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Capitalismo dopaminergico
S e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo, esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto. Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza, attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia (digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita, alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista. Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata. Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie, distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti cognitivi dei singoli. QUALI SONO I VANTAGGI DELLO SCORPORARE I MECCANISMI COGNITIVI UMANI DA QUELLI PIÙ-CHE-UMANI? IN CHE MISURA È NECESSARIO DISTINGUERE I NOSTRI MODI DI PENSARE – QUELLI VIRTUOSI MA SOPRATTUTTO QUELLI FALLACI – PER COMPRENDERE UNA CRISI CHE È IN LARGA PARTE ORIGINATA PROPRIO DA UN’ERRONEA LETTURA DELLA CENTRALITÀ DELL’ESSERE UMANO SULLA TERRA? Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua, facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi climatica nasce da una combinazione di miopia temporale, present bias e ambienti decisionali che amplificano le nostre debolezze. Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il contesto che lo rende dipendente. MA NON È LA RIFLESSIONE UMANA ESSA STESSA UNA CONSEGUENZA DELL’EVOLUZIONE? COSA POTREMMO IMPARARE DAL RIPENSARLA IN QUANTO TALE? Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma una sua parte biologica, con limiti precisi, bias prevedibili e una capacità di autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi, architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza del presente. È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default, cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive. Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica. IN BASE AL MODELLO ECONOMICO DELLO SCONTO ESPONENZIALE, OGNI INTERVALLO DI TEMPO RIDUCE IL VALORE DI UNA RICOMPENSA IN MODO PROPORZIONALE E COSTANTE, SECONDO UNA CURVA DECRESCENTE, REGOLARE E CONTINUA. TENDEREMMO QUINDI A PREFERIRE GRATIFICAZIONI IMMEDIATE PIUTTOSTO CHE LAVORARE CON LUNGIMIRANZA SULLA RISOLUZIONE DI PROBLEMI CHE SAPPIAMO ANDARE PEGGIORANDO. EPPURE, ALMENO NEL MONDO OCCIDENTALE, SI RISCONTRA UN’INCAPACITÀ DIFFUSA A GODERE DEL PRESENTE STESSO, AD ESSERNE SODDISFATTI, AD ATTRIBUIRE UN VALORE NON MONETARIO AL QUI E ORA. COME VEDE QUESTA DISSONANZA TRA I MODELLI ECONOMICI E L’EFFETTIVO MODO DI STARE AL MONDO DI MOLTI DI NOI IN QUESTA PARTE DEL MONDO? Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno: tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza riuscire a nutrire chi lo vive. MI PARE CHE IL DISCORSO POSSA ESSERE AMPLIATO ANCHE ALL’OTTIMISMO IMPOSTO DALL’ALTO INSIEME A UN’IDEA DISTORTA DI PROGRESSO, IN NETTO CONTRASTO CON PESSIMISMO E CATASTROFISMO SEMPRE PIÙ DIFFUSI NEL MONDO REALE. L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo, ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro rilevante nel presente. IN PARTE COLLEGATA ALLA DOMANDA PRECEDENTE C’È UNA CURIOSITÀ SUL DATO DA LEI RIPORTATO IN BASE AL QUALE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL BENESSERE SOGGETTIVO DI TUTTE LE FASCE D’ETÀ È DIMINUITO IN NORD AMERICA. SEMBRA DUNQUE CHE SI STIA RISVEGLIANDO UNA CONSAPEVOLEZZA DEI TANTI E VARI PROBLEMI INTRINSECHI AL COSIDDETTO SVILUPPO CAPITALISTA E ALLO STESSO SOGNO AMERICANO. COME MAI, SECONDO LEI, NON SI RIESCE A INCANALARE QUESTA PERCEZIONE IN UN CAMBIO DI ROTTA CULTURALE E POLITICO? CHE TIPO DI STRATEGIE COGNITIVE DOVREBBERO ESSERE SOLLECITATE PER GENERARE UN CAMBIO DI QUESTO TIPO? Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni, soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa, il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona. Poi il sistema non regge più. La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula. Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima. TROVO MOLTO PRODUTTIVA LA SUA DISCUSSIONE DEL MECCANISMO DEL PREIMPEGNO, CHE PREVEDE UN’AUTOIMPOSIZIONE DI VINCOLI CHIARI E IRREVERSIBILI A CUI OGNI NUOVO CICLO POLITICO DOVRÀ TENERE FEDE. LEI SPIEGA BENE COME LA SCELTA DI PREIMPEGNARSI A RIDURRE PRODUZIONE, CONSUMI E CRESCITA ECONOMICA PER TUTELARE L’AMBIENTE – E DUNQUE LIMITARE ALCUNE SCELTE NEL PRESENTE – SIA CONDIZIONE NECESSARIA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA STESSA CAPACITÀ DI SCELTA IN FUTURO, DECOSTRUENDO COSÌ LA RETORICA LIBERISTA SECONDO  CUI LE LIBERTÀ INDIVIDUALI DOVREBBERO ESSERE INATTACCABILI. QUALE FORMA DI GOVERNO, A SUO PARERE, SAREBBE LA PIÙ EFFICACE AD ACCOGLIERE UN CERTO GRADO DI DIRIGISMO AMBIENTALISTA, CONSIDERANDO I PROBLEMI CHE LEI STESSO EVIDENZIA NELLE DEMOCRAZIE ODIERNE, ORMAI SUCCUBI DI OLIGARCHIE FINANZIARIE E DIGITALI? Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi, soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente potenti. La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia. L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo: standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia. Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi. Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione. UN PREGIO DEL SUO LIBRO RISIEDE NELLA PROPOSTA DI SOLUZIONI, ALCUNE DELLE QUALI A PORTATA DI OGNUNO DI NOI, ALTRE RELATIVE ALLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA. IL SUO STESSO LAVORO AGISCE NELL’ALVEO DI QUELLA CHE LEI DEFINISCE UN’EDUCAZIONE CIVICA EPISTEMICA, PRODUCENDO INFORMAZIONE SCIENTIFICA AFFIDABILE E ACCESSIBILE, CHE POSSA FARE DA BASE A SISTEMI VIRTUOSI DI GESTIONE COLLETTIVA. MI PIACEREBBE QUINDI FINIRE CON UN ESPERIMENTO IMMAGINATIVO. SE LE VENISSE AFFIDATO DOMANI UN RUOLO DECISIONALE ALL’INTERNO DEL GOVERNO DI UN PAESE OCCIDENTALE – L’ITALIA, PERCHÉ NO? – QUALI SAREBBERO I PRIMI TRE CAMBIAMENTI SU CUI LAVOREREBBE NELL’IMMEDIATO, E IN CHE MODO QUESTI ANDREBBERO AD AGIRE SUL MEDIO-LUNGO PERIODO? Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana, statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari, comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza cognitiva e il negazionismo. La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con, non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”. La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo. Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti. L'articolo Capitalismo dopaminergico proviene da Il Tascabile.
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La rivoluzione? Non c’è mai stata di Catherine Malabou
N el 1840 Pierre-Joseph Proudhon, studente di poverissime origini e perlopiù autodidatta, che può frequentare l’Accademia di Besançon solo grazie a una borsa di studio per giovani meritevoli, pubblica una risposta al quesito annuale posto dalla sua università, ovvero quali siano “le conseguenze economiche e morali che ha prodotto in Francia, e che sembra destinata a produrre in futuro, la legge sulla equa divisione dei beni tra i figli”. Il suo testo Che cos’è la proprietà, un classico del pensiero anarchico, si apre con la negazione perentoria della legittimità della proprietà. La proprietà, anzi, è furto, esattamente come la schiavitù è assassinio. L’equivalenza delle due affermazioni stabilisce subito il legame per lui essenziale tra possedere e asservire. Questa relazione è di immediata comprensione se calata nel contesto storico feudale, in cui il dominio economico coincide con quello politico, ma diventa più oscura e meno leggibile con la formulazione della proprietà privata come la conosciamo oggi: ben separata dal potere pubblico. Una simile demarcazione, che si cristallizza in Francia grazie alla Rivoluzione del 1789, porta con sé una promessa emancipatoria: l’uguaglianza tra i cittadini si ottiene attraverso il diritto universale alla