S cartoffie, plichi e documenti ci perseguitano in qualunque ufficio pubblico in
cui mettiamo piede. Ogniqualvolta ci addentriamo in questi loculi del potere
statale dobbiamo presentare plichi ordinati e completi, compilare interminabili
scartoffie, presentare documenti in corso di validità: a una tale via crucis,
che esige non solo sopportazione ma anche un’elevata soglia di attenzione, siamo
costretti per soddisfare bisogni fondamentali, spesso e volentieri
improrogabili, e comunque riconosciuti dalla legge.
Come afferma Boris Groys in Filosofia della cura (2023), documenti, plichi e
scartoffie non rappresentano altro se non “corpi simbolici”, cioè cose che ci
rappresentano innanzi agli altri, che parlano di e per noi al loro cospetto. Per
esempio, il libro è un corpo simbolico per il suo scrittore, una statua lo è per
il suo scultore e una notizia di cronaca può costituire più corpi simbolici,
ciascuno per ogni persona coinvolta nei fatti riportati. Ma sono corpi simbolici
pure i documenti relativi alla nostra identità, le carte con cui presentiamo
un’istanza alle autorità e quelle che le stesse autorità ci rilasciano: è la
loro cura a permetterci di usufruire dei servizi pubblici che ci occorrono e
dunque di curare i nostri corpi reali e così soddisfare i nostri bisogni.
Secondo Groys la funzione del corpo simbolico è consentire al corpo reale di
iscriversi nel “sistema di cura”. Per sistema di cura Groys non intende i
servizi sanitari in senso stretto, ma tutto il complesso di enti, istituzioni e
strutture (non solo di proprietà dello Stato) che, consentendo la riproduzione
della vita biologica e psichica del corpo reale, ne assicurano l’usabilità. Il
sistema di cura assurge così a dispositivo di funzionamento e perpetuazione
della società: solo se le nostre condizioni sono ottimali, la vita sociale può
svolgersi in modo ordinato ed efficiente. È per questo che, come scrive Groys,
“[e]ssere sani è la richiesta fondamentale e universale che viene rivolta ai
soggetti odierni”.
> Documenti, plichi e scartoffie non rappresentano altro se non “corpi
> simbolici”, cioè cose che ci rappresentano innanzi agli altri, che parlano di
> e per noi al loro cospetto.
Il lavoro di cura è essenzialmente improduttivo, non si esteriorizza in un’opera
scorporabile dall’essere umano e va ripetuto di frequente, se necessario anche
giorno per giorno. Insomma, assomiglia più alla fatica di Sisifo che non alla
produzione in serie. Tuttavia, è questo lavoro improduttivo a essere condicio
sine qua non dello svolgimento del lavoro produttivo. È per questa ragione che
il potere statale, in complicità con il capitale, si interessa al lavoro di cura
a tal punto da avere edificato un sistema di cura: si tratta di mantenere le
persone in una condizione desiderabile per le imprese, cioè in uno stato di
permanente produttività o almeno occupabilità. Questo sistema è espressione
della biopolitica, cioè del governo statale della vita e del comportamento dei
corpi: come nota Paolo Virno (Grammatica della moltitudine, 2001), “la vita come
tale è presa in cura […] perché essa funge da sostrato di una mera facoltà, la
forza-lavoro”. Eppure, le porte d’accesso al sistema di cura sono presidiate da
un’altra specifica configurazione dello stesso potere statale: la burocrazia.
Così, affinché i nostri corpi reali si mantengano in buona forma, in buona forma
devono trovarsi anzitutto i nostri corpi simbolici. Le carte devono essere
debitamente compilate, i documenti in regola, i plichi completi e ordinati. I
corpi simbolici risultano cagionevoli, bisognosi di attenzione e di visite
periodiche: con nostro aggravio, la loro cura diviene prerequisito di ammissione
alla cura dei corpi fisici.
