Q uattro professori di mezza età, esausti e un po’ spenti, siedono intorno a un
tavolo di ristorante. Uno di loro introduce una tesi dello psichiatra norvegese
Finn Skårderud: l’essere umano nasce con un deficit alcolico dello 0,05%. Il
sangue, in altre parole, avrebbe bisogno di una piccola quota costante di alcol
per funzionare al meglio.
È la scena d’apertura di Un altro giro, film del regista danese Thomas
Vinterberg del 2020. La tesi è pseudoscientifica – Skårderud ha poi precisato di
averla formulata solo come metafora in una prefazione – ma al film non interessa
smontarla. La prende sul serio quel tanto che basta a trasformarla in un
esperimento esistenziale. I quattro professori cominciano a bere poco, poi
sempre di più, nel tentativo di incrinare il torpore che sembra essersi
depositato sulle loro vite adulte: le lezioni ripetute per inerzia, i matrimoni
esausti, la sensazione di essersi allontanati non tanto dalla felicità quanto
dall’intensità. L’alcol, nel film, non appare soltanto come una sostanza.
Assomiglia piuttosto a una tecnologia della sospensione: qualcosa capace di
allentare temporaneamente il peso della coscienza ordinaria.
Per capire perché oggi l’alcol abbia un ruolo così ingombrante nelle nostre
vite, tanto da dominare buona parte delle occorrenze sociali, bisogna fare un
passo indietro di circa dieci milioni di anni.
Scimmie ubriache
Molto prima delle anfore e dei brindisi, le foreste tropicali erano già sature
di fermentazione: frutti troppo maturi caduti a terra, zuccheri degradati dai
lieviti e insetti attratti dall’odore dolciastro dell’etanolo. Lo studio “The
evolutionary ecology of ethanol”, pubblicato nel 2024, descrive la fermentazione
degli zuccheri da parte dei lieviti come un fenomeno strutturale degli
ecosistemi ricchi di frutta, non un incidente biochimico marginale. Piante,
lieviti, insetti e mammiferi si sono coevoluti intorno all’etanolo per milioni
di anni, sviluppando strategie per sfruttarlo, tollerarlo o evitarlo. Il consumo
di alcol, in questa prospettiva, non appare più come una deviazione culturale
comparsa tardi nella storia umana, ma come parte del paesaggio biologico dentro
cui si sono evoluti i primati.
> Già nelle foreste dei nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli
> zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo, una traccia
> olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente
> assimilabile.
È su questo sfondo che il biologo evoluzionista Robert Dudley ha formulato la
cosiddetta drunken monkey hypothesis (ipotesi della scimmia ubriaca). Nelle
foreste pluviali frequentate dai nostri antenati primati, i lieviti degradavano
gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo. La sua
volatilità permetteva all’odore della fermentazione di disperdersi rapidamente
nell’aria: una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e
facilmente assimilabile. Gli individui più attratti da quell’odore (e più capaci
di tollerarne gli effetti) godevano dunque di un vantaggio adattativo reale.
Negli anni alcune ricerche hanno fornito indizi biologici coerenti con questa
prospettiva. Nel 2014, un gruppo di ricerca guidato da Matthew Carrigan ha
aggiunto un tassello importante alla questione. Attraverso la ricostruzione in
laboratorio dell’enzima ADH4, coinvolto nella metabolizzazione dell’alcol, i
ricercatori hanno dimostrato che l’antenato comune di uomini, scimpanzé e
gorilla sviluppò circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica che
rendeva molto più efficiente il metabolismo dell’etanolo. La mutazione comparve
proprio nel momento in cui alcuni primati iniziarono a trascorrere più tempo a
terra, dove i frutti fermentati erano più facilmente accessibili: una
coincidenza che, per Dudley e Carrigan, non è affatto casuale. Non abbiamo
iniziato a bere perché abbiamo scoperto la fermentazione. Eravamo già attrezzati
per farlo molto prima di aver inventato qualsiasi anfora.
> Secondo Edward Slingerland l’ebbrezza non ha accompagnato la civiltà umana
> soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e
> propria tecnologia sociale.
La drunken monkey hypothesis spiega bene l’origine della nostra attrazione per
l’etanolo, ma lascia aperta una domanda più difficile: perché gli esseri umani
continuano a cercare deliberatamente l’ebbrezza anche quando non hanno più
bisogno di seguire l’odore della frutta fermentata per sopravvivere? È da qui
che parte Edward Slingerland, filosofo e sinologo autore di Sbronzi. Come
abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà (2022). La sua
tesi è che l’ebbrezza non abbia accompagnato la civiltà umana soltanto come
effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia
sociale.
La birra prima del pane?
Siamo nel 9500 avanti Cristo, nell’attuale Turchia sudorientale. Su un altopiano
battuto dal vento, gruppi di cacciatori-raccoglitori stanno costruendo qualcosa
di straordinario: enormi pilastri in pietra decorati con bassorilievi di
animali, alcuni del peso di decine di tonnellate. Göbekli Tepe (“collina
panciuta” in turco) è oggi considerato il più antico sito monumentale del mondo,
e precede di millenni l’invenzione dell’agricoltura stanziale. Resta da capire
come società ancora nomadi siano riuscite a coordinare un’impresa simile.
Una delle ipotesi più affascinanti, e più discusse, è che a tenerle insieme
fosse la birra. Analisi chimiche sui recipienti rinvenuti nel sito hanno
individuato tracce compatibili con la produzione di bevande fermentate. L’idea,
ripresa anche da Slingerland, è che banchetti rituali abbiano preceduto, e forse
incentivato, la transizione all’agricoltura: non avremmo iniziato a coltivare
cereali soltanto per produrre pane, ma anche per garantire scorte sufficienti di
birra.
> Edward Slingerland capovolge la narrazione secondo cui l’alcol sarebbe un
> sottoprodotto accidentale della civiltà, suggerendo che esista una connessione
> ricorrente tra la produzione di alcolici e la nascita delle grandi civiltà.
La tesi è volutamente provocatoria, ma ha il merito di capovolgere una
narrazione molto radicata: quella secondo cui l’alcol sarebbe soltanto un
sottoprodotto accidentale della civiltà. Al contrario, come osserva Slingerland,
esiste una connessione ricorrente tra la produzione centralizzata di alcolici e
la nascita delle grandi civiltà del mondo antico. In Mesopotamia, in Egitto, in
Cina o nell’America precolombiana le bevande fermentate erano insieme alimento,
rituale religioso e strumento politico. Non semplici piaceri accessori, ma
tecnologie di coesione sociale.
Vulnerabili insieme
Ma perché l’alcol funziona così bene come collante sociale? La risposta passa
anche per la neurobiologia. L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte
evolutivamente più recente del cervello umano: quella coinvolta nel controllo
esecutivo, nella valutazione del rischio, nell’automonitoraggio. In altre
parole, allenta temporaneamente alcuni dei meccanismi cognitivi che ci rendono
guardinghi, ipervigili, troppo consapevoli di noi stessi. Non ci rende stupidi o
inabili (almeno non subito) ma meno diffidenti, più inclini all’esposizione
emotiva, più disposti a interpretare con benevolenza le intenzioni altrui. È
questo che Edward Slingerland descrive come una “stretta di mano chimica”: bere
insieme significa entrare volontariamente in uno stato di vulnerabilità
reciproca, inviando un segnale credibile di fiducia.
Secondo Slingerland, il temporaneo “disarmo” della corteccia prefrontale avrebbe
offerto vantaggi evolutivi importanti. Non solo perché facilita la cooperazione
tra estranei, ma anche perché riduce lo stress sociale e allenta il pensiero
rigidamente analitico, favorendo creatività, improvvisazione e coesione di
gruppo. In questa prospettiva, l’ebbrezza non sarebbe un semplice effetto
collaterale della civiltà, ma uno degli strumenti che hanno permesso a primati
naturalmente sospettosi e territoriali di vivere insieme in comunità sempre più
numerose e complesse.
> L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello umano
> coinvolta nell’autocontrollo e nella valutazione del rischio. Questo potrebbe
> aver avuto un ruolo nella riduzione dello stress sociale e aver favorito
> creatività, improvvisazione e coesione di gruppo.
Eppure, se l’alcol agisse semplicemente come un disinibitore universale, gli
esseri umani da ubriachi dovrebbero comportarsi più o meno tutti allo stesso
modo. È l’osservazione da cui partono Craig MacAndrew e Robert Edgerton in
Drunken Comportment: A Social Explanation (1969), uno dei testi più influenti
sull’antropologia dell’ebbrezza. Studiando società molto diverse tra loro, i due
autori notarono che il comportamento degli ubriachi varia radicalmente a seconda
del contesto culturale: in alcune società l’ubriachezza favorisce aggressività e
violenza, in altre malinconia, ritualità o persino compostezza cerimoniale.
La loro intuizione coglie un punto fondamentale. L’alcol modifica davvero alcuni
processi cognitivi – agisce sulla valutazione del rischio, sull’autocontrollo,
sulla percezione dei segnali sociali – ma ciò che emerge da quella modificazione
dipende profondamente dal contesto culturale. L’alcol, insomma, non crea
comportamenti dal nulla: abbassa alcune soglie cognitive e sociali, lasciando
emergere ciò che una determinata cultura considera possibile, tollerabile o
persino desiderabile.
Il tempo sospeso
È questo che MacAndrew ed Edgerton chiamano time out: un intervallo socialmente
autorizzato in cui le regole ordinarie vengono temporaneamente allentate. Non
abolite (esiste sempre una “clausola dei limiti”, come la definiscono i due
antropologi), ma sospese quel tanto che basta a permettere forme di
comportamento normalmente inibite. Dentro questo spazio liminale diventano
possibili la confidenza tra estranei, la confessione inattesa, il contatto
fisico tra persone che di solito mantengono le distanze.
In questo senso l’ubriachezza assomiglia molto allo spazio della festa descritto
da Michail Bachtin: una parentesi temporanea in cui le gerarchie si attenuano, i
codici si rilassano e la vita quotidiana perde per qualche ora la propria
rigidità. Per questo il bere collettivo accompagna così spesso carnevali,
banchetti rituali e notti di festa. L’alcol non produce semplicemente euforia:
contribuisce a creare una particolare percezione del tempo sociale.
> Nella storia della letteratura, e non solo, l’astemio appare spesso come una
> figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere:
> qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante.
Il sociologo Joseph Gusfield ritrovava qualcosa di simile nei rituali del
“drinking time”, quei momenti socialmente codificati, come l’aperitivo
contemporaneo, che segnano il passaggio dal tempo del lavoro al tempo dello
svago, dalla gerarchia dell’ufficio alla socialità del bancone. Il primo
bicchiere segnala già un cambio di regime.
Bere al proprio posto
Bere non serve soltanto a sospendere temporaneamente le regole ordinarie.
Storicamente ha funzionato anche come una vera e propria grammatica sociale:
organizza gerarchie, definisce appartenenze, stabilisce chi è dentro e chi è
fuori.
Nell’antica Roma la qualità del vino servito rifletteva rigidamente la posizione
sociale del bevitore: il Falerno per l’élite, la posca e i vini adulterati per
schiavi e liberti. Bere insieme significava anche riconoscersi reciprocamente
dentro un ordine condiviso.
È una logica che riaffiora anche nella Parigi di Maigret costruita da Georges
Simenon. Come ha osservato l’antropologa Lisa Anne Gurr, nei romanzi di Simenon
le bevande funzionano quasi come marcatori sociali automatici: gli operai bevono
vino rosso, la piccola borghesia birra e cognac, l’alta borghesia champagne,
armagnac e tè. Anche il genere contribuisce a organizzare questa geografia
alcolica: gli uomini bevono, le donne molto meno, e quando consumano alcol
vengono spesso associate a marginalità, disordine o ambiguità morale. L’astemio,
invece, appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia
costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta
apertamente inquietante.
