“D ov’era il tutt’altro, lo straniero, l’arcaico, l’individuo, il furioso?”, si
chiede frustrato lo scrittore ed etnografo Jäcki, mentre registra l’ennesimo
intoppo nella sua ricerca a Dangriga, nel Belize meridionale. Questo nevrotico
overthinker è il protagonista del romanzo Resoconto di una ricerca di Hubert
Fichte, una delle personalità più eccentriche della letteratura tedesca del
secondo dopoguerra – romanzo appena pubblicato dall’Istituto Italiano per gli
Studi Filosofici Press nella traduzione di Rosa Coppola.
Resoconto di una ricerca (titolo originale Forschungsbericht) è strutturato come
una relazione etnografica e riporta i dieci giorni (dal 4 al 14 febbraio 1980)
in cui Jäcki, insieme alla compagna fotografa Irma, anche lei tedesca
occidentale, vanno a caccia della prospettiva perfetta per descrivere la
comunità dei caribe neri, cioè un’etnia nata dall’ibridazione tra nativi
americani e afrodiscendenti. Per le sue peculiarità questa cultura sembra
costituire una sorta di must seen per etnologi ed etnografi europei: prima di
Jäcki e Irma, altri ricercatori avevano visitato Dangriga, soggiornando presso
lo stesso albergo, descrivendo i costumi del luogo – un certo Schneider aveva
persino scritto della masturbazione rituale omoerotica –, arrivando a
partecipare al misterioso – ma in realtà non troppo – Dugu, un rito di
purificazione.
Nato in polemica con l’etnoantropologia di Claude Lévi-Strauss nel 1980, il
testo innesta autofiction e ricerca etnografica in un vortice verbale volto a
stravolgere le strutture narrative dell’imperialismo eurocentrico, anticipando
temi e riflessioni ancora oggi attualissimi nel discorso postcoloniale, e non
solo: la costruzione esotizzante delle soggettività non bianche; l’appiattimento
del concetto di cultura a mera prassi folkloristica svuotata dei nessi economici
e geopolitici; le vecchie e nuove forme di colonizzazione economica, politica e
culturale; ma anche la disfunzionalità tossica della ricerca accademica e
scientifica e il loro ruolo nell’appropriazione discorsiva di altri spazi
culturali.
L’edizione dell’IISF Press ha il gusto di un’impresa editoriale avanguardistica,
che potrebbe significare l’avvio di una ricezione della complessa, controversa e
dissacrante opera di Hubert Fichte (1935-1986), che finora è apparso in
traduzione italiana soltanto nel lontano 1977 con Pubertà (Versuch über die
Pubertät, 1974). Del resto, nella stessa Germania questo nomade cantore delle
subculture è stato scoperto solo tardivamente, e non fa ancora davvero parte del
canone letterario, pur essendo il modello di alcuni dei più noti scrittori
contemporanei che si sono cimentati con la scrittura poetica documentaristica
(tra cui Katrin Röggla e Ulrich Peltzer).
> Il testo innesta autofiction e ricerca etnografica in un vortice verbale volto
> a stravolgere le strutture narrative dell’imperialismo eurocentrico,
> anticipando temi e riflessioni ancora oggi attualissimi nel discorso
> postcoloniale.
I protagonisti di Resoconto di una ricerca Jäcki e Irma non sono certo
ricercatori di primo pelo: non più troppo giovani, ma neanche sufficientemente
adulti da essere stati in grado di ritagliarsi una posizione
accademico-scientifica riconosciuta, prima di arrivare in Belize hanno
intrapreso viaggi “verso i Gombays piumati delle Bermuda, verso la rivoluzione
in Nicaragua, verso i caribe neri e San Pedro Claver”, producendo dettagliati
resoconti, fondati studi, pregevoli libri fotografici. Dangriga e i suoi
abitanti sembrano invece fuggire a qualsivoglia tentativo di resoconto, le
interviste si contraddicono a vicenda e si frantumano in cascate di battute e
pensieri intrusivi che il narratore interviene sole poche volte a districare –
in una scrittura molto vicina a quella drammatica e che ricorda per certi versi
l’Arno Holz naturalista.
Jäcki non riesce a ricondurre ciò che vede ed esperisce ai lineari,
comprensibili e rassicuranti studi di cui si era nutrito prima del suo viaggio e
che, in parte, si è anche scarrozzato dietro per mezza America centrale. Il
tassista è forse una spia; i sacerdoti, anzi, la sacerdotessa che amministra il
rito non è una sciamana, abita dietro la fermata del bus ed è solita recarsi a
New York; le misteriose bibite rituali a base di erbe ricordano le birre locali;
Frank, il tuttofare dell’albergo, è stato o no “tenuto in aria per cinque
minuti” dallo spirito di sua madre per poi essere “scaraventato su una scala”,
rompendosi entrambi i talloni; Antonio, il lenone del quartiere, va o non va
solitamente con uomini.
