Q uando il 15 ottobre del 2007 Édouard Levé si toglie la vita, ha da poco
consegnato all’editore Paul Otchakovsky-Laurens (P.O.L.) il manoscritto di un
libro intitolato Suicide. Non è la prima volta che uno scrittore si suicida dopo
avere consegnato l’ultima opera. Uno su tutti: Stefan Zweig, insieme alla moglie
Lotte Altmann, il 22 febbraio 1942, esattamente il giorno dopo avere inviato
all’editore il manoscritto di Il mondo di ieri. Non è stato neppure, quello di
Levé, il primo caso di scrittore che si uccidesse dopo avere consegnato o
pubblicato, o semplicemente scritto, un testo in cui veniva prefigurato il
suicidio: Yukio Mishima (La decomposizione dell’angelo), Silvia Plath (Ariel),
René Crevel (La morte difficile), Jean Amery (Levar la mano su di sé. Discorso
sulla morte volontaria), Jean-Pierre Duprey (La fin et la manière) si sono tolti
la vita dopo avere licenziato libri incentrati sul tema della morte e
dell’impossibilità di vivere, anche se la concomitanza cronologica tra consegna
e suicidio non è stata ugualmente immediata.
Quello che rende piuttosto unico il caso di Levé è la presenza di entrambi gli
aspetti: da una parte la quasi perfetta concomitanza (come Zweig, Mishima,
Duprey), dall’altra la centralità, fin dal titolo, del tema suicidiario (come
Amery, Plath, Duprey). Sarebbe bastato questa eclatante coerenza
poetico-biografica a contribuire alla gloria postuma di uno scrittore che, in
vita, solo pochi avevano letto. Ma alla configurazione altamente performativa
della propria morte (meditata e tematizzata per decenni) ha contribuito anche, e
direi soprattutto, il carattere del testo di Levé, dell’ultimo suo romanzo. Per
spiegare in che senso, conviene fare qualche passo indietro.
> Levé è uno di quegli autori eclettici in cui tutto si tiene e dove il lettore
> gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in comunicazione
> le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che esse
> compongono.
In poco più di una decina di anni, tra la metà dei Novanta e il momento della
sua morte a quarantadue anni, Levé ha prodotto opere artistico-fotografiche di
una certa risonanza, oltre a quattro testi lunghi di difficile definizione, tra
autobiografismo sperimentale e letteratura “concettuale”. Come artista visivo
Levé è stato spesso accostato a fotografi concettuali come Jeff Wall, Hiroshi
Sugimoto, Sophie Calle, e le sue immagini hanno una stretta parentela con i suoi
scritti, sia da un punto di vista tematico che formale. La meteorica carriera di
questo artista ha lasciato un corpus quantitativamente limitato ma
sorprendentemente compatto e coerente, pur nella estrema varietà che lo
contraddistingue. Levé è uno di quegli autori eclettici (viene in mente Georges
Perec, che non a caso è uno dei più evidenti ed espliciti riferimenti dello
stesso Levé, nonché compagno di catalogo chez P.O.L.) in cui tutto si tiene e
dove il lettore gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in
comunicazione le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che
esse compongono.
Levé ha dunque lasciato quattro raccolte di lavori fotografici (Angoisse, 2002,
Reconstitutions, 2003, Fictions e Amérique, 2006) e quattro testi letterari
(Oeuvres, Journal, Autoportrait, Suicide) gli ultimi due recentemente pubblicati
in Italia da Quodlibet (Autoritratto nella bella traduzione di Martina Cardelli,
Suicidio nella precedente versione di Sergio Claudio Perroni per Bompiani, del
2008). Un’intensa attività, nonostante il poco tempo e i lunghi momenti di
depressione. La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica
transmediale (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una
costruzione performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato
a questo senso di compattezza, di compiutezza. Una delle terzine poetiche che
chiudono Suicidio recita:
> Nascere mi succede
> Vivere mi occupa
> Morire mi completa
Alla luce della sua morte, non è difficile interpretare il percorso di Levé come
un continuo tentativo di espungere l’io, di liberarsi di quell’ingombro
doloroso: creare una distanza anestetica da sé stesso, fingere un soggetto senza
identità. Le prime opere letterarie sono archivi memoriali in cui sembra di
vedere realizzata la famosa “morte dell’autore” in chiave autobiografica: gelidi
referti, cataloghi, elenchi anonimi purificati da qualsiasi dimensione
affettiva, vetrificati, entomologizzati, museificati. Oeuvres (2002, di prossima
traduzione da Quodlibet) è un elenco di più di cinquecento opere d’arte non
realizzate (per lo più), che ci restituiscono un’immagine tra l’ironico e il
disturbante della mente di chi le ha concepite. Le opere descritte, oltre a
rappresentare una riflessione semiparodica sullo stato dell’arte contemporanea,
incarnano elementi tipici della poetica di Levé e manifestano le idiosincrasie
dell’artista: giochi combinatori e restrizioni simil-oulipiane, pastiche e
manipolazioni di altre opere, intersezioni e traduzioni tra diversi sistemi
segnici, fantasiosi principi d’ordine o modelli espositivi bizzarri, inventari
stranianti sulla falsa riga dei vari “tentativi” di Perec (come il Tentativo di
esaurimento di un luogo parigino, 1975), giochi sulla porosità dei confini tra
falso e vero o sull’autorialità e l’identità dell’artista.