proprietà. In questo passaggio Proudhon scorge però non la scomparsa bensì la metamorfosi del dominio, di cui la proprietà è l’estensione economica. > Partendo da due critiche alla proprietà privata (teoria dei beni comuni e > decoloniale), Malabou analizza il carattere “performativo” della proprietà, > per poi delineare una breve storia di furto, eredità e asservimento. Nel recente La rivoluzione? Non c’è mai stata (2025), la filosofa francese Catherine Malabou propone una critica alla proprietà, al dominio e alla servitù radicata in quella proudhoniana, con la duplice ambizione di espanderla alle forme contemporanee di asservimento e di metterla al riparo dalla vis polemica di uno dei primi ammiratori ma anche, in seguito, uno dei più feroci commentatori di Proudhon: il contemporaneo Karl Marx. Il volume si impegna quindi per prima cosa nell’analisi di due importanti critiche contemporanee alla proprietà privata, la teoria dei beni comuni e la teoria decoloniale, per poi entrare nel vivo della diatriba tra Marx e Proudhon, e infine stendere una breve storia del furto, del concetto di eredità e dell’asservimento dal feudalismo prerivoluzionario al neofeudalelismo odierno. Lo scopo: > interrogare gradualmente ‒ con Proudhon e oltre Proudhon ‒ l’amnesia generale > che colpisce l’origine della condizione servile, il modo in cui il discorso > repubblicano continua a occultare la memoria delle diverse tradizioni di > asservimento da cui il popolo proviene nella sua stragrande maggioranza. Le due prospettive critiche si rafforzano a vicenda. Affrontare le caustiche osservazioni di Marx permette infatti a Malabou di districare i nodi del testo di Proudhon. Al contempo, lo sviluppo delle tesi proudhoniane le consente di dimostrare come esse siano tutt’altro che generiche, né tantomeno dimentiche (se non addirittura ignare: questa l’accusa più seria mossa da Marx) delle condizioni storiche e sociali in cui il conflitto di classe si sviluppa. > Attingendo dal lavoro dello studioso Robert Nichols, Malabou evidenzia come la > colonizzazione non sia soltanto una questione materiale ma intacchi e > distrugga nei soggetti colonizzati la “sfera del sé”. L’intuizione di Proudhon è che sia il furto a precedere la proprietà, così inaugurandola, e non viceversa. Si tratta di un’affermazione contraddittoria sul piano cronologico, perché l’atto stesso del furto presuppone, o dovrebbe presupporre, che esista qualcosa da rubare: una proprietà, per l’appunto. Ma Proudhon si muove su un terreno logico e, ancora di più, ontologico e simbolico. Rovesciando il suo ragionamento si può sostenere che l’affermazione della proprietà altro non è che l’istituzionalizzazione del furto, ovvero che la proprietà si crea dichiarandola e che quindi essa non dispone che della propria autolegittimazione. Questa traiettoria è particolarmente chiara se si osservano quelle che Malabou chiama le “nuove enclosures”, come i tentativi di brevettare il genoma umano, il processo di privatizzazione dell’acqua, o la spartizione dell’Internet libera fra i giganti del tech. Lo stesso vale per lo spossessamento coloniale, un’appropriazione forzata di terre e risorse che prima dell’invasione europea non appartenevano a nessuno ed erano liberamente abitate e usate dalle popolazioni indigene. Attingendo da un importante lavoro dello studioso Robert Nichols, debitore di Proudhon già dal titolo Theft is property! (2019), Malabou evidenzia come la colonizzazione non sia soltanto una questione materiale ma intacchi e distrugga nei soggetti colonizzati la “sfera del sé”: “La subordinazione a ‘élite imperialiste’ ha impedito loro di parlare le loro lingue, di praticare i loro culti; ha cambiato i loro nomi e li ha separati dai loro figli e da loro stessi”. Quest’ultima puntualizzazione le permette di preparare il terreno per alcuni ragionamenti successivi riguardo un aspetto fondamentale della proprietà, sia essa simbolica (identità culturale, genealogia familiare) o concreta: la capacità di riceverla e lasciarla in eredità. Malabou non tralascia qui di sottolineare la distinzione, spesso dimenticata o taciuta in malafede, tra la proprietà dei mezzi di produzione e quella dei mezzi di consumo. Solo la prima è al centro delle critiche di Marx e Proudhon, in questo sostanzialmente allineati: il possesso individuale, fondato sull’uso, è del tutto legittimo e anzi minacciato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione. Non potrebbe essere altrimenti, visto che questa si radica sulla spoliazione e sullo sfruttamento del lavoro altrui. Il carattere performativo della proprietà, il fatto cioè che prenda forma attraverso dispositivi politici e giuridici, costituisce il punto di divergenza con il pensiero marxiano e una frattura di difficile ricomposizione fra i due campi. Per Marx la proprietà non è affatto “impossibile”, come sostiene Proudhon, ma costituisce una necessità storica perché derivante da un processo economico e materiale, quello dell’accumulazione originaria, che pone le basi per lo sviluppo del capitalismo. In questo senso la proprietà non dipende dalle forme arbitrarie del dominio politico, ma risponde piuttosto alle esigenze strutturali del capitale. Secondo i primi teorici anarchici, come lo stesso Proudhon e Kropotkin, gli strumenti della scienza economica impiegati da Marx sono invece insufficienti a spiegare le dinamiche politiche e simboliche che regolano il dominio e la proprietà. > Per Proudhon le promesse di uguaglianza della Rivoluzione francese non sono > servite ad abolire il dominio bensì a rimuoverlo dalla memoria collettiva, in > un’operazione che ha consolidato il potere rendendolo invisibile, non-creato e > proprio per questo naturale. Resta quindi da chiarire la natura del furto: una sottrazione non solo materiale ma soprattutto ideologica, un “trafugamento” del ricordo del dominio nella transizione tra ancien régime e periodo postrivoluzionario. Per Proudhon le promesse di uguaglianza della Rivoluzione francese non sono servite ad abolire il dominio bensì a rimuoverlo dalla memoria collettiva, in un’operazione di offuscamento che ha consolidato il potere rendendolo invisibile, non-creato e proprio per questo naturale. Questa eliminazione della coscienza del dominio si palesa nella questione dell’eredità e del diritto di albinaggio. In epoca feudale e prerivoluzionaria il signore ereditava automaticamente i beni degli stranieri che morivano nel suo territorio. Il legame tra proprietà ed estraneità alla vita civile si concretizza in questo dispositivo giuridico, che non a caso coinvolge anche i bastardi e i servi. L’incapacità di testare ed ereditare, di partecipare cioè alla trasmissione dei beni, delinea il perimetro dell’appartenenza alla condizione libera e crea fra i membri della società una gerarchia speculare a quella che il diritto di primogenitura stabilisce tra fratelli. > Dopo la Rivoluzione il diritto di spossessare si mantiene, traslandosi nel > meccanismo di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice, > negli interessi sui prestiti, nelle rendite sugli immobili e tutto ciò che > consente di fare profitti a spese di chi non possiede nulla. La Rivoluzione spazza via l’insieme dei diritti feudali e con essi anche il diritto di primogenitura, eppure questa trasformazione formale non si traduce nell’uguale possibilità di possedere patrimoni e, di conseguenza, disporne in eredità. Al contrario, il diritto allo spossessamento si mantiene, traslandosi nel meccanismo di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice, negli interessi sui prestiti, nelle rendite sugli immobili e in tutto ciò che consente ai proprietari di fare profitti a spese di chi non possiede nulla. La divisione tra chi sfrutta e chi viene sfruttato muta così nella forma ma non certo nella natura, né tantomeno nei suoi effetti, che