Agitare bene prima di consumare, e comunque farlo prima della scadenza riportata
sul tappo.
Prima dell’uso leggere attentamente il foglio illustrativo.
Prima di procedere, salvare le modifiche.
Prima del segnale acustico.
Prima di addormentarsi.
Prima di bere.
Prima di smettere di bere.
Prima di noi.
Prima di Lei.
C on Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio (66thand2nd, 2026), si
riparte da qui: una foto dell’autrice da giovanissima, “ventitré, nuda.
Ragazza”, e “l’odore di carne bruciata” durante la seconda settimana di aprile
del 2010. Da un prima, cioè, che però è già un dopo perché, se non è proprio una
truffa, ogni autobiografia è almeno una scena del crimine ripulita male: una
sedia spostata, un bicchiere sul bordo del lavandino, un asciugamano umido un
po’ puzzolente, due o tre bugie lasciate in bella vista per non far notare
quelle vere.
E poi, soprattutto, si riparte da una voce che dice e ripete “quanto sono
brutta, e stupida, e sporca, e superficiale, e inutile, e una puttana, e quanto
devo vergognarmi di tutto tutto tutto”; o, più avanti, al plurale, perché il
dolore non è mai davvero privato e anzi si organizza subito in coro: “quanto
siete brutte, stupide, sporche, frigide, grasse e goffe, e che nessuno vi amerà
mai, perché tutti vi odiano e continueranno a odiarvi, e vi odiano perché hanno
ragione loro”.
Che bella compagnia, eh? Si “riparte” anche perché questo libro vive adesso una
seconda, terza, quarta vita: uscito nel 2014 da Mondadori e diventato presto un
libro di culto, torna oggi dentro il nuovo sodalizio editoriale di Bellocchio
con 66thand2nd, dove l’autrice traduce, pubblica e ripubblica, come se ogni
libro fosse una stanza da riabitare dopo molti anni anche se ha un po’ di muffa
negli angoli, là in alto, anche se alcuni scatoloni sono ancora chiusi e il
fantasma è dove è sempre stato (nel corridoio, calmo ad aspettarci). Cos’è
cambiato nel frattempo? Tutto e niente, naturalmente.
> Bellocchio aveva già capito una cosa molto spiacevole: che il problema non è
> solo stare male, ma desiderare di stare male nel modo giusto, con una forma,
> un’immagine, una storia abbastanza potente da non sembrare soltanto sfortuna,
> “qualcosa che può capitare”.
È cambiata la nostra disponibilità a leggere storie di dipendenza, transizione,
anoressia, vergogna, alcolismo, ragazze quasi morte e noi lì, tutti vivi o
quasi, a guardarle e raccontarle al loro posto; è cambiato forse il lessico,
sono cambiate le piattaforme, i modi in cui ci si guarda distruggersi, le
didascalie sotto le fotografie, l’estetica del disastro. Ma Bellocchio aveva già
capito una cosa molto spiacevole: che il problema non è solo stare male, ma
desiderare di stare male nel modo giusto, con una forma, un’immagine, una storia
abbastanza potente da non sembrare soltanto sfortuna, “qualcosa che può
capitare”; malattia, casino, fame, furia, colpa o una scarpa sfondata.
Prima, allora. Ma prima quando? Prima che Bellocchio chiamasse l’alcol “la mia
scintilla, credevo”; prima che si sentisse
>
una fiammata dal soffitto alla cantina, una striscia di fuoco che parte dalle
tue mani e arriva fino a chi non conosci, la striscia di fuoco che corre lungo
la tua schiena, e che ti dà un senso; la fiamma supera il mare, regola il cielo,
la terra e ogni cosa nel frattempo.
Prima di temere, guarendo, “di perdere la mia scintilla” e di diventare “una
linea piatta, un quadrato senza nemmeno più l’eccesso a darmi una personalità”?
Oppure prima di Lei, che all’inizio è un fantasma, “la storia della tua vita
fino ai ventotto anni, tua sorella”, e poi, quasi per necessità grammaticale più
che clinica, diventa appunto “lei”? È questo il punto: Il corpo non dimentica
sembra un memoir sull’alcolismo, e certo lo è (bottiglie, blackout, vomito,
“grande calma calda” e tempo comprato a suon di menzogne e depistaggi), ma sotto
sotto è un libro su quanto sia difficile rinunciare alla storia che la
dipendenza ci ha permesso di raccontare su di noi; su quel curioso bisogno di
mantenere un certo decoro dentro il disastro.
