C ome reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
sempre? Tra visti negati ad arbitri, dirigenti, delegazioni, tifosi e parenti
dei calciatori in campo, esili forzati come quello dell’Iran costretto al ritiro
in Messico, prezzi inaccessibili per la maggior parte dei sostenitori delle
squadre in campo, milizie parafasciste dell’ICE e delle altre agenzie doganali
statunitensi che si aggirano intorno agli stadi minacciando deportazioni e
seminando il terrore tra la gente, la Coppa del mondo 2026 racconta alla
perfezione come sia cambiato negli ultimi anni il racconto che il capitalismo fa
di sé stesso.
Durante il lungo secolo breve l’egemonia del capitale è stata esercitata
attraverso promesse di inclusione e manipolatorie lusinghe di seduzione: al
nostro banchetto c’è posto per tutti; impegnati e ce la farai anche tu; se
lavorerai duro diventerai ricco, magari non proprio come noi ma quasi, e
sicuramente lo sarai più del tuo vicino. Volere è potere è stato l’ingannevole
claim sotteso a qualsiasi messaggio pubblicitario partorito a Madison Avenue o a
qualsiasi retorica politica utilizzata negli emicicli delle cosiddette
democrazie occidentali.
E così anche i Campionati mondiali di calcio maschile, l’evento spettacolare più
seguito al mondo, il miglior prodotto dell’industria culturale del capitalismo,
per quasi un secolo hanno raccontato la stessa favola. Nonostante siano stati
ospitati sempre, o quasi, in Paesi governati con il terrore da ferocissimi
regimi militari o da democrazie imperialiste e coloniali, i tornei della FIFA si
sono sempre autoraccontati come una festa dell’inclusione, dell’accoglienza e
della partecipazione.
Fino a che, dopo la crisi finanziaria del 2007, forse la peggiore delle crisi
cicliche attraverso cui si articola il dominio del capitale, qualcosa è
cambiato. Tra deliranti manifesti suprematisti, cospirazioni transumaniste,
teorie e pratiche eugenetiche, costruzione di bunker dove sopravvivere alla
catastrofe climatica, assurdi tentativi di conquista dello spazio sfinito dove i
pochi eletti andranno a svernare mentre la Terra arde e brucia, il tardo
capitalismo dei fondi finanziari e delle piattaforme ha cominciato a raccontarsi
come un sistema chiuso, pronto a liberarsi delle zavorre, teso a eliminare gli
scarti. Una fortezza inespugnabile cui può accedere solo l’1% della popolazione.
> Come reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
> sempre? Si può utilizzare il campo di calcio come campo di battaglia. Un
> terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci mostrano il
> disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono anche di
> far deflagrare il suo diabolico piano.
E se il calcio è sempre stato il testo migliore attraverso cui leggere le
metamorfosi del capitale, ecco che da qualche anno, almeno dalla Coppa del mondo
di Russia 2018 e poi da quella di Qatar 2022, anche i tornei che rappresentano
il massimo livello dello sviluppo calcistico hanno cominciato a presentarsi come
chiusi e inviolabili; eventi per pochi privilegiati, settori esclusivi e prezzi
stratosferici, accessi negati negli stadi bunker, continue manifestazioni
suprematiste in campo e fuori; i pochi dentro, il resto del mondo fuori a farsi
bombardare dalle immagini davanti agli schermi delle televisioni o a compulsare
dispositivi tecnologici protesici. E adesso i Campionati mondiali di calcio
maschile del 2026 a immagine e somiglianza del king Trump e del caudillo
Infantino segnano una nuova distanza sempre più incolmabile, una ferita sempre
meno ricucibile.
Eccoci quindi tornati alla domanda di partenza, come reagire a questo nuovo
manifesto suprematista del calcio come dichiarazione di esclusione dei tanti da
parte dei pochi, pochissimi, privilegiati? Le risposte sono molteplici. Si può
fare finta di niente così come si può boicottare la manifestazione, rischiando
però in entrambi i casi di ritrovarsi tra quelli che sul ponte alzano bandiera
bianca; ci si può accontentare di innamorarsi delle favole di Capo Verde e
Curaçao, con il rischio però di ritrovarsi a essere corrisposti da Germania e
Stati Uniti; oppure si può utilizzare il campo di calcio come campo di
battaglia. Un terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci
mostrano il disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono
anche di far deflagrare il suo diabolico piano.
È questo lo spirito che anima Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026),
la traduzione rivisitata e aggiornata, con prefazione di Pierpaolo Casarin, di
un libro di Gabriel Kuhn uscito qualche anno fa come Soccer vs. State. Una
bibbia per gli appassionati di pallone e molotov, fuorigioco e rivolte,
dribbling e occupazioni; non fosse altro che per la quantità incredibile di
fanzine, manifesti, interviste, locandine e reperti dal basso che compongono il
testo, animato da una per nulla semplice e costante domanda: come coniugare la
militanza radicale in politica con l’amore per un gioco che da sempre si è
configurato come uno strumento del capitale nella sua lunga e sanguinosa lotta
contro il lavoro e la classe che lo rappresenta?
> Secondo Kuhn non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe space che
> qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre, cercando quegli
> artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e calciatori “di
> sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di conflitto.
La risposta di Kuhn è che non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe
space che qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre,
cercando quegli artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e
calciatori “di sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di
conflitto; questi spazi liminali sono parte integrante dell’egemonia
capitalistica, la parte più infida e pericolosa probabilmente, e servono a
imprigionare ancora di più la classe nel ciclo produttivo. D’altronde, come
avvertiva quasi due secoli fa Marx parlando di un semplice tavolo, proprio
questo vuoto da riempire a nostro piacimento, questo carattere mistico da
modellare secondo i nostri desideri, serve alla merce per occultare il rapporto
sociale tra il produttore (il capitale) e la fatica complessiva necessaria alla
sua realizzazione (il lavoro); figuriamoci quando si parla di una merce
complessa come il calcio. Inoltre come scrive Kuhn
> Sebbene molti aspetti della politica calcistica confermino l’immagine del
> calcio “oppio dei popoli”, è un fenomeno troppo complesso per una tale
> semplificazione. Nel gioco resistono anche molti aspetti antagonisti ed
> elementi autenticamente popolari. In un articolo del 1998, il marxista
> austriaco Eric Wegner ha dichiarato: “Se non ci si vuole ritrovare
> completamente isolati e se si vuole evitare un crollo psicologico è necessario
> prendere parte ad alcune delle forme che hanno trattato la cultura di massa
> capitalista. Storicamente il calcio non ha rappresentato solo una distrazione
> di massa dai problemi sociali e politici, ma ha anche prodotto un orgoglio
> collettivo e una coscienza di classe […] con un potenziale progressista
> tutt’altro che marginale”.
Altro errore, infatti, davanti ai Campionati mondiali di calcio maschile più
escludenti di sempre, di fronte a questo manifesto suprematista del king Trump e
del caudillo Infantino che rappresenta alla perfezione il nuovo linguaggio
respingente del tardo capitalismo, sarebbe quello di rifiutare la sfida;
arretrare sul terreno del conflitto, dichiararsi vinti davanti al realismo
capitalista che pervade le nostre esistenze. Come insegna il pensiero operaista,
più il capitale si rinforza sussumendo le pratiche sovversive della classe che
lo combatte, più la lotta si fa radicale, e quindi è proprio sul punto più alto
dello sviluppo del capitale – nel nostro caso la Coppa del mondo ‒ che bisogna
portare la lotta; è nelle molteplici contraddizioni del campo di calcio come
campo di battaglia che abbiamo possibilità di portare a casa il risultato,
qualunque sia la tattica con cui abbiamo deciso di scendere in campo:
catenaccio, gioco di posizione, tiki-taka o gegenpressing.
Gli affreschi degli spalti e delle tribune autorità durante le partite dei
Campionati mondiali di calcio maschile possono quindi essere utilizzati per
raccontare la volgarità del potere meglio di una seduta psichiatrica delle
Nazioni Unite, una photo op dall’effetto boomerang al G7 o una cena buñueliana
nei trogoli alpini di Davos; le proteste che incendiano le strade di Città del
Messico e i détournement artistici dei loghi e dei marchi del torneo possono
essere letti come la resistenza dei nuovi barbari al violento declino
dell’impero; e, infine, l’accoglienza degli abitanti di Tijuana alla delegazione
della Nazionale iraniana può essere vista come lo spontaneo internazionalismo
che da sempre unisce i dannati della terra.
Ma la demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale
necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile,
fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a
un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove
primavere. E queste sono senza dubbio il germogliare ovunque delle squadre di
calcio popolare (e più in generale dello sport popolare); la migliore azione
diretta finora realizzata dal basso per riprendersi gli spazi urbani che sono
quotidianamente sottratti dalla speculazione edilizia e dalla ristrutturazione
urbanistica attraverso una pratica sportiva fondata sulla gioia, sul mutualismo
e sulla solidarietà del giocare insieme.
> La demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale
> necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile,
> fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a
> un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove
> primavere.
«Negli ultimi decenni, anche a causa della progressiva commercializzazione del
calcio, persone in tutto il mondo si sono organizzate per dare vita a una
cultura calcistica underground, con tanto di club, network e tornei dedicati»,
scrive Kuhn, prima di passare in rassegna tutta una serie di esempi di squadre
di calcio popolare, zone temporaneamente autonome di città e quartiere, e di
farlo attraverso un consapevolmente disordinato utilizzo di innumerevoli
fanzine, manifesti, locandine e reperti. Perché
> gli aspetti del calcio sono molti e le implicazioni problematiche sono tante
> quanto quelle emancipatrici, e tuttavia queste ultime esistono ed è importante
> che i tifosi radicali le sappiano valorizzare. Sebbene il calcio non sia
> rivoluzionario in quanto racconto, è comunque possibile che sia parte della
> rivoluzione, ridurre il calcio a un oppio dei popoli, a uno Shangri-La del
> capitale o a una reazione fucina di nazionalismi e settarismi, è un approccio
> miope. Ci sono alcuni valori intrinsecamente legati al calcio che possono
> aiutarci a formare e stabilire comunità basate sulla democrazia diretta, la
> solidarietà e, non dimentichiamolo mai, sul divertimento.
E così all’ombra dei Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
sempre, tra visti negati, esili forzati, prezzi inaccessibili e deportazioni
arbitrarie, ma anche tra lotte, proteste, contronarrazioni, détournement e
pratiche di mutualismo, il calcio popolare si propone come terreno di conflitto,
ipotesi di lotta, pratica sociale capace di inventare nuovi modi di relazionarsi
con il mondo. Perché “il calcio costituisce un ambiente perfetto in cui
sperimentare e mettere alla prova una combinazione di libertà individuale e
responsabilità sociale. Proprio come in società, infatti, persone con abilità
molto diverse devono lavorare insieme per il successo del gruppo”.
L'articolo Una nuova primavera proviene da Il Tascabile.
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M entre leggete questo articolo, è probabile che siate convinti di essere nella
realtà: nulla di troppo strano sta accadendo, sapete dove vi trovate, da quanto
tempo e perché. Conviene sempre dare una controllata. Se ora che vi siete
soffermati a pensarci, la vostra risposta è affermativa, possiamo continuare. Il
concetto di realtà è istintivamente appreso su basi puramente quantitative e
statistiche, è lo stato di coscienza in cui più comunemente siamo immersi e che
maggiormente occupa la nostra vita cosciente.
