F orse nessuna idea descrive meglio il presente di quella di qualcuno che lotta
per la sua immagine. Nel mondo ormai compiutamente mediatizzato dall’on-line e
dai social, ciò che un tempo valeva per politici, aziende e star fa ormai parte
del vissuto comune. A nessuno è dato sottrarsi alle logiche del self-branding e
alla cura della percezione di sé, che non sono più scelte di carriera di alcuni
ma parte intrinseca del funzionamento delle reti virtuali a cui abbiamo delegato
fette enormi di socialità, lavoro, cultura e informazione. Gran parte delle
energie quotidiane trascorre nel compito – che colora di sé tempo libero e
professionale – di valorizzare la propria immagine, curandone il posizionamento
etico/estetico e proteggendola dal dissenso.
Ed è proprio in quest’onnipresenza del mediatico, ineludibile se non si vuole
essere tagliati fuori ma esigente il continuo prezzo emotivo e cognitivo del
performare per gli altri, che si annida il rischio di esiti patologici. Che si
tratti del confronto con i modelli estetici iperbolici delle piattaforme,
dell’impulso a pubblicizzare il proprio vissuto per addormentare la FoMO (Fear
of Missing Out), o di sbandierare impegno politico secondo logiche da virtue
signalling, l’autoproduzione di immagini acquista caratteri di dipendenza ed
estorsione. Non siamo più noi a controllarla, è lei (per via dopaminica) a
guidare noi, in una relazione di sudditanza che in casi estremi si può
approssimare a una vera e propria scissione identitaria: da un lato il soggetto
sofferente, dall’altro l’immagine “emancipata” che ne risucchia le energie
obbligandolo a esistere in funzione di sé. Accanto e contemporaneamente a chi
lotta per l’immagine, dunque, c’è sempre più spesso anche chi lotta contro di
essa.
Negli ultimi mesi cinema e serialità sono tornati con notevole frequenza sul
tema di un rapporto conflittuale con la propria immagine. A colpire non sono
solo le somiglianze, ma il fatto che questi prodotti vengano da contesti, generi
e visioni artistiche piuttosto diversi tra loro. Se aggiungiamo che nessuno di
essi è ambientato nel presente, né (in apparenza) incentrato sul panorama
mediale odierno, la convergenza di immaginari e impianti simbolici si fa ancora
più sorprendente, rafforzando la sensazione che accanto ai rispettivi argomenti
questi film e serie stiano raccontando qualcos’altro. Dietro trame differenti
infatti tutte queste opere presentano un nucleo tematico simile: ognuna è
incentrata su un/una protagonista fortemente mediatizzato (cioè sottoposto allo
sguardo altrui secondo dinamiche performative e di self-imaging), che a un certo
punto della storia sviluppa una relazione distruttiva e intrappolante con
l’immagine che ha lottato per costruire.
> Negli ultimi mesi cinema e serialità sono tornati con notevole frequenza sul
> tema di un rapporto conflittuale con la propria immagine. A colpire non sono
> solo le somiglianze, ma il fatto che questi prodotti vengano da contesti,
> generi e visioni artistiche piuttosto diversi tra loro.
In Joker: Folie à Deux di Todd Phillips (2024) Arthur Fleck, processato per gli
omicidi commessi nel primo Joker, trova inizialmente rifugio nel suo famigerato
alter ego, legalmente (la difesa si basa sull’idea di uno sdoppiamento di
personalità) e umanamente in quanto lo fa sentire apprezzato e amato; ma finisce
per distaccarsene quando capisce che è Joker e non Arthur l’oggetto d’amore del
pubblico. In The Substance di Coralie Fargeat (2024) Elizabeth Sparkle, diva
hollywoodiana in declino, si inietta una sostanza fantascientifica che le
permette di abitare per metà del tempo nel corpo di una bellissima giovane
starlette; ma nonostante le raccomandazioni dei venditori (“ricorda: TU SEI
UNA”) inizia a entrare in conflitto con il suo doppio, che si sviluppa sempre
più come una personalità indipendente. In Baby Raindeer di Weronika Tofilska e
Josephine Bornebusch (2024) lo stand-up comedian fallito Donny Dunn è così
disperato nella sua ricerca di conferme da intrappolarsi volutamente in
relazioni con persone violente (una stalker e uno sceneggiatore che abusa di
lui), ma che gli mostrano stima e interesse, tenendo in vita la sua immagine di
sé come destinato al successo. In Better Man di Michael Gracey (2014) Robbie
Williams arriva a odiarsi e autodistruggersi nell’impulso di conquistare
l’ideale di fama mediatica inculcatogli dal padre. E A Complete Unknown di James
Mangold (2024) racconta la svolta elettrica di Bob Dylan come tentativo di
ribellarsi all’immagine di cantautore impegnato in cui vorrebbero confinarlo
Pete Seeger e il movimento folk degli anni Sessanta.
