogo
> privilegiato di questa operazione di scavo quasi ossessivo e Mary Poppins ha
> conosciuto una seconda vita.
In questa ricostruzione, Mary desiderava ardentemente diventare madre, e insieme
a Bert, un uomo pieno di spirito e dedito al lavoro, avrebbero cercato di
costruire una famiglia. Tuttavia, si suppone che Mary abbia sofferto
complicazioni legate alla possibilità di avere figli, un’incertezza medica o una
malattia che alla fine l’ha portata prematuramente via dalla vita terrena. Nel
frattempo, Bert si sarebbe trovato a gestire da solo le difficoltà economiche e
il peso dell’elaborazione del lutto, affannandosi tra lavori di strada, da
musicista ambulante a venditore di aquiloni, nel tentativo di mantenere intatta
la promessa di gioia che aveva condiviso con Mary. È interessante notare che la
teoria non si limita a immaginare un passato romantico tra i due, ma cerca di
spiegare anche il comportamento di Bert nel presente narrativo del film. La sua
abitudine a sdrammatizzare, il suo sorriso costante di fronte alle difficoltà,
persino il modo in cui affronta il rischio e la caduta sociale in un mondo che
premia ordine e disciplina, tutto questo verrebbe reinterpretato come un
meccanismo di sopravvivenza psicologica, un modo di onorare la memoria della
moglie e di mantenere viva la promessa di gioia che avevano fatto di portare
felicità ovunque andassero.
Nei commenti alla discussione, la reazione degli utenti è stata
sorprendentemente vivace. Alcuni esprimono entusiasmo per la profondità emotiva
della teoria, sostenendo che essa dia un senso all’intensità dello sguardo di
Bert verso Mary, come se lui stesse rivedendo la compagna defunta nelle scene in
cui appare particolarmente partecipe delle sue magie. Altri, pur trovando l’idea
affascinante, sottolineano che non esiste alcun indizio canonico nel film che
confermi un matrimonio passato tra i due, e che potrebbe trattarsi semplicemente
di un rapporto di amicizia profonda. Un ulteriore punto sollevato riguarda gli
sguardi finali di Mary a Bert verso la fine del film. Secondo i sostenitori
della teoria, la scena in cui lei sorride fugacemente a Bert prima di
allontanarsi non è affatto un sorriso di semplice affetto, ma un’espressione
intrisa di malinconia e di addio definitivo. Un momento in cui lei riconosce che
la sua funzione tra i vivi è conclusa e che deve permettere a sé stessa e a Bert
di lasciarsi andare. Questo particolare è letto dagli utenti come una prova
narrativa della possibilità che Bert stia cercando una forma di chiusura
emotiva, non solo nei confronti della famiglia Banks ma anche nei confronti
della perdita personale che lo ha segnato nel passato.
Altri commenti sollevano osservazioni critiche, ricordando che tale
interpretazione non sia in linea con il tono stesso del film, che è pensato per
un pubblico familiare e non affronta aperture narrative così cupe e intimamente
dolorose. C’è chi nota inoltre che la saga letteraria originale di Mary Poppins,
scritta da P.L. Travers, non offre alcun indizio in questo senso, rendendo la
teoria un puro esercizio di fanfiction emotiva piuttosto che una rilettura
basata su elementi canonici. Eppure, nonostante la mancanza di evidenze testuali
forti, la teoria mantiene un certo fascino proprio perché si fonda su temi
universali come amore, perdita, desiderio di appartenenza, difficoltà a lasciar
andare qualcuno che ha segnato la nostra vita. In questo senso, essa funziona
non tanto come spiegazione “ufficiale” dei retroscena del film, quanto come
interpretazione simbolica che rispecchia la vulnerabilità intrinseca di molti
spettatori. Mary Poppins non è solo la guida dei bambini Banks, è un archetipo
che incarna anche la cura, la maternità mancata, la compassione che vive oltre
la morte. Bert, dal canto suo, potrebbe rappresentare quella dimensione di chi
continua a vivere la gioia come atto di fedeltà a ciò che un tempo era stato
condiviso.
> Secondo una teoria, Mary Poppins e Bert sarebbero stati marito e moglie prima
> degli eventi del film e Mary sarebbe stata poi colpita da una malattia che
> alla fine l’ha portata via dalla vita terrena, diventando un archetipo che
> incarna la cura, la maternità mancata, la compassione che vive oltre la morte.
Un’altra teoria va oltre il legame diretto tra Mary e Bert e propone che il
signor Dawes senior, il banchiere anziano interpretato dallo stesso attore Dick
Van Dyke che interpreta Bert, sia in realtà il padre biologico di Bert. Questa
lettura sfrutta proprio il doppio ruolo dell’attore come indizio narrativo.
Secondo la teoria, non si tratterebbe di una scelta di casting casuale, ma di
una connessione familiare celata sotto la superficie del film. Bert non sarebbe
semplicemente un’anima libera che incontra Mary per caso, ma un figlio cresciuto
sotto l’ombra del rigore di una figura autoritaria (il banchiere), salvato in
gioventù proprio dalla tata, e che ora vive una vita più semplice come gesto di
ribellione rispetto alle aspettative paterne.
Una parte della teoria amplia ulteriormente il quadro familiare proponendo che
lo zio Albert, l’uomo che ride fino a levitare da terra, sia il fratello del
signor Dawes e quindi lo zio di Bert. Il gioco di nomi tra Albert e Bert diventa
qui un indizio narrativo. Il fatto che Bert si chiami così potrebbe non essere
un caso, ma un omaggio al fratello di Dawes, con il quale Mary avrebbe avuto un
rapporto stabile quando era tata di Bert da piccolo. Anche qui, gli utenti
analizzano i dettagli.
Albert levita quando ride, proprio come altri personaggi che hanno incontrato
Mary, e ciò viene interpretato come una prova indiretta di un legame
continuativo con la tata. I commenti alla discussione mostrano una varietà
sorprendente di reazioni. Alcuni apprezzano la coerenza dell’ipotesi, lodando
l’originalità e la costruzione narrativa elegante della teoria, mentre altri
suggeriscono ulteriori ramificazioni, come la possibilità che Mary e Bert
possano essere entità simili o connesse a un piano metafisico più ampio,
alludendo a interpretazioni più romantiche o addirittura soprannaturali del loro
rapporto.
Queste tre relazioni, Mary Poppins come ex tata di Bert, il signor Dawes come
padre di Bert, e Albert come zio di Bert, non sono semplici congetture gratuite.
Ognuna delle tre interpreta dettagli già presenti nel film e li rilegge alla
luce di un quadro narrativo più complesso, suggerendo che il testo filmico
potrebbe celare una rete di legami umani e psicologici non esplicitati ma
profondamente presenti. Il fatto che tutte queste ipotesi trovino terreno
fertile proprio nel modo in cui i personaggi interagiscono, nelle canzoni, nelle
risate levitanti, nelle reazioni emotive, indica che la narrazione non è priva
di sfumature e che una visione attenta può aprirsi a interpretazioni più ricche
di significato sotteso.
Infine, è significativo osservare come le comunità online abbiano reagito a
queste ipotesi. Molti commenti mostrano entusiasmo, altri equilibrio critico, ma
tutti contribuiscono a una conversazione più ampia sulla natura delle storie e
su quanto il pubblico sia disposto a investire nella ricerca di significati
nascosti. In definitiva, queste tre relazioni nascoste trasformano Mary Poppins
da semplice musical a un’opera narrativa che può ancora sorprendere, offrendo
spunti interpretativi che, pur non essendo “ufficiali”, mostrano quanto ricco e
stratificato sia il testo originale quando viene letto con attenzione critica e
immaginazione collettiva.
Un altro personaggio del film che è stato protagonista di numerose teorie è
quello della donna che dà da mangiare ai piccioni sui gradini della Cattedrale
di St. Paul. Apparentemente marginale, questa figura suscita da tempo
l’interesse dei fans perché incarna una serie di possibili letture teoriche che
ampliano il significato tematico del film al di là del suo tono fiabesco. La
visione più immediata è semplicemente quella di una povera donna senza fissa
dimora. Nel film la vediamo ogni mattina con un sacchetto di pane, invitando i
passanti a comprarlo e a dar da mangiare agli uccelli. Da qui nascono varie
teorie che tentano di spiegare chi sia veramente questa donna e cosa rappresenti
nel quadro più ampio del film. Una delle interpretazioni più affascinanti vede
la donna dei piccioni come la madre di Mary Poppins. Una figura che un tempo
possedeva poteri simili alla figlia, ma che, per ragioni oscure (amarezza verso
il mondo o abbandono da parte di Mary), ha rinunciato alla propria magia per
dedicarsi semplicemente a nutrire gli animali. In questa lettura, Mary saprebbe
chi è la donna non perché semplicemente la incontra ogni giorno, ma perché c’è
un legame personale di sangue o di esperienza profondamente condivisa.
> Il fatto che tutte queste ipotesi trovino terreno fertile proprio nel modo in
> cui i personaggi interagiscono, nelle canzoni, nelle risate levitanti, nelle
> reazioni emotive, indica che la narrazione non è priva di sfumature e che una
> visione attenta può aprirsi a interpretazioni più ricche di significato
> sotteso.
Una variante di questa stessa idea sostiene che la donna non abbia perso i suoi
poteri, ma li abbia deliberatamente sacrificati per consentire alla figlia di
diventare ciò che è. Una sorta di patto di passaggio tra generazioni, in cui il
potere costringe a una rinuncia sacrificante. Altre interpretazioni si spingono
più lontano, descrivendo la donna dei piccioni come una versione molto anziana
di Mary stessa, proveniente da un possibile futuro alternativo. Una terza linea
interpretativa eleva la donna dei piccioni a figura quasi sacra, simbolo di
compassione universale. Qui non importa se sia o meno collegata personalmente a
Mary; ciò che conta è che la sua presenza e il suo gesto di cura incarnano un
principio morale che il film vuole trasmettere: la gentilezza verso ogni forma
di vita, anche la più umile.
Cambiando decisamente tono, la teoria forse più celebre in rete è quella che
collega Mary Poppins a Pennywise, il clown di It. Sì, proprio lui. L’entità
partorita dalla mente di Stephen King. L’idea, apparentemente ridicola, è che i
due siano creature ultraterrene che visitano periodicamente il mondo umano per
nutrirsi delle emozioni dei bambini. Il parallelo nasce da alcune coincidenze
narrative: entrambi arrivano quando il vento cambia, entrambi si manifestano con
modalità teatrali, entrambi scompaiono senza lasciare tracce concrete, entrambi
operano principalmente nel mondo dell’infanzia. Ma il punto centrale è un altro:
Pennywise si nutre della paura, Mary Poppins della gioia e dell’immaginazione.
Due polarità opposte della stessa necessità energetica.
Su alcuni forum questa teoria viene argomentata con una meticolosità quasi
scientifica. C’è chi sottolinea che Mary Poppins appare in momenti di
vulnerabilità familiare, come un predatore che intercetta un ecosistema
emotivamente instabile. C’è chi osserva che dopo la sua partenza i bambini
conservano ricordi vaghi, come se l’esperienza fosse stata filtrata o rimossa.
Se la si osserva da vicino, questa teoria è meno assurda di quanto sembri. Non
perché sia plausibile nel senso letterale, ma perché intercetta qualcosa di
reale. Mary Poppins non appartiene davvero al mondo degli adulti, ma non è
nemmeno una semplice compagna di giochi per bambini. È altro.
> La teoria forse più celebre in rete è quella che collega Mary Poppins a
> Pennywise, il clown di It, l’entità partorita dalla mente di Stephen King.
> L’idea, apparentemente ridicola, è che i due siano creature ultraterrene che
> visitano periodicamente il mondo umano per nutrirsi delle emozioni dei
> bambini.
Un’altra teoria molto discussa è quella che la colloca nell’universo di Harry
Potter. Qui il tono cambia, non più creatura cosmica predatoria, ma strega
perfettamente integrata nel mondo magico.
Secondo alcuni utenti, Mary Poppins sarebbe una diplomata di Hogwarts, forse
addirittura un’agente del Ministero della Magia incaricata di monitorare
famiglie babbane con potenziali figli magici. Le prove sono affascinanti,
l’ombrello come bacchetta camuffata, la capacità di manipolare la realtà con
apparente nonchalance, la comunicazione con animali, la levitazione. Tutti
elementi che rientrano perfettamente nell’universo potteriano.
Poi c’è la teoria che la identifica come un Signore del Tempo, della serie
Doctor Who. Qui Mary Poppins arriva, interviene per correggere una linea
narrativa familiare che rischia di degenerare, poi riparte. Non invecchia, non
cambia, non resta. Se si guarda il film con questo filtro, la struttura diventa
quasi episodica. Una visitatrice temporale che entra in una famiglia
disfunzionale inglese, ne modifica il corso emotivo e se ne va, lasciando il
tessuto temporale “riparato”. È una lettura che rivela una verità strutturale:
Mary Poppins è un agente di trasformazione. Non evolve lei, fa evolvere gli
altri.