> La civiltà contadina europea aveva con l’alcol un rapporto molto diverso dal
> nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i
> pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia.
Anche le taverne popolari studiate dallo storico Thomas Brennan nella Parigi del
Settecento erano molto più che luoghi di consumo: spazi in cui si negoziavano
alleanze, reputazione, solidarietà e conflitti. L’alcol, insomma, non
accompagnava semplicemente la vita sociale. Contribuiva a organizzarla.
Il lato oscuro di Dioniso
Dipendenze, incidenti, patologie epatiche, violenza: i danni dell’alcol sono
noti, ed esiste una nutrita letteratura che li esplora a fondo. Si calcola che
il consumo di sostanze alcoliche sia responsabile di circa 2,6 milioni di morti
ogni anno, di cui 400.000 imputabili a tumori, e che rappresenti il 5,1% del
carico globale di malattia (DALY). La IARC (International Agency for Research on
Cancer) classifica le bevande alcoliche come cancerogeno di gruppo 1 dal 1988.
Il meccanismo è noto: l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, anch’essa
cancerogena, che danneggia il DNA. Nel gennaio del 2023 l’Organizzazione
mondiale della sanità ha riconosciuto che il rischio oncologico cresce con la
quantità ma ha dichiarato che non esiste una soglia sotto la quale sia nullo.
Ma guardare all’alcol soltanto come a una sostanza patologica rischia di rendere
incomprensibile la sua persistenza quasi universale nella storia umana. Le
società non hanno semplicemente “bevuto”. Hanno incorporato l’alcol dentro forme
di vita molto diverse tra loro, attribuendogli funzioni, significati e spazi
sociali variabili. La civiltà contadina europea, per esempio, aveva con il vino
un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava
il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino
l’infanzia. Non era separato dalla vita ordinaria come sostanza eccezionale
dedicata all’ebbrezza, ma integrato nella continuità materiale della comunità.
In Il pane selvaggio (1980, il grande affresco di Piero Camporesi dedicato alla
cultura alimentare popolare tra Medioevo ed età moderna) fermentazione, fame,
ebbrezza e nutrimento appartengono allo stesso paesaggio corporeo e sociale: un
mondo in cui il confine tra alimentazione, alterazione dei sensi e sopravvivenza
è molto meno netto di quanto sia diventato nella modernità urbana. È la
modernità industriale a trasformare progressivamente questo rapporto. L’alcol si
separa dai rituali relativamente stabili che lo contenevano e gli davano
significato, e diventa sempre più spesso compensazione privata, anestesia,
automedicazione diffusa.
Nell’Inghilterra preindustriale del Settecento il gin invade i quartieri operai
di Londra come un sedativo a basso costo: ubriaca, stordisce, attenua per
qualche ora la durezza della vita urbana e del lavoro salariato. Due secoli
dopo, nei sobborghi americani del dopoguerra, il bere domestico femminile
convive con il consumo crescente di tranquillanti e sedativi prescritti: non più
rito collettivo, ma gestione silenziosa dell’ansia, della solitudine e
dell’oppressione quotidiana.
> Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando: si beve meno, soprattutto tra i più
> giovani. Perfino dentro culture storicamente legate all’eccesso compaiono
> forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la
> funzionalità del giorno dopo.
Cambiano le epoche e cambiano le sostanze, ma ritorna la stessa intuizione
elementare: modificare temporaneamente la coscienza può rendere più sopportabile
ciò che altrimenti rischierebbe di diventare insostenibile.
Un nuovo puritanesimo?
La storia moderna dell’alcol sembra oscillare continuamente tra due poli: da un
lato lubrificante sociale, dall’altro sostanza da controllare, medicalizzare,
neutralizzare. Negli ultimi anni, almeno in una parte dell’Occidente urbano, si
ha però l’impressione che qualcosa stia cambiando ulteriormente. Si beve meno, o
almeno così suggeriscono diverse ricerche, ma soprattutto sembra cambiare il
rapporto con la perdita di controllo. Perfino dentro culture nate storicamente
intorno all’eccesso, come quella del clubbing o del rave, compaiono forme sempre
più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità
del giorno dopo.
Come osserva Edward Slingerland, nel rapporto contemporaneo con l’alcol sembra
essersi imposto progressivamente un lessico sempre più medicale. Il corpo viene
trattato come un progetto manageriale permanente da ottimizzare: sonno,
idratazione, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di cortisolo. Dentro
questo paradigma, l’ebbrezza appare quasi scandalosa non perché immorale, ma
perché improduttiva. Implica perdita di controllo, spreco, rallentamento,
vulnerabilità e opacità.
Eppure il punto centrale del rapporto umano con l’alcol non è mai stato soltanto
la sostanza in sé. L’alcol è una tecnologia bio-sociale: modifica processi
cognitivi reali, ma ciò che emerge da quell’alterazione è sempre stato plasmato
da rituali, contesti e aspettative collettive. È forse per questo che accompagna
l’umanità praticamente da sempre: non solo perché produce piacere, ma perché gli
esseri umani hanno imparato a usarlo per costruire forme temporanee di fiducia,
sospensione e vita comune.
Viene allora da chiedersi cosa accada a una società quando gli spazi
culturalmente autorizzati del time out iniziano a restringersi o a essere
percepiti soprattutto come rischio da gestire. La risposta che Slingerland
lascia intravedere è che quei bisogni non spariscono. Tendono piuttosto a
riemergere altrove: droghe ricreative, social media trasformati in macchine di
stimolazione dopaminergica continua, forme di immersione compulsiva. Esperienze
di alterazione spesso meno rituali, meno collettive e non necessariamente più
sicure dell’ubriachezza tradizionale.
Dioniso non è mai scomparso. Si è solo spostato sugli schermi, nelle cuffie,
nelle capsule che promettono euforia senza postumi. Resta da capire se
un’alterazione vissuta in solitudine possa davvero sostituire l’esigenza sociale
che portava le persone a ubriacarsi intorno a un fuoco.
L'articolo Perché beviamo proviene da Il Tascabile.
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“D ov’era il tutt’altro, lo straniero, l’arcaico, l’individuo, il furioso?”, si
chiede frustrato lo scrittore ed etnografo Jäcki, mentre registra l’ennesimo
intoppo nella sua ricerca a Dangriga, nel Belize meridionale. Questo nevrotico
overthinker è il protagonista del romanzo Resoconto di una ricerca di Hubert
Fichte, una delle personalità più eccentriche della letteratura tedesca del
secondo dopoguerra – romanzo appena pubblicato dall’Istituto Italiano per gli
Studi Filosofici Press nella traduzione di Rosa Coppola.
Resoconto di una ricerca (titolo originale Forschungsbericht) è strutturato come
una relazione etnografica e riporta i dieci giorni (dal 4 al 14 febbraio 1980)
in cui Jäcki, insieme alla compagna fotografa Irma, anche lei tedesca
occidentale, vanno a caccia della prospettiva perfetta per descrivere la
comunità dei caribe neri, cioè un’etnia nata dall’ibridazione tra nativi
americani e afrodiscendenti. Per le sue peculiarità questa cultura sembra
costituire una sorta di must seen per etnologi ed etnografi europei: prima di
Jäcki e Irma, altri ricercatori avevano visitato Dangriga, soggiornando presso
lo stesso albergo, descrivendo i costumi del luogo – un certo Schneider aveva
persino scritto della masturbazione rituale omoerotica –, arrivando a
partecipare al misterioso – ma in realtà non troppo – Dugu, un rito di
purificazione.
Nato in polemica con l’etnoantropologia di Claude Lévi-Strauss nel 1980, il
testo innesta autofiction e ricerca etnografica in un vortice verbale volto a
stravolgere le strutture narrative dell’imperialismo eurocentrico, anticipando
temi e riflessioni ancora oggi attualissimi nel discorso postcoloniale, e non
solo: la costruzione esotizzante delle soggettività non bianche; l’appiattimento
del concetto di cultura a mera prassi folkloristica svuotata dei nessi economici
e geopolitici; le vecchie e nuove forme di colonizzazione economica, politica e
culturale; ma anche la disfunzionalità tossica della ricerca accademica e
scientifica e il loro ruolo nell’appropriazione discorsiva di altri spazi
culturali.
L’edizione dell’IISF Press ha il gusto di un’impresa editoriale avanguardistica,
che potrebbe significare l’avvio di una ricezione della complessa, controversa e
dissacrante opera di Hubert Fichte (1935-1986), che finora è apparso in
traduzione italiana soltanto nel lontano 1977 con Pubertà (Versuch über die
Pubertät, 1974). Del resto, nella stessa Germania questo nomade cantore delle
subculture è stato scoperto solo tardivamente, e non fa ancora davvero parte del
canone letterario, pur essendo il modello di alcuni dei più noti scrittori
contemporanei che si sono cimentati con la scrittura poetica documentaristica
(tra cui Katrin Röggla e Ulrich Peltzer).
> Il testo innesta autofiction e ricerca etnografica in un vortice verbale volto
> a stravolgere le strutture narrative dell’imperialismo eurocentrico,
> anticipando temi e riflessioni ancora oggi attualissimi nel discorso
> postcoloniale.
I protagonisti di Resoconto di una ricerca Jäcki e Irma non sono certo
ricercatori di primo pelo: non più troppo giovani, ma neanche sufficientemente
adulti da essere stati in grado di ritagliarsi una posizione
accademico-scientifica riconosciuta, prima di arrivare in Belize hanno
intrapreso viaggi “verso i Gombays piumati delle Bermuda, verso la rivoluzione
in Nicaragua, verso i caribe neri e San Pedro Claver”, producendo dettagliati
resoconti, fondati studi, pregevoli libri fotografici. Dangriga e i suoi
abitanti sembrano invece fuggire a qualsivoglia tentativo di resoconto, le
interviste si contraddicono a vicenda e si frantumano in cascate di battute e
pensieri intrusivi che il narratore interviene sole poche volte a districare –
in una scrittura molto vicina a quella drammatica e che ricorda per certi versi
l’Arno Holz naturalista.
Jäcki non riesce a ricondurre ciò che vede ed esperisce ai lineari,
comprensibili e rassicuranti studi di cui si era nutrito prima del suo viaggio e
che, in parte, si è anche scarrozzato dietro per mezza America centrale. Il
tassista è forse una spia; i sacerdoti, anzi, la sacerdotessa che amministra il
rito non è una sciamana, abita dietro la fermata del bus ed è solita recarsi a
New York; le misteriose bibite rituali a base di erbe ricordano le birre locali;
Frank, il tuttofare dell’albergo, è stato o no “tenuto in aria per cinque
minuti” dallo spirito di sua madre per poi essere “scaraventato su una scala”,
rompendosi entrambi i talloni; Antonio, il lenone del quartiere, va o non va
solitamente con uomini.
E in questo quadro destabilizzante il dubbio di trovarsi di fronte a uno
spettacolo messo in piedi per gli ingenui turisti-etnologi europei diventa
sempre più grande: “Non hai mai la sensazione che il barista si sforzi fin
troppo di sembrare quel selvaggio che, secondo lui, noi ci aspettiamo da lui? ‒
Quasi una cosa alla Kafka”. E dire che segnare con una X le varie tappe della
ricerca si rivelerebbe straordinariamente facile; basterebbe seguire le
indicazioni della receptionist dell’albergo: “Sicuramente siete qui per studiare
i caribe neri e il Dugu. È facile. L’assistente manager accompagna sempre gli
ospiti al tempio degli sciamani. Sono molto accoglienti. Alle undici arriva la
signora delle pulizie. La spedisco subito da voi. Lei sa tutto”.
