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Una nuova primavera
C ome reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di sempre? Tra visti negati ad arbitri, dirigenti, delegazioni, tifosi e parenti dei calciatori in campo, esili forzati come quello dell’Iran costretto al ritiro in Messico, prezzi inaccessibili per la maggior parte dei sostenitori delle squadre in campo, milizie parafasciste dell’ICE e delle altre agenzie doganali statunitensi che si aggirano intorno agli stadi minacciando deportazioni e seminando il terrore tra la gente, la Coppa del mondo 2026 racconta alla perfezione come sia cambiato negli ultimi anni il racconto che il capitalismo fa di sé stesso. Durante il lungo secolo breve l’egemonia del capitale è stata esercitata attraverso promesse di inclusione e manipolatorie lusinghe di seduzione: al nostro banchetto c’è posto per tutti; impegnati e ce la farai anche tu; se lavorerai duro diventerai ricco, magari non proprio come noi ma quasi, e sicuramente lo sarai più del tuo vicino. Volere è potere è stato l’ingannevole claim sotteso a qualsiasi messaggio pubblicitario partorito a Madison Avenue o a qualsiasi retorica politica utilizzata negli emicicli delle cosiddette democrazie occidentali. E così anche i Campionati mondiali di calcio maschile, l’evento spettacolare più seguito al mondo, il miglior prodotto dell’industria culturale del capitalismo, per quasi un secolo hanno raccontato la stessa favola. Nonostante siano stati ospitati sempre, o quasi, in Paesi governati con il terrore da ferocissimi regimi militari o da democrazie imperialiste e coloniali, i tornei della FIFA si sono sempre autoraccontati come una festa dell’inclusione, dell’accoglienza e della partecipazione. Fino a che, dopo la crisi finanziaria del 2007, forse la peggiore delle crisi cicliche attraverso cui si articola il dominio del capitale, qualcosa è cambiato. Tra deliranti manifesti suprematisti, cospirazioni transumaniste, teorie e pratiche eugenetiche, costruzione di bunker dove sopravvivere alla catastrofe climatica, assurdi tentativi di conquista dello spazio sfinito dove i pochi eletti andranno a svernare mentre la Terra arde e brucia, il tardo capitalismo dei fondi finanziari e delle piattaforme ha cominciato a raccontarsi come un sistema chiuso, pronto a liberarsi delle zavorre, teso a eliminare gli scarti. Una fortezza inespugnabile cui può accedere solo l’1% della popolazione. > Come reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di > sempre? Si può utilizzare il campo di calcio come campo di battaglia. Un > terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci mostrano il > disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono anche di > far deflagrare il suo diabolico piano. E se il calcio è sempre stato il testo migliore attraverso cui leggere le metamorfosi del capitale, ecco che da qualche anno, almeno dalla Coppa del mondo di Russia 2018 e poi da quella di Qatar 2022, anche i tornei che rappresentano il massimo livello dello sviluppo calcistico hanno cominciato a presentarsi come chiusi e inviolabili; eventi per pochi privilegiati, settori esclusivi e prezzi stratosferici, accessi negati negli stadi bunker, continue manifestazioni suprematiste in campo e fuori; i pochi dentro, il resto del mondo fuori a farsi bombardare dalle immagini davanti agli schermi delle televisioni o a compulsare dispositivi tecnologici protesici. E adesso i Campionati mondiali di calcio maschile del 2026 a immagine e somiglianza del king Trump e del caudillo Infantino segnano una nuova distanza sempre più incolmabile, una ferita sempre meno ricucibile. Eccoci quindi tornati alla domanda di partenza, come reagire a questo nuovo manifesto suprematista del calcio come dichiarazione di esclusione dei tanti da parte dei pochi, pochissimi, privilegiati? Le risposte sono molteplici. Si può fare finta di niente così come si può boicottare la manifestazione, rischiando però in entrambi i casi di ritrovarsi tra quelli che sul ponte alzano bandiera bianca; ci si può accontentare di innamorarsi delle favole di Capo Verde e Curaçao, con il rischio però di ritrovarsi a essere