hanno a che vedere non tanto, o non solo, con la deprivazione materiale di oggetti e denaro. La confisca dei beni degli stranieri non è principalmente volta ad arricchire il signore feudale, così come la simile prassi contemporanea di sequestrare i pochi possedimenti dei migranti al loro arrivo in Europa non ha alcuno scopo economico. Si tratta piuttosto, allora come oggi, di una prova muscolare dell’autorità politica, che dimostra di poter arbitrariamente scaraventare chiunque entri nel suo raggio d’azione “ai margini del sociale”. > La confisca dei beni degli stranieri non è principalmente volta ad arricchire > il signore feudale, così come la prassi contemporanea di sequestrare i pochi > possedimenti dei migranti al loro arrivo non ha alcuno scopo economico. Il capitalismo sopravvive dunque non malgrado il gesto rivoluzionario che vorrebbe superarlo, ma proprio in esso. Con questa premessa, Malabou non può che essere scettica nei confronti di alcune moderne teorie secondo cui il capitalismo possa autoregolarsi se non addirittura modificarsi nei suoi caratteri essenziali. Diverse pagine sono dedicate al lavoro dell’economista Jeremy Rifkin e in particolare al suo saggio del 2000 L’era dell’accesso. Secondo Rifkin l’economia contemporanea tende a spostarsi sempre di più dal possesso all’accesso: l’esplosione di servizi a noleggio o in abbonamento, l’intero settore della cultura e del divertimento, il turismo di massa, l’industria del benessere e del fitness descrivono a suo dire un nuovo modello economico che pone maggior rilievo all’esperire rispetto al possedere, e di conseguenza all’accesso (provvisorio e di certo non trasmissibile) piuttosto che allo scambio. Di conseguenza, possedere beni materiali è sempre meno importante fintanto che la possibilità di farne comunque uso resta garantita. Eppure, riflette Malabou, la proprietà delle infrastrutture che assicurano tale esperienza non scompare, e neanche lo spossessamento. L’autrice ha ulteriormente chiarito questo punto in un’intervista concessa a Philosophie Magazine: > Quando si guarda alla storia della proprietà privata, essa non è mai stata, > per la gente comune, un fattore di emancipazione. Piuttosto è il contrario. Si > deve pur vivere da qualche parte e, per chi voglia possedere quella “qualche > parte”, l’accesso alla proprietà avviene solitamente a costo di rinunce. Al > giorno d’oggi molti giovani preferiscono affittare piuttosto che acquistare. > C’è una vera crisi del mercato immobiliare e una sensibile restrizione dei > crediti bancari. Quanto ai beni di consumo: ne possediamo senza dubbio di più, > ma quanto valgono? Per la maggior parte nulla. Quando si perdono i genitori e > si svuota la loro casa, si scopre presto che i tre quarti degli oggetti non > hanno alcun valore, e quelli che forse ne hanno sono spesso privi di ogni > legame affettivo. Si eredita pochissimo. L’apparente abbondanza di beni > nasconde la futilità, la liquidità dei beni personali. Non è che la ricchezza, > la vera ricchezza, a determinare il senso e l’effettività dell’eredità. Secondo Malabou la proprietà non va quindi regolata: deve piuttosto essere abolita non solo sul piano materiale dei beni ma anche su quello simbolico, cioè dei meccanismi che legittimano il potere. In questa prospettiva, l’autrice si interroga sul ruolo dell’anarchismo in questo processo, esaminando le proposte del movimento politico e teorico dei beni comuni sul solco delle direzioni individuate da Proudhon (riconquista della forza collettiva, mutualismo, federalismo). Ma questo movimento, come ogni altro, si coagula attorno a un’idea di futuro, all’auspicio di un miglioramento delle condizioni presenti. Tale futuro e le sue caratteristiche non possono restare indeterminati perché devono orientare l’azione politica che mira a conseguirli. In altre parole, lo slancio verso un futuro immaginato parte da un principio (in questo caso il