Quando arriva finalmente l’invito a partecipare al rito del Dugu, né Jäcki né
Irma conservano una pur minima traccia dell’entusiasmo iniziale, reagendo a
quello che avrebbe dovuto essere il climax del loro viaggio – almeno secondo i
resoconti precedenti – con un annoiato: “E quindi questo è il Dugu”, come a
dire: “Tutto qui?”. E in questa agnizione anticlimatica la narrazione si
sfilaccia ancora di più, ridotta agli appunti di Jäcki, ai suoi pensieri
intrusivi e alle battute decontestualizzate scambiate con Irma, alle componenti
minime del rito cui i due, Irma e Jäcki, non riescono a dare senso. Tanto che
Jäcki dovrà ammettere il fallimento dell’impresa: “Per la prima volta aveva
fallito una ricerca. Avrebbe dovuto trattare delle piante da culto indigene, di
spremerle, di darvi un nome e di interrogare il loro utilizzo, come era stato in
grado di fare dagli Yoruba a Bahia. Di catalogare le malattie di iniziazione, la
follia dei sacerdoti, le denominazioni e le cure. Ad Haiti e in Togo l’aveva
fatto. Le spezie delle offerte sacrificali. Niente”.
Se però ci si avvicina un po’ di più alla personalità di Fichte, si capirà che
questo fallimento tutto è meno che negativo. Del resto la sua intera vita è
all’insegna di un nomadismo e di una marginalità in parte coatta in parte
programmatica: nato nel 1935 nel Brandeburgo – il tanto vituperato Land in cui
si trova Berlino e che la maggior parte degli abitanti della capitale si guarda
bene dal visitare –, è figlio di madre tedesca e di padre ebreo. Prima di
compiere dieci anni, si trova dunque a vivere le persecuzioni razziali – che
costringono il padre a fuggire in esilio in Svezia –, poi le evacuazioni dei
civili che lo portano in un orfanotrofio in Baviera, e, come se non bastasse,
anche il cruciale bombardamento di Amburgo, dove la madre si era trasferita.
> L’intera vita di Hubert Fichte è all’insegna di un nomadismo e di una
> marginalità in parte coatta in parte programmatica.
Dopo la guerra si avvicina al teatro, che influenza fortemente la sua scrittura,
e riesce a scandalizzare il pubblico della Germania Ovest – non che fosse molto
difficile – pubblicando nel 1968 Die Palette, un’acrobazia linguistica in cui la
subcultura dell’omonimo locale amburghese, composta prevalentemente dalla
popolazione queer, da bohémiens e artisti, lavoratori portuali, ma anche e
soprattutto da criminali, truffatori e fannulloni di varie specie, prende la
parola in una dissacrante polifonia.
Questo interesse che è già di tipo etnografico lo porta a lasciare la Germania e
iniziare a viaggiare da solo e con la fotografa Leonore Mau in Centro e Sud
America (Brasile, Argentina, Cile, dove tra l’altro conosce Salvador Allende),
poi nelle zone caraibiche (Haiti, Repubblica Dominicana, Trinadad) e poi ancora
in Africa (Tanzania, Etiopia). È nel corso di questi viaggi che si avvicina alla
pratica etnografica, sviluppandola in senso personale e artistico nei romanzi
dedicati alle religioni degli afrodiscendenti, come Xango (1976) e Petersilie
(“Prezzemolo”, 1980). La cronaca partecipata delle vite delle individualità
marginalizzate e delle subculture – occidentali o meno – è al centro sia del
romanzo Versuch über die Pubertät (1974, pubblicato in italiano nel 1977 come
Pubertà), in cui riflette sulla scoperta della propria omosessualità, sia del
progetto monumentale di Geschichte der Empfindlichkeit (“Storia della
sensibilità”), iniziato nel 1974 e rimasto incompiuto e in parte inedito con la
morte prematura dell’autore nel 1986, a seguito delle complicazioni dell’HIV.
La posizione narrativa e discorsiva che Fichte in quanto autore e scienziato
intende occupare è quindi programmaticamente quella del margine, il che lo porta
a respingere le forme narrative basate invece su una forte soggettività
osservante e giudicante. Per Fichte questo significa entrare in polemica con il
padre dell’etnografia occidentale, Claude Lévi-Strauss, e in particolare con
quella che è divenuta, dopo la sua pubblicazione nel 1955, la bibbia
dell’etnoantropologia europea – eurocentrica direbbe Fichte – Tristi Tropici un
resoconto autobiografico di un viaggio compiuto dallo studioso belga
nell’Amazzonia brasiliana. Fichte lo usa come vero e proprio contro-modello per
il suo Resoconto, inserendo abbondanti riferimenti intertestuali dall’intento
parodistico.
A un lettore non troppo addentro alle questioni etnoantropologiche dell’epoca
tali rapporti potrebbero sfuggire, se l’edizione italiana curata da Rosa Coppola
non avesse aggiunto, alla fine del romanzo, il saggio in cui Fichte demolisce –
ferocemente e senza possibilità di redenzione – la ricerca di Lévi-Strauss: La
terra del sorriso. Note polemiche su Tristes Tropiques. Si tratta di in
un’analisi soprattutto filologico-linguistica dei modi in cui l’antropologo
belga si rivela essere, secondo Fichte, non soltanto intriso di paternalismo,
razzismo e anche di omofobia –, ma anche “uno sciacallo che vuole essere
intrattenuto” dalle popolazioni locali, la cui esistenza è accettata soltanto in
funzione della realizzazione di sé dell’uomo occidentale bianco. Un’accusa che
ricorda quanto in un medium molto diverso e parecchi decenni dopo, Bo Burnham fa
dire al suo calzino-minoranza Socko nel geniale How the world works: “Why do you
rich fucking white people insist on seeing every socio-political conflict
through the myopic lens of your own self-actualization? This isn’t about you, so
either get with it, or get out of the fucking way” (“Ma perché voi ricchi
bianchi del cazzo continuate a guardare ogni conflitto sociopolitico attraverso
la lente miopica della vostra autorealizzazione? La cosa non vi riguarda, quindi
o vi adattate oppure levatevi di mezzo”).
> L’edizione italiana aggiunge alla fine del romanzo, il saggio in cui Fichte
> demolisce senza possibilità di redenzione la ricerca di Lévi-Strauss: La terra
> del sorriso. Note polemiche su Tristes Tropiques.
Tornando a Fichte, la sua polemica si scaglia quindi proprio contro la
prospettiva epistemologica di Lévi-Strauss, che quest’ultimo riassume nella
massima: “Comprendere consiste nel ricondurre un tipo di realtà a un altro”.
Fichte vi legge la giustificazione intellettuale del colonialismo. Tale
atteggiamento predatorio è richiamato nelle pagine del romanzo proprio mentre
Jäcki è intento a redigere il resoconto del Dugu mentre lo osserva – ed ecco che
il testo rivela la sua dimensione metaletteraria –, trovandosi prigioniero di un
linguaggio vacuo, impreciso. “I tamburi rullano”, scrive, un’espressione banale,
che indirettamente esprime tutto il “rifiuto di Jäcki del mondo, lo schifo, la
rabbia di essere stato chiuso a chiave in questa cultura, in un album di foto,
un evidente quadrato bianco in cui stava in piedi tra le cuoche nere, lo sdegno
di Jäcki per la ricerca, le rubriche, le pronunce, i saluti istituzionali, i
questionari, per le angherie, si ammassava in questa frase che poteva andare
bene per Jerry Cotton, poteva trattare di New York, della Cambogia, per
Montaigne”.
In questo senso va letto il fallimento della ricerca il cui resoconto ci
troviamo a leggere: l’impossibilità di reiterare, ancora una volta, gli schemi
discorsivi assimilatori che fino a quel momento Jäcki aveva messo in pratica. A
Dangriga non è riuscito a fare tassonomie, non ha catalogato, inciso nella
superficie del reale con la sua affilata prospettiva europea: qualcosa si è
inceppato nel meccanismo discorsivo dell’assimilazione occidentale e questo
rallentamento è legato alla posizione occupata da Jäcki in quanto
ricercatore-etnografo, altro tema riconoscibile in filigrana e mai esplicitato
in questo criptico romanzo.
Pur trattandosi di un evidente alter ego del suo autore, o forse proprio per
questo, il protagonista di certo non è una voce positiva che eroicamente si
sottrae alla sua posizione di maschio bianco europeo, ma, almeno in parte, ne
diventa consapevole grazie alla prospettiva marginalizzata che gli ha offerto
essere omosessuale e cresciuto nella miseria del secondo dopoguerra tedesco. Si
tratta di una prospettiva queer che non dimentica l’elemento di classe, la
questione economica che è alla base di ogni discorso culturale. Così le
asimmetrie della posizione di Jäcki e Irma da una parte e i loro oggetti di
studio dall’altra si rivelano, nella chiave di lettura intersezionale ante
litteram di Fichte, per quello che sono: il lascito del colonialismo europeo,
che, pur essendosi interrotto da poco sulle carte geografiche, continua ancora
in altre forme, altrettanto violente.
> Si tratta di una prospettiva queer che non dimentica l’elemento di classe, la
> questione economica che è alla base di ogni discorso culturale.
Cogliendo la natura sempre politica degli incontri tra culture, Fichte aveva
forse già intercettato quel processo per cui, negli anni Novanta, la questione
di classe è stata accantonata per un discorso culturale basato unicamente sullo
scivoloso concetto di identità – con tutti i cortocircuiti del caso, come spiega
bene Mimmo Cangiano nel suo Guerre culturali e neoliberismo (2024). Così i
personaggi che Jäcki intervista si sottraggono allo sguardo centripeto del
maschio bianco europeo, alla linearità violenta dell’etnografia eurocentrica,
alla tentazione del poetico, per mostrarsi nella loro complessità di soggetti
che, ancor prima di essere autentici custodi di una ritualità segreta, sono
determinati dalla loro posizione di classe, dalle loro aspirazioni, dai loro
comportamenti sessuali, dagli stessi discorsi che li agiscono.
Tale indebolimento degli schemi discorsivi eurocentrici avviene grazie alla
destrutturazione che Fichte impone agli ingranaggi narrativi. Avendo già
rinunciato a una soggettività forte con la prospettiva di Jäcki, smontando la
narrazione in frasi paratattiche ed ellittiche in cui sparpagliare i cinici
discorsi strampalati di Jäcki, frantumando le immagini della realtà in elenchi
di percezioni ed echi intertestuali che nessun narratore si cura di riordinare
in una visione di insieme, e che sta a chi legge decifrare – anche se solo in
parte:
> La vita notturna era già a letto.
> La porta sulla hall aveva ceduto.
> Le chiavi erano lì, dove Irma le aveva lasciate.
> Nel corridoio del piano di sopra nessun rumore.
> Mancava il portiere.
Perché per Fichte l’obiettivo è quello di disinnescare, in tutte le sue opere,
lo strumento che a suo avviso contribuisce, insieme alla forza economica, in
modo più violento all’imperialismo occidentale: il discorso, e quindi il
linguaggio e le lingue. Questa inedita commistione stilistica tra ricerca
etnografica e scientifica da un lato e invenzione letteraria dall’altro è ciò
che ha reso Fichte molto apprezzato sulla scena letteraria sperimentale della
sua epoca, tanto che uno scienziato dell’osservatorio astronomico di Amburgo
diede il suo nome a un asteroide – perché succede anche questo – e tanto da
spingere un altro maestro dello sperimentalismo tedesco del secondo dopoguerra,
Helmut Heissenbüttel, a coniare, per descriverla, il termine etnopoesia. Così la
scrittura scientifica attinge alle possibilità del romanzesco per aprire spazi
di significazione altri e fortemente politici.
> Questa inedita commistione stilistica tra ricerca etnografica e scientifica da
> un lato e invenzione letteraria dall’altro è ciò che ha spinto un altro
> maestro dello sperimentalismo tedesco del secondo dopoguerra, Helmut
> Heissenbüttel, a coniare, per descriverla, il termine etnopoesia.