> La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica transmediale
> (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una costruzione
> performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato al senso
> di compattezza, di compiutezza della sua produzione.
Journal (2004) è apparentemente più anonimo: una collezione di notizie, per lo
più di cronaca nera, di guerre e altre calamità umane e naturali da cui Levé ha
cancellato ogni riferimento sia geografico che onomastico: il risultato è una
sequela di eventi indeterminati che sembrano riprodurre il sinistro rumore di
fondo dell’attualità, una radiografia della comunicazione mediatica e del modo
in cui questa intercetta la nostra attenzione. ln controluce (e in alcuni
dettagli), riconosciamo anche qua l’immagine dell’autore secondo quella tecnica
di autobiografia de-centrata, obliqua o indiretta, che molto successo ha avuto
nella letteratura francese del secondo Novecento (la stessa che, non a caso, ha
generato il termine autofinzione).
Con Autoritatto (2005), presentato da Emmanuel Carrère a Libri Come di
quest’anno, l’io autobiografico diventa molto più chiaramente visibile, sebbene
ci appaia esploso in una miriade di brevi frasi paratattiche senza nessi
apparenti, senza alcuna linearità cronologica o coerenza spaziale. Gusti
personali, aneddoti autobiografici, tratti fisici, morali, caratteriali, manie,
ossessioni, abitudini ed elementi contestuali del tutto secondari o trascurabili
della vita dell’autore, formano un ritratto pulviscolare e disseminato, un
autobiografismo senza unità, dissociato, esternalizzato, simile a quello di
libri come il Diario aperto (2002) di Michel Tournier, Tropismi (1939) di
Nathalie Sarraute, il Diario dalla periferia (1994) di Annie Ernaux e le
incursioni del solito Perec in quello che chiamava “infraordinario” ‒ termine
contrapposto allo “straordinario”, ossia agli eventi salienti che siamo abituati
a mettere al centro delle nostre narrazioni identitarie come capitoli che
scandiscono la vita, che compongono la nostra storia. Potrebbe essere al
contrario, come suggeriscono questi testi, che a contare davvero non siano gli
eventi memorabili, ma la materia fina e diffusa di cui si compone la nostra
quotidianità: particelle volatili e impalpabili, microavvenimenti, elementi
troppo infinitesimali per rappresentare un segno, un tragitto, una narrazione,
ma che costituiscono nondimeno la nostra “sensazione della concretezza del
mondo” (come ha scritto ancora Perec) e quindi, di riflesso, della nostra
esistenza.
> Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se
> vogliamo l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni
> critici lo considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a
> conclusione di una parabola.