Ma tra tutte le teorie, quella che più mi ha colpito per il suo carattere
disturbante è la lettura psicologica che la trasforma in una metafora di
dipendenza. Secondo alcuni utenti, l’esperienza vissuta dai bambini Banks
durante le sequenze più surreali, il salto nel disegno con i gessetti, la danza
sui tetti, la risata che fa volare lo zio Albert, sarebbe interpretabile come
uno stato alterato di coscienza. Mary Poppins diventerebbe così la
catalizzatrice di un’euforia temporanea, quasi chimica. Quando lei se ne va,
resta un vuoto. Un’assenza. Una nostalgia intensa. La famiglia appare
trasformata, certo, ma c’è anche un senso di perdita. Letta in questo modo, Mary
Poppins non è solo una tata magica, è l’incarnazione di un picco emotivo
irripetibile. Un’esperienza che non può durare, proprio perché la sua intensità
la renderebbe insostenibile, l’impossibilità della felicità assoluta.
Alcuni teorizzatori si lasciano andare anche a interpretazioni radicali atte a
scandagliare la psiche di Mary Poppins. Il film infatti non sarebbe più un
semplice inno alla fantasia, ma un’esperienza emotiva più profonda, e in alcuni
casi dolorosa. Ecco quindi che Mary Poppins soffrirebbe di depressione clinica.
Non è un’idea soltanto provocatoria o paradossale, ma una rilettura psicologica
che cerca di esplorare il volto oscuro della perfezione apparente. L’ipotesi
nasce da un’analisi attenta del comportamento del personaggio nel corso del
film. Mary Poppins non è la figura di pura gioia che la narrazione superficiale
sembra presentare, ma una donna che maschera una profonda sofferenza con un
ghigno composto e una performance di perfezione.
> Molte di queste teorie, per quanto assurde, nascono da una medesima radice. Il
> disagio verso una figura troppo perfetta. Troppo autonoma. Troppo indipendente
> dalle dinamiche sociali e affettive tradizionali. Mary Poppins non chiede di
> essere amata. Non si lega. Non promette ritorni. È radicalmente libera.
Un’ulteriore teoria, la descrive come una figura manipolatrice, quasi
narcisistica. Mary Poppins decide cosa è giusto, cosa è sbagliato, quando si
canta, quando si ride, quando si impara. Non chiede mai veramente il consenso.
Impone un metodo, seppur mascherato da gioco. Osservata in questa luce, la
frase: “Praticamente perfetta sotto ogni aspetto”, diventa una dichiarazione
ambigua. È davvero perfezione, o è controllo assoluto della situazione? Non
dimentichiamo che è lei a stabilire le regole del mondo magico in cui trascina i
bambini. È lei a decidere quando l’esperienza finisce. È lei a riscrivere le
priorità emotive della famiglia.
E qui emerge un punto interessante: molte di queste teorie, per quanto assurde,
nascono da una medesima radice. Il disagio verso una figura troppo perfetta.
Troppo autonoma. Troppo indipendente dalle dinamiche sociali e affettive
tradizionali. Mary Poppins non chiede di essere amata. Non si lega. Non promette
ritorni. È radicalmente libera. Forse è proprio questa libertà a generare
sospetto. In un panorama narrativo in cui le figure femminili sono spesso
incasellate in ruoli prevedibili, Mary Poppins sfugge. Non è madre, non è
amante, non è semplice lavoratrice. È un’entità che attraversa i mondi. E questa
autonomia, riletta con lo sguardo contemporaneo e con la lente deformante dei
forum online, può assumere contorni inquietanti.
Rileggere Mary Poppins attraverso queste teorie significa, in fondo, fare i
conti con il nostro bisogno di complicare l’innocenza. Ma ciò che resta, al di
là delle speculazioni, è la straordinaria personalità del personaggio. Perché
può essere contemporaneamente tata, strega, entità energetica, manipolatrice
emotiva. Può attraversare universi narrativi senza perdere la propria identità
iconica. E forse è proprio questo il punto. Le teorie più assurde non
distruggono il mito di Mary Poppins, lo rafforzano. Lo espandono. Trasformano un
film musicale degli anni Sessanta in un oggetto culturale ancora vivo, ancora
capace di generare dibattito, ironia, inquietudine. Se oggi torniamo a guardare
quell’ombrello aprirsi nel cielo di Londra, sappiamo che dietro quel volo
elegante si nasconde un enigma. Non necessariamente oscuro, ma certamente
insondabile. E forse è giusto così. Perché alcune figure devono restare sospese
tra spiegazione e mistero. Devono poter essere, allo stesso tempo, carezze e
vertigini.
Mary Poppins, con il suo sorriso appena accennato e la sua valigia impossibile,
continua a camminare su quella linea sottile. Tra fiaba e assurde teorie. Tra
canzone e cosmologia.
E in quel confine, paradossalmente, trova la sua forma più autentica.
L'articolo Poppins Files proviene da Il Tascabile.
M ia madre mi racconta sempre che il sogno della mia bisnonna era volare. Nata
nel 1918 in una piccola frazione di Perugia, è morta a novantaquattro anni. E
qualche tempo prima di salutarci si è fatta portare all’Aeroporto dell’Umbria e
ha preso una lezione di volo. Lo stesso desiderio lo ha Tereza che di anni ne ha
settantasette e vive in un Brasile futuribile e autoritario, dove lo Stato ha
deciso che la sua vita non è più produttiva. Una nuova legge, infatti, impone a
tutti gli anziani di ritirarsi in apposite colonie per “restituire ossigeno” ai
giovani.
È questa la premessa distopica da cui muove Il sentiero azzurro (2025), l’ultima
opera del regista brasiliano Gabriel Mascaro. La sua non è una distopia di
violenza esplicita, di sorveglianza panottica o di brutale soppressione del
dissenso. È qualcosa di più perturbante: una biopolitica della vecchiaia, dove
il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di efficienza e
produttività. Se la fantascienza ci ha abituati a futuri ossessionati dal
controllo delle nascite, Mascaro opera un ribaltamento: la sua indagine non si
concentra sull’inizio della vita, ma sulla sua gestione terminale. Gli anziani,
prima lodati per il loro contributo allo Stato (vengono celebrati con medaglie,
le porte delle loro case vengono ornate con giganteschi allori, tanto che Tereza
si chiede “da quando è un onore invecchiare?”), vengono poi gentilmente
accompagnati ai margini perché il loro bilancio metabolico con la società è
ormai considerato passivo.
In questo contesto si inscrive il percorso curioso e accidentato di Tereza che,
dopo essersi ritrovata sotto la custodia della figlia, e quindi impossibilitata
a comprare un biglietto aereo per sé, decide di prendere vie alternative. Per
arrivare a trovare un ultraleggero, deve passare via mare e qui incontra Cadu,
un marinaio che la imbarca clandestinamente. Cadu ha un’andatura claudicante,
manovra il timone con i piedi e sniffa polveri scure. E soprattutto le racconta
la leggenda del “sentiero azzurro”: l’esistenza di una lumaca che lascia una
scia blu cobalto che, se iniettata negli occhi, permette di vedere il proprio
futuro. Mascaro ci mostra il rituale e indugia nel raccontarlo: le gocce che
cadono piano nelle pupille del marinaio, la parte bianca dell’occhio che diventa
di un blu intenso, i sudori, l’agitazione, il corpo che scopre curiosamente lo
spazio intorno a sé, che sembra vedere oltre.
> Quella di Mascaro non è una distopia di violenza esplicita, di sorveglianza
> panottica o di brutale soppressione del dissenso. È una biopolitica della
> vecchiaia, dove il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di
> efficienza e produttività.
Mascaro non ci fa vedere quello che vede Cadu, ce lo fa percepire come se
fossimo dei compagni di viaggio. Il marinaio si lascia andare a confessioni
melense sull’amore, come se una febbre improvvisa o un fulmine l’avesse colpito
nel petto. È completamente altrove. In un mondo che pianifica e controlla il
futuro dei suoi cittadini attraverso dati e leggi, la possibilità di una visione
alternativa rappresenta un’epistemologia della resistenza, un modo di conoscere
il mondo che sfugge alla catalogazione e al controllo. Mascaro riesce a
rappresentare, senza retorica, il cortocircuito tra tardo-capitalismo e pensiero
magico.
C’è poi una breve sequenza in cui vediamo, lungo il fiume, un’enorme distesa di
pneumatici, accatastati uno sopra l’altro, è un paesaggio postantropocene: la
natura che torna alla natura quando non è più utile. Cadu spiega che per fare le
gomme serve il lattice dell’albero che viene estratto dalle foreste, ma una
volta che la gomma è consumata e non ha più nessun utilizzo, viene rispedita al
mittente (Tereza commenta “il problema del male è che visto da lontano sembra
quasi bello”); il risultato è un’immagine spettrale e affascinante, mesmerica,
in cui si confonde sempre di più il confine della realtà che ci circonda.
Il suo viaggio lungo il Rio delle Amazzoni non è solo una fuga geografica, ma
una discesa in una dimensione ecologica e simbolica. Come nota Marianna Lucia Di
Lucia in un pezzo uscito su Fata Morgana, Mascaro istituisce un parallelismo
cruciale tra la condizione di Tereza e quella della natura stessa, “entrambi
corpi sfruttati e vampirizzati dal sistema industriale”. L’Amazzonia, nel film,
non è una semplice ambientazione, ma una coprotagonista. È un organismo vivente,
pulsante, ma allo stesso tempo ferito, depredato, una risorsa da gestire e
ottimizzare secondo la stessa logica che governa i corpi umani. Ricongiungendosi
al fiume, Tereza compie un atto di solidarietà implicita con un altro grande
“improduttivo” agli occhi del capitalismo estrattivo.
Mascaro si sa muovere sul margine sottile e impervio della rappresentazione del
rapporto tra essere umano-natura, non ci sono grandi campi, vedute a volo
d’uccello o droni stucchevoli, non c’è una spettacolarizzazione dell’Amazzonia,
lo sguardo del regista è sempre su Tereza o sul binomio Tereza-foresta come un
tutt’uno. La camera segue il percorso della sua protagonista cercando di
rimanere sempre all’altezza della donna, non ha uno sguardo d’insieme sul
circostante ma è come se mettesse insieme i pezzi di un puzzle, piano piano e
senza la presunzione di arrivare a un’immagine completa. “Ho cercato di
rappresentare un’Amazzonia contemporanea in cui è possibile confrontarsi con le
contraddizioni del presente e l’appropriazione del capitalismo all’interno di
queste foreste” dice in una recente intervista Mascaro.
> L’Amazzonia, nel film, non è una semplice ambientazione, ma una
> coprotagonista. È un organismo vivente, pulsante, ma allo stesso tempo ferito,
> depredato, una risorsa da gestire e ottimizzare secondo la stessa logica che
> governa i corpi umani.
La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming
of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della
protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati – madre,
lavoratrice, cittadina obbediente – per riscrivere da zero la propria identità.
Se l’adolescente cerca il suo posto nel mondo, Tereza cerca un mondo al di fuori
del posto che le è stato assegnato. È un processo di de-socializzazione, di
sottrazione. Per essere libera, deve prima di tutto smettere di essere ciò che
la società si aspetta da lei: “Raramente vediamo gli anziani ribellarsi al
sistema”, racconta Mascaro in un’intervista uscita per Variety, “è come se la
ribellione fosse appannaggio esclusivo dei giovani”. La ribellione di Tereza
rifiuta l’essenza di “anziana improduttiva” per riappropriarsi di quella,
universale, di essere umano desiderante.
Una rivoluzione che Mascaro fa partire dal corpo. “Negli ultimi dieci anni ho
maturato una riflessione sul modo in cui il cinema rappresenta l’invecchiamento
del corpo”, continua il regista, “ho constatato quanto spesso i corpi anziani
fossero legati a una certa nostalgia per la vita. […] Non era mai un corpo
presente, e questo ha cominciato a darmi fastidio”. Il cinema, e con esso la
cultura occidentale, ha a lungo negato al corpo anziano la sua dimensione
presente, relegandolo a due narrazioni principali: quella del contenitore di
memorie, uno scrigno di un passato vissuto da contemplare con malinconia, o
quella del corpo medicalizzato, un insieme di funzioni in declino da assistere e
curare. In entrambi i casi, è un corpo privato di agency, di desiderio, di
futuro. Il corpo di Tereza frantuma questa iconografia. È un corpo che abita
ostinatamente il presente, che sente, che soffre, e soprattutto, che desidera.
La sua fuga non è un ritorno nostalgico a un tempo perduto, ma una spinta
propulsiva verso un’esperienza ancora da vivere.
Dopo una notte sulla barca, Tereza riesce a trovare l’ultraleggero e il suo
instabile pilota che le promette per giorni e giorni che avrebbe aggiustato il
mezzo per portarla finalmente in cielo. Qui il film vira. Tereza capisce che non
c’è speranza per il suo volo, torna a casa, ma ormai non può accettare di essere
spedita nelle colonie. Quindi scappa di nuovo, torna verso il fiume e lì
incontra Roberta, una marinaia che vive vendendo Bibbie elettroniche. Tereza
scopre un altro modo di vivere e intesse un legame profondo, spirituale quanto
fisico, con la donna (le vediamo viaggiare, bere, lavorare, danzare insieme).
Fin quando appare un’altra lumaca dalla scia blu, e questo è il momento di
passaggio fondamentale per il personaggio di Tereza: da osservatrice passiva
(quasi disinteressata, e con un obiettivo fisso: volare prima che sia troppo
tardi) passa all’azione.
> La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming
> of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della
> protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati per
> riscrivere da zero la propria identità.