Ecco che quello di Jäcki diventa un resoconto autentico di una ricerca: non gli
esiti spendibili, quelli da estrapolare dai propri appunti per simulare
successo, padronanza e passione, ma una confessione sgangherata di dubbi,
pensieri intrusivi, tradimenti e infedeltà, totale assenza di deontologia, noia
e nausea, che trae il suo senso solo dal suo “troppo fallire: “Questo non è il
resoconto di una ricerca. Volo e schianto di Frank. Ecco cosa leggerò agli
studenti. Ma nel frattempo la vita se n’è andata. Comportamenti. Riti. Storia.
Panama. Il passaporto rubato. Patria Libre. I piedi. I piedi dei caribe neri. Il
nostro fallire. Molto. Troppo”.
L'articolo Resoconto di una ricerca di Hubert Fichte proviene da Il Tascabile.
A gosto 2025. Mi trovo ad Oliveto Citra, paesino in provincia di Salerno che
giace ai piedi dei Monti Picentini. Il paesino è conosciuto nelle regioni
circostanti soprattutto perché è sede di un grande polo ospedaliero, ma bastano
poche chiacchere al bar per capire che nella memoria collettiva questo luogo è
ancora inscindibilmente legato agli eventi che lo resero famoso negli anni
Ottanta: le apparizioni della Madonna. Il 24 maggio 1985, infatti, durante i
festeggiamenti per la festa del patrono, san Macario Abate, dodici ragazzini
corsero nella piazzetta di fronte al castello normanno che sovrasta il paese,
seguendo la scia di quella che identificavano come una stella cadente. Arrivati
davanti al grande cancello che conduce a una stradina rasente il castello, i
ragazzi dissero di vedere una bellissima Signora dietro le grate: vestita di un
manto celeste e una corona di stelle, teneva un bambino tra le braccia.
Le visioni collettive proseguirono per un po’ di tempo, coinvolgendo moltissime
persone. La gente diceva di vedere la Madonna, di ottenere grazie, di assistere
a eventi miracolosi. Tutto questo contribuì a rendere Oliveto un luogo di
pellegrinaggio per centinaia di migliaia di persone da tutta Italia. Oggi, a
distanza di quarant’anni, di pellegrini non ce ne sono quasi più, e il ruolo del
paese come santuario mariano è molto ridimensionato. In un certo senso, anche io
sono venuta qua chiamata dalla Madonna. Da antropologa che indaga i significati
simbolici e culturali delle apparizioni mariane, la storia di Oliveto è parte
della mia bibliografia. Il paese, infatti, fa da scenografia al lavoro di
ricerca etnografica che l’antropologo Paolo Apolito ha condotto proprio negli
anni delle visioni, convogliato in un testo chiamato Dice che hanno visto la
Madonna. Un caso di apparizioni in Campania (1990).
> Nella memoria collettiva questo luogo è ancora inscindibilmente legato agli
> eventi che lo resero famoso negli anni Ottanta: le apparizioni della Madonna.
Oggi, in questa caldissima giornata di agosto, sono venuta a Oliveto proprio per
incontrare Paolo. Quando ci incontriamo, ci dirigiamo subito verso il cancello
dove sarebbero avvenute le visioni. “Qua all’epoca era tutto diverso”, mi dice
Paolo, e io subito cedo alla tentazione, tipica degli antropologi, di cadere
nella malinconia di ciò che c’era, e ora non c’è più: questo castello dove un
tempo appariva la Madonna, ora non è nulla più che un cumulo di vecchi sassi!
Non faccio in tempo a finire di formulare questo pensiero così perentorio sullo
spirito dei tempi, che un uomo ci si avvicina, con l’espressione di chi è
desideroso di chiacchierare e impaziente di condividere alcune informazioni
importanti. “Posso mostrarvi delle foto?”, ci chiede, sbloccando lo smartphone.
L’uomo, un fedele che viene spesso qui a pregare, ci mostra alcune fotografie
che ha scattato pochi minuti prima del nostro arrivo. Alcune mostrano niente più
che il cancello, seminascosto nel buio della sera, mentre altre sono
completamente bianche, e alcuni raggi di luce illuminano a giorno le figure
sfocate. In un’altra ancora, si intravede una silhouette bianca e luminosa
delinearsi dietro le grate arrugginite. “Non mi sono reso conto di niente mentre
scattavo le foto, ma poi, riguardandole, ho notato queste stranezze”.
Utilizzare lo strumento della fotografia per documentare le visioni è una
pratica molto comune nei culti mariani contemporanei. Nei due anni di
etnografia che ho svolto in vari contesti di apparizione, decine e decine di
volte mi sono state mostrate fotografie per provarmi la veridicità dei miracoli.
Quello che accomuna questo tipo di fotografie è la loro capacità di “catturare”
il miracolo prima che lo veda l’occhio umano. La maggior parte delle foto,
infatti, vengono scattate per immortalare un momento o un paesaggio ‒ il cielo,
una statua, un luogo di culto, un’edicola votiva ‒ e solo successivamente chi le
ha scattate si rende conto dei segnali divini impressi nell’immagine. Come
sostiene Paolo Apolito in un articolo chiamato L’apparizione catturata:
fotografia, visione, televisione (1994) “tutto ciò produce la ‘prova
sperimentale’ dell’idea che la Madonna, i santi, Gesù sono sempre intorno agli
uomini pii, anche se non visibili. Utilizzando apparecchiature meccaniche o
elettroniche, eccoli comparire”.
> Utilizzare lo strumento della fotografia per documentare le visioni è una
> pratica molto comune nei culti mariani contemporanei.
La credenza che la tecnologia visiva possa “fissare” la presenza invisibile è
rintracciabile nella pratica Ottocentesca di scattare fotografie ai fantasmi.
Come racconta Clara Gallini quelle che vennero chiamate “fotografie spiritiche”
cominciarono a circolare dal 1855, quando alcuni si accorsero che durante le
sedute, le lastre fotografiche venivano impressionate da macchie bianche.
“Labili immagini, frammenti di corpo ‘fluidico’, in casi eccezionali figure
intere si concretizzavano in quelle che allora si chiamarono le
‘materializzazioni’ (scil. delle anime dei defunti). Queste ‘materializzazioni’
potevano essere ‘visibili’, cioè impressionare la retina umana, o ‘invisibili’,
impressionando solo la lastra fotografica” (1983).
Secondo Paolo Apolito, la possibilità di documentare fotograficamente i segnali
divini influisce significativamente sul rapporto tra fedeli e divinità. Se prima
il privilegio della visione era concesso solo a pochi, cosa succede quando
sembra che tutti possano vedere la Madonna? Assistiamo a quello che
l’antropologo definisce uno spostamento del cielo in terra.
Ma non solo: anche la soggettività attribuita alla Madonna stessa si
indebolirebbe: non è più la divinità a decidere come, quando o a chi mostrarsi,
ma essa si troverebbe a essere “catturata” in una modalità simile a quella delle
foto dei “paparazzi” (Apolito, L’apparizione catturata, 1994). In questo
capovolgimento dell’agentività divina, non è più la Madonna a “farsi vedere”, ma
essa “viene vista”, in una dinamica di irruzione nella sfera intima della
divinità. In questo gioco di caccia e cattura, la Madonna viene come presa al
lazo, incatenata: il mezzo tecnologico diventa quasi un legamento magico.
Se nelle mie osservazioni di campo la tesi di Apolito si è verificata nella
maggior parte dei casi, in altri si è verificata però anche la condizione
opposta: ovvero quella in cui era proprio la Madonna a decidere di comparire
negli scatti. Un uomo un giorno mi mostrò la fotografia di un grande cuore blu
disegnato nel cielo, spiegandomi che, tra tutte le foto scattate quel giorno da
molti altri fedeli, solo nella sua era rimasto impresso il cuore: questo è un
messaggio che la Madonna voleva mandare solo a me, mi disse. La storia di
quest’uomo esemplifica bene quello che Apolito definisce l’“egocentrismo del
gesto devozionale” di chi crede di essere, tra migliaia di umani che vivono
sotto lo stesso cielo, il destinatario di un messaggio su misura.
> Non è più la divinità a decidere come, quando o a chi mostrarsi, ma essa si
> troverebbe a essere “catturata” in una modalità simile a quella delle foto dei
> “paparazzi”.
Una variante sul tema della “fotografia catturata” è quella dello “screenshot
miracoloso”. La prima volta che mi sono trovata di fronte a questo tipo di
immagini era durante un periodo di etnografia condotto in una comunità di
preghiera, dove si pregava collettivamente il rosario rivolti verso la statua
della Madonna. Per favorire coloro che non potevano fisicamente dirigersi al
santuario, la sessione di preghiera veniva sempre trasmessa in streaming tramite
una diretta Facebook. L’inquadratura della diretta mimava inconsciamente la
modalità POV (Point Of View), con l’inquadratura fissa sulla statua che i fedeli
presenti veneravano durante la preghiera. Questo tipo di inquadratura aiutava a
creare un senso di identificazione e appartenenza tra chi era a casa e chi era
in presenza.
Era molto comune che i fedeli a casa, non potendo fotografare fisicamente la
statua, facessero degli screenshot delle dirette Facebook: ed esattamente come
per le fotografie al cielo, spesso ci si rendeva conto della comparsa di
elementi miracolosi nell’immagine solo dopo averla “catturata” (la potenza
semantica della traduzione italiana di screenshot in “strumento di cattura”
amplifica la percezione di una vera e propria metafora venatoria). Uno di questi
screenshot mostrava la statua in controluce: il filo della mascella, allungato,
creava l’effetto di una barba. “Che cosa vedete voi???” “Il santo volto di Gesù”
“Vedo Gesù <3” dicevano i commenti sotto alla foto, ripubblicata e condivisa
ovunque.
Un’altra volta, una donna mi raccontò che, mentre seguiva la diretta da casa,
aveva notato che lo schermo del suo telefono verteva verso sfumature
particolarmente azzurrognole. Catturando prontamente l’immagine con uno
screenshot, la donna comparò poi l’immagine con quelle catturate dalle sue
amiche, connesse ognuna da casa propria con il proprio dispositivo. Solo la sua
era così azzurra, a riprova che la Madonna voleva mandarle un messaggio
speciale! In questo caso, a differenza del caso della comparsa della barba che è
stata vista da tutte le persone connesse alla diretta, abbiamo un esempio di
messaggio interpretato come personalizzato.
In generale, l’avvento delle tecnologie visive sta rimodellando le modalità
specifiche del culto mariano: i modi in cui le comunità si aggregano, i ruoli di
potere e riconoscimento che dividono coloro che vedono da coloro che non vedono,
e soprattutto il rapporto specifico che i fedeli instaurano con la comunità.
L’influenza delle tecnologie sul visionarismo religioso è un campo di studi poco
navigato, ma che invece richiederebbe molta attenzione etnografica per
comprendere come i cristiani di tutto il mondo stanno rimodulando il rapporto
con il miracolo.
> L’avvento delle tecnologie visive sta rimodellando i ruoli di potere e
> riconoscimento che dividono coloro che vedono da coloro che non vedono, e
> soprattutto il rapporto specifico che i fedeli instaurano con la comunità.
Torniamo un attimo a Oliveto, quando in quella sera d’agosto ai piedi del grande
castello normanno un uomo sconosciuto ci stava mostrando le immagini appena
scattate alla Madonna. L’afflato di malinconia che mi assaliva poco prima di
incontrarlo non è stato solo un moto emotivo personale, ma una tendenza generale
presente tra antropologi e antropologhe, che fa di questa disciplina quasi una
“scienza della malinconia” per i bei tempi andati: quelli in cui le tradizioni
popolari non erano ancora state divorate dalla globalizzazione, in cui la gente
credeva nella magia, in cui le società primitive ancora fornivano dati per
documentare vite esotiche e affascinanti.
Questa visione feticizzante e pasoliniana tradisce non solo un classismo di
fondo, ma una sostanziale cecità rispetto alla realtà parlante del mondo: ovvero
che i culti non sono oggetti culturali destinati a scomparire come foglie al
vento, ma presidi reattivi e responsivi rispetto all’avvento della modernità
capitalista e alle sue sfide, nel bene e nel male. Meno male che quel giorno,
come spesso accade, la realtà è venuta a salvarmi dalla tentazione di astrarre
eccessivamente: e per farlo, le è bastato mostrarmi una foto.