comune) nel suo doppio significato di “idea centrale” e “cominciamento”: tutto ciò che l’an-archè (assenza di principio) rifiuta. Il principio si trova all’inizio e nel nucleo rovente della teoria e della pratica politica: tutto dovrà seguirlo ed essere in armonia con esso, pena lo snaturamento del progetto stesso. È qui che Malabou rileva un’insidia appostata: quella della gerarchia, rigida e intollerante. > Ogni movimento si coagula attorno a un’idea di futuro e a un auspicio di un > miglioramento delle condizioni presenti che non possono restare indeterminati, > perché devono orientare l’azione politica che mira a conseguirli. È in questo spazio di tensione tra teoria e prassi che Malabou colloca la figura dell’anarchico. Lo spazio in cui agisce l’anarchico, per tradizione estraneo e sradicato, è infatti “incerto e pericoloso”. Qualsiasi tentativo di associarlo a un ideale politico univoco e definito comporterebbe la chiusura di questo spazio. Conviene allora usare l’anarchismo come Malabou si serve delle teorie proudhoniane: non un progetto politico di carattere normativo quanto un “quadro politico interpretativo” che consenta all’anarchico di > diventare il portavoce di ubenati, servi, bastardi e operai restando uno > straniero: interrogare la memoria rubata della servitù senza creare memoria > servile né discepoli obbedienti. Restare l’altro, improprio e > “improprietario”. L'articolo La rivoluzione? Non c’è mai stata di Catherine Malabou proviene da Il Tascabile.
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Avvelenare il banchetto capitalista
L e prestigiose scuole di economia e management, culle per niente oniriche in cui vengono assemblate le menti secondo le regole della finanza, pare siano molto vicine all’introduzione di corsi dedicati all’organizzazione del piacere. Un solo obiettivo: sviluppare teorie e metodi che nascondano la diretta correlazione tra divertimento, consumo e guadagno. La profanazione di questo intreccio rivelerebbe una verità estremamente pericolosa: il tempo trascorso nei luoghi (reali e virtuali) del piacere o dello svago anestetizza gli utenti dell’inutilità del lavoro che, offrendo a chi lo svolge una rassicurante sussistenza quotidiana, arricchisce esclusivamente il sistema capitalistico. Come sostengono i filosofi postmarxisti del Ventunesimo secolo, tra i punti all’ordine del giorno del sistema di potere egemonico non è mai stato annoverato il miglioramento della condizione umana. Il verdetto è abbastanza intuitivo: il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha elaborato una versione subordinata alla logica di mercato. Il piacere è stato riconfigurato come piacere produttivo: una forma ambigua di godimento indotto, orientata – direttamente o indirettamente – a produrre utile. Neutralizzando il potenziale sovversivo, il capitalismo ha reso il piacere un elemento funzionale alla formazione di soggettività standardizzate. > Il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, > non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha > elaborato una versione subordinata alla logica di mercato. La ricerca artistica e curatoriale di ATI suffix, collettivo interdisciplinare nato a Roma nel 2013, interroga e decostruisce le categorie di pensiero del sistema dominante. I progetti del collettivo, di cui fanno parte architett*, artist*, filosof* e ricercator*, sono accomunati da un’esasperazione critica e speculativa degli immaginari urbani, replicabili su scala globale. Attraverso installazioni, attraversamenti, azioni laboratoriali e pratiche performative, ATI suffix si insinua all’interno dei dispositivi di sorveglianza, oppressione e controllo disseminati negli spazi di aggregazione quotidiana, di lavoro e di piacere. In questo senso, i progetti del collettivo possono essere considerati come pratiche di invasione, destabilizzazione, apparizione imprevista. Prima possibilità per attivare il