N ella classifica dei libri più venduti di agosto 2025 delle librerie
indipendenti McNally Jackson al primo posto, superando anche il romanzo
distopico I Who Have Never Known Men di Jacqueline Harpman, fenomeno virale di
quest’anno nell’universo del BookTok, compare il memoir I Regret Almost
Everything del ristoratore Keith McNally (nessuna parentela), animatore e
protagonista da decenni del panorama della ristorazione newyorkese, definito dal
New York Times “The Restaurateur Who Invented Downtown”.
La figura di McNally non è di certo sconosciuta, soprattutto tra il pubblico
smaccatamente urbano che legge il New Yorker, fa spesa al farmers market e
frequenta le enoteche con vini naturali e small plates. I suoi locali hanno
definito uno specifico Zeitgeist, sono entrati nell’orizzonte culturale e
mediatico degli anni Ottanta e Novanta. L’Odeon ha espresso a tal punto lo
spirito grottesco e tragicamente adrenalinico dell’euforica esuberanza yuppie da
finire in diverse opere di finzione: è sulla mappa iperdettagliata e capillare
dei posti frequentati da Patrick Bateman in American Psycho di Bret Easton Ellis
e la sua insegna al neon campeggia sulla copertina del romanzo Bright Lights,
Big City di Jay McInerney; il Balthazar, con la sua riproposizione nostalgica e
decadente di una brasserie parigina e il suo inaccessibile sistema di
prenotazioni, è stato a lungo uno degli indirizzi di culto del dining out
newyorkese, seducendo e intercettando un amalgama di scrittori, registi,
artisti, chef, da Andy Warhol a Eric Ripert e alimentando quel repertorio di
aneddoti e racconti su cui si è costruita la mitologia di gran parte dei
ristoranti newyorkesi.
Anche a fronte della relativa popolarità di McNally, il successo di un memoir
esplicitamente votato al racconto delle dinamiche interne alla ristorazione
sollecita alcune domande intorno ai food memoir e alle scritture autobiografiche
di chef e figure dell’hospitality. In The Nasty Bits Anthony Bourdain individua
una fonte di consolazione immediata alle insoddisfazioni della vita nelle cucine
professionali, a quel “senso d’isolamento o di frustrazione che ti avvolge dopo
una giornata di diciassette ore passata a sgusciare gamberi e a rimestare
verdure in un bugigattolo di cucina”, nella lettura di quattro libri: Down and
Out in Paris and London di George Orwell, Le ventre de Paris di Émile Zola, The
Kitchen di Nicolas Freeling e Flash in the Pan. The Life and Death of an
American Restaurant, di David Blum, tutti, a eccezione del classico di Zola,
inquadrabili nei confini, a ben vedere piuttosto scivolosi e continuamente
rinegoziati, del food memoir. Down and Out in Paris and London racconta le
rocambolesche avventure di Orwell durante la sua esperienza da plongeur e da
sguattero prima in un misterioso Hotel X e poi in un sordido bistrot a Parigi
negli anni Venti; The Kitchen ripercorre l’avanzamento dell’autore – da commis a
cuoco ‒ nel sistema della brigata dei grandi hotel francesi degli anni Quaranta;
Flash in the Pan è la cronaca dell’ascesa e della caduta del ristorante The
Falls di cui Blum segue tutti i momenti, dalla progettazione all’inaugurazione.
> Il successo di un memoir esplicitamente votato al racconto delle dinamiche
> interne alla ristorazione sollecita alcune domande intorno ai food memoir e
> alle scritture autobiografiche di chef e figure dell’hospitality.
Quello che conforta Bourdain è riconoscere che le sue sofferenze – le bruciature
della graticola sui polsi, le tracce lasciate dalle lame dei coltelli, la
sensazione di alienazione avvertita nei confronti dell’umanità che vive fuori
dagli spazi angusti della cucina, che può beneficiare della luce del sole e di
forme di socialità regolari – sono state condivise da altre figure che, come
lui, hanno avvertito l’urgenza di registrarle. Le ragioni per cui Bourdain si
rivolge a questi testi sono plurali: quello che sembra emergere in modo più
consistente e immediato è un bisogno di identificazione: altri si sono sentiti
come mi sento io, hanno vissuto esperienze simili alle mie. Ci sono poi lo
stupore e la successiva gratificazione di vedere assegnata la dignità di materia
narrativa persino ai momenti considerati più bassi e abietti nel percorso
professionale di uno chef: alla disperazione del commis sfruttato, all’impotenza
di cui si sente vittima il plongeur. La questione del riconoscimento assegnato a
quella sostanza organica, magmatica e ribollente che è la vita nelle cucine non
è di secondaria importanza. Basti pensare che prima del 2019, quando Burn the
Place, il memoir della chef e ristoratrice Iliana Regan, è stato incluso nella
longlist della non-fiction del National Book Award, era dal 1980 – con Julia
Child and More Company, vincitore nella categoria Current Interest ‒ che un
libro legato al cibo non figurava tra i candidati al premio letterario
americano.
Per molto tempo il cibo è stato raccontato più da una prospettiva domestica, nei
toni rassicuranti del ricordo, spesso venato di malcelata nostalgia, dei
confortanti pasti preparati in famiglia. Il successo di questo tipo di racconto
– quello più tipico del food memoir – è facilmente spiegabile visto che,
ricorrendo a un repertorio di figure riconoscibili – il primo piatto assaggiato
insieme ai genitori o ai nonni; la prima cena preparata per una persona cara – e
a un vocabolario conosciuto, intimo, che mira a equiparare il cibo alla
condivisione, alla famiglia, in definitiva all’amore, fa leva su sentimenti
universali. Mi chiedo, invece, quando i resoconti dalle retrovie delle cucine
sono diventati così seducenti per un pubblico generalista, un pubblico
probabilmente più a proprio agio con arrosto e crostata che non con brunoise e
béarnaise.
> Per molto tempo il cibo è stato raccontato più da una prospettiva domestica,
> nei toni rassicuranti del ricordo, spesso venato di malcelata nostalgia, dei
> confortanti pasti preparati in famiglia.
La risposta, come molte di quelle che hanno a che fare con le questioni del cibo
e della sua narrazione, è rintracciabile nel lavoro di Anthony Bourdain che, nel
suo primo articolo, pubblicato sul New Yorker nel 1999, “Don’t Eat Before
Reading This”, ha introdotto un nuovo paradigma, più sanguigno e spigoloso, meno
confortante, nel racconto culinario, ricordando ai suoi lettori che, oltre i
buoni sentimenti e le elucubrazioni sul senso etico del mangiare, “good food,
good eating, is all about blood and organs, cruelty and decay”. L’opera di
Bourdain, pur nella singolarità della sua figura e del suo percorso
professionale, ha inoltre sollecitato una curiosità nuova nei confronti della
figura degli chef.
Lo chef memoir nasce, infatti, come diramazione del food memoir. Tracciando una
distinzione piuttosto sommaria e tenendo conto delle inevitabili sovrapposizioni
tra i due, è possibile individuarne alcune specifiche. Nel food memoir il focus
è il rapporto dell’autore o dell’autrice – non necessariamente una figura legata
all’ambito della ristorazione ‒ con il cibo, spesso maturato a partire da alcuni
episodi epifanici collocabili durante l’infanzia, il più delle volte
riconducibili alla sfera domestica. Quasi sempre il food memoir segue in modo
regolare le diverse fasi della vita di chi scrive, che finisce spesso per
servirsi dei ricordi culinari come strumento e pretesto narrativo per indagare
questioni relative all’identità culturale, di genere o per suggerire riflessioni
intorno al valore sociale del cibo e del mangiare.
Lo chef memoir è, ovviamente, sempre scritto da uno chef. In antitesi rispetto
al food memoir che, per l’estensione e la varietà delle questioni di cui si
occupa sembra spesso equiparabile a una visione panoramica, lo chef memoir si
muove tutto in profondità, concentrandosi su di uno specifico luogo – le cucine
dei ristoranti – e una specifica temporalità, che si diparte dal momento in cui
chi scrive decide di diventare chef (“fu allora, caro lettore, che per la prima
volta in vita mia mi resi conto di voler diventare uno chef” in Kitchen
Confidential. Adventures in the Culinary Underbelly di Anthony Bourdain;
“l’indomani mattina sarei diventato un cuoco” di The Devil in the Kitchen. Sex,
Pain, Madness, and the Making of a Great Chef di Marco Pierre White; “this was
the day I slighted fate and became a chef” in Burn the Place”).
Il food memoir è una mappatura, lo chef memoir è uno scavo. Il food memoir è
distant, lo chef memoir è close. L’infanzia non scompare del tutto
dall’orizzonte del raccontabile, ma da questa vengono selezionati solo gli
episodi funzionali a spiegare i primi avvicinamenti al cibo. Quello dei piatti o
cibi formativi che dischiudono a chi scrive l’accesso all’universo di struggente
piacere e di gloria devastata della cucina, è un topos del genere. Per Bourdain
è la prima ostrica – che sa “di brina, di acqua salata e di carne” ‒ assaggiata
con sfida in Francia a dodici anni durante una vacanza con i genitori; per Julia
Child è la sole meunière che mangia a Rouen nel 1948 e che le rivela gli
splendori della cucina francese; per Gabrielle Hamilton è l’agnello allo spiedo
che arrostisce da bambina insieme al padre, d’estate.