corrisposti da Germania e Stati Uniti; oppure si può utilizzare il campo di calcio come campo di battaglia. Un terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci mostrano il disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono anche di far deflagrare il suo diabolico piano. È questo lo spirito che anima Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026), la traduzione rivisitata e aggiornata, con prefazione di Pierpaolo Casarin, di un libro di Gabriel Kuhn uscito qualche anno fa come Soccer vs. State. Una bibbia per gli appassionati di pallone e molotov, fuorigioco e rivolte, dribbling e occupazioni; non fosse altro che per la quantità incredibile di fanzine, manifesti, interviste, locandine e reperti dal basso che compongono il testo, animato da una per nulla semplice e costante domanda: come coniugare la militanza radicale in politica con l’amore per un gioco che da sempre si è configurato come uno strumento del capitale nella sua lunga e sanguinosa lotta contro il lavoro e la classe che lo rappresenta? > Secondo Kuhn non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe space che > qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre, cercando quegli > artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e calciatori “di > sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di conflitto. La risposta di Kuhn è che non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe space che qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre, cercando quegli artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e calciatori “di sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di conflitto; questi spazi liminali sono parte integrante dell’egemonia capitalistica, la parte più infida e pericolosa probabilmente, e servono a imprigionare ancora di più la classe nel ciclo produttivo. D’altronde, come avvertiva quasi due secoli fa Marx parlando di un semplice tavolo, proprio questo vuoto da riempire a nostro piacimento, questo carattere mistico da modellare secondo i nostri desideri, serve alla merce per occultare il rapporto sociale tra il produttore (il capitale) e la fatica complessiva necessaria alla sua realizzazione (il lavoro); figuriamoci quando si parla di una merce complessa come il calcio. Inoltre come scrive Kuhn > Sebbene molti aspetti della politica calcistica confermino l’immagine del > calcio “oppio dei popoli”, è un fenomeno troppo complesso per una tale > semplificazione. Nel gioco resistono anche molti aspetti antagonisti ed > elementi autenticamente popolari. In un articolo del 1998, il marxista > austriaco Eric Wegner ha dichiarato: “Se non ci si vuole ritrovare > completamente isolati e se si vuole evitare un crollo psicologico è necessario > prendere parte ad alcune delle forme che hanno trattato la cultura di massa > capitalista. Storicamente il calcio non ha rappresentato solo una distrazione > di massa dai problemi sociali e politici, ma ha anche prodotto un orgoglio > collettivo e una coscienza di classe […] con un potenziale progressista > tutt’altro che marginale”. Altro errore, infatti, davanti ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di sempre, di fronte a questo manifesto suprematista del king Trump e del caudillo Infantino che rappresenta alla perfezione il nuovo linguaggio respingente del tardo capitalismo, sarebbe quello di rifiutare la sfida; arretrare sul terreno del conflitto, dichiararsi vinti davanti al realismo capitalista che pervade le nostre esistenze. Come insegna il pensiero operaista, più il capitale si rinforza sussumendo le pratiche sovversive della classe che lo combatte, più la lotta si fa radicale, e quindi è proprio sul punto più alto dello sviluppo del capitale – nel nostro caso la Coppa del mondo ‒ che bisogna portare la lotta; è nelle molteplici contraddizioni del campo di calcio come campo di battaglia che abbiamo possibilità di portare a casa il risultato, qualunque sia la tattica con cui abbiamo deciso di scendere in campo: catenaccio, gioco di posizione, tiki-taka o gegenpressing. Gli affreschi degli spalti e delle tribune autorità durante le partite dei Campionati mondiali