L'articolo Fotografare i miracoli proviene da Il Tascabile.
N el 1998 l’antropologa Clara Gallini pubblicò il libro Il miracolo e la sua
prova. Un etnologo a Lourdes. Il volume è l’unico testo in lingua italiana che
affronta la questione delle apparizioni di Lourdes dal punto di vista
antropologico. Tenendo conto che la data di pubblicazione rasenta il nuovo
millennio, questo ritardo della disciplina è quantomeno bizzarro. Perché non ci
sono altri riferimenti importanti in lingua italiana sul santuario? La
situazione nella letteratura internazionale è migliore, ma non di molto:
esistono dei testi, certo, ma non abbastanza da creare un corpus. Eppure,
Lourdes è un centro sacrale della cristianità europea, un pezzo fondamentale
della sua storia: terzo santuario cristiano al mondo per numero di visitatori,
dopo il Vaticano e la basilica di Guadalupe.
Si dice che ovunque ci siano esseri umani ci sia un antropologo a perseguitarli
con taccuino e registratore. Eppure, l’apparizione della Madonna di Lourdes e la
complessa storia dello sviluppo del santuario non sembra accendere
particolarmente l’interesse degli antropologi, che sembrano, invece, molto più
interessati a mappare le geografie della gentrification nell’ennesimo quartiere
metropolitano.
Ma perché, quindi, gli scienziati sociali hanno lasciato ai margini dei loro
interessi quel centro della cristianità moderna che è Lourdes, con la sua storia
di culto, veggenza e misticismo? Ce lo spiega Gallini stessa, che nel libro si
pone queste domande prima di me. In primis, secondo lei, Lourdes non sarebbe un
campo attrattivo per quelli che lei chiama “sociologi” (ma che qui potremmo
definire anche antropologi urbani), perché il santuario non è sorto in un centro
urbano o industriale, ma in un paesino rurale sui Pirenei francesi. In secondo
luogo, Lourdes non sarebbe nemmeno un campo attrattivo per i folkloristi, poiché
non è sede di un culto antico, radicato nella tradizione millenaria. Infatti,
come è noto, la Madonna è apparsa alla piccola Bernadette solo nel 1858: in
parole povere, più o meno quando il nonno di mio nonno saltava i fossi per il
lungo. In ultimo, Lourdes non si trova in nessun Paese che abbia conosciuto
l’esperienza coloniale: non evoca dunque l’esotismo orientalista che
l’antropologia ama cercare nei suoi oggetti di studio.
Spostandosi su un piano più generale, secondo l’autrice alle apparizioni mariane
europee mancherebbero quelle caratteristiche che rendono un oggetto di studio
interessante per l’antropologia. Il culto della Madonna sembra caratterizzato da
una posizione liminale, che è esattamente quello che ne rende difficile la
definizione. Figura né umana né divina, né antica né moderna, né esotica né
“domestica”, la Vergine Maria risulta difficile da collocare.
> Perché gli scienziati sociali hanno lasciato ai margini dei loro interessi
> quel centro della cristianità moderna che è Lourdes, con la sua storia di
> culto, veggenza e misticismo?
È proprio in un luogo caratterizzato da una forte liminalità che è iniziata la
mia esperienza etnografica nell’ambito delle apparizioni mariane. Più o meno due
anni fa, nel mezzo del tipico paesaggio di wasteland periurbana che chiunque
abbia abitato nella pianura padana conosce bene, ho condotto svariati mesi di
ricerca di campo in una zona dove il confine tra paesaggio urbano e paesaggio
naturale si sfuma. Lì, vicino a un piccolo agglomerato urbano, le casette a
schiera lasciano il posto ai capannoni, ai parcheggi e ai campi sportivi
periferici della zona industriale, che, a loro volta, mutano rapidamente in
quadrati di terra, coltivati a uso agricolo o lasciati incolti: nel mezzo di una
macchia boschiva abbastanza rada, sorge una piazzola di parcheggio a lato della
strada provinciale. La piazzola è conosciuta dagli abitanti della zona per
essere un luogo di scambio di sesso: cruisers, scambisti, clienti e sex workers
si avvicendano nella boscaglia alla ricerca di incontri fugaci tra le braccia di
amanti temporanei.
Sul bordo di questa piazzola, nel 1994, la Madonna è apparsa per la prima volta
a un operaio che si stava dirigendo al lavoro, molto presto la mattina, per
attaccare il primo turno nella catena di montaggio di un’enorme fabbrica situata
a pochi chilometri sulla provinciale.
La Vergine appare al veggente incredulo tra i rami di un albero, avvolta in un
fascio di luce: “Avvicinati, non temere” gli dice. Poi gli chiede di pregare con
lei, prima di congedarlo: “Tornerò qui tutti i lunedì”. E così, la settimana
dopo la Madonna ritorna. E quella dopo ancora. E ancora. Le apparizioni si
susseguono per anni, con ritmi e cadenze diverse. Tutto accade davanti agli
occhi increduli di chi vede cadere l’uomo in ginocchia e riportare le parole
della madre di Gesù, fissando il vuoto col viso pieno di luce. Dapprima piccoli
capannelli, poi centinaia di pullman provenienti da tutta Europa arriveranno per
venerare quel luogo sacro, dove la Madonna ha deciso di apparire a bordo di una
piazzola teatro di perversioni immorali e comportamenti deplorevoli. “Ma perché
è apparsa proprio qui?”, ho chiesto, una volta, a un fedele. “Ma perché la
Madonna appare sempre tra i rifiuti, come a Lourdes!” mi è stato prontamente
risposto.
Questo dualismo apparentemente antitetico tra sacro e profano rappresenta la
messa in scena di quella che Gallini, parlando del santuario di Lourdes,
definisce “la frantumazione del credere, la varietà delle forme di un’adesione
che può modularsi su registri solo in apparenza incompatibili”. Con queste
parole, Gallini si riferisce alle apparenti contraddizioni di Lourdes:
contemporaneamente luogo di purezza miracolosa e Tempio del consumo, dedalo e
crocevia di negozi, alberghi, ristoranti, un piccolo regno del capitalismo
religioso che si sviluppa intorno alla maxicattedrale, punctum narrativo della
scena-cartolina.
> Lourdes: contemporaneamente luogo di purezza miracolosa e Tempio del consumo,
> un piccolo regno del capitalismo religioso che si sviluppa intorno alla
> maxicattedrale, punctum narrativo della scena-cartolina.
In questo piccolo mondo, racconta l’antropologa, giorno e notte, nei pressi
della grotta, va in scena uno spettacolo inaspettato: quello della “kermesse” di
amori clandestini tra pellegrini, prostituzione in tutti gli hotel, tradimenti
seriali, amori proibiti, ma anche abboffate bulimiche, acquisti compulsivi. I
pellegrini, a Lourdes, sembrano vivere una seconda vita, opposta e speculare in
quanto a intensità solo alla fervenza della devozione religiosa che è vettore,
ogni giorno, di guarigioni miracolose e impensabili in ogni altro luogo del
mondo. Queste “desacralizzazioni”, secondo Gallini, non sono antitetiche
rispetto al culto: al contrario, lo costituiscono, rappresentando l’alterità
carnale alla purezza dello spirito.
Solo con questa consapevolezza possiamo comprendere come mai, negli anni
Novanta, la Madonna sarebbe apparsa in quella piazzola di cruisers e scambisti:
un terrain vague, uno spazio liminale, una zona di confine tra le “rovine”
sociali, come l’antropologa Anna Lowenhaupt Tsing definisce le periferie dei
centri di produzione economica, dove l’apparente linearità dei processi di
accumulazione capitalista si scontra con gli assemblaggi discontinui e
imperfetti delle economie marginali (Il fungo alla fine del mondo. La
possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo 2021). Qui, infatti, anche le
economie morali disegnano geografie invisibili e sotterranee: la vita libertina
di un paese di provincia, che si consuma tra le frasche nascoste a lato di una
strada ad alto scorrimento, fa da sfondo scenografico al culto religioso
dell’Immacolata concezione: donna concepita senza peccato, che partorì vergine,
senza mai conoscere la macchia del peccato sessuale.
Quando sono arrivata io, trent’anni dopo la prima apparizione, il veggente non
c’era più. Ormai l’uomo vive lontano e non frequenta più la comunità. Ma il
culto è ancora vivo e resiste alle forze politiche e sociali che cercano di
cacciare la comunità dei fedeli da quella piazzola.
Il veggente non c’è più, ma la Madonna abita ancora il luogo, in modalità più
timide, silenziose. Un uomo mi riferisce di aver sentito dei fruscii nell’erba.
Un altro di aver visto gocciolare dell’olio da una pianta. Un altro mi racconta
di aver ritrovato miracolosamente il suo amato rosario, perso qualche giorno
prima. Una donna mi indica le nuvole, sorridendo: “Lo vedi anche tu, vero?”, mi
chiede. Molti mi raccontano le grazie ricevute: il figlio dell’amico guarito da
una malattia grave, la moglie comparsa in sogno dopo la morte. Le vie della
Madonna sono infinite, come sa bene chi si occupa di apparizioni mariane. La
Madonna è anche una grande frequentatrice di internet: durante la mia
etnografia, ho potuto osservare come la rete non sia solo luogo di creazione di
comunità religiose, ma anche medium specifico che modella il rapporto che le
persone intrattengono con il miracolo.
> Le economie morali disegnano geografie invisibili e sotterranee: la vita
> libertina di un paese di provincia, che si consuma tra le frasche nascoste a
> lato di una strada ad alto scorrimento, fa da sfondo scenografico al culto
> religioso dell’Immacolata Concezione.
La Vergine Maria ricopre un ruolo centrale nella teologia cattolica; eppure, le
forme del suo culto assumono spesso aspetti eterodossi ‒ e un po’ ribelli ‒
rispetto alle istituzioni cattoliche. Questo non capita solo all’ombra di una
grande capitale industriale, nel mezzo della pianura padana: in tutta Italia
ogni tanto una Madonna piange, un’altra sanguina, un’altra fa capolino dalle
nuvole e manda messaggi di pace, un’altra ancora compare agli occhi di qualche
sventurato e annuncia una guerra in arrivo. La Madonna, puntualmente, compare
con modalità e linguaggi indecorosi, goffi, eccessivi, facendo storcere il naso
non solo ai teologi, ma anche all’opinione pubblica mainstream (cattolica e
non). La Madonna si circonda di personaggi ambigui – come la famosa Gisella
Cardia di Trevignano, da anni al centro di bufere mediatiche e indagini per
truffa ai danni dei tanti fedeli che si sono rivolti a lei ‒, oppure se ne esce
con profezie strampalate sulla politica globale, o ancora esaudisce desideri
venali, materiali (nel caso di Gisella, la famosa moltiplicazione delle fette di
pizza). La Madonna non si comporta come ci aspettiamo, e continuamente sfida i
confini teorici ed estetici che distinguono l’ambito del sacro da quello del
profano. Perché, come detto prima, è una figura liminale, una divinità della
soglia.
Le apparizioni della Madonna sono fenomeni culturali importanti da includere a
pieno titolo nell’analisi della complessità antropologica e politica della
contemporaneità europea. Eppure, spesso sono trattate solo come rimanenze
folkloriche curiose e bizzarre, che nel migliore dei casi ci strappano un
sorriso. Ci fa ridere che qualcuno parli con la Madonna, e releghiamo questa
stranezza o all’ambito medico-psichiatrico (“Sarà matto!”) o alla semplice
suggestione della ripetizione del gesto rituale. Prendo in prestito le parole
dell’antropologa Stefania Consigliere quando scrive “La nostra preoccupazione
per chi “vede quel che non c’è” (la Madonna, ad esempio, oppure i jinn, o gli
spiriti della foresta) maschera il fatto che, spessissimo, noi non vediamo quel
che c’è: la violenza, il cinismo, lo sfruttamento, la distruzione” (Favole del
reincanto 2020).