Groys osserva anche che “quello che per il corpo simbolico è positivo potrebbe
essere nocivo per il corpo fisico”. Il filosofo riferisce questa affermazione a
chi mette a repentaglio la propria salute per dedicarsi a imprese da immortalare
in opere (documentari, libri, articoli di giornale ecc.), dunque in corpi
simbolici. La sua osservazione però si può applicare anche a tutti quei casi in
cui la corretta preparazione di un corpo simbolico espone a repentaglio la
salute psichica: l’attesa per il rinnovo del passaporto, la preparazione di una
delega, il download delle app necessarie per accedere ai servizi pubblici online
e via dicendo.
In definitiva, i nostri bisogni sono presi in ostaggio dalla burocrazia, i corpi
simbolici costituiscono il prezzo del rilascio e questo sequestro fa sì che i
nostri corpi reali siano oggetto di una forma, almeno sottile, di violenza.
Burocrazia significa etimologicamente potere dell’ufficio: il corrispettivo di
questo potere sono le scartoffie che siamo costretti a compilare e le carte che
dobbiamo sottoporre all’ufficio di volta in volta competente. La parola
“ufficio”, poi, può indicare una cellula dell’apparato statale o di una
corporation; in entrambi i casi, abbiamo a che fare con organismi di potere.
> I nostri bisogni sono presi in ostaggio dalla burocrazia, i corpi simbolici
> costituiscono il prezzo del rilascio e questo sequestro fa sì che i nostri
> corpi reali siano oggetto di una forma, almeno sottile, di violenza.
David Graeber (Oltre il potere e la burocrazia, 2013) pensa che la burocrazia
sia una forma di violenza strutturale, cioè una violenza immanente
all’organizzazione della società volta a mantenere le sue fasce più deboli – per
esempio, coloro che non possono permettersi cure private e devono passare per la
trafila del sistema sanitario nazionale, così come i migranti che devono
procurarsi visti e permessi di soggiorno per poter circolare liberamente – in
condizioni di subalternità, sotto la costante minaccia dell’uso della forza
fisica: provate a chiedere di essere visitati da un medico specialista del
sistema sanitario nazionale senza esibire tessera sanitaria e impegnativa
medica, o immaginate di essere un migrante all’addiaccio senza permesso di
soggiorno. Così, la burocrazia regola l’accesso alle risorse e la loro
distribuzione entro una struttura sociale fondata sui dogmi della scarsità
artificiale delle risorse stesse e della proprietà (privata o statale), nonché
sorvegliata dalle forze dell’ordine.
Anche Graeber, pur senza parlare espressamente di “corpi simbolici”, li porta
alla nostra attenzione, ritenendo che, lungi dall’essere attraenti o almeno
interessanti, non lascino molto spazio per essere descritti o interpretati:
> le scartoffie sono noiose. Si possono descrivere i rituali che le circondano.
> Si possono osservare i modi in cui le persone ne parlano, o i modi in cui
> reagiscono. Ma per quanto riguarda i documenti cartacei in sé, non ci sono
> molte cose interessanti da dire al riguardo. […] i documenti cartacei sono
> pensati per essere estremamente semplici e autoreferenziali. […] Proprio come
> un labirinto, non si aprono su niente al di fuori di se stessi. Pertanto, non
> c’è davvero molto da interpretare.
L’obbedienza a codici e regolamenti burocratici e la cura tributata ai corpi
simbolici ci fanno agire come idioti, ma il vero problema non è tanto la
stupidità delle procedure burocratiche, “quanto che servono a gestire situazioni
sociali che sono già insensate perché si fondano sulla violenza strutturale”.
Il potere burocratico si esercita sì in prima battuta sui corpi simbolici ma ‒
mediatamente ‒ sui corpi reali. Se i corpi simbolici non provano alcun dolore, i
corpi reali lo avvertono senz’altro: ecco la violenza strutturale della
burocrazia. La carta d’identità, il passaporto, la tessera sanitaria – prima
ancora di provare la nostra cittadinanza, residenza e data di nascita –
costituiscono un enunciato linguistico atto a dialogare con il potere e a
richiedergli il permesso per accedere ai luoghi da esso controllati
(rispettivamente e a mo’ di esempio: sportelli di enti pubblici, il territorio
statale, gli ospedali parte del Servizio sanitario nazionale), dove i corpi
reali sperano di vedere soddisfatte le proprie necessità.