di calcio maschile possono quindi essere utilizzati per raccontare la volgarità del potere meglio di una seduta psichiatrica delle Nazioni Unite, una photo op dall’effetto boomerang al G7 o una cena buñueliana nei trogoli alpini di Davos; le proteste che incendiano le strade di Città del Messico e i détournement artistici dei loghi e dei marchi del torneo possono essere letti come la resistenza dei nuovi barbari al violento declino dell’impero; e, infine, l’accoglienza degli abitanti di Tijuana alla delegazione della Nazionale iraniana può essere vista come lo spontaneo internazionalismo che da sempre unisce i dannati della terra. Ma la demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile, fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove primavere. E queste sono senza dubbio il germogliare ovunque delle squadre di calcio popolare (e più in generale dello sport popolare); la migliore azione diretta finora realizzata dal basso per riprendersi gli spazi urbani che sono quotidianamente sottratti dalla speculazione edilizia e dalla ristrutturazione urbanistica attraverso una pratica sportiva fondata sulla gioia, sul mutualismo e sulla solidarietà del giocare insieme. > La demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale > necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile, > fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a > un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove > primavere. «Negli ultimi decenni, anche a causa della progressiva commercializzazione del calcio, persone in tutto il mondo si sono organizzate per dare vita a una cultura calcistica underground, con tanto di club, network e tornei dedicati», scrive Kuhn, prima di passare in rassegna tutta una serie di esempi di squadre di calcio popolare, zone temporaneamente autonome di città e quartiere, e di farlo attraverso un consapevolmente disordinato utilizzo di innumerevoli fanzine, manifesti, locandine e reperti. Perché > gli aspetti del calcio sono molti e le implicazioni problematiche sono tante > quanto quelle emancipatrici, e tuttavia queste ultime esistono ed è importante > che i tifosi radicali le sappiano valorizzare. Sebbene il calcio non sia > rivoluzionario in quanto racconto, è comunque possibile che sia parte della > rivoluzione, ridurre il calcio a un oppio dei popoli, a uno Shangri-La del > capitale o a una reazione fucina di nazionalismi e settarismi, è un approccio > miope. Ci sono alcuni valori intrinsecamente legati al calcio che possono > aiutarci a formare e stabilire comunità basate sulla democrazia diretta, la > solidarietà e, non dimentichiamolo mai, sul divertimento. E così all’ombra dei Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di sempre, tra visti negati, esili forzati, prezzi inaccessibili e deportazioni arbitrarie, ma anche tra lotte, proteste, contronarrazioni, détournement e pratiche di mutualismo, il calcio popolare si propone come terreno di conflitto, ipotesi di lotta, pratica sociale capace di inventare nuovi modi di relazionarsi con il mondo. Perché “il calcio costituisce un ambiente perfetto in cui sperimentare e mettere alla prova una combinazione di libertà individuale e responsabilità sociale. Proprio come in società, infatti, persone con abilità molto diverse devono lavorare insieme per il successo del gruppo”. L'articolo Una nuova primavera proviene da Il Tascabile.
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Non si può insegnare
R iceve il pallone poco prima della metà campo, con una giravolta si libera di due avversari, poi si ferma, li aspetta, li scruta: quello che vede non sono due centrocampisti inglesi, sono grandi navi che si stagliano all’orizzonte da cui scendono feroci guerrieri armati di spade, archibugi e cattive intenzioni; gli avversari che ha appena dribblato si avvicinano di nuovo, il loro scopo è lo stesso di quegli antichi guerrieri, portargli via tutto, in questo caso il pallone. Allora lui li salta per la seconda volta e si mette a correre sulla fascia destra, sempre con il pallone tra i piedi. Corre sul prato verde dell’Estadio Azteca, corre per sfuggire ai centrocampisti inglesi, corre