L’assonanza non si limita al dato di trama, ma pervade il tessuto narrativo in
modi che riecheggiano vistosamente il presente. Se è vero che in nessuna di
queste storie si vede uno smartphone (al massimo i cellulari a conchiglia di
Baby Raindeer, curioso per una serie ambientata nel 2015) è anche vero che tutte
‒ coi rispettivi espedienti storici e narrativi ‒ tratteggiano mondi totalmente
invasi dal mediatico. Folie à Deux e The Substance si ambientano in dei
fantasiosi anni Ottanta, reimmaginati attraverso le lenti televisive dei
“processi del secolo” a serial killer come Ted Bundy e dei programmi di fitness
associati a icone come Jane Fonda; A Complete Unknown e Better Man raccontano
l’alienazione di grandi popstar risucchiate dal jet set stupefatto degli anni
Sessanta e Novanta. E Baby Raindeer evoca il mondo dei loser della stand-up
comedy, motivo unificante coi due Joker (dove Arthur come Donny è un comico
tragicamente unfunny) e con Better Man, dove il padre di Robbie è un
cabarettista fallito che lo ispira a inseguire la fama.
In questi mondi i protagonisti si muovono in modo duplice: inizialmente
perseguendo la propria ambizione di collocarsi nello sguardo altrui come oggetto
d’amore, stima o desiderio. Poi dibattendosi nella morsa di una condizione
mediatica che tende a schiacciarli e lacerarli in altro da sé. È la scissione
identitaria di cui parlavamo, e che qui si presenta letteralmente nei panni di
un Doppio o alter ego. Se per molti versi il macrogenere unificante è il musical
(vera matrice dei temi performativi del lotto) il retroterra simbolico è così
quello di un horror stevensoniano: nel prologo di Folie à Deux Joker è
identificato come l’“Ombra” di Arthur, un doppio oscuro che lo possiede in una
sorta di danza macabra.
> In questi mondi i protagonisti si muovono in modo duplice: inizialmente
> perseguendo la propria ambizione di collocarsi nello sguardo altrui come
> oggetto d’amore, stima o desiderio. Poi dibattendosi nella morsa di una
> condizione mediatica che tende a schiacciarli e lacerarli in altro da sé.
In The Substance l’esito della procedura è dapprima la mostrificazione del corpo
di Elizabeth e poi la creazione di un grottesco ibrido. In Better Man
l’espediente del volto da scimmia interpone costantemente l’idea di uno
sdoppiamento identitario, sottolineando il coefficiente negativo (bestiale,
autodistruttivo) che pur invisibile accompagna la stella di Williams. E se è
facile vedere nella stalker Martha Scott il “mostro” in cui si estroflette il
bisogno di gratificazione in Baby Raindeer, non va dimenticata anche la lunga
sottotrama in cui Donny assume un’identità fittizia per intraprendere una
relazione socialmente sconveniente con una ragazza trans (“dov’è Tony?” “sono il
suo gemello”). Perfino A Complete Unknown mobilita simbologie da doppio
ripartendosi nettamente in due sezioni, dove la seconda vede il Dylan elettrico
contrapporsi in tutto (a partire dal look) alla maschera da hobo del cantante
politico ispirato da Woody Guthrie.