> Lasciare i diritti civili e sociali in ostaggio della burocrazia può
> scoraggiare le persone e costringerle a rivolgersi al mercato o, qualora non
> abbiano risorse, a lasciar perdere; nella migliore delle ipotesi può limitare
> la loro vita e nella peggiore sancirne la fine.
Dalla cura dei corpi simbolici viene a dipendere la cura dei corpi fisici e
perciò la soddisfazione di bisogni reali, tutelati da diritti civili e sociali
affermati in leggi e costituzioni. Avere le carte in regola (e dunque
prepararle, ordinarle, accertarsi che non manchi nulla) è necessario per poter
votare, farsi auscultare i polmoni o anche ottenere il passaporto (un altro
corpo simbolico!). Lasciare i diritti civili e sociali in ostaggio della
burocrazia può scoraggiare le persone e costringerle a rivolgersi al mercato o,
qualora non abbiano risorse, semplicemente a lasciar perdere; nella migliore
delle ipotesi può limitare la loro vita e nella peggiore sancirne la fine.
Cittadini, stranieri, apolidi e migranti, cui viene esternalizzata la cura dei
corpi simbolici, sono incaricati di conformarli per renderli accettabili agli
occhi del potere statale. Di questo lavorio e dell’affanno che comporta la
macchina burocratica esulta, avvantaggiandosene come di un puntello
insostituibile, che la alleggerisce sensibilmente. La stessa digitalizzazione
della carta d’identità segue questa logica, tra l’altro con una singolare
perversione: vengono sì fatti fuori i pezzi di carta, ma poi per avere accesso
ai servizi disponibili online si deve digitare un codice pin, reperibile per una
metà sulla ricevuta (di carta!) rilasciata in seguito alla richiesta di
emissione della carta d’identità elettronica e per l’altra metà sulla lettera
(riecco la carta!) contenuta nella busta con cui viene recapitata la stessa
carta d’identità elettronica. Smaterializzare non significa esentare da sabbie
mobili e passaggi accidentati, bensì cambiare campo di gioco – o di battaglia –,
spostandolo sulle piattaforme digitali: qui il potere statale di respingere o
espellere passa più attraverso parole d’accesso che non tramite l’esibizione e
il controllo dei corpi simbolici.
Intanto, tutti i software progettati negli ultimi anni per smaterializzare il
nostro rapporto con l’apparato statale e sollevarci dall’incombenza di
presentarci di persona presso gli uffici pubblici “ci hanno trasformati in
[impiegati] amministrativi part time o a tempo pieno” (David Graeber,
Burocrazia, 2013): per esempio, il registro scolastico elettronico solleva i
genitori dall’onere di recarsi presso la struttura per avere notizie certe
sull’andamento dei figli, ma li costringe a imparare il linguaggio – accidentato
anche per i madrelingua italiani – di software e applicazioni sviluppati da
società private (Argo, Axios, Spaggiari e Madisoft sono fra le principali).
Graeber, che scriveva con gli occhi rivolti agli Stati Uniti d’America e in
particolare a New York, ritiene che la digitalizzazione e l’informatizzazione
della burocrazia costituiscano il risultato di precise scelte politiche, tese ad
allineare le tecnologie pubbliche a quelle private; come nota ancora in
Burocrazia “La sempre maggiore compenetrazione tra governo, università e aziende
private ha portato tutti gli attori coinvolti a adottare forme organizzative,
linguaggi e valori tipici del mondo dell’impresa”. Dunque, la smaterializzazione
della burocrazia resa possibile da computer e dispositivi digitali non è, di per
sé, il prodotto dello sviluppo tecnologico, ma di “quarant’anni di investimenti
infiniti in ricerca nelle tecnologie informatiche”. E mentre l’infrastruttura
informatica a disposizione della pubblica amministrazione guadagna potenza di
fuoco, l’infrastruttura fisica fatta di ponti e strade, scuole e ospedali, si
sbriciola.