Possiamo definire quindi la vostra (e la mia) situazione psicofisica attuale
come uno stato di coscienza in cui il cervello, recependo input sensoriali
dall’esterno, li processa e li amalgama in un flusso stabile e coerente. Se
voglio muovermi da un punto A a un punto B, allora il mio percorso nello spazio
sarà continuo e coerente. Se ho sete e voglio prendere il bicchiere d’acqua che
vedo sulla mia scrivania, questo pensiero si realizzerà in un’azione
prevedibile. Se vado in cucina per scambiare quattro chiacchiere con Anna, mi
aspetto che lei capisca e mi risponda, come è successo anche ieri. Insomma, il
cervello si comporta come un dispositivo proiettivo (generando una realtà
coerente in cui agire, a partire dalle percezioni sensoriali) e predittivo
(valutando la probabilità che le nostre azioni abbiano una conseguenza
prevedibile nella realtà).
Qualche ora fa, prima di sedermi qui alla scrivania per scrivere questo
articolo, camminavo in un vialetto di cemento che costeggia dei condomini
residenziali di tre o quattro piani. Una grossa figura grigia aveva attirato la
mia attenzione in uno dei giardini sulla sinistra. Inizialmente ho pensato a un
grosso peluche perché, anche da qualche metro di distanza, riuscivo a
distinguere chiaramente la sua superficie morbida e pelosa. Ma poi, soffermando
lo sguardo, ha cominciato a muoversi. Era un grosso cavallo grigio, sdraiato a
terra sul fianco, si lamentava. Scrollava la testa nervoso, chiaramente incapace
di alzarsi sulle zampe. Una donna gli stava portando dell’acqua in una
bacinella. Dall’alto di uno dei balconi, al terzo piano, delle figure più
giovani lo guardavano con tristezza e apprensione. In quel momento ho capito che
era precipitato e come tutti gli altri intorno a me sapevo che non ci sarebbe
stato molto da fare. Ho provato una grande tristezza.
> Su una caratteristica in particolare il sogno assomiglia pericolosamente alla
> realtà: è molto raro che ne dubitiamo, almeno finché ci siamo dentro. La
> nostra coscienza riesce a calare l’esperienza in una narrazione coerente e
> fluida, come in un impeccabile gioco di prestigio.
Appena sveglio mi sono appuntato il sogno e ho pensato a quanto fosse strana la
facilità con cui consideriamo irreale lo stato onirico. Durante tutta
quell’esperienza non avevo alcun sospetto di non trovarmi nella realtà. Eppure,
subito dopo, la continuità e la percezione di coerenza di quella scena era
venuta meno. Così avevo potuto tracciare una linea: “era un sogno perché ora
sono sveglio”, mi sono detto. Lo stato onirico, paragonato alla realtà per come
l’abbiamo definita sopra, occupa circa un terzo del tempo della nostra vita e
può sembrare ragionevole, quindi, posizionarlo un gradino più in basso nella
classifica degli stati di coscienza: è meno reale della realtà. Anche se su una
caratteristica in particolare, il sogno gli assomiglia pericolosamente: è molto
raro che ne dubitiamo, almeno finché ci siamo dentro. La nostra coscienza riesce
in qualche modo a calare l’esperienza in una narrazione coerente e fluida, come
in un impeccabile gioco di prestigio. È quello che Roger Caillois nel suo
L’incertezza dei sogni (1956) chiama “la malia”, un affascinante processo
ipnotico che ci porta a non dubitare dei sogni durante il loro svolgimento.
È un processo di cui Kafka, a forza di trasporre lo stato onirico nella sua
scrittura, era diventato un elegante virtuoso. Se leggiamo qualche racconto di
Un medico di campagna (1919) e lo confrontiamo con le trascrizioni dei suoi
sogni (raccolti in Sogni, 1990), il rapporto è sorprendente. Caillois,
descrivendo la prosa di Kafka, precisa che l’intento dello scrittore è di
condurre
> il lettore nella situazione di allucinato nella quale si trova quando sogna, o
> almeno a ricordargliela in modo sufficientemente persuasivo, deve dunque prima
> di tutto provocare nella sua vittima incruenta uno stato di acquiescenza
> incondizionata. […] L’insolito è obbligatorio, perché bisogna che il lettore
> sappia che si tratta di un sogno, ma questo non deve mai avvenire a discapito
> dell’impressione di realtà, di coerenza senza incrinature, di attrazione quasi
> magnetica, che sono gli unici elementi in grado di riprodurre l’atmosfera del
> sogno.
Così come Kafka rappresenta l’apice della trasposizione del sogno in
letteratura, Philip K. Dick è il maestro assoluto del risveglio. I personaggi
dello scrittore di San Francisco si risvegliano costantemente dalla realtà:
Nobusuke Tagomi, Joe Chip, Horselover Fat. Improvvisamente realizzano che sono
“scomparsi gli oggetti, la realtà di ieri. È rimasto solo il nome, la parola. La
sostanza si è dileguata” (Ubik, 1969); “Niente è ciò che sembra. La realtà è
un’ipnosi collettiva, o peggio, un inganno deliberato” (L’uomo nell’alto
castello, 1962); “Non siamo qui. Non siamo affatto su questo pianeta. Siamo
dentro un macchinario, una scatola nera che ci alimenta di sogni perché la
verità della nostra esistenza è troppo atroce da sopportare” (Labirinto di
morte, 1970). Potremmo chiamarla paranoia ma, come vedremo, il dubbio ontologico
di Dick nasconde molto di più di una trasposizione romanzesca della psicosi.
Quelli dei personaggi dickiani non sono semplicemente risvegli filosofici, ma
psico-chimici o psico-tecnologici. Ciò che li trattiene ammaliati da una falsa
realtà sono macchinari o più spesso sostanze psicoattive, prodotti da entità
aliene o apparati governativi oppressivi, che alterano tendenziosamente le
percezioni.
> Così come Kafka rappresenta l’apice della trasposizione del sogno in
> letteratura, Philip K. Dick è il maestro assoluto del risveglio. I personaggi
> dello scrittore di San Francisco si risvegliano costantemente dalla realtà.
In K-Hole. Come la ketamina ha inventato il futuro (2026), Carlo Mazza Galanti
porta l’esempio più pregnante: La fede dei nostri padri (da Tutti i racconti
1964-1981, 2009). In questo racconto, Dick ipotizza la somministrazione
sistematica di una sostanza allucinogena alla popolazione mondiale, che permette
di esperire una falsa realtà condivisa: il mascheramento chimico di un governo
autoritario al giogo di una divinità malvagia, in puro stile orrore cosmico.
Mescolando in parti uguali elementi da Kafka e Lovecraft, Dick cucina un
meccanismo di controllo squisito, spalancando le porte del futuro. O forse già
quelle del presente.
Il libro di Mazza Galanti si concentra programmaticamente sulla ketamina, ma la
sua riflessione trabocca, allargandosi allo sfaccettato e complesso rapporto
dell’uomo con le sostanze che alterano la percezione della realtà. La struttura
stessa del testo, diviso in brevi capitoli che non seguono una sequenza lineare
ma sono intrecciati tra loro da fitti rimandi ipertestuali, sembra voler imitare
la forma atomizzata e caotica ‒ rizomatica, accogliendo la definizione di
Deleuze e Guattari (Mille piani, 1980) ‒ delle percezioni sensoriali influenzate
da una sostanza psicoattiva.
L’autore si confronta così con una costellazione di eventi, personaggi e teorie
che esplodono nell’oggetto-libro inteso come flusso lineare, frammentandolo e
dando vita a un alveare di rimandi sospesi tra un Breviario del caos (Albert
Caraco, 1982) e il grafo di un vault di Obsidian. Una struttura intricata in cui
è necessario perdersi, riemergendo ogni volta con un senso di meraviglia e
frustrazione, per non aver ancora esaurito le moltitudini di nessi e
correlazioni interne. Sotto la cui superficie pulsano i gangli di una
iridescente disamina delle alterazioni della coscienza e del loro intrecciare
relazioni indistricabili con il tessuto delle società umane. Ancora più a fondo
una processione psichedelica di volti e nomi che hanno fatto delle sostanze
psicoattive la pietra angolare di una ricerca ontologica, psichica e spirituale.
John Lilly, Albert Hoffman, Marcia Moore, Terence McKenna, Humphry Davy, DM
Turner, John Perry Barlow non sono solo drogati, ma esploratori della coscienza
che hanno trasformato la propria dedizione speculativa ed esperienziale nei
confronti di una sostanza in un obiettivo assoluto della propria esistenza.
Spendendo spesso in questi stati di coscienza un tempo enorme, che potrebbe
superare quantitativamente quello onirico e avvicinarsi a quello speso in ciò
che abbiamo definito come stato di realtà. È lecito ad esempio domandarsi quale
fosse la realtà per John Lilly quando “in uno dei suoi incredibili picchi di
assunzione ketaminica” arrivò a somministrarsi “un’iniezione all’ora di 50 mg
per diciotto ore al giorno per tre settimane”.
È anche molto difficile rispondere a questa domanda senza connotarla di venature
moralistiche, corroborate dal rassicurante senso comune di una società in cui
“gli stati di trance, possessione divina e dissociazione psicologica,
tipicamente associati alle culture tradizionali precristiane, sono stigmatizzati
e ricondotti all’opera del demonio”. D’altronde, tanto il capitalismo quanto i
grandi monoteismi, hanno sempre aberrato le evasioni autoindotte, preferendo
relegare l’innata vocazione umana ad alterare la propria coscienza in dinamiche
ben prescritte, controllabili e per quanto possibile mercificabili. Tanto le
grandi scuole mistiche, dallo gnosticismo al sufismo, sono state osteggiate e
perseguitate, tanto la preghiera domenicale e la realtà virtuale sembrano oggi
gli strumenti adatti all’esistenza decorosa del buon cittadino per cui “una
coscienza divisa è una coscienza destinata alla morte, al suicidio. La coscienza
giusta, sana, è quella integrata, unica, cartesianamente presente a sé stessa”.
> Il libro di Mazza Galanti si concentra programmaticamente sulla ketamina, ma
> la sua riflessione trabocca, allargandosi allo sfaccettato e complesso
> rapporto dell’uomo con le sostanze che alterano la percezione della realtà.
È proprio sulla vita e sulle ricerche di John Lilly che si concentra un’ampia
parte del libro. Ne facciamo la conoscenza già nel primo capitolo, mentre è in
volo verso Los Angeles con diversi microgrammi di ketamina nelle vene. Quando si
sporge verso il finestrino per guardare una cometa che sorvola il cielo
statunitense, questa gli comunica telepaticamente che sta per provocare un
black-out nell’aeroporto. La profezia si realizza appena qualche secondo dopo,
quando un aereo della TWA prende fuoco schiantandosi sulla pista. Almeno così
apprendiamo candidamente da The Scientist, la sua autobiografia.
Giovane promessa degenerata della scienza per bene, dopo una laurea in biologia
e un dottorato in medicina, Lilly comincia a interessarsi alla deprivazione
sensoriale, progettando un apposito congegno in cui studiarne gli effetti: una
vasca isolata acusticamente, riempita di acqua calda e salinizzata, in cui il
corpo può galleggiare replicando l’esperienza dell’esistenza prenatale. Da qui
in poi, la sua vita diviene un lento e rocambolesco sprofondamento nei lidi più
avanguardistici della sperimentazione psichedelica. Prima assumendo LSD nella
vasca, passando poi alla ketamina, infine, intrecciando questi studi con la
ricerca di un metodo per la comunicazione interspecie, in particolare tra esseri
umani e delfini. Si fonda così il leggendario Communication Research Institute
nelle Isole Vergini, in cui comincia a somministrare forti dosi di LSD e
ketamina, non soltanto a sé stesso, ma anche a Peter, un giovane delfino maschio
della specie Tursiops truncatus, con cui tentava di stabilire una comunicazione
telepatica immerso nella vasca di deprivazione sensoriale.