Una contronarrazione divertente rispetto a questi momenti epifanici è quella
proposta dalla food blogger Geraldine DeRuiter in If You Can’t Take the Heat:
Tales of Food, Feminism, and Fury che con divertita ironia si chiede come sia
possibile che per così tanti chef e food writer i primi ricordi alimentari siano
legati a vaporosi soufflé e cremose zuppe di pesce anziché, come nel suo caso, a
merendine piene di zuccheri, litri di bevande gassate e gelatine in scatola. Per
quanto sia una considerazione interessante e per quanto sia indubbiamente
spassoso desacralizzare la mitologia che le persone legate alla ristorazione
spesso propongono di sé, DeRuiter sembra ignorare che, come ormai riconosciuto
dalla maggior parte degli studi sull’autobiografia, da Paul John Eaking a John
Coetzee, nelle scritture del sé, fondate sulla memoria, il soggetto che ricorda
reinterpreta il proprio passato, e selezionandolo e recuperandolo, lo
risignifica, inserendolo in un nuovo piano di senso che deriva dalla forma
stessa della narrazione.
> Se gli chef memoir sacrificano spesso nella narrazione il racconto di tutto
> quello che non ha a che fare con la carriera da cuochi di chi scrive è perché
> il più delle volte i tempi della vita e i tempi della cucina semplicemente
> coincidono.
L’autobiografia – come sostiene Robert Elbaz ‒ “è finzione e la finzione è
autobiografia: tutte e due rappresentano una sistemazione narrativa della
realtà”, perciò è necessario approcciarsi a questi prodotti culturali senza
pretendere una rigorosa oggettività ma intendendoli come dispositivi che
permettono di costruire una vita attraverso la costruzione del testo. La
specifica temporalità su cui si orchestra lo chef memoir non è solo una
conseguenza di questa operazione di montaggio e selezione degli episodi
significativi di una vita, ma credo dipenda dalla peculiare concezione del tempo
che sperimenta chi lavora in cucina. Dopo aver letto un numero considerevole di
chef memoir e senza voler costringere le singolarità delle diverse esperienze in
un canone riduzionista, penso di poter affermare che se gli chef memoir
sacrificano spesso nella narrazione il racconto di tutto quello che non ha a che
fare con la carriera da cuochi di chi scrive è perché il più delle volte i tempi
della vita e i tempi della cucina semplicemente coincidono.
In questa tassonomia delle scritture del sé legate al cibo e alle figure
dell’universo dell’hospitality rientrano anche testi piuttosto eterodossi. Ci
sono quei libri che, senza pretesa di accuratezza filologica, credo possano
definirsi restaurant memoir, variazione sul tema dello chef memoir da cui
divergono perché concentrati a registrare, come in un diario di bordo, tutti gli
aspetti che riguardano la vita del ristorante: dalle preparazioni ai mutamenti
nella brigata; dall’elaborazione dei menu all’allestimento della sala. Anche se
spesso i confini tra i due sono pressoché indistinguibili, lo chef memoir è più
finalizzato alla costruzione della figura divistica di chi scrive. Nella mia
personale classificazione Kitchen Confidential di Anthony Bourdain è uno chef
memoir; The Devil in the Kitchen di Marco Pierre White è un restaurant memoir.
Un’altra biforcazione, piuttosto eccentrica e ben poco ricorrente, di cui ho
individuato solo pochi titoli – Table Comes First: Family, France, and the
Meaning of Food di Adam Gopnik; Heat: An Amateur’s Adventures as Kitchen Slave,
Line Cook, Pasta-Maker, and Apprentice to a Dante-Quoting Butcher in Tuscany e
Dirt: Adventures in Lyon as a Chef in Training, Father, and Sleuth Looking for
the Secret of French Cooking di Bill Buford – è quella del critico-studioso che
frammischia al racconto della sua vita personale e professionale (Buford si
trasferisce a Firenze e a Lione e inizia anche a lavorare nelle cucine, Gopnik è
più classicamente “un americano a Parigi”) una divulgazione colta e dai toni
brillanti – entrambi gli autori scrivono sul New Yorker – sulla storia
dell’alimentazione, sui significati sociali del mangiare fuori e sulla mai
sopita rivalità tra civiltà culinaria italiana e francese.
> A distinguere, almeno fino a un passato relativamente recente, food e chef
> memoir interviene anche una evidente differenza di genere. Il food memoir è
> stato spesso derubricato a “genere femminile”.
Anche i cookbook da alcuni anni si stanno orientando verso il memoir; i menù
stessi potrebbero considerarsi una forma di scrittura del sé. Il restaurant
cookbook Prune della chef e proprietaria dell’omonimo ristorante, Gabrielle
Hamilton, è stato scritto e pensato dall’autrice come un’autobiografia del
ristorante, un archivio di tutto quello che vi si è preparato e cucinato per
dodici anni, da leggere come accompagnamento al suo memoir Blood, Bones &
Butter: The Inadvertent Education of a Reluctant Chef.
A distinguere, almeno fino a un passato relativamente recente, food e chef
memoir interviene anche una evidente differenza di genere. Il food memoir è
stato spesso derubricato a “genere femminile”: non solo perché i titoli che ne
compongono un ipotetico canone sono per la maggior parte scritti da donne
(Tender at the Bone: Growing Up at the Table di Ruth Reichl; My life in France
di Julia Child; Home Cooking di Laurie Colwin; The Gastronomical Me di M.F.K.
Fisher), ma anche per l’insistenza sulla connotazione familiare dei pasti
preparati per amici e parenti – il memoir di Colwin nasce come esplicito omaggio
alla cucina domestica ‒, e per la presenza di ricette – associate più alla
dimensione femminile e casalinga della cucina che non a quella professionale e
maschile ‒ pensate per essere modificate, sostituendo gli ingredienti suggeriti
con “quello che avete in casa”, e per essere realizzate senza dover ricorrere a
strumenti da cucina professionale o a tecniche elaborate.
Lo chef memoir, invece, è un genere “maschile”: oltre a riflettere una oggettiva
disparità nelle posizioni apicali in cucina (ci sono più chef memoir scritti da
uomini perché ci sono più chef uomini), esprime quasi sempre una mascolinità
fortemente competitiva indirizzata al perseguimento di un obiettivo – spesso il
conseguimento di una o più stelle sulla celebre guida. Al tempo stesso la
narrazione si dipana attraverso una serie di riti di passaggio – lo chef memoir
condivide aspetti della fiaba e del romanzo di formazione – improntati alla
dimostrazione di resistenza fisica e sopportazione di una debilitante pressione
mentale. Per questo motivo trovo sempre interessanti gli chef memoir scritti da
donne e provo a leggerli tutti: a volte sono deludenti, spesso ricalcano topoi e
lingua degli chef memoir scritti da uomini, ma quanto meno agiscono sempre in
direzione di un allargamento dell’orizzonte del raccontabile e del
rappresentabile.
> Lo chef memoir, invece, è un genere “maschile”: oltre a riflettere una
> oggettiva disparità nelle posizioni apicali in cucina, esprime quasi sempre
> una mascolinità fortemente competitiva indirizzata al perseguimento di un
> obiettivo – spesso il conseguimento di una o più stelle sulla celebre guida.
Tra i primi del genere è il già citato Blood, Bones & Butter di Gabrielle
Hamilton che parallelamente all’attività in cucina si è cimentata con la
scrittura, in particolare in forma di personal essay su diverse riviste – Bon
Appétit, Saveur, New York Times, New Yorker. La vicenda editoriale del libro
rivela quanto la categoria di memoir susciti perplessità e prese di distanza da
parte di autrici spaventate dalla prospettiva di ritrovarsi incasellate in una
scrittura considerata troppo “femminile”. Hamilton impiega, infatti, cinque anni
a scriverlo, di cui tre e mezzo impegnati a resistere alla tentazione di
raccontare la propria vita – l’infanzia funestata da una famiglia disfunzionale;
la madre, francese, che le insegna a riconoscere i funghi ma la priva di affetto
e la responsabilizza prima del tempo; la fuga a New York ancora giovanissima,
dove lavora, da minorenne, in diversi locali notturni; la dipendenza da cocaina;
lo sfiancante lavoro nel catering; l’apertura di Prune; il fallimento del suo
matrimonio – proprio per il timore di consegnare un prodotto confessionale,
debole, “girly”. Un timore ravvisabile in tutto il libro: l’autrice sembra voler
fuggire da tutto quello che rischia di suonare come sentimentale attraverso una
retorica della sofferenza e della vocazione al martirio che serpeggia in tutto
il testo – “I love my scars, I am covered in scars” è una delle sue
dichiarazioni più frequenti – che finisce così con l’avvicinarsi in modo quasi
mimetico al registro della maggior parte degli chef memoir scritti da uomini.