Con Suicidio (2008), infine, l’io dell’autore ci appare in maniera molto più
limpida, non più completamente esteriorizzato o frammentato sebbene non ancora
unificato: riconosciamo Levé (e Levé si riconosce) nell’immagine allo specchio
di un giovane suicida, amico di gioventù dello scrittore, che si tolse la vita a
soli venticinque anni e la cui breve esistenza è narrata nel romanzo. Il testo è
scritto in seconda persona, come una lettera rivolta allo scomparso, e
nell’atteggiamento solidale ed empatico del narratore verso il suo protagonista
è facile scorgere il senso di un destino comune. Una lettura parallela di
Suicidio e Autoritratto, ci mostrerebbe chiaramente i punti di sutura, la
maniera in cui Levé ha proiettato sé stesso nella vita del giovane suicida
badando meno alla verità fattuale che alla possibilità di reinventarsi, o di
riconoscersi, nell’altro. Mi vengono in mente in questo senso certi testi di
Patrick Modiano, maestro nell’arte sottile dell’autobiografismo per interposta
persona, o Winfried Georg Sebald che inscatolava alter ego tra testi e
fotografie falsamente indiziarie.
Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se vogliamo
l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni critici lo
considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a conclusione di una
parabola: dai primi testi algidamente concettuali, in cui il soggetto è presente
soltanto tra le righe o, per così dire, nella pressione del rimosso,
all’Autoritratto in cui l’io torna in scena ma come sbriciolato e svuotato di
qualsiasi unità psicologica, fino a Suicidio dove il volto di Levé ci appare
infine in un ultimo tragico e precario riflesso. Un percorso a ritroso dal mondo
esterno (l’“extime” di Tournier) all’intimità più scottante: uno sprofondamento
nel proprio io negato, o forse una lotta sempre più ravvicinata con la propria
identità nella presunzione dandy della completa sovrapposizione di vita e arte:
sovrapposizione che nel suicidio trova l’esito più fanaticamente coerente, la
più efficace “creazione” della vita come opera d’arte.
È perciò, perché capace di esibire una qualche forma di padronanza, che quello
del protagonista di Suicidio viene presentato come un gesto di affermazione, non
di negazione, come qualcosa che produce più, e non meno, senso.
> Il tuo silenzio è diventato un’eloquenza.
> tu, che un tempo eri distante e tenebroso, oggi risplendi accanto a me.
> Gli scomparsi sono loro. Tu sei più che mai presente.
> Se fossi ancora vivo, forse saresti diventato un estraneo. Morto, sei
> altrettanto vivo che da vivo.
Non è soltanto la figura del suicida a fissarsi per sempre, e quindi a diventare
“qualcuno” più definitivamente e compiutamente di chiunque sia ancora vivo
(“Soltanto i vivi sembrano incoerenti”), ma è anche la vita di chi resta, o
comunque del narratore, che in qualche modo beneficia di quell’atto:
> Morto, mi rendi più vivo.
> Il tuo aver deciso di cancellare il mondo evita di farlo a chi ti sopravvive.
È evidente, tuttavia, che siamo noi, insieme a Levé, a considerare ex post il
suicidio del ragazzo come un punto d’arrivo, l’esito conclusivo di una storia
che non poteva andare altrimenti. E siamo ancora noi a interpretare alla luce di
questo libro il suicidio effettivo di Levé come un programma inscritto nella sua
vita/opera, come un finale a lungo covato, cullato, desiderato: e quindi
necessario. Tutta la produzione artistica di questo autore, alla luce della sua
conclusione, ci appare come a una forma molto sofisticata e rigorosa di
necrologia artistica. Ma se indubbiamente esiste una predeterminazione, è anche
vero che la fine ha retrodeterminato tutto il resto, mettendo in luce soltanto
quello, tra i molti esiti possibili, tra le tante direzioni potenziali che
avrebbe potuto prendere la sua biografia, che si presenta adesso come
inevitabile.
Giochiamo volentieri il gioco della finzione, dell’opera che impacchetta la
vita, ma sappiamo che questa è solo una piccola parte della verità. E lo sapeva
Levé, se nell’anticipazione letteraria del proprio suicidio non ha potuto fare a
meno di inserire la disfunzione, il dettaglio rivelatore attraverso cui il reale
sfugge alla pianificazione artistica, riafferma la sua incertezza, e l’ambizione
di controllo conosce il fallimento. Il dettaglio è il seguente: nelle prime
pagine di Suicidio, quando la moglie trova il giovane marito appena suicidato,
nell’agitazione fa cadere un libro che questi aveva lasciato aperto sul tavolo a
una pagina precisa con l’idea di comunicare l’ultimo messaggio, di fornire
l’ultimo pezzo del puzzle. Cadendo il libro, perdendo il segno, l’immagine
resterà per sempre incompleta. L’imprevedibilità della vita ha rivendicato in
extremis, non senza ironia, le sue prerogative di fronte al gesto più radicale
di autopoiesi. Ed è forse la stessa ironia, lo stesso umorismo tirato che ci fa
sorridere in molte pagine di Autoritratto: la linfa pantagruelica che irrora il
livore parnassiano, l’imprevisto che confonde le carte.
> Nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio pianificato
> somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel suicidio, come
> forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa denuncia della
> propria solitudine.
Quando si parla di suicidio è difficile non pensare ad Albert Camus: “il solo
problema filosofico veramente serio”, come lo ha definito in Il mito di Sisifo
(1942). L’assurdità, il non senso della vita, l’impossibilità di chiuderla in
una forma (artistica o di altra natura), è la radice della scelta etica che,
ancora secondo Camus (questa volta in L’uomo in rivolta, 1951), ci permette di
passare dalla meditazione del suicidio alla rivolta. Comprendere la finitudine
umana è rinunciare alla presunzione estetica di essere padroni del proprio
destino, è l’abbandono della posizione solipsista in cambio del riconoscimento
degli altri come ultima e unica giustificazione dell’esistere: “mi rivolto
dunque siamo”, al plurale, è la massima finale di Camus. Nessuno è padrone,
l’assurdo domina, dunque possiamo, anzi dobbiamo ‒ noi plurali ‒ rivoltarci. Se
questo è vero, nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio
pianificato somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel
suicidio, come forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa
denuncia della propria solitudine.
Allo stesso tempo in Levé stride fortissimo la contraddizione, la frizione tra
io e altri, anche nella morte volontaria. Il giovane venticinquenne di Suicidio
vive infatti nella memoria di chi l’ha conosciuto: ogni aspetto della sua morte
sottolineato dal narratore riguarda la capacità di quel gesto definitivo di
creare un legame indissolubile con chi sopravvive, a partire dal narratore
stesso. Il giovane prigioniero di sé stesso spera di uscirne suicidandosi, di
“sciogliersi negli altri”, come l’autobiografo che si scioglie e si riconosce
nel “fuori”, nell’infraordinario perechiano, nell’“extime” di Tournier, nei
frammenti disseminati del proprio io. Chi si toglie la vita, sosteneva Arthur
Schopenhauer, vorrebbe vivere più di chiunque altro, ma non ci riesce. Così noi
lettori, oggi, siamo forse la sola comunità postuma e impossibile a cui lo
scrittore Levé ha saputo credere davvero, in vita e in morte: ed è questo
appello, questo bisogno degli altri iscritto nell’atto stesso con cui si
estromette da qualsiasi rapporto umano, credo, a rendere il libro (e
retrospettivamente tutta l’opera) di Levé così struggente.
> Ho a lungo cercato chi fossi, e devo dire che dopo trentadue anni di vita non
> mi sono incontrato. Esisto tuttavia nel cuore, nello spirito e nel corpo di
> coloro che mi hanno amato. Ma l’assurdità della vita è tale che non esisto per
> me stesso. Troppo vicino a me, senza dubbio, non riesco più a vedermi. Non
> sono un vuoto, perché il vuoto è senza emozione. Sono uno spazio colmo di
> dolore, che le mie lotte non sono riuscite a contenere nel suo flusso
> crescente. In questa esistenza in cui ogni istante fa male, non c’è più spazio
> né per il desiderio né per il piacere. Che fare di una vita il cui senso mi è
> sfuggito? Che fare di una vita in cui felicità, entusiasmo e calma sono
> assenti […]? La mia morte volontaria mi appariva come l’inizio della vera
> vita. Oggi il dubbio si è impadronito di me: non sono più certo di ciò che
> troverò dall’altra parte, ma mi resta, curiosamente, abbastanza fiducia e
> speranza per credere che sarà meglio, o che semplicemente non ci sarà più
> nulla. Scommetto su una vita che nessun aggettivo saprebbe qualificare, ma
> dalla quale il dolore sarà assente, oppure sull’assenza di vita dopo la morte,
> cioè anche sull’assenza di dolore. (Lettera di Levé custodita negli archivi
> dell’IMEC, Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine, Abbaye d’Ardenne,
> Francia).
L'articolo Sul solo problema filosofico veramente serio proviene da Il
Tascabile.
