I l pensiero di Mark Fisher è stato per molti un antidoto alla disperazione. Sul
suo celebre blog k-punk – definito da Simon Reynolds “una sorta di canale di
negoziazione tra cultura popolare e teoria” e descritto dallo stesso Fisher come
“il mio modo di concepire la teoria, prevalentemente attraverso la cultura
popolare” – era facile trovare riflessioni che rappresentavano, e per certi
versi lo fanno ancora nei suoi libri, un punto di ancoraggio davanti al tracollo
non solo delle idee contemporanee, ma dell’intero universo che le ha prodotte.
In un’epoca in cui le guerre si fanno sempre più globali, la povertà amplia
sempre di più la sua platea e le prospettive generali appaiono alquanto
sbiadite, trovare una voce come quella di Mark Fisher, capace non tanto di
offrire una soluzione, ma piuttosto di stare con coraggio e intelligenza dentro
il problema, rappresenta un’occasione unica per immaginare un mondo diverso.
Se Margaret Thatcher diceva che non ci sono alternative al futuro, l’opera di
Mark Fisher, che certo deve molto, suo malgrado, anche alla politica del primo
ministro inglese, presenta invece la cristallizzazione di un pensiero che si
muove su coordinate diverse e tocca vari campi del sapere e dell’arte. Fisher
scrive in molte delle sue opere di un sentimento diffuso di malinconia nei
confronti di un futuro immaginato e perduto riferendosi non tanto a qualcosa che
prima esisteva e adesso non più, quanto invece a una realtà potenziale che però
non ha avuto alcuna possibilità di realizzarsi. Si possono prendere, per
esempio, gli scritti che compongono Spettri della mia vita (2014), in cui le
analisi degli autori e delle opere che hanno affinato il suo sguardo offrono in
filigrana proprio un discorso fondamentale sul rapporto tra passato, presente e
futuro.
Pensiamo alle insuperabili pagine su Burial o su David Peace, l’analisi del
concetto di hauntology mutuato da Derrida, alla lettura vertiginosa di un film
come Inception fino a uno dei suoi testi più belli: la descrizione della
psicogeografia della Londra preolimpica sospesa tra Tarkovskij e Ballard. Il
potere, come sottolinea più volte Fisher, si è già impossessato del tempo e, in
questo modo, tiene in ostaggio il futuro che diventa così l’obiettivo di una
riconquista impossibile perché ciò che nel presente e nel passato tramonta
sembra non avere alcuna possibilità di rifiorire nel futuro costringendo l’uomo
a vivere intrappolato in un loop che ricorda le estreme manipolazioni del tempo
di Christopher Nolan.
> Fisher scrive in molte delle sue opere di un sentimento diffuso di malinconia
> nei confronti di un futuro immaginato e perduto riferendosi non tanto a
> qualcosa che prima esisteva e adesso non più, quanto invece a una realtà
> potenziale che però non ha avuto alcuna possibilità di realizzarsi.
Nelle lezioni che tenne nell’ultimo anno accademico in cui insegnò alla
Goldsmith University prima del suicidio (raccolte in italiano nel volume
Desiderio postcapitalista, un libro segnato da una rottura insanabile, il
termine delle lezioni a causa della morte di Fisher, ma che testimonia anche un
processo di insegnamento basato su analogie e improvvisi, e illuminanti,
paragoni e da un rapporto alla pari con gli studenti, come testimonia
l’attenzione ai loro interventi o il dialogo continuo), Fisher riflette sullo
statuto del desiderio e sulle varie forme che questo ha assunto nel corso del
tempo. Il testo mostra limpidamente il lento e inesorabile processo, che ha
subito una repentina accelerazione negli ultimi decenni, che ha portato la
macchina capitalistica a plasmare il pensiero, le azioni e la soggettività. E se
il “realismo capitalista” risiede proprio nella mancanza di alternative rispetto
a un futuro anche solo immaginato, una via d’uscita Fisher l’ha comunque
teorizzata e l’ha chiamata “comunismo acido”, un concetto che avrebbe costituito
il nuovo itinerario del suo pensiero ma di cui conserviamo solo alcuni
frammenti.
Seppur, quindi, forzatamente spezzettato, il concetto di “comunismo acido” si
presenta comunque con una certa chiarezza e riprende l’interesse di Fisher per
la cultura lisergica degli anni Settanta interpretata a partire da una visione
della psichedelia come strumento di conoscenza, quella che in uno dei suoi
ultimi interventi ha definito “coscienza psichedelica”, il cui nodo fondamentale
è “la plasticità della realtà”, ovvero “l’esatto opposto quindi della rigidità,
della permanenza o della immutabilità che non ci lascerebbero altra scelta che
l’adattamento al realismo capitalista”. Così il “comunismo acido” nasce
dall’ipotesi che “gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare lo
spettro di un mondo che potrebbe essere libero” e vive sulla possibilità che
l’adozione di quello sguardo possa capovolgere la prospettiva sul reale. Una
“sorta di scherzo”, scrive Fisher, i cui obiettivi ‒ si legge in Il nostro
desiderio è senza nome – restano però piuttosto seri:
> indica qualcosa che a un certo punto sembrava inevitabile, mentre oggi appare
> impossibile: la convergenza tra coscienza di classe, socialista-femminista e
> psichedelica, la fusione dei nuovi movimenti sociali in un progetto comunista,
> un’estetizzazione inedita della vita quotidiana. Il concetto di comunismo
> acido fa riferimento sia agli sviluppi storici presenti sia a una confluenza
> virtuale non ancora verificatasi nella realtà. Ciò che è potenziale esercita
> un’influenza anche senza essere attualizzato.
