C ome reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
sempre? Tra visti negati ad arbitri, dirigenti, delegazioni, tifosi e parenti
dei calciatori in campo, esili forzati come quello dell’Iran costretto al ritiro
in Messico, prezzi inaccessibili per la maggior parte dei sostenitori delle
squadre in campo, milizie parafasciste dell’ICE e delle altre agenzie doganali
statunitensi che si aggirano intorno agli stadi minacciando deportazioni e
seminando il terrore tra la gente, la Coppa del mondo 2026 racconta alla
perfezione come sia cambiato negli ultimi anni il racconto che il capitalismo fa
di sé stesso.
Durante il lungo secolo breve l’egemonia del capitale è stata esercitata
attraverso promesse di inclusione e manipolatorie lusinghe di seduzione: al
nostro banchetto c’è posto per tutti; impegnati e ce la farai anche tu; se
lavorerai duro diventerai ricco, magari non proprio come noi ma quasi, e
sicuramente lo sarai più del tuo vicino. Volere è potere è stato l’ingannevole
claim sotteso a qualsiasi messaggio pubblicitario partorito a Madison Avenue o a
qualsiasi retorica politica utilizzata negli emicicli delle cosiddette
democrazie occidentali.
E così anche i Campionati mondiali di calcio maschile, l’evento spettacolare più
seguito al mondo, il miglior prodotto dell’industria culturale del capitalismo,
per quasi un secolo hanno raccontato la stessa favola. Nonostante siano stati
ospitati sempre, o quasi, in Paesi governati con il terrore da ferocissimi
regimi militari o da democrazie imperialiste e coloniali, i tornei della FIFA si
sono sempre autoraccontati come una festa dell’inclusione, dell’accoglienza e
della partecipazione.
Fino a che, dopo la crisi finanziaria del 2007, forse la peggiore delle crisi
cicliche attraverso cui si articola il dominio del capitale, qualcosa è
cambiato. Tra deliranti manifesti suprematisti, cospirazioni transumaniste,
teorie e pratiche eugenetiche, costruzione di bunker dove sopravvivere alla
catastrofe climatica, assurdi tentativi di conquista dello spazio sfinito dove i
pochi eletti andranno a svernare mentre la Terra arde e brucia, il tardo
capitalismo dei fondi finanziari e delle piattaforme ha cominciato a raccontarsi
come un sistema chiuso, pronto a liberarsi delle zavorre, teso a eliminare gli
scarti. Una fortezza inespugnabile cui può accedere solo l’1% della popolazione.
> Come reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
> sempre? Si può utilizzare il campo di calcio come campo di battaglia. Un
> terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci mostrano il
> disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono anche di
> far deflagrare il suo diabolico piano.
E se il calcio è sempre stato il testo migliore attraverso cui leggere le
metamorfosi del capitale, ecco che da qualche anno, almeno dalla Coppa del mondo
di Russia 2018 e poi da quella di Qatar 2022, anche i tornei che rappresentano
il massimo livello dello sviluppo calcistico hanno cominciato a presentarsi come
chiusi e inviolabili; eventi per pochi privilegiati, settori esclusivi e prezzi
stratosferici, accessi negati negli stadi bunker, continue manifestazioni
suprematiste in campo e fuori; i pochi dentro, il resto del mondo fuori a farsi
bombardare dalle immagini davanti agli schermi delle televisioni o a compulsare
dispositivi tecnologici protesici. E adesso i Campionati mondiali di calcio
maschile del 2026 a immagine e somiglianza del king Trump e del caudillo
Infantino segnano una nuova distanza sempre più incolmabile, una ferita sempre
meno ricucibile.
Eccoci quindi tornati alla domanda di partenza, come reagire a questo nuovo
manifesto suprematista del calcio come dichiarazione di esclusione dei tanti da
parte dei pochi, pochissimi, privilegiati? Le risposte sono molteplici. Si può
fare finta di niente così come si può boicottare la manifestazione, rischiando
però in entrambi i casi di ritrovarsi tra quelli che sul ponte alzano bandiera
bianca; ci si può accontentare di innamorarsi delle favole di Capo Verde e
Curaçao, con il rischio però di ritrovarsi a essere corrisposti da Germania e
Stati Uniti; oppure si può utilizzare il campo di calcio come campo di
battaglia. Un terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci
mostrano il disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono
anche di far deflagrare il suo diabolico piano.