Tag - letteratura francese
I n una recente intervista Mathias Enard ha detto che molti degli accadimenti di
questi ultimi anni a livello internazionale sembrano ricordare o quanto meno
riportare tutti noi a un’atmosfera da anni Dieci del Novecento. Le guerre che
stanno colpendo l’Europa Orientale con l’aggressione Russa all’Ucraina e la
violenta repressione dello Stato d’Israele ai danni del popolo palestinese,
oltre che impressionare giorno dopo giorno per la loro gratuita violenza e per
la loro spudorata brutalità, obbligano a ripensare in profondità sia lo sguardo
sul mondo sia quello su noi stessi e sulla società in cui viviamo, che forse da
troppo tempo si è concessa una pausa (insensata quanto irresponsabile) dalla
storia.
Credendo in fondo alle assurdità accomodanti e seducenti di Francis Fukuyama,
per quanto relativamente presto facilmente sconfessate, l’Occidente ha inseguito
la fine della storia come un desiderio mai del tutto esplicitamente dichiarato,
ma fortemente voluto a livello quanto meno inconscio. Isolandosi ‒ o quanto meno
provandoci ostinatamente ‒ dal tumultuoso movimento del mondo che veniva e che
viene dall’Africa come dall’Asia, l’Occidente si trova nel nuovo secolo come un
oggetto rotto, un’ideologia desueta incapace di reagire e di percepire
pienamente la complessità globale.
Quello occidentale è oggi spazio dai confini labili e dalla coesione ridotta ai
minimi termini, ma ancora capace di produrre facili e diffuse illusioni, mentre
attorno tuona violentemente una storia che non si è mai fermata e che ora si
presenta più di prima in tutta la sua terrificante violenza e la sua cruda
realtà. Gli ottanta anni di pace tanto sbandierati in Europa appaiono ora come
non solo il frutto di una classe dirigente consapevole di una sconfitta storica
e sul campo delle potenze europee, ma anche come l’esito di un equilibrio che
vide l’Europa dell’Ovest beneficiare di una pace in virtù di guerre per conto
terzi in Paesi altri. Conflitti violentissimi sparsi nel mondo che hanno
costellato il pacifico dopoguerra europeo.
> Quello occidentale è oggi spazio dai confini labili e dalla coesione ridotta
> ai minimi termini, ma ancora capace di produrre facili e diffuse illusioni,
> mentre attorno tuona violentemente una storia che non si è mai fermata e che
> ora si presenta più di prima in tutta la sua terrificante violenza.
Giunge così con chirurgica precisione il nuovo romanzo di Mathias Enard,
Disertare (2025), tradotto come sempre splendidamente da Yasmina Melaouah. Enard
è tra i più importanti scrittori contemporanei. Ancora non molto popolare in
Italia, Enard gode tuttavia di uno zoccolo duro di lettori e di studiosi che ne
amano la ricca produzione letteraria. Visionario e capace di dare corpo a vere e
proprie avventure letterarie, con Disertare ‒ pubblicato originariamente nel
2023 in Francia da Actes Sud ‒ Enard sembra disegnare una complessa mappa
psicologica di quel che resta dell’Occidente e in fondo anche di noi stessi,
anime di una contemporaneità che ci vede in buona parte assenti ingiustificati,
e lo fa con una storia doppia.
Disertare è costruito da due vicende apparentemente estranee l’una all’altra, ma
in realtà connesse anche simbolicamente da elementi che lo scrittore francese di
Niort sparge tra le sue pagine con grande godimento per chi vi s’inoltra. Una
storia vede protagonista un professore emerito di matematica, il tedesco Paul
Heudeber, reduce dal campo di concentramento di Buchenwald e che, rimasto fedele
alla sua ideologia comunista, ha deciso di restare a vivere e insegnare per
tutta la vita in quella che fu la Germania dell’Est, la DDR. La sua compagna
l’amata Maya ha invece superato il confine non sostenendo la disillusione di una
società che stava ricalcando un regime e non una possibile liberazione. Maya è
divenuta così una collaboratrice di Willy Brandt e un elemento centrale della
politica della Germania dell’Ovest. La voce narrante è quella della figlia Irina
che racconta il convegno in memoria del padre il cui svolgimento è previsto per
l’11 settembre del 2001 a bordo di una piccola nave da crociera ancorata nei
dintorni di Berlino. L’idea del convegno su nave è stata proprio di Maya:
“Jürgen Thiele era imbarazzatissimo (me l’ha spiegato dopo) perché non voleva
rifiutare nulla a mia madre, per quelle giornate di omaggio, ma le sue risorse
erano limitate ‒ questa storia di un convegno fluviale continuava a sembrargli
assurda, un capriccio da vecchi”.