La questione della presenza femminile nelle cucine sollecita la chef inglese
Sally Abé, proprietaria del ristorante The Pem, il cui nome deriva dal
soprannome della suffragetta Emily Wilding Davison, e il cui staff è composto
quasi essenzialmente da donne, a scrivere il memoir A Woman’s Place Is in the
Kitchen: A Chef’s Dispatches from Behind the Pass, pubblicato nel 2024. Abé
mette a frutto una fama conquistata sugli schermi televisivi – la televisione ha
ancora un ruolo insostituibile nel rendere riconoscibili e familiari i volti e i
corpi di chi cucina – per promuovere momenti e occasioni di confronto tra donne
che lavorano nell’hospitality sui temi della retribuzione, degli orari di
lavoro, della maternità, della salute mentale e delle molestie subite in cucina
e in sala. Nonostante le premesse e nonostante il capitolo conclusivo che, con
un’insolita lucidità sul presente abbandona il racconto personale per
concentrarsi sullo scenario della ristorazione post-Covid e sulle
rappresentazioni che i media propongono della vita in cucina, invitando anche i
professionisti dell’ospitalità a ripensare i propri atteggiamenti, il memoir di
Sally Abé disattende in parte la prospettiva da cui dichiara di muovere,
concedendo poco spazio alla specificità dell’esperienza femminile in cucina.
Questa emerge con urgenza in Tart: Misadventures of an Anonymous Chef, memoir-
culinary coming of age (2025), opera di Slutty Cheff, chef e scrittrice che, in
forma anonima, sulla sua rubrica Yes Chef edita su British Vogue scrive di cibo,
sesso e della sua condizione di donna negli ambienti estremamente testosteronici
e competitivi delle cucine. Lo sguardo dell’autrice, del tutto anomalo rispetto
alle norme del genere, è il risultato di uno deragliamento, di uno
sconfinamento. Ci sono sì i resoconti dal pass e i dettagli della preparazione
dei piatti, ma anche i monologhi interiori sul dating, immediati come appunti
abbozzati sulle note del telefono in condizione di poca lucidità, e i
flâneristici e vivificanti vagabondaggi per Londra. C’è il dentro, come sempre
in queste scritture, ma c’è anche molto fuori.
Nei discorsi sullo chef memoir, Tart è un oggetto di analisi particolarmente
interessante in quanto consente di riflettere sulle caratteristiche che questa
singolare forma autobiografica può assumere quando a scrivere è una giovane
donna, cresciuta artisticamente su Instagram, i cui modelli di riferimento
letterari sono Anthony Bourdain e Lena Dunham. Intervistata proprio da Dunham
sulla rivista Interview, Slutty Cheff , che cela la sua identità e i suoi
connotati sotto un passamontagna fatto all’uncinetto a forma di hamburger,
rivela i passaggi della sua idiosincratica carriera, che l’ha vista abbandonare,
in seguito a una crisi depressiva, un lavoro 9-17 nel marketing per approdare a
turni di sedici ore, alimentati e sostenuti da adrenalina, desiderio di
validazione, birre e ketamina con i colleghi chef – tutti rigorosamente maschi –
nelle cucine dei ristoranti londinesi più cool, quelli che ospitano ogni mese
chef in residenza, che si chiamano spesso con nomi italiani, preferibilmente di
due sillabe, che costruiscono il proprio menù intorno al vitello tonnato,
all’insalata di puntarelle e al flatbread.
> Nonostante le premesse il memoir di Sally Abé disattende in parte la
> prospettiva da cui dichiara di muovere, concedendo poco spazio alla
> specificità dell’esperienza femminile in cucina.
I prodromi del progetto di Slutty Cheff maturano su Instagram: nel 2023 inaugura
il suo account sulla piattaforma dove posta foto sciatte e casuali, simili a
tranche de vie delle sue giornate e dei cibi che consuma, accompagnandole con
lunghe didascalie che funzionano come mini-personal essay, primi esperimenti con
quella combinazione di memoria personale, critica gastronomica, analisi dei
trend culinari e dei fenomeni pop che diventerà la sua cifra stilistica. I suoi
post non seguono un andamento regolare, non sono uniformi né sul piano dello
stile delle foto né su quello dei contenuti, sembrano, piuttosto, porsi sotto il
segno di un disorientamento situazionista declinato in stile Gen Z: le foto
mosse, fuori fuoco, dall’inquadratura disordinata, di un sandwich fatto con gli
avanzi del Sunday roast, diventano l’occasione per una riflessione sulla
percezione del corpo femminile e la sua restituzione sui media; un toast
sbocconcellato è lo straniante e vagamente comico accompagnamento al racconto di
un’esperienza sessuale deludente, in cui sembrano avvertirsi, per tono e
contenuto, gli echi di Cat Person, il racconto fenomeno editoriale di Kristen
Roupenian che nel 2017 è risultato il più letto dell’anno sul New Yorker.
Di Cat Person Slutty Cheff recupera le inquietudini, l’irrequietezza e lo
smarrimento, sia pure modulandoli in una chiave più provocatoria e dissacrante.
A ben vedere, per afferrare la singolarità di Tart, la sua eccentrica versione
dello chef memoir archetipico – di cui conserva comunque numerosi topoi e figure
– è necessario inserirlo all’interno di quel corpus eterogeneo di romanzi, short
stories, personal essays e memoirs che sembrano essersi generati dall’urgenza di
rispondere a una domanda: la ragazza di venti anni e qualcosa oggi, come
dovrebbe essere? La figura di Slutty Cheff si afferra allora cogliendola nella
sua natura interstiziale, in quella dimensione liminale e sottilmente
contraddittoria che abita con disinvoltura, in cui può essere al tempo stesso
sorella dei cuochi di Kitchen Confidential, che bevono, imprecano e scopano nel
retro della cucina, ma anche delle divoratrici di Lara Williams e delle affamate
di Melissa Broder.
> Per afferrare la singolarità di Tart di Slutty Cheff, la sua eccentrica
> versione dello chef memoir archetipico è necessario inserirlo all’interno di
> quel corpus eterogeneo di romanzi, short stories, personal essays e memoirs
> che sembrano essersi generati dall’urgenza di rispondere a una domanda: la
> ragazza di venti anni e qualcosa oggi, come dovrebbe essere?
La proposta della rubrica su British Vogue arriva dopo un post in cui Slutty
Cheff ironizza sulla brigata, tutta al maschile, esibita con orgoglio sul suo
profilo Instagram dallo chef Thomas Straker che, dopo una rapida fortuna
conquistata su TikTok con cooking demo girati a casa durante il lockdown, ha
inaugurato il suo ristorante, Straker’s, a Notting Hill. Il contenuto di
Straker, volto a mostrare il team di cucina appena assemblato, ha sollevato
diverse polemiche da parte di critici, utenti ed esponenti della ristorazione,
perplessi di fronte all’omogeneità della squadra. Un’omogeneità che si esprime
anche in termini iconografici: nella foto i cuochi, tutti maschi bianchi,
indossano una candida e abbacinante divisa composta da un grembiule e una
t-shirt molto simile a quella sfoggiata dal personaggio di Carmy nella serie The
Bear, presto diventata una Internet sensation e un oggetto di culto tra i
cuochi. Sono ripresi in posizione frontale, tutti con le gambe divaricate e le
braccia conserte. Quasi nessuno sorride. Molti hanno tatuaggi visibili sulle
braccia. Lo chef è al centro dello spazio fotografico, l’unico munito di
torchon.
Alle critiche Straker risponde in modo stizzito e contradditorio. Prima fa
riferimento a una crisi nel settore dell’hospitality, dopo sostiene di
selezionare il suo personale solo in base alla passione e all’impegno, invitando
chiunque a mandare il proprio curriculum, per poi affermare che la mancanza di
donne nella sua cucina sarebbe riconducibile a una propensione delle donne
stesse a lavorare in ristoranti gestiti da donne e a più alta percentuale
femminile. Non manca occasione per ribadire quanto ami i “suoi ragazzi”.
L’articolo con cui Slutty Cheff risponde alle posizioni di Straker si intitola
“As A Woman Cook, I’m Well And Truly Done With The Fetishisation Of ‘Chef
Daddies’” e contiene già in nuce alcuni dei nodi tematici intorno a cui si
svilupperà Tart. Secondo l’autrice la spavalderia con cui Straker reagisce alle
accuse, liquidandole come “eccesso di cultura woke” è legittimata e forse
persino incoraggiata da un sistema mediale che ha fatto dell’“hot-chef” –
maschio, bianco, tatuato ‒ l’unico paradigma accettabile per chi lavora in
cucina, marginalizzando ed escludendo chiunque non vi aderisca.