È lei che introduce Roberta alla sostanza allucinogena, vuole fare parte di
quell’esperienza, non crede più che il volo sia una breve parentesi della sua
vita prima di essere spedita nelle colonie. Ormai non può più aderire a quel
ruolo. La sua traiettoria è cambiata perché è cambiato il suo desiderio. Non c’è
aderenza a un modello consolatorio. Il desiderio iniziale di Tereza, volare su
un aereo, è sì, il motore evidente della trama, l’obiettivo a cui noi spettatori
ci aggrappiamo. Eppure, il film sabota deliberatamente questa aspettativa.
L’opera di Mascaro non è un film su come raggiungere un obiettivo, ma su come il
desiderio si trasforma durante il viaggio e come può cambiare anche in una fase
della vita come la vecchiaia, che è sempre proiettata verso il passato e mai
verso il futuro. Le relazioni che Tereza intesse, l’incontro con una prospettiva
di vita completamente diversa incarnata da Roberta, l’esperienza sensoriale del
fiume, diventano più importanti della meta finale. L’invito del regista è quello
di “danzare” e, in effetti, vediamo le due donne danzare insieme, sfiorarsi,
toccarsi, ridere, appropriarsi del proprio spazio di libertà attraverso i loro
corpi.
Alla fine, dunque, che Tereza voli o meno su un aereo diventa quasi irrilevante.
Il film di Mascaro si rivela così non solo una riscrittura del desiderio dei
corpi anziani, ma una riflessione radicale su cosa significhi vivere al di là
della metrica dell’utilità. In un’epoca e in un mondo che ci vuole perennemente
performanti, Il sentiero azzurro ci ricorda che la forma più autentica di
esistenza potrebbe risiedere proprio in quel desiderio che non produce nulla, se
non la magnifica, irriducibile, scoperta di un altrove.
L'articolo Corpi che vogliono danzare proviene da Il Tascabile.
I l 2025 verrà ricordato, quantomeno da chi ha la passione per cinema e
dinosauri, come un anno dorato. In un genere tradizionalmente parco di proposte
sono usciti ben due film di alto profilo con protagonisti i rettili mesozoici.
Il primo, Jurassic World – La rinascita, di Gareth Edwards, è il settimo
capitolo di una saga ultratrentennale e il quarto uscito negli ultimi dieci
anni. Costato intorno ai 200 milioni di dollari, ne ha incassati più di 800, a
dimostrazione che il franchise è uno dei pochi ancora in piena salute a
Hollywood, almeno tra quelli storici. A fronte di questo successo, passa in
secondo piano il fatto che i dinosauri del film non siano ormai più veri
dinosauri, ma ibridi con altre specie (anche tassonomicamente distanti), o
addirittura creature transgeniche con caratteristiche fisiche anatomicamente
impossibili e nomi altisonanti come Distortus rex (un Tyrannosaurus rex a sei
zampe).
Il secondo film di dinosauri dell’anno, Primitive War di Luke Sparke, di milioni
ne è costati appena sette, e non è arrivato a incassarne due. Tratto da un
romanzo scritto da un vero appassionato del tema (l’americano Ethan Pettus, che
ha anche collaborato alla sceneggiatura del film), è popolato, questo sì, di
veri dinosauri, strappati alla loro epoca da un macchinario – costruito dai
russi con lo scopo originario di teletrasportare i propri soldati in posizioni
vantaggiose – che ha aperto svariati varchi nello spazio-tempo. Da questi
varchi, strategicamente situati nel mezzo della giungla vietnamita nel 1968,
sono uscite intere popolazioni di Utahraptor, Deinonychus, ovviamente
Tyrannosaurus rex, e anche di creature che dinosauri non sono ma che hanno la
loro stessa età e tutto quello che serve per partecipare al carnaio, come
Quetzalcoatlus.
Nonostante abbiano in comune un aspetto fondamentale, quindi, cioè la presenza
dei dinosauri, Jurassic World – La rinascita e Primitive War hanno avuto
risultati molto diversi, prevedibili entrambi, e che rispondono alle più
basilari leggi del mercato cinematografico. Strizzando un po’ gli occhi, però,
si potrebbe vedere dietro questa sproporzione anche un aspetto simbolico, e un
avvertimento ai filmmaker di tutto il mondo: più i tuoi dinosauri sono
realistici, meno successo avranno.
> Per molto tempo la possibilità che i dinosauri avessero le piume rimase
> sostanzialmente inesplorata, anche perché andava contro quella che era
> l’immagine dei dinosauri accettata dalla scienza e accolta poi a braccia
> aperte da cinema e letteratura.
Cercare realismo e correttezza scientifica in un film nel quale i russi cattivi
squarciano lo spazio-tempo può sembrare un esercizio sciocco, almeno quanto
aspettarsi che un B-movie australiano ambientato in Vietnam abbia una funzione
pedagogica. Eppure la storia dell’audiovisivo insegna che molte rappresentazioni
della natura comparse su grande o piccolo schermo hanno contribuito, giuste o
sbagliate che fossero, a plasmare il nostro immaginario. Nel 1958, il presunto
documentario Artico selvaggio (White Wilderness) di James Algar, si inventò
l’idea che i lemming fossero animali con istinti suicidi di massa; si scoprì poi
che i roditori erano stati gettati apposta da una scogliera dagli stessi autori
del documentario, ma lo scandalo non fu sufficiente per sradicare del tutto la
diceria (ancora nel 2014 uscivano studi sul legame tra consumo di alcool e
percezione del rischio che parlavano di “Lemming-effect”). Gli effetti de Lo
squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg sulla nostra immagine degli squali si
sentono ancora oggi. Vogliamo allargare il campo all’intero ambito culturale? In
Italia, la paura del lupo è quasi atavica, e Cappuccetto Rosso ha contribuito in
maniera decisiva a definirla.
Ed ecco perché un film come Primitive War ha attirato l’attenzione dei
paleontologi anche più che dei cinefili: i suoi dinosauri sono piumati, e un
eventuale successo dell’opera avrebbe potuto spalancare le porte a una
rivoluzione che è in pausa da trent’anni.
La questione delle piume
La questione delle piume dei dinosauri è in realtà ben più vecchia di
trent’anni. Le prime ipotesi sul legame tra dinosauri e uccelli risalgono al
1861, con la scoperta e descrizione di Archaeopteryx lithographica, il primo
dinosauro piumato, da parte di Christian Erich Hermann von Meyer, e poi al 1870,
quando Thomas Henry Huxley avanzò formalmente l’idea in un paper dall’esplicito
titolo “Further Evidence of the Affinity between the Dinosaurian Reptiles and
Birds”. Fino al 1969, però, la questione rimase sostanzialmente inesplorata,
anche perché era in netto contrasto con l’immagine dei dinosauri accettata dalla
scienza e accolta poi a braccia aperte da cinema e letteratura: quella che li
vedeva come grosse lucertole lente e un po’ tonte, oppure grosse e voraci (ma
altrettanto lente). Una visione nata in parallelo alla stessa paleontologia,
portata avanti a cavallo tra Ottocento e Novecento dai più grandi nomi della
disciplina e proposta anche al pubblico in giornali, riviste, mostre ed
esibizioni: le storiche sculture del Crystal Palace Park di Londra, create nel
1854 da Benjamin Waterhouse Hawkins, definirono l’immagine pubblica dei
dinosauri per più di un secolo.
> I dinosauri sono stati considerati delle grosse lucertole lente e un po’
> tonte, finché, cinquant’anni fa, alcuni studi hanno suggerito che fossero
> animali agili, a sangue caldo ed evolutivamente imparentati agli uccelli.
La rivoluzione scoppiò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo
scorso. Prima, nel 1969, John Ostrom descrisse Deinonychus antirrhopus come un
“dinosauro carnivoro molto particolare” con “una serie di caratteristiche che
indicano un animale molto attivo e agile”, in contrasto quindi con lo stereotipo
della lucertola lenta. Poi, nel 1975, Robert Bakker aprì così il suo storico
articolo “Dinosaur Renaissance”:
> I dinosauri sono, per la maggior parte della gente, l’epitome dell’animale
> estinto, il prototipo della bestia talmente poco adatta ai cambiamenti
> ambientali che non può che morire, lasciando fossili ma nessun discendente. I
> dinosauri hanno una pessima immagine pubblica, che li vede simboli di
> obsolescenza e pachidermica inefficienza […] Le ricerche più recenti stanno
> riscrivendo questo dossier […] Le prove dimostrano che i dinosauri non si sono
> estinti del tutto. Un gruppo resiste ancora. Li chiamiamo uccelli.
L’articolo di Bakker proseguiva suggerendo che i dinosauri fossero omeotermi (“a
sangue caldo”), che avessero un metabolismo paragonabile a quello dei mammiferi,
ma anche, per esempio, che Archaeopteryx avesse le piume non per facilitarlo nel
volo ma per questioni di isolamento termico. Tutte idee rivoluzionarie, anche
provocatorie, che aprirono innumerevoli filoni di ricerca e contribuirono a
modificare, e pure con una certa rapidità, il modo in cui la paleontologia
immaginava i dinosauri: il legame con gli uccelli era ormai innegabile, e i loro
antenati diventarono all’improvviso creature attive, agili, forse anche
intelligenti.
> Niente ha contribuito a segnare per sempre il nostro immaginario quanto
> l’uscita, nel 1993, di Jurassic Park: un laboratorio a cielo aperto, un grande
> aggiornamento collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza.
E come già accaduto nell’Ottocento, anche queste novità filtrarono rapidamente
nel cosiddetto immaginario collettivo. Il cartone animato di Don Bluth Alla
ricerca della Valle Incantata (The Land Before Time), uscito nel 1988, avrebbe
avuto dinosauri molto diversi se fosse uscito solo dieci anni prima. Provate a
confrontare la versione cinematografica di Il mondo perduto (The Lost World) di
Conan Doyle del 1960, diretta da Irwin Allen, con quella del 1992, di Timothy
Bond: la prima è dominata dal Brontosaurus e i pericoli per i protagonisti sono
rappresentati da una tribù di cannibali; nella seconda, oltre all’immancabile T.
rex, compare un Herrerasaurus ischigualastensis, un grosso ma agile carnivoro
con zampe da corridore e denti seghettati da predatore attivo. E ovviamente
niente contribuì a segnare per sempre la nostra fantasia quanto l’uscita, nel
1993, di Jurassic Park.
Tratto da un romanzo che calcava ancora di più la mano sulla nuova immagine dei
dinosauri come grossi polli feroci, il film di Steven Spielberg portò a milioni
di persone tutto quello di cui la paleontologia discuteva con passione da
vent’anni. Sulla locandina campeggiava lo scheletro di un T. rex, ma i veri
protagonisti, gli alfieri della rivoluzione, erano i Velociraptor: Rapidi,
intelligenti, coordinati, si muovevano e cacciavano in branchi, e assomigliavano
più a grossi uccelli che a lucertole terribili. Certo, il vero Velociraptor era
più piccolo e meno minaccioso, e quelli che si vedevano nel film erano in realtà
Deinonychus che avevano subìto un cambio di nome semplicemente perché
“Velociraptor” suonava più cool.
Resta che un predatore del genere in un film di dinosauri non si era mai visto:
Jurassic Park fu un laboratorio a cielo aperto, un grande aggiornamento
collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza. E infatti conteneva
anche errori, omissioni e interpretazioni che poi sono state smentite: pensate
solo al Dilophosaurus e alla sua abitudine di sputare veleno. Ma era un’opera
(anche) didattica, e non a caso il consulente scientifico del film era il
paleontologo Jack Horner, quello che ha suggerito più volte “se l’avessimo fatto
davvero realistico, il Jurassic Park sarebbe stato un enorme pollaio” e che usò
i mezzi e il talento di Spielberg per rendere globale la rivoluzione lanciata da
Bakker.
Una rivoluzione a metà
Salutato come un miracolo dal mondo della scienza, accompagnato da un rinnovato
interesse generale per i dinosauri e da un boom di iscrizioni nelle facoltà di
paleontologia, Jurassic Park si rivelò però essere più che altro un punto
d’arrivo. L’enorme successo della saga, e i suoi costi sempre maggiori e
insostenibili per la concorrenza, ne stabilirono di fatto il primato
incontrastato: nessun altro aveva più il coraggio (e i soldi) per fare film sui
dinosauri, e con il passare dei capitoli la spinta innovativa e didattica del
franchise si andò affievolendo. Ancora una volta, nulla lo dimostra meglio delle
piume. Appena tre anni dopo l’uscita del film, nella provincia cinese di
Liaoning, il cacciatore di fossili semi-professionista Li Yumin scoprì il primo
esemplare fossile di Sinosauropteryx, il primo dinosauro piumato non-aviale
(Avialae è il nome del clade che comprende gli uccelli e i dinosauri più
strettamente imparentati con loro). Era la prova definitiva che le piume, o
strutture simili, erano diffuse tra i dinosauri, non limitate a pochi,
selezionati gruppi; negli anni a venire, la ricchezza appena scoperta dei
giacimenti fossiliferi cinesi fece il resto, e paleontologia (e paleoarte)
dovettero aggiornare un’altra volta il proprio immaginario.
> La frattura tra la scienza dei dinosauri e la loro immagine pubblica è una
> questione commerciale: i dinosauri piumati rischiano di risultare buffi e non
> spaventosi. Inoltre, ricostruire il comportamento e le abitudini di animali
> estinti è complicato, spesso si tende a non speculare per non rischiare
> figuracce.
Andiamo quindi al 2015, quasi vent’anni dopo la rivoluzione di Sinosauropteryx.