È questo lo spirito che anima Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026),
la traduzione rivisitata e aggiornata, con prefazione di Pierpaolo Casarin, di
un libro di Gabriel Kuhn uscito qualche anno fa come Soccer vs. State. Una
bibbia per gli appassionati di pallone e molotov, fuorigioco e rivolte,
dribbling e occupazioni; non fosse altro che per la quantità incredibile di
fanzine, manifesti, interviste, locandine e reperti dal basso che compongono il
testo, animato da una per nulla semplice e costante domanda: come coniugare la
militanza radicale in politica con l’amore per un gioco che da sempre si è
configurato come uno strumento del capitale nella sua lunga e sanguinosa lotta
contro il lavoro e la classe che lo rappresenta?
> Secondo Kuhn non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe space che
> qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre, cercando quegli
> artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e calciatori “di
> sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di conflitto.
La risposta di Kuhn è che non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe
space che qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre,
cercando quegli artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e
calciatori “di sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di
conflitto; questi spazi liminali sono parte integrante dell’egemonia
capitalistica, la parte più infida e pericolosa probabilmente, e servono a
imprigionare ancora di più la classe nel ciclo produttivo. D’altronde, come
avvertiva quasi due secoli fa Marx parlando di un semplice tavolo, proprio
questo vuoto da riempire a nostro piacimento, questo carattere mistico da
modellare secondo i nostri desideri, serve alla merce per occultare il rapporto
sociale tra il produttore (il capitale) e la fatica complessiva necessaria alla
sua realizzazione (il lavoro); figuriamoci quando si parla di una merce
complessa come il calcio. Inoltre come scrive Kuhn
> Sebbene molti aspetti della politica calcistica confermino l’immagine del
> calcio “oppio dei popoli”, è un fenomeno troppo complesso per una tale
> semplificazione. Nel gioco resistono anche molti aspetti antagonisti ed
> elementi autenticamente popolari. In un articolo del 1998, il marxista
> austriaco Eric Wegner ha dichiarato: “Se non ci si vuole ritrovare
> completamente isolati e se si vuole evitare un crollo psicologico è necessario
> prendere parte ad alcune delle forme che hanno trattato la cultura di massa
> capitalista. Storicamente il calcio non ha rappresentato solo una distrazione
> di massa dai problemi sociali e politici, ma ha anche prodotto un orgoglio
> collettivo e una coscienza di classe […] con un potenziale progressista
> tutt’altro che marginale”.
Altro errore, infatti, davanti ai Campionati mondiali di calcio maschile più
escludenti di sempre, di fronte a questo manifesto suprematista del king Trump e
del caudillo Infantino che rappresenta alla perfezione il nuovo linguaggio
respingente del tardo capitalismo, sarebbe quello di rifiutare la sfida;
arretrare sul terreno del conflitto, dichiararsi vinti davanti al realismo
capitalista che pervade le nostre esistenze. Come insegna il pensiero operaista,
più il capitale si rinforza sussumendo le pratiche sovversive della classe che
lo combatte, più la lotta si fa radicale, e quindi è proprio sul punto più alto
dello sviluppo del capitale – nel nostro caso la Coppa del mondo ‒ che bisogna
portare la lotta; è nelle molteplici contraddizioni del campo di calcio come
campo di battaglia che abbiamo possibilità di portare a casa il risultato,
qualunque sia la tattica con cui abbiamo deciso di scendere in campo:
catenaccio, gioco di posizione, tiki-taka o gegenpressing.
Gli affreschi degli spalti e delle tribune autorità durante le partite dei
Campionati mondiali di calcio maschile possono quindi essere utilizzati per
raccontare la volgarità del potere meglio di una seduta psichiatrica delle
Nazioni Unite, una photo op dall’effetto boomerang al G7 o una cena buñueliana
nei trogoli alpini di Davos; le proteste che incendiano le strade di Città del
Messico e i détournement artistici dei loghi e dei marchi del torneo possono
essere letti come la resistenza dei nuovi barbari al violento declino
dell’impero; e, infine, l’accoglienza degli abitanti di Tijuana alla delegazione
della Nazionale iraniana può essere vista come lo spontaneo internazionalismo
che da sempre unisce i dannati della terra.
