Q uattro anni fa usciva in Italia la prima stagione di Severance, serie
televisiva creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller, diventata
rapidamente un fenomeno culturale globale. Al centro, un gruppo di dipendenti
della Lumon, azienda biotecnologica che sottopone i propri lavoratori a un
intervento neurochirurgico capace di separare la memoria in due compartimenti
completamente distinti: quando una persona è in ufficio non ricorda nulla di ciò
che accade fuori, e quando è fuori non sa nulla di ciò che è avvenuto alla
scrivania. Al di là dei meriti puramente cinematografici, una delle ragioni del
suo successo risiede forse nell’aver intercettato un desiderio diffuso: quello
di riuscire davvero a separarsi dal lavoro, di uscire dall’ufficio e tornare a
casa come qualcuno la cui vita personale non dipende dalle otto ore precedenti.
Negli ultimi decenni la nostra identità si è progressivamente definita intorno
al lavoro. Le strutture che un tempo organizzavano la quotidianità, come le
comunità, le appartenenze collettive, i legami di vicinato e di classe, si sono
assottigliate, e il lavoro ha riempito quegli spazi. Oggi ci si realizza
professionalmente, si investe su di sé, si parla di vocazione per attività che
un tempo erano semplici occupazioni. Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di
descrivere cosa facciamo e ha cominciato a definire chi siamo. Nel 2019 il
giornalista Derek Thompson coniava sull’Atlantic il termine workism, per
descrivere l’idea che il lavoro non sia solo una necessità economica ma il
centro della vita e il suo scopo ultimo. I lavoratori più istruiti, osservava
Thompson, avevano iniziato a frequentare l’ufficio per le stesse ragioni per cui
i credenti frequentano la chiesa, in cerca di significato, comunità e senso. Una
cultura che convoglia i propri ideali di autorealizzazione in un impiego
retribuito, concludeva, si espone a un’ansia collettiva difficile da contenere,
a una delusione diffusa e a forme pervasive di esaurimento.
> Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di descrivere cosa facciamo e ha
> cominciato a definire chi siamo.
Prima di lui, il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han aveva già anticipato
questa diagnosi nel saggio La società della stanchezza, pubblicato nel 2010 e
destinato a circolare ben oltre gli ambienti accademici. Per Han, nelle società
contemporanee l’imperativo della prestazione si è progressivamente spostato
dall’esterno all’interno, fino a radicarsi nel soggetto. Regole, gerarchie e
divieti visibili imposti dall’alto lasciano il posto a una spinta a produrre,
migliorarsi e superarsi che il soggetto interiorizza fino a farla propria. Il
lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in una
pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi
impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e
realizzazione. Quando si crolla, si finisce così per percepirsi come individui
che non ce l’hanno fatta, e la vergogna del fallimento sostituisce la rabbia.
Il lavoro stesso è cambiato fino a rendere questo assetto strutturale. La
diffusione di contratti flessibili e carriere discontinue ha reso razionale, per
il singolo, investire su di sé come se fosse un’impresa. Le organizzazioni hanno
costruito ambienti centrati sulla mission aziendale, sui valori condivisi,
sull’idea del team come comunità, in un lessico che favorisce l’identificazione
e trasferisce sull’individuo la responsabilità della motivazione. La tecnologia
ha fatto il resto: l’uso dello smartphone per lavoro fuori orario è associato
sistematicamente a conflitto lavoro-vita, disturbi del sonno ed esaurimento,
comportamenti che non sono scelte individuali ma norme sociali che si
riproducono in molti ambienti professionali.