In occasione dell’uscita di Jurassic World, che rilanciò la saga dopo 14 anni di
iato, in un’intervista ad Atlas Obscura Jack Horner si ritrovò quasi a
giustificarsi per il fatto che i dinosauri del film non fossero ancora piumati.
“Bisogna restare coerenti tra film e film. Non puoi avere dinosauri senza piume
nel primo film, poi riproporli nel quarto con le piume […] Ne ho parlato con
Steven e, be’, ha ragione lui: un dinosauro con le piume colorate non è
spaventoso come quelli del film”.
Ed ecco il vero punto del discorso: la frattura profonda tra la scienza dei
dinosauri e la loro immagine pubblica è, tristemente, una questione commerciale.
I dinosauri attivi e intelligenti sono “really cool” come dice Horner: ecco
perché i Velociraptor di Jurassic Park hanno avuto successo. I dinosauri piumati
invece no: sono buffi, sembrano polli giganti, non sono spaventosi. Poco importa
che le loro piume avessero poco a che fare con quelle di oche e galline (nella
maggior parte dei casi erano poco più che filamenti, presenti solo sulle zampe e
sulla coda, con funzioni di isolamento termico e forse di display visivo ma non
adatte al volo): le squame sembrano una condizione irrinunciabile per portare al
cinema un dinosauro efficace.
La vexata questio delle piume è peraltro solo un aspetto, per quanto il più in
vista, della rivoluzione mancata. Ancora nel 2012, il paleontologo Darren Naish
e i paleoartisti John Conway e C.M. Kosemen sostenevano che la maggior parte
delle rappresentazioni dei dinosauri fossero obsolete e conservatrici. Il loro
esempio più famoso è quello relativo alla pelle in eccesso: osservando, per
esempio, il cranio fossile di una gallina, è impossibile immaginarsi cresta e
bargigli, e lo stesso discorso è applicabile ai dinosauri, che secondo Naish,
Conway e Kosemen potevano avere labbra, gengive o altre parti molli che ne
cambiavano radicalmente l’aspetto.
Ci sono poi le questioni etologiche: ricostruire il comportamento e le abitudini
di animali estinti da milioni di anni è complicato ma non impossibile, ma spesso
si tende a non speculare per non rischiare figuracce. L’opera di Naish, Conway e
Kosemen invitava invece a rischiare e immaginare, e fu prima di tutto una
provocazione, raccolta principalmente da quella nicchia che è la paleoarte.
Nicchia in espansione, certo: l’abbattimento dei costi tecnologici, e la
disponibilità sempre maggiore sia di software, sia di dati anatomici e scansioni
3D di fossili, ha moltiplicato gli artisti che si cimentano nel campo, e che
lavorano con attenzione sopraffina al dettaglio scientifico e alla plausibilità,
oltre che all’aspetto artistico. Ma pur sempre nicchia: al cinema, nei fumetti,
nei videogiochi, nei libri, siamo ancora fermi ai dinosauri squamosi.
Come si compone la frattura?
Il “Secondo Rinascimento” dei Dinosauri, dopo quello, efficacissimo, degli anni
Settanta, è quindi per ora una rivoluzione mancata, ma questo non significa che
sia morta: si tratta solo di trovare la chiave giusta per fare la proverbiale
breccia nella fantasia di chi frequenta i dinosauri solo di striscio, e di
solito davanti a uno schermo.
> Oggi sappiamo molte più cose sul comportamento dei dinosauri rispetto a trenta
> anni fa, e molte di queste (socialità, comportamenti di branco,
> organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare un’idea
> di dinosauro nuova, ma non per questo meno affascinante o commercialmente
> efficace.
In un certo modo un po’ obliquo e fin troppo antropomorfizzante, va ammesso che
i primi capitoli della saga di Jurassic World ci hanno provato, mostrandoci un
gruppo di Velociraptor addestrati come fossero cani di razza, spingendo quindi
sul tema – già sfiorato nella trilogia originale – dell’intelligenza dei
dinosauri. Una pura fantasia di potenza, certo, ma il fatto che sia stata
inserita nel franchise riflette il fatto che negli ultimi vent’anni si siano
moltiplicati gli studi di paleoetologia, lo studio del comportamento degli
animali estinti. Uno studio argentino del 2021 per esempio ha proposto che i
sauropodomorfi (“quelli grossi con il collo lungo”, quindi i vari Brontosaurus,
Diplodocus, Argentinosaurus…) vivessero in greggi organizzate, vere e proprie
colonie formate da gruppi sociali divisi per età.
Nello stesso anno, uno studio statunitense ha avanzato l’ipotesi che gli stessi
sauropodomorfi intraprendessero lunghe migrazioni di gruppo, non dissimili da
quelle di certi grandi erbivori moderni, e la scoperta della Dinosaur Highway
dell’Oxfordshire ha confermato che i grossi carnivori (e loro predatori) li
accompagnavano nei loro viaggi per ovvi motivi. Per tornare all’argomento più
caldo, una ricerca cinese suggerisce che le piume di Microraptor, un piccolo
dinosauro con quattro ali, fossero di un nero iridescente simile a quello dei
moderni corvi, e venissero usate per l’esibizione sessuale. Insomma: sappiamo
molte più cose sul comportamento dei dinosauri di quante ne sapessimo ai tempi
dell’uscita di Jurassic Park, e molte di queste (socialità, comportamenti di
branco, organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare in
un film un’idea di dinosauro nuova, o per lo meno aggiornata, e non per questo
meno affascinante o cool.
Ci sono comunque segnali di risveglio, anche potenti. La divulgazione via
social, per esempio, collabora da anni con la paleoarte, soprattutto quella “dal
basso”, per fare tutto quello che la Jurassic saga non fa più. Due anni fa,
accompagnate dall’inimitabile voce di Sir David Attenborough, molte delle
scoperte più recenti a tema dinosauri hanno preso vita in Prehistoric Planet, un
documentario ambientato poco prima della caduta dell’asteroide Chicxulub; per
la prima volta la serie mostrava a un pubblico vastissimo un altro lato dei
dinosauri, per ora noto solo alla scienza e agli appassionati: ad esempio uno
scontro tra maschi di Dreadnoughtus (un gigantesco erbivoro che arrivava a
pesare 50 tonnellate) per conquistare una femmina, una caccia di coppia di
(veri) Velociraptor e diversi casi di cure parentali.
La sensazione, però, è che la vera scintilla debba ancora scoccare; che manchi
un Jurassic Park contemporaneo, che convinca milioni di persone ad aggiornare la
propria visione dei dinosauri. La mia teoria (e non solo la mia) è che dobbiamo
ripartire dalle piume: una volta accettate quelle, il resto verrà di
conseguenza.
L'articolo Ripensare i dinosauri, di nuovo proviene da Il Tascabile.
F orse nessuna idea descrive meglio il presente di quella di qualcuno che lotta
per la sua immagine. Nel mondo ormai compiutamente mediatizzato dall’on-line e
dai social, ciò che un tempo valeva per politici, aziende e star fa ormai parte
del vissuto comune. A nessuno è dato sottrarsi alle logiche del self-branding e
alla cura della percezione di sé, che non sono più scelte di carriera di alcuni
ma parte intrinseca del funzionamento delle reti virtuali a cui abbiamo delegato
fette enormi di socialità, lavoro, cultura e informazione. Gran parte delle
energie quotidiane trascorre nel compito – che colora di sé tempo libero e
professionale – di valorizzare la propria immagine, curandone il posizionamento
etico/estetico e proteggendola dal dissenso.
Ed è proprio in quest’onnipresenza del mediatico, ineludibile se non si vuole
essere tagliati fuori ma esigente il continuo prezzo emotivo e cognitivo del
performare per gli altri, che si annida il rischio di esiti patologici. Che si
tratti del confronto con i modelli estetici iperbolici delle piattaforme,
dell’impulso a pubblicizzare il proprio vissuto per addormentare la FoMO (Fear
of Missing Out), o di sbandierare impegno politico secondo logiche da virtue
signalling, l’autoproduzione di immagini acquista caratteri di dipendenza ed
estorsione. Non siamo più noi a controllarla, è lei (per via dopaminica) a
guidare noi, in una relazione di sudditanza che in casi estremi si può
approssimare a una vera e propria scissione identitaria: da un lato il soggetto
sofferente, dall’altro l’immagine “emancipata” che ne risucchia le energie
obbligandolo a esistere in funzione di sé. Accanto e contemporaneamente a chi
lotta per l’immagine, dunque, c’è sempre più spesso anche chi lotta contro di
essa.
Negli ultimi mesi cinema e serialità sono tornati con notevole frequenza sul
tema di un rapporto conflittuale con la propria immagine. A colpire non sono
solo le somiglianze, ma il fatto che questi prodotti vengano da contesti, generi
e visioni artistiche piuttosto diversi tra loro. Se aggiungiamo che nessuno di
essi è ambientato nel presente, né (in apparenza) incentrato sul panorama
mediale odierno, la convergenza di immaginari e impianti simbolici si fa ancora
più sorprendente, rafforzando la sensazione che accanto ai rispettivi argomenti
questi film e serie stiano raccontando qualcos’altro. Dietro trame differenti
infatti tutte queste opere presentano un nucleo tematico simile: ognuna è
incentrata su un/una protagonista fortemente mediatizzato (cioè sottoposto allo
sguardo altrui secondo dinamiche performative e di self-imaging), che a un certo
punto della storia sviluppa una relazione distruttiva e intrappolante con
l’immagine che ha lottato per costruire.
> Negli ultimi mesi cinema e serialità sono tornati con notevole frequenza sul
> tema di un rapporto conflittuale con la propria immagine. A colpire non sono
> solo le somiglianze, ma il fatto che questi prodotti vengano da contesti,
> generi e visioni artistiche piuttosto diversi tra loro.
In Joker: Folie à Deux di Todd Phillips (2024) Arthur Fleck, processato per gli
omicidi commessi nel primo Joker, trova inizialmente rifugio nel suo famigerato
alter ego, legalmente (la difesa si basa sull’idea di uno sdoppiamento di
personalità) e umanamente in quanto lo fa sentire apprezzato e amato; ma finisce
per distaccarsene quando capisce che è Joker e non Arthur l’oggetto d’amore del
pubblico. In The Substance di Coralie Fargeat (2024) Elizabeth Sparkle, diva
hollywoodiana in declino, si inietta una sostanza fantascientifica che le
permette di abitare per metà del tempo nel corpo di una bellissima giovane
starlette; ma nonostante le raccomandazioni dei venditori (“ricorda: TU SEI
UNA”) inizia a entrare in conflitto con il suo doppio, che si sviluppa sempre
più come una personalità indipendente. In Baby Raindeer di Weronika Tofilska e
Josephine Bornebusch (2024) lo stand-up comedian fallito Donny Dunn è così
disperato nella sua ricerca di conferme da intrappolarsi volutamente in
relazioni con persone violente (una stalker e uno sceneggiatore che abusa di
lui), ma che gli mostrano stima e interesse, tenendo in vita la sua immagine di
sé come destinato al successo. In Better Man di Michael Gracey (2014) Robbie
Williams arriva a odiarsi e autodistruggersi nell’impulso di conquistare
l’ideale di fama mediatica inculcatogli dal padre. E A Complete Unknown di James
Mangold (2024) racconta la svolta elettrica di Bob Dylan come tentativo di
ribellarsi all’immagine di cantautore impegnato in cui vorrebbero confinarlo
Pete Seeger e il movimento folk degli anni Sessanta.
L’assonanza non si limita al dato di trama, ma pervade il tessuto narrativo in
modi che riecheggiano vistosamente il presente. Se è vero che in nessuna di
queste storie si vede uno smartphone (al massimo i cellulari a conchiglia di
Baby Raindeer, curioso per una serie ambientata nel 2015) è anche vero che tutte
‒ coi rispettivi espedienti storici e narrativi ‒ tratteggiano mondi totalmente
invasi dal mediatico. Folie à Deux e The Substance si ambientano in dei
fantasiosi anni Ottanta, reimmaginati attraverso le lenti televisive dei
“processi del secolo” a serial killer come Ted Bundy e dei programmi di fitness
associati a icone come Jane Fonda; A Complete Unknown e Better Man raccontano
l’alienazione di grandi popstar risucchiate dal jet set stupefatto degli anni
Sessanta e Novanta. E Baby Raindeer evoca il mondo dei loser della stand-up
comedy, motivo unificante coi due Joker (dove Arthur come Donny è un comico
tragicamente unfunny) e con Better Man, dove il padre di Robbie è un
cabarettista fallito che lo ispira a inseguire la fama.
In questi mondi i protagonisti si muovono in modo duplice: inizialmente
perseguendo la propria ambizione di collocarsi nello sguardo altrui come oggetto
d’amore, stima o desiderio. Poi dibattendosi nella morsa di una condizione
mediatica che tende a schiacciarli e lacerarli in altro da sé. È la scissione
identitaria di cui parlavamo, e che qui si presenta letteralmente nei panni di
un Doppio o alter ego. Se per molti versi il macrogenere unificante è il musical
(vera matrice dei temi performativi del lotto) il retroterra simbolico è così
quello di un horror stevensoniano: nel prologo di Folie à Deux Joker è
identificato come l’“Ombra” di Arthur, un doppio oscuro che lo possiede in una
sorta di danza macabra.