I risultati tardano ad arrivare, i fondi scarseggiano e si comincia a vociferare
di una presunta relazione zoofila della sua assistente Margaret Howe con il
delfino Peter, che nel frattempo aveva evidentemente raggiunto la pubertà. In
questo quadro, già abbastanza spericolato per una ricerca scientifica, va
aggiunto che Lilly fin da bambino aveva avuto esperienze di comunicazione con
entità aliene. Non risulta quindi sorprendente che il protrarsi delle sue
sperimentazioni lo porterà alla creazione di un pantheon multidimensionale in
cui lo scontro occulto tra intelligenze differenti (Lilly distingue tra
intelligenze water-based e solid-based) è governato da una scatola cinese di
centri di potere cosmici, riepilogati puntualmente da Mazza Galanti: “per quanto
riguarda le intelligenze water-based esiste un centro di coordinamento chiamato
ECCO (Earth Coincidence Control Office), il quale fa capo a una Solar System
Control Unit (SSCU), che risponde a una stazione chiamata Galactic Coincidence
Control (GCC), la quale a sua volta obbedisce al Cosmic Control Office (CCO)”.
> Giovane promessa degenerata della scienza per bene, dopo una laurea in
> biologia e un dottorato in medicina, John Lilly comincia a interessarsi alla
> deprivazione sensoriale, progettando un apposito congegno in cui studiarne gli
> effetti.
Di questi centri di potere quello che ha avuto maggior successo ‒ almeno
nell’immaginario comune ‒ è stato ECCO, che ha ispirato il videogioco ECCO The
Dolphin, uscito su Sega Mega Drive nel 1992, in cui il delfino protagonista deve
salvare un mondo sull’orlo della desolazione da Vortex, malvagia entità aliena
che ne depreda le risorse. Il gioco ha a sua volta ispirato Daniel Lopatin
(musicista meglio conosciuto come Oneohtrix Point Never) che, sotto lo
pseudonimo di Chuck Person, nel 2010 pubblica Eccojams Vol. 1, album che Mazza
Galanti definisce mirabilmente “un montaggio citazionista ultrararefatto di
sonorità pop tardonovecentesche riverberate, effettate, e soprattutto
rallentate”. Una sperimentazione sonora decisiva per la nascita dell’estetica
vaporwave che tra musica e design imperverserà negli anni successivi. Per
chiudere il cerchio di questo contagio culturale, anche Lilly negli anni Novanta
aveva pubblicato un album chiamato semplicemente E.C.C.O., uscito per
l’etichetta Silent, che alterna un ambient dozzinale dal sapore vagamente
new-age a spoken-word su ecologia e misticismo. Questo lavoro purtroppo non avrà
molto successo, né influenzerà alcunché.
Ma lasciando la superficie di questa curiosa parabola esistenziale e
inabissandoci nella vita del promettente scienziato convertitosi a profeta
psichedelico, incontreremo inquietanti zone d’ombra. Prima di vestire i panni
del guru controculturale (“verso la fine della sua vita andava in giro con un
cappello di pelliccia e la coda di procione alla Davy Crockett”) Lilly aveva
infatti intrattenuto rapporti ambivalenti con il governo e i servizi segreti
statunitensi, i quali finanziarono buona parte dei suoi studi. Il nucleo
sommerso, su cui sembra sorreggersi tutto il lavoro di Mazza Galanti in K-Hole,
è quello di una guerra per il controllo delle coscienze ancora in atto, ben poco
distante dagli scenari distopici immaginati da Philip K. Dick. Una guerra che le
colorite narrazioni divulgative, fatte di personaggi strampalati e avventure ai
limiti della realtà, sulla scoperta e l’assunzione di sostanze come l’LSD o la
ketamina rischiano di occultare definitivamente.
Già ai tempi delle prime sperimentazioni con la vasca di deprivazione
sensoriale, Lilly aveva attirato l’attenzione del governo statunitense, più che
mai immerso nel clima paranoide della guerra fredda, interessato al suo
possibile uso come strumento di riprogrammazione mentale. Sono gli anni
Cinquanta, il periodo in cui emerge nelle menti dei funzionari statali
statunitensi il sogno bagnato del brainwashing, “inventato all’inizio del
decennio da Edward Hunter, un giornalista corrispondente dalla Cina
specializzato nelle tecniche di indottrinamento ideologico del blocco
comunista”. Sono gli stessi anni in cui Lilly frequenta la McGill University,
dove Donald Hebb e Donald Ewen Cameron conducono esperimenti per conto dei
servizi segreti, mescolando comportamentismo skinneriano e coercizione chimica,
con l’obiettivo di trovare una chiave che permetta finalmente l’accesso e il
controllo indiscriminato della mente umana.
> Già ai tempi delle prime sperimentazioni con la vasca di deprivazione
> sensoriale, Lilly aveva attirato l’attenzione del governo statunitense, più
> che mai immerso nel clima paranoide della guerra fredda, interessato a un suo
> possibile uso come strumento di riprogrammazione mentale.
Cameron, che tra il 1961 e il 1966 è stato presidente della World Psychiatric
Association, è una figura chiave del progetto MKULTRA, condotto in segreto dalla
CIA durante la guerra fredda, che si proponeva di identificare e sviluppare
sostanze e procedure per interrogatori basati sul controllo mentale. Usò i
generosi finanziamenti governativi per trasformare la villa gotica sulle colline
di Montréal, dove aveva sede l’Allan Memorial Institute in cui lavorava, in un
laboratorio dell’orrore. Qui somministrava indisturbato, a pazienti affetti da
patologie di lieve entità (alcolisti, depressi, nevrotici), forti dosi di
sostanze alteranti (cloropromazina, barbiturici, metamfetamine, insulina, poi
sostituite da LSD e PCP, il composto anestetico da cui fu sintetizzata la
ketamina) alternandoli a continue sedute di elettroshock. Il processo di
riprogrammazione mentale durava intere settimane, con sedute di sedici o venti
ore al giorno, alternate da pause in cui il paziente ignaro veniva fortemente
sedato e svegliato solo per nutrirsi ed espletare i bisogni fisiologici.
L’ombra della coercizione psichedelica, descritta in K-Hole, si protrae in una
staffetta di figure inquietanti tra cui troviamo Salvador Roquet, psichiatra
messicano e inventore di un processo terapeutico chiamato “psicosintesi”, che
tra il 1969 e il 1974 dirigerà l’omonimo istituto di ricerca a Città del
Messico. I pazienti coinvolti in una seduta di psicosintesi venivano condotti in
una stanza adeguatamente allestita con schermi che proiettavano “scene di guerra
e violenza accanto ad altre di sesso, foto di famiglia virate seppia con bambini
in braccio a genitori felici, tramonti, teschi, cimiteri, demoni, crocifissi”.
Nel frattempo musiche caotiche erano sparate a tutto volume dagli altoparlanti
precedentemente disposti tra luci colorate, flash e poster dall’estetica
misticheggiante. Qui i pazienti erano trattenuti tra le otto e le dieci ore,
dopo la somministrazione di svariate sostanze psicotrope (che potevano variare a
seconda dei casi tra LSD, ololiuqui, mescalina, ayahuasca, psilocibina, MDMA,
MDA, ketamina, datura o Salvia divinorum) per produrre un bad trip controllato
che avrebbe permesso, attraverso lo shock psichico, di fare emergere il trauma
da trattare.
Una ipersaturazione chimica e percettiva il cui scopo era appunto forzare le
chiavi di accesso del cervello umano, così da permettere una sua facile
riprogrammazione. Roquet, con i suoi trattamenti, diverrà una figura chiave
nella repressione seguita al “Massacro di Tlatelolco” nel 1968, durante il quale
gli studenti messicani manifestarono in strada per una società più democratica e
per lo scioglimento dei corpi di polizia repressiva. Dopo essere stati accolti
dagli spari dei cecchini (le stime parlano di circa 400 morti) nella Plaza de
las Tres Culturas, nel quartiere di Tlatelolco a Città del Messico, molti dei
sopravvissuti, con il benestare diretto della CIA, vennero incarcerati e
interrogati alla presenza di Roquet che gli iniettava sostanze psicotrope per
renderli “più propensi alla confessione”.
> Proibire, ignorare o dimenticare le sostanze psicoattive significa lasciarne
> il potenziale nelle mani di un potere oppressivo che sa benissimo da anni
> quale uso farne: riprogrammazione mentale, terrorismo psichico, sottomissione
> e controllo biochimico.
Come fa notare Mazza Galanti, i metodi di Roquet e di Cameron “divennero la base
sperimentale di manuali segreti sulle tecniche d’interrogatorio ad uso
dell’esercito statunitense nei loro interventi militari in giro per il mondo,
dall’America Latina durante la Guerra fredda fino a Guantanamo e Abu Ghraib dopo
l’11 settembre”. Quelle di Roquet e Cameron non sono che episodi chiave in una
ben più lunga guerra di posizionamento per il dominio delle sostanze
psicoattive. Proibirle, ignorarle o dimenticarle significa lasciarne il
potenziale nelle mani di un potere oppressivo che sa benissimo da anni quale uso
farne: riprogrammazione mentale, terrorismo psichico, sottomissione e controllo
biochimico.
È questo il punto focale che fa compiere alla sfaccettata ricerca di K-Hole la
sua metamorfosi in esplicito atto di militanza:
> L’Occidente contemporaneo – lo stesso che oggi, in certe sue derive destrorse
> e populiste, vorrebbe reprimere l’uso di sostanze psicoattive non tradizionali
> – è la società probabilmente più tossicomane e tossicofila che mai sia
> esistita nella storia umana. Oltre al fatto palese che molte delle molecole
> più insidiose degli ultimi anni, dai barbiturici agli oppioidi sintetici, sono
> farmaci “legali” regolarmente prescritti, il numero di dipendenze che
> attraversano le nostre società, non ultime quelle legate all’uso di tecnologie
> informatiche, è esorbitante.
La rivendicazione (che significa conoscenza, legalizzazione, autogestione) delle
sostanze psicoattive è una lotta legittima contro un “realismo capitalista”,
come lo aveva definito Mark Fisher nel libro omonimo (2018), che non ci inchioda
soltanto a un senso ineluttabile di realtà, ma impone la sua realtà precostruita
e preconfezionata, ideologicamente pervasiva. Lo fa con metodi che nel tempo
sono divenuti sempre meno espliciti: dalla coercizione chimica di MKULTRA, oggi
l’interesse è virato verso quella subliminale e computazionale dello smartphone.
Perché allora un libro incentrato sulla ketamina? Mazza Galanti risponde
prontamente che in
> una società che costringe l’individuo al controllo costante di un panopticon
> ubiquamente diffuso, una società che dissocia la coscienza dalla realtà
> empirica inquinando la percezione con fake e simulacri, una società che riduce
> ogni differenza qualitativa traducendo l’infinita varietà del reale
> nell’aritmetica minimalista del codice binario – ecco, questo tipo di società
> domanda un “controveleno”, qualcosa capace di comprendere e se possibile
> hackerare il sistema di controllo e organizzazione sociale basato su
> isolamento/anestesia/dissociazione utilizzando in qualche modo i suoi stessi
> strumenti, deviandoli e risignificandoli in una chiave politicamente ed
> esistenzialmente alternativa.
