A ll’inizio degli anni Trenta Walter Benjamin maturò un presagio che si sarebbe
rivelato fondato. O perlomeno così racconta nell’incipit di Infanzia berlinese:
“Nel 1932, mentre ero all’estero, iniziai a rendermi conto che presto avrei
dovuto dire addio per molto tempo, forse per sempre, alla città in cui ero
nato”. Nel 1932 Benjamin non aveva ancora lasciato definitivamente la Germania,
anche se passò parecchi mesi in giro per l’Europa, osservando a distanza la
situazione politica del suo Paese sull’orlo del nazismo e intuendo che per un
ebreo marxista come lui la vita in patria si sarebbe fatta presto impraticabile.
E infatti, proprio l’anno successivo – nel frattempo Hitler era diventato
cancelliere – abbandonò Berlino per trasferirsi a Parigi ed effettivamente non
rimise mai più piede nella sua città natale.
Infanzia berlinese fu una risposta a questo allontanamento forzato. Ma le brevi
prose autobiografiche, scritte tra il 1932 e il 1938, che illuminano momenti dei
suoi primi anni (e i primi del secolo) nella capitale tedesca, non sono
abbandoni alla nostalgia dell’esule, bensì una misura preventiva contro di essa,
come Benjamin spiega nella premessa:
> Nella mia vita interiore avevo più volte sperimentato come fosse salutare il
> metodo della vaccinazione; lo seguii anche in questa occasione e
> intenzionalmente feci emergere in me le immagini – quelle dell’infanzia – che
> in esilio sono solite risvegliare più intensamente la nostalgia di casa. La
> sensazione della nostalgia non doveva però imporsi sullo spirito come il
> vaccino non deve imporsi su un corpo sano. Cercai di contenerla restando
> fedele non al criterio della casuale irrecuperabilità biografica del passato
> bensì a quella, necessaria, di ordine sociale.
Per quanto Proust fosse un riferimento letterario importantissimo per Benjamin e
nonostante nei racconti di Infanzia berlinese non manchino certo suggestioni
proustiane, è chiaro fin da queste righe come il tentativo di recupero del
“tempo perduto” portato avanti dalla raccolta sia molto diverso da quello della
Recherche. Piuttosto che le epifanie della “memoria involontaria”, innescate da
fattori casuali – come l’assaggio di una madeleine o un piede posato su un pavé
sconnesso – e capaci di annullare il tempo, raccontate da Proust, Benjamin opta
per un lavoro di memoria assolutamente volontaria (“intenzionalmente” è la
parola chiave), finalizzato non alla cancellazione della distanza con il
passato, ma alla neutralizzazione del suo potere. L’obiettivo dichiarato è
quello di lasciar riemergere il passato non per rivitalizzarlo, ma per farne un
inventario, renderlo qualcosa di maneggiabile e dominabile dalla ragione, che
sarà così in grado di schivarne le trappole come, appunto, la nostalgia.
Per questo l’ambito del rievocabile deve essere attentamente circoscritto a
priori: i fatti più strettamente e personalmente biografici sono materia troppo
incandescente per rientrare in questa opera di schedatura e pertanto vanno
tenuti ai margini. Piuttosto, prosegue Benjamin, “Mi sono invece sforzato di
impadronirmi di quelle immagini in cui l’esperienza della grande città si
sedimenta in un bambino della borghesia”. Insomma, l’attenzione viene spostata
dalle vicende individuali, che normalmente sono al centro di qualunque
autobiografia, allo sfondo di quelle vicende; uno sfondo presumibilmente comune
a molti individui e alle loro memorie.
> L’obiettivo dichiarato di Benjamin in Infanzia berlinese è quello di lasciar
> riemergere il passato non per rivitalizzarlo, ma per farne un inventario,
> renderlo qualcosa di maneggiabile e dominabile dalla ragione, che sarà così in
> grado di schivarne le trappole come, appunto, la nostalgia.