Nel giustapporre questi elementi – il mondo che guarda, il protagonista che
insegue ma è anche schiacciato dalla sua immagine – ciò che riesce bene ai
creatori è bilanciare elemento sociologico e psicologico. La malattia mediale è
chiaramente radicata in un contesto, ma sfugge al banale we live in a society
mostrando gli elementi di ambizione e partecipazione volontaria che almeno fino
a un certo punto animano i personaggi. A legare i due aspetti – presentando la
zona grigia dove la motivazione personale diventa indistinguibile dal potere
intossicante delle immagini – c’è spesso il tema dell’addiction, con
l’autoproduzione mediatica rappresentata come una spirale di dipendenza in cui
il personaggio è insieme agente e agito dall’impulso iconopoietico: è il caso
evidentissimo di The Substance, che fin dal titolo equipara la ricerca della
bellezza a una droga iniettabile con l’iconica siringa; ma anche di Better Man,
dove il rapporto malato di Williams con la fama trova correlativo nella sua
discesa agli inferi della tossicodipendenza; e ancor più di Baby Raindeer, dove
il narratore Donny paragona esplicitamente le droghe usate dal suo aguzzino per
stuprarlo alle sue promesse di fama, cui si abbandona con torpore stupefatto.
> È frequente il tema dell’addiction, con l’autoproduzione mediatica
> rappresentata come una spirale di dipendenza in cui il personaggio è insieme
> agente e agito dall’impulso iconopoietico.
Su questo riferimento alla qualità addictive del mondo delle immagini si
innestano suggestioni differenti, tutte nella direzione di uno sguardo “da
dentro” all’ansia mediale odierna. Può essere interessante, ad esempio, leggere
nello stile registico di The Substance (con i suoi stacchi imperiosi e le
continue magnificazioni di corpi femminili ipersessualizzati) un’efficace
figurazione filmica del linguaggio dei nuovi social: la brutale aggressione
audiovisiva a suon di scrolling e scariche di dopamina davanti a cui soccombe
non solo il vecchio divismo cinetelevisivo, ma la fiducia nei nostri corpi veri
e fallibili, facendo del film un accurato ritratto delle dinamiche dismorfiche
che interessano l’on-line. Allo stesso modo Donny Dunn in Baby Raindeer e Bob
Dylan in A Complete Unknown possono essere visti come eroi opposti – uno
passivo, l’altro proattivo – di quella personalizzazione “ostentativa” del
politico che impone di schierarsi su uno scacchiere sempre più polarizzato e
performare un’immagine di virtù morale.
In Raindeer Donny lotta continuamente con la paura di ciò che gli altri
potrebbero pensare di lui, temendo di volta in volta di mostrarsi poco virile o
di perdere le proprie credenziali liberal (“It is so devastating to think of
yourself as a progressive person, only to realize you’re a coward underneath it
all”). E per quanto A Complete Unknown si guardi bene dal demonizzare Seeger o
il movimento folk, la simpatia per il loro idealismo si accompagna a
un’insofferenza per gli aspetti dogmatici del loro impegno civile molto più
pronunciata rispetto al libro di partenza di Elijah Wald; per converso il
ritratto di Dylan (non a caso unico tra questi personaggi la cui interiorità
rimanga un mistero inespugnabile) cade più dalle parti dell’icona sanamente
individualista: il “rebel rebelling against rebellion” di cui parla Jeffrey
Green in Bob Dylan: Prophet Without God (2024), nel cui ispido rifiuto a
sacrificare la propria soggettività alla Causa si legge un’indicazione di
equilibrio per un’epoca (in questo simile proprio agli anni Sessanta) di
attivismi tanto lodevoli quanto spesso dogmatici, ovviamente veicolati
dall’online.
> Ciò che più di tutto unisce questi racconti è il desiderio di collidere col
> pubblico, referente non visto eppure ineludibile del dolore di tutti i
> personaggi.