per sottrarsi all’ennesimo sterminio; corre fino a che davanti a lui si para un altro avversario, questa volta non ha l’elmo e la corazza dei conquistadores, ma la giacca di lino e il cappello a tesa larga del proprietario terriero, il genocidio ha lasciato il posto al saccheggio: accumulazione per espropriazione, evoluzione del capitale nel suo penultimo cambio d’abito. Supera in dribbling anche questo oscuro funzionario dello sfruttamento agrario, questo burocrate della morte al lavoro; poi ne salta un altro ancora, sempre con il pallone tra i piedi, non lo ha lasciato per un attimo. Entra in area di rigore; qui resiste al ritorno degli ultimi avversari rimasti, i militari che pur avendo il suo stesso sangue torturano e violentano i suoi fratelli e le sue sorelle, sterminano un’intera generazione, la sua; si libera anche di loro, fino a che non rimane solo il portiere, l’estremo difensore del colonialismo che da cinquecento anni martoria la sua terra, allora si ferma di nuovo, poi riparte e lo lascia per terra girandogli intorno; solo a questo punto si libera del pallone, per depositarlo nella rete sguarnita. È il gol più bello della storia del calcio. È il gesto più rivoluzionario mai fatto da un calciatore. Il suo nome è il nome di tutti quelli che hanno combattuto, combattono e combatteranno contro le ingiustizie; il suo nome è Diego Armando Maradona. Come scrive Antonio Gómez Villar, professore di filosofia alla Universitat de Barcelona e curatore dei saggi che compongono il libro Maradona, un mito plebeo (2025), il secondo gol di Maradona all’Inghilterra nei quarti di finale del Campionato mondiale di calcio maschile del 1986 “non si può insegnare. Sfida i calcoli, disautomatizza il gesto, va oltre ogni previsione, travalica. Rompe la pragmatica del calcio, gioca inventando il modo di giocare. Il suo gesto contiene un mistero, e non è solo il mistero di giocare con i piedi, è anche il mistero del plebeo. L’istintività del piede di Diego Armando Maradona agisce come inconscio collettivo plebeo, risuona in ogni esperienza popolare”. > Il gol di Maradona all’Inghilterra trascende ogni significato terreno e si fa > motore universale del desiderio sovversivo: è la riscossa dei dannati della > terra, l’immanenza del conflitto di classe. Questo gol non trascende solo la dimensione calcistica, nonostante sia l’unico modo per lavare il sangue della precedente vittoria dell’Argentina in una Coppa del Mondo, quando nel 1978 le grida dei tifosi per il gol decisivo di Mario Kempes in finale contro l’Olanda non riuscivano a sovrastare le urla delle ragazze e dei ragazzi torturati, mutilati, violentati e poi uccisi nella famigerata Escuela de Mecánica de la Armada, a poche centinaia di metri dall’Estadio Monumental di Buenos Aires. Questo gol trascende la dimensione storica, nonostante sia una rivincita per tutto il sangue sgorgato nei secoli dalle vene aperte dell’America Latina; trascende la dimensione politica, nonostante sia raccontato come un parziale e assurdo risarcimento per il sanguinoso e inutile conflitto appena concluso tra Argentina e Regno Unito per il controllo delle Islas Malvinas. Il gol di Maradona trascende ogni significato terreno e si fa motore universale del desiderio sovversivo: è la riscossa dei dannati della terra, l’immanenza del conflitto di classe. Scrive ancora Gómez Villar: > il calcio di Diego non è, come si suol dire, la semplice continuazione della > guerra con altri mezzi. Diego ci richiama a una diversa lotta simbolica: la > continuazione della lotta di classe con altri mezzi. Il suo calcio è una sorta > di geometria variabile, che plasma figure con l’asimmetria tipica di ogni > azione plebea. Le argomentazioni in difesa dello status quo interpretano > sempre il conflitto come una simmetria perfetta, in cui il punto di partenza è > l’uguaglianza fra gli individui: un modo per neutralizzare la politica che > muove dal privilegio. Il conflitto plebeo, al contrario, è sempre > caratterizzato da un’essenziale asimmetria, e nega l’esistenza di campi > politici simmetrici. Perché la vita di Maradona è un continuo conflitto, sempre asimmetrico, in campo e