Si rivela così lo scopo reale – al di là di quello meramente personale del
“vaccino contro la nostalgia” – dell’operazione letteraria: dare forma alle
immagini tipiche (come quelle che “da secoli dispongono i ricordi di un’infanzia
trascorsa in campagna”) di una esperienza allora relativamente nuova: l’infanzia
in una metropoli moderna. Si trattava, dunque, di costruire un nuovo repertorio
di ricordi d’infanzia per una nuova epoca. In questo senso Infanzia berlinese –
come ebbe modo di notare Theodor Adorno, a cui si deve la pubblicazione postuma
della prima edizione del libro nel 1950 – rientra pienamente nel grande lavoro
di indagine intorno alla “storia originaria del moderno” a cui Benjamin si
dedicò nei suoi ultimi anni di vita e che sarebbe per lo più confluita negli
appunti dell’incompleto I “passages” di Parigi.
Stacco a oggi: questo impulso volto a ricostruire lo sfondo condiviso della
propria infanzia e giovinezza è dilagato. Una scrollata su qualunque social
basterà per imbattersi in masse di contenuti e pagine per ogni generazione in
cui si rievocano i programmi televisivi che si guardavano o le merendine che si
mangiavano da bambini (nei casi più cringe accompagnati da formulette come “noi
che…” o “ti sblocco un ricordo”), probabilmente anche perché nostalgia e
relatability sono due elementi particolarmente efficaci per gli algoritmi delle
piattaforme nella loro missione di tenerci perennemente agganciati a sé.
Tentativi di questo tipo di recupero del passato in letteratura, invece, mi
sembrano più rari. Laddove le varie forme di autobiografismo e di scrittura del
sé sono una tendenza pervasiva nella produzione libraria contemporanea, a essere
prevalente è l’analisi del proprio trascorso individuale o al massimo della
propria storia familiare. Ovviamente, per raccontare il passato personale è
inevitabile che si tiri dentro anche qualcosa del contesto storico e sociale che
lo circonda, ma è meno comune che le vicende particolari di chi scrive vengano
lasciate programmaticamente ai margini o siano ridotte a poco più di un pretesto
per raccontare quello sfondo.
È quello che in parte fa Geoff Dyer nel suo ultimo libro, Compiti a casa,
pubblicato da poco in Italia da Il Saggiatore nella traduzione di Katia Bagnoli.
Se il sottotitolo dell’edizione originale lo definisce “a memoir”, una
descrizione più precisa arriva nelle sue pagine, verso il finale, quando ormai
l’autore è in procinto di abbandonare la sua città natale per andare a studiare
ad Oxford e indica quel trasferimento come il momento che segna “i confini di
questo libro mappa e inventario”. Siamo, dunque, ancora dalle parti di Benjamin:
un lavoro lucido e consapevole per inventariare il proprio passato, mappare i
territori nei quali ci si è mossi in una fase ormai conclusa della propria
esistenza. Ma c’è una differenza sostanziale: Infanzia berlinese sceglie il
racconto per frammenti, la narrazione di Dyer invece è un flusso quasi
ininterrotto, che trova la sua unica discontinuità nella separazione tra le due
lunghe parti del libro, che trattano rispettivamente l’infanzia e l’adolescenza
(c’è anche una terza parte, molto più breve, che però funge più che altro da
appendice o postilla).
> Anche in Compiti a casa di Dyer, come in Benjamin, si può cogliere la volontà
> di catturare la temperie storica di una fase che è l’inizio di qualcosa (non
> solo della sua vita): il dopoguerra e il crescente affermarsi nel mondo
> occidentale di un modello di vita improntato al benessere diffuso e al
> consumismo.