In limine mortis, quindi, per Fisher esisteva ancora la possibilità di
percorrere una via futura diversa che, seppure radicata nel passato, doveva
comunque essere libera da qualsiasi sentimento nostalgico che avrebbe frenato il
procedere del pensiero. Sembrerebbe dunque che la nostalgia diventi per Fisher
un sentimento reazionario, la catena che imprigiona e allontana da un possibile
futuro, ma le sue pagine sull’argomento, ammantate da un’amarezza insolubile che
testimonia una depressione generata anche dal furto del futuro, si trasformano
nel desiderio di un’alternativa perché per Fisher la nostalgia è anche una
speranza, è, in fondo, il coraggio di non darsi mai del tutto per vinti.
> Fisher riflette sullo statuto del desiderio e sulle varie forme che questo ha
> assunto nel corso del tempo, mostrando limpidamente il lento e inesorabile
> processo, accelerato negli ultimi decenni, che ha portato la macchina
> capitalistica a plasmare il pensiero, le azioni e la soggettività.
Ma il fallimento di questa prospettiva, di cui è frequente ritrovare giorno per
giorno le conseguenze, ha anche un altro elemento esasperante contro cui si
scaglia Fisher: la continua competizione alimentata dalla società capitalistica,
la prassi di anteporre sempre sé stessi e i propri interessi a quelli degli
altri, finendo per alimentare sempre più un discorso narcisista che inizia e
finisce in sé stessi senza nulla aggiungere a un discorso collettivo. Da un
certo punto di vista anche la tesi di dottorato di Fisher cerca di trasgredire
questa lotta per un posto preminente nel mondo (in questo caso in quello
accademico) perché sembra la prima traccia di un pensiero che non obbedisce
all’esigenza centripeta dell’accademia, spalancando invece una serie di problemi
e questioni che oltrepassano la dissertazione e aprono un intero mondo di
speculazioni gettando le fondamenta di quello che sarà il suo pensiero del
futuro.
Materialismo gotico (adesso tradotto da Vincenzo Santarcangelo per Einaudi)
incamera infatti molte idee che costelleranno gli scritti e i libri di Fisher e
benché nato in seno alla CCRU (la Cybernetic Culture Research Unit, gruppo
para-accademico nato all’Università di Warwick dalle menti di Fisher, Sadie
Plant, Nick Land) e radicato in quell’immaginario, lascia già intravedere il
carattere nuovo della prospettiva fisheriana che, muovendosi dal cyberpunk e
dalla filosofia di Deleuze, Guattari e Baudrillard, cerca una chiarificazione
del presente e non un incremento iniziatico dell’oscurità. Ciò non significa che
queste pagine siano facili, anche perché l’accademismo è continuamente
contrastato da un declinazione personale della scrittura che si nutre di
improvvise analogie e traiettorie non sempre semplici da seguire, ma
l’impressione che se ne ricava è quella di una testimonianza unica del momento
più cibernetico della storia (la tesi è del 1999 e quindi sospesa tra millenium
bug e antiche credenze apocalittiche) che procede per gemmazioni continue
finendo per costruire un organismo cangiante che fa comprendere come si è
arrivati a una contemporaneità degenerata in cui i dati e i numeri dominano ogni
aspetto della vita e la distinzione tra organico e inorganico si è assottigliata
sempre di più.
Un’ottima introduzione a Materialismo gotico è l’articolo
Dentro-fuori/fuori-dentro che il teorico inglese ha dedicato a un confronto tra
il romanzo di Margaret Atwood Tornare a galla (1972) e il film Under the Skin
(2013) di Jonathan Glazer. Separati da quarant’anni, entrambi i lavori sono
incentrati sul rapporto che esiste tra organico e inorganico, tra umano e
alieno, e l’articolo si chiude con una riflessione che anima la tesi di
dottorato di Fisher: “Dentro la macchina ci sono dei fantasmi, e noi siamo loro,
e loro sono noi”. Materialismo gotico muove da una delle scene più affascinanti
di Gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, quella in cui
davanti a L’urlo di Munch il cacciatore di taglie Phil Resch fa una riflessione
che contiene l’enigma più profondo del libro di Fisher: “credo che sia così che
si sente un droide”. Se quindi L’urlo di Munch, in effetti, rappresenta “una
creatura che si era ritrovata prigioniera del suo stesso urlo”, la questione
aperta da Dick (“Non era previsto che i replicanti avessero dei sentimenti.
