R iceve il pallone poco prima della metà campo, con una giravolta si libera di
due avversari, poi si ferma, li aspetta, li scruta: quello che vede non sono due
centrocampisti inglesi, sono grandi navi che si stagliano all’orizzonte da cui
scendono feroci guerrieri armati di spade, archibugi e cattive intenzioni; gli
avversari che ha appena dribblato si avvicinano di nuovo, il loro scopo è lo
stesso di quegli antichi guerrieri, portargli via tutto, in questo caso il
pallone. Allora lui li salta per la seconda volta e si mette a correre sulla
fascia destra, sempre con il pallone tra i piedi. Corre sul prato verde
dell’Estadio Azteca, corre per sfuggire ai centrocampisti inglesi, corre per
sottrarsi all’ennesimo sterminio; corre fino a che davanti a lui si para un
altro avversario, questa volta non ha l’elmo e la corazza dei conquistadores, ma
la giacca di lino e il cappello a tesa larga del proprietario terriero, il
genocidio ha lasciato il posto al saccheggio: accumulazione per espropriazione,
evoluzione del capitale nel suo penultimo cambio d’abito.
Supera in dribbling anche questo oscuro funzionario dello sfruttamento agrario,
questo burocrate della morte al lavoro; poi ne salta un altro ancora, sempre con
il pallone tra i piedi, non lo ha lasciato per un attimo. Entra in area di
rigore; qui resiste al ritorno degli ultimi avversari rimasti, i militari che
pur avendo il suo stesso sangue torturano e violentano i suoi fratelli e le sue
sorelle, sterminano un’intera generazione, la sua; si libera anche di loro, fino
a che non rimane solo il portiere, l’estremo difensore del colonialismo che da
cinquecento anni martoria la sua terra, allora si ferma di nuovo, poi riparte e
lo lascia per terra girandogli intorno; solo a questo punto si libera del
pallone, per depositarlo nella rete sguarnita. È il gol più bello della storia
del calcio. È il gesto più rivoluzionario mai fatto da un calciatore. Il suo
nome è il nome di tutti quelli che hanno combattuto, combattono e combatteranno
contro le ingiustizie; il suo nome è Diego Armando Maradona.
Come scrive Antonio Gómez Villar, professore di filosofia alla Universitat de
Barcelona e curatore dei saggi che compongono il libro Maradona, un mito plebeo
(2025), il secondo gol di Maradona all’Inghilterra nei quarti di finale del
Campionato mondiale di calcio maschile del 1986 “non si può insegnare. Sfida i
calcoli, disautomatizza il gesto, va oltre ogni previsione, travalica. Rompe la
pragmatica del calcio, gioca inventando il modo di giocare. Il suo gesto
contiene un mistero, e non è solo il mistero di giocare con i piedi, è anche il
mistero del plebeo. L’istintività del piede di Diego Armando Maradona agisce
come inconscio collettivo plebeo, risuona in ogni esperienza popolare”.
> Il gol di Maradona all’Inghilterra trascende ogni significato terreno e si fa
> motore universale del desiderio sovversivo: è la riscossa dei dannati della
> terra, l’immanenza del conflitto di classe.
Questo gol non trascende solo la dimensione calcistica, nonostante sia l’unico
modo per lavare il sangue della precedente vittoria dell’Argentina in una Coppa
del Mondo, quando nel 1978 le grida dei tifosi per il gol decisivo di Mario
Kempes in finale contro l’Olanda non riuscivano a sovrastare le urla delle
ragazze e dei ragazzi torturati, mutilati, violentati e poi uccisi nella
famigerata Escuela de Mecánica de la Armada, a poche centinaia di metri
dall’Estadio Monumental di Buenos Aires. Questo gol trascende la dimensione
storica, nonostante sia una rivincita per tutto il sangue sgorgato nei secoli
dalle vene aperte dell’America Latina; trascende la dimensione politica,
nonostante sia raccontato come un parziale e assurdo risarcimento per il
sanguinoso e inutile conflitto appena concluso tra Argentina e Regno Unito per
il controllo delle Islas Malvinas. Il gol di Maradona trascende ogni significato
terreno e si fa motore universale del desiderio sovversivo: è la riscossa dei
dannati della terra, l’immanenza del conflitto di classe.
