I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma spingono le merci cinesi verso l’Italia

Il Fatto Quotidiano - Tuesday, March 24, 2026

I dazi di Donald Trump non hanno ridotto, semmai rallentato, la crescita delle esportazioni italiane, neanche di quelle dirette negli Usa, tanto che la bilancia commerciale nel 2025 è risultata in surplus per 50 miliardi, due in più del 2024, semmai le tariffe statunitensi sulle merci hanno accentuato la penetrazione cinese nel mercato europeo e nel nostro in particolare. Potrebbe essere questo il riassunto del poderoso “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” pubblicato lunedì dall’Istat, che in realtà contiene anche molto altro, ad esempio la particolare esposizione della nostra economia agli attuali rischi geopolitici o il ruolo dell’austerità nella creazione del modello “export-led” (orientato alle esportazioni) della crescita italiana.

Lo spauracchio Trump

Andiamo con ordine e partiamo proprio dalle scelte della Casa Bianca: “L’imposizione dei dazi aggiuntivi sembra avere prodotto effetti ancora poco diffusi”, scrive l’istituto statistico nazionale, “la grande maggioranza delle unità che esportavano negli Stati Uniti non ha registrato variazioni rilevanti nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. Anche l’orientamento strategico sui mercati esteri, per la gran parte delle imprese, non ha subito variazioni significative”. E ancora: “Le restrizioni tariffarie statunitensi sembrano avere avuto un effetto inferiore alle attese anche sull’andamento delle esportazioni. Nel 2025 la dinamica degli scambi in valore è stata positiva (rispettivamente +3,3% per l’export e +3,1 per l’import), con incrementi significativi nei confronti degli Stati Uniti (+7,2 per cento all’export e +35,9 all’import)”. Un fatto rilevante a fronte delle performance negative degli altri grandi Paesi Ue: l’export tedesco verso gli Usa fa segnare -9,4% nel 2025, quello spagnolo -9,7%, quello francese -0,9%.

Chi vince, chi perde

In realtà un effetto i dazi lo hanno avuto, rallentando in qualche settore la crescita delle esportazioni: una cosa che ha riguardato in particolare “le imprese che avevano gli Usa come primo mercato di destinazione”, soprattutto nel comparto dei Mobili e, in misura minore, per Abbigliamento, Alimentari e Prodotti in metallo (per Istat hanno sofferto “una mancata crescita delle vendite pari complessivamente a 1,5 miliardi di euro”). Nonostante questo solo un’impresa su venti pianifica di investire in nuovi impianti produttivi negli Usa. Se si scompone il dato generale delle esportazioni, si scopre che la crescita delle vendite estere della manifattura, che vale l’80 di tutte le vendite di beni all’estero, “si concentra in un numero molto ristretto di settori: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e metallurgia hanno registrato nel 2025 incrementi molto sostenuti, compresi tra il 16,5 e il 28,5 per cento”. Sono gli stessi, in particolare i primi due, che hanno trainato l’export italiano negli Usa, spiega sempre Istat, e che hanno generato gran parte dell’aumento dell’import (+35,5% la farmaceutica).

La Cina è vicina

L’altro effetto rilevante dei dazi di Trump riguarda paradossalmente il nostro rapporto commerciale con Pechino. L’eccesso di produzione dovuto al corposo calo delle esportazioni cinesi verso gli Usa s’è riversato, come previsto, in Europa: +17,2% nel 2025 (+20,1 nella manifattura), “sui livelli più elevati di sempre”, scrive Istat. Una dinamica che in Italia è più accentuata che nel resto dell’Ue: “La quota della Cina sulle importazioni complessive dell’Italia, nel 2025, era la più elevata tra le maggiori economie dell’Unione (10,3% a fronte del 7,5 della Germania e del 6,6 della Francia)”. Peraltro non si parla più della vendita dei soli beni finali: gli acquisti di input intermedi cinesi destinati alle fabbriche italiane sono cresciuti del 60% dal 2017. “Nel triennio 2023-2025, la Cina si è affermata come il primo fornitore di prodotti a valenza strategica per il sistema industriale dei principali paesi dell’Ue (9,3% del valore totale) e, soprattutto, per l’Italia (11,3%)”. Se l’import cresce, peraltro, non altrettanto fanno le esportazioni: quelle italiane verso Pechino nel 2025 sono calate del 6,6%, meno di quello tedesche (-9,7), ma più di quelle francesi (-1,5%). La Spagna, invece, va in controtendenza: +7,2%.

Mercato poco comune e rischi globali

“Tra i principali partner europei, l’Italia continua a rappresentare il Paese più esposto alla domanda extra-Ue (nel 2025 pesava il 48,2 per cento sulle esportazioni nazionali) e, in particolare, a quella statunitense (10,8 per cento)”, scrive Istat. E d’altra parte l’Italia deve il suo surplus commerciale al resto del mondo, perché resta “un acquirente netto nei confronti dell’area Ue”. Questa dipendenza dal commercio extra-Unione, peraltro, rende anche il nostro Paese più esposto ai rischi geopolitici (il Golfo Persico in guerra, per dire, vale oltre 25 miliardi di export l’anno). Un pericolo ancora più cogente per le importazioni. Della Cina s’è detto e basti qui citare le forniture energetiche per illustrare la preoccupata conclusione dell’Istat: “Circa il 60 per cento dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi a rischio politico medio o alto”.

A cosa è servita l’austerità

Scrive l’Istat che “la vocazione export-led del nostro Paese e la sua forte proiezione verso i mercati extra Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua crescita economica” nell’era della globalizzazione: tra 2000 e 2024 il contributo della domanda estera netta alla crescita del Pil italiano è stato positivo, ma in quantità “inferiore – circa la metà – rispetto a quello della Germania e della Spagna”. Notevole che dopo il 2011, l’anno della crisi europea e dell’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi, “all’effetto positivo della domanda estera netta sulla crescita del Pil italiano ha contribuito soprattutto la modesta dinamica delle importazioni, a sua volta determinata dalla debolezza della domanda interna”. Tradotto: l’austerità distrugge i redditi disponibili, crollano quindi le importazioni, che fanno aumentare il surplus con l’estero, guadagnato soprattutto fuori dall’Europa. Ora l’instabilità geopolitica globale rende probabilmente necessario un riposizionamento delle imprese italiane dai mercati extra Ue a quello comune: il rischio, però, è che così venga intaccato significativamente proprio quel surplus che ha pagato a così caro prezzo nell’ultimo quindicennio.

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