È evidente quindi, in questo senso, che definire il nostro concetto di realtà,
tracciarne dei confini precisi, è un problema politico. Evadere dalla realtà
imposta, attraverso il sogno, le sostanze psicoattive o la morte stessa, è un
atto politico. Non sorprende che i più grandi profeti della rivoluzione
psichedelica abbiano visto proprio nel momento del trapasso l’ennesima occasione
per sperimentare con le sostanze alteranti. Aldous Huxley sul letto di morte,
incapace di parlare a causa di un cancro alla gola, passa a sua moglie, Laura
Archera Huxley, un fogliettino con su scritto “LSD, 100 µg, intramuscolo”
morendo sereno qualche ora più tardi. Qualcosa di simile fa anche Timothy Leary,
più istrionico ed estroverso di Huxley, quando nel 1995 riceve una diagnosi di
cancro alla prostata, decide di trasformare i suoi ultimi giorni in un diario
psichedelico pubblicato sul suo sito web, in un’ultima ricerca sui confini della
mente prima di fare i saluti. In una delle pagine del suo death-streaming, Leary
pubblica la sua routine psico-chimica quotidiana: “2 tazze di caffeina, 13
sigarette, 2 Vicodin, 1 bicchiere di vino bianco, 1 highball, 1 riga di cocaina,
12 palloncini di protossido di azoto, 4 biscotti Leary (marijuana in formaggio
fuso su un cracker Ritz)”. La squisita ricetta della sua realtà.
L'articolo L’illusione di essere svegli proviene da Il Tascabile.
L’ altra notte di ritorno a casa dall’ennesimo raduno al bar, la guancia
sdrucita sul cuscino, una gamba a frescheggiare fuori dalle lenzuola, ho messo
sul Pc The Human Centipede ma, dopo solo un paio di minuti, sono piombata nel
sonno abissale etilizzato del venerdì sera. Il computer, però, ha continuato a
proiettare per un’ora sul mio volto infiorescenze di scat e agonia, o almeno
suppongo. Non saprò mai cosa accade nel dettaglio in The Human Centipede, al di
là della logline piuttosto celebre “un folle medico vuole unire chirurgicamente
tre persone, bocca e ano, allo scopo di creare un centopiedi umano”. Eppure, il
mio inconscio ha assorbito ogni lamento, ogni rigurgito, ogni rimestamento e
sciacquettio delle viscere; come le sonnambule, verso le due, forse, ho persino
spalancato gli occhi, e le mie pupille dis-cineticamente vibranti nella fase
rem, l’hanno carpito, per un attimo, il centopiedi umano. Una mutazione
irreversibile nella profondità della mia mente di cui non sarò mai pienamente a
conoscenza. Su questo trauma io non ho potere. The Human Centipede lo volevo
guardare perché rileggendo Inaugura stanotte il secolo del bene di Vincenzo
Montisano (uscito il 22 ottobre scorso per Wojtek) mi ero imbattuta nella
descrizione dei disperati del porto della città di ***:
> Nel cuore pulsante della macchina infernale che forgia uomini brulicanti,
> beventi, sudanti e questuanti ricette mediche d’antidolorifici e purghe per
> rilassare, appena svegli, gli sfinteri. E tutti insieme facevano uno sforzo
> mica male e senza sosta, impiegati a tamburo battente nelle loro magre
> esistenze, neanche Ford in persona li avesse assunti nell’altro secolo per
> lavorare alle sue catene.
Frase che mi aveva appunto fatto pensare a quel film horror che non avevo mai
visto; a come probabilmente potesse essere una delle grandi metafore del
capitalismo, no? Quel produci (merce di scarto) // consuma (merce di scarto) //
crepa (come merce di scarto) tra il concentrico e il subalterno. Subalterno come
le caste sociali, la testa del centopiedi umano produce merda che può
permettersi di non riconsumare (èlite); il corpo contemporaneamente produttore e
consumatore di merda (prosumer); e la coda che consuma la merda rifagocitata e
rielaborata, e dei prodotti dei suoi scarti non se ne fa nulla nessunə (lumpen).
Il romanzo di Montisano è a sua volta un’ambiziosa critica al late-stage
capitalism, punk nel senso più atavico del termine, quando i primi submovimenti
degli anni Settanta urlavano “no future!” e si accoltellavano ai concerti e
crepavano con gli avambracci forati di gialla agli angoli delle strade. Tanto
che in esergo al libro ci dà il benvenuto all’ingresso una classica citazione
tratta da Realismo capitalista di Mark Fisher sulla depressione come risposta
esistenziale a un problema sociale.
> E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di
> soldi, di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di
> roboanti giri di frase alla novecentesca europea, come se ci fosse la
> necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una
> distanza da tutta questa violenza.
La trama di Inaugura stanotte il secolo del bene, in breve: il ricchissimo
rampollo Hugo Boll, dopo la morte di suo padre, neurochirurgo di larga fama e
cornificatore seriale, decide di dissiparne l’immenso patrimonio per vendetta,
non attraverso un epicureismo libidinoso, bensì attraverso una carità
accidentale di chi si fa benefattore solo per percepirsi ancora come
soggettualità agente e dominante. Intanto nella città di *** si endemizza la
febbre delle mutilazioni, impulsi violenti all’autolesionismo più estremo che da
pochi pazienti zero culminano in strade gremite di montagne di corpi mozzati.
E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di soldi,
di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di roboanti giri di
frase alla novecentesca europea, céliniana o morselliana, come una sorta di
dissociazione (nel senso più psichiatrico del termine) letteraria: come se ci
fosse la necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una
distanza da tutta questa violenza, una prosa che diventa quasi l’equivalente di
uno schermo digitale attraverso cui, noi che leggiamo, ci ritroviamo ad
assistere a un ricco finanziere che d’improvviso si recide la narice con una
cesoia, un gruppo di adolescenti che durante un festino in un capanno si
infilano un cacciavite nella giugulare. È, infatti, chiaro il rimando quando il
nostro Hugo Boll (personaggio irrancidito a cui non vogliano nemmeno un po’ di
bene) in una trattoria si trova a guardare con le altre avventrici e avventori
una scena di decapitazione jihāista in televisione, seguita briosamente dalla
réclame di una crema corpo ad alto contenuto nutritivo: solo lui sembra essere
scosso dalla violenza appena occorsa sullo schermo e l’unica reazione sensata
che riesce ad avere è un’erezione.
E qua, tralasciando tutti i canonici rimandi ai Cannibali, ai Palahniuk, e ai
moreschiani Canti del caos e ai Junji Ito e ai Miguel Ángel Martín, mi sorprendo
a interlacciare casualmente la rilettura di Inaugura stanotte il secolo del bene
con la invece scoperta del libro di culto del 2004 di Dennis Cooper, Troie: in
qualche modo l’anello di congiunzione tra American Psycho e Amygdalatropolis, ma
frocio. Libro che mi aiuta anche a trovare una risposta, laddove il mio
addormentamento abissale si è posto da censore tra me e il capire perché diavolo
un uomo dovrebbe voler creare un centopiedi umano? O ancora, riemergendo dalla
finzione per scontrarci con ben più materiche notizie, perché diavolo una
persona che possiede tutto dovrebbe voler prendere parte al ciclo di abusanti
turpitudini sull’Epstein’s Island? “La mancanza di amore nella società
occidentale porta alla necrofilia”, scrive Sayak Valencia in Capitalismo gore,
citando a sua volta Erich Fromm; ed è piuttosto classica dunque la risoluzione a
questa domanda: la volontà di potenza.
Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non c’è
autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con agency e
dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza carnale. Con una
risoluzione internalizzata o esternalizzata. In The Human Centipede – azzardo –
la violenza è principalmente un vettore, si spinge verso un oggetto esterno da
soggiogare. Mentre in Troie e Inaugura stanotte il secolo del bene c’è un doppio
movimento dal di dentro e dal di fuori (l’erotismo della reiterazione del
potere). Troie è un romanzo sul sadomasochismo estremo, dunque per arrivare al
culmine di dominazione brutale, è necessario anche un soggetto (la marchetta
Brad) che sceglie di sottomettersi, di dare adito al suo desiderio di essere
sodomizzato fino alla morte per percepire il suo valore in funzione del
godimento di un altro essere umano. (Ci vorrebbero forse più romanzi ambientati
nel mondo del kinky consensuale, comunque, per destigmatizzare l’idea che la
riappropriazione di una volontà di potenza attraverso il BDSM sia possibile solo
come atto tendente al male: nel kink etico ci si riappropria delle dinamiche di
violenza carnale sub/dom attraverso la cura e la reciproca presa in carico del
trauma, sanandolo non attraverso la rimozione o la briglia sciolta della
brutalità, ma attraverso una risignificazione di quell’amore di cui il
capitalismo gore ci ha depredato).
> Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non
> c’è autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con
> agency e dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza
> carnale.
In ogni caso, nel libro di Montisano chi si ammala della febbre delle
mutilazioni a sua volta riesce a defilarsi dal destino di prosumer/consumed, a
riappropriarsi della propria volontà, mutando il suo corpo non in qualcosa di
mostruoso e straordinario, un nuovo tassello sul piano evoluzionistico, come in
un Crimes of the future di Cronenberg; o in una “mostruositrans” o
“bestialitrans” termini cognati rispettivamente da Filo Sottile e Elia Bonci
ispirandosi alla teoria di Preciado che scrive: “Non prendo il testosterone per
diventare uomo, nemmeno per transessualizzare il mio corpo, ma semplicemente per
tradire quello che la società ha voluto fare di me, per scrivere, per scopare,
per provare una forma post-pornografica di piacere, per aggiungere una protesi
molecolare alla mia identità transgenere low-tech fatta di dildo, testi e
immagini in movimento, per vendicare la tua morte”; ma mutilandosi a sangue,
appunto, rimuovendo parti del proprio corpo fino alla autarchica scelta della
morte (come Fisher o Foster Wallace – etero cis man, duh – del resto, che nel
loro suicidio abbracciano l’ultimo grande gesto anticapitalista? Cantava un
altro uomo suicida, Luca Abort della band puk hardcore Nerorgasmo: “Distruggerò
alla base la vostra moralità / Affronterò gli spettri cosciente della fine /
Esalterò me stesso con la morte più sublime”). Ma Hugo Boll, nonostante tutto,
non vuole cedere alla pulsione di morte. Per quanto la sua crisi inizi
chiaramente quando prende atto di essere anche lui, nonostante membro
dell’élite, privo di volontà di potenza:
> Davanti a me, oltre i vetri, la boscaglia inerte s’incurvava sul lago.
> Voltandomi notai un bicchiere d’acqua fuori posto sulla penisola della cucina.
> Riluceva, cristallizzato nella sua perfezione di utensile industriale. Né un
> atomo in più né uno in meno. E io con lui, bloccati in una corporalità finita.
