I dazi di Donald Trump non hanno ridotto, semmai rallentato, la crescita delle
esportazioni italiane, neanche di quelle dirette negli Usa, tanto che la
bilancia commerciale nel 2025 è risultata in surplus per 50 miliardi, due in più
del 2024, semmai le tariffe statunitensi sulle merci hanno accentuato la
penetrazione cinese nel mercato europeo e nel nostro in particolare. Potrebbe
essere questo il riassunto del poderoso “Rapporto sulla competitività dei
settori produttivi” pubblicato lunedì dall’Istat, che in realtà contiene anche
molto altro, ad esempio la particolare esposizione della nostra economia agli
attuali rischi geopolitici o il ruolo dell’austerità nella creazione del modello
“export-led” (orientato alle esportazioni) della crescita italiana.
LO SPAURACCHIO TRUMP
Andiamo con ordine e partiamo proprio dalle scelte della Casa Bianca:
“L’imposizione dei dazi aggiuntivi sembra avere prodotto effetti ancora poco
diffusi”, scrive l’istituto statistico nazionale, “la grande maggioranza delle
unità che esportavano negli Stati Uniti non ha registrato variazioni rilevanti
nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. Anche l’orientamento strategico
sui mercati esteri, per la gran parte delle imprese, non ha subito variazioni
significative”. E ancora: “Le restrizioni tariffarie statunitensi sembrano avere
avuto un effetto inferiore alle attese anche sull’andamento delle esportazioni.
Nel 2025 la dinamica degli scambi in valore è stata positiva (rispettivamente
+3,3% per l’export e +3,1 per l’import), con incrementi significativi nei
confronti degli Stati Uniti (+7,2 per cento all’export e +35,9 all’import)”. Un
fatto rilevante a fronte delle performance negative degli altri grandi Paesi Ue:
l’export tedesco verso gli Usa fa segnare -9,4% nel 2025, quello spagnolo -9,7%,
quello francese -0,9%.
CHI VINCE, CHI PERDE
In realtà un effetto i dazi lo hanno avuto, rallentando in qualche settore la
crescita delle esportazioni: una cosa che ha riguardato in particolare “le
imprese che avevano gli Usa come primo mercato di destinazione”, soprattutto nel
comparto dei Mobili e, in misura minore, per Abbigliamento, Alimentari e
Prodotti in metallo (per Istat hanno sofferto “una mancata crescita delle
vendite pari complessivamente a 1,5 miliardi di euro”). Nonostante questo solo
un’impresa su venti pianifica di investire in nuovi impianti produttivi negli
Usa. Se si scompone il dato generale delle esportazioni, si scopre che la
crescita delle vendite estere della manifattura, che vale l’80 di tutte le
vendite di beni all’estero, “si concentra in un numero molto ristretto di
settori: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e
metallurgia hanno registrato nel 2025 incrementi molto sostenuti, compresi tra
il 16,5 e il 28,5 per cento”. Sono gli stessi, in particolare i primi due, che
hanno trainato l’export italiano negli Usa, spiega sempre Istat, e che hanno
generato gran parte dell’aumento dell’import (+35,5% la farmaceutica).
LA CINA È VICINA
L’altro effetto rilevante dei dazi di Trump riguarda paradossalmente il nostro
rapporto commerciale con Pechino. L’eccesso di produzione dovuto al corposo calo
delle esportazioni cinesi verso gli Usa s’è riversato, come previsto, in Europa:
+17,2% nel 2025 (+20,1 nella manifattura), “sui livelli più elevati di sempre”,
scrive Istat. Una dinamica che in Italia è più accentuata che nel resto dell’Ue:
“La quota della Cina sulle importazioni complessive dell’Italia, nel 2025, era
la più elevata tra le maggiori economie dell’Unione (10,3% a fronte del 7,5
della Germania e del 6,6 della Francia)”. Peraltro non si parla più della
vendita dei soli beni finali: gli acquisti di input intermedi cinesi destinati
alle fabbriche italiane sono cresciuti del 60% dal 2017. “Nel triennio
2023-2025, la Cina si è affermata come il primo fornitore di prodotti a valenza
strategica per il sistema industriale dei principali paesi dell’Ue (9,3% del
valore totale) e, soprattutto, per l’Italia (11,3%)”. Se l’import cresce,
peraltro, non altrettanto fanno le esportazioni: quelle italiane verso Pechino
nel 2025 sono calate del 6,6%, meno di quello tedesche (-9,7), ma più di quelle
francesi (-1,5%). La Spagna, invece, va in controtendenza: +7,2%.
MERCATO POCO COMUNE E RISCHI GLOBALI
“Tra i principali partner europei, l’Italia continua a rappresentare il Paese
più esposto alla domanda extra-Ue (nel 2025 pesava il 48,2 per cento sulle
esportazioni nazionali) e, in particolare, a quella statunitense (10,8 per
cento)”, scrive Istat. E d’altra parte l’Italia deve il suo surplus commerciale
al resto del mondo, perché resta “un acquirente netto nei confronti dell’area
Ue”. Questa dipendenza dal commercio extra-Unione, peraltro, rende anche il
nostro Paese più esposto ai rischi geopolitici (il Golfo Persico in guerra, per
dire, vale oltre 25 miliardi di export l’anno). Un pericolo ancora più cogente
per le importazioni. Della Cina s’è detto e basti qui citare le forniture
energetiche per illustrare la preoccupata conclusione dell’Istat: “Circa il 60
per cento dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi a
rischio politico medio o alto”.