fuori. Una guerriglia urbana dove si rivendica il furto (pochi minuti prima di quel gol Diego ne segna un altro, altrettanto famoso, superando il portiere inglese Peter Shilton con la mano); il diritto all’esproprio proletario (i due scudetti vinti con il Napoli, sottratti con un assalto alla diligenza dei padroni delle squadre del Nord); la legittimità della rivolta (per un’intera carriera Diego si è scagliato a voce e non solo contro i padrini della FIFA e contro i potenti del mondo, prendendo sempre le parti dei popoli in lotta). Un conflitto asimmetrico da cui Diego Armando Maradona, come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, è uscito sconfitto, abbattuto nel più umiliante dei modi, ucciso dai controlli antidoping: perché Maradona si poteva battere solo fuori dal campo, dentro era impossibile, tanto che come scrisse Eduardo Galeano “giocò e vinse, pisciò e fu sconfitto”. Ma come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, Maradona dal conflitto ne è uscito trionfante nel ricordo, nella memoria che si fa esempio e pratica sovversiva, semina per le rivoluzioni future. Anche se oggi, nel pieno del ciclo reazionario globale che si è incaricato di gestire l’ennesima crisi ciclica del capitale, un altro Diego non c’è. Un nuovo Diego manca. Questo perché, in una società che tende sempre più all’omogeneo, la grandezza del barrilete cósmico – come lo chiama in telecronaca Victor Hugo Morales mentre segna quel gol così denso di significati all’Inghilterra – è sempre stata quella di disseminare rotture e contraddizioni, guasti e imperfezioni. Asimmetrie. A partire dal suo corpo, tutt’altro che atletico, tutt’altro che perfetto; il corpo di Diego è il corpo osceno del carnevale, il delirio dionisiaco dell’ebbrezza, l’autonomia diffusa dell’insubordinazione; è l’errore che sabota la macchina del sistema, il glitch che fotte l’algoritmo. > Come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, Maradona dal > conflitto ne è uscito trionfante nel ricordo, nella memoria che si fa esempio > e pratica sovversiva, semina per le rivoluzioni future. Come scrive Emiliano Sacchi in uno dei saggi raccolti in Maradona, un mito plebeo. Diego Armando Maradona è “negro, villero, tossico, grasso, zurdo, […] imbroglione dalla dubbia moralità e dalla sessualità dissoluta” e per questo è un mito plebeo, perché parla ai guasti e non ai giusti; non perché noi oggi abbiamo bisogno di nuove mitologie, con buona pace delle teorie di Ernesto Laclau che innervano la collettanea di saggi raccolti nel libro. Nel calcio spettacolare dei calciatori-algoritmi che non sbagliano nulla, nel calcio accelerato degli highlights immediati che annullano il significato del fluire cosmico della partita, nel calcio ingessato dei commentatori-manichini e degli influencer-redpillati, abbiamo bisogno di un mito plebeo che sbaglia, sbrocca, spariglia, corrode, mette a nudo ogni contraddizione, sua e nostra; non dell’ennesima mitologia in cui rifugiarci. Abbiamo bisogno di un corpo osceno con cui danzare, non di un’icona sacra da adorare. Il mito plebeo di Diego Armando Maradona ha senso quando rappresenta “un’espressione del rifiuto del lavoro”. Come scrive Gómez Villar: > in esso non c’è un’interiorizzazione dell’etica del lavoro e nemmeno un ideale > ascetico puritano, una severa virtù morale. Non c’è né ripetizione né mimesi > produttiva. Nel suo calcio non c’è né risparmio né gestione, ma sperpero e > ozio, attrazione per l’eccesso, momenti di sovversione dell’ordine costituito. > Dribbla costantemente la produttività. Anche se inserito nell’industria del > calcio, e per questo soggetto alle esigenze della disciplina lavorativa e > della produzione razionalizzata, Diego non si fa incasellare fino in fondo, > c’è sempre un’eccedenza che non può essere letta in termini di utilità, di > capitalizzazione o di rendimento, ma come insurrezione permanente, spensierata > allegria, insubordinazione e ribellione. Diego ci invita all’esodo dai dogmi della produzione come unica via di uscita possibile dal tardo capitalismo che ha cominciato a estrarre valore da sogni, bisogni e desideri dell’essere umano; ci propone