Dyer è nato nel 1958 a Cheltenham, una città di medie dimensioni nella campagna
inglese del Gloucestershire. Il libro sostanzialmente racconta, dunque, la vita
di un bambino e poi adolescente nella provincia inglese negli anni Sessanta e
Settanta. Ma proprio come Benjamin raccogliendo le immagini che gli aveva
lasciato la sua infanzia stava portando avanti un’indagine sulle origini della
modernità, anche in Dyer si può cogliere la volontà di catturare la temperie
storica di una fase che è l’inizio di qualcosa (non solo della sua vita): il
dopoguerra e il crescente affermarsi nel mondo occidentale di un modello di vita
improntato al benessere diffuso e al consumismo. In questo è esemplare la
parabola dei genitori di Dyer: proletari appena approdati a una condizione di
piccoli borghesi mai realmente persuasi di essere tali, quasi giudicassero con
diffidenza l’agiatezza raggiunta. La vita familiare, pertanto, non è gravata da
nessuna reale mancanza, ma è comunque scandita dall’ossessione paterna per il
risparmio, che assomiglia quasi a una forma di resistenza istintiva ai tempi
nuovi:
> Bisogna sottolinearlo: non sono cresciuto in povertà. Avevamo tutto il
> necessario, anche se il necessario era delineato e definito in un modo che è
> compatibile con la povertà, e forse ne è addirittura un sintomo. Quando
> chiedevo a mio padre se potevo avere qualcosa che vedevo in un negozio, spesso
> lui mi rispondeva: “non ne hai bisogno”. E io avrei voluto rispondere: “Ma lo
> voglio”. Poi, dopo un po’, ho smesso di volere le cose. (Ora mi chiedo se mio
> padre stesse inconsciamente usando “bisogno” nel senso arcaico di “mancanza”,
> una distinzione che il capitalismo consumistico ha impegnato tutte le sue
> energie per rendere obsoleta).
E ancora:
> Un giorno, anni dopo, nel corso di una discussione sulle abitudini alcoliche
> della città e, per estensione, della nazione, mi disse che c’erano già “fin
> troppi pub”. Troppi, troppo, tanto, tanti: era sempre in lotta con qualsiasi
> manifestazione di quell’abbondanza che si stava sempre più affermando come uno
> degli obiettivi non solo dell’economia o persino della democrazia liberale, ma
> della vita stessa.
Il diverso rapporto, tra genitori e figlio, con i concetti di abbondanza,
scarsità e desideri materiali è proprio ciò che rivela, nella frattura
generazionale, i segni di una società in trasformazione.
> La differenza rispetto alla generazione dei miei genitori è che sebbene da
> ragazzi loro potessero permettersi ancora meno di noi, non c’era quasi niente
> da comprare. La mia invece era una generazione di transizione che si trovava
> collocata comodamente tra l’abbondanza sempre più esibita – il desiderio di
> “averlo” – e la scarsità storicamente accettata: “fare senza”. Se dovessi
> ridurre la religione dei miei genitori, assolutamente laica per quanto
> riguarda mio padre, a un solo comandamento di due parole, sarebbe questo.
Una frattura che non riguarda solo i Dyer: la lotta tra il nascente spirito
consumista del tempo e la resistenza delle vecchie abitudini si manifestava
anche fuori dal contesto familiare, rivelando che la transizione in corso non
era solo un fatto privato (“C’era molto di ammirevole nel rapporto dei miei
genitori con il denaro e, anche se per certi aspetti loro due non erano al passo
con una società dove si diffondeva il benessere, nel mondo al di fuori di casa
nostra c’erano ancora molti segni di un approccio più sobrio e meno sprecone nei
confronti della vita”).
Nella narrazione di Dyer questo dissidio epocale si incarna in aneddoti e
dettagli privati spesso divertenti: come il destino del bel salotto di casa Dyer
(simbolo di uno status borghese raggiunto), mai utilizzato per non sciuparlo
(eredità della prudenza contadina), costringendo scomodamente tutta la vita
casalinga negli spazi angusti della cucina e del tinello. Oppure l’occasionale
cedimento al “boom consumistico della fine degli anni sessanta”, rappresentato
dall’acquisto di un giradischi, che una volta introdotto in casa, però, viene
guardato con sospetto e timore come il diabolico tentatore che potrebbe indurre
spese senza fine per i dischi (“Il giradischi era, per definizione, l’oggetto su
cui si ascoltavano i dischi, ma era anche l’insidioso portale di un mondo di
spese sfrenate”); risultato: “E così, dopo che avevamo immerso i piedi nelle
turbolente acque del consumo di pop, il giradischi tacque”.