E in questo quadro destabilizzante il dubbio di trovarsi di fronte a uno
spettacolo messo in piedi per gli ingenui turisti-etnologi europei diventa
sempre più grande: “Non hai mai la sensazione che il barista si sforzi fin
troppo di sembrare quel selvaggio che, secondo lui, noi ci aspettiamo da lui? ‒
Quasi una cosa alla Kafka”. E dire che segnare con una X le varie tappe della
ricerca si rivelerebbe straordinariamente facile; basterebbe seguire le
indicazioni della receptionist dell’albergo: “Sicuramente siete qui per studiare
i caribe neri e il Dugu. È facile. L’assistente manager accompagna sempre gli
ospiti al tempio degli sciamani. Sono molto accoglienti. Alle undici arriva la
signora delle pulizie. La spedisco subito da voi. Lei sa tutto”.
Quando arriva finalmente l’invito a partecipare al rito del Dugu, né Jäcki né
Irma conservano una pur minima traccia dell’entusiasmo iniziale, reagendo a
quello che avrebbe dovuto essere il climax del loro viaggio – almeno secondo i
resoconti precedenti – con un annoiato: “E quindi questo è il Dugu”, come a
dire: “Tutto qui?”. E in questa agnizione anticlimatica la narrazione si
sfilaccia ancora di più, ridotta agli appunti di Jäcki, ai suoi pensieri
intrusivi e alle battute decontestualizzate scambiate con Irma, alle componenti
minime del rito cui i due, Irma e Jäcki, non riescono a dare senso. Tanto che
Jäcki dovrà ammettere il fallimento dell’impresa: “Per la prima volta aveva
fallito una ricerca. Avrebbe dovuto trattare delle piante da culto indigene, di
spremerle, di darvi un nome e di interrogare il loro utilizzo, come era stato in
grado di fare dagli Yoruba a Bahia. Di catalogare le malattie di iniziazione, la
follia dei sacerdoti, le denominazioni e le cure. Ad Haiti e in Togo l’aveva
fatto. Le spezie delle offerte sacrificali. Niente”.
Se però ci si avvicina un po’ di più alla personalità di Fichte, si capirà che
questo fallimento tutto è meno che negativo. Del resto la sua intera vita è
all’insegna di un nomadismo e di una marginalità in parte coatta in parte
programmatica: nato nel 1935 nel Brandeburgo – il tanto vituperato Land in cui
si trova Berlino e che la maggior parte degli abitanti della capitale si guarda
bene dal visitare –, è figlio di madre tedesca e di padre ebreo. Prima di
compiere dieci anni, si trova dunque a vivere le persecuzioni razziali – che
costringono il padre a fuggire in esilio in Svezia –, poi le evacuazioni dei
civili che lo portano in un orfanotrofio in Baviera, e, come se non bastasse,
anche il cruciale bombardamento di Amburgo, dove la madre si era trasferita.
> L’intera vita di Hubert Fichte è all’insegna di un nomadismo e di una
> marginalità in parte coatta in parte programmatica.
Dopo la guerra si avvicina al teatro, che influenza fortemente la sua scrittura,
e riesce a scandalizzare il pubblico della Germania Ovest – non che fosse molto
difficile – pubblicando nel 1968 Die Palette, un’acrobazia linguistica in cui la
subcultura dell’omonimo locale amburghese, composta prevalentemente dalla
popolazione queer, da bohémiens e artisti, lavoratori portuali, ma anche e
soprattutto da criminali, truffatori e fannulloni di varie specie, prende la
parola in una dissacrante polifonia.
Questo interesse che è già di tipo etnografico lo porta a lasciare la Germania e
iniziare a viaggiare da solo e con la fotografa Leonore Mau in Centro e Sud
America (Brasile, Argentina, Cile, dove tra l’altro conosce Salvador Allende),
poi nelle zone caraibiche (Haiti, Repubblica Dominicana, Trinadad) e poi ancora
in Africa (Tanzania, Etiopia). È nel corso di questi viaggi che si avvicina alla
pratica etnografica, sviluppandola in senso personale e artistico nei romanzi
dedicati alle religioni degli afrodiscendenti, come Xango (1976) e Petersilie
(“Prezzemolo”, 1980). La cronaca partecipata delle vite delle individualità
marginalizzate e delle subculture – occidentali o meno – è al centro sia del
romanzo Versuch über die Pubertät (1974, pubblicato in italiano nel 1977 come
Pubertà), in cui riflette sulla scoperta della propria omosessualità, sia del
progetto monumentale di Geschichte der Empfindlichkeit (“Storia della
sensibilità”), iniziato nel 1974 e rimasto incompiuto e in parte inedito con la
morte prematura dell’autore nel 1986, a seguito delle complicazioni dell’HIV.