Ma la demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale
necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile,
fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a
un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove
primavere. E queste sono senza dubbio il germogliare ovunque delle squadre di
calcio popolare (e più in generale dello sport popolare); la migliore azione
diretta finora realizzata dal basso per riprendersi gli spazi urbani che sono
quotidianamente sottratti dalla speculazione edilizia e dalla ristrutturazione
urbanistica attraverso una pratica sportiva fondata sulla gioia, sul mutualismo
e sulla solidarietà del giocare insieme.
> La demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale
> necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile,
> fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a
> un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove
> primavere.
«Negli ultimi decenni, anche a causa della progressiva commercializzazione del
calcio, persone in tutto il mondo si sono organizzate per dare vita a una
cultura calcistica underground, con tanto di club, network e tornei dedicati»,
scrive Kuhn, prima di passare in rassegna tutta una serie di esempi di squadre
di calcio popolare, zone temporaneamente autonome di città e quartiere, e di
farlo attraverso un consapevolmente disordinato utilizzo di innumerevoli
fanzine, manifesti, locandine e reperti. Perché
> gli aspetti del calcio sono molti e le implicazioni problematiche sono tante
> quanto quelle emancipatrici, e tuttavia queste ultime esistono ed è importante
> che i tifosi radicali le sappiano valorizzare. Sebbene il calcio non sia
> rivoluzionario in quanto racconto, è comunque possibile che sia parte della
> rivoluzione, ridurre il calcio a un oppio dei popoli, a uno Shangri-La del
> capitale o a una reazione fucina di nazionalismi e settarismi, è un approccio
> miope. Ci sono alcuni valori intrinsecamente legati al calcio che possono
> aiutarci a formare e stabilire comunità basate sulla democrazia diretta, la
> solidarietà e, non dimentichiamolo mai, sul divertimento.
E così all’ombra dei Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
sempre, tra visti negati, esili forzati, prezzi inaccessibili e deportazioni
arbitrarie, ma anche tra lotte, proteste, contronarrazioni, détournement e
pratiche di mutualismo, il calcio popolare si propone come terreno di conflitto,
ipotesi di lotta, pratica sociale capace di inventare nuovi modi di relazionarsi
con il mondo. Perché “il calcio costituisce un ambiente perfetto in cui
sperimentare e mettere alla prova una combinazione di libertà individuale e
responsabilità sociale. Proprio come in società, infatti, persone con abilità
molto diverse devono lavorare insieme per il successo del gruppo”.
L'articolo Una nuova primavera proviene da Il Tascabile.
Tag - calcio
R iceve il pallone poco prima della metà campo, con una giravolta si libera di
due avversari, poi si ferma, li aspetta, li scruta: quello che vede non sono due
centrocampisti inglesi, sono grandi navi che si stagliano all’orizzonte da cui
scendono feroci guerrieri armati di spade, archibugi e cattive intenzioni; gli
avversari che ha appena dribblato si avvicinano di nuovo, il loro scopo è lo
stesso di quegli antichi guerrieri, portargli via tutto, in questo caso il
pallone. Allora lui li salta per la seconda volta e si mette a correre sulla
fascia destra, sempre con il pallone tra i piedi. Corre sul prato verde
dell’Estadio Azteca, corre per sfuggire ai centrocampisti inglesi, corre per
sottrarsi all’ennesimo sterminio; corre fino a che davanti a lui si para un
altro avversario, questa volta non ha l’elmo e la corazza dei conquistadores, ma
la giacca di lino e il cappello a tesa larga del proprietario terriero, il
genocidio ha lasciato il posto al saccheggio: accumulazione per espropriazione,
evoluzione del capitale nel suo penultimo cambio d’abito.