Questa attenzione ai consumi – culturali e materiali – caratterizza
fondamentalmente tutto il memoir di Dyer. È anzi interessante che, se buona
parte della produzione letteraria dello scrittore inglese è caratterizzata da
saggi che adottano spesso una prospettiva autobiografica, qui i termini si
invertono con un’autobiografia che tratta il proprio passato con un approccio
saggistico. Tra le parti più riuscite del libro ci sono pagine e pagine di
minuziose digressioni su giocattoli, modellini, figurine portate avanti con un
taglio da studio antropologico, sebbene vagamente ironico. Qui, ad esempio,
subito dopo essersi dilungato sul funzionamento del gioco delle “castagne matte”
che per una stagione aveva spopolato tra i bambini del quartiere, passa a
parlare del rito dello scambio di figurine:
> Dopo una breve stagione le castagne matte sparivano. L’interesse per il gioco
> evaporava nello stesso momento in cui si esauriva la fornitura di nuove
> munizioni, senza attriti o rimpianti, e un’altra passione si diffondeva nel
> cortile della scuola nell’intervallo tra le lezioni.
> Era la continuità a contare, il modo in cui le fasi rimanevano essenzialmente
> le stesse, a prescindere dalle variazioni stagionali o dalle nuove iterazioni
> di una determinata attività. Così mentre continuavano a spuntare nuove serie
> di figurine delle gomme da masticare, l’attività di raccolta e scambio
> rimaneva invariata. Ci si riuniva in piccoli gruppi di negoziazione, facendo a
> turno per sfogliare sapientemente le nostre raccolte mentre un potenziale
> scambiatore emetteva il rapido commento di accompagnamento – “celo, celo” –
> interrotto da un occasionale ed eccitato “MANCA!” Una volta messe da parte le
> mancanti, il processo si invertiva e il bambino che aveva espresso il suo
> interesse per ciò che gli mancava passava in rassegna ciò che aveva da offrire
> in cambio. A volte il risultato era un semplice scambio uno-a-uno, ma mediante
> le molteplici transazioni e negoziazioni che avvenivano nel corso della
> giornata si precisava un tasso di cambio complessivo in base al quale una data
> figurina acquistava un valore più o meno standardizzato. Un certo grado di
> variazione dipendeva da quanto qualcuno avesse bisogno di una determinata
> figurina, ma transazioni eccezionali come questa avevano un effetto a catena e
> venivano quindi incorporate nell’andamento volatile del mercato nel suo
> complesso.
Segue un’ampia e dettagliata panoramica sulle varie serie di figurine
susseguitesi negli anni, con particolare attenzione al diverso carattere tra
quelle che si trovavano con le gomme da masticare – “emanazione commerciale di
serie televisive (Organizzazione U.N.C.L.E., in bianco e nero), film (Agente 007
– Thunderball, sempre in bianco e nero) e di gruppi pop o, più precisamente, di
serie televisive o film costruiti intorno ai Monkees (a colori) o ai Beatles (in
bianco e nero)” – e quelle in omaggio con le confezioni di tè – che “provenivano
invece da una sfera di intenzioni più elevate”, cioè da scopi educativi con
serie dai titoli come Uccelli tropicali o Storia dell’aviazione che ricordavano
“quanto fosse didascalica la vita britannica in quei decenni”.
Ma trattare il proprio passato come materia saggistica significa anche includere
il punto di vista dal quale la si sta guardando e quindi esplicitare il lavoro
della memoria che si sta compiendo. La rievocazione dei tanti dati materiali
(come le figurine, appunto) passa attraverso un lavoro di ricerca o dal recupero
effettivo degli oggetti, con conseguente frustrazione nella inevitabile
constatazione di quanto è andato perduto: “Le figurine sono sparite da tempo.
Dove? Che fine hanno fatto? Dove vanno a finire le cose? Mi risulta difficile
credere di essermi potuto sbarazzare delle figurine di Thunderball o degli album
della Brooke Bond. Siamo rassegnati a perdere le cose”. E ancora, molte pagine
più avanti, parlando di poster: “Come vorrei aver conservato tutto; se solo
avessi avuto la lungimiranza, a undici anni, di investire in un deposito a
temperatura controllata di qualità archivistica”.
> È interessante che, se buona parte della produzione letteraria dello scrittore
> inglese è caratterizzata da saggi che adottano spesso una prospettiva
> autobiografica, qui i termini si invertono con un’autobiografia che tratta il
> proprio passato con un approccio saggistico.