La questione diventa dirimente proprio sul piano delle rappresentazioni con una
pluralità di prodotti audiovisivi strutturati intorno alla riproduzione dello
stesso tipo di chef – brillante, mercuriale, con evidenti problemi di rabbia –
che sembra così essere l’unico autorizzato a indossare il grembiule, a scrivere
menù e ad abitare gli spazi della cucina su cui spesso finisce per imporre una
disciplina militare e mortificante: il già citato The Bear; i film The Menu
(2022, di Mark Mylod), tutto incentrato sul progetto teatralmente orrorifico di
uno chef tirannico che nel suo ristorante, inquietantemente simile al Noma di
Copenaghen, mette in scena una performance macabra per i suoi
clienti-spettatori; Boiling Point (2021, di Philip Barantini) che, girato in un
unico piano sequenza ininterrotto, segue Andy, chef di un ristorante londinese
con problemi di debiti, alcolismo e dipendenza da cocaina, durante il servizio
del venerdì sera, in una esasperante successione di imprevisti che precipitano
rapidamente in un finale drammatico; Burnt (2015, Il sapore del successo, di
John Wells) in cui Bradley Cooper interpreta l’archetipo dello chef-rockstar dal
passato tormentato e dal temperamento geniale e saturnino – molto simile allo
chef inglese Marco Pierre White – ossessionato, come Marco Pierre White,
dall’obiettivo di far ottenere al suo ristorante tre stelle sulla guida
Michelin. Quello che scompare allora dalle narrazioni e dalle rappresentazioni è
il punto di vista sulla ristorazione da parte di chi sperimenta una posizione
laterale, da cui produrre una forma di racconto che non nasconda tale anomalia.
> La questione diventa dirimente proprio sul piano delle rappresentazioni con
> una pluralità di prodotti audiovisivi strutturati intorno alla riproduzione
> dello stesso tipo di chef – brillante, mercuriale, con evidenti problemi di
> rabbia – che sembra così essere l’unico autorizzato a indossare il grembiule.
In Tart Slutty Cheff recupera la lezione di Bourdain – “blood and organs,
cruelty and decay” -, restituisce centralità alla dimensione corporea e sensuale
che si registra nelle cucine, al corpo stesso di chi cucina, ma lo fa attingendo
alla sua esperienza di unica donna in brigata, con un repertorio di situazioni
che fino a questo momento sono state raramente comprese nell’orizzonte del
raccontato e del raccontabile. Ci sono gli spazi angusti, l’aria caliginosa e
rarefatta, gli odori acri. Ma ci sono anche le difficoltà di reggere il peso di
un lavoro che prevede turni lunghissimi, pause estremamente ridotte e compiti
fisicamente debilitanti con i dolori delle mestruazioni. La frustrazione e il
disagio di indossare divise disegnate per corpi maschili che non aderiscono a
quello femminile e che, quando lo fanno, finiscono per esporlo a uno sguardo –
maschile ‒ che vi individua una presenza estranea e un chiaro oggetto di
interesse sessuale. Al momento di legarsi il grembiule, durante il suo primo
turno di prova, l’anonima protagonista di Tart si sente attanagliata dalla
consapevolezza del proprio corpo che il grembiule stringe e rivela, mentre su
quello maschile scivola, senza porlo in enfasi.
Le strategie comunicative con cui Tart è stato promosso dalla stampa e sui
social rivelano quanto l’assenza di voci femminili – o comunque di voci
dissonanti rispetto al canone – abbia finito per indebolire, fino ad annullare,
possibilità e direzioni interpretative che rispondano alla specificità dei testi
stessi che vengono, invece, continuamente ricondotti a categorie e modelli
narrativi noti, conoscibili, spesso formulati come slogan. Ecco allora che Tart
si apparenta a Kitchen Confidential perché entrambi disvelerebbero il dietro le
quinte delle cucine. Una affermazione del genere non solo nega le intenzioni e
la soggettività dell’autrice, il suo peculiare punto di osservazione, ma si
dimostra anche piuttosto ingenua nella lettura e nella comprensione di un
panorama mediale che ha sfruttato a tal punto la narrazione del behind the
kitchen doors da averla consumata, eviscerata spolpata e dissanguata della sua
potenziale carica eversiva, fino a ridurla in brandelli.
Quando è uscito “Don’t Eat Before Reading This”, seguito l’anno successivo da
Kitchen Confidential, era il 1999: le cucine – nonostante la rivoluzione di
Alice Waters in California – erano ancora rigorosamente chiuse, tanto da essere
percepite dai clienti in sala come mondi separati, di cui forse intuivano la
natura labirintica e vagamente infernale, senza, però, che questo presentimento
rovinasse loro il pasto. Soprattutto non era ancora maturato quell’interesse
capillare e generalizzato nei confronti della ristorazione che si è iniziato a
registrare con l’approdo dei cuochi in televisione. C’erano già i foodie – il
termine appare per la prima volta nel 1981 in una recensione di Gael Green su
New York Magazine – ma non i food influencer. Alla luce di questo panorama, dei
media e della ristorazione, è comprensibile che l’operazione condotta da
Bourdain sia stata letta come un reportage dagli oscuri recessi delle retrovie
delle cucine, come un diario di bordo scritto nelle viscere di un ristorante da
destinare a un pubblico che prova, forse per la prima volta in modo così
considerevole, una fascinazione mista a disgusto per i dettagli sordidi e
putrescenti che lo chef-pirata gli rivela con piacere quasi sadico.
> Le strategie comunicative con cui Tart è stato promosso dalla stampa e sui
> social rivelano quanto l’assenza di voci femminili – o comunque di voci
> dissonanti rispetto al canone – abbia finito per indebolire, fino ad
> annullare, possibilità e direzioni interpretative che rispondano alla
> specificità dei testi stessi.
Il pesce è più fresco il venerdì; il giorno migliore per andare a cena fuori è
il mercoledì quando i cuochi sono appena rientrati dal loro weekend – lunedì e
martedì –, il burro che viene servito insieme al pane spesso proviene dagli
avanzi di altri tavoli; il brunch è solo un’occasione per riciclare,
camuffandolo, il cibo della sera prima: con queste massime, tra l’allarmistico e
il voyeuristico, viene reclamizzato il lavoro di Bourdain nel 1999. Nel 2025,
invece, tutto è già stato raccontato, le cucine sono state aperte, i feed di
Instagram e TikTok sono sommersi di reel realizzati dai cuochi direttamente
negli spazi delle cucine sulla formula del trend a day in the life. In un
panorama così saturo, dove i prodotti si assomigliano al punto da rendersi
spesso indistinguibili, la singolarità di Tart si misura sul piano
dell’eccessivo, lo stesso piano su cui risuonano più affascinanti e viscerali le
assonanze con Kitchen Confidential.
Il memoir si apre con un sentimento di paura e mortificazione: l’autrice si
trova nel mezzo di una delle scene a cui ci hanno ormai abituati i prodotti più
o meno finzionali sulla ristorazione: il rimprovero rabbioso, intriso di
risentimento e violenza verbale da parte dell’head chef. Al repertorio
conosciuto – urla e recriminazioni da una parte, terrore e umiliazione
dell’altra – si aggiunge qui una variazione che dischiude uno scenario
potenzialmente sconosciuto: Slutty Cheff è l’unica donna in cucina e in quanto
tale catalizza su di sé la curiosità dei membri maschili della brigata, tutti in
attesa di vedere come reagirà e, soprattutto, quando inizierà a piangere. Non
solo non piange, ma durante la pausa sigaretta – altro topos nella
rappresentazione della vita da chef – riflettendo sulle motivazioni che l’hanno
spinta ad abbandonare il lavoro da ufficio per abbracciare la sfibrante routine
del ristorante, individua la ragione di tutto il suo agire nella ricerca
ossessiva del troppo. Un troppo agognato e vagheggiato non solo nel lavoro, ma
anche nella vita personale, nelle relazioni romantiche, nella dimensione
sessuale: “I don’t want my job to be a means to an end; I want it to be a
pilgrimage of passion. I don’t want my sex life to be active; I want it to be
award-winning. I don’t want my love to be lacklustre; I want it to be
life-changing. I don’t want my oyster to be the size of a little snot rocket; I
want it to be a fleshy bulbous pearl swimming in an iridescent sea of salty
juice”.