Supera in dribbling anche questo oscuro funzionario dello sfruttamento agrario,
questo burocrate della morte al lavoro; poi ne salta un altro ancora, sempre con
il pallone tra i piedi, non lo ha lasciato per un attimo. Entra in area di
rigore; qui resiste al ritorno degli ultimi avversari rimasti, i militari che
pur avendo il suo stesso sangue torturano e violentano i suoi fratelli e le sue
sorelle, sterminano un’intera generazione, la sua; si libera anche di loro, fino
a che non rimane solo il portiere, l’estremo difensore del colonialismo che da
cinquecento anni martoria la sua terra, allora si ferma di nuovo, poi riparte e
lo lascia per terra girandogli intorno; solo a questo punto si libera del
pallone, per depositarlo nella rete sguarnita. È il gol più bello della storia
del calcio. È il gesto più rivoluzionario mai fatto da un calciatore. Il suo
nome è il nome di tutti quelli che hanno combattuto, combattono e combatteranno
contro le ingiustizie; il suo nome è Diego Armando Maradona.
Come scrive Antonio Gómez Villar, professore di filosofia alla Universitat de
Barcelona e curatore dei saggi che compongono il libro Maradona, un mito plebeo
(2025), il secondo gol di Maradona all’Inghilterra nei quarti di finale del
Campionato mondiale di calcio maschile del 1986 “non si può insegnare. Sfida i
calcoli, disautomatizza il gesto, va oltre ogni previsione, travalica. Rompe la
pragmatica del calcio, gioca inventando il modo di giocare. Il suo gesto
contiene un mistero, e non è solo il mistero di giocare con i piedi, è anche il
mistero del plebeo. L’istintività del piede di Diego Armando Maradona agisce
come inconscio collettivo plebeo, risuona in ogni esperienza popolare”.
> Il gol di Maradona all’Inghilterra trascende ogni significato terreno e si fa
> motore universale del desiderio sovversivo: è la riscossa dei dannati della
> terra, l’immanenza del conflitto di classe.
Questo gol non trascende solo la dimensione calcistica, nonostante sia l’unico
modo per lavare il sangue della precedente vittoria dell’Argentina in una Coppa
del Mondo, quando nel 1978 le grida dei tifosi per il gol decisivo di Mario
Kempes in finale contro l’Olanda non riuscivano a sovrastare le urla delle
ragazze e dei ragazzi torturati, mutilati, violentati e poi uccisi nella
famigerata Escuela de Mecánica de la Armada, a poche centinaia di metri
dall’Estadio Monumental di Buenos Aires. Questo gol trascende la dimensione
storica, nonostante sia una rivincita per tutto il sangue sgorgato nei secoli
dalle vene aperte dell’America Latina; trascende la dimensione politica,
nonostante sia raccontato come un parziale e assurdo risarcimento per il
sanguinoso e inutile conflitto appena concluso tra Argentina e Regno Unito per
il controllo delle Islas Malvinas. Il gol di Maradona trascende ogni significato
terreno e si fa motore universale del desiderio sovversivo: è la riscossa dei
dannati della terra, l’immanenza del conflitto di classe.
Scrive ancora Gómez Villar:
> il calcio di Diego non è, come si suol dire, la semplice continuazione della
> guerra con altri mezzi. Diego ci richiama a una diversa lotta simbolica: la
> continuazione della lotta di classe con altri mezzi. Il suo calcio è una sorta
> di geometria variabile, che plasma figure con l’asimmetria tipica di ogni
> azione plebea. Le argomentazioni in difesa dello status quo interpretano
> sempre il conflitto come una simmetria perfetta, in cui il punto di partenza è
> l’uguaglianza fra gli individui: un modo per neutralizzare la politica che
> muove dal privilegio. Il conflitto plebeo, al contrario, è sempre
> caratterizzato da un’essenziale asimmetria, e nega l’esistenza di campi
> politici simmetrici.
Perché la vita di Maradona è un continuo conflitto, sempre asimmetrico, in campo
e fuori. Una guerriglia urbana dove si rivendica il furto (pochi minuti prima di
quel gol Diego ne segna un altro, altrettanto famoso, superando il portiere
inglese Peter Shilton con la mano); il diritto all’esproprio proletario (i due
scudetti vinti con il Napoli, sottratti con un assalto alla diligenza dei
padroni delle squadre del Nord); la legittimità della rivolta (per un’intera
carriera Diego si è scagliato a voce e non solo contro i padrini della FIFA e
contro i potenti del mondo, prendendo sempre le parti dei popoli in lotta). Un
conflitto asimmetrico da cui Diego Armando Maradona, come quasi tutti i
rivoluzionari che lo hanno preceduto, è uscito sconfitto, abbattuto nel più
umiliante dei modi, ucciso dai controlli antidoping: perché Maradona si poteva
battere solo fuori dal campo, dentro era impossibile, tanto che come scrisse
Eduardo Galeano “giocò e vinse, pisciò e fu sconfitto”.