Uscendo dagli aspetti esistenziali, non va poi dimenticato che è lo stesso mondo
audiovisivo a essere sempre più “prigioniero dello sguardo altrui”. A
ragionamenti sul posizionamento mediatico, incluso un approccio produttivo
sempre più giocato sulla deferenza verso i gusti del pubblico, si associano i
problemi di un’industria, ma soprattutto di un mainstream, incapace di stupire e
sfidare come un tempo. Che si tratti dell’approccio biecamente interessato alle
politiche rappresentative da parte di colossi come Disney, o dello sconfortante
dominio commerciale di film basati sulle IP (Intellectual Property), anche
Hollywood & Co sembrano sempre più spesso, più che agenti, agiti da un
immaginario che rincorre pigramente sé stesso. Per questo è catartico vedere due
film di brand come A Complete Unknown e Folie à Deux levare veri e propri inni
contro il rispetto del fandom. In un caso riaffermando il sacrosanto diritto
alla libertà artistica, nell’altro addirittura elevandolo alla pratica di un
vero e proprio suicidio meta-industriale.
Perché in fondo se c’è qualcosa che più di tutto unisce questi racconti è il
desiderio di collidere col pubblico, referente non visto eppure ineludibile del
dolore di tutti i personaggi. In un modo o nell’altro tutti culminano in un
climax di confronto con l’audience, dove finalmente arriva a incandescenza quel
nucleo represso di ansia, frustrazione e inadeguatezza che ne accompagna la
continua performance per altri. Un Robbie Williams scimmiesco, urlante che
sfonda i cancelli guidando a tutta velocità contro le sue fan appostate fuori
dalla villa; Monstro Elisasue che vomita una doccia di sangue in faccia al
pubblico televisivo dello Speciale di Capodanno; Bob Dylan che aggredisce la
folla di Newport a suon di distorsioni elettriche; Donny abbandonato sulla sedia
che racconta il suo stupro al pubblico inorridito di un open mic; Arthur che
depone la maschera in diretta TV tradendo i suoi fan: “non c’è nessun Joker. Ci
sono solo io”. Momenti di vero e proprio burnout performativo, che sfondando la
quinta invisibile di un’esistenza eterodiretta sembrano voler riconciliare
persona e ombra, o almeno urlare quanto sia orribile vedersi sempre soltanto con
gli occhi degli altri.
L'articolo Mostro, ombra, stalker, fan proviene da Il Tascabile.
Tag - televisione
I mmagina un domani molto vicino: ogni casa equipaggiata con sorveglianza
audio‑video h24, di proprietà delle forze dell’ordine. Nessuna spina da
staccare, nessun interruttore d’emergenza: una scatola nera domestica che si
apre solo quando c’è un’ipotesi di reato. Ora immagina le prime crepe nel
sistema. Hacker dall’etica elastica e whistleblower in cerca di gloria iniziano
a far filtrare quel girato. Video HD, nitidi come un incubo, che immortalano i
crimini più feroci. Non più true crime narrato, ma crime reale ‒ live, in presa
diretta, senza anestesia.
Un passo oltre: i network generalisti fiutano l’odore del sangue e strappano la
preda al dark web. Palinsesti hard‑core, prime serate dedicate a omicidi veri e
stragi familiari. Il paradosso? A spingere la diffusione non sono i carnefici,
ma le stesse forze dell’ordine ‒ ansiose di mostrare efficienza ‒ e i parenti
delle vittime, convinti che la memoria vada nutrita di share.
E non serve nemmeno spingersi tanto avanti con l’immaginazione: la montagna di
atti giudiziari già oggi è un buffet perfetto per le prossime generazioni di LLM
(Large Language Model) capaci di generare, in tempo reale, ricostruzioni video
iper‑realistiche dei casi di nera più celebri. Il mostro di Firenze, il massacro
del Circeo, la Uno bianca, la strage di Erba, Cogne, Avetrana, Yara Gambirasio,
le Bestie di Satana ‒ una Via crucis secolare in cui la morbosità sostituisce la
devozione. Le coltellate diventano grani di un rosario laico, e ogni nuovo
modello linguistico promette di farci rivivere, in 8K e Dolby surround,
l’ossessione che i vecchi martirologi cristiani sapevano evocare solo con la
parola scritta.