> Fu in quel momento che davanti ai miei occhi si spalancò il panorama
> agghiacciante del mio stare al mondo. Intuì nettamente di cosa fossi fatto,
> Karl. Funzioni biologiche e ricordi, ecco tutto. Il mio termometro emotivo non
> saliva di un grado oltre questo limite. Andai verso il bicchiere con la
> volontà di spostarlo qualche centimetro più in là. Un semplice esercizio di
> controllo. E però cade ugualmente. Si polverizzò al suolo come se le mie dita
> non fossero riuscite a trattenerlo. I pezzi di vetro si arenarono nella pozza
> d’acqua. E quanto tempo spesi a fissarli, quanto ne sprecai a chiedermi se
> qualcuno al mondo avrebbe mai potuto garantire per la loro. Ero io a
> legittimarli, forse? O era vero il contrario? Confusa, dubbia, vaga e
> traditrice: non esiste parola più ambigua di realtà. Questo gas che
> m’attraversava narici e polmoni, che mi ipnotizzava la ragione convincendomi
> d’esserne fondamento, d’essere speciale… invece sentivo di non meritare più di
> quanto, come uomo, mi era stato dato in dotazione.
Hugo Boll, ora un nulla – tanto che è l’unico personaggio il cui discorso
diretto non è circoscritto dalle virgolette, ma sciolto nel testo – dunque,
affronta un percorso di risignificazione nichilista di sé stesso. Inizialmente,
si perde in una metonimia: sono tutti i soldi che possiedo a comporre la mia
consistenza, e infatti prova a virtualizzare i suoi atti attraverso i soldi che
diventano un’estensione del suo corpo. Al tanto odiato padre, quando lo vede
nella bara, riesce a dare una sorta di bacio di Giuda solo fratturandogli la
mandibola con uno schiocco che scuce i punti alle labbra, e infilandoci dentro
una banconota da 500 euro, che poi fa raccogliere dalla tanatoesteta di umili
origini costringendola in cambio a mostrare un seno al cadavere del padre. Poi
si reca nel quartiere a luci rosse di ***, si infila nella cabina numero sette e
penetrando con una moneta la fessura per attivare la performance di una sex
worker dietro il vetro, virtualmente la penetra provocandole un improvviso
sanguinamento vaginale.
Eppure il senso di inconsistenza permane, quindi anche lui cade vittima della
febbre delle mutilazioni, ma siccome il suo corpo è ancora avviluppato nella
metonimia di essere composto solo dai soldi che possiede (soldi di suo padre:
Hugo Boll non si potrà mai appartenere se la sua materia è composta dall’eredità
di chi l’ha generato, del resto), la sua mutilazione è proprio quella di
dissipare il patrimonio. Un gesto d’altronde anche in qualche modo
accelerazionista, poiché prelevando dalla banca l’interezza del patrimonio del
suo miliardario padre sta anche mettendo in crisi il sistema bancario che quei
soldi solo virtualmente li possiede.
Nel frammezzo abbiamo Il Luogo, uno spazio liminale in cui abitano dei
(Ünter?)mensch, che, perse le capacità linguistiche, si muovono come una mente
sciame (senza più alcun desiderio di ritrovare il desiderio; di ritrovare la
volontà di potenza smarrita), al cospetto di un padrone grasso, grosso e con le
gambe amputate, l’unico che sa ancora scrivere e parlare, che desidera muoversi
e non può muoversi, che desidera controllare i non-parlanti, ma non riesce a
controllarli; nonostante la stazza da Jabba the Hutt, è solo concetto senza
materia. E abbiamo una veggente prostituta che ardentemente desidera che Hugo
Boll le procuri un feto di lama da seppellire, il feticcio della superstizione a
cui si attacca biecamente nella ricerca della salvezza.
E abbiamo Karl in uno scantinato, un padre di famiglia disperato, verso cui Hugo
Boll rivolge tutto il suo monologo letterario: Karl, lo strumento attraverso cui
il protagonista, infine, sembra riappropriarsi della sua volontà di potenza
proprio come il folle medico di The Human Centipede, o i sadici di Troie:
riconoscendosi il suo stato di Übermensch e donandosi dunque da solo il diritto
di fare delle esistenze, e soprattutto dei corpi di chi lo circonda quello che
più desidera. Culmine che raggiunge anche in seguito alla rottura con la sua
amante Alice che si autodetermina seducendo il suo vecchio zio per poi
ricattarlo e farsi intestare l’eredità, gesto che racconta orgogliosamente a
Hugo Boll, il quale, conscio di aver perso la sua proprietà mononormativa sulla
donna, risponde tentando di stuprarla, solo per finire sodomizzato da lei.
Povero piccolo narcisistico uomo etero cis, “uno storpio morale” impegnato nella
costruzione di un falso sé grandioso, per svicolarsi dalla fattualità di essere
nulla.
> È quindi questo un romanzo molto maschile, ma allo stesso tempo una magnifica
> rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis doomer boy del Ventunesimo
> secolo che, già figlio dell’antipositivismo dostoevskijano, sente dissiparsi
> da sotto le suole sempre più, sempre più, la sua centralità nel mondo.
Ed è quindi questo un romanzo molto maschile, e in un certo senso poco
decostruito, per l’appunto tardo Ottocentesco, primo Novecentesco. Ma allo
stesso tempo una magnifica rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis
doomer boy del Ventunesimo secolo che, già figlio dell’antipositivismo
dostoevskijano, sente dissiparsi da sotto le suole sempre più, sempre più, la
sua centralità nel mondo (“Piuttosto, mi terrorizzava vivere da portavoce
dell’inutilità”): come individuo rispetto al disumanizzante late-stage
capitalism, ma anche rispetto a persone FLINTA che a quella disumanizzazione ci
erano da sempre state abituate e quindi ne approfittano per conquistarsi il loro
spazio e trovare altre strategie collettive di mutare. Infatti, scrivono Maya
Kronic e Amy Ireland nel manifesto del Cute Accelerationism (2024, per ora
inedito in Italia), appunto una risposta FLINTA e “post-queer” a Fisher:
“Dismantle identity and you dismantle guilt, fear and shame”. E ancora: “What’s
cuter, swallowing or being swalloed? Prey mode or monster munch? Being something
inside or having something inside you? Or both? […] post-hermaphroditic
hyperconvulsion […] slipping down the non-orientable surface of cute, before
long, the swallower turns out to be a swallowee. […] cute ultimately implies the
melting of any polarity or distinxtion between having or being, possessive
libido and self-objectification”.
La cutification è una riagglomerazione collettiva (e super cute!) verso il corpo
senza organi (CsO) Deleuziano, descritto metaforicamente come un uovo (“an
eggscape” – cute//acc): perdita di identità, di genere, di gerarchie di potere,
di direzione, cute and shallow but togheter forever: la polycule (affettività
non-monogama plurale e interconnessa) definitiva verso una sorta di svaporata
salvezza (l’ultimo grande gesto anticapitalista è un Aegyo?). La
positivizzazione della mente sciame che abita il Luogo di Montisano, forse, nel
momento in cui il grande grosso padrone con le gambe amputate striscia via
sconfitto per tornare nella città di ***. Mentre il doomer boy è incapace di
mutare, è incapace di rinunciare al suo ego che lo pietrifica ineluttabilmente
all’interno del suo labirinto di agonia solitario. Bloccato nella
mononormatività gerarchica. Per sempre al di fuori del CsO, non c’è alcuna
eggscape per lui. È incapace, quindi perisce o tenta un ultimo exploit di
potenza sodomizzando, brutalizzando, laddove il cute si riappropria della
volontà di potenza attraverso un’hypercuddle (hypercoccola). L’unico potere che
si può esercitare sul trauma è quello di cura, uno smisurato e informe
abbraccio.
Ma per Hugo Boll, dopo la sodomizzazione, giunge infine la stanchezza,
l’addormentamento abissale, poiché è involuto nel suo pessimismo. Come il doomer
boy, non riesce e non vuole davvero mutare, trovare una soluzione; ed è questo
il più grande trauma di fronte al quale per lui non resta che la dissociazione:
essere nulla e su nulla avere potere (se non forse su roboanti giri di frase
alla novecentesca europea). Vedere o non vedere, sapere o non sapere, sentire o
non sentire. Poco importa, perché: “Non ci sarà più tenerezza, senza abiezione.
L’immonda turpitudine dei loro corpi inaugura stanotte il secolo del bene”. Lui,
al contrario di me (26F cisgender, accettando l’ennesima dissipazione della mia
identità, l’inconoscibile; inviando su Instagram anatemi e vomit emoji a Theory
of the Young-Girl del collettivo Tiqqun), non si potrà svegliare dal labirinto
solitario dell’egomania binaria, mettere in pausa la crudezza di The Human
Centipede e riaddormentarsi la notte successiva con le infiorescenze di Orlando
di Paul B. Preciado, o un vecchio film di Almodóvar proiettate sul volto,
sovrascrivere il suo inconscio (blessatemi! oh, cutificatemi! – praying emoji –
amiamoci!). E il secolo del bene sarà forse anche quello in cui rifioriranno lə
mutilatə che non sono mortə dissanguate ma hanno reimparato, nonostante gli arti
mozzati, a muoversi nel mondo in un pulsare collettivo.
Scrive Elia Bonci sui corpi trans, che sono la massima emanazione della
cutification, in Anatomia di un mostro (2025):
> Disobbedire e rifiutare le loro leggi, le loro gerarchie, le loro narrazioni
> soffocanti e cisnormate. Il nostro essere mostruositrans e bestialitrans è la
> nostra potenza. La nostra esistenza è già insurrezioni e rivoluzione. Non
> saremo addomesticatx, non saremo contenutx e non saremo riscrittx. Possiamo
> essere con i nostri corpi difformi la resistenza planetaria contro un mondo
> che ci vorrebbe docili, normatx e silenziosx. Se i nostri corpi sono un
> problema, allora faremo in modo che sia il vostro più grande incubo.
L'articolo Il fu doomer boy proviene da Il Tascabile.
L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta
non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia
finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua
inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the
Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker
connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo
mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la
mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une
dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel
creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle
degli hippie prima e degli hacker poi.
E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di
San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri
nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della
morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si
avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead
rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in
una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere
di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della
band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella
libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e
migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di
Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per
sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni
radio li trasmettevano gratuitamente.
Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani
suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato
sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione
finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero
sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il
denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo
cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con
filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone
ironica: He’s Gone!”.
> I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura
> hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e
> credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito
> distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.
I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si
tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere
dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico,
un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico
esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del
Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni
inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo
piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu
propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi
spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on
avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio
sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente
dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di
quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità
hippie.
Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una
profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni,
categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà
pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune,
così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili
grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come
common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.
I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche
nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la
Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove
chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono
il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un
drop out:
> il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le
> istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul
> motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i
> protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato
> e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on),
> sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente
> realizzando te stesso (drop out).
Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione
fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura
proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in
denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono
date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono
per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non
viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di
rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce
ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la
comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte
del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e
accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui
le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione
fra tempo di lavoro e tempo libero”.
> Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così
> gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili
> grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia
> tra proprietà privata e proprietà pubblica.
Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto
parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il
primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel
processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste
sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon
andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto
le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del
linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e
simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che
attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto
astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme
agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio
agricolo.
Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro
esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile
raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai
comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era,
secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni
autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio
necessari per bilanciare le carenze interne.
Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei
Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata
nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano
l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel
cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema
capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella
informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito
accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento
per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso
militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi
ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto
dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa
ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata
sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita
associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano
familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di
connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di
messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi
consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.
> Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema
> capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare
> spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il
> loro non è più un esodo.
Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie
coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine
informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi
informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un
“comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza
hippie.
Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe
realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale
vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo
planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono
la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite
dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete
informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza
transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della
compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del
microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo
che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.