> Tutti i software progettati negli ultimi anni per smaterializzare il nostro
> rapporto con l’apparato statale e sollevarci dall’incombenza di presentarci di
> persona presso gli uffici pubblici “ci hanno trasformati in [impiegati]
> amministrativi part time o a tempo pieno”.
La tecnologizzazione della burocrazia procede lungo due direttrici.
Innanzitutto, la penetrazione della cultura aziendalista nella sfera pubblica ha
indotto le burocrazie statali a emulare quelle private, così che i nostri uffici
pubblici cominciano a somigliare sinistramente alle filiali di Wall Street delle
più importanti banche di investimento, descritte proprio da Graeber in
Burocrazia: scatole dai colori neutri dove, come tributo alla
smaterializzazione, non spiccano risme di carta e raccoglitori ad anelli, ma
pannelli divisori ordinatamente disposti, schermi di monitor e, immancabilmente,
guardie giurate. La presenza di queste ultime sottolinea la minaccia di
espulsione costantemente incombente sui corpi fisici, della quale la
smaterializzazione dei corpi simbolici funge da avvisaglia.
In secondo luogo, si dà vita a partenariati tra sfera pubblica e interessi
privati; per esempio, in Italia sempre più società private – come Merito e
Selexi – gestiscono le procedure dei concorsi pubblici per conto di ministeri ed
enti, e così si occupano dei corpi simbolici (sia le prove scritte che i
documenti di ammissione) dei candidati. Se il pubblico non acquista le
tecnologie dai privati, allora li lascia entrare nel campo di sua competenza; in
tal modo, le imprese ne traggono profitto e il mercato si legittima ai nostri
occhi quale gestore della cosa pubblica.
Lo SPID è emblematico del labirintismo conseguente alla smaterializzazione dei
corpi simbolici. Per attivarlo sono necessari cinque step. Per superare il primo
occorrono un documento di riconoscimento e la tessera sanitaria, ma anche il
numero di cellulare e l’indirizzo e-mail. Prima di imbarcarsi in questa trafila
sarebbe giusto sapere cos’è lo SPID. Come ci spiega il dominio spid.gov.it, è
“la chiave di accesso semplice, veloce e sicura ai servizi digitali delle
amministrazioni locali e centrali”. “Chiave” è una parola fuorviante, perché
lascia intendere che sia consentito l’accesso a uno spazio fisico, mentre il
rapporto con la pubblica amministrazione viene del tutto smaterializzato.
Se poi non sei cittadino o sei migrante, “ricorda” (è il dominio spid.gov.it a
lanciarti questo monito) “che non è possibile richiedere SPID usando il permesso
di soggiorno, ma con questo, ad esempio potrai ottenere la carta d’identità che
ti servirà per richiedere SPID” (anche la cattiva punteggiatura è di
spid.gov.it). Dunque se sei un migrante i passaggi diventano sei, anzi sette,
perché devi procurarti non solo il documento di identità, ma anche il permesso
di soggiorno. E per quest’ultimo potrebbero volerci mesi. Come apprendiamo dal
sito web, SPID sta per Sistema Pubblico di Identità Digitale: si tratta, in
altre parole, di digitalizzare la propria identità, nulla di diverso da quello
che si fa tutti i giorni sui social network. Lo Stato muove i propri passi sul
percorso battuto da Meta e allora non è un caso se i sistemi di identificazione
digitale che consentono di accedere online ai servizi della pubblica
amministrazione sono ideati e gestiti da società private (per esempio, Sielte e
Aruba) o partecipate da capitale privato (come Poste Italiane).
> Se il pubblico non acquista le tecnologie dai privati, allora li lascia
> entrare nel campo di sua competenza; in tal modo, le imprese ne traggono
> profitto e il mercato si legittima ai nostri occhi quale gestore della cosa
> pubblica.