Queste forme di relazione con il lavoro hanno conseguenze psicologiche molto
alte. Lo stress occupazionale è oggi tra le prime cause di assenteismo e di
inabilità lavorativa in Europa. L’indagine EU-OSHA OSH Pulse 2025 rileva che il
29% degli oltre 25.000 lavoratori intervistati soffre di stress, depressione o
ansia, mentre il 44% vive forti pressioni temporali come componente ordinaria
della vita professionale. Complessivamente, il 65% dei lavoratori intervistati
ha riscontrato problemi di salute causati o aggravati dal lavoro nell’ultimo
anno. Tra queste condizioni, una nasce direttamente dal lavoro, prende forma
all’interno del contesto occupazionale ed è strettamente legata al rapporto
emotivo che oggi intratteniamo con la sfera professionale. È il burn-out, ed è
la forma più severa e invalidante di stress lavorativo cronico.
Che cosa chiamiamo burn-out
Nato come osservazione clinica nelle professioni di cura ‒ medici, infermieri,
operatori sociali ‒ il burn-out ha progressivamente coinvolto molte altre
categorie, dal settore tecnologico all’istruzione fino alla ricerca accademica.
> Il lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in
> una pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi
> impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e
> realizzazione.
La prima descrizione risale al 1974. In una clinica per tossicodipendenti del
Lower East Side di New York, lo psicologo Herbert Freudenberger lavorava con un
personale composto in gran parte da volontari, persone che avevano scelto di
essere lì, investendo tempo ed energie che nessun contratto richiedeva. A poco a
poco notò che qualcosa, in alcuni di loro, si incrinava. Diventavano cinici,
svuotati, rigidi, distanti, in un modo che non coincideva con la stanchezza
ordinaria. Cercò una parola per definire quello stato e la trovò in
un’espressione americana dell’epoca, burn out, bruciare fino in fondo. La
pubblicò sul Journal of Social Issues e aprì, senza saperlo, uno dei filoni di
ricerca più prolifici e controversi della psicologia del Novecento. I soggetti
più esposti, scriveva Freudenberger, erano quelli che credevano di più in ciò
che facevano. Nella sua formulazione iniziale, il burn-out appare come una
patologia dell’investimento emotivo.
Oggi, nella letteratura scientifica viene descritto attraverso tre componenti
che tendono a intrecciarsi: l’esaurimento emotivo, cioè l’esperienza di sentirsi
svuotati e di non avere più nulla da dare; la depersonalizzazione, un distacco
progressivo dalle persone con cui si lavora che può trasformarsi in cinismo
quasi senza che ci si accorga del passaggio; la ridotta percezione di efficacia,
la sensazione di non riuscire più a fare bene ciò che si sa fare o di non
riconoscerlo quando accade. Il cinismo, in particolare, è stato interpretato
come una forma di autodifesa psicologica che con il tempo tende a irrigidirsi. È
così che il medico finisce per parlare dei pazienti come numeri e l’insegnante
smette di ricordare i nomi dei propri studenti.
Questo modello viene formalizzato alla fine degli anni Settanta da Christina
Maslach, psicologa sociale della University of California, Berkeley, a partire
da una serie di interviste con professionisti dei servizi alla persona, tra cui
infermieri, assistenti sociali e insegnanti, che descrivevano una forma di
esaurimento legata al contatto continuo con gli altri. Da quel lavoro nasce il
Maslach Burnout Inventory, pubblicato all’inizio degli anni Ottanta e tuttora
uno tra gli strumenti più utilizzati per misurare il burn-out.
Nel tempo il questionario di Maslach è stato rivisto e adattato a diversi
contesti professionali, e alla sua diffusione si sono affiancati altri strumenti
di misurazione. Alcune questioni metodologiche restano però aperte. Le soglie
che distinguono livelli alti, moderati o bassi di burn-out derivano da campioni
professionali specifici, valori costruiti in contesti storici e lavorativi
circoscritti e poi utilizzati come standard anche in ambienti molto diversi. La
terza dimensione della triade, la ridotta realizzazione personale, ha nel tempo
mostrato un profilo psicometrico meno robusto delle altre due, e non è sempre
chiaro se intercetti gli effetti del lavoro o aspetti più generali
dell’autovalutazione individuale. Il problema più evidente resta però la
variabilità tra gli studi. Una revisione pubblicata su JAMA ha analizzato 182
ricerche sul burn-out tra i medici trovando stime di prevalenza tra lo zero e
l’80%. Una forbice di questa ampiezza segnala che il burn-out viene misurato con
definizioni, soglie e strumenti tra loro non comparabili.