La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il
pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio
geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno
proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il
terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne
valore appare sconfinato o quasi.
> Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra
> vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che
> continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base
> dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e
> d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente,
> negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica
> dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi
> della Grateful Dead economy.
In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale
ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che
sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea
Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì
fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in
personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere
informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza
emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il
cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro.
Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni
radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale
“piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe
evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione
dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi
concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e
comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del
sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura
dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di
valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata
sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio
economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le
nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta
codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate:
ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte
dal servizio alla collettività.
La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano
la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta,
potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state
largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle,
volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli
esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione
postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975
scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La
recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica
fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e
standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a
un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene
coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e
produttiva”.
> La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal
> mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico
> individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte
> dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono
> per ciò stesso recintate e privatizzate.
Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del
tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a
creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità
tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come
riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso
alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei
corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime
nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.
In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il
merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure
non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale,
mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea
Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di
rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la
creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve
trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo
necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta
di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro,
rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.
Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo,
nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua
attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per
pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì
offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata
in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione
creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione
di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di
indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non
assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama
“psichedelia finanziaria”.
L'articolo Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica
proviene da Il Tascabile.
S e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto
l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo,
esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema
economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche
puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre
che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini
fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è
l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio
tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che
socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto.
Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e
sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i
riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture
cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema
dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti
del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale
ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato
programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono
ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La
promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza,
attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia
(digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita,
alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è
che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in
realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista.
Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati
ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci
troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione
dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di
filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,
dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata.
Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che
distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la
pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono
presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie,
distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come
riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la
definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema
economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema
cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore
di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti
cognitivi dei singoli.
QUALI SONO I VANTAGGI DELLO SCORPORARE I MECCANISMI COGNITIVI UMANI DA QUELLI
PIÙ-CHE-UMANI? IN CHE MISURA È NECESSARIO DISTINGUERE I NOSTRI MODI DI PENSARE –
QUELLI VIRTUOSI MA SOPRATTUTTO QUELLI FALLACI – PER COMPRENDERE UNA CRISI CHE È
IN LARGA PARTE ORIGINATA PROPRIO DA UN’ERRONEA LETTURA DELLA CENTRALITÀ
DELL’ESSERE UMANO SULLA TERRA?
Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a
farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa
capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua,
facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un
cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo
usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi
climatica nasce da una combinazione di miopia temporale, present bias e ambienti
decisionali che amplificano le nostre debolezze.
Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al
nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca
macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello
economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di
astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo
chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il
contesto che lo rende dipendente.
MA NON È LA RIFLESSIONE UMANA ESSA STESSA UNA CONSEGUENZA DELL’EVOLUZIONE? COSA
POTREMMO IMPARARE DAL RIPENSARLA IN QUANTO TALE?
Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a
celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma
una sua parte biologica, con limiti precisi, bias prevedibili e una capacità di
autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli
errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto
dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è
una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi,
architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza
del presente.
È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default,
cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive.
Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di
perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo
anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo
diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come
funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica.
IN BASE AL MODELLO ECONOMICO DELLO SCONTO ESPONENZIALE, OGNI INTERVALLO DI TEMPO
RIDUCE IL VALORE DI UNA RICOMPENSA IN MODO PROPORZIONALE E COSTANTE, SECONDO UNA
CURVA DECRESCENTE, REGOLARE E CONTINUA. TENDEREMMO QUINDI A PREFERIRE
GRATIFICAZIONI IMMEDIATE PIUTTOSTO CHE LAVORARE CON LUNGIMIRANZA SULLA
RISOLUZIONE DI PROBLEMI CHE SAPPIAMO ANDARE PEGGIORANDO. EPPURE, ALMENO NEL
MONDO OCCIDENTALE, SI RISCONTRA UN’INCAPACITÀ DIFFUSA A GODERE DEL PRESENTE
STESSO, AD ESSERNE SODDISFATTI, AD ATTRIBUIRE UN VALORE NON MONETARIO AL QUI E
ORA. COME VEDE QUESTA DISSONANZA TRA I MODELLI ECONOMICI E L’EFFETTIVO MODO DI
STARE AL MONDO DI MOLTI DI NOI IN QUESTA PARTE DEL MONDO?
Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende
a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e
sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo
rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione
duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno:
tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé
proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo
che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in
una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano
collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se
contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia
temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i
costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente
governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e
dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni
stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza
riuscire a nutrire chi lo vive.
MI PARE CHE IL DISCORSO POSSA ESSERE AMPLIATO ANCHE ALL’OTTIMISMO IMPOSTO
DALL’ALTO INSIEME A UN’IDEA DISTORTA DI PROGRESSO, IN NETTO CONTRASTO CON
PESSIMISMO E CATASTROFISMO SEMPRE PIÙ DIFFUSI NEL MONDO REALE.
L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che
promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza
limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il
racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce
dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo
o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro
in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che
qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La
risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo,
ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro
rilevante nel presente.
IN PARTE COLLEGATA ALLA DOMANDA PRECEDENTE C’È UNA CURIOSITÀ SUL DATO DA LEI
RIPORTATO IN BASE AL QUALE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL BENESSERE SOGGETTIVO DI
TUTTE LE FASCE D’ETÀ È DIMINUITO IN NORD AMERICA. SEMBRA DUNQUE CHE SI STIA
RISVEGLIANDO UNA CONSAPEVOLEZZA DEI TANTI E VARI PROBLEMI INTRINSECHI AL
COSIDDETTO SVILUPPO CAPITALISTA E ALLO STESSO SOGNO AMERICANO. COME MAI, SECONDO
LEI, NON SI RIESCE A INCANALARE QUESTA PERCEZIONE IN UN CAMBIO DI ROTTA
CULTURALE E POLITICO? CHE TIPO DI STRATEGIE COGNITIVE DOVREBBERO ESSERE
SOLLECITATE PER GENERARE UN CAMBIO DI QUESTO TIPO?
Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni,
soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché
smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici
coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento
delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un
ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa,
il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non
produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che
possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel
libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del
modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di
produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come
crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se
inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL
sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di
dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza
conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona.
Poi il sistema non regge più.
La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio
complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa
prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione
sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta
servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale
naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in
PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e
biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare
scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio
capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a
carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula.
Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà
cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima.
TROVO MOLTO PRODUTTIVA LA SUA DISCUSSIONE DEL MECCANISMO DEL PREIMPEGNO, CHE
PREVEDE UN’AUTOIMPOSIZIONE DI VINCOLI CHIARI E IRREVERSIBILI A CUI OGNI NUOVO
CICLO POLITICO DOVRÀ TENERE FEDE. LEI SPIEGA BENE COME LA SCELTA DI
PREIMPEGNARSI A RIDURRE PRODUZIONE, CONSUMI E CRESCITA ECONOMICA PER TUTELARE
L’AMBIENTE – E DUNQUE LIMITARE ALCUNE SCELTE NEL PRESENTE – SIA CONDIZIONE
NECESSARIA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA STESSA CAPACITÀ DI SCELTA IN FUTURO,
DECOSTRUENDO COSÌ LA RETORICA LIBERISTA SECONDO CUI LE LIBERTÀ INDIVIDUALI
DOVREBBERO ESSERE INATTACCABILI. QUALE FORMA DI GOVERNO, A SUO PARERE, SAREBBE
LA PIÙ EFFICACE AD ACCOGLIERE UN CERTO GRADO DI DIRIGISMO AMBIENTALISTA,
CONSIDERANDO I PROBLEMI CHE LEI STESSO EVIDENZIA NELLE DEMOCRAZIE ODIERNE, ORMAI
SUCCUBI DI OLIGARCHIE FINANZIARIE E DIGITALI?
Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è
una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a
favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di
vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le
scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza
politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere
affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale
permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai
prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi,
soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato
e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte
alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente
potenti.
La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia.
L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa
alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di
vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è
una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune
scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È
una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica
soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa
fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza
politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo:
standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi
fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi
dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia.
Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il
prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi.
Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare
peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali
siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro
stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro
non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione.
UN PREGIO DEL SUO LIBRO RISIEDE NELLA PROPOSTA DI SOLUZIONI, ALCUNE DELLE QUALI
A PORTATA DI OGNUNO DI NOI, ALTRE RELATIVE ALLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA. IL
SUO STESSO LAVORO AGISCE NELL’ALVEO DI QUELLA CHE LEI DEFINISCE UN’EDUCAZIONE
CIVICA EPISTEMICA, PRODUCENDO INFORMAZIONE SCIENTIFICA AFFIDABILE E ACCESSIBILE,
CHE POSSA FARE DA BASE A SISTEMI VIRTUOSI DI GESTIONE COLLETTIVA. MI PIACEREBBE
QUINDI FINIRE CON UN ESPERIMENTO IMMAGINATIVO. SE LE VENISSE AFFIDATO DOMANI UN
RUOLO DECISIONALE ALL’INTERNO DEL GOVERNO DI UN PAESE OCCIDENTALE – L’ITALIA,
PERCHÉ NO? – QUALI SAREBBERO I PRIMI TRE CAMBIAMENTI SU CUI LAVOREREBBE
NELL’IMMEDIATO, E IN CHE MODO QUESTI ANDREBBERO AD AGIRE SUL MEDIO-LUNGO
PERIODO?
Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni
per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana,
statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli
impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari,
comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo,
l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo
crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza
cognitiva e il negazionismo.
La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle
persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò
che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere
l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di
opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno
invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con,
non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza
comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”.
La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella
scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito
in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare
alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da
narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle
autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi
politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è
l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo.
Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né
salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità
migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se
c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i
contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa
giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti.
L'articolo Capitalismo dopaminergico proviene da Il Tascabile.
N el 1840 Pierre-Joseph Proudhon, studente di poverissime origini e perlopiù
autodidatta, che può frequentare l’Accademia di Besançon solo grazie a una borsa
di studio per giovani meritevoli, pubblica una risposta al quesito annuale posto
dalla sua università, ovvero quali siano “le conseguenze economiche e morali che
ha prodotto in Francia, e che sembra destinata a produrre in futuro, la legge
sulla equa divisione dei beni tra i figli”. Il suo testo Che cos’è la proprietà,
un classico del pensiero anarchico, si apre con la negazione perentoria della
legittimità della proprietà. La proprietà, anzi, è furto, esattamente come la
schiavitù è assassinio.
L’equivalenza delle due affermazioni stabilisce subito il legame per lui
essenziale tra possedere e asservire. Questa relazione è di immediata
comprensione se calata nel contesto storico feudale, in cui il dominio economico
coincide con quello politico, ma diventa più oscura e meno leggibile con la
formulazione della proprietà privata come la conosciamo oggi: ben separata dal
potere pubblico. Una simile demarcazione, che si cristallizza in Francia grazie
alla Rivoluzione del 1789, porta con sé una promessa emancipatoria:
l’uguaglianza tra i cittadini si ottiene attraverso il diritto universale alla
proprietà. In questo passaggio Proudhon scorge però non la scomparsa bensì la
metamorfosi del dominio, di cui la proprietà è l’estensione economica.