piacere (strategia a lungo termine) Pensare alla concessione di tempo libero, a cui è possibile accedere esclusivamente dopo aver prestato servizio a una qualsiasi società che concorra al raggiungimento degli obiettivi del capitalismo. In questo orizzonte, ogni soggettività agente è caldamente invitata a esercitare attivamente e senza tregua il ruolo di lavoratore e di consumatore, oscillando tra due condizioni che si fagocitano a vicenda. > Per lungo tempo il desiderio di svago estivo è stato il principale incentivo > al lavoro. Lavorare per le vacanze. Lavorare per l’estate. Lavorare per la > spiaggia. Oggi il capitalismo ha messo la sabbia al servizio della produzione. > La rilevanza fisica degli spazi concepiti per preparare cittadini/consumatori > all’estate è chiara a tutti. Dalle palestre ai cantieri, la città si trasforma > in un UrbanBeachScape. Il progetto, sviluppato al Columbia Global Centers di Istanbul nel 2015, è concepito come un’installazione site specific per il quartier generale della società Borusan, tra le principali produttrici di tubi in acciaio nel mondo. UrbanBeachScape contesta le reti transnazionali dello sponsor della mostra esplorando il valore della sabbia nel traffico di denaro. Seconda risorsa naturale più sfruttata dopo l’acqua, la sabbia viene estratta a una velocità molto maggiore rispetto al tempo necessario affinché si rinnovi. Il valore economico della sabbia sul mercato globale determina un forte attrito rispetto all’immaginario esotico pubblicizzato dai resort di lusso. Il testo curatoriale, redatto nella forma di manifesto programmatico, insiste sulle logiche pubblicitarie del capitalismo: sigle e acronimi per abbreviare il tempo della lettura e facilitare il processo di memorizzazione. > UBS è un business, perché il capitale mette in produzione il desiderio di > spiaggia > UBS è edilizia, perché la sabbia è la seconda risorsa naturale più utilizzata > UBS è estetica, perché i corpi urbani sono sempre pronti per la spiaggia > UBS è sfruttamento, perché le spiagge scompaiono mentre le città crescono.    Scrive Giorgio Agamben in Mezzi senza fine (1996), “la società nel suo insieme è consegnata irrevocabilmente alla forma della società di consumo e di produzione orientata al solo fine del benessere”. Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale, UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere. Una lettera firmata da un immaginario Beach Liberation Front mette in guardia dalla tentazione di godere del sole artificiale: non è possibile che alcun sogno appartenga al presente. Chi si sottrae volontariamente al gioco del capitale rinuncia all’immaginazione normativa del tempo libero. Eppure anche sviluppare una strategia per garantirsi l’accesso al futuro senza pagare il dazio del lavoro è un’attitudine produttiva di stampo capitalista. Non c’è via d’uscita. La spiaggia è una gabbia che incastra i corpi. > Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale, > UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere. Il futuro, come raccoglitore di ambizioni, è uno specchio che riflette ed esalta i bisogni vitali del sistema: poiché siamo condannati ad avere un futuro, siamo condannati a lavorare, e viceversa. La realizzazione dei sogni – accettando l’accezione materialista che il capitalismo ha affidato al sogno – dipende dalla fedeltà al lavoro. Attraverso un monumento effimero realizzato nella forma di inciampo all’abituale fruizione dello spazio aziendale, ATI suffix ritrae il dark side del capitalismo. Seconda possibilità per attivare il piacere (strategia a breve termine) Risolvere i disturbi causati dal tempo del dovere attraverso espedienti simbolici e/o concreti messi a disposizione a basso costo dall’efficiente sistema di produzione. > White Sheep, una bevanda arricchita di melatonina, si confronta con l’insonnia > indotta e la seduzione della produttività. La bevanda è disponibile