> In questi mondi i protagonisti si muovono in modo duplice: inizialmente
> perseguendo la propria ambizione di collocarsi nello sguardo altrui come
> oggetto d’amore, stima o desiderio. Poi dibattendosi nella morsa di una
> condizione mediatica che tende a schiacciarli e lacerarli in altro da sé.
In The Substance l’esito della procedura è dapprima la mostrificazione del corpo
di Elizabeth e poi la creazione di un grottesco ibrido. In Better Man
l’espediente del volto da scimmia interpone costantemente l’idea di uno
sdoppiamento identitario, sottolineando il coefficiente negativo (bestiale,
autodistruttivo) che pur invisibile accompagna la stella di Williams. E se è
facile vedere nella stalker Martha Scott il “mostro” in cui si estroflette il
bisogno di gratificazione in Baby Raindeer, non va dimenticata anche la lunga
sottotrama in cui Donny assume un’identità fittizia per intraprendere una
relazione socialmente sconveniente con una ragazza trans (“dov’è Tony?” “sono il
suo gemello”). Perfino A Complete Unknown mobilita simbologie da doppio
ripartendosi nettamente in due sezioni, dove la seconda vede il Dylan elettrico
contrapporsi in tutto (a partire dal look) alla maschera da hobo del cantante
politico ispirato da Woody Guthrie.
Nel giustapporre questi elementi – il mondo che guarda, il protagonista che
insegue ma è anche schiacciato dalla sua immagine – ciò che riesce bene ai
creatori è bilanciare elemento sociologico e psicologico. La malattia mediale è
chiaramente radicata in un contesto, ma sfugge al banale we live in a society
mostrando gli elementi di ambizione e partecipazione volontaria che almeno fino
a un certo punto animano i personaggi. A legare i due aspetti – presentando la
zona grigia dove la motivazione personale diventa indistinguibile dal potere
intossicante delle immagini – c’è spesso il tema dell’addiction, con
l’autoproduzione mediatica rappresentata come una spirale di dipendenza in cui
il personaggio è insieme agente e agito dall’impulso iconopoietico: è il caso
evidentissimo di The Substance, che fin dal titolo equipara la ricerca della
bellezza a una droga iniettabile con l’iconica siringa; ma anche di Better Man,
dove il rapporto malato di Williams con la fama trova correlativo nella sua
discesa agli inferi della tossicodipendenza; e ancor più di Baby Raindeer, dove
il narratore Donny paragona esplicitamente le droghe usate dal suo aguzzino per
stuprarlo alle sue promesse di fama, cui si abbandona con torpore stupefatto.
> È frequente il tema dell’addiction, con l’autoproduzione mediatica
> rappresentata come una spirale di dipendenza in cui il personaggio è insieme
> agente e agito dall’impulso iconopoietico.
Su questo riferimento alla qualità addictive del mondo delle immagini si
innestano suggestioni differenti, tutte nella direzione di uno sguardo “da
dentro” all’ansia mediale odierna. Può essere interessante, ad esempio, leggere
nello stile registico di The Substance (con i suoi stacchi imperiosi e le
continue magnificazioni di corpi femminili ipersessualizzati) un’efficace
figurazione filmica del linguaggio dei nuovi social: la brutale aggressione
audiovisiva a suon di scrolling e scariche di dopamina davanti a cui soccombe
non solo il vecchio divismo cinetelevisivo, ma la fiducia nei nostri corpi veri
e fallibili, facendo del film un accurato ritratto delle dinamiche dismorfiche
che interessano l’on-line. Allo stesso modo Donny Dunn in Baby Raindeer e Bob
Dylan in A Complete Unknown possono essere visti come eroi opposti – uno
passivo, l’altro proattivo – di quella personalizzazione “ostentativa” del
politico che impone di schierarsi su uno scacchiere sempre più polarizzato e
performare un’immagine di virtù morale.
In Raindeer Donny lotta continuamente con la paura di ciò che gli altri
potrebbero pensare di lui, temendo di volta in volta di mostrarsi poco virile o
di perdere le proprie credenziali liberal (“It is so devastating to think of
yourself as a progressive person, only to realize you’re a coward underneath it
all”). E per quanto A Complete Unknown si guardi bene dal demonizzare Seeger o
il movimento folk, la simpatia per il loro idealismo si accompagna a
un’insofferenza per gli aspetti dogmatici del loro impegno civile molto più
pronunciata rispetto al libro di partenza di Elijah Wald; per converso il
ritratto di Dylan (non a caso unico tra questi personaggi la cui interiorità
rimanga un mistero inespugnabile) cade più dalle parti dell’icona sanamente
individualista: il “rebel rebelling against rebellion” di cui parla Jeffrey
Green in Bob Dylan: Prophet Without God (2024), nel cui ispido rifiuto a
sacrificare la propria soggettività alla Causa si legge un’indicazione di
equilibrio per un’epoca (in questo simile proprio agli anni Sessanta) di
attivismi tanto lodevoli quanto spesso dogmatici, ovviamente veicolati
dall’online.
> Ciò che più di tutto unisce questi racconti è il desiderio di collidere col
> pubblico, referente non visto eppure ineludibile del dolore di tutti i
> personaggi.
Uscendo dagli aspetti esistenziali, non va poi dimenticato che è lo stesso mondo
audiovisivo a essere sempre più “prigioniero dello sguardo altrui”. A
ragionamenti sul posizionamento mediatico, incluso un approccio produttivo
sempre più giocato sulla deferenza verso i gusti del pubblico, si associano i
problemi di un’industria, ma soprattutto di un mainstream, incapace di stupire e
sfidare come un tempo. Che si tratti dell’approccio biecamente interessato alle
politiche rappresentative da parte di colossi come Disney, o dello sconfortante
dominio commerciale di film basati sulle IP (Intellectual Property), anche
Hollywood & Co sembrano sempre più spesso, più che agenti, agiti da un
immaginario che rincorre pigramente sé stesso. Per questo è catartico vedere due
film di brand come A Complete Unknown e Folie à Deux levare veri e propri inni
contro il rispetto del fandom. In un caso riaffermando il sacrosanto diritto
alla libertà artistica, nell’altro addirittura elevandolo alla pratica di un
vero e proprio suicidio meta-industriale.
Perché in fondo se c’è qualcosa che più di tutto unisce questi racconti è il
desiderio di collidere col pubblico, referente non visto eppure ineludibile del
dolore di tutti i personaggi. In un modo o nell’altro tutti culminano in un
climax di confronto con l’audience, dove finalmente arriva a incandescenza quel
nucleo represso di ansia, frustrazione e inadeguatezza che ne accompagna la
continua performance per altri. Un Robbie Williams scimmiesco, urlante che
sfonda i cancelli guidando a tutta velocità contro le sue fan appostate fuori
dalla villa; Monstro Elisasue che vomita una doccia di sangue in faccia al
pubblico televisivo dello Speciale di Capodanno; Bob Dylan che aggredisce la
folla di Newport a suon di distorsioni elettriche; Donny abbandonato sulla sedia
che racconta il suo stupro al pubblico inorridito di un open mic; Arthur che
depone la maschera in diretta TV tradendo i suoi fan: “non c’è nessun Joker. Ci
sono solo io”. Momenti di vero e proprio burnout performativo, che sfondando la
quinta invisibile di un’esistenza eterodiretta sembrano voler riconciliare
persona e ombra, o almeno urlare quanto sia orribile vedersi sempre soltanto con
gli occhi degli altri.
L'articolo Mostro, ombra, stalker, fan proviene da Il Tascabile.
U na massa inarrestabile. Senza volto, senza voce. Avanza a scatti: afferra,
dilania, consuma. Non pensa, non decide, non sente. È ovunque. Si può solo
cercare di non esserne contagiati. Oggi, questo è il nostro mostro. Non è
elegante, né seducente: non ha una storia da raccontare. Lo zombie non è
l’affascinante, tragica e ambigua creatura simbolo del male che per secoli ha
incarnato desiderio, solitudine e tormento, vale a dire il vampiro. Al centro di
molte narrazioni horror contemporanee troviamo un corpo disattivato nella sua
soggettività, ma ancora funzionante: non è più luogo di conflitto interiore, ma
meccanismo che reagisce, si muove, infetta. È una presenza che agisce senza
coscienza, senza desiderio, senza direzione.
Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
contemporaneo: non per fascino, ma per necessità. Dove il vampiro rifletteva
l’io, lo zombie riflette il noi che si disgrega. Il primo era dramma dell’anima,
il secondo è sintomo della fine di una società. In nessun luogo questa
transizione è stata più radicale che nel cinema asiatico, dove il genere zombie
è esploso con una varietà di forme e significati, mentre il vampiro è rimasto
bloccato nel folklore o in variazioni d’autore marginali. La cultura
dell’estremo oriente ha trasformato il morto vivente in un linguaggio per
raccontare crisi collettive, vulnerabilità sistemiche, tensioni invisibili ma
onnipresenti.
> Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
> contemporaneo: dove il vampiro rifletteva l’io, lo zombie riflette il noi che
> si disgrega. Il primo era dramma dell’anima, il secondo è sintomo della fine
> di una società.
Non si tratta solo di una moda, ma di una mutazione profonda dell’immaginario.
Il vampiro apparteneva a un mondo ossessionato dalla soggettività e
dall’interiorità. Lo zombie è il prodotto – e simbolo – di un mondo in cui il
soggetto si frantuma dentro la collettività. Un mondo che ha smesso di chiedersi
chi siamo, e ha cominciato a temere di essere già diventati qualcosa d’altro.
Il corpo come specchio della crisi
Per capire il successo dello zombie e il declino del vampiro, bisogna partire
dal corpo e il corpo, oggi, è un campo di battaglia. Secondo Dennis Waskul
(professore di sociologia alla Minnesota State University di Mankato) che si
occupa di interazione simbolica, corporeità, sensorialità, sessualità e fenomeni
del soprannaturale) e Phillip Vannini (docente e ricercatore presso la Royal
Roads University di Victoria in Canada, che lavora tra sociologia, antropologia
ed etnografia visiva, occupandosi soprattutto di semiotica del corpo e
interazione simbolica), il corpo umano non può essere ridotto a una semplice
entità biologica: è un costrutto sociale e simbolico, modellato
dall’interazione, dalla cultura e dai processi di significazione che lo
attraversano.
Il corpo è un sito in cui si negoziano identità, si riflettono dinamiche di
potere e si esprime – anche attraverso il silenzio o la malattia – la condizione
del soggetto, scrivono i due studiosi in Body/Embodiment: Symbolic Interaction
and the Sociology of the Body (2006). Non possiamo quindi considerare il corpo
come un’entità biologica, ma occorre prenderlo in considerazione come punto
d’incontro tra significati, relazioni e aspettative sociali. Ogni corpo è, in
qualche misura, una biografia vivente: qualcosa che parla anche quando tace, che
significa anche quando sembra solo subire.
Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio, l’alterità.
È, potremmo dire, un corpo-specchio: non riflette direttamente ciò che gli altri
pensano, ma si plasma su segnali e aspettative sociali. E, in questo senso, è
profondamente moderno: costruisce sé stesso nel conflitto tra ciò che è e ciò
che appare. È il corpo dell’individualismo tardo-romantico, dell’interiorità
tormentata. Seduce perché mette in scena la soggettività in crisi, il desiderio
che non può essere appagato senza colpa.
Lo zombie, al contrario, è corpo svuotato. Non ha più agency (cioè la capacità
di un soggetto di agire nel mondo in modo intenzionale e consapevole,
esercitando scelta e influenza sulla realtà), né riflesso. È un caso di vero
fallimento drammaturgico: un corpo che ha smesso di recitare, che non prende più
parte al gioco rituale della socialità. Non si limita a essere escluso: è
semplicemente caduto fuori. I corpi, normalmente, si costruiscono dentro codici
condivisi, attraverso convenzioni culturali e performance quotidiane. Lo zombie,
invece, è un’interruzione di quel codice: non rappresenta più nulla, non negozia
più nulla, non comunica. Lo zombie è ciò che resta quando tutto questo si
interrompe.
> Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
> sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio,
> l’alterità. È un corpo-specchio che si plasma su segnali e aspettative
> sociali.
Nel mondo contemporaneo, segnato dalla perdita di certezze, dal collasso delle
narrazioni collettive e dalla crisi dell’identità, il corpo zombificato diventa
una metafora potente. È il corpo che ha perso la capacità di costruire senso,
che si muove senza meta in uno spazio disordinato, dove i codici sociali sono
collassati. Come ha osservato Stefano Vernamonti nel suo articolo “Staccando la
coscienza da terra”, la contemporaneità immagina sempre più spesso una coscienza
astratta, disincarnata – separabile dal corpo, caricabile su server o algoritmi.
È l’orizzonte della mente digitalizzata, della soggettività algoritmica,
dell’identità smaterializzata.
In questo scenario, lo zombie sembra una figura fuori tempo, residuale. E invece
è proprio qui che diventa interessante. Lo zombie rappresenta l’opposto esatto
di quella visione disincarnata: un corpo che continua ad agire senza coscienza,
svuotato di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della
coscienza – non più pensante, ma ancora pulsante. È il simbolo di ciò che resta
quando la coscienza se n’è andata ma il corpo non può smettere di muoversi. Lo
zombie, con la sua passività attiva, la sua esistenza senza soggetto, riesce a
restituirci con spietata precisione la condizione contemporanea: quella di
un’umanità che agisce per inerzia, lavora senza scopo, comunica senza ascolto,
vive senza presenza.