> Nel burn-out possiamo individuare tre componenti che tendono a intrecciarsi:
> l’esperienza di sentirsi svuotati e di non avere più nulla da dare, un
> distacco progressivo dalle persone con cui si lavora, e la sensazione di non
> riuscire più a fare bene ciò che si sa fare.
Resta poi una questione aperta che riguarda il confine con la depressione. I
sintomi si sovrappongono in misura significativa e distinguerli nella pratica
clinica è spesso difficile. Sulla base di un ampio corpus di studi, gli
psicologi del lavoro Renzo Bianchi e Irvin Schonfeld sostengono questa
distinzione sia concettualmente fragile, che le evidenze empiriche per la loro
separazione risultino inconsistenti e che ancora manchi una definizione
diagnostica condivisa del burn-out.
Fisiologia dell’esaurimento
Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come difficoltà
a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi a situazioni
nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal lavoro. Queste
esperienze hanno una base fisiologica precisa.
Il sistema più coinvolto è l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola la
risposta allo stress. È un circuito pensato per funzionare a intermittenza:
quando percepiamo una minaccia rilascia cortisolo, l’ormone che prepara il corpo
a reagire con immediatezza ‒ allerta i sensi, accelera il battito, mobilita
riserve energetiche ‒ per poi tornare gradualmente a uno stato di equilibrio.
Nel burn-out questa alternanza si altera. In alcune fasi l’attivazione si
prolunga oltre il necessario, in altre la risposta si attenua, come un sistema
che dopo essere rimasto acceso troppo a lungo, perde capacità di regolazione. Le
conseguenze del fenomeno emergono anche a livello cerebrale: studi di
neuroimaging mostrano un’iperreattività dell’amigdala, la struttura coinvolta
nel riconoscimento dei pericoli, e una minore efficienza della corteccia
prefrontale, che dovrebbe modularne le risposte. Ne deriva uno squilibrio per
cui il segnale di allerta continua a circolare anche in assenza di una minaccia
immediata.
Anche l’ippocampo, centrale per la memoria e per la capacità di adattarsi a
contesti nuovi, è particolarmente sensibile allo stress prolungato.
L’esposizione cronica interferisce con i processi di rinnovamento cellulare e
con l’organizzazione delle connessioni sinaptiche, contribuendo ai deficit
cognitivi che molte persone riportano. Un modello proposto su Frontiers in
Neuroscience suggerisce inoltre che il distacco e il cinismo osservati nelle
fasi più avanzate riflettano anche modificazioni nei sistemi dopaminergici e
serotoninergici, non solo adattamenti psicologici.
> Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come
> difficoltà a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi
> a situazioni nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal
> lavoro.
Nel tempo, queste alterazioni si estendono oltre il sistema nervoso. La
disregolazione della risposta allo stress interferisce con i ritmi circadiani e
con il sonno, che diventa più fragile e meno ristoratore. Il burn-out cronico è
stato associato a un aumento del rischio di disturbi metabolici, cardiovascolari
e gastrointestinali, oltre che a una maggiore mortalità precoce.
L’asimmetria della responsabilità
La diffusione del burn-out ha raggiunto una dimensione che rende difficile
continuare a trattarlo come una questione individuale. Secondo il rapporto State
of the Global Workplace 2026 di Gallup, la quota globale di lavoratori che si
sente motivata, riconosciuta e realmente presente nel proprio lavoro è del 21%.
In Europa la situazione è ancora più marcata: solo il 13% dei lavoratori rientra
in questa categoria, il dato più basso tra tutte le regioni monitorate. Il 40%
della forza lavoro mondiale riferisce di aver vissuto livelli elevati di stress
nella giornata precedente all’intervista, una quota che negli Stati Uniti e in
Canada sale al 50%. Le donne risultano più colpite degli uomini, così come i
lavoratori sotto i 35 anni. Sono numeri che attraversano settori, generazioni e
geografie, e che descrivono qualcosa di sistemico.