Nel caso del campo che io ho attraversato, “quel che c’è” è la vita nella
periferia periurbana all’ombra di un grande polo produttivo, che all’epoca della
prima apparizione stava iniziando a chiudere i battenti, causando una grossa
crisi occupazionale in tutta l’area circostante: la fine della fabbrica è stata
anche la “fine di un mondo”, utilizzando la famosa espressione demartiniana. Una
modesta ma dirompente apocalisse culturale che ha causato precarizzazione del
tessuto sociale e perdita di sicurezza economica: una crisi dei valori che,
nell’interpretazione dei fedeli, invece che essere imputata alla fabbrica veniva
ricondotta alla cattiva condotta sessuale degli avventori dei boschi.
Uno dei contributi più importanti di Clara Gallini alla letteratura
antropologica italiana è stato quello di sottolineare la modernità del miracolo:
questa antropologa aliena allo scenario antropologico italiano post-demartiniano
voleva liberarsi di quell’ossessione per il “primitivo” che ancora oggi
perseguita molti nella disciplina. “Ha mai visto degli uomini primitivi?
Esistono, invece, uomini moderni che vivono in società moderne che noi chiamiamo
primitive. Ma non lo sono”, sosteneva nel 2014 in un’intervista alla Repubblica.
> Le apparizioni della Madonna sono fenomeni culturali importanti da includere a
> pieno titolo nell’analisi della complessità antropologica e politica della
> contemporaneità europea.
Le apparizioni mariane, secondo l’antropologa, non erano certo eventi
“primitivi”, ovvero rimanenze di culti arcaici e antichi, destinati a scomparire
all’arrivo della modernità. Al contrario, secondo lei erano fenomeni reattivi
rispetto alle sfide della modernità capitalista. La sua analisi brillante,
muovendosi tra le pagine più note della teoria marxista, invita gli antropologi
a concentrarsi sulle condizioni materiali della vita umana nell’approcciarsi
all’analisi dei fenomeni religiosi. Secondo Gallini, in contrasto con la
posizione dominante degli allievi di de Martino e dell’etnologo stesso, la
“magia” non era qualcosa che si limitava agli ambiti rurali; al contrario,
secondo lei magia e religione sono ambiti in continuo mutamento dialettico
rispetto al capitalismo moderno e le sue varie manifestazioni: la società dei
consumi ‒ il piccolo impero capitalista di Lourdes ne è esempio ‒ ma potremmo
aggiungere, oggi, l’avvento del capitalismo digitale (come nel caso del recente
fenomeno Carlo Acutis, il “Santo dei millenial”).
Durante la mia etnografia, sfogliando il grande archivio dei messaggi che la
Madonna riferì al veggente, ne ho trovato uno che diceva: “Lascia che il mondo,
la fabbrica, la stessa Chiesa girino per il loro verso, Io agisco in senso
contrario”. Tracciare le geografie di quel “senso contrario” è uno dei compiti
ermeneutici che un’antropologia coraggiosa dovrebbe saper raccogliere.
L'articolo Dove appare la Madonna? proviene da Il Tascabile.
“C hissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi
maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo
avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i
nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno
visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove
sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta
degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste
affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo
francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa
parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che
Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime
apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila
quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro
espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a
pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di
piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste
dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.
Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione
“capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello
quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori
che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a
tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella
parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un
sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata
su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da
questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la
progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una
proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli
falsi.
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di
ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia
e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e
interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e,
quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi.
Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto
che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del
presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di
queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali
assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di
affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
> Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione
> del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del
> senso comune.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in
un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare
quanto più lontano possibile dal suo universo mentale. Ho pensato quindi di
proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e,
insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento
minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione
originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che
il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi
un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi
ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di
queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa. Girard
stesso, nel corso della sua vita, ha presentato la sua Teoria del tutto partendo
da punti diversi che, con quelli che definiva “ragionamenti a spirale”,
reintegravano e giustificavano quelle che nel saggio precedente erano le
premesse.
L’omicidio collettivo fondativo
Freud e Girard si azzuffano nel fango. Volano botte da orbi retoriche. Il
secondo accusa il primo di aver frainteso tutto quello che ha intuito, che il
triangolo non è edipico, che i tuoi genitori non c’entrano niente, il triangolo
è la base delle relazioni umane punto e basta (ci arriviamo). Rotolando per
terra attraverso i secoli e i millenni, giungono all’alba dei tempi. Lì, in una
radura poco distante, si sta consumando una scena incredibile e spaventosa: una
dozzina di ominidi sta uccidendo a mani nude un loro simile. Il Padre della
psicanalisi punta il dito ed esclama “Guarda! L’omicidio del Padre primordiale
ad opera dei suoi Figli! La nascita della Civiltà”.
> Le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che enunciarle rischia
> di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo
> universo mentale.
Girard si alza da terra, si ricompone e, con il suo Main Theme che suona in
sottofondo, sussurra: “Sigmund… come al solito non hai capito niente eppure hai
capito tutto”.
Più o meno così ci presenta Girard il suo confronto intellettuale con Sigmund
Freud, in particolare con la sua opera maledetta Totem e tabù (1913). Maledetta
perché, come ci riporta il nostro, già in quegli anni tutti i freudiani la
evitavano come la peste. E se non potevano fare a meno di parlarne, lo facevano
con mille mani avanti e esecrando il più scandaloso passo falso del loro
maestro, questa idea ridicola e preoccupante che l’umanità sia sorta
dall’omicidio di un Padre Primordiale da parte dell’Orda Primitiva composta dai
suoi Figli coalizzati contro di lui. Girard, con una soddisfazione intellettuale
che non riesce a nascondere, dice il contrario: buttate pure tutto Totem e tabù,
se non l’intera opera freudiana, ma lasciatemi l’omicidio collettivo che è
l’unica intuizione assolutamente geniale e assolutamente vera che egli ha avuto.
Anche questa intuizione, a dire il vero, la smussa e la radicalizza insieme. I
legami familiari, dice, non c’entrano nulla. Ogni società è sorta sul cadavere
di un individuo, un individuo qualsiasi, un capro espiatorio, ucciso da tutti i
membri del gruppo che hanno convogliato su di lui tutta la violenza che li
metteva gli uni contro gli altri, trovando finalmente unità. Questo evento non è
accaduto una volta per tutte, come sembra credere Freud, ma più volte per ogni
civiltà umana, in cicli che possiamo sintetizzare così: i rapporti in un gruppo
si guastano progressivamente fino a giungere a un’ostilità diffusa che Girard
chiama “crisi mimetica” (vedremo perché); una volta scatenatasi, questa violenza
può avere due esiti: l’estinzione del gruppo stesso attraverso una catena di
rappresaglie omicide senza fine, oppure l’omicidio collettivo di un membro
scelto a caso che si assume, insieme, la colpa di tutta la violenza che correva
per la società e il merito della pace che segue questa ritrovata unità: il capro
espiatorio. Da questa pace sorgono tutte le istituzioni culturali che
garantiranno la pace interna fino alla prossima crisi mimetica.
Ora vi chiederete: e Girard, tutte queste cose, come le sa? Risponde lui:
analizzando le istituzioni stesse, su tutte i riti e i miti. È pacifico che
questo fenomeno fondamentale non può più essere osservato direttamente ma,
sostiene Girard, le tracce che ha impresso nella storia culturale dell’uomo sono
chiarissime e univoche. Ogni rito è per lui una messa in scena della crisi
originaria e dell’omicidio collettivo che l’ha risolto, che serve a sfogare la
violenza e ripristinare le forze positive che l’hanno seguita “la prima volta”.
Ogni rito, infatti, era in origine un rito di sacrificio, di sacrificio umano
per la precisione, e solo modificazioni successive hanno trasformato la maggior
parte di questi, prima in sacrifici animali e poi in rappresentazioni via via
più allusive o giocose della violenza reale, come l’aggressione collettiva di
fantocci.
I miti, dal canto loro, sono la narrazione mistificata di questo episodio
omicida che informa i riti e, a cascata, tutte le istituzioni religiose e
sociali, cioè il sacro stesso. A subire la violenza, nel mito, è un dio o un
uomo in seguito divinizzato che paga per delle colpe che gli vengono attribuite
nel racconto medesimo. Per Girard, infatti, ogni mito è il racconto di questo
omicidio insensato ma narrato dal punto di vista dei persecutori stessi che si
convincono della colpevolezza della vittima. Proprio come i riti, anche i miti
vedono evoluzioni che marginalizzano o mistificano ulteriormente l’evento reale
da cui traggono origine, trasformandolo in una disputa, un esilio o un
allontanamento/suicidio volontario. Facile formulare un’obiezione ‒ che è stata
effettivamente mossa ‒ a tutto ciò: Girard opera un cherry picking e/o
un’interpretazione forzata dei materiali mitici e rituali al fine di affermare
l’universalità della sua scoperta.
> Ogni società è sorta sul cadavere di un individuo, un individuo qualsiasi, un
> capro espiatorio, ucciso da tutti i membri del gruppo che hanno convogliato su
> di lui tutta la violenza che li metteva gli uni contro gli altri, trovando
> finalmente unità.
Nei limiti di questo articolo, sacrifichiamo volentieri l’universalità per
mantenere la capacità esplicativa di molti miti e rituali che presentano con
inquietante ricorrenza il simulacro di una violenza collettiva. Tra queste
storie, ve n’è una che non consideriamo neppure mito ma realtà storica e che ha
avuto una certa influenza sull’umanità. Girard ci mette gli occhi sopra e
afferma che è, contemporaneamente, sempre la stessa storia e una completamente
diversa.
L’eccezionalità del Cristianesimo
Duemila anni fa un uomo fu ucciso da persone che, a suo dire, non sapevano
quello che facevano. Duemila anni dopo, oltre due miliardi di persone
considerano quell’uomo figlio di Dio e tra queste c’era anche René Girard. In
chiusura de La violenza e il sacro, la sua prima grande opera di taglio
antropologico uscita nel 1972 e dalla quale ho estratto le nozioni che vi ho
sintetizzato prima, Girard lancia al lettore una sorta di cliffhanger,
anticipando che “l’ampliamento di tale teoria in direzione giudeo-cristiano”
sarà rinviata a opere successive.
Niente suggerisce al lettore che la tradizione giudaico-cristiana farà eccezione
all’unità di tutti i riti fin lì tratteggiata dall’autore. Immaginate lo stupore
quando l’opera annunciata si intitola con una suggestiva frase estratta dal
Vangelo. Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo esce nel 1978. Da lì
in poi, l’opera di Girard diventa ‒ o forse si rivela ‒ una serratissima
apologetica cristiana che trae i suoi argomenti dalle precedenti ricerche
antropologiche, sociologiche, psicologiche e letterarie.
Lungi dall’essere la riproposizione del mito del dio ucciso e risorto, per
Girard il cristianesimo è la rivelazione della falsità del mito stesso, l’evento
che una volta per tutte mostra le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo,
ovverosia la mistificazione sacrificale dell’omicidio collettivo. Sì, la storia
è proprio la stessa ma per la prima volta è interpretata correttamente, viene
cioè raccontata dal punto di vista della vittima innocente e non da quello dei
persecutori. Questo è forse il boccone girardiano più difficile da ingoiare,
soprattutto se il lettore fa parte di quei sei miliardi circa che non sono
affatto convinti che quell’uomo lì fosse figlio di Dio. Eppure il centro del
ragionamento girardiano non è quasi toccato dall’effettiva esistenza di un
essere superiore, creatore del cielo e della terra ecc. La rivelazione cristiana
per lui coincide con la rivelazione del meccanismo vittimario e può pertanto
essere “accettata” anche da una prospettiva materialista. L’unico accenno di
“argomento ontologico” a sostegno dell’esistenza di Dio si trova in pochi e
frettolosi passaggi che stabiliscono, sulla logica degli altri argomenti
ontologici, che solo un essere superiore avrebbe potuto svegliare gli uomini e
rivelare loro la radice della propria violenza, attraverso la croce.