La posizione narrativa e discorsiva che Fichte in quanto autore e scienziato
intende occupare è quindi programmaticamente quella del margine, il che lo porta
a respingere le forme narrative basate invece su una forte soggettività
osservante e giudicante. Per Fichte questo significa entrare in polemica con il
padre dell’etnografia occidentale, Claude Lévi-Strauss, e in particolare con
quella che è divenuta, dopo la sua pubblicazione nel 1955, la bibbia
dell’etnoantropologia europea – eurocentrica direbbe Fichte – Tristi Tropici un
resoconto autobiografico di un viaggio compiuto dallo studioso belga
nell’Amazzonia brasiliana. Fichte lo usa come vero e proprio contro-modello per
il suo Resoconto, inserendo abbondanti riferimenti intertestuali dall’intento
parodistico.
A un lettore non troppo addentro alle questioni etnoantropologiche dell’epoca
tali rapporti potrebbero sfuggire, se l’edizione italiana curata da Rosa Coppola
non avesse aggiunto, alla fine del romanzo, il saggio in cui Fichte demolisce –
ferocemente e senza possibilità di redenzione – la ricerca di Lévi-Strauss: La
terra del sorriso. Note polemiche su Tristes Tropiques. Si tratta di in
un’analisi soprattutto filologico-linguistica dei modi in cui l’antropologo
belga si rivela essere, secondo Fichte, non soltanto intriso di paternalismo,
razzismo e anche di omofobia –, ma anche “uno sciacallo che vuole essere
intrattenuto” dalle popolazioni locali, la cui esistenza è accettata soltanto in
funzione della realizzazione di sé dell’uomo occidentale bianco. Un’accusa che
ricorda quanto in un medium molto diverso e parecchi decenni dopo, Bo Burnham fa
dire al suo calzino-minoranza Socko nel geniale How the world works: “Why do you
rich fucking white people insist on seeing every socio-political conflict
through the myopic lens of your own self-actualization? This isn’t about you, so
either get with it, or get out of the fucking way” (“Ma perché voi ricchi
bianchi del cazzo continuate a guardare ogni conflitto sociopolitico attraverso
la lente miopica della vostra autorealizzazione? La cosa non vi riguarda, quindi
o vi adattate oppure levatevi di mezzo”).
> L’edizione italiana aggiunge alla fine del romanzo, il saggio in cui Fichte
> demolisce senza possibilità di redenzione la ricerca di Lévi-Strauss: La terra
> del sorriso. Note polemiche su Tristes Tropiques.
Tornando a Fichte, la sua polemica si scaglia quindi proprio contro la
prospettiva epistemologica di Lévi-Strauss, che quest’ultimo riassume nella
massima: “Comprendere consiste nel ricondurre un tipo di realtà a un altro”.
Fichte vi legge la giustificazione intellettuale del colonialismo. Tale
atteggiamento predatorio è richiamato nelle pagine del romanzo proprio mentre
Jäcki è intento a redigere il resoconto del Dugu mentre lo osserva – ed ecco che
il testo rivela la sua dimensione metaletteraria –, trovandosi prigioniero di un
linguaggio vacuo, impreciso. “I tamburi rullano”, scrive, un’espressione banale,
che indirettamente esprime tutto il “rifiuto di Jäcki del mondo, lo schifo, la
rabbia di essere stato chiuso a chiave in questa cultura, in un album di foto,
un evidente quadrato bianco in cui stava in piedi tra le cuoche nere, lo sdegno
di Jäcki per la ricerca, le rubriche, le pronunce, i saluti istituzionali, i
questionari, per le angherie, si ammassava in questa frase che poteva andare
bene per Jerry Cotton, poteva trattare di New York, della Cambogia, per
Montaigne”.
In questo senso va letto il fallimento della ricerca il cui resoconto ci
troviamo a leggere: l’impossibilità di reiterare, ancora una volta, gli schemi
discorsivi assimilatori che fino a quel momento Jäcki aveva messo in pratica. A
Dangriga non è riuscito a fare tassonomie, non ha catalogato, inciso nella
superficie del reale con la sua affilata prospettiva europea: qualcosa si è
inceppato nel meccanismo discorsivo dell’assimilazione occidentale e questo
rallentamento è legato alla posizione occupata da Jäcki in quanto
ricercatore-etnografo, altro tema riconoscibile in filigrana e mai esplicitato
in questo criptico romanzo.