Nel cinema asiatico questo corpo senza soggetto è diventato il simbolo perfetto
della crisi. Train to Busan (2016), diretto da Yeon Sang-ho, non è solo un film
di zombie: è una radiografia della Corea del Sud contemporanea. Il treno che
corre verso la catastrofe è metafora di una modernità che ha perso controllo,
umanità, direzione. I personaggi sono tipologie sociali: il manager egoista, la
madre incinta, il senzatetto. E il virus è l’evento che li costringe a mostrarsi
per ciò che sono, senza maschere, senza ruolo, senza protezioni. Come osserva
Seoulbeats, il film ha raccolto le paure post-trauma del disastro del traghetto
Sewol e le ha trasformate in narrazione collettiva. Il treno diventa allora una
capsula sociale, una metafora accelerata della nazione, un dispositivo narrativo
che comprime tensioni familiari, economiche e morali.
In The Sadness (2021), diretto da Rob Jabbaz e ambientato a Taipei, l’orrore si
radicalizza: il virus non uccide, ma libera gli istinti peggiori. Gli infetti
restano coscienti, ma si trasformano in sadici. Non è solo la società che
crolla, ma anche il codice morale. Il film è una parabola estrema sul potere
della repressione sociale e sull’ipocrisia dell’ordine pubblico. è un’opera che,
nella sua grottesca esagerazione, rivela l’instabilità dell’intero sistema
culturale asiatico contemporaneo. Il corpo infetto non è più solo mostruoso: è
sociale. È trauma puro, incarnazione dell’assenza di senso e specchio fedele di
una società in cui la promessa di coesione sociale si è dissolta nella
competizione feroce e nella solitudine di massa.
> Lo zombie rappresenta un corpo che continua ad agire senza coscienza, svuotato
> di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della coscienza –
> non più pensante, ma ancora pulsante.
Se lo zombie è diventato il corpo collettivo dell’esclusione, il vampiro, al
contrario, rimane una figura centrata sul sé, sul desiderio, sull’autonomia
(qualità che appaiono dissonanti in molte narrazioni asiatiche contemporanee).
In un immaginario dominato dalla pressione del conformismo sociale e
dall’instabilità delle strutture istituzionali, il vampiro non trova un
ecosistema culturale favorevole. Certo, esistono eccezioni significative.
Thirst (2009) di Park Chan-wook, per esempio, è un film straordinario. Il
protagonista, un prete cattolico trasformato in vampiro da una trasfusione
sperimentale, è l’incarnazione vivente del paradosso tra purezza e desiderio. La
pellicola fonde erotismo e senso di colpa, trascendenza e istinto. Ma il suo
vampiro è tutt’altro che collettivo: è un individuo scisso, tragicamente
solitario. Come nota una recensione su Booker Horror, Thirst opera come dramma
metafisico più che come horror di consumo. È un film che riflette sulle
dinamiche del desiderio e della fede, ma non riesce a diventare specchio della
società nel suo complesso. Non sorprende che non abbia generato imitatori.
Al contrario, le apparizioni del jiangshi (il “vampiro saltellante” della
tradizione cinese) appartengono a un registro più folklorico e comico. Questi
esseri, rigidi e quasi caricaturali, sono il prodotto di un’altra sensibilità:
evocano lo scompenso tra mondo dei vivi e dei morti, ma senza l’introspezione o
il simbolismo erotico del vampiro occidentale. Non sono mai protagonisti
tragici, ma antagonisti da neutralizzare.
Il vampiro asiatico, dunque, appare come un corpo simbolico senza presa sul
presente. Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e
autoreferenziale, inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in
crisi sistemica. Dove lo zombie offre un linguaggio collettivo, il vampiro è
ridotto al sussurro del singolo.
> Il vampiro asiatico appare come un corpo simbolico senza presa sul presente.
> Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e autoreferenziale,
> inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in crisi sistemica.
E, anche nell’immaginario occidentale, il vampiro ha smesso di incarnare la
trasgressione per eccellenza. Come osserva Giovanni Padua in “Un vero conte
transilvano morto”, ha perso la sua carica perturbante: non mette più in crisi
l’ordine, lo decora. Le sue apparizioni recenti sembrano oscillare tra due poli
ugualmente depotenziati: da un lato la domesticazione adolescenziale, dall’altro
la restaurazione folklorica. Anche il Nosferatu (2024) di Robert Eggers,
attesissimo remake uscito alla fine dello scorso anno, rinuncia a ogni forma di
rinnovamento incomodante, radicandolo nella filologia culturale più che
nell’inquietudine contemporanea. Il vampiro, così, smette di interrogare
l’ordine per trasformarsi in monumento. Lungi dall’essere simbolo di rottura,
diventa una figura rassicurante, storicizzata, utile più a evocare nostalgia che
a disturbare.
Lo zombie come semiotica dell’esclusione
Il corpo “zombificato” è il corpo fuori senso, fuori discorso. Non ha più
narrazione. È ciò che resta dopo la perdita della coerenza esistenziale, il
punto in cui il linguaggio si spezza, il segno non si decifra, il potere che
diventa biologico. È, in altre parole, la radicalizzazione del soggetto
precario. Nell’Asia contemporanea, dove le strutture sociali sono attraversate
da una tensione costante tra rapidità dello sviluppo e fragilità istituzionale,
lo zombie diventa specchio e denuncia. Il suo successo culturale è legato anche
alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore, migrante
o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un corpo che
non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione. Non è più soggetto di
senso, ma resto biologico. Lo zombie non è escluso: è eccedente, inutile,
residuo.
Come nota Graziano Graziani in “Gli zombi e noi”, lo zombie si distingue da
tutte le altre figure del pantheon horror proprio per questa sua natura
collettiva e degradante. È il mostro della moltitudine, non dell’individuo: non
ha l’eleganza del vampiro, né la coscienza tragica del mostro di Frankenstein.
Non appartiene a un ordine simbolico arcaico o mitico, ma è a pieno titolo un
prodotto della società di massa. In questa prospettiva, l’immaginario zombie si
sovrappone sempre più frequentemente alla paura contemporanea dell’“invasione”
migrante. Il corpo “zombificato” è l’incarnazione dell’altro che non
riconosciamo più come umano, che è stato espulso simbolicamente dall’orizzonte
dell’empatia. Se l’alterità non ha nulla in comune con il nostro ordine
simbolico – se non è nemmeno più “umana” – allora tutto diventa giustificabile:
la violenza, l’abbandono, la rimozione. È in questa zona grigia che si colloca
l’efficacia simbolica dello zombie oggi: non è semplicemente il morto vivente,
ma il vivente disumanizzato. Un corpo che non reclama più diritti, ma che non
può essere ignorato. Uno spettro politico.
In questa genealogia del corpo degradato e non riconosciuto, si inserisce anche
il ghoul, come ha evidenziato Gioacchino (Jack) Orlando in “Echi dalle rovine”.
Creatura folklorica marginale, il ghoul si nutre dei resti umani, abita luoghi
desolati, si aggira ai confini del racconto. È simile allo zombie, ma conserva
una coscienza e una lingua: è un mutante, non un morto che ritorna. Questo lo
rende una figura ancora più ambigua, una soglia mobile tra umano e mostruoso. Il
ghoul non rappresenta una degenerazione né un’evoluzione, ma una sopravvivenza
ostinata. Non avanza né regredisce, semplicemente persiste. E come lo zombie, ci
ricorda che l’umanità non è un dato naturale, ma una condizione continuamente
negoziata – e facilmente negata.
> Nell’Asia contemporanea, lo zombie diventa specchio e denuncia, anche grazie
> alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore,
> migrante o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un
> corpo che non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione.
Analizzare la figura dello zombie significa confrontarsi con le fratture del
presente. L’horror è da tempo oggetto di studi approfonditi, non più relegato al
rango di genere minore, ma riconosciuto come specchio delle tensioni sociali.
Mentre altri generi proiettano speranze o nostalgie, l’horror lavora sulle crepe
dell’attualità, rendendo visibile ciò che spesso preferiremmo ignorare. In
particolare, lo zombie asiatico si fa dispositivo critico: il contagio, la
folla, l’inefficienza delle istituzioni, il panico collettivo – tutto converge
per raccontare una società già in crisi, dove la catastrofe non è una rottura,
ma una continuità.
Una sintomatologia globale
L’Asia, nel suo precipitare nel futuro, ci mostra il laboratorio del mondo. Un
luogo in cui il passato si sgretola e il presente non fa in tempo a diventare
memoria. In quel vuoto che si apre tra crisi e connessione, lo zombie cammina.
Ma se guardiamo all’Occidente, il panorama non è poi così diverso. Anche qui il
vampiro (simbolo del tormento individuale, della trasgressione romantica,
dell’erotismo gotico) ha perso centralità. Al suo posto, negli ultimi vent’anni,
si è affermato lo zombie come mostro dominante della cultura visiva: più grezzo,
meno riflessivo, ma incredibilmente efficace nel rappresentare le inquietudini
collettive.
L’inizio degli anni Duemila ha segnato una vera rinascita del genere: 28 Days
Later (2002) di Danny Boyle ha rivoluzionato il linguaggio visivo dello
zombie-movie, introducendo una creatura accelerata, rabbiosa, plasmata
sull’ansia pandemica e la dissoluzione urbana. World War Z di Marc Forster
(2013) ha dato una dimensione globale al contagio. The Walking Dead (2010-2022)
ha costruito una mitologia seriale che ha ridefinito il modo in cui raccontiamo
l’apocalisse: non più un evento improvviso, ma una lenta, dolorosa erosione
della civiltà.
Oggi, quelle stesse narrazioni stanno vivendo una nuova stagione, basti pensare
a 28 Years Later (2025), l’universo di The Walking Dead che continua a
moltiplicarsi con spin-off come The Ones Who Live e Daryl Dixon, in arrivo con
nuove stagioni nel 2025. Anche The Last of Us, dopo aver concluso la seconda
stagione nel 2025, proseguirà con una terza annunciata per il 2027, rinnovando
il suo sguardo sul trauma e sul corpo infetto.
È un rilancio simbolico. Il genere zombie si adatta a un presente frammentato:
ogni declinazione propone nuovi punti di vista, nuovi corpi vulnerabili, nuove
mappe emotive. Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine
disorientata che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
> Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine disorientata
> che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
Lo zombie occidentale si confronta con l’ansia del collasso dell’ordine
liberale, della frammentazione delle istituzioni, della perdita del controllo
razionale sul mondo. In Europa e negli Stati Uniti, il morto vivente si aggira
tra rovine riconoscibili: scuole chiuse, città svuotate, famiglie implose. Non è
solo una minaccia: è l’eco di un sistema che non funziona più. Simboleggia la
paura che l’individuo non conti più nulla, che le strutture costruite per
garantire coesione siano diventate inservibili. In Asia, invece, lo zombie
prende forma dentro una modernità estrema: è il sintomo di un mondo
iper-organizzato che produce esclusione sistemica, solitudine, anonimato. Lì, il
morto che cammina non rappresenta la perdita di un’autonomia: incarna il
sospetto che quell’autonomia non sia mai stata concessa del tutto.
Eppure, nella moltiplicazione dei prodotti culturali lo zombie diventa un
archetipo globale. Le sue incarnazioni si ibridano, si aggiornano, si esportano.
Non è più solo un riflesso locale: è una mostruosità mondiale. Porta in sé ansie
postpandemiche, memorie coloniali, precarietà economica, instabilità climatica,
burnout emotivo. Ci racconta di come la società contemporanea, ovunque ci
troviamo, abbia smesso di interrogarsi sull’anima mentre tutto crolla.
L'articolo Sopravvivere al collasso proviene da Il Tascabile.
È almeno dal 2007 che ogni volta che esce un film di Paul Thomas Anderson è un
evento. L’esordio del 1996, Sydney, poi l’acclamato e piccante Boogie Nights –
L’altra Hollywood (1997). Con Magnolia (1999) ci trovavamo già di fronte a un
regista che affrontava il tema dell’esistenza in maniera sfaccettata, ma capace
anche di parlare diretto con commedie romantiche come Ubriaco d’amore (2002).
Poi il successo e l’ingresso nel pantheon dei grandi registi con una pellicola,
Il petroliere (2007), che parla della ferocia umana e del potere avendo in mente
il capitalismo contemporaneo, ma nel cuore film come Quarto potere. È stato da
quel momento infatti che si è iniziato a parlare del “cinema di Paul Thomas
Anderson”; con il suo perfezionismo tecnico, capace di portare in auge classici
del minimalismo (Fratres di Arvo Pärt), rendendoli ineditamente cinematografici,
epurandoli dallo spiritualismo – quindi secolarizzandoli – per coglierne la
trama insitamente paranoica e schizofrenica.
The Master (2012) ha molti punti in comune con Il petroliere, perlomeno quelle
parti iniziali in cui Anderson fa ambientare molto lentamente lo spettatore,
mostrandogli una serie di eventi e fatti, cose che succedono nel tempo,
raccontate quasi distrattamente, fino a cambiare improvvisamente ritmo, per
costruire dialoghi serrati e sequenze memorabili. Vizio di forma (2014) invece
punta molto sulla psichedelia, sul confine tra realtà e illusione, sull’acidità
della Storia: insomma su Thomas Pynchon. Questa cosa la condivide un po’, anche
se in maniera molto più scanzonata, con Licorice Pizza (2018). Il filo nascosto
(2017) resta il suo film più anomalo e incatalogabile. Intanto non è ambientato
come diversi altri suoi film a San Fernando Valley (dove è realmente cresciuto),
ma in Europa, più precisamente nell’Inghilterra degli anni Cinquanta.