Questa quête vertiginosa dell’esperienza più esaltante, questo desiderio di
continuare a desiderare incontra il suo oggetto amoroso, il suo inevitabile
punto di approdo, nel ristorante. Non solo perché i ristoranti, insegna Gopnik,
sono sin dalle loro origini luoghi del possibile, illusione del potenziale, ma
soprattutto, perché nella vita in cucina l’autrice intravede quell’amalgama
gorgogliante, il rimescolamento di quel brodo primordiale di umori, sangue,
desiderio sessuale, quella tensione adrenalinica che tiene in piedi e anima il
servizio, quel sovvertimento carnevalesco delle norme e delle forme del vivere
civile che ha già attirato le inquietudini e le irrequietezze di molti prima di
lei. Nell’intervista a Dunham, tra i motivi che l’hanno spinta a lavorare in
cucina indica anche questa specifica atmosfera, lei la definisce sexy, ma – per
citare Gopnik che cita Balzac – credo si possa intendere più precisamente come
“impudica e sfrontata, risonante di voci”. La stessa, a ben vedere, che
caratterizza gli spazi del mangiare fuori da quando questi si sono strutturati
nella forma che conosciamo oggi. Se la connotazione erotica del ristorante
sembra più evidente dal punto di vista di chi ne fruisce come cliente, ha senso
ricordare che, per chi è dall’altra parte, cucinare “è ancora in grande parte
una questione di temperatura”.
> In un panorama così saturo, dove i prodotti si assomigliano al punto da
> rendersi spesso indistinguibili, la singolarità di Tart si misura sul piano
> dell’eccessivo, lo stesso piano su cui risuonano più affascinanti e viscerali
> le assonanze con Kitchen Confidential.
È in questa direzione che credo si possa attribuire un senso allo strillato
slogan “l’unica donna in cucina” con cui è stato in parte promosso Tart, nel
tentativo di Slutty Cheff di decolonizzare con il suo racconto – orgogliosamente
ombelicale – se non la cultura maschile e tossica delle cucine, quanto meno il
desiderio e le sue inquiete ambiguità che in quegli spazi si registrano e che
lei stessa si sente legittimata a provare. Un’ambiguità che passa anche
attraverso il continuo interrogarsi dell’autrice su come verrà percepita dai
componenti maschili della brigata, in un’oscillazione ondivaga tra il desiderio
di scomparire e quello di essere apprezzata nella sua fisicità femminile, di non
attirare sguardi su di sé e di immaginare relazioni sessuali con i suoi
colleghi. Credo che Tart possa inserirsi a buon diritto nelle discussioni
intorno al presunto carattere ombelicale dei memoir e della narrativa femminili
– troppo spazio concesso ai corpi, al sesso, al genere e al potere, alle
questioni domestiche, in definitiva troppo femminili – su cui riflette Melissa
Febos in Body Work. The Radical Power of Personal Narrative (2022) e su cui si è
da tempo catalizzato un certo dibattito da cui sembrano esenti i memoir maschili
– audaci e coraggiosi.
Non solo perché corpo, sesso, identità di genere sono nuclei tematici ben
presenti nel testo ma perché il filtro attraverso cui questi aspetti vengono
indagati è quello della cucina, del cibo, quindi dell’organico e del residuale,
di un oggetto su cui ancora pesa l’accusa, formulata spesso velatamente e con
una certa condiscendenza, di essere un argomento deteriore e prosaico,
probabilmente al pari dei sentimenti e della sessualità – femminili, ovviamente.
La fame, soprattutto quella accecante e senza oggetto, e un’avidità che si
esprime con il desiderio inebriante di volere tutto – più volte Slutty Cheff si
definisce “a greedy person” che non vuole mangiare ma divorare e curiosamente,
quasi due secoli prima di lei, Elizabeth Pennell compie una piccola rivoluzione
nel food writing con il suo The feasts of Autolycus. The diary of a Greedy Woman
– sembra essere molto presente nelle scritture femminili contemporanee. Un
disordine emotivo simile a quello avvertito da Slutty Cheff si percepisce nella
femminilità non addomesticata, non pacificata e spesso contraddittoria delle
figure di Send Nudes, la raccolta di racconti d’esordio della scrittrice
britannica Saba Sams, inclusa nel Granta’s Best of Young British Novelists del
2023. Come Slutty Cheff, Sams insegue una “scrittura sexy” e impudica, che passa
per situazioni aggrovigliate, immagini sciatte, trasandate, molto spesso
avvilenti, atmosfere vischiose. Non casualmente il suo primo romanzo si intitola
Gunk ed è intriso di liquidi corporei.
> Il tentativo di Slutty Cheff è di decolonizzare con il suo racconto –
> orgogliosamente ombelicale – se non la cultura maschile e tossica delle
> cucine, quanto meno il desiderio e le sue inquiete ambiguità che in quegli
> spazi si registrano e che lei stessa si sente legittimata a provare.
Queste ragazze non proprio per bene che popolano i coming of age britannici sono
vicine, sorelle, nella loro voracità, nel loro essere insaziabili. Trovo
piuttosto bizzarro il commento di Jessa Crispin che, proprio in riferimento a
Send Nudes parla di personaggi femminili senza scopi e senza desideri, privi di
agency, deprecando, da Sally Rooney a Catherine Lacey, la proliferazione di
romanzi popolati da “ragazze indifese come meduse spiaggiate”. Credo sia
evidente, invece, quanto queste figure siano vibranti, scomposte nei loro
famelici e ben poco “femminili” appetiti. Sono Roberta e Stevie, le divoratrici
di Lara Williams che fondano il Supper Club dove preparano sontuosi banchetti
con cibo recuperato dai cassonetti, per concedere uno spazio di libertà ai loro
desideri eccessivi; è l’anonima protagonista di Tinderloin – gioco di parole tra
Tinder e tenderloin – di Saba Sams che vive circondata dall’odore ferroso della
carne e mangia salsicce di cinghiale; sono le pretty pieces of flesh di Colwill
Brown che si ubriacano con alcol scadente, fanno sesso deludente e rubacchiano
nei supermercati; è la voce narrante di Everything I Know about love (2018) di
Dolly Alderton che scrive liste lunghissime, manda email altrettanto lunghe ai
suoi amici e si appunta la ricetta della sole meunière; ma è anche la vampira
Laura che in Woman, Eating di Claire Konda si nutre di sangue di maiale e di
video su YouTube che mostrano ragazze che mangiano.
Forzando i limiti geografici si può includere in questa disamina di donne
affamate anche A Certain Hunger (2020) dell’americana Chelsea G. Summer, un
American Psycho versione foodie femminista la cui protagonista, una food writer
e serial killer di uomini, ormai in carcere, ricorda i pasti che ha consumato
nella vita, compresi quelli umani, in una coincidenza di desideri alimentari e
sessuali; e Butter della scrittrice giapponese Asako Yuzuki che, attraverso la
storia di una donna accusata di sedurre gli uomini con il cibo per poi
ucciderli, propone un’acuta riflessione sul rapporto tra cibo e trauma e sullo
stigma che ancora subiscono le donne giapponesi che non mangiano in modo
morigerato e contenuto.
Tart declina la reality hunger alla base degli esperimenti autobiografici e
memorialistici in un’erotica della cucina dal tono confessionale. Con la sua
scrittura urgente, ruvida, quasi aspra nella sua immediatezza dà forma a una
narrazione che forza i limiti dello chef memoir, svolta gli angoli e non teme,
ma anzi, ricerca gli estremi.
Mentre ragionavo sugli chef memoir scritti da donne mi è tornato in mente il
libro Flâneuse: Women Walk the City in Paris, New York, Tokyo, Venice and London
(2017) di Lauren Elkin, saggio narrativo e personal essay che ricostruisce una
genealogia letteraria e culturale della figura della donna che abita lo spazio
urbano attraversandolo a piedi. La geografia disegnata dal titolo coincide con
quella delle città tra cui l’autrice si è mossa e in cui, in perfetta aderenza
con la sua materia di studio, ha vagabondato, in cui si è persa. Alla sua
esperienza si sovrappone quella di scrittrici, registe, artiste, intellettuali
che hanno trovato nella dimensione della città uno spazio in cui potersi
nascondere e uno palcoscenico su cui potersi esibire. In apparenza la condizione
dalla flâneuse sembra agli antipodi di quella della chef: da una parte tensione
verso l’esterno, dall’altra chiusura in un luogo che, nonostante tutto, rimane
ancora celato allo sguardo. Donne erratiche e girovaghe e donne stanziali
intorno a un fuoco.
Una corrispondenza è però ipotizzabile guardando alla posizione acentrica in cui
entrambe si sono trovate quando si sono volte alla conquista di spazi – la
città, di derivazione ottocentesca e borghese, e il ristorante, di derivazione
ottocentesca e borghese – associati al maschile, espressione di una postura
maschile nei confronti della realtà e della fruizione dei luoghi, vissuti e
popolati da corpi maschili. Questo punto di partenza periferico, nel passeggiare
come nel cucinare, si traduce allora in forme espressive che funzionano perché,
tra le altre cose, restituiscono i passaggi di una progressiva emancipazione da
una visione monodimensionale del mondo. Le scritture femminili che provengono
dalle cucine sono sempre generative e feconde perché tutte contengono le tracce
di un processo trasformativo in atto. Anche quando sembrano replicare modelli
maschili compiono sempre uno sforzo di immaginazione. Sono scompigliate e
indisciplinate proprio perché lasciano intravedere i segni di un corpo a corpo
per sottrarsi a una formula univoca e inventarne una nuova, in cui riconoscersi.