Ora smetti di immaginare. Perché quel futuro, in una certa forma, è già
accaduto. Non serve la scatola nera governativa per assistere all’irruzione
della violenza nella sfera pubblica: basta tornare alla sala di un tribunale,
anno 2007, Angelo Izzo davanti ai giudici. Un mostro conclamato, condannato per
il massacro del Circeo, accusato di nuovi omicidi. Seduto davanti alla corte,
Izzo racconta senza scomporsi come ha ucciso due donne. E poi aggiunge, con
glaciale assurdità “Mi sembra che poi, mentre stavo ammazzando Valentina, sono
tornato a dare un’occhiata per vedere Luca come stava, perché ero molto
preoccupato per Luca”.
Non c’è pathos, né follia. Solo un male che si racconta da solo, senza causa,
senza raptus, senza trauma, e proprio per questo ancora più perturbante. La
scena è pubblica, registrata, trasmessa, archiviata: è un pezzo reale di quel
futuro iper-sorvegliato che temiamo, solo più grezzo, meno tecnologico, ma già
spettacolarizzato. Izzo non viene mostrato da una telecamera nascosta: è lui
stesso che, consapevole della messa in scena, fornisce il contenuto. Ed è questo
che apre la strada a tutto il resto.
> Il quid di Francesca Fagnani consiste nel portare il pettegolezzo nel contesto
> dell’interrogatorio poliziesco e pretesco, trasformando la celebrità in un
> imputato, costantemente al cospetto delle sue dichiarazioni e alla miseria di
> una vita votata all’eccesso normalizzato.
Un nuovo solco viene tracciato da Belve Crime, format recente del servizio
pubblico italiano, condotto da Francesca Fagnani, nota per intervistare “belve”
dell’Italia mondana ‒ donne di spettacolo, imprenditrici spietate, ex galeotte,
uomini potenti travolti dallo scandalo. Il programma originale, di cui Belve
Crime è uno spin-off, nel corso di dodici stagioni è riuscito prima a
conquistare la rete pubblica e dall’ottava edizione è stato promosso in prima
serata. Belve è perfetto per la micro-attenzione dello spettatore contemporaneo:
ogni smorfia beffarda della padrona di casa, soprattutto quelle accompagnate da
un “Annamo bene…” e dal caratteristico sguardo basso e obliquo, ha la potenza
virale per divenire reel, così come ogni risposta decontestualizzata
dell’ospite. In un palinsesto ormai dominato dalle finte interviste, centrate
esclusivamente sul presente – il passato è ammesso solo come rievocazione
agiografica della carriera dell’ospite – il quid di Francesca Fagnani consiste
nel portare il pettegolezzo nel contesto dell’interrogatorio poliziesco e
pretesco, trasformando la celebrità in un imputato, costantemente al cospetto
delle sue dichiarazioni e alla miseria di una vita votata all’eccesso
normalizzato. L’intervista diventa così un momento in cui il soggetto pubblico e
quello privato non solo stanno uno di fronte all’altro ma si mostrano
naturalmente in conflitto: l’uno non riconosce le dichiarazioni rilasciate
dall’altro. “Non ho mai detto questa cosa!”.
A quel punto Fagnani fa scattare il doppio dispositivo: da un lato il
confessionale – luci basse, campo controcampo serrato, tempo dilatato finché
l’ospite non sente il silenzio rimbombargli dentro – dall’altro il tribunale –
l’agenda rossa che si apre, la voce che cita verbatim post, interviste, sentenze
social. L’effetto è una compressione implacabile: l’intervistato viene chiamato
a ricomporre la frattura tra ciò che ha venduto in pubblico e ciò che ha rimosso
in privato. Non c’è via di fuga nelle smorfie o nei discorsi di circostanza,
perché la vergogna diventa lo strumento chirurgico con cui la conduttrice scava.