Sembrerebbe un Ubriaco d’amore borghese, ma è quanto di più diverso. È un film
che racconta il lato oscuro dell’amore (e in generale dei rapporti umani),
ovvero i suoi capovolgimenti repentini di potere, irrazionali. Un ricco e
famosissimo stilista (Daniel Day-Lewis) può essere sottomesso da una cameriera
qualunque (Vicky Krieps) che per quasi tutto il film viene umiliata e derisa.
> Paul Thomas Anderson è un grandissimo regista hollywoodiano, capace di
> mescolare grandi e profonde tematiche all’intrattenimento, che non ha
> sbagliato un colpo. Almeno fino a quest’ultimo Una battaglia dopo l’altra.
Non è la favola del ricco che sposa la povera. È un’altra cosa: chiunque può
sottomettere il prossimo solo detenendo i mezzi materiali per farlo. Non conta
la bellezza, l’intelligenza e, addirittura, nemmeno il denaro. Conta la capacità
di costruire il potere, in qualche modo, con qualche mezzo. Anderson lo racconta
attraverso una storia antididascalica che disorienta, e fa interrogare per
giorni, portandoci a fare i conti con la parte oscura di ognuno di noi. È il
Thomas Anderson più dark e scomodo. Come per certi versi lo è anche quello di
Licorice Pizza, film dichiaratamente inattuale, ambientato nel 1973, in cui
sembra suggerire di mettere da parte tutte le mode contemporanee e lasciarsi
guidare dalla vita. Ami qualcuno? Tartassa questa persona fino a provocare un
miracolo, fino a farla innamorare, anche se prima ti considerava uno sfigato.
Fregatene di chi dice che tra trenta, quarant’anni verrai etichettato come
“stalker”. Un film che è un piccolo atto politico.
Un breve commento sulla carriera di Paul Thomas Anderson? È un grandissimo
regista hollywoodiano. Capace di mescolare grandi e profonde tematiche
all’intrattenimento, non ha sbagliato un colpo. Almeno fino a quest’ultimo Una
battaglia dopo l’altra (2025).
Si tratta del suo decimo lungometraggio, ed è senza dubbio il suo progetto più
ambizioso e dispendioso. Un film epico a tinte politiche (il cui titolo proviene
nientemeno che da una frase di Angela Davis), tratto liberamente dal romanzo
Vineland, ancora una volta di Thomas Pynchon, che ha richiesto un investimento
produttivo fuori scala per gli standard del regista. Basti pensare che la Warner
Bros. ha finanziato l’opera con un budget di circa 130-140 milioni di dollari
(su Wikipedia si parla di 130-175 milioni di dollari). Senza dubbio il più alto
mai ricevuto da Anderson in carriera.
Per confronto, la maggior parte dei suoi film precedenti è costata una frazione
di tale cifra (ad esempio Il petroliere ebbe un budget che si aggirava attorno
ai 25 milioni). Questo enorme balzo di risorse è dovuto in parte alla presenza
di Leonardo DiCaprio come protagonista: la star hollywoodiana, alla sua prima
collaborazione con Anderson, avrebbe percepito un cachet di circa 20-25 milioni
di dollari, elemento che ha convinto Warner Bros. a dare semaforo verde al
progetto. Accanto a DiCaprio troviamo un cast di alto profilo che include
veterani come Sean Penn, Benicio Del Toro e Regina Hall, oltre alla
cantante/attrice Teyana Taylor e alla giovane esordiente Chase Infiniti nei
panni dell’importante ruolo della figlia del protagonista.
> Perché Paul Thomas Anderson, autore di film spesso intimi e “senza tempo”, ha
> deciso di cimentarsi con un grande affresco politico d’azione?
Anderson ha scelto di girare il film interamente su pellicola 35mm, utilizzando
in alcune sequenze il formato VistaVision, ovvero una variante rara del 35mm che
sfrutta il fotogramma in orizzontale (8 perforazioni invece delle 4 verticali
standard), capace di offrire maggiore definizione e una resa spettacolare su
grande schermo. Questo contribuisce all’aspetto visivo sontuoso e “analogico”
dell’opera, di caratura seventies, che infatti è la prima del regista ad essere
distribuita anche in sale IMAX per esaltarne la portata spettacolare. Ancora una
volta le musiche vengono affidate a Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead,
che cura le colonne sonore dei film di Anderson dai tempi di Il petroliere,
assumendo nel tempo un ruolo sempre più centrale nel suo cinema. Si va sul
sicuro, perché anche qui conferma la sua audacia, con uno score disarmonico e
monumentale al tempo stesso, che non è legato assolutamente ai sentimenti dei
personaggi e al mood della narrazione, ma anzi, è spesso usato per creare derive
o contrazioni.
Le riprese si sono svolte nel 2024 tra la California (nella contea di Humboldt e
a Sacramento) e il Texas, non senza qualche curiosità: durante i ciak a
Sacramento si è dovuto ad esempio sgomberare un campo di senzatetto che si
trovava nell’area prescelta come set. Insomma, una prima battaglia, cui ne hanno
fatto seguito sicuramente anche delle altre… La domanda sorge infatti spontanea.
Perché Paul Thomas Anderson, autore di film spesso intimi e “senza tempo”, ha
deciso di cimentarsi con un grande affresco politico d’azione? Intendiamoci, ci
sono momenti di cinema nel film, come ad esempio la scena dell’inseguimento tra
i sali e scendi delle strade in mezzo al deserto – ed è un Anderson inedito
questo, quasi da intrattenimento. C’è anche un DiCaprio in grandissima forma. Ma
perché Anderson ha deciso di fare un film esplicitamente politico?
Intanto Vineland, romanzo del 1990 in cui Pynchon, tornando al romanzo dopo
quasi due decenni, rifletteva con toni satirici e malinconici sulla fine delle
utopie rivoluzionarie degli anni Sessanta e sull’apatia dell’era Reagan, era un
testo che aveva in mente da decenni di portare sullo schermo, avendoci lavorato
per circa venti anni. Già nel 2014 il regista ammise che adattare fedelmente
Vineland sarebbe stato troppo complesso e che avrebbe preferito rubarne gli
elementi più stimolanti per farne qualcosa di proprio. Ed è in effetti ciò che
ha fatto, anche perché il film è scritto dal regista ed è invece, come appare
nei titoli, solamente “ispirato” dal libro di Pynchon: Anderson ha trasposto in
chiave contemporanea il conflitto centrale di Vineland, costruendo una storia
originale che ne rielabora temi e personaggi chiave, dal momento che per anni le
vicende di quel romanzo continuavano a tormentarlo creativamente. Un elemento in
particolare gli dava la motivazione per proseguire: il rapporto padre-figlia; un
tema che Anderson – padre di quattro figli nella vita reale – sentiva di poter
esplorare in modo personale: “Se sei un papà e giri un film su un papà che cerca
disperatamente di proteggere sua figlia, lo sentirai in modo profondo”, ha
dichiarato. Questa dimensione intima e familiare è dunque il filo emotivo e
principale che Anderson ha intrecciato attorno alla cornice politico-sociale del
racconto, nel tentativo di umanizzare una storia altrimenti incendiaria.
> Anderson ha trasposto in chiave contemporanea il conflitto centrale di
> Vineland, di Thomas Pynchon costruendo una storia originale che ne rielabora
> temi e personaggi chiave, dal momento che per anni le vicende di quel romanzo
> continuavano a tormentarlo creativamente.
Nonostante il regista non abbia mai palesemente militato in politica, i temi
affrontati in questo film segnano una svolta evidente: immigrazione, razzismo,
abusi del potere e conflitti sociali odierni vengono messi “sotto attacco” già
dalle primissime scene. Anche qui, come almeno in Il petroliere e in The Master,
la prima parte del film racconta episodicamente fatti e scene in maniera veloce,
scorrendo nel tempo, fino ad arrivare al primo snodo importante della
sceneggiatura. Nel mentre vengono mostrate situazioni estreme e volutamente
provocatorie: dal gruppo di guerriglieri anarchici modellati sui Weathermen
degli anni Sessanta, alle retate di immigrati clandestini detenuti, fino alla
caricatura di una setta segreta di fanatici suprematisti bianchi annidata
nell’establishment militare americano.
Anderson non ha mai fatto un film esplicitamente politico, sebbene alcuni suoi
film siano intrinsecamente politici. Eppure qui, non ha avuto timore di prendere
lo spettatore e gettarlo in mezzo al puro caos ideologico. In un’intervista ha
spiegato di non voler fare mera propaganda attuale: “Il più grande errore
sarebbe mettere la politica in primissimo piano”, ha detto, chiarendo che per
reggere un film di quasi tre ore servono personaggi e sentimenti solidi. Una
piccola lezione su come scrivere un film. Il suo obiettivo era intrecciare i
grandi temi con le vicende umane, in modo che lo spettatore si appassionasse
alle sorti dei protagonisti, al di là del messaggio ideologico. Non a caso, il
regista insiste che le dinamiche di Una battaglia dopo l’altra trascendono la
contingenza attuale: “Questa storia poteva essere raccontata 20 anni fa, nel
Medioevo, o persino nello spazio”, afferma Anderson, sottolineando come i
conflitti di fondo tra oppressori e oppressi siano ciclici. “Pensare che le cose
siano cambiate è un errore”, aggiunge, affermando che né il fascismo né la
cattiveria umana passano mai di moda.
> L’obiettivo di Anderson era intrecciare i grandi temi con le vicende umane, in
> modo che lo spettatore si appassionasse alle sorti dei protagonisti, al di là
> del messaggio ideologico.
Proprio questa visione circolare della storia lo ha probabilmente spinto a
realizzare il suo film più politico. Nella pellicola c’è un omaggio a Gillo
Pontecorvo (un frame dal classico del cinema politico italiano La battaglia di
Algeri, 1966). In parole povere: Anderson ha sentito che il momento era maturo
perché vicende di ribellione e repressione che lo affascinavano da anni
risuonassero con forza nel mondo di oggi (“dopo due decenni, non sono mai state
così rilevanti”).
Un aspetto peculiare di Una battaglia dopo l’altra è proprio la sua
ambientazione temporale sfuggente. Il film è dichiaratamente collocato ai giorni
nostri, con allusioni all’America post-Trump, eppure, l’estetica e i riferimenti
culturali richiamano spesso gli anni Sessanta/Settanta: lo stesso gruppo French
75 è modellato sui movimenti radicali di quell’epoca (come detto, gli Weathermen
americani), mentre il personaggio di Perfidia sembra uscito da un film
blaxploitation di inizio anni Settanta, come quelli impersonati da Pam Grier,
con il suo stile aggressivo e slogan incendiari. Anderson ha di proposito creato
un presente “sospeso” e anacronistico, in cui tecnicamente siamo nel Ventunesimo
secolo ma tutto – dai costumi, alle musiche rock psichedeliche, fino ai metodi
da guerriglia vintage – ricorda l’iconografia delle vecchie rivoluzioni. Il
presente appare “macchiato” dal passato, quasi fossimo di fronte a una realtà
parallela in cui il tempo non è progredito.
Da un lato, questa scelta rinforza uno dei messaggi chiave del film – ovvero che
gli ideali e i conflitti di ieri ritornano immutati oggi, in un eterno ciclo. Le
immagini di manifestazioni, repressioni violente e complotti ricordano
volutamente quelle che vediamo nei cinegiornali d’archivio tanto quanto nei
telegiornali attuali. D’altro canto, questa ibridazione temporale rischia di
confondere lo spettatore. La narrazione non chiarisce mai del tutto in che anno
preciso ci si trovi, e alcuni elementi risultano volutamente fuori dal tempo: ad
esempio, le giovani reclute del French 75 comunicano con codici e rituali quasi
da cultura hippie, oppure brandiscono armi analogiche come fossero in un vecchio
film di guerriglia, mentre i loro nemici complottano in salotti massonici rétro.
Questa scelta artistica può essere affascinante – dona al film un’aura da
allegoria universale – ma allo stesso tempo può apparire artificiosa. Una
battaglia dopo l’altra finisce per raffigurare un oggi immaginato tramite il
filtro dei ricordi storici. La battaglia generazionale messa in scena – con
giovani rivoluzionari confusi ma pieni di entusiasmo, contrapposti a vecchi
potenti corrotti e reazionari – sembra quasi figlia di un altro periodo, e non
sempre coglie le specificità del mondo contemporaneo. Sicuramente i giovani
rivoluzionari di oggi sono confusi, ma tanto per cominciare non mettono più le
bombe – nel bene e nel male.
> Una battaglia dopo l’altra finisce per raffigurare un oggi immaginato tramite
> il filtro dei ricordi storici. La battaglia generazionale messa in scena
> sembra quasi figlia di un altro periodo, e non sempre coglie le specificità
> del mondo contemporaneo.