Ma come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, Maradona dal
conflitto ne è uscito trionfante nel ricordo, nella memoria che si fa esempio e
pratica sovversiva, semina per le rivoluzioni future. Anche se oggi, nel pieno
del ciclo reazionario globale che si è incaricato di gestire l’ennesima crisi
ciclica del capitale, un altro Diego non c’è. Un nuovo Diego manca. Questo
perché, in una società che tende sempre più all’omogeneo, la grandezza del
barrilete cósmico – come lo chiama in telecronaca Victor Hugo Morales mentre
segna quel gol così denso di significati all’Inghilterra – è sempre stata quella
di disseminare rotture e contraddizioni, guasti e imperfezioni. Asimmetrie. A
partire dal suo corpo, tutt’altro che atletico, tutt’altro che perfetto; il
corpo di Diego è il corpo osceno del carnevale, il delirio dionisiaco
dell’ebbrezza, l’autonomia diffusa dell’insubordinazione; è l’errore che sabota
la macchina del sistema, il glitch che fotte l’algoritmo.
> Come quasi tutti i rivoluzionari che lo hanno preceduto, Maradona dal
> conflitto ne è uscito trionfante nel ricordo, nella memoria che si fa esempio
> e pratica sovversiva, semina per le rivoluzioni future.
Come scrive Emiliano Sacchi in uno dei saggi raccolti in Maradona, un mito
plebeo. Diego Armando Maradona è “negro, villero, tossico, grasso, zurdo, […]
imbroglione dalla dubbia moralità e dalla sessualità dissoluta” e per questo è
un mito plebeo, perché parla ai guasti e non ai giusti; non perché noi oggi
abbiamo bisogno di nuove mitologie, con buona pace delle teorie di Ernesto
Laclau che innervano la collettanea di saggi raccolti nel libro. Nel calcio
spettacolare dei calciatori-algoritmi che non sbagliano nulla, nel calcio
accelerato degli highlights immediati che annullano il significato del fluire
cosmico della partita, nel calcio ingessato dei commentatori-manichini e degli
influencer-redpillati, abbiamo bisogno di un mito plebeo che sbaglia, sbrocca,
spariglia, corrode, mette a nudo ogni contraddizione, sua e nostra; non
dell’ennesima mitologia in cui rifugiarci. Abbiamo bisogno di un corpo osceno
con cui danzare, non di un’icona sacra da adorare.
Il mito plebeo di Diego Armando Maradona ha senso quando rappresenta
“un’espressione del rifiuto del lavoro”. Come scrive Gómez Villar:
> in esso non c’è un’interiorizzazione dell’etica del lavoro e nemmeno un ideale
> ascetico puritano, una severa virtù morale. Non c’è né ripetizione né mimesi
> produttiva. Nel suo calcio non c’è né risparmio né gestione, ma sperpero e
> ozio, attrazione per l’eccesso, momenti di sovversione dell’ordine costituito.
> Dribbla costantemente la produttività. Anche se inserito nell’industria del
> calcio, e per questo soggetto alle esigenze della disciplina lavorativa e
> della produzione razionalizzata, Diego non si fa incasellare fino in fondo,
> c’è sempre un’eccedenza che non può essere letta in termini di utilità, di
> capitalizzazione o di rendimento, ma come insurrezione permanente, spensierata
> allegria, insubordinazione e ribellione.
Diego ci invita all’esodo dai dogmi della produzione come unica via di uscita
possibile dal tardo capitalismo che ha cominciato a estrarre valore da sogni,
bisogni e desideri dell’essere umano; ci propone un’etica del rifiuto che si
contrappone ai calciatori simbolo della nostra epoca come Lionel Messi e
Cristiano Ronaldo, che non sbagliano una giocata, una dichiarazione, una
pubblicità: giocatori-algoritmo sempre allineati al potere, nel modo di giocare
in campo e nel modo di non esporsi al di fuori, che rappresentano al meglio la
necropolitica del tardo capitalismo; corpi senza organi riproducibili
all’infinito che reprimono la gioia e sacrificano il desiderio sull’altare del
lavoro incessante e della produzione continua.