Scrive ancora Gómez Villar:
> il calcio di Diego non è, come si suol dire, la semplice continuazione della
> guerra con altri mezzi. Diego ci richiama a una diversa lotta simbolica: la
> continuazione della lotta di classe con altri mezzi. Il suo calcio è una sorta
> di geometria variabile, che plasma figure con l’asimmetria tipica di ogni
> azione plebea. Le argomentazioni in difesa dello status quo interpretano
> sempre il conflitto come una simmetria perfetta, in cui il punto di partenza è
> l’uguaglianza fra gli individui: un modo per neutralizzare la politica che
> muove dal privilegio. Il conflitto plebeo, al contrario, è sempre
> caratterizzato da un’essenziale asimmetria, e nega l’esistenza di campi
> politici simmetrici.
Perché la vita di Maradona è un continuo conflitto, sempre asimmetrico, in campo
e fuori. Una guerriglia urbana dove si rivendica il furto (pochi minuti prima di
quel gol Diego ne segna un altro, altrettanto famoso, superando il portiere
inglese Peter Shilton con la mano); il diritto all’esproprio proletario (i due
scudetti vinti con il Napoli, sottratti con un assalto alla diligenza dei
padroni delle squadre del Nord); la legittimità della rivolta (per un’intera
carriera Diego si è scagliato a voce e non solo contro i padrini della FIFA e
contro i potenti del mondo, prendendo sempre le parti dei popoli in lotta). Un
conflitto asimmetrico da cui Diego Armando Maradona, come quasi tutti i
rivoluzionari che lo hanno preceduto, è uscito sconfitto, abbattuto nel più
umiliante dei modi, ucciso dai controlli antidoping: perché Maradona si poteva
battere solo fuori dal campo, dentro era impossibile, tanto che come scrisse
Eduardo Galeano “giocò e vinse, pisciò e fu sconfitto”.
Ma come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, Maradona dal
conflitto ne è uscito trionfante nel ricordo, nella memoria che si fa esempio e
pratica sovversiva, semina per le rivoluzioni future. Anche se oggi, nel pieno
del ciclo reazionario globale che si è incaricato di gestire l’ennesima crisi
ciclica del capitale, un altro Diego non c’è. Un nuovo Diego manca. Questo
perché, in una società che tende sempre più all’omogeneo, la grandezza del
barrilete cósmico – come lo chiama in telecronaca Victor Hugo Morales mentre
segna quel gol così denso di significati all’Inghilterra – è sempre stata quella
di disseminare rotture e contraddizioni, guasti e imperfezioni. Asimmetrie. A
partire dal suo corpo, tutt’altro che atletico, tutt’altro che perfetto; il
corpo di Diego è il corpo osceno del carnevale, il delirio dionisiaco
dell’ebbrezza, l’autonomia diffusa dell’insubordinazione; è l’errore che sabota
la macchina del sistema, il glitch che fotte l’algoritmo.
> Come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, Maradona dal
> conflitto ne è uscito trionfante nel ricordo, nella memoria che si fa esempio
> e pratica sovversiva, semina per le rivoluzioni future.
Come scrive Emiliano Sacchi in uno dei saggi raccolti in Maradona, un mito
plebeo. Diego Armando Maradona è “negro, villero, tossico, grasso, zurdo, […]
imbroglione dalla dubbia moralità e dalla sessualità dissoluta” e per questo è
un mito plebeo, perché parla ai guasti e non ai giusti; non perché noi oggi
abbiamo bisogno di nuove mitologie, con buona pace delle teorie di Ernesto
Laclau che innervano la collettanea di saggi raccolti nel libro. Nel calcio
spettacolare dei calciatori-algoritmi che non sbagliano nulla, nel calcio
accelerato degli highlights immediati che annullano il significato del fluire
cosmico della partita, nel calcio ingessato dei commentatori-manichini e degli
influencer-redpillati, abbiamo bisogno di un mito plebeo che sbaglia, sbrocca,
spariglia, corrode, mette a nudo ogni contraddizione, sua e nostra; non
dell’ennesima mitologia in cui rifugiarci. Abbiamo bisogno di un corpo osceno
con cui danzare, non di un’icona sacra da adorare.
Il mito plebeo di Diego Armando Maradona ha senso quando rappresenta
“un’espressione del rifiuto del lavoro”. Come scrive Gómez Villar:
> in esso non c’è un’interiorizzazione dell’etica del lavoro e nemmeno un ideale
> ascetico puritano, una severa virtù morale. Non c’è né ripetizione né mimesi
> produttiva. Nel suo calcio non c’è né risparmio né gestione, ma sperpero e
> ozio, attrazione per l’eccesso, momenti di sovversione dell’ordine costituito.
> Dribbla costantemente la produttività. Anche se inserito nell’industria del
> calcio, e per questo soggetto alle esigenze della disciplina lavorativa e
> della produzione razionalizzata, Diego non si fa incasellare fino in fondo,
> c’è sempre un’eccedenza che non può essere letta in termini di utilità, di
> capitalizzazione o di rendimento, ma come insurrezione permanente, spensierata
> allegria, insubordinazione e ribellione.