È difficile e galvanizzante immaginare quali saranno i territori in cui si
spingeranno i prossimi chef memoir scritti da donne. Quello che è certo è che
there will be blood (e magari anche bones and butter).
L'articolo Oltre gli chef star proviene da Il Tascabile.
Tag - autobiografia
W alter Pater lo aveva intuito: l’incantamento nasce dal saper abitare uno
spazio nel tempo, cogliendo le sue molteplici stratificazioni. Così Mario Praz
si è fatto custode di un tempo che si deposita nelle cose, negli oggetti, nelle
mura che sanno parlare con la voce del passato. Nel racconto della casa di via
Giulia, e poi in quella di palazzo Primoli, Praz mette in scena una tensione
sottile ma costante: da un lato, il fascino inesausto dell’antico; dall’altro,
le ferite aperte dalla modernità. La casa diventa così “rifugio dell’anima”,
spazio protetto in cui l’estetica resiste all’entropia del presente. Fuori,
invece, Roma cambia volto: si deforma, si affolla, perde la sua voce silenziosa.
Roma è al cuore di questo contrasto, con la sua duplice natura: città di eterna
bellezza, ma anche di caotico presente. Un tempo – scrive Praz – “esisteva una
città in cui l’incantato viandante poteva, quando che volesse, appartarsi un
poco dalle non molte vie battute da un moderato traffico”, respirando un’aria
fatta di silenzi e rievocazioni.
Quella era la sua Roma: sospesa tra rovine e memorie, fatta di scorci isolati e
atmosfere ideali. “Al di là del Colosseo, s’era subito tra silenzi e rovine”, in
quell’insieme di culto e rusticità tanto caro a Walter Pater. Una città che non
era ancora “invasa” da auto e turisti, ma si offriva come un teatro aperto di
“oasi di silenzio”, dove le epoche convivevano intatte in un mosaico di
bellezza. Oggi quella Roma è quasi scomparsa, come dimostrano le vedute
malinconiche del pittore russo Andrej Beloborodov. Nei suoi quadri, la città
appare svuotata, “ripulita dagli uomini”, come per vendetta contro il traffico e
la confusione che la opprimono. In questa trasfigurazione, Roma diventa una
“solitudine sacra”, un luogo in cui l’eterno si manifesta nella sua purezza,
senza la zavorra dell’effimero. Henri de Régnier, che ammirava questi dipinti,
scrisse che quella era una Roma “viva e vera”, proprio perché liberata dalla
presenza umana. Un’affermazione amara, che allude alla nostra incapacità
contemporanea di abitare la bellezza senza consumarla. L’uomo moderno ha
sacrificato la fragile magia degli spazi antichi in nome della funzionalità,
trasformando la città in un groviglio di metallo, traffico e rumore.
> Nel racconto della casa di via Giulia, e poi in quella di palazzo Primoli,
> Praz mette in scena una tensione sottile ma costante: da un lato, il fascino
> inesausto dell’antico; dall’altro, le ferite aperte dalla modernità.
Il confronto tra la Roma vissuta da Praz e quella contemporanea si fa
particolarmente vivido nelle osservazioni di Giorgio Torselli, autore di un
amaro resoconto sulle trasformazioni urbane delle piazze romane (1979). Nel suo
volume dedicato al cuore monumentale della città, Torselli documenta una realtà
in cui l’armonia originaria degli spazi è ormai compromessa: automobili in
sosta, cartelloni pubblicitari, segnaletica invadente, edifici anonimi ne hanno
alterato profondamente il volto. La fotografia, per lui, si rivela uno strumento
inadeguato: troppo “oggettiva”, incapace di selezionare, interpretare, esaltare
la bellezza come facevano un tempo i pittori e gli incisori. Bellotto o Piranesi
potevano deformare la realtà per restituirne l’anima; la fotocamera moderna,
invece, registra solo ciò che trova, senza mediazioni estetiche. Emblematica è
la sua osservazione su piazza del Popolo: nella fotografia, dice, sembra “un
cesto d’uova”, e le uova sono le auto in sosta.
Il vero problema, però, non è solo tecnico: è la perdita di senso, di maestà, di
bellezza. Le piazze, che un tempo apparivano come “vastissime sale a cielo
scoperto”, si sono ridotte a spazi funzionali e congestionati. La malinconia di
Torselli non è solo quella dell’artista frustrato, ma di chi assiste impotente
alla deturpazione di un paesaggio culturale. Le sue descrizioni diventano a
tratti elenchi asciutti, quasi burocratici, privi di slancio formale; ma proprio
in questa asciuttezza si avverte un dolore trattenuto, una nostalgia discreta e
profonda. È emblematico il paragone con la Raccolta di vedute della Calcografia
di Agapito Franzetti del 1799, dove persino le piazzette minori, come quella di
Santa Maria della Pace, sono rappresentate nella loro integrità e dignità. Oggi
invece, come denuncia Torselli, la vera protagonista è l’auto in sosta, simbolo
di una città che si è piegata all’“andar su quattro ruote” con comodità ma al
prezzo di una distruzione quasi irreparabile del paesaggio storico.
Eppure nelle prime ore dell’alba, quando il silenzio e la calma riempiono le
strade, Roma torna a rilucere nel suo splendore antico, recuperando per pochi
istanti la “magica bellezza” che le è propria. Ma anche questa illusione è
fragile, perché il traffico, i turisti, la frenesia quotidiana tornano presto ad
assalire la città, a soffocarla in un groviglio di rumori e deturpazioni. In
questo contesto, la casa di Praz emerge come un’oasi privata, un rifugio che
tenta di preservare, nelle sue stanze, nei suoi arredi, nei suoi lampadari
settecenteschi firmati Thomire, un frammento di quell’universo estetico che la
città sembra aver ormai perduto. Le sue mura non sono solo confini fisici, ma
limiti spirituali che proteggono la memoria e la bellezza dall’incedere caotico
del presente. A Roma, in via Zanardelli, è Palazzo Primoli, l’ultima residenza
di Mario Praz. Dal 1986, quando fu acquistata dallo Stato italiano, è una delle
rare case museo in Italia, che accoglie la collezione di arredi e opere d’arte
(1200 pezzi) riunita dal celebre anglista. Dal 1995 la casa museo è aperta al
pubblico come polo museale alle dipendenze della Galleria nazionale d’arte
moderna.
Palazzo Primoli, originariamente residenza del conte-dandy Giuseppe Primoli, si
affermò come un celebre salotto mondano della Belle époque. È qui che, il 16
marzo 1908, Gabriele D’Annunzio rimase folgorato dalla contessa russa Nathalie
de Goloubeff, futura amante e musa ispiratrice della Fedra, a cui il poeta
conferì il nome emblematico di Donatella Cross. Praz vi si trasferì intorno alla
metà degli anni Sessanta, dopo aver lasciato palazzo Ricci, la “casa della vita”
di via Giulia. L’appartamento romano di Mario Praz, al terzo piano di palazzo
Primoli, è molto più di uno spazio abitativo: è un microcosmo estetico, un
autoritratto in forma di stanze. Qui il tempo sembra essersi fermato, come se
ogni oggetto avesse trovato il suo posto definitivo in una mappa dell’anima.
L’atmosfera, sfuggente nei dettagli ma fortemente percepibile, è quella di
un’intelligenza raffinata, malinconica, assoluta. La Stimmung – per usare una
parola cara a Praz – è immediatamente riconoscibile.
> L’appartamento al terzo piano di palazzo Primoli è molto più di uno spazio
> abitativo: è un microcosmo estetico, un autoritratto in forma di stanze. Qui
> il tempo sembra essersi fermato, come se ogni oggetto avesse trovato il suo
> posto definitivo in una mappa dell’anima.
Nulla in questa casa è sfarzoso, eppure tutto risponde a un gusto preciso,
colto, selettivo. Nove ambienti, distribuiti tra due nuclei uniti da una
galleria, compongono questo itinerario domestico: lo studio con i ritratti a
cera del Diciassettesimo secolo; la camera da letto decorata da grandi papier
peint di fine Quattrocento; una biblioteca privata dove l’arredo e i volumi si
rispecchiano; una seconda stanza dedicata ai mobili in miniatura e ai giocattoli
ottocenteschi; e infine una sala da pranzo dipinta in un intenso rosso
pompeiano. Ogni oggetto qui è carico di significato, e molti raccontano
silenziosamente storie dimenticate. La casa ospita opere di artisti minori –
italiani, francesi, tedeschi, inglesi – come Carlo Labruzzi o François-Xavier
Fabre, accanto a una testa attribuita a Canova. Ma più che il valore dei singoli
pezzi, conta la loro armonia, la trama invisibile che li tiene uniti. Due statue
di Cupido, scolpite da Adamo Tadolini e Tito Angelini, segnano l’inizio e la
fine del percorso: la prima incarna la forza del desiderio; la seconda, con
l’arco spezzato, ne racconta l’estinzione. È una parabola silenziosa,
disseminata tra lampadari, consolle e specchi: una riflessione sulla vita,
l’amore, la vecchiaia.