In questo senso, l’eccezionalità cristiana in Girard può essere ricevuta come la
pars construens della sua proposta teorica, il Che fare? di fronte a tutta la
violenza del mondo che per Girard coincide con l’aspetto di radicale
non-violenza del messaggio evangelico. Se la Passione racconta per la prima
volta in modo veritiero cos’è un capro espiatorio, colui che viene “odiato senza
ragione”, l’insegnamento di Cristo è tutto orientato a scongiurare con ogni
mezzo l’insorgere di questa violenza. Porgi l’altra guancia; chi è senza peccato
scagli la prima pietra; non giudicate, per non essere giudicati; e infine “Voi
avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi
dico: ‘Amate i vostri nemici’”: Girard legge la novità evangelica come questa
profilassi estrema contro l’innesco della violenza, un pacifismo così radicale
da essere inaccettabile e infatti inaccettato tutt’ora, duemila anni dopo la
rivelazione.
> La rivelazione cristiana per lui coincide con la rivelazione del meccanismo
> vittimario e può pertanto essere “accettata” anche da una prospettiva
> materialista.
Ci resta da capire quale sia l’innesco della violenza per Girard, cos’è che
scatena, dapprima il tutti contro tutti e poi il tutti contro uno. Le basi di
questa risposta le gettò nella sua prima opera, un’opera di critica letteraria
incentrata sul desiderio, quando ancora non sapeva ‒ per sua stessa ammissione ‒
le ramificazioni antropologiche, sociologiche e infine religiose cui quella
singola intuizione lo avrebbe condotto.
Il desiderio mimetico
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è
scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di
migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi
sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una
folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non
tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco
stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi
nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila
uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione
apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria
traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice
che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione
di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma
universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud
mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il
triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di
tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun
primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera,
Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici
moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la
struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un
mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il
desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
violenza.
Se tutto questo sembra astratto, ritorniamo a ciò che succedeva in quel gruppo:
i mariti tornano a desiderare le proprie mogli solo se le vedono desiderate da
altri e, forse ancora più sconvolgente a ben guardare, gli altri desiderano
queste donne che intravedono in fotografie pessime e male inquadrate solo perché
gli viene detto che appartengono a qualcun altro. Il desiderio degli “aspiranti
bull” del gruppo è, paradossalmente, molto più strano del desiderio dei “cuck”
che cedono la loro donna alla massa. In un mondo in cui la pornografia più
esplicita è ovunque, costoro si eccitano alla vista di mezzo corpo femminile in
costume solo perché un mediatore sconosciuto gli dice: “Questa è mia moglie”.
Non concepisco migliore argomento in favore dell’esistenza del desiderio
mimetico girardiano nella sua purezza che questo.
> Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
> altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
> riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
> violenza.
I membri di “Mia moglie”, però, non accedono mai alla rivalità mimetica e quindi
alla violenza proprio in quanto perversi: sono riusciti a dirottare il loro
desiderio rivalitario in una reciprocità collaborativa che, tra le altre cose,
tende a far scomparire l’oggetto del desiderio lasciandoli in balia di un
desiderio reciproco. Pollastrini suggerisce giustamente, sulla scorta del
Challengers di Guadagnino ‒ come del caso Schreber di Freud ‒ che a sedimentarsi
è un desiderio omosessuale.
Ma non va sempre così, anzi, quasi mai. Girard afferma che l’oggetto del
desiderio tende sempre a eclissarsi ma per lasciare spazio a una rivalità che
odia senza neanche più bisogno dell’invidia o della gelosia: è la crisi dei
doppi. I due contendenti, ormai dimentichi dell’oggetto della contesa, si
recriminano l’un l’altro le stesse colpe, le stesse accuse. Niente più li
distingue. Un tipico oggetto del desiderio che, molto più delle mogli, si presta
a questa repentina scomparsa è l’onore. Chi ha offeso chi? Chi per primo, chi
per secondo, chi ha esagerato nella risposta a un’offesa che non era poi così
grave? La disputa verbale precede quella fisica e si allarga a macchia d’olio in
tutta la società: è la crisi mimetica.
Solo una cosa può risolvere questa crisi, già lo sapete, ma ora sapete anche
perché: il capro espiatorio assume su di sé tutte le recriminazioni, tutte le
colpe, tutta la catena di accuse ormai inestricabile che aveva diviso la
collettività. Lui e solo lui è l’origine dell’odio, della frustrazione, della
gelosia che proviamo. Una volta che lo abbiamo ucciso tutti insieme, ci
ritroviamo in pace: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la
pietra d’angolo”.
Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca è
il vero motore dell’ominizzazione, ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto
il processo. Imitandosi a vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio
istintuale”, accedono a una nuova classe di desideri e quindi di conflitti. Si
scatena la violenza e uccidono uno di loro. Si calmano. Lo seppelliscono con un
cumulo di pietre: una piramide rudimentale, priva di punta, proprio come le più
antiche tombe di cui abbiamo testimonianza. Da qui, attraverso numerosi cicli,
nasce la civiltà con i suoi riti, i suoi miti, le sue istituzioni.
Mi rendo conto ora che forse, ancora più di Cristo morto e risorto, sia questo
il boccone girardiano più ostico, l’idea che la mimesi sia allo stesso tempo il
vero motore del salto compiuto dall’Homo sapiens sapiens e la realtà ultima di
ogni nostro desiderio. Anche qui possiamo però ridurre la portata universale
dell’affermazione girardiana dirigendo l’attenzione su quanti dei nostri
desideri sono mimetici senza che ce ne rendiamo conto. Fino alla fine, da
Menzogna romantica e verità romanzesca in poi, Girard ha difeso la tesi per cui
ogni desiderio è mimetico e il desiderio oggettuale è relegato all’ambito del
“montaggio istintuale”, malamente definito e ricondotto ai più bassi gradini
della piramide di Maslow. Senza cercare di dimostrare l’inesistenza totale del
desiderio oggettuale, noi possiamo fare a meno di questo assolutismo e
ipotizzare che il mimetismo sia una componente fondamentale di tanti nostri
desideri che raramente mettiamo a fuoco. Ora siamo pronti per affrontare la
contemporaneità da girardiani scettici.
I fondamenti dei nostri capri espiatori
In questi ultimi dieci anni tanti hanno evocato Girard, spinti da un mondo che
sembrava sempre più ostinato a dargli ragione. Spesso, però, è stato evocato
superficialmente, senza cioè integrare i fondamenti della sua teoria che,
abbiamo visto, non è d’altronde facile da comunicare. Di fronte al moltiplicarsi
di fenomeni quali le shitstorm, la call out culture, la cancel culture, il
politicamente corretto, a tanti saliva alla bocca la parola “capro espiatorio”
e, con questa, il nome del grande studioso che ci ha intitolato la sua opera più
famosa. All’interno di queste riflessioni, però, il ruolo di Girard si riduce
spesso all’averci genericamente “messo in guardia” contro un fenomeno brutto e
cattivo ‒ il capro espiatorio ‒ che si è stranamente moltiplicato nella nostra
società, chissà perché. Tanto più grande è stato Girard da averci dato gli
strumenti per interpretare le cause profonde del fenomeno e cioè quel meccanismo
di cui abbiamo appena parlato, chiamato mimetismo. Se tutti riconoscono che i
capri espiatori si sono moltiplicati grazie all’imporsi del social network,
Girard ci fornisce la chiave per decifrare che tipo di tendenze sono incentivate
da queste nuove forme di socialità e come queste portino a fenomeni di capro
espiatorio.
> Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca
> è ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto il processo. Imitandosi a
> vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio istintuale”, accedono a
> una nuova classe di desideri e quindi di conflitti.
Quando Girard formulava la sua teoria mimetica non era semplice mostrare che
dietro ogni nostro desiderio c’è l’imitazione, cioè l’ammirazione per un modello
che ci indica cosa desiderare. Il cuckolding è il diorama del desiderio mimetico
perché Girard stesso, quando doveva scendere nel dettaglio, tra tutti i desideri
mimetici, selezionava i triangoli amorosi per illustrarne il funzionamento.
Invece, per rendere conto del mimetismo della stragrande maggioranza dei
desideri, Girard deve ricorrere alla dicotomia mediazione interna/mediazione
esterna: i desideri di mediazione interna sono quelli, come i triangoli amorosi,
in cui il modello/ostacolo è vicino a te, in carne ed ossa, un rivale nel senso
proprio del termine; quelli di mediazione esterna sono i desideri ispirati da un
mediatore lontano nello spazio e nel tempo, da un mediatore astratto, come
possono essere i mass-media novecenteschi che ti fanno desiderare di avere una
Ferrari perché ce l’hanno i ricchi. Anticipando le critiche, Girard non riduce
la mediazione esterna a un’innovazione contemporanea, e apre il saggio con
l’esempio del Don Chisciotte che imita il desiderio di Amadigi di Gaula, un
predecessore fittizio inventato da Cervantes come modello di cavaliere errante.
La mediazione esterna, insomma, nasce con la cultura e, a livello cronologico,
segue di poco l’apparizione della mediazione interna, quella che ha destato le
prime rivalità tra gli ominidi che si sono placate solo tramite ricorrenti
omicidi collettivi.
E se il social network comportasse la confusione e il collasso di mediazione
esterna e mediazione interna? I modelli sul social network siamo tutti noi, gli
uni per gli altri, conosciuti e sconosciuti. Mediatori interni e mediatori
esterni sono posti sullo stesso piano, tutti su quel piedistallo chiamato
“profilo” che attira sguardi, attenzioni, amori, odi e invidie. Più di ogni
altra cosa approvazioni pubbliche, quel pulsantino fondamentale nell’economia
del social network chiamato “like” che altro non è che un indice di gradimento,
un indice che indica cosa desiderare, in quanto già desiderato. Il sociologo
Niklas Luhmann chiamava queste dinamiche “osservazione di secondo ordine” e, in
tempi recenti, il filosofo Hans-Georg Moeller ha adoperato la categoria per
descrivere come “profilistica” la nuova tecnologia dell’identità inaugurata dal
social network. In ottica girardiana, il social network è la più perfetta
macchina mimetica perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci.
Sul social network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
Insomma, se abbiamo assunto che i fenomeni di capro espiatorio si sono
moltiplicati per via dei social network e possiamo dimostrare indipendentemente
che sono anche uno degli ambienti più mimetici in cui l’umanità si sia trovata a
vivere, possiamo persino rovesciare la domanda e dire che ciò che abbiamo
davanti agli occhi conferma l’intuizione girardiana: il social network è la
prova del nesso tra mimesi e capro espiatorio, la piastra di Petri che rivela la
connessione profonda tra una società che si imita senza sosta e che senza sosta
si ritrova ad odiare collettivamente alcuni membri della società stessa.
L’inconsistenza dei nostri capri espiatori
Abbiamo anticipato che, già nel corso della sua vita, Girard osserva un duplice
e paradossale movimento dei capri espiatori: si moltiplicano ma non funzionano
più. Le ragioni che individua sono due e complementari. Intanto, sempre più
raramente uccidiamo i nostri capri espiatori e quindi non accediamo al momento
catartico che segue un vero e proprio omicidio collettivo, ma se uccidiamo
sempre più di rado è proprio perché non ci crediamo più fino in fondo. La
diffusione del termine “capro espiatorio” testimonia proprio questo: la (lenta)
presa di coscienza che l’umanità sta facendo del suo meccanismo fondatore. Anche
la più approssimativa comprensione del termine rimanda a una violenza che si
scatena senza ragione su un singolo o su un gruppo come “diversivo” o “sfogo” di
determinate energie.