> Partendo da due critiche alla proprietà privata (teoria dei beni comuni e
> decoloniale), Malabou analizza il carattere “performativo” della proprietà,
> per poi delineare una breve storia di furto, eredità e asservimento.
Nel recente La rivoluzione? Non c’è mai stata (2025), la filosofa francese
Catherine Malabou propone una critica alla proprietà, al dominio e alla servitù
radicata in quella proudhoniana, con la duplice ambizione di espanderla alle
forme contemporanee di asservimento e di metterla al riparo dalla vis polemica
di uno dei primi ammiratori ma anche, in seguito, uno dei più feroci
commentatori di Proudhon: il contemporaneo Karl Marx. Il volume si impegna
quindi per prima cosa nell’analisi di due importanti critiche contemporanee alla
proprietà privata, la teoria dei beni comuni e la teoria decoloniale, per poi
entrare nel vivo della diatriba tra Marx e Proudhon, e infine stendere una breve
storia del furto, del concetto di eredità e dell’asservimento dal feudalismo
prerivoluzionario al neofeudalelismo odierno. Lo scopo:
> interrogare gradualmente ‒ con Proudhon e oltre Proudhon ‒ l’amnesia generale
> che colpisce l’origine della condizione servile, il modo in cui il discorso
> repubblicano continua a occultare la memoria delle diverse tradizioni di
> asservimento da cui il popolo proviene nella sua stragrande maggioranza.
Le due prospettive critiche si rafforzano a vicenda. Affrontare le caustiche
osservazioni di Marx permette infatti a Malabou di districare i nodi del testo
di Proudhon. Al contempo, lo sviluppo delle tesi proudhoniane le consente di
dimostrare come esse siano tutt’altro che generiche, né tantomeno dimentiche (se
non addirittura ignare: questa l’accusa più seria mossa da Marx) delle
condizioni storiche e sociali in cui il conflitto di classe si sviluppa.
> Attingendo dal lavoro dello studioso Robert Nichols, Malabou evidenzia come la
> colonizzazione non sia soltanto una questione materiale ma intacchi e
> distrugga nei soggetti colonizzati la “sfera del sé”.
L’intuizione di Proudhon è che sia il furto a precedere la proprietà, così
inaugurandola, e non viceversa. Si tratta di un’affermazione contraddittoria sul
piano cronologico, perché l’atto stesso del furto presuppone, o dovrebbe
presupporre, che esista qualcosa da rubare: una proprietà, per l’appunto. Ma
Proudhon si muove su un terreno logico e, ancora di più, ontologico e simbolico.
Rovesciando il suo ragionamento si può sostenere che l’affermazione della
proprietà altro non è che l’istituzionalizzazione del furto, ovvero che la
proprietà si crea dichiarandola e che quindi essa non dispone che della propria
autolegittimazione.
Questa traiettoria è particolarmente chiara se si osservano quelle che Malabou
chiama le “nuove enclosures”, come i tentativi di brevettare il genoma umano, il
processo di privatizzazione dell’acqua, o la spartizione dell’Internet libera
fra i giganti del tech. Lo stesso vale per lo spossessamento coloniale,
un’appropriazione forzata di terre e risorse che prima dell’invasione europea
non appartenevano a nessuno ed erano liberamente abitate e usate dalle
popolazioni indigene. Attingendo da un importante lavoro dello studioso Robert
Nichols, debitore di Proudhon già dal titolo Theft is property! (2019), Malabou
evidenzia come la colonizzazione non sia soltanto una questione materiale ma
intacchi e distrugga nei soggetti colonizzati la “sfera del sé”: “La
subordinazione a ‘élite imperialiste’ ha impedito loro di parlare le loro
lingue, di praticare i loro culti; ha cambiato i loro nomi e li ha separati dai
loro figli e da loro stessi”. Quest’ultima puntualizzazione le permette di
preparare il terreno per alcuni ragionamenti successivi riguardo un aspetto
fondamentale della proprietà, sia essa simbolica (identità culturale, genealogia
familiare) o concreta: la capacità di riceverla e lasciarla in eredità.
Malabou non tralascia qui di sottolineare la distinzione, spesso dimenticata o
taciuta in malafede, tra la proprietà dei mezzi di produzione e quella dei mezzi
di consumo. Solo la prima è al centro delle critiche di Marx e Proudhon, in
questo sostanzialmente allineati: il possesso individuale, fondato sull’uso, è
del tutto legittimo e anzi minacciato dalla proprietà privata dei mezzi di
produzione. Non potrebbe essere altrimenti, visto che questa si radica sulla
spoliazione e sullo sfruttamento del lavoro altrui.
Il carattere performativo della proprietà, il fatto cioè che prenda forma
attraverso dispositivi politici e giuridici, costituisce il punto di divergenza
con il pensiero marxiano e una frattura di difficile ricomposizione fra i due
campi. Per Marx la proprietà non è affatto “impossibile”, come sostiene
Proudhon, ma costituisce una necessità storica perché derivante da un processo
economico e materiale, quello dell’accumulazione originaria, che pone le basi
per lo sviluppo del capitalismo. In questo senso la proprietà non dipende dalle
forme arbitrarie del dominio politico, ma risponde piuttosto alle esigenze
strutturali del capitale. Secondo i primi teorici anarchici, come lo stesso
Proudhon e Kropotkin, gli strumenti della scienza economica impiegati da Marx
sono invece insufficienti a spiegare le dinamiche politiche e simboliche che
regolano il dominio e la proprietà.
> Per Proudhon le promesse di uguaglianza della Rivoluzione francese non sono
> servite ad abolire il dominio bensì a rimuoverlo dalla memoria collettiva, in
> un’operazione che ha consolidato il potere rendendolo invisibile, non-creato e
> proprio per questo naturale.
Resta quindi da chiarire la natura del furto: una sottrazione non solo materiale
ma soprattutto ideologica, un “trafugamento” del ricordo del dominio nella
transizione tra ancien régime e periodo postrivoluzionario. Per Proudhon le
promesse di uguaglianza della Rivoluzione francese non sono servite ad abolire
il dominio bensì a rimuoverlo dalla memoria collettiva, in un’operazione di
offuscamento che ha consolidato il potere rendendolo invisibile, non-creato e
proprio per questo naturale.
Questa eliminazione della coscienza del dominio si palesa nella questione
dell’eredità e del diritto di albinaggio. In epoca feudale e prerivoluzionaria
il signore ereditava automaticamente i beni degli stranieri che morivano nel suo
territorio. Il legame tra proprietà ed estraneità alla vita civile si
concretizza in questo dispositivo giuridico, che non a caso coinvolge anche i
bastardi e i servi. L’incapacità di testare ed ereditare, di partecipare cioè
alla trasmissione dei beni, delinea il perimetro dell’appartenenza alla
condizione libera e crea fra i membri della società una gerarchia speculare a
quella che il diritto di primogenitura stabilisce tra fratelli.
> Dopo la Rivoluzione il diritto di spossessare si mantiene, traslandosi nel
> meccanismo di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice,
> negli interessi sui prestiti, nelle rendite sugli immobili e tutto ciò che
> consente di fare profitti a spese di chi non possiede nulla.
La Rivoluzione spazza via l’insieme dei diritti feudali e con essi anche il
diritto di primogenitura, eppure questa trasformazione formale non si traduce
nell’uguale possibilità di possedere patrimoni e, di conseguenza, disporne in
eredità. Al contrario, il diritto allo spossessamento si mantiene, traslandosi
nel meccanismo di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice,
negli interessi sui prestiti, nelle rendite sugli immobili e in tutto ciò che
consente ai proprietari di fare profitti a spese di chi non possiede nulla.
La divisione tra chi sfrutta e chi viene sfruttato muta così nella forma ma non
certo nella natura, né tantomeno nei suoi effetti, che hanno a che vedere non
tanto, o non solo, con la deprivazione materiale di oggetti e denaro. La
confisca dei beni degli stranieri non è principalmente volta ad arricchire il
signore feudale, così come la simile prassi contemporanea di sequestrare i pochi
possedimenti dei migranti al loro arrivo in Europa non ha alcuno scopo
economico. Si tratta piuttosto, allora come oggi, di una prova muscolare
dell’autorità politica, che dimostra di poter arbitrariamente scaraventare
chiunque entri nel suo raggio d’azione “ai margini del sociale”.
> La confisca dei beni degli stranieri non è principalmente volta ad arricchire
> il signore feudale, così come la prassi contemporanea di sequestrare i pochi
> possedimenti dei migranti al loro arrivo non ha alcuno scopo economico.
Il capitalismo sopravvive dunque non malgrado il gesto rivoluzionario che
vorrebbe superarlo, ma proprio in esso. Con questa premessa, Malabou non può che
essere scettica nei confronti di alcune moderne teorie secondo cui il
capitalismo possa autoregolarsi se non addirittura modificarsi nei suoi
caratteri essenziali. Diverse pagine sono dedicate al lavoro dell’economista
Jeremy Rifkin e in particolare al suo saggio del 2000 L’era dell’accesso.
Secondo Rifkin l’economia contemporanea tende a spostarsi sempre di più dal
possesso all’accesso: l’esplosione di servizi a noleggio o in abbonamento,
l’intero settore della cultura e del divertimento, il turismo di massa,
l’industria del benessere e del fitness descrivono a suo dire un nuovo modello
economico che pone maggior rilievo all’esperire rispetto al possedere, e di
conseguenza all’accesso (provvisorio e di certo non trasmissibile) piuttosto che
allo scambio. Di conseguenza, possedere beni materiali è sempre meno importante
fintanto che la possibilità di farne comunque uso resta garantita. Eppure,
riflette Malabou, la proprietà delle infrastrutture che assicurano tale
esperienza non scompare, e neanche lo spossessamento. L’autrice ha ulteriormente
chiarito questo punto in un’intervista concessa a Philosophie Magazine:
> Quando si guarda alla storia della proprietà privata, essa non è mai stata,
> per la gente comune, un fattore di emancipazione. Piuttosto è il contrario. Si
> deve pur vivere da qualche parte e, per chi voglia possedere quella “qualche
> parte”, l’accesso alla proprietà avviene solitamente a costo di rinunce. Al
> giorno d’oggi molti giovani preferiscono affittare piuttosto che acquistare.
> C’è una vera crisi del mercato immobiliare e una sensibile restrizione dei
> crediti bancari. Quanto ai beni di consumo: ne possediamo senza dubbio di più,
> ma quanto valgono? Per la maggior parte nulla. Quando si perdono i genitori e
> si svuota la loro casa, si scopre presto che i tre quarti degli oggetti non
> hanno alcun valore, e quelli che forse ne hanno sono spesso privi di ogni
> legame affettivo. Si eredita pochissimo. L’apparente abbondanza di beni
> nasconde la futilità, la liquidità dei beni personali. Non è che la ricchezza,
> la vera ricchezza, a determinare il senso e l’effettività dell’eredità.
Secondo Malabou la proprietà non va quindi regolata: deve piuttosto essere
abolita non solo sul piano materiale dei beni ma anche su quello simbolico, cioè
dei meccanismi che legittimano il potere. In questa prospettiva, l’autrice si
interroga sul ruolo dell’anarchismo in questo processo, esaminando le proposte
del movimento politico e teorico dei beni comuni sul solco delle direzioni
individuate da Proudhon (riconquista della forza collettiva, mutualismo,
federalismo).