Praz non fu un semplice collezionista. Non accumulava: ordinava, selezionava,
abitava gli oggetti come se fossero presenze vive. Per lui, lo stile era l’uomo,
e la casa, il suo doppio. Ogni ambiente era un “potenziamento dell’anima”, una
“cassa armonica” in cui l’io potesse risuonare davvero: un luogo “dove, e costì
soltanto, le sue corde rendono la loro autentica vibrazione; tutto l’ambiente
finisce con il diventare un calco dell’anima, l’involucro senza il quale l’anima
si sentirebbe come una chiocciola priva della sua conchiglia”. Nella
disposizione degli arredi, anche la geometria ha un ruolo: dietro l’apparente
affollamento si disegna un ordine preciso, quasi musicale, che fa
dell’appartamento un rifugio, una fuga dalla confusione del presente e dal
rumore della città. Laddove le piazze sono invase dal frastuono e dalla
confusione, la home diventa il luogo della calma e della contemplazione, un
teatro in cui la luce dei lampadari si rifrange in cristalli e specchi,
restituendo un’eco di tempi lontani e nobili.
Così, il rapporto di Praz con Roma si dipana tra una nostalgia struggente e una
feroce consapevolezza: Roma è “una città perduta” eppure è anche un infinito
patrimonio di segreti e memorie da custodire. Praz, collezionista e narratore,
non si arrende all’oblio. Piuttosto, con un amore profondo e quasi ossessivo,
egli ricostruisce un microcosmo di bellezza e civiltà, un santuario domestico in
cui il passato è ancora vivo e palpabile. Questo viaggio attraverso le pieghe
più segrete e al tempo stesso più monumentali della Roma antica e della sua
memoria è un omaggio non solo alla città eterna, ma a quella parte intima e
nascosta che ogni studioso e appassionato porta dentro di sé. I saggi su Roma di
Pietro Paolo Trompeo e Giuseppe Lugli, letti e interpretati da Praz, si
dispiegano in un dialogo che sintetizza due modi complementari di vivere e
raccontare Roma. Attraverso Trompeo, Praz intuisce che la storia della città non
è solo un susseguirsi di eventi e monumenti, ma un tessuto vivo fatto di voci
popolari, piccole storie quotidiane, un mosaico di “sorrise parolette” che
svelano l’anima pulsante di un popolo dietro le pietre. La scrittura di Trompeo
diventa per Praz una poesia della città, capace di catturare il respiro umano e
la memoria collettiva, e di restituire una Roma intima, quasi domestica, fatta
di vicoli, di angoli appartati, di memorie incise nella pietra e nel cuore dei
suoi abitanti.
> Praz non fu un semplice collezionista. Non accumulava: ordinava, selezionava,
> abitava gli oggetti come se fossero presenze vive. Ogni ambiente era un
> “potenziamento dell’anima”, una “cassa armonica” in cui l’io potesse risuonare
> davvero.
Lugli, d’altro canto, con il rigore scientifico e la precisione erudita del suo
lavoro archeologico, restituisce a Praz l’immagine di una Roma “solida”,
costruita sulle vestigia di una civiltà che si svela in ogni frammento, ogni
pietra, ogni restauro attento. La voce di Lugli è quella del paziente custode,
che smonta miti e leggendarie sovrastrutture per ricostruire un volto più
autentico e concreto della città antica, un volto che non perde nulla del suo
fascino ma guadagna in profondità e verità storica. Per Praz, allora, Trompeo e
Lugli diventano due facce di uno stesso medesimo amore per Roma: quella capacità
di sentire la città come organismo vivente, complesso e stratificato, in cui
passato e presente convivono in un intreccio di memorie, storie e archeologie. È
proprio da questo incrocio che scaturisce la tensione che attraversa la sua
opera e la sua vita: la struggente nostalgia per una città che sembra
scomparire, inghiottita dal caos della modernità, ma anche la consapevolezza che
Roma non è solo un museo a cielo aperto, bensì un’entità viva e pulsante, capace
di parlare a chi sa ascoltarla.
Attraverso la lente di Praz, la lezione di Trompeo e Lugli diventa un invito a
non ridurre Roma a un semplice monumento o a un libro di storia, ma a viverla
come un’esperienza profonda, capace di evocare sentimenti, di far risuonare la
memoria, di rivelare un’anima che si perpetua nel tempo. È questa la sfida e la
magia di chi, come Praz, sa abitare la città senza consumarla, custodendo
l’incanto e la bellezza in uno spazio in cui il tempo si stratifica e si fa
materia viva.
In un’epoca in cui spesso la fretta e la superficialità dominano il rapporto con
il passato, tornare a queste letture è un atto di resistenza culturale, un modo
per ritrovare radici, senso e bellezza. Roma, come ben sappiamo, non è solo una
città da visitare, ma da vivere, respirare, capire. E questi testi, con la loro
profondità e il loro fascino, sono guide insostituibili in questo cammino. Il
legame di Praz con Roma si manifesta come un complesso e profondo intreccio fra
la dimensione personale e quella culturale, tra il tempo della storia e quello
della memoria privata. Non si tratta semplicemente di un attaccamento geografico
dettato da una lunga residenza nella capitale, bensì di una vera e propria
relazione esistenziale, in cui la casa di via Giulia si erge a luogo simbolico,
testimone e custode di un mondo ormai in via di scomparsa.
Roma non è soltanto lo sfondo storico e artistico entro cui si muove il
professore, ma è l’epicentro di un dialogo continuo tra passato e presente, un
palcoscenico su cui si riflettono i moti interiori, le nostalgie e le
meditazioni sulla decadenza di una civiltà. Nelle pagine da lui dedicate alla
casa, emerge con forza una tensione tra il desiderio di conservare il bello e il
funzionale, tra l’estetica e la realtà quotidiana. L’allestimento del suo
appartamento, con i suoi arredi e oggetti, non è mai un semplice esercizio di
erudizione o collezionismo, ma una vera e propria dichiarazione di identità, un
“tour de force” – per usare le parole di Cyril Connolly – che rivela “un occhio
di formica pei piccoli oggetti, un eccessivo senso della loro importanza” in
relazione a sé stesso.
> Il legame di Praz con Roma si manifesta come un complesso e profondo intreccio
> fra la dimensione personale e quella culturale, tra il tempo della storia e
> quello della memoria privata.
La home, dunque, si configura come una sorta di “tempio della convenienza” in
cui si incontrano la storia personale e quella collettiva, una dimora che
racconta storie e custodisce atmosfere, ma anche un luogo in cui si consuma la
tensione tra ciò che è possibile preservare e ciò che inevitabilmente va
perduto. Lo stesso Praz ammette le difficoltà incontrate nella sistemazione del
bagno, dove il funzionale si scontra con l’estetico, e rinuncia a ogni orpello
che non sia strettamente necessario, riconoscendo così i limiti imposti dalla
realtà quotidiana. La presenza del rubinetto a forma di cigno e del desiderio di
un’antica sedia stercoraria di porfido si confrontano con la “medietà” del
moderno e la difficoltà di reperire pezzi d’epoca, che esemplificano questa
lotta tra passato e presente.
Ma è nella descrizione degli ambienti, dei lampadari, delle tende e dei quadri
che si dispiega la vera potenza evocativa di questa casa romana. I lampadari,
tra cui quello a forma di mongolfiera firmato Thomire e quello di bronzo a
diciotto luci coronato da una statuetta di Mercurio, diventano simboli non solo
di eleganza e gusto, ma anche di un’epoca, di una sensibilità, di un legame con
il passato che va al di là della mera decorazione. Baudelaire, citato da Praz,
ricordava con tenerezza il lampadario come “un oggetto cristallino, complesso,
circolare e simmetrico”, espressione sublime della bellezza teatrale, un
dettaglio che riporta alla centralità dell’estetica nella vita di Praz.
La casa è poi teatro anche di una dimensione simbolica e metaforica, come
attestano le due statue di Amore, collocate ai due estremi della galleria:
quella inginocchiata, che estrae una freccia dal turcasso, e quella che spezza
l’arco, rivolgendo il volto al cielo o forse al busto di Luciano Bonaparte.
Questi elementi, quasi delle sentinelle silenziose, suggeriscono un’eterna lotta
tra l’amore e la vecchiaia, tra l’anelito alla giovinezza e la consapevolezza
della fine, temi che attraversano l’intera esistenza di Praz. Così come i versi
latini della veduta di Verona – “Nemo tuis immunis erit puer improbe telis,
Socrates iuvenis studuit, grandaevus amavit” – riecheggiano nella sua biografia
interiore: da giovane studioso e da uomo ormai segnato dal tempo.
A Praz si deve uno dei “romanzi” più singolari della nostra letteratura, La casa
della vita. Transitando da un ambiente all’altro della propria abitazione, egli
descrisse le varie collezioni raccolte nel tempo, con un intenso afflato lirico.