Diego ci invita all’esodo dai dogmi della produzione come unica via di uscita
possibile dal tardo capitalismo che ha cominciato a estrarre valore da sogni,
bisogni e desideri dell’essere umano; ci propone un’etica del rifiuto che si
contrappone ai calciatori simbolo della nostra epoca come Lionel Messi e
Cristiano Ronaldo, che non sbagliano una giocata, una dichiarazione, una
pubblicità: giocatori-algoritmo sempre allineati al potere, nel modo di giocare
in campo e nel modo di non esporsi al di fuori, che rappresentano al meglio la
necropolitica del tardo capitalismo; corpi senza organi riproducibili
all’infinito che reprimono la gioia e sacrificano il desiderio sull’altare del
lavoro incessante e della produzione continua.
> Maradona è un mito plebeo, perché parla ai guasti e non ai giusti. Abbiamo
> bisogno di un mito plebeo che sbaglia, sbrocca, spariglia, corrode, mette a
> nudo ogni contraddizione, sua e nostra, di un corpo osceno con cui danzare,
> non di un’icona sacra da adorare.
Scrive ancora Gómez Villar che “il mito Maradona è un modo per definire una
verità plebea. Come tale, è una verità contraddittoria”. E allora proprio questa
eccedenza, che è il desiderio sovversivo, la forza creativa che esoda dalle
logiche del dominio e si sottrae alle leggi della produzione, ci permette di
problematizzare non solo lo status quo ma anche la stessa definizione di mito,
proprio per non scadere nell’adesione fideistica al D10S; per non precipitare
nel mondo favoloso che sopprime ogni contraddizione e relega la dialettica a
esercizio di stile; e infatti un’immagine che rischia di essere sempre meno
plebea e sempre più divina di Maradona finisce con il negare le innumerevoli
incoerenze e le molteplici contraddizioni che sono proprie dell’essere umano, in
contrapposizione all’ambigua potenza narratologica del mito.
Diego Armando Maradona muore infatti il 25 novembre, giornata internazionale
contro la violenza sulle donne, che da qualche anno con la riscoperta delle
lotte intersezionali, la rinascita dei vari movimenti transfemministi e
l’esplosione del #MeToo, si è trasformata in una giornata di lotta globale
contro le discriminazioni di classe, genere e razza. Ma in alcuni dei saggi
contenuti nel libro sul rapporto tra Diego e le battaglie femministe, la vita e
la morte di D10S diventano una inaccettabile professione di fede, molto più
vicina alla funzione reazionaria e consolatoria del mito e sempre più distante
dalla guerriglia asimmetrica plebea; fino a contrapporre il mito di Diego alle
ragioni stesse del femminismo. O ancora peggio attaccare un femminismo che non
accetti la totalità hegeliana del mito maradoniano. Per fortuna, superata questa
impasse, nel libro ritorna prepotente l’approccio politico; perché come scrive
Julián Melo “Maradona è il nome di così tante cose al tempo stesso che, proprio
per questo, non ha spiegazioni. Né ne ha bisogno”.
Maradona non deve essere il santino con cui rimpiangere vecchi tempi mai
esistiti, anche perché la sua traiettoria è asimmetrica e contraddittoria
proprio a partire dal fatto che avviene dentro e contro l’epoca pienamente
spettacolare e televisiva che ha vissuto; Diego deve restare il nome multiplo di
un mito plebeo non per trasformarsi in icona sacra, ma per avere la forza di
restituire alle nuove generazioni le coordinate dell’insurrezione collettiva. Il
suo gol dalle traiettorie borgesiane segnato all’Inghilterra, le sue violente
sortite contro la FIFA, le sue amicizie con i popoli in lotta e il suo odio
verso i potenti del mondo, sono qui a ricordarci che la lotta di classe è
possibile anche sul punto più alto dello sviluppo capitalistico, ovvero su un
campo di calcio; o addirittura sugli schermi anamorfici dove scorrono oggi i
frammenti replicati all’infinito delle partite di calcio, e delle nostre
esistenze.
Solo in questo caso il mito plebeo di Diego Armando Maradona si può trasfigurare
nel guerrigliero urbano di Carlos Marighella; quando ci ricorda che anche un
dribbling, un assist, una finta, una giravolta, una corsa palla al piede, come
“un po’ di sabbia, un rivolo di combustibile, una vite rimossa, un corto
circuito, l’inserimento di un pezzo di legno o di ferro, possono creare danni
irreparabili al sistema”.
L'articolo Non si può insegnare proviene da Il Tascabile.