Ma questo movimento, come ogni altro, si coagula attorno a un’idea di futuro,
all’auspicio di un miglioramento delle condizioni presenti. Tale futuro e le sue
caratteristiche non possono restare indeterminati perché devono orientare
l’azione politica che mira a conseguirli. In altre parole, lo slancio verso un
futuro immaginato parte da un principio (in questo caso il comune) nel suo
doppio significato di “idea centrale” e “cominciamento”: tutto ciò che
l’an-archè (assenza di principio) rifiuta. Il principio si trova all’inizio e
nel nucleo rovente della teoria e della pratica politica: tutto dovrà seguirlo
ed essere in armonia con esso, pena lo snaturamento del progetto stesso. È qui
che Malabou rileva un’insidia appostata: quella della gerarchia, rigida e
intollerante.
> Ogni movimento si coagula attorno a un’idea di futuro e a un auspicio di un
> miglioramento delle condizioni presenti che non possono restare indeterminati,
> perché devono orientare l’azione politica che mira a conseguirli.
È in questo spazio di tensione tra teoria e prassi che Malabou colloca la figura
dell’anarchico. Lo spazio in cui agisce l’anarchico, per tradizione estraneo e
sradicato, è infatti “incerto e pericoloso”. Qualsiasi tentativo di associarlo a
un ideale politico univoco e definito comporterebbe la chiusura di questo
spazio. Conviene allora usare l’anarchismo come Malabou si serve delle teorie
proudhoniane: non un progetto politico di carattere normativo quanto un “quadro
politico interpretativo” che consenta all’anarchico di
> diventare il portavoce di ubenati, servi, bastardi e operai restando uno
> straniero: interrogare la memoria rubata della servitù senza creare memoria
> servile né discepoli obbedienti. Restare l’altro, improprio e
> “improprietario”.
L'articolo La rivoluzione? Non c’è mai stata di Catherine Malabou proviene da Il
Tascabile.
L e prestigiose scuole di economia e management, culle per niente oniriche in
cui vengono assemblate le menti secondo le regole della finanza, pare siano
molto vicine all’introduzione di corsi dedicati all’organizzazione del piacere.
Un solo obiettivo: sviluppare teorie e metodi che nascondano la diretta
correlazione tra divertimento, consumo e guadagno. La profanazione di questo
intreccio rivelerebbe una verità estremamente pericolosa: il tempo trascorso nei
luoghi (reali e virtuali) del piacere o dello svago anestetizza gli utenti
dell’inutilità del lavoro che, offrendo a chi lo svolge una rassicurante
sussistenza quotidiana, arricchisce esclusivamente il sistema capitalistico.
Come sostengono i filosofi postmarxisti del Ventunesimo secolo, tra i punti
all’ordine del giorno del sistema di potere egemonico non è mai stato annoverato
il miglioramento della condizione umana. Il verdetto è abbastanza intuitivo: il
capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, non
essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha elaborato
una versione subordinata alla logica di mercato. Il piacere è stato
riconfigurato come piacere produttivo: una forma ambigua di godimento indotto,
orientata – direttamente o indirettamente – a produrre utile. Neutralizzando il
potenziale sovversivo, il capitalismo ha reso il piacere un elemento funzionale
alla formazione di soggettività standardizzate.
> Il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma,
> non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha
> elaborato una versione subordinata alla logica di mercato.
La ricerca artistica e curatoriale di ATI suffix, collettivo interdisciplinare
nato a Roma nel 2013, interroga e decostruisce le categorie di pensiero del
sistema dominante. I progetti del collettivo, di cui fanno parte architett*,
artist*, filosof* e ricercator*, sono accomunati da un’esasperazione critica e
speculativa degli immaginari urbani, replicabili su scala globale. Attraverso
installazioni, attraversamenti, azioni laboratoriali e pratiche performative,
ATI suffix si insinua all’interno dei dispositivi di sorveglianza, oppressione e
controllo disseminati negli spazi di aggregazione quotidiana, di lavoro e di
piacere. In questo senso, i progetti del collettivo possono essere considerati
come pratiche di invasione, destabilizzazione, apparizione imprevista.
Prima possibilità per attivare il piacere (strategia a lungo termine)
Pensare alla concessione di tempo libero, a cui è possibile accedere
esclusivamente dopo aver prestato servizio a una qualsiasi società che concorra
al raggiungimento degli obiettivi del capitalismo. In questo orizzonte, ogni
soggettività agente è caldamente invitata a esercitare attivamente e senza
tregua il ruolo di lavoratore e di consumatore, oscillando tra due condizioni
che si fagocitano a vicenda.
> Per lungo tempo il desiderio di svago estivo è stato il principale incentivo
> al lavoro. Lavorare per le vacanze. Lavorare per l’estate. Lavorare per la
> spiaggia. Oggi il capitalismo ha messo la sabbia al servizio della produzione.
> La rilevanza fisica degli spazi concepiti per preparare cittadini/consumatori
> all’estate è chiara a tutti. Dalle palestre ai cantieri, la città si trasforma
> in un UrbanBeachScape.
Il progetto, sviluppato al Columbia Global Centers di Istanbul nel 2015, è
concepito come un’installazione site specific per il quartier generale della
società Borusan, tra le principali produttrici di tubi in acciaio nel mondo.
UrbanBeachScape contesta le reti transnazionali dello sponsor della mostra
esplorando il valore della sabbia nel traffico di denaro. Seconda risorsa
naturale più sfruttata dopo l’acqua, la sabbia viene estratta a una velocità
molto maggiore rispetto al tempo necessario affinché si rinnovi. Il valore
economico della sabbia sul mercato globale determina un forte attrito rispetto
all’immaginario esotico pubblicizzato dai resort di lusso.
Il testo curatoriale, redatto nella forma di manifesto programmatico, insiste
sulle logiche pubblicitarie del capitalismo: sigle e acronimi per abbreviare il
tempo della lettura e facilitare il processo di memorizzazione.
> UBS è un business, perché il capitale mette in produzione il desiderio di
> spiaggia
> UBS è edilizia, perché la sabbia è la seconda risorsa naturale più utilizzata
> UBS è estetica, perché i corpi urbani sono sempre pronti per la spiaggia
> UBS è sfruttamento, perché le spiagge scompaiono mentre le città crescono.
Scrive Giorgio Agamben in Mezzi senza fine (1996), “la società nel suo insieme è
consegnata irrevocabilmente alla forma della società di consumo e di produzione
orientata al solo fine del benessere”. Spargendo oltre trenta tonnellate di
sabbia nell’atrio della multinazionale, UrbanBeachScape celebra la relazione
segreta tra sfruttamento e benessere. Una lettera firmata da un immaginario
Beach Liberation Front mette in guardia dalla tentazione di godere del sole
artificiale: non è possibile che alcun sogno appartenga al presente. Chi si
sottrae volontariamente al gioco del capitale rinuncia all’immaginazione
normativa del tempo libero. Eppure anche sviluppare una strategia per garantirsi
l’accesso al futuro senza pagare il dazio del lavoro è un’attitudine produttiva
di stampo capitalista. Non c’è via d’uscita. La spiaggia è una gabbia che
incastra i corpi.
> Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale,
> UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere.
Il futuro, come raccoglitore di ambizioni, è uno specchio che riflette ed esalta
i bisogni vitali del sistema: poiché siamo condannati ad avere un futuro, siamo
condannati a lavorare, e viceversa. La realizzazione dei sogni – accettando
l’accezione materialista che il capitalismo ha affidato al sogno – dipende dalla
fedeltà al lavoro. Attraverso un monumento effimero realizzato nella forma di
inciampo all’abituale fruizione dello spazio aziendale, ATI suffix ritrae il
dark side del capitalismo.
Seconda possibilità per attivare il piacere (strategia a breve termine)
Risolvere i disturbi causati dal tempo del dovere attraverso espedienti
simbolici e/o concreti messi a disposizione a basso costo dall’efficiente
sistema di produzione.
> White Sheep, una bevanda arricchita di melatonina, si confronta con l’insonnia
> indotta e la seduzione della produttività. La bevanda è disponibile tramite un
> distributore automatico posizionato in uno spazio pubblico ad Amsterdam.
White Sheep è un’installazione nello spazio pubblico, realizzata per Amsterdam
Light Festival nel 2017. Il progetto assume la forma di un distributore di
bibite alla melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a
quello delle più famose bevande energetiche. Il rebranding speculativo sovverte
la fascinazione per la cessazione del sonno adottando l’estetica del
distributore h24. Sotto forma di piacere, ovvero bevanda al gusto di caramelle
alla fragola, il capitalismo genera comportamenti che si trasformano in
abitudini e che deformano i corpi. I supporti energetici a cui si fa
affidamento, inizialmente proposti come soluzione rapida per mantenere alte le
prestazioni di uno stile di vita animato dalla concorrenza, mirano a
trasformarsi in un’esigenza radicale. La diffusione di tisane con polveri di
melatonina rappresenta il collasso dello stesso sistema. Allegoria di una classe
di lavoratori e lavoratrici intrappolate tra le maglie di un sistema
claustrofobico e ripiegato su sé stesso, White Sheep è un progetto segretamente
disturbante che ammicca ed esalta lo stesso immaginario che contesta.
> Il progetto White Sheep assume la forma di un distributore di bibite alla
> melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle
> più famose bevande energetiche: un rebranding speculativo che sovverte la
> fascinazione per la cessazione del sonno.
Una simile ambiguità caratterizza La manipolazione onirica del Carrefour, azione
collettiva e performativa realizzata per il festival di teatro Contrabbando di
Roma, nel 2017.
> Con la sua intrusione capillare, il capitalismo sta velocemente erodendo forme
> di comunità ed espressione politica, utilizzando come mezzo di controllo
> l’abolizione della naturale alternanza giorno/notte. Un tempo senza ritmo,
> senza pause, senza sonno.
Probabilmente il più grande desiderio del capitalismo è fare in modo che si
realizzi l’astensione completa dal sonno e che assuma la forma di abdicazione di
massa, scrive Jonathan Crary in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno
(2015). Dopo aver individuato nelle sostanze energizzanti un rimedio istantaneo
a questa disfunzione ereditaria che “affligge” la specie umana, il sistema
inventa degli spazi collettivi in cui sviluppare esercizi notturni di
divertimento e consumo. Tra questi, i supermercati h24 rappresentano il modello
più riuscito. La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti
attraverso un esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non
banalità del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Rifiutando la velocità che i pavimenti sempre lucidi dei supermercati impongono
alle suole delle scarpe da trekking urbano, la performance è un attraversamento
lento dei corridoi infestati da trame di potere e sfruttamento interspecie
attuato su scala globale. Percorrere senza fretta uno spazio pensato
esclusivamente per l’acquisto e uscire a mani vuote è un atto di boicottaggio.
> La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un
> esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità
> del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Dopo la spedizione al Carrefour, la performance si conclude con un rituale
onirico nella sala teatrale del Cinema Palazzo. Il sonno, dopo aver abbandonato
la dimensione intima, si rivela ora nella sua temporalità imperitura del 24/7.
La manipolazione onirica del Carrefour assalta i vessilli del capitalismo
applicando segrete e impercettibili modifiche che alterano temporaneamente il
funzionamento. La prefigurazione di immaginari che alterano la scissione
disciplinata tra utopia e distopia è un gesto politico.
Epilogo (stare in guardia)
L’esistenza del tempo libero è incerta.
L’induzione del disturbo del sonno aumenta la capacità estrattiva.
Il benessere concorre al raggiungimento della massimizzazione del profitto.
L'articolo Avvelenare il banchetto capitalista proviene da Il Tascabile.