A questa vicenda si affianca come immersa in un mondo post-apocalittico, la
storia di un soldato, un disertore che attraversa una natura selvatica tentando
di mettersi in salvo. La narrazione assume il movimento caotico e ansioso di una
camera mobile e questa parte del romanzo è fortemente cinematografica e non
priva di citazioni. La storia del matematico Paul Heudeber ‒ puntellata
dall’epistolario che contiene le sue lettere all’amata Maya ‒ sembra denotare
invece una forma quasi classica e un tono pienamente novecentesco, ma è solo
un’apparenza, un gioco di prestigio frutto dell’abilità narrativa di Mathias
Enard, perché per l’appunto la costruzione narrativa è ricca e complessa così
come affascinante.
La parte che riguarda il soldato contiene le tracce di un mondo che è certamente
assurdo, ma anche fortemente e seppure in maniera straniante, molto vicino alle
cronache di guerra dei nostri giorni. Scritto infatti nei giorni
dell’aggressione russa all’Ucraina, Disertare porta su di sé i segni di una
cronaca che non può lasciare indifferenti, al punto da prendere corpo e vita nel
discorso letterario di Enard, che ne traduce le sensazioni senza alcuna forma
minimamente retorica o didascalica. Disertare ha così contemporaneamente il
respiro di un romanzo classico e potentemente evocativo così come l’immediatezza
di una guida sui nostri tempi e la nostra contemporaneità: “Avevo voglia di
scendere dalla nave, di sciogliere le sue enormi cime, di spingere con il piede
la prua dell’imbarcazione e di guardarla andare alla deriva, verso Potsdam, poi
verso il Brandeburgo, raggiungere l’Elba e scomparire nel mare, come Paul, come
una barca funeraria caricata di ricordi perché se li portasse via”.
> Disertare ha contemporaneamente il respiro di un romanzo classico e
> potentemente evocativo così come l’immediatezza di una guida sui nostri tempi
> e la nostra contemporaneità.
La fuga, il lasciare andar alla deriva sembra essere un sentimento che contiene
evidentemente una paura e una forma di sfinimento, ma anche un’irriducibile
consapevolezza che ci vede tutti coinvolti quali reduci dai nostri stessi
desideri e dalle nostre stesse convinzioni. Il 2001 e l’11 settembre restano un
nodo non indifferente nella storia di quello che fu probabilmente l’ultimo
vagito di potenza di un Occidente che oggi, al meglio che può, ripropone una
visione nostalgica e pateticamente imperialista del mondo, nel momento in cui la
potenza e l’idea di impero ha trovato altre soluzioni e migliori interpreti.
Mathias Enard recupera così una figura simbolica e fortemente emblematica, già
rielaborata da Jerzy Skolimowski, quella dell’asino che il regista polacco
ridefinisce nel bellissimo e struggente film EO del 2022, recuperandolo a sua
volta dall’immaginifico capolavoro Au hasard Balthazar di Robert Bresson del
1966. L’asino giustamente riportato in copertina sia nell’edizione francese che
in quella italiana è così alla fine il vero protagonista assoluto del romanzo.
Protagonista di quella fuga che non scappa, ma insegue una salvezza e una vita
possibile. L’asino sfugge ‒ portando in salvo chi è con lui ‒ la guerra,
ricercando una via d’uscita senza però mai ignorare il conflitto in corso e le
sue conseguenze.
Un andare via necessario per ritrovare quella via di casa ora smarrita sotto il
peso di uno sconfinato dolore e di un’annichilente nostalgia: “Domani o
dopodomani arriverò alla frontiera, mi ci porterà l’asino, il cielo è
all’improvviso un calderone di nuvole, un cumulo di ovatta: il sole è sparito
dietro la montagna, sopra la Roche Noire passano cumuli lattiginosi, una nebbia
umida e veloce”.
L'articolo Disertare di Mathias Enard proviene da Il Tascabile.