Un elemento centrale del film è infatti proprio la rappresentazione della
gioventù ribelle. I ragazzi del French 75 vengono mostrati come idealisti
appassionati ma disorganizzati. Agiscono più per istinto e furia contro “il
sistema” che con un piano coerente: fanno esplodere bombe, derubano banche,
attaccano simboli del potere in modo quasi casuale. Tutte cose oggi impossibili
da fare, proprio perché non siamo più negli anni Settanta. Questa confusione
strategica, unita alla modalità fantasiosa ispirata al passato, è in parte
voluta: Anderson sembra suggerire che la rabbia giovanile odierna sia autentica
ma priva di una direzione unitaria, frammentata in gesti isolati. In una scena
chiave, Perfidia urla che “la violenza rivoluzionaria è l’unica via”, incitando
i compagni alla lotta armata, ma allo stesso tempo un personaggio osserva
amaramente che “le rivoluzioni iniziano contro dei demoni, e finisce che quei
demoni combattono loro stessi”. È un riconoscimento del rischio insito in questi
movimenti: l’implosione interna, la perdita di vista del nemico originale.
Un altro dei punti deboli del film è proprio l’assenza di un nemico
esplicitamente riconosciuto. O, al contrario, forse semplicemente troppo
riconoscibile. Anderson dice di non voler mettere la politica in primo piano,
facendo di tutto per camuffare il nemico, addirittura provando a confonderci con
la dimensione temporale, eppure ciò che emerge dalla pellicola sembra essere
molto schiettamente un film contro l’era Trump, come tanti altri. Tra l’altro,
Una battaglia dopo l’altra è stato vittima di un selvaggio review bombing da
parte del movimento MAGA (Make America Great Again), la destra trumpiana, che,
evidentemente si è sentita chiamata in causa, e ha iniziato a dare una stelletta
sui vari siti di recensioni cinematografiche, nonostante gli altri voti
altissimi.
> Un altro dei punti deboli del film è proprio l’assenza di un nemico
> esplicitamente riconosciuto. O, al contrario, forse semplicemente troppo
> riconoscibile.
DiCaprio, parlando del film, ha spiegato che Anderson ha voluto mostrare
“l’estremismo da entrambi i lati” dello spettro ideologico per riflettere su
“dove siamo nella società oggi”. Il risultato di questa scelta è che non c’è un
antagonista monolitico e chiaro contro cui tifare: i “cattivi” sono ovviamente
identificabili (il colonnello e i suoi accoliti razzisti), ma anche i “buoni”
rivoluzionari hanno le loro colpe ed eccessi. Potrebbe apparire così sulla
carta, se non fosse che i cattivi sono rappresentati come vecchi bavosi,
razzisti, misogini, omofobi col culto del corpo che però sotto sotto sono anche
attratti dal proprio stesso sesso, e per questo sono repressi, mentre i buoni
sono impersonati da donne “cazzutissime” che aggirano il potere senza il minimo
problema o sforzo. Magari fosse tutto così semplice!
Il personaggio interpretato da Sean Penn è talmente parodistico da risultare
imbarazzante. Non dovrebbe ricordare nessuno di realmente esistito, eppure
quando a un certo punto del film appare sfigurato nel volto somiglia in maniera
impressionante all’ufficiale nazista Otto Skorzeny: colui che fu a capo
dell’Operazione Quercia, ovvero quell’intervento che su ordine di Hitler,
permise la liberazione di Mussolini, tenuto prigioniero a Campo Imperatore, sul
Gran Sasso, dopo essere stato arrestato nel luglio del 1943. Inoltre, dopo le
apparizioni di Sean Penn al festival di Cannes con i soldati dell’esercito
ucraino al suo fianco, coinvolgerlo in progetti rappresenta per certi versi
anche questo un piccolo gesto politico.
Per concludere, se l’intento era quello di fomentare nello spettatore un senso
di urgenza e indignazione verso i mali del presente, questa narrazione rischia
di lasciarlo spiazzato, chiedendogli di parteggiare per una causa che appare
quantomeno confusa – se si cerca, come suggerisce il regista, di andare oltre
alla battutissima critica trumpiana di questi tempi. In altre parole, Paul
Thomas Anderson ha sempre saputo trasformare l’epoca rappresentata in un
dispositivo universale; qui invece è l’oggi a risultare opaco, filtrato da un
immaginario che appartiene ad altri decenni.
L'articolo Una battaglia apolitica dopo l’altra proviene da Il Tascabile.
È (già) tempo di tracciare un bilancio per Alex Garland. In relativamente pochi
anni di carriera ha costruito opere di densità e rilevanza imprescindibili, per
presa sulla contemporaneità e coraggio di intraprendere riflessioni filosofiche
in un’epoca ostile al pensiero (libero, ma non solo). Ogni suo film assomiglia a
una profezia, e non di quelle rassicuranti: più vicina a Cassandra che a
Nostradamus, più a un Palantír di Mordor che a una sfera di cristallo. Con quel
sesto senso proprio di chi è stato toccato da un’intelligenza superiore Garland
arriva semplicemente prima degli altri, in virtù di un meccanismo di autodifesa
contro la mediocrità e di un sottile sentimento antiamericano, tipico di una
britishness in via di estinzione. Seppur arrivando per tempo al problema,
Garland non ne esce con delle risposte chiare e distinte. La sua esposizione del
dubbio, la sua “verifica incerta”, testimonia con lucidità la difficoltà estrema
di raccontare il presente, di discernere la verità, di capire da che parte
stare. Il che non significa “fare di viltà il gran rifiuto”, bensì arrendersi
alla insensata e fuggevole complessità di un mondo che è, innanzitutto, troppo
veloce per essere afferrato e compreso.
Ad accomunare Ex Machina (2014), Annientamento (2018) o Civil War (2024) è
l’ipercinesia che non lascia spazio all’elaborazione di un pensiero, che obbliga
a una deriva istintuale, sovente quasi ferina. Uscito in sala con un tempismo
mirabile, Civil War ha suscitato inevitabili discussioni, talora facete – perché
proprio la California very Blue State e il Texas very Red State come alleati in
chiave secessionista? – ma ha saputo tradurre in immagini di rara ferocia quella
deriva autodistruttiva inestricabilmente legata a un Paese-bambino come gli
Stati Uniti, armato fino ai denti e dilaniato da divisioni interne sempre più
esacerbate. Un discorso di cui Warfare (2025, in sala dal 21 agosto in Italia) –
codiretto con il reduce di guerra Ray Mendoza – è la naturale prosecuzione: il
passaggio da un ipotetico scenario di conflitti futuri a uno effettivo del
passato prossimo (la seconda guerra in Iraq) comporta un ulteriore spostamento
della soggettiva. Warfare non è un pamphlet antimilitarista, così come Men
(2022) non è un banale pamphlet contro la mascolinità tossica. L’ambivalenza del
primo – l’immersione nel dettaglio bellico a livello di singolo uomo che altera
il linguaggio, ricco di acronimi fino all’esoterismo – si riflette
nell’ambiguità del secondo (sono gli uomini a essere “tutti uguali” o è la
protagonista a vederli così?).
> Civil War ha saputo tradurre in immagini di rara ferocia quella deriva
> autodistruttiva inestricabilmente legata a un Paese-bambino come gli Stati
> Uniti, armato fino ai denti e dilaniato da divisioni interne sempre più
> esacerbate.
Warfare non è un film sulla guerra o contro la guerra. È un film della guerra.
In cui il conflitto è la soggettiva, ignorante e acritica, così immersa nel
proprio presente eterodiretto da risultare cieca a ogni elemento esterno. Una
forma di alienazione radicale, che può essere “preparata” assumendo dosi di
immagini, attraverso il filtro della distorsione mediatica – il video di Eric
Prydz a cui assistono i soldati e con cui si apre il film. Smettere di pensare e
astenersi dal dover esercitare il libero arbitrio sembra essere l’unica via.
Perché per Garland e Mendoza il videogioco-già-giocato-da-qualcuno è l’unica
metafora possibile per una tecnica e una tattica di combattimento (il titolo è
Warfare, infatti) che hanno rimosso il lato umano fino al puro nonsense. Per i
Navy Seals asserragliati in un’abitazione irachena il passaggio dalla baldanza
al panico è rapido, almeno quanto la transizione da esseri umani a oggetti. Dopo
l’esplosione improvvisa e il ferimento grave di due soldati, avviene la
reificazione. L’insensibilità alle casualties of war è il male necessario di un
conflitto impossibile da osservare nella sua interezza e complessità.
Nascondendosi negli acronimi di un gergo bellico imperscrutabile, i Navy Seals
si rifugiano in un microcosmo alienante quanto serve.
Se Civil War e Warfare esplorano le fratture geopolitiche e il potere
distruttivo delle narrazioni, è anche perché Garland vede il cinema come un
campo di battaglia per le idee. Il suo rifiuto di schierarsi in maniera
didascalica non è neutralità, ma consapevolezza che il linguaggio stesso è
un’arma. In un panorama dominato da franchising e riscritture rassicuranti, la
sua ostinazione a creare mondi autonomi, non negoziabili, lo rende un autore
raro. E se la profezia è una maledizione per chi la formula, Garland sembra
averla accettata come condizione del mestiere: guardare un passo oltre, pur
sapendo che nessuno ascolterà in tempo.
> Garland vede il cinema come un campo di battaglia per le idee. Il suo rifiuto
> di schierarsi in maniera didascalica non è neutralità, ma consapevolezza che
> il linguaggio stesso è un’arma.
Volendo individuare un protagonista incognito e ricorrente delle opere di Alex
Garland, occorre concentrarsi sul libero arbitrio, esplicitamente citato nella
serie TV del 2020 che il regista ci ha costruito attorno: DEVS, con ogni
probabilità la migliore serie degli ultimi dieci anni (e naturalmente inedita in
Italia). Uno spy-thriller sulla Silicon Valley costruito attorno a un’invenzione
misteriosa, che si trasforma gradualmente in riflessione filosofica sul libero
arbitrio e sulla predeterminazione del comportamento umano, come se fosse
possibile calcolare in maniera deterministica azioni e reazioni. Il confine tra
tecnologia, filosofia e magia è felicemente abbattuto, per la gioia di Arthur C.
Clarke (“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla
magia”). Tecnicamente perfetta, densissima nei dialoghi e impreziosita da una
delle migliori battute sulla capacità tutta americana di nascondere e edulcorare
le peggiori verità, concentrandosi sul messaggio e sminuendo la sostanza, in una
contrapposizione degna di Le Carré con l’onesta nudità del male di matrice
russa.
La poetica di Garland, in fondo, è sempre un laboratorio di esperimenti
concettuali ‒ in cui la trama è un vettore, non il fine ‒, e di interrogativi
insoluti: cosa succede se un’Intelligenza artificiale diventa cosciente (Ex
Machina)? Se la natura riformula le sue leggi (Annientamento)? Se il conflitto
armato viene percepito come routine in cui annullarsi (Warfare)? Se un trauma
personale deforma l’intero spettro delle relazioni (Men)?
> In Annientamento, forse il manifesto della poetica garlandiana,
> l’inaffidabilità dell’immagine è totale, la sua paternità ignota. Forse ciò
> che vediamo è attribuibile a una spora che sembra riformulare la natura e
> ricalcolarla.
In quest’ultimo caso, quello di Men, Garland compie un passo rischioso: spoglia
il racconto di sovrastrutture fantascientifiche e lo riduce a un incubo
allegorico, in cui un solo attore (Rory Kinnear) incarna tutte le figure
maschili, moltiplicando l’effetto perturbante. Forse il lavoro meno riuscito di
Garland, o comunque il più problematico, ha suscitato critiche spesso
fuorvianti, legate alla lettura più superficiale del film. Soffermarsi sulla
parabola MeToo e su come la mascolinità tossica si annidi in ogni maschio
significa dimenticare che osserviamo ogni dettaglio attraverso lo sguardo
deformante e traumatizzato della protagonista, senza altri punti di vista. E
quindi ancora una volta discernere soggettività e oggettività, predeterminazione
e libertà di scelta diviene esercizio impossibile. Allo spettatore resta la
possibilità di osservare attraverso un vetro colorato, opaco. Come per lo Harry
Caul di La conversazione (1974), ottenere la certezza di una visione chiara e
distinta è arduo e opinabile quanto ricavare l’audio di una conversazione
privata priva di manipolazioni.
In Annientamento, forse il manifesto della poetica garlandiana, l’inaffidabilità
dell’immagine è totale, la sua paternità ignota. Forse ciò che vediamo è
attribuibile a una spora che sembra riformulare la natura e ricalcolarla, in
direzione uguale e opposta a quanto elaborato dall’Intelligenza artificiale del
lungometraggio di debutto, Ex Machina. Là era un costrutto artificiale a
divenire “more human than human”, e quindi manipolatorio e bugiardo; in
Annientamento è una forza aliena “ecologista” a cambiare le regole del gioco ed
escludere il fattore umano dall’equazione. La resa a un ordine che sfugge a
qualsiasi mappa razionale rimanda, più ancora che ai sinistri vaticini di H.P.
Lovecraft, al suo maestro Arthur Machen, che celava nel folklore rurale delle
terre britanniche misteri cosmici al di là dell’umana comprensione, tra
ribellioni della natura (The Terror, 1917) e sfoghi di violenta sessualità
pagana (The Great God Pan, 1894). Difficile escludere una influenza esplicita di
Machen quando la protagonista di Men mette piede in una chiesa isolata, in cui
spicca un altare istoriato di inquietanti bassorilievi. Gli strumenti del
terrore misterico rimangono gli stessi: dal tempo dell’inizio Novecento di
Machen al terzo millennio di Garland, più la specie umana si avvicina alla
presunzione di onniscienza e più si allontana dalla conoscenza intima
dell’ignoto, in un ciclo privo di fine apparente.
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