E allora, adesso che siamo dentro una casa infestata e che ci siamo resi conto
che quella casa infestata un po’ siamo noi un po’ è il nostro desiderio di
essere infestati, che fare? Chiamare un esorcista? Uno psichiatra? E per cosa:
l’ennesima diagnosi? Bellocchio diffida di tutte e tre le cose, in fondo. “Con
le diagnosi diamo un nome alle cose”, è vero, ma nominare non vuol dire
necessariamente vedere meglio: a volte significa soltanto trovare un’etichetta
abbastanza resistente da appiccicare sul primo scatolone disponibile. Isteria.
Borderline. Alcolismo. “Donna cattiva”. E poi? Che differenza c’è tra una
diagnosi e una trama ben scritta, se entrambe ci permettono di raccontarci senza
doverci guardare troppo a lungo?
> Il corpo non dimentica sembra un memoir sull’alcolismo, e certo lo è, ma sotto
> sotto è un libro su quanto sia difficile rinunciare alla storia che la
> dipendenza ci ha permesso di raccontare su di noi; su quel curioso bisogno di
> mantenere un certo decoro dentro il disastro.
Forse è proprio questo il vero prima. Non il “prima di bere”. Nemmeno il “prima
di smettere”. Piuttosto, il prima che qualcuno ci insegnasse a desiderare la
nostra stessa rovina. Non tanto a subirla (quello alle donne è sempre stato
ampiamente concesso), quanto a riconoscerla come una forma possibile di
distinzione; qualcosa che finalmente ci appartiene. “Prima, non era previsto”,
scrive Bellocchio. Non era previsto che la vittima togliesse il coltello al
sacerdote e se lo piantasse da sola nella pancia “con un sorriso”. Che le
isteriche della Salpêtrière imparassero a provocarsi gli attacchi. Che quelle
fotografie oggi ci riguardassero ancora. Che noi, guardandole, invece di provare
pietà, sentissimo una specie di furore di sorellanza. “Lo voglio fare anch’io,
lo voglio fare anch’io, lo voglio fare anch’io”.
> Da dove è uscita, questa fame. Non la voglia, ma il bisogno di tirarsi una
> coltellata, perché qualcosa dice: Tiratela, la coltellata. Andrà meglio se lo
> fai. Fidati.
Ci piace soffrire? No, è più sottile e più terribile di così, perché soffrire
promette qualcosa che la salute non promette più: una forma, un racconto, una
fisionomia. E allora la famosa scintilla cambia ancora consistenza. Prima
sembrava il talento, la benzina della scrittura, quel surplus di vita che
giustificava il resto (“la mia scintilla, credevo”); poi diventa una trappola
narrativa (e il credevo torna a essere attualità, il presente della scrittura),
ma nemmeno questo basta. Perché il problema non è soltanto aver creduto che
l’alcolismo producesse letteratura, ma aver creduto che producesse un
personaggio sufficiente a sé stesso; che il dolore desse spessore, che
degradarsi fosse, in un certo senso, un modo di crescere ‒ o rinascere senza
rischiare di morire; un modo di fantasticare sulla sofferenza, purché fosse
abbastanza fotogenica, abbastanza coerente, abbastanza nostra.
> Nessuno mi ama, nessuno mi aiuta, nessuno mi apprezza, tutte le “figure di
> autorità” che posso avere da ragazza mi prendono a calci a intervalli
> regolari, lacrime lacrime lacrime. Ed ecco perché bevo. È una bella
> tentazione, riassumersi così, no? La più bella. Se fosse vera.
Per questo, a sua volta, insieme alle diagnosi e alla disintossicazione, anche
Lei continua a spostarsi. Voce che attraversa il libro come una scarica (una
scintilla?) di pensiero in più, illogico, ferocemente autodistruttivo tanto
quanto benevolo; fantasma, sorella, controfigura, casa infestata, voce,
tentativo di cura, solo alla fine scopriamo (e con noi l’autrice) che “Lei non
era la malattia. Non lo è mai stata”, e che proprio per questo non si lascia
eliminare.
> questo colore sopra di me, tutto intorno, questa voce che ripete: Stupida,
> stupida, stupida, non sai fare niente, non sai fare niente. Ti odio. La voce è
> cominciata quando avevo diciott’anni. Non è mai stata zitta per più di
> ventiquattro ore di fila.