un’etica del rifiuto che si contrappone ai calciatori simbolo della nostra epoca come Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, che non sbagliano una giocata, una dichiarazione, una pubblicità: giocatori-algoritmo sempre allineati al potere, nel modo di giocare in campo e nel modo di non esporsi al di fuori, che rappresentano al meglio la necropolitica del tardo capitalismo; corpi senza organi riproducibili all’infinito che reprimono la gioia e sacrificano il desiderio sull’altare del lavoro incessante e della produzione continua. > Maradona è un mito plebeo, perché parla ai guasti e non ai giusti. Abbiamo > bisogno di un mito plebeo che sbaglia, sbrocca, spariglia, corrode, mette a > nudo ogni contraddizione, sua e nostra, di un corpo osceno con cui danzare, > non di un’icona sacra da adorare. Scrive ancora Gómez Villar che “il mito Maradona è un modo per definire una verità plebea. Come tale, è una verità contraddittoria”. E allora proprio questa eccedenza, che è il desiderio sovversivo, la forza creativa che esoda dalle logiche del dominio e si sottrae alle leggi della produzione, ci permette di problematizzare non solo lo status quo ma anche la stessa definizione di mito, proprio per non scadere nell’adesione fideistica al D10S; per non precipitare nel mondo favoloso che sopprime ogni contraddizione e relega la dialettica a esercizio di stile; e infatti un’immagine che rischia di essere sempre meno plebea e sempre più divina di Maradona finisce con il negare le innumerevoli incoerenze e le molteplici contraddizioni che sono proprie dell’essere umano, in contrapposizione all’ambigua potenza narratologica del mito. Diego Armando Maradona muore infatti il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che da qualche anno con la riscoperta delle lotte intersezionali, la rinascita dei vari movimenti transfemministi e l’esplosione del #MeToo, si è trasformata in una giornata di lotta globale contro le discriminazioni di classe, genere e razza. Ma in alcuni dei saggi contenuti nel libro sul rapporto tra Diego e le battaglie femministe, la vita e la morte di D10S diventano una inaccettabile professione di fede, molto più vicina alla funzione reazionaria e consolatoria del mito e sempre più distante dalla guerriglia asimmetrica plebea; fino a contrapporre il mito di Diego alle ragioni stesse del femminismo. O ancora peggio attaccare un femminismo che non accetti la totalità hegeliana del mito maradoniano. Per fortuna, superata questa impasse, nel libro ritorna prepotente l’approccio politico; perché come scrive Julián Melo “Maradona è il nome di così tante cose al tempo stesso che, proprio per questo, non ha spiegazioni. Né ne ha bisogno”. Maradona non deve essere il santino con cui rimpiangere vecchi tempi mai esistiti, anche perché la sua traiettoria è asimmetrica e contraddittoria proprio a partire dal fatto che avviene dentro e contro l’epoca pienamente spettacolare e televisiva che ha vissuto; Diego deve restare il nome multiplo di un mito plebeo non per trasformarsi in icona sacra, ma per avere la forza di restituire alle nuove generazioni le coordinate dell’insurrezione collettiva. Il suo gol dalle traiettorie borgesiane segnato all’Inghilterra, le sue violente sortite contro la FIFA, le sue amicizie con i popoli in lotta e il suo odio verso i potenti del mondo, sono qui a ricordarci che la lotta di classe è possibile anche sul punto più alto dello sviluppo capitalistico, ovvero su un campo di calcio; o addirittura sugli schermi anamorfici dove scorrono oggi i frammenti replicati all’infinito delle partite di calcio, e delle nostre esistenze. Solo in questo caso il mito plebeo di Diego Armando Maradona si può trasfigurare nel guerrigliero urbano di Carlos Marighella; quando ci ricorda che anche un dribbling, un assist, una finta, una giravolta, una corsa palla al piede, come “un po’ di sabbia, un rivolo di combustibile, una vite rimossa, un corto circuito, l’inserimento di un pezzo di legno o di ferro, possono creare danni irreparabili al sistema”. L'articolo Non si può insegnare proviene da Il Tascabile.
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