> Maradona è un mito plebeo, perché parla ai guasti e non ai giusti. Abbiamo
> bisogno di un mito plebeo che sbaglia, sbrocca, spariglia, corrode, mette a
> nudo ogni contraddizione, sua e nostra, di un corpo osceno con cui danzare,
> non di un’icona sacra da adorare.
Scrive ancora Gómez Villar che “il mito Maradona è un modo per definire una
verità plebea. Come tale, è una verità contraddittoria”. E allora proprio questa
eccedenza, che è il desiderio sovversivo, la forza creativa che esoda dalle
logiche del dominio e si sottrae alle leggi della produzione, ci permette di
problematizzare non solo lo status quo ma anche la stessa definizione di mito,
proprio per non scadere nell’adesione fideistica al D10S; per non precipitare
nel mondo favoloso che sopprime ogni contraddizione e relega la dialettica a
esercizio di stile; e infatti un’immagine che rischia di essere sempre meno
plebea e sempre più divina di Maradona finisce con il negare le innumerevoli
incoerenze e le molteplici contraddizioni che sono proprie dell’essere umano, in
contrapposizione all’ambigua potenza narratologica del mito.
Diego Armando Maradona muore infatti il 25 novembre, giornata internazionale
contro la violenza sulle donne, che da qualche anno con la riscoperta delle
lotte intersezionali, la rinascita dei vari movimenti transfemministi e
l’esplosione del #MeToo, si è trasformata in una giornata di lotta globale
contro le discriminazioni di classe, genere e razza. Ma in alcuni dei saggi
contenuti nel libro sul rapporto tra Diego e le battaglie femministe, la vita e
la morte di D10S diventano una inaccettabile professione di fede, molto più
vicina alla funzione reazionaria e consolatoria del mito e sempre più distante
dalla guerriglia asimmetrica plebea; fino a contrapporre il mito di Diego alle
ragioni stesse del femminismo. O ancora peggio attaccare un femminismo che non
accetti la totalità hegeliana del mito maradoniano. Per fortuna, superata questa
impasse, nel libro ritorna prepotente l’approccio politico; perché come scrive
Julián Melo “Maradona è il nome di così tante cose al tempo stesso che, proprio
per questo, non ha spiegazioni. Né ne ha bisogno”.
Maradona non deve essere il santino con cui rimpiangere vecchi tempi mai
esistiti, anche perché la sua traiettoria è asimmetrica e contraddittoria
proprio a partire dal fatto che avviene dentro e contro l’epoca pienamente
spettacolare e televisiva che ha vissuto; Diego deve restare il nome multiplo di
un mito plebeo non per trasformarsi in icona sacra, ma per avere la forza di
restituire alle nuove generazioni le coordinate dell’insurrezione collettiva. Il
suo gol dalle traiettorie borgesiane segnato all’Inghilterra, le sue violente
sortite contro la FIFA, le sue amicizie con i popoli in lotta e il suo odio
verso i potenti del mondo, sono qui a ricordarci che la lotta di classe è
possibile anche sul punto più alto dello sviluppo capitalistico, ovvero su un
campo di calcio; o addirittura sugli schermi anamorfici dove scorrono oggi i
frammenti replicati all’infinito delle partite di calcio, e delle nostre
esistenze.
Solo in questo caso il mito plebeo di Diego Armando Maradona si può trasfigurare
nel guerrigliero urbano di Carlos Marighella; quando ci ricorda che anche un
dribbling, un assist, una finta, una giravolta, una corsa palla al piede, come
“un po’ di sabbia, un rivolo di combustibile, una vite rimossa, un corto
circuito, l’inserimento di un pezzo di legno o di ferro, possono creare danni
irreparabili al sistema”.
L'articolo Non si può insegnare proviene da Il Tascabile.
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Zachary Athekame ha firmato il suo primo gol con l’AC Milan, garantendo all’équipe il 2-2 contro il Pisa in Serie A, ottobre 2025.