Per ciò che invece può essere attinto solo attraverso la memoria, non resta che
riconoscere anche le lacune, le mancanze, le probabili distorsioni che ricordare
comporta. “Molto di quello che c’è qui è scritto intorno a quello che manca”,
ammette Dyer a un certo punto, accorgendosi di non essere più in grado di
ricostruire le dinamiche dei microdrammi che segnavano le relazioni tra i suoi
parenti. E neppure l’oggettiva memorabilità di un fatto garantisce la sua fedele
conservazione: è il caso di un episodio-topos di qualunque rievocazione
dell’adolescenza: il primo bacio, descritto appunto come “uno di quei momenti
indimenticabili che tuttavia è difficile ricordare con precisione”. Dyer
riconosce come quasi tutto quello che gli resta sia soprattutto frutto di una
ricostruzione (e mitologizzazione) fatta a posteriori: “i dettagli rimasti
impressi nella mia mente – il cielo azzurro, il verde abbagliante dell’erba
sotto il sole – sono stati aggiunti dopo per rendere più vivido un ricordo che
esiste come fatto di cronaca”.
L’oggettività recuperabile dei documenti materiali e la constatazione
dell’inadeguatezza della memoria soggettiva si incontrano quando l’autore si
confronta con vecchie fotografie. La descrizione di foto è un espediente che
torna due volte nel libro (la prima volta è l’immagine di una gita in famiglia,
la seconda un paio di scatti della sua cameretta di adolescente) e in entrambi i
casi si risolve in un esercizio di decifrazione del passato che comunque non
riesce a sciogliere numerosi punti oscuri. Analizzando le foto della cameretta
(in entrambe le occasioni zeppa di poster, gagliardetti, album musicali, fumetti
che testimoniano le passioni passeggere del ragazzino in quei precisi momenti
della sua vita) Dyer dice esplicitamente che a riguardarle da quella distanza
assumono “lo status di una stele di Rosetta”.
Nel momento in cui la memoria si rivela labile, diventa instabile e oscuro anche
il rapporto che possiamo credere di individuare tra passato e presente. È forse
questo l’aspetto in cui Compiti a casa mette più in discussione il modello
classico di autobiografia. In quanto tentativo di ricondurre la propria vita a
un ordine narrativo, l’autobiografia implica sempre la volontà di ricreare sé
stessi come un personaggio coerente. “Scrivere la propria storia è provare a
costruirsi”, ha scritto Philippe Lejeune, tra i più importanti studiosi della
retorica del genere autobiografico. Più recentemente Sergio Zatti in Il
narratore postumo (2024), ampio studio sulle forme di scritture autobiografiche
nella letteratura occidentale, si sofferma molto sulla costruzione narrativa
dell’identità che le autobiografie solitamente mettono in atto. Il recupero
retrospettivo tende spesso a dare un “senso teleologico” al passato, cioè a
interpretare i fatti del passato in funzione di quello che verrà. Da questo
punto di vista, scrive Zatti, il racconto dell’infanzia e della prima giovinezza
“è particolarmente sospetto proprio per la sua attitudine a creare nessi
significativi tra il ‘prima’ e il ‘dopo’: ovvero a leggere quel passato lontano
come gravido di futuro, cioè funzionale ai suoi esiti adulti”. Insomma, il
racconto dell’infanzia diventa una sorta di “mito delle origini” del
personaggio-autore al centro dell’autobiografia.
Dyer tradisce questo topos del genere. Anche perché nel momento in cui si
riconosce il passato come un territorio solo parzialmente esplorabile, la
possibilità di una costruzione narrativamente coerente di un legame tra il sé di
una volta e quello attuale smette di essere credibile. L’infanzia più che un
mito delle origini diventa una preistoria della quale si possono solo studiare e
interpretare i reperti che si è riusciti a recuperare. Dyer rinuncia, dunque, a
voler leggere gli aspetti dell’infanzia come segni di ciò che sarebbe diventato
da adulto. Anzi, più spesso fa emergere le contraddizioni: al ricordo della
passione del bambino per il mondo subacqueo, tanto da sognare di diventare
sommozzatore, segue – in uno dei rari squarci che il libro apre sulla vita
adulta – il racconto delle uniche due esperienze di immersioni, avute in età
matura, che si rivelano per lui abbastanza sgradevoli da decidere di non
ripeterle mai più.