Eppure, le aziende rispondono con programmi di employee wellness, sessioni di
mindfulness, corsi sulla resilienza, app per la meditazione, abbonamenti in
palestra, la cui premessa implicita è che il problema risieda nella capacità del
singolo di reggere la pressione. Una revisione sistematica pubblicata su BMJ
Open ha esaminato 33 studi controllati sugli interventi antiburn-out nei luoghi
di lavoro. Trenta erano focalizzati sull’individuo, solo tre
sull’organizzazione. Le evidenze disponibili indicano però che gli interventi
più efficaci sono quelli combinati, capaci di agire sia sulla persona sia sulle
condizioni di lavoro, mentre quelli puramente individuali producono
miglioramenti modesti e temporanei. Una combinazione a cui la ricerca arriva con
una certa coerenza e che continua però a trovare poco spazio nelle pratiche
organizzative.
> Il burn-out è un problema sistemico, che attraversa settori, generazioni e
> geografie. Eppure le aziende rispondono con sessioni di mindfulness,
> abbonamenti in palestra e altre iniziative, come se il problema risiedesse
> solo nella capacità del singolo di reggere la pressione.
La stessa Christina Maslach ha sviluppato nel tempo strumenti capaci di rilevare
le disfunzioni organizzative che contribuiscono a generare il burn-out, dai
carichi eccessivi alla mancanza di autonomia, fino all’assenza di
riconoscimento. Il suo questionario, però, viene ancora usato prevalentemente
per misurare quanto un lavoratore sia esaurito, più che per individuare dove un
sistema di lavoro non funziona. Ma soprattutto, ancora oggi il burn-out è
inserito nell’ICD-11 (International Classification of Diseases, 11th Revision)
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come fenomeno occupazionale legato a
stress cronico non gestito sul lavoro, senza riconoscimento come diagnosi
clinica autonoma o malattia. Questa classificazione mantiene la responsabilità
prevalentemente sul singolo lavoratore, che deve provare il nesso con il lavoro
per accedere alle tutele. Se fosse tabellato come malattia professionale,
scatterebbe la presunzione automatica di origine lavorativa, spostando la
responsabilità sul datore e garantendo strumenti legali più rapidi e certi.
Cinquant’anni dopo
A cinquant’anni dalle osservazioni di Freudenberger, il burn-out resta una
condizione difficile da circoscrivere, sospesa tra definizioni che non
coincidono del tutto, assenze diagnostiche e una collocazione ancora incerta tra
esperienza individuale e problema del lavoro. E il peso della ricaduta sulle
persone che ne soffrono è considerevole. Il recupero dal burn-out richiede tempi
lunghi e spesso discontinui. Una revisione sistematica pubblicata su BMC Public
Health descrive il rientro al lavoro come un processo graduale e non lineare,
che può protrarsi per mesi. Le evidenze su come sostenerlo restano però fragili,
segnate da studi eterogenei e risultati poco conclusivi. Uno studio
longitudinale, che ha seguito pazienti per dieci anni dalla fine della
riabilitazione, rileva la persistenza di sintomi come ansia, disturbi del sonno
e affaticamento anche tra chi è formalmente rientrato al lavoro.
Nella seconda stagione di Severance, i dipendenti della Lumon iniziano a
interrogarsi su ciò che accade al di fuori dell’ufficio, su chi siano al di là
della divisione che li attraversa. La separazione si rivela meno netta di quanto
sembrasse e i due sé trovano modi imprevisti per comunicare, per cercarsi. È una
metafora non troppo velata. Il lavoro e la vita non si separano mai davvero,
qualunque dispositivo si immagini per tenerli distinti. La domanda è quanto
costi all’individuo tenerli insieme.
L'articolo Consumati dal lavoro proviene da Il Tascabile.