Il risultato è un’anamnesi crudele ma necessaria del mito moderno del vip: il
racconto dell’eccesso non è più glamour, è cartella clinica; la vanità viene
pesata al grammo, alla luce dei criteri di verità giornalistica che l’agenda
rossa certifica.
Così Belve ridefinisce l’intervista come atto istruttorio: non intrattenimento,
ma raccolta prove; non talk show, ma processo culturale in diretta. Vi è
qualcosa di repulsivo nella posa giornalistica della padrona di casa, che non ha
disdegnato, in molteplici occasioni, di mettere alla berlina gli ospiti più
trash, mostrando un sadismo spietato e giudicante. Resta il fatto che il format
sia un assalto al cielo della celebrità, diventando il canto del cigno dello
star-system italiano, che non più protetto dalla distanza garantita dal vecchio
sistema mediatico si rivela un pantheon misero che non è riuscito a fare i conti
con lo tsunami delle microcelebrità che ha spanato i meccanismi di esclusività
dei media tradizionali.
> Belve ridefinisce l’intervista come atto istruttorio: non intrattenimento, ma
> raccolta prove; non talk show, ma processo culturale in diretta.
Ora, nella variante crime del programma, le “belve” intervistate dalla Fagnani
sono assassini, condannati o non più in debito con la legge, protagonisti loro
malgrado di un rito collettivo di colpevolizzazione e redenzione. La logica
resta la stessa: non importa il reato, così come non importa il motivo del
successo, importa la caduta. L’abiezione morale accomuna la diva e il
pluriomicida, il narcisismo da salotto e il narcisismo da ergastolo.
Grazie ai prologhi di Stefano Nazzi, lo spettatore viene illuso di partecipare a
un’indagine civile. Ma appena l’inquadratura si allarga, ecco il tuffo nel
torbido: il programma smette di essere servizio pubblico e diventa servizio
voyeuristico. Fagnani, fedele alla sua agenda rossa, non si cura del punto di
vista della vittima; preferisce colpire l’imputato con la clava del “dossier
sessuale”, rovistando fra fantasie, deviazioni e traumi alla ricerca
dell’archetipo perfetto che spieghi l’innominabile. È la stessa gramigna che
infesta il true crime di bassa lega: la pornografia del dolore sostituisce
l’analisi sociale, l’empatia viene sacrificata sull’altare del clic bait.
I contraddittori con Massimo Bossetti o Mario Maccione? Puro innesco memetico.
L’ospite, irrigidito da déjà‑vu processuali, recita un copione di autodifesa; la
conduttrice, coltello fra i denti, rincorre lo scarto virale – la smorfia, il
lapsus, la lacrima. Ne esce un rito di colpevolizzazione‑redenzione senza vera
catarsi: il pubblico gode del fango ma non riceve strumenti per comprenderlo. In
questo cortocircuito il narcisismo da ergastolo e quello da rotocalco si
specchiano l’uno nell’altro, mentre il ruolo di “servizio pubblico” scivola in
un circo del cattivo gusto che, anziché illuminare la cronaca nera, la sfrutta
per il prossimo reel da 30 secondi.
Il crimine in diretta è già qui, sotto mentite spoglie, rimontato con garbo da
prime serate che travestono l’interrogatorio da intervista e la confessione da
contenuto virale. Belve Crime, trasforma i media in un’aula di tribunale e
mostra in filigrana le continuità profonde tra gli sguardi inquisitori: quello
del prete, del poliziotto, del giornalista. Tutte posture retoriche nate per
estorcere verità ‒ o almeno brandelli utili di racconto ‒ a corpi già segnati da
colpa, dolore o clamore. La videocamera si fa confessionale e sala
d’interrogatorio insieme: il crimine non viene solo esposto, ma interpretato e
metabolizzato attraverso uno sguardo che finge neutralità mentre insegue
l’effetto, la reazione, il reel. Così, mentre crediamo di assistere alla
rappresentazione del male, ci stiamo abituando a consumarlo.