Lei cambia nome ogni cinquanta pagine come cambiano nome le cose che non
vogliamo perdere davvero, perché perdere Lei (“La belva senza nome. Per questo
l’ho dimenticata. Almeno, ci ho provato”) significherebbe perdere anche il
linguaggio costruito per parlarle, anzi per parlare e basta. E allora forse non
è un caso che il libro finisca non con una liberazione ma con una specie di
patto di cura. Bellocchio non guarisce (la guarigione non vuol dire niente) ma
partorisce finalmente la creatura che per duecento pagine circa sembrava averla
partorita. Diventa, insomma, sua madre.
> Io devo essere una madre per lei, buona, cattiva, ci devo essere. Io sono
> quella che le scosta i capelli dal viso; quella che la sfama. Le do i miei
> occhi. E lei me lo permetterà, alla fine, perché, dopotutto, sono io che l’ho
> fatta.
“Credevo di essere frigida, invece ero solo deforme. Che sollievo. Niente
rimette in prospettiva dolore e vergogna come una mutazione”. Che parola
curiosa, mutazione. Non trasformazione, e nemmeno crescita. Mutazione. Come se
il corpo non fosse mai un’origine ma una cucitura fatta e disfatta di continuo,
un esperimento biologico, una pelle indossata male. E del resto Bellocchio lo
dice che l’alcolismo, questo passare anni “a tagliarmi e ricucirmi ogni notte,
ogni giorno”, ha forse sempre avuto a che fare con la difficoltà a essere, anzi
a divenire una femmina che, per colpa di una malformazione alla vagina (e la
vergogna della nascita sbagliata: sennò dove la mettiamo?), ha reso necessario
l’intervento di punti, suture e filo chirurgico.
> E allora forse non è un caso che il libro finisca non con una liberazione ma
> con una specie di patto di cura. Bellocchio non guarisce (la guarigione non
> vuol dire niente) ma partorisce finalmente la creatura che per duecento pagine
> circa sembrava averla partorita.
Come se diventare donna non fosse un processo biologico né culturale ma
editoriale, una continua revisione di bozze del proprio corpo; tagliare,
ricucire, correggere una frase, riaprire una ferita fa tutt’uno. Bellocchio
capisce allora che l’alcol non le serviva a distruggere il corpo ma a continuare
quella revisione infinita. Bere significava ritoccare una versione di sé che non
arrivava mai in stampa: non distruggere quel corpo, ma rifarlo, cucirlo ancora
una volta per vedere se, cambiando appena l’inclinazione della cicatrice o del
bacino, sarebbe mai venuta fuori non una casa infestata, ma una donna abitabile.
Cioè, un racconto.
Succede? Non succede. Perché quel qualcosa che Bellocchio sente di aver creato,
custodito, allevato, come quella voce infida che le sussurra ogni giorno senza
tregua che non è brutta, sporca, inutile, puttana, non è “qualcosa di buono che
mi cresce e mi si muove dentro, una novità”, ma, al contrario, “qualcosa che
striscia fuori, una lunga coda”. La dipendenza non può costruire davvero un
corpo nuovo: semmai, un racconto nuovo sul corpo vecchio. Ogni bottiglia, ogni
blackout, ogni secchio sul punto di traboccare, ogni “sangue nero, e denso.
Mobile. Un serpente”, non produce una rinascita ma un montaggio diverso delle
stesse scene. È per questo che Bellocchio insiste tanto sulle storie. “Ho
bisogno di una storia per non desiderare di scomparire”, una forma esterna e
codificata, Altra ma ben nota, per non nascondersi nella propria. Nessuna fame
di una supposta guarigione: è inutile, ormai, dopo tutto questo gioco a
nascondino; questo
> modo profondo e incisivo di avere a che fare col nostro stesso corpo. La
> faccia con cui siamo nate e quella che ci ritagliamo addosso. La lama e la
> fiamma;
dopo tutto questo cucire e ricucire un corpo che non può, non vuole dimenticare.
Dopo aver letto meglio.
Dopo il segnale acustico.
Dopo il primo bicchiere.
Dopo l’ultimo bicchiere.
Dopo che Lei è diventata parte di noi: “Da questo, non sarò mai libera. Da
questo, io non vorrei essere liberata”. Tanto lo sappiamo, ormai, che “la nostra
storia è un vestito strappato”: un tessuto di parole che non può essere ricucito
mai una volta per tutte, ma che non possiamo fare a meno di indossare. L’abbiamo
fatto fare su misura, ci è costato parecchio. Per questo dura da anni (dal
2014?), per questo non c’è affatto bisogno di aggiornarlo alle mode di oggi.
L'articolo Lei non sa chi sono Io proviene da Il Tascabile.