Pur trattandosi di un evidente alter ego del suo autore, o forse proprio per
questo, il protagonista di certo non è una voce positiva che eroicamente si
sottrae alla sua posizione di maschio bianco europeo, ma, almeno in parte, ne
diventa consapevole grazie alla prospettiva marginalizzata che gli ha offerto
essere omosessuale e cresciuto nella miseria del secondo dopoguerra tedesco. Si
tratta di una prospettiva queer che non dimentica l’elemento di classe, la
questione economica che è alla base di ogni discorso culturale. Così le
asimmetrie della posizione di Jäcki e Irma da una parte e i loro oggetti di
studio dall’altra si rivelano, nella chiave di lettura intersezionale ante
litteram di Fichte, per quello che sono: il lascito del colonialismo europeo,
che, pur essendosi interrotto da poco sulle carte geografiche, continua ancora
in altre forme, altrettanto violente.
> Si tratta di una prospettiva queer che non dimentica l’elemento di classe, la
> questione economica che è alla base di ogni discorso culturale.
Cogliendo la natura sempre politica degli incontri tra culture, Fichte aveva
forse già intercettato quel processo per cui, negli anni Novanta, la questione
di classe è stata accantonata per un discorso culturale basato unicamente sullo
scivoloso concetto di identità – con tutti i cortocircuiti del caso, come spiega
bene Mimmo Cangiano nel suo Guerre culturali e neoliberismo (2024). Così i
personaggi che Jäcki intervista si sottraggono allo sguardo centripeto del
maschio bianco europeo, alla linearità violenta dell’etnografia eurocentrica,
alla tentazione del poetico, per mostrarsi nella loro complessità di soggetti
che, ancor prima di essere autentici custodi di una ritualità segreta, sono
determinati dalla loro posizione di classe, dalle loro aspirazioni, dai loro
comportamenti sessuali, dagli stessi discorsi che li agiscono.
Tale indebolimento degli schemi discorsivi eurocentrici avviene grazie alla
destrutturazione che Fichte impone agli ingranaggi narrativi. Avendo già
rinunciato a una soggettività forte con la prospettiva di Jäcki, smontando la
narrazione in frasi paratattiche ed ellittiche in cui sparpagliare i cinici
discorsi strampalati di Jäcki, frantumando le immagini della realtà in elenchi
di percezioni ed echi intertestuali che nessun narratore si cura di riordinare
in una visione di insieme, e che sta a chi legge decifrare – anche se solo in
parte:
> La vita notturna era già a letto.
> La porta sulla hall aveva ceduto.
> Le chiavi erano lì, dove Irma le aveva lasciate.
> Nel corridoio del piano di sopra nessun rumore.
> Mancava il portiere.
Perché per Fichte l’obiettivo è quello di disinnescare, in tutte le sue opere,
lo strumento che a suo avviso contribuisce, insieme alla forza economica, in
modo più violento all’imperialismo occidentale: il discorso, e quindi il
linguaggio e le lingue. Questa inedita commistione stilistica tra ricerca
etnografica e scientifica da un lato e invenzione letteraria dall’altro è ciò
che ha reso Fichte molto apprezzato sulla scena letteraria sperimentale della
sua epoca, tanto che uno scienziato dell’osservatorio astronomico di Amburgo
diede il suo nome a un asteroide – perché succede anche questo – e tanto da
spingere un altro maestro dello sperimentalismo tedesco del secondo dopoguerra,
Helmut Heissenbüttel, a coniare, per descriverla, il termine etnopoesia. Così la
scrittura scientifica attinge alle possibilità del romanzesco per aprire spazi
di significazione altri e fortemente politici.
> Questa inedita commistione stilistica tra ricerca etnografica e scientifica da
> un lato e invenzione letteraria dall’altro è ciò che ha spinto un altro
> maestro dello sperimentalismo tedesco del secondo dopoguerra, Helmut
> Heissenbüttel, a coniare, per descriverla, il termine etnopoesia.
Ecco che quello di Jäcki diventa un resoconto autentico di una ricerca: non gli
esiti spendibili, quelli da estrapolare dai propri appunti per simulare
successo, padronanza e passione, ma una confessione sgangherata di dubbi,
pensieri intrusivi, tradimenti e infedeltà, totale assenza di deontologia, noia
e nausea, che trae il suo senso solo dal suo “troppo fallire: “Questo non è il
resoconto di una ricerca. Volo e schianto di Frank. Ecco cosa leggerò agli
studenti. Ma nel frattempo la vita se n’è andata. Comportamenti. Riti. Storia.
Panama. Il passaporto rubato. Patria Libre. I piedi. I piedi dei caribe neri. Il
nostro fallire. Molto. Troppo”.
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