P otrebbe bastare la prima breve frase a spiegare con terrificante esattezza il
senso di una violenza, una violenza specifica e oggi considerata tanto inaudita
quanto ancora estremamente diffusa fino al punto da essere un elemento comune
della quotidianità nella vita delle donne. Quella che viene definita come
violenza di genere si può dunque intravvedere con lucida esattezza nella prima
frase che apre il memoir di Nathacha Appanah, La notte nel cuore (2026,
traduzione di Cinzia Poli): “Non sono del tutto cattivi”. Loro sono gli uomini
protagonisti di violenze, ma loro sono ancora più semplicemente gli uomini
intesi come genere maschile tutto.
Nathacha Appanah è una scrittrice e giornalista mauriziana di origini indiane,
l’autobiografia è spesso al centro dei suoi lavori come nel caso di Le nozze di
Anna (E/O, traduzione di Cinzia Poli) il primo dei suoi romanzi a essere
tradotto in italiano e in cui raccontava del rapporto tormentato con la madre,
oppure come in La memoria fragile (sempre con la traduzione di Cinzia Poli) in
cui i protagonisti sono i suoi antenati che raggiungono Port Louis nel 1872 a
Mauritius. Ma mai come in La notte del cuore l’autrice era arrivata a toccare
così potentemente la propria stessa intimità, là dove l’amore si è trasformato
in una terribile e assurda forma di controllo e violenza, là dove scrivere
diviene non solo una necessità e un’urgenza, ma il compito primario di chi può
dirsi sopravvissuta.
> Mai come in La notte del cuore l’autrice era arrivata a toccare così
> potentemente la propria stessa intimità, là dove l’amore si è trasformato in
> una terribile e assurda forma di controllo e violenza, là dove scrivere
> diviene il compito primario di chi è sopravvissuta.
La notte nel cuore offre alle sue lettrici e ai suoi lettori tre storie, quelle
di tre donne e tra loro Appanah, l’unica delle tre a sopravvivere. L’uomo ha
trent’anni più di lei, ha una vita piena, una famiglia e una professione a cui
anche lei ambisce. Lei infatti ha appena diciassette anni e ha vinto un concorso
di scrittura. È lì che s’incontrano, è lì che lui vede in lei la sua preda, ma
lei non lo teme, anzi prova riconoscenza nei suoi confronti perché si sente
finalmente apprezzata per quello a cui lei tiene di più. Ma i segnali della sua
torbida manipolazione si moltiplicano, purtroppo divenendo ben visibili solo con
il senno di poi, quando tutto il male si è liberato franandole addosso.
Appanah sa dire tutto con poco, le bastano frasi brevissime per dichiarare un
dolore subito: “Intorno ai diciassette anni sono caduta in una buca”. Quella
buca ha le sembianze di un uomo violento che piano piano fingendo di sedurla la
manipola, fingendo di amarla, la violenta. Ancora una volta l’autrice sa
spiegare tutto con poco: “Pensavo di essere un’incolta”. Giorno dopo giorno si
trova così totalmente nelle mani di lui come se un senso di colpa ancestrale,
indotto da centinaia di anni di patriarcato, si svelasse in tutto il suo potere
rendendola inerme e incapace di vedersi come effettivamente è, colta e non
incolta, brillante e non stupida. Ma per farlo dovrebbe essere libera e libera
non lo è più. La tenaglia si stringe intorno a lei in uno scivolamento che
inizialmente è repentino, la buca, ma che poi diventa anche soffocante non
lasciando più nemmeno la possibilità d’immaginare una possibile via d’uscita.
> La scrittura icastica di Nathacha Appanah è raggelante, mostra l’evidenza
> della violenza maschile andando ben oltre i confini della violenza di quel
> singolo uomo, della sua stupida arroganza.
Appanah racconta passo passo il soffocamento, lo fa ripercorrendo le tappe di un
cammino che sembrava poterle aprire possibilità di scoperta entusiasmanti e
nuove e che invece tende a reprimerla e a ridurla sempre più l’ombra di sé
stessa: “Mi sembra che il mio corpo sia piccolo, rattrappito, e lui, molto
calmo, seduto sul bordo del letto, col torso nudo e chiaro come un caffè troppo
macchiato, mi domini con un corpo largo e soprattutto con un silenzio risoluto.