> In quanto tentativo di ricondurre la propria vita a un ordine narrativo,
> l’autobiografia implica sempre la volontà di ricreare sé stessi come un
> personaggio coerente. È forse questo l’aspetto in cui Compiti a casa mette più
> in discussione il modello classico di autobiografia.
Gli effettivi elementi di continuità tra passato e presente, semmai, si possono
ritrovare in dettagli casuali e, ancora una volta, materiali. Come la cicatrice
lasciata da una futile scazzottata con un amico che con un pugno gli procura un
taglio in bocca. Un episodio insignificante, ma che ha lasciato una traccia
oggettiva che di fatto tiene vivo, cioè costantemente verificabile, un legame
tra passato e presente: “Con la lingua sento ancora un lieve rigonfiamento della
bocca, dopo più di cinquant’anni”. E poi a rimanere ci sono i luoghi. In due
momenti del libro Dyer confronta, tra com’erano un tempo e come appaiono oggi,
dei luoghi nei pressi rispettivamente delle due case in cui ha vissuto con la
famiglia. Nella seconda occasione a emergere è l’assoluta discontinuità tra
l’allora e il presente. Si parla dell’area intorno alla casa abitata durante gli
anni dell’adolescenza:
> Oggi la strada è circondata da ulteriori edifici residenziali suburbani. E
> quella terra di nessuno tra la nostra casa e la circolare chiamata The Park,
> dove erano successe tante cose – il primo bacio con Shane, risse, tante
> partite a tennis, e poi il sesso in macchina – è stata riempita da un
> complesso residenziale di lusso, la cui costruzione era cominciata durante la
> mia adolescenza. Il sentiero che partiva da St Michael Road è stato asfaltato
> e sbocca nella strada privata a fondo cieco del complesso residenziale. Sembra
> che tutto sia sempre stato lì; è quasi impossibile risovrapporre le coordinate
> di ciò che c’era prima – intendo, in realtà, di ciò che non c’era – su quel
> che è stato costruito.
Qui la frattura tra passato e presente è totale: non si può neppure più
ricostruire mentalmente come era il luogo una volta perché tutte le coordinate
sono state spazzate via. Tutti gli avvenimenti di cui quell’area un tempo
inedificata era stata teatro possono ormai vivere soltanto nell’instabilità
della memoria individuale: possono essere solo mitologia, non storia.
Ma non sempre è così: si può anche scoprire una miracolosa sovrapposizione tra
ieri e oggi. Accade parecchie pagine prima, raccontando di una visita in età
adulta all’orticello di famiglia, in un appezzamento di terreno poco distante
dalla casa della prima infanzia:
> Non ricordavo esattamente quale fosse il nostro orto. È possibile che gli
> appezzamenti di terreno fossero stati leggermente ridisegnati, ma non
> importava. Gli alberi, suppongo, erano gli stessi della mia infanzia. Il cielo
> era quello di sempre e c’era un forte senso di… non di inalterabilità – che è
> una qualità associata ai monumenti – ma di continuità protetta e immutabile.
> Gli orti non erano stati invasi: erano su terreni di proprietà della chiesa,
> protetti dalle pressioni della speculazione edilizia e fuori dal circuito
> commerciale.
La tentazione sarebbe quella di credere nella possibilità di una coincidenza
(anche a livello di identità personale) tra presente e passato. Ma l’illusione
viene quasi subito riconosciuta come tale: “Quello che vorrei dire, affermare e
credere, è che mi sentivo il ragazzino che ero stato, ma non sarebbe vero: mi
sentivo come quello che sono adesso, consapevole dello sforzo di dissolvere il
passaggio degli anni”. Anche in momenti in cui il passato sembra venire
incontro, la coincidenza totale non avviene mai (in altri termini potremmo dire
che in questo libro non si verifica mai il miracolo della memoria involontaria
proustiana: sta in una dimensione metafisica che è fuori dall’orizzonte di Dyer,
così come era fuori – programmaticamente – da quello di Benjamin), si mantiene
sempre quello “sforzo”, quel lavorio di recupero del passato, che media e
contemporaneamente si frappone al passato stesso.
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