> In ottica girardiana, il social network è la più perfetta macchina mimetica
> perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci. Sul social
> network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
D’altro canto, queste “energie” ‒ che Girard inquadra come mimesi ‒ sono ancora
qui e pertanto i capri espiatori continuano ad essere ricercati senza che
nessuno di questi svolga il suo compito fino in fondo. Ancora una volta, la
situazione che osserviamo sui social network sembra confermare ed esasperare il
fenomeno. Se osservate con attenzione una qualsiasi shitstorm noterete non solo
che, ovviamente, non si conclude con un omicidio ma che produce tutta una serie
di shitstorm minori lungo i suoi bordi. I capri espiatori si moltiplicano
letteralmente all’interno dello stesso evento. Alcuni di questi sono
semplicemente i difensori del capro espiatorio originale che, in questo
contesto, diversamente da una lapidazione vera e propria, possono trovare il
coraggio di farsi avanti, rischiando molto ma non la morte immediata.
Altri, ancora più interessanti, fanno parte della cerchia dei persecutori. A
differenza della folla anonima che lapida e che ritrova l’unità in questo gesto
collettivizzante, i persecutori del social network hanno nomi e cognomi, profili
ricchi di storia e contraddizioni, facilmente accessibili. “Come si permette LUI
di parlare?” si chiede a un certo punto qualcuno che sposta lo sguardo dalla
vittima selezionata a un suo collega con la pietra in mano. Pervertendo il senso
ultimo della parabola dell’adultera, ovverosia comprendendolo solo parzialmente,
il lapidatore virtuale scopre che nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare
la prima pietra tranne, guarda caso, sé stesso. Il colmo si raggiunge quando,
durante questo spostamento, il persecutore che ha selezionato una vittima
secondaria arriva persino a condannare il meccanismo di “capro espiatorio” per
meglio colpevolizzare il suo nemico, senza rendersi conto di averne appena
eretto un altro. La conoscenza del meccanismo di “capro espiatorio” indebolisce
la pratica ma viene contemporaneamente messa al lavoro per individuare la
vittima perfetta, il colpevole assoluto che finalmente e una volta per tutte
chiuderà il ciclo della violenza. Ma chi è questa vittima?
L’incertezza dei nostri capri espiatori
L’omicidio fondativo, l’eccezionalità cristiana, la mimesi di ogni desiderio:
abbiamo visto che nel pensiero girardiano ce ne sono di affermazioni che un
tempo avremmo definito “problematiche”, prima che questa parola prendesse a
significare “offensive per qualcuno”.
Ma c’è n’è una che potrebbe essere la più problematica di tutte e la sua
problematicità ha a che fare direttamente con una certa permalosità
generalizzata che Girard stesso vedeva crescere già nel suo tempo. Proprio colui
che ha dedicato la sua vita di studioso al riscatto delle vittime sulle quali
abbiamo fondato la civiltà, sin dagli anni Novanta, osserva attorno a sé una
propensione ad occupare il ruolo della vittima in modo indebito. L’idea non
suonerà nuova al lettore italiano perché è la tesi centrale del saggio nostrano
più discusso sul tema, Critica della vittima di Daniele Giglioli, uscito ormai
più di dieci anni fa. Per Girard, questa tendenza a posizionarsi all’interno di
quello che Giglioli chiama “paradigma vittimario” accompagna e cresce insieme
alla consapevolezza generalizzata sul meccanismo del capro espiatorio. Il
ragionamento è semplice: quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza
ragione e poi riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in
costoro e vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
E a questo punto, sia in Girard sia in Giglioli, compare l’idea problematica che
rischia di squalificare l’intero discorso: la distinzione tra vittime false e
vittime vere. In più punti Girard intrattiene l’idea dell’assoluta innocenza
della vittima quando si trova effettivamente perseguitata. Oltre a Cristo ‒ che
lo è per dogma ‒, lo stesso viene detto di Giobbe, di Edipo, degli ebrei nelle
persecuzioni medievali. In Giglioli, che sembra criticare la posizione della
vittima in quanto tale, compaiono qui e lì delle vittime dichiaratamente false
che sembrano alludere all’esistenza delle vittime vere, o perlomeno “più vere”:
c’è Silvio Berlusconi e la sua persecuzione giudiziaria come simbolo
universalmente condiviso dai suoi lettori di sinistra di vittima falsa, ma anche
il popolo ebraico (di nuovo) che oggi eredita la posizione vittimaria dai
“titolari effettivi”, cioè le autentiche vittime dell’Olocausto.
> Quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza ragione e poi
> riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in costoro e
> vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
L’errore che si costeggia con questi discorsi non è la volontà di distinguere le
vittime vere da quelle false ‒ cioè riconoscere empiricamente che si sono date,
si danno e si daranno persone completamente innocenti delle accuse loro rivolte
e persone che inventano di sana pianta dei torti mai subiti. L’errore è
immaginare che questa distinzione sia in qualche modo autoevidente, il punto di
partenza del discorso stesso quando invece è il suo precarissimo punto di
arrivo. E non lo dico io ma Girard stesso. Lo dice implicitamente in tutta la
sua opera ma anche esplicitamente: “Non pensiamo che per sfuggire alla
responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa
violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i
soggetti più violenti credono di reagire a una violenza che proviene dagli
altri”. Ogni violenza è agita da qualcuno che crede di averla già subita, da
qualcuno che si percepisce come vittima. Di questo ci parla la crisi mimetica
dei doppi che si rilanciano le stesse accuse, da qui viene la violenza per
Girard: non da una generica “aggressività animale” ma da un reciproco senso di
ingiustizia subita. Così in Girard la posizione della vittima è sia quella di
colui che viene infine accerchiato ma anche quella di coloro che l’accerchiano,
i quali si sentono soggettivamente vittime della sua azione.
A riprova dell’attualità di Girard, a pochi anni dalla sua morte, si è diffuso
uno slogan che ha segnato il rapporto irrazionale che stavamo instaurando con il
concetto di vittima, sempre più confusi dal proliferare dei capri espiatori.
“Credere alla vittima” è infatti un’assurdità logica ancora prima di
un’aberrazione etica. Di per sé, non vuol dire nulla. È una delle più brevi
petizioni di principio formulabili. Non puoi chiedere di credere alla vittima
poiché dal momento che la definisci tale, già le credi. Se riusciamo ad
attribuire un senso alla frase, se l’abbiamo fatta operare nel mondo come
significasse qualcosa di compiuto, è perché la vera affermazione al lavoro era
ben più sinistra: credi all’accusatore. Credi a chiunque si presenti come una
vittima di un torto subito, credi alla colpevolezza di colui che indica. Girard
aggiungerebbe qui “senza fare inchieste”, la frase che più lo inquieta nella sua
già citata rilettura del Libro di Giobbe in L’antica via degli empi. Ad agire
“senza fare inchieste” è il dio del massacro che gli accusatori mobilitano
contro Giobbe, ovverosia la folla linciante che si scatena sul primo
malcapitato. Giobbe, dal canto suo, mobilita un avvocato difensore che interceda
per lui presso l’Altissimo, un Paraclito, il vero Dio dei Vangeli che è il Dio
delle vittime.
Sebbene Girard mostri con quanta insistenza le Scritture pongano Satana nel
ruolo dell’accusatore e Cristo in quello del difensore, non stiamo qui
affermando che l’accusa ha sempre torto e la difesa sempre ragione ma che questa
dialettica deve quantomeno darsi per evitare che l’umanità risolva la propria
violenza a spese di una catena di capri espiatori, più o meno innocenti, più o
meno colpevoli, selezionati “senza fare inchieste”. Il luogo in cui questa
dialettica dovrebbe avere luogo esiste già ed è ovviamente il tribunale,
metonimia dello Stato di diritto, la cui elaborazione nel corso dei secoli,
dall’habeas corpus alla presunzione di innocenza, può essere letta come la
progressiva tutela di tutti i potenziali capri espiatori dalle grinfie della
folla.
> Da qui viene la violenza per Girard: non da una generica “aggressività
> animale” ma da un reciproco senso di ingiustizia subita. Così in Girard la
> posizione della vittima è sia quella di colui che viene infine accerchiato ma
> anche quella di coloro che l’accerchiano, i quali si sentono soggettivamente
> vittime della sua azione.
Se la seconda metà del Novecento ha visto l’emergere del “processo mediatico”
come oggettiva regressione resa possibile dai mass-media tradizionali, il social
network allarga la ferita e consente all’intera popolazione di istituire
processi sommari, ciò che di volta in volta abbiamo chiamato shitstorm, cancel
culture, call-out culture etc. C’è davvero da chiedersi, fuori da ogni
formulazione retorica, cosa avrebbe detto Girard se avesse avuto gli ultimi
dieci anni di fronte agli occhi. Dove si sarebbe soffermata la sua critica in
questo mondo che ha globalizzato per davvero il villaggio, in cui le più
primitive dinamiche di linciaggio sono riemerse solo a partire da una
complessiva virtualizzazione della socialità.
Girard ci ha lasciato un problema con due corni: l’assoluta certezza
dell’esistenza delle vittime e il necessario sospetto verso chiunque si presenti
come vittima, poiché farlo è il primo passo per esercitare la violenza. Eppure
non ci ha lasciati privi di strumenti. Con un anticipo spaventoso sui tempi,
mentre siamo immersi in uno Zeitgeist che ci intima di rintracciare nella nostra
storia personale tutti i modi in cui siamo stati vittime per rinfacciarli al
prossimo, Girard afferma che la conversione cristiana è una cosa semplicissima,
quella cosa accaduta a San Paolo sulla famosa via: riconoscere sé stessi in
quanto persecutori.
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S e volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono
un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico,
leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del
freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che
ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo
l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a
dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”.
Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato
fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale:
simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco;
per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se
toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo
secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente,
irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di
miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del
freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali
del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili.
> Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio, uno stato fisico che
> fa della contraddizione la propria caratteristica principale, abbia
> intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone
> forme e direzioni.
«Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono
neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più
freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo
capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una
parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai
primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era
tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio
è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo
stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro
se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire
al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto,
portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di
qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di
un’attenzione più sfaccettata.
Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati
plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai
pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era
glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti
festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del
Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul
ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci
sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta
di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di
un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg. Tantissimi poi gli
scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più
disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento
dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna
marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo
stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle,
mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno
estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle
alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili
del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso
ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento.
Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel
dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati
alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non
ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è
stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli
dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e
affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a
lungo imperanti in Occidente.
> Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
> che intorno a questo si sono sviluppate.
Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di
cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro
sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la
plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita
per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello
che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle
popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui
ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni
culturali».
Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca
e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard
sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista
del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del
ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese
scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza
del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle
popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente
minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata
praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di
accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione
tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi
di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della
pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa
morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi
sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della
cristallografia di Keplero.
> Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio
> in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni
> dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o
> cancellato.
A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la
guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia
che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo
sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di
quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di
acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La
reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma
SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese,
dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu
però ben diversa da quella dichiarata:
> Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996,
> quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto
> Iceworm.
> L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una
> rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia,
> distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a
> quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della
> Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente
> un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la
> presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che,
> suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di
> nasconderle tra i ghiacci.
E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano
quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte
ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono
arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale.
> Se le scalate delle donne sono meno note è forse anche per via dell’equilibrio
> pacato con cui le hanno riportate, senza ricorrere alle iperboli e alle
> millanterie tipiche di molti racconti maschili.
Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati
all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore
ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità
territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno
materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono
però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori
opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere
riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio
pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di
molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì
sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco
sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia
matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente
circostante.
Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi
calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le
streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere
quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la
meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria
una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo),
in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio
quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine
di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel
privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e
viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione
dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di
Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa
cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare
che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e
ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile.
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