È evidente che la smaterializzazione dei corpi simbolici non mitiga la loro
condizione di corpi ingombranti, cagionevoli e bisognosi di cure, anzi. Le
complicazioni e lungaggini cui siamo soggetti per merito della burocrazia
comprimono il livello di soddisfazione dei diritti civili e sociali e, di
conseguenza, riducono la spesa gravante sulle casse pubbliche: la burocrazia si
rivela allora stretta alleata dell’austerità. Quando poi essa si smaterializza
non fa altro che lesinare sulle assunzioni di personale che potrebbe accogliere
e assistere il pubblico e al contempo rimpinguare le casse delle società private
che predispongono le interfacce digitali; la logica austeritaria è evidente:
meno soldi per i nostri diritti e, se proprio si deve spendere qualcosa, che
vada a vantaggio di società di capitale privato.
Disinnescare il subdolo ricatto della burocrazia richiede di ripensare i corpi
simbolici: ma non smaterializzandoli, bensì riconoscendone la superfluità. A
questo scopo basta metterli a confronto con i corpi fisici. Ciascuno di noi
dispone di un corpo fisico; non può di certo duplicarlo né farne a meno, per cui
si può dire che a ogni vita inerisce un solo corpo fisico. Tutt’altro può dirsi
circa i corpi simbolici: quanti se ne contano con riferimento a ciascuno di noi
dipende da fattori di volta in volta diversi, fra i quali una parte importante è
giocata dalla nostra rispettiva posizione sociale; si pensi ai documenti di
identità: un migrante non ne avrà nemmeno uno (o perlomeno uno che conti
qualcosa nel Paese di arrivo), mentre una persona di media o alta classe sociale
disporrà, oltre che della carta di identità, anche di un passaporto e, magari,
di una doppia carta di cittadinanza. I corpi simbolici che si riferiscono a
ciascuno di noi possono dunque sommarsi l’uno all’altro: la loro cumulabilità ne
evidenzia la genesi culturale, la derivazione dal potere statale.
La necessarietà dei corpi simbolici è dunque un costrutto del potere statale:
quello stesso potere che istituisce la burocrazia e ne definisce le funzioni si
occupa anche di accreditare i corpi simbolici. Ma in realtà questi sono
superflui: è possibile ridurli tutti in carta straccia senza soffrire dolore
nemmeno a un dente. Non può dirsi lo stesso dei corpi fisici.
E allora che fare? Di certo costruire forme di disobbedienza civile, in alleanza
con i dipendenti pubblici, i quali non sono solo agenti della burocrazia, ma,
proprio come noi, anche sue vittime. Però ciò probabilmente non basterà; allora
il terreno della lotta non dovrà rimanere confinato a codici e regolamenti
burocratici da disapplicare o applicare con larghezza, ma allargarsi ai beni
infrastrutturali, come scuole e università, ospedali e case di riposo. È qui che
quotidianamente, in ossequio alla biopolitica, si riproducono le condizioni che
consentono la vita individuale e sociale ed è sempre qui che, per effetto della
burocrazia, l’accesso è subordinato ai corpi simbolici. Perciò è a questi luoghi
che il grimaldello capace di forzare l’austero portone della burocrazia deve
permetterci di accedere.
> La necessarietà dei corpi simbolici è un costrutto del potere statale: quello
> stesso potere che istituisce la burocrazia e ne definisce le funzioni si
> occupa anche di accreditare i corpi simbolici. Ma in realtà questi sono
> superflui.
Dunque, per rivendicare la priorità della cura dei corpi fisici rispetto a
quella dei corpi simbolici la disobbedienza civile non sarà sufficiente;
occorrerà l’autogestione di spazi dove siano stanziati infrastrutture e mezzi,
nonché disponibili conoscenze e saper-fare, capaci di appagare i nostri bisogni
fondamentali: dalla loro soddisfazione dipende l’esistenza di una comunità
libera dalla violenza strutturale e felice. Ci vorrà coraggio, ma, come afferma
speranzosamente Boris Groys, sarà “la salute, la pura energia vitale, a
spingerci contro i confini dei nostri corpi simbolici e a rinnegare lo stato
moderno” e la sua burocrazia.
L'articolo Burocrazia e corpi simbolici proviene da Il Tascabile.