Non siamo lontani dallo scenario delineato in Nightcrawler – Lo sciacallo, film
di Dan Gilroy del 2014 con Jake Gyllenhaal, che ha descritto la metamorfosi del
cronista in predatore. Lou Bloom non si limita a filmare gli incidenti: li
provoca, li orchestra, li manipola per trasformarli in contenuti vendibili alle
TV locali. Non documenta il male: lo produce. Ogni corpo a terra è
un’inquadratura da perfezionare, ogni agonia un’occasione di storytelling. È il
Cristo invertito del giornalismo: non si immola per raccontare la verità, ma
sacrifica gli altri per raccontare qualcosa. E questo qualcosa, guarda caso, è
sempre vendibile. È il primo vero telegiornalista del futuro: freelance,
amorale, perfetto.
> La videocamera si fa confessionale e sala d’interrogatorio insieme: il crimine
> non viene solo esposto, ma interpretato e metabolizzato attraverso uno sguardo
> che finge neutralità mentre insegue l’effetto, la reazione, il reel.
La spettacolarizzazione del delitto non nasce oggi, né con i podcast, né con le
dirette streaming né con i format come Belve Crime: ha una genealogia profonda,
che passa dal servizio pubblico, dal racconto istituzionale, persino
dall’informazione d’autore. Due programmi in particolare ‒ Blu Notte di Carlo
Lucarelli e Un giorno in pretura, curato da Roberta Petrelluzzi ma legato
nell’immaginario collettivo alla voce e al volto di Franca Leosini ‒ hanno
segnato il modo in cui il delitto viene elaborato dal medium televisivo
italiano. Non lo hanno semplicemente mostrato, lo hanno costruito come forma
narrativa.
Blu Notte di Lucarelli costruiva una mitologia del male italiano: complotti,
stragi, verità sepolte. Un giorno in pretura, al contrario, mostra il processo
nella sua ritualità spoglia: ossessivo, ripetitivo, ma affascinante proprio per
la sua forma liturgica. Anche Chi l’ha visto?, in apparenza più sobrio,
partecipa al rito: la sparizione come racconto collettivo, una messa laica
dell’assenza. Tre format partecipi di una stessa dinamica: prendere il male e
farne racconto. Non per guarirlo, né per risolverlo, ma per renderlo compatibile
con il nostro bisogno di ordine simbolico. Il crimine, il processo, la
sparizione: tre modalità con cui l’oscuro entra nella sfera pubblica, e diventa
intrattenimento catartico, il sublime del cittadino comune.
Ma la fascinazione per la morte filmata ha radici più antiche. Già nella Prima
guerra mondiale, The Battle of the Somme di Geoffrey Malins e John McDowell
(1916) ibridava realtà e messa in scena. Negli anni Settanta, la leggenda dello
snuff movie prometteva filmati reali di omicidi: nessuno li aveva visti, ma
tutti ne parlavano.
Oggi quella leggenda è diventata realtà. Oggi è il tempo in cui la telecamera di
uno smartphone riprende un suicidio in diretta, un omicidio in mezzo alla folla,
un femminicidio trasmesso come un reel qualsiasi. È il tempo delle Instagram
stories di ragazzi israeliani che ballano e brindano mentre missili si slanciano
sopra le loro teste per massacrare dei loro coetanei palestinesi, o – come
accaduto pochi giorni fa, nel giugno 2025 – della diretta Instagram a Kfar
Yassine di un sassofonista libanese che intona una melodia mentre l’Iran lancia
razzi su Tel Aviv. Non c’è più bisogno di effetti speciali: la morte è già
montata, sonorizzata, distribuita. È contenuto. È virale. È normale.
> Il video è la nuova teca che custodisce la reliquia. Così la morte
> spettacolarizzata compie il suo passaggio di stato: da contenuto a culto.