tramite un > distributore automatico posizionato in uno spazio pubblico ad Amsterdam. White Sheep è un’installazione nello spazio pubblico, realizzata per Amsterdam Light Festival nel 2017. Il progetto assume la forma di un distributore di bibite alla melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle più famose bevande energetiche. Il rebranding speculativo sovverte la fascinazione per la cessazione del sonno adottando l’estetica del distributore h24. Sotto forma di piacere, ovvero bevanda al gusto di caramelle alla fragola, il capitalismo genera comportamenti che si trasformano in abitudini e che deformano i corpi. I supporti energetici a cui si fa affidamento, inizialmente proposti come soluzione rapida per mantenere alte le prestazioni di uno stile di vita animato dalla concorrenza, mirano a trasformarsi in un’esigenza radicale. La diffusione di tisane con polveri di melatonina rappresenta il collasso dello stesso sistema. Allegoria di una classe di lavoratori e lavoratrici intrappolate tra le maglie di un sistema claustrofobico e ripiegato su sé stesso, White Sheep è un progetto segretamente disturbante che ammicca ed esalta lo stesso immaginario che contesta. > Il progetto White Sheep assume la forma di un distributore di bibite alla > melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle > più famose bevande energetiche: un rebranding speculativo che sovverte la > fascinazione per la cessazione del sonno. Una simile ambiguità caratterizza La manipolazione onirica del Carrefour, azione collettiva e performativa realizzata per il festival di teatro Contrabbando di Roma, nel 2017. > Con la sua intrusione capillare, il capitalismo sta velocemente erodendo forme > di comunità ed espressione politica, utilizzando come mezzo di controllo > l’abolizione della naturale alternanza giorno/notte. Un tempo senza ritmo, > senza pause, senza sonno. Probabilmente il più grande desiderio del capitalismo è fare in modo che si realizzi l’astensione completa dal sonno e che assuma la forma di abdicazione di massa, scrive Jonathan Crary in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (2015). Dopo aver individuato nelle sostanze energizzanti un rimedio istantaneo a questa disfunzione ereditaria che “affligge” la specie umana, il sistema inventa degli spazi collettivi in cui sviluppare esercizi notturni di divertimento e consumo. Tra questi, i supermercati h24 rappresentano il modello più riuscito. La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie. Rifiutando la velocità che i pavimenti sempre lucidi dei supermercati impongono alle suole delle scarpe da trekking urbano, la performance è un attraversamento lento dei corridoi infestati da trame di potere e sfruttamento interspecie attuato su scala globale. Percorrere senza fretta uno spazio pensato esclusivamente per l’acquisto e uscire a mani vuote è un atto di boicottaggio. > La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un > esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità > del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie. Dopo la spedizione al Carrefour, la performance si conclude con un rituale onirico nella sala teatrale del Cinema Palazzo. Il sonno, dopo aver abbandonato la dimensione intima, si rivela ora nella sua temporalità imperitura del 24/7. La manipolazione onirica del Carrefour assalta i vessilli del capitalismo applicando segrete e impercettibili modifiche che alterano temporaneamente il funzionamento. La prefigurazione di immaginari che alterano la scissione disciplinata tra utopia e distopia è un gesto politico. Epilogo (stare in guardia) L’esistenza del tempo libero è incerta. L’induzione del disturbo del sonno aumenta la capacità estrattiva. Il benessere concorre al raggiungimento della massimizzazione del profitto. L'articolo Avvelenare il banchetto capitalista proviene da Il Tascabile.
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