La casa della vita, al suo primo apparire nel 1958, fu salutato da Vittorio
Gabrieli come “l’opera più complessa del Praz, che abbraccia tutti i suoi
aspetti, di erudito, di saggista, di storico e di filologo”. È un libro
certamente singolare, essendo la descrizione della casa dello scrittore, ovvero
degli oggetti che ha raccolto in mezzo secolo di collezionismo: specchi,
baldacchini, tele, cristalli, bronzi, cere, preziosi ninnoli e soprammobili. Una
foresta incantata, pronta ad animarsi al passaggio del suo proprietario, la cui
sola arma è la prosa chiara, rigorosa ed evocatoria nel tempo stesso. Quanto
all’origine del titolo, c’è da dire che la “casa della vita” era per gli antichi
egiziani la cella più interna della piramide, quella dove veniva deposta la
mummia del faraone; il luogo dove sarebbe proseguita la vita ultraterrena e dove
la capacità trasfigurante dell’architettura avrebbe dovuto conservare incorrotto
il corpo del sovrano divinizzato. Così, nel libro, assistiamo a una sorta di
magica trasmutazione: i mobili, i quadri, i libri, i ninnoli, inseguiti ed
infine radunati con l’amore esclusivo ed eccentrico di ogni collezionista,
acquistano voce propria, svelano la propria storia, ricostruiscono l’epoca in
cui furono creati e le vicende degli antichi possessori. Ne risulta come un
grande e singolare accordo sinfonico che costituisce uno degli approdi più
suggestivi ed originalmente saldi della prosa novecentesca italiana.
Definire Praz semplicemente collezionista significherebbe sminuirlo. Già lo
aveva compreso Edmund Wilson, che così si era espresso: “Lo si deve considerare
innanzitutto un artista e oso dire nemmeno un artista nel campo delle lettere
perché la sua attività come collezionista di mobili, pitture e objets d’art fa
parte della sua produzione allo stesso modo dei libri che ha scritto”. Praz ha
riunito nel suo appartamento romano, uno dei più preziosi musei privati della
Roma moderna. L’argomento potrebbe apparire a prima vista irrilevante a un
osservatore superficiale ed inesperto: ed invece offre la testimonianza della
magia trasformatrice che promana dal gusto e dallo stile di Mario Praz, che fu
sempre fedele all’assunto di un anonimo “scrittore mistico tedesco”, citato da
Walter Pater in Mario l’epicureo (1882): “una casa è né più né meno che
un’espansione del corpo del suo abitatore” e “il corpo non è altro che una
proiezione, un’espansione dell’anima”.
> La casa di Praz si configura come un microcosmo in cui si riflette la più
> ampia esperienza della cultura occidentale, tra memoria e decadenza, tra
> estetica e realtà, tra resistenza e rassegnazione.
In questa prospettiva, la casa di Praz si configura come un microcosmo in cui si
riflette la più ampia esperienza della cultura occidentale, tra memoria e
decadenza, tra estetica e realtà, tra resistenza e rassegnazione. Non è un caso
che il professore stesso venga rappresentato in forma quasi archetipica nel film
di Luchino Visconti Gruppo di famiglia in un interno (1974), che pone al centro
della narrazione il contrasto tra un passato di nobiltà e il presente
turbolento, abitato da una “banda di giovani drogati e dissoluti”. Una simile
immagine riflette lo spaesamento di Praz e il senso di un’epoca che si chiude,
lasciando spazio a forze nuove e spesso incomprensibili. La Roma di Praz non è
dunque soltanto la città eterna, ma un luogo di conflitti interiori, di
riflessioni sull’arte e sul tempo, sulla perdita e sulla conservazione. La sua
casa è un’opera d’arte a sé, un’espressione concreta di un mondo ideale, dove
ogni dettaglio – dal pavimento alla tazza del bagno decorata – racconta una
storia, evoca un passato, testimonia una sensibilità. Ed è in questo luogo che
Praz si confronta con la propria vecchiaia e con la necessità di accettare il
mutamento inevitabile.
La sua dimora diventa così, al tempo stesso, un rifugio e un monumento,
un’ultima testimonianza di un’estetica che cerca di opporsi al disordine e
all’oblio, in un mondo che cambia e che spesso appare crudele. In questo senso,
il libro che racconta la casa di Roma non è solo una guida di arredamento o un
catalogo di curiosità, ma un vero e proprio poema della memoria, della vita e
della cultura. In definitiva, il rapporto di Praz con Roma e con la sua casa ci
invita a riflettere sul valore del tempo, della memoria e della bellezza come
strumenti per affrontare l’esistenza. La casa non è solo uno spazio fisico, ma
un luogo dell’anima, un archivio di emozioni e di storie, dove si intrecciano il
privato e il pubblico, il passato e il presente, l’arte e la vita.
Roma, città dalle molteplici identità e stratificazioni, ha esercitato su Praz
un fascino profondo e complesso, non riducibile al semplice amore per un luogo
natale o a un’adesione sentimentale alla sua millenaria storia. Nel suo rapporto
con la città, Praz ha saputo coniugare il rigore dell’erudito con la sensibilità
del poeta e la perspicacia del critico, restituendoci un ritratto di Roma che è
insieme intimo e universale, storico e simbolico. La casa dove Praz abitò in via
Giulia, e quella successiva a palazzo Primoli, non sono mai state meri spazi
abitativi, ma nodi di una rete di memorie e suggestioni culturali. A palazzo
Ricci, la casa in via Giulia, si respirava un’atmosfera che si poteva idealmente
accostare allo spirito del Galateo di monsignor Giovanni Della Casa, simbolo di
una tradizione familiare e culturale fondata sulla raffinatezza, il decoro e la
dignità umanistica. Qui, però, è soprattutto la presenza evocata di Montaigne –
il principe dei saggisti, vero capostipite di quella genealogia intellettuale a
cui Praz si sentiva appartenere – a nobilitare il luogo. Un busto di Montaigne
nella nuova dimora di palazzo Primoli proietta un’aura di riflessione meditativa
e sobria eleganza, tanto più significativa in un contesto architettonico e
storico ricco di echi napoleonici e borghesi.
Praz non si limita a percepire Roma come un museo o un palinsesto archeologico,
bensì ne vive le atmosfere più minute e segrete: le case, le insegne, le scritte
murali, le vedute dall’alto. Il dialogo tra il passato e il presente, tra la
realtà quotidiana e l’ideale letterario, si compie in quegli scorci di città che
egli osserva con l’occhio attento del letterato e del viaggiatore, del
nostalgico e del critico. È in queste sfumature, talvolta trascurate dai più,
che si rivela la vera anima di Roma, che Praz coglie e ci trasmette.
Nell’osservazione della città si intrecciano riferimenti letterari che vanno da
Montaigne a Joyce, da Hawthorne a Henry James, passando per la presenza evocata
di D’Annunzio e di altri grandi protagonisti della scena culturale europea.
Questo intreccio di memorie rende la Roma di Praz una città dello spirito e
della letteratura, una città di presenze invisibili che animano il tessuto
urbano e lo rendono vibrante di senso.
> Nel suo rapporto con la città, Praz ha saputo coniugare il rigore dell’erudito
> con la sensibilità del poeta e la perspicacia del critico, restituendoci un
> ritratto di Roma che è insieme intimo e universale, storico e simbolico.
Le vedute panoramiche da palazzo Primoli, con le loro cupole, torri e altane,
non sono solo paesaggi; sono simboli di una città che si mostra nella sua maestà
e nella sua quotidianità. Quella “distesa dei tetti” dove raramente si scorge
vita giovane è un’immagine di quiete e di tempo sospeso, di un’incombente storia
che convive con la più semplice vita rionale. La Roma di Praz è così anche un
luogo di contrasti: tra la monumentalità degli edifici religiosi e il mormorio
silenzioso delle strade, tra la storia celebrata e le tradizioni popolari, tra
il vecchio e il nuovo. In questo senso, la Roma raccontata da Mario Praz non è
un monumento inanimato, né un semplice repertorio di fatti storici, ma un
organismo vivente, pulsante di storia, arte, letteratura e umanità. Il suo
sguardo è quello di un uomo che sa leggere il segno del tempo sulla pietra e
sulla carta, che trova nella città una fonte inesauribile di riflessione e di
bellezza, e che ci consegna, attraverso le sue pagine, un patrimonio culturale
che va oltre la semplice erudizione per farsi esperienza di vita e di
contemplazione.
Così, nella ricchezza dei suoi scritti su Roma, Praz ci offre una testimonianza
preziosa: non solo di una città, ma di un modo di guardarla, di abitarla e di
comprenderla, che è insieme intellettuale e sensibile, storico e affettivo. Un
invito a scoprire Roma non come semplice spettatori, ma come partecipi di una
tradizione viva, in cui ogni pietra, ogni angolo, racconta una storia, un
segreto, un’emozione.
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