Neanche i cacciatori di replicanti” pensa l’altro cacciatore Rick Deckard)
diventa per Fisher il punto di partenza per chiedersi cosa distingua animato e
inanimato e “come può un droide – simulacro non umano dell’umano – provare
qualcosa di affine a questi sentimenti”.
> Il capitalismo estremo finisce per modellare i desideri e la soggettività
> degli individui e si concretizza nel “materialismo gotico”, un orizzonte in
> cui l’inorganico si confonde con il vivente e le macchine hanno la stessa
> capacità di “sentire” degli esseri umani, situandosi in una “flatline” dove
> questi due mondi sono connessi.
La filosofia di Gilles Deleuze e Félix Guattari, il pensiero sul postmoderno di
Fredric Jameson, le teorie sui simulacri di Jean Baudrillard e l’eredità di Karl
Marx vengono utilizzate da Fisher per addentrarsi tra le pieghe più inquietanti
della fantascienza e del cyberpunk (i film di Cronenberg e in particolare
Videodrome, i romanzi di William Gibson, di James G. Ballard e quelli di Philip
K. Dick, Erewhon di Samuel Butler e Frankenstein di Mary Shelley) per indagare
proprio come il gotico abbia mutato le sue forme non nascondendosi più tra
castelli abbandonati e atmosfere decadenti, ma piuttosto in un mondo futuristico
fatto di cavi pieni di tensione e tecnologie luccicanti e all’avanguardia.
Questa nuova forma di gotico si deve proprio al capitalismo estremo che finisce
per modellare i desideri e la soggettività degli individui e che si concretizza
nel “materialismo gotico”, un orizzonte in cui l’inorganico finisce per
confondersi con il vivente e le macchine hanno la stessa capacità di “sentire”
degli esseri umani, situandosi in una “flatline” dove questi due mondi sono
connessi, un perturbante cibernetico in cui gli spettri del capitalismo
combattono con gli spettri di Marx in un campo di battaglia senza confini fatto
di codici, mercati e denaro. Gli esseri umani, a questo punto, da che parte
stanno? La risposta sembra all’apparenza scontata, ma il mondo prospettato da
Fisher di semplice non ha nulla perché se le macchine finiscono per sentire e
agire come gli esseri umani, a questi cosa è rimasto da fare per distinguersi e
uscire da questo vitalismo oscuro?
“Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne
non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la
contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa
oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del
presente”. Così scriveva Giorgio Agamben in Che cos’è il contemporaneo, e
l’impressione è che queste parole costituiscano un imprescindibile punto di
confronto per chiunque voglia provare a vagliare le forme della realtà, questi
“tempi oscuri” che offuscano e annichiliscono le idee di futuro.
Fisher ha avuto il coraggio di intingere “la penna nella tenebra del presente”
accogliendo le complessità e non andando mai in cerca di soluzioni
semplicistiche. Al lettore, attraversato da una vertigine davanti al pensiero di
quali traiettorie i suoi multiformi percorsi avrebbero potuto intercettare,
resta il compito di provare a portare avanti questa interrogazione. Materialismo
gotico è, da questo punto di vista, un libro imprescindibile per procedere in
questa direzione perché la ricerca che vi è tratteggiata, pur nella sua
precisione, lascia aperto uno spazio che Fisher non ha potuto riempire a causa
della sua morte: il nostro presente.
> In tempi di confusione tra intelligenza artificiale e creazione umana, la
> flatline gotica, quello spazio in cui organico e meccanicistico sono
> indistinguibili e in cui i confini tra essere vivente e macchina non solo sono
> sfumati ma addirittura ribaltati, rappresenta un’urgenza ermeneutica di
> importanza assoluta.
In tempi di confusione tra intelligenza artificiale e creazione umana e in cui
la tecnologia si sostituisce all’uomo anche per uccidere, la flatline gotica,
quello spazio in cui organico e meccanicistico sono impossibili da distinguere e
in cui i confini tra essere vivente e macchina non solo sono sfumati ma
addirittura ribaltati, rappresenta un’urgenza ermeneutica di importanza
assoluta, un campo di battaglia in cui diventano proprio la letteratura, la
critica economica e la filosofia gli strumenti per provare a comprendere il
senso ultimo delle cose, i campi di resistenza all’interno di un orizzonte in
cui l’umanità è integrata alle macchine della comunicazione e del controllo. Sta
in questa difficile sfida una delle eredità di Fisher per tentare di trovare una
via di uscita dall’ordine dominante, da un capitalismo che plasma e modella
l’umanità e i suoi desideri.
L'articolo Nella tenebra del presente proviene da Il Tascabile.