E qui sta il cortocircuito che ci traghetta dalla leggenda allo zelo liturgico:
la viralità dell’omicidio e del massacro non si limita a soddisfare la
morbosità, ma diventa cemento identitario. Ogni clip brutale funziona come un
frammento di reliquia digitale: circola da chat a bacheche, si incrosta di
commenti, viene remixata in meme, finché la vittima stessa ‒ o l’assassino ‒ si
trasforma in totem collettivo, polo magnetico attorno a cui una comunità
improvvisata riconosce sé stessa. Il video è la nuova teca che custodisce la
reliquia. Così la morte spettacolarizzata compie il suo passaggio di stato: da
contenuto a culto.
Come nei martirologi medievali, anche nella cronaca nera il dolore viene
ritualizzato, sezionato, messo in fila. Si narra la passione della vittima
attraverso un’iconografia precisa: il corpo martoriato, l’agonia minutamente
descritta, il dettaglio delle ferite che diventa rivelazione. Come i santi
venivano trafitti, scorticati, arsi vivi sotto gli occhi estatici dei fedeli,
così le vittime di femminicidi, stragi familiari, omicidi seriali vengono
riesumate nei racconti giornalistici con una cura quasi liturgica per il
dettaglio cruento.
Il delitto, come il martirio, ha una sua funzione pedagogica. Serve a edificare
l’opinione pubblica, a rinsaldare un ordine morale che si finge scosso, ma in
realtà si nutre del racconto dell’orrore per riaffermare la propria superiorità.
Il santo è testimone della verità divina; la vittima lo è di una verità sociale
altrettanto indiscutibile: quella che ci ricorda quanto sia fragile il confine
tra ordine e caos, tra casa e inferno, tra normalità e crimine.
E proprio come il martirologio si costruiva su una drammaturgia della
reiterazione – stesso schema, stesse torture, stesso esito glorioso – anche la
cronaca nera si regge su formule fisse, cliché che rassicurano mentre
inquietano: il movente passionale, la dinamica familiare, l’assassino
insospettabile, il vicino che “sembrava tanto tranquillo”. Ma ogni tanto lo
schema salta, e l’inquietudine prende il sopravvento. È il caso di Un giorno in
pretura, quando mandò in onda il processo ad Angelo Izzo. Nessun raptus, nessuna
follia: solo la gelida, mostruosa razionalità di un uomo che, mentre uccide, si
preoccupa del disagio emotivo dell’amico. “Ero tutto preso dalla questione di
Luca Palaia perché avevo paura che facesse qualche sciocchezza”, dice in aula,
come se fosse il custode della sensibilità altrui in mezzo a un bagno di sangue.
È in quei momenti che lo schermo riesce davvero a catturare qualcosa di
perturbante: non l’eccesso emotivo, ma l’assenza totale di una causa. Il male
senza fondamento, senza trauma, senza perché. Un male che, proprio per questo,
resta sospeso, non assimilabile, incapace di chiudersi in narrazione – e dunque,
forse, il solo veramente reale.
> Il delitto, come il martirio, ha una sua funzione pedagogica. Serve a
> edificare l’opinione pubblica, a rinsaldare un ordine morale che si finge
> scosso, ma in realtà si nutre del racconto dell’orrore per riaffermare la
> propria superiorità.
In tutti questi casi, la sofferenza altrui è materia di culto. Cambia la forma
del pubblico: non più la folla raccolta intorno all’altare o alla forca, ma il
popolo dell’audience, devoto di podcast, docuserie, video YouTube, repliche
infinite su Rete4. E se i santi offrivano il proprio corpo in sacrificio per la
fede, oggi le vittime sembrano offrirlo ‒ post mortem ‒ alla fedeltà del
pubblico, che non cerca redenzione ma un’estasi laica di indignazione, paura e
commozione. Così, mentre ci raccontiamo che la cronaca nera “serve a riflettere”
o “fa luce su zone d’ombra”, in realtà stiamo solo aggiornando il martirologio:
non più quello dei santi, ma dell’uomo comune. La tortura non si enumera in
colpi di frusta, ma in coltellate. Le stigmate non si cercano sul corpo del
redento, ma nei corpi martoriati delle vittime, ossessivamente ricostruiti nei
format televisivi. E ogni episodio, ogni caso, ogni “speciale”, è solo un nuovo
grano del rosario.
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