Dura tanto, dura solo qualche minuto. Mi strangola proprio, no mi strangola un
po’”. In quel momento lei scompare, viene azzerata, umiliata. Non c’è differenza
tra il corpo e la mente, la violenza è la medesima. Non c’è differenza tra il
“silenzio risoluto” e lo strangolamento, entrambi annichiliscono e spaventano,
entrambi non considerano le parti in causa: un corpo piccolo su cui un corpo
grande agisce con violenza.
La scrittura icastica di Nathacha Appanah è raggelante, mostra l’evidenza della
violenza maschile andando ben oltre i confini della violenza di quel singolo
uomo, della sua stupida arroganza. Non si tratta di biasimare il comportamento
di quel maschio, si tratta, per i maschi, di ritrovare in quei gesti, nelle
interferenze che generano anche prima che la violenza scoppi e anche quando la
violenza non si palesa, i segni incontrovertibili di una assurda necessità di
dominio. Nathacha Appanah non ha bisogno di condannare, le basta mostrare e
farlo con un’evidenza assoluta; la sua scrittura ha la singolarità preziosa di
quella di un’etnografa, sa indagare le pieghe, ma al tempo stesso sa bene come
non farsi ingannare e non perdersi in quelle pieghe quando l’esito è sempre e
solo quello di un gesto violento, di un gesto di possesso e di manomissione nei
suoi confronti.
Non si tratta però di un catalogo delle efferatezze, delle pratiche violente ad
uso di un pubblico di voyeur, non è di per sé infatti nell’insistenza e nella
quantità della violenza ‒ che pure appare in tutta la sua terrificante e
continua presenza ‒, ma è nella natura, nell’origine che Appanah trasforma la
sua testimonianza in letteratura, il suo caso in un fatto universale: “Se fosse
una testimonianza sarebbe piena di buchi. Se fosse un ricordo sarebbe
imperfetto. Se fosse un film le immagini a tratti salterebbero e il suono a
momenti sparirebbe. Se fosse una foto sarebbe sfocata. Se fosse un libro sarebbe
al tempo stesso grezzo ed ellittico”.
> Non è possibile non vedere in quelle vittime l’immagine di una violenza che
> attraversa il corpo di tutti gli uomini come una tensione sismica, senza che
> questo però possa trasformarsi in una forma di discolpa.
Tutto avviene di notte quando la pazzia manipolatrice di lui sembra sputare
tutto il rimuginare del giorno, tutto l’imbarazzo stupido fatto di ombre che non
sembrano mai rasserenare, mai dargli tregua e calma e allora la violenza che
pure era già presente in forma di silenzio, rumori e micromovimenti, ecco che
esplode. Scoppia in faccia a Nathacha e a Emma e Chahinez protagoniste delle
altre due storie che compongono La notte nel cuore. Emma obbligata a un
matrimonio trasformatosi ben presto in una condanna fino alla sua esecuzione
finale e Chahinez che aveva avuto il coraggio di sfuggire da un matrimonio
simile abbandonando anche il suo Paese l’Algeria, per poi ritrovarsi con i suoi
figli ‒ una volta in Francia ‒ a subire le medesime vessazioni, fino alla morte.
Non è possibile per nessun uomo immaginare di chiamarsi fuori da quelle notti.
Non è possibile non vedere in quelle vittime l’immagine di una violenza che
attraversa il corpo di tutti gli uomini come una tensione sismica, senza che
questo però possa trasformarsi in una forma di discolpa o peggio di accettazione
di una natura comune. Non è possibile in sostanza non mettere in discussione
gesti e atteggiamenti prima che questi si trasformino nella loro più bieca
degenerazione o peggio ancora ovvia conseguenza. La notte nel cuore non esclude,
ma include a una ribellione comune verso la violenza e per farlo offre il corpo
delle vittime, che è quello delle donne, e mostra il corpo degli aguzzini, che è
quello degli uomini. Nessuno è escluso: “Ogni giorno affronto i fantasmi e i
vivi”.
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