A COSA È SERVITA L’AUSTERITÀ
Scrive l’Istat che “la vocazione export-led del nostro Paese e la sua forte
proiezione verso i mercati extra Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua
crescita economica” nell’era della globalizzazione: tra 2000 e 2024 il
contributo della domanda estera netta alla crescita del Pil italiano è stato
positivo, ma in quantità “inferiore – circa la metà – rispetto a quello della
Germania e della Spagna”. Notevole che dopo il 2011, l’anno della crisi europea
e dell’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi, “all’effetto positivo della
domanda estera netta sulla crescita del Pil italiano ha contribuito soprattutto
la modesta dinamica delle importazioni, a sua volta determinata dalla debolezza
della domanda interna”. Tradotto: l’austerità distrugge i redditi disponibili,
crollano quindi le importazioni, che fanno aumentare il surplus con l’estero,
guadagnato soprattutto fuori dall’Europa. Ora l’instabilità geopolitica globale
rende probabilmente necessario un riposizionamento delle imprese italiane dai
mercati extra Ue a quello comune: il rischio, però, è che così venga intaccato
significativamente proprio quel surplus che ha pagato a così caro prezzo
nell’ultimo quindicennio.
L'articolo I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma
spingono le merci cinesi verso l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il commercio estero italiano ha mostrato segnali di ripresa nel 2025, con un
incremento delle esportazioni del 3,3% in valore in lieve miglioramento rispetto
al 2024, quando si era registrata una flessione dello 0,5%. Le esportazioni sono
state alimentate però soprattutto dall’aumento dei valori medi unitari (+2,6%),
mentre i volumi esportati sono aumentati solo dello 0,7%.
Nel corso dell’anno, l’export ha visto un forte impulso in alcuni comparti come
quello dei metalli di base (+27,8%), dei mezzi di trasporto esclusi gli
autoveicoli (+25,2%) e degli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e
botanici (+28,5%). Settori che hanno avuto un ruolo determinante nell’andamento
positivo. D’altra parte, i prodotti petroliferi raffinati hanno visto una
contrazione significativa (-31%).
Dal punto di vista geografico, l’export verso la Svizzera è aumentato del 41,7%,
seguita dai paesi Asean (+48%) e dalla Polonia (+18,9%). Invece l’export verso
la Turchia ha subito un calo del 17%, mentre quello verso il Regno Unito, i
Paesi Bassi e il Belgio ha mostrato flessioni rispettivamente dell’8,7%, 9,7% e
8,9%.
Poi c’è il capitolo Stati Uniti. Nell’anno in cui Donald Trump ha lanciato la
sua guerra dei dazi, le esportazioni verso gli Usa sono salite del 7,2%. Ma a
dicembre sono scese dello 0,4%, mentre le importazioni sono aumentate del 61,1%
rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. L’aumento esponenziale è stato
in parte dovuto alle scorte accumulate prima dell’introduzione dei dazi, ma la
domanda è cosa accadrà nel 2026, con le scorte esaurite.
Nel quarto trimestre del 2025, le esportazioni italiane hanno subito una
flessione dello 1,4%, seguita da un calo delle importazioni dello 0,2%.
Tuttavia, sul piano annuale, le prospettive restano generalmente positive, con
una crescita robusta delle esportazioni verso i paesi extra-Ue (+5,1%) e un
moderato incremento verso l’Ue (+4,7%). L’aumento delle esportazioni verso paesi
come la Polonia, la Francia e la Svizzera suggerisce che l’Italia sta
diversificando i mercati di destinazione. Le importazioni, d’altra parte, hanno
visto una crescita complessiva del 3,1% in valore, trainata principalmente
dall’aumento degli acquisti dall’Ue (+7,1%), mentre le importazioni dai paesi
extra-Ue sono scese (-1,1%). Questo riflette una crescente interdipendenza con
l’Unione Europea, ma anche una riduzione dei flussi da altre aree, in
particolare quelle più vulnerabili alle fluttuazioni geopolitiche.
Per quanto riguarda i prezzi, l’Italia ha assistito a una flessione di quelli
all’import del 3,1% su base annua, con una diminuzione più contenuta per i
prodotti non energetici (-0,6%). La flessione potrebbe nascondere un
rallentamento delle importazioni di beni energetici, un settore che ha visto una
volatilità significativa negli ultimi anni. Nel complesso, l’Italia ha dovuto
affrontare il rallentamento dei costi legati all’energia, sebbene la crescita
dei volumi importati possa aver parzialmente compensato questo calo dei prezzi.
L'articolo Nel 2025 l’export torna positivo (grazie all’aumento dei prezzi). A
dicembre boom dell’import dagli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altro che “Italia locomotiva d’Europa” come da narrazione del governo e come
sostiene il vicepremier Antonio Tajani in un’intervista al Messaggero. Dai dati
Istat sulla produzione industriale arrivano segnali tutt’altro positivi. L’anno
si chiude con una flessione dello 0,2% rispetto al 2024 e a dicembre l’istituto
di statistica registra una diminuzione mensile dello 0,4%, pur con un +3,2%
rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Un quadro di difficoltà
strutturale, sottolineano le associazioni dei consumatori, mentre le opposizioni
attaccano: .
Tra le flessioni più pesanti anno su anno quella delle industrie tessili e di
abbigliamento, pelli e accessori (-3,4%), la fabbricazione di prodotti chimici
(-3,6%), e l’industria del legno, della carta e della stampa (-2,9%). Molto
positiva invece la produzione di prodotti farmaceutici che ha registrato un
aumento tendenziale del 23,8% nel 2025, seguita dalle altre industrie
manifatturiere (+9,3%) e dalla metallurgia (+7,4%). Questi settori, insieme a
quelli legati alla tecnologia, come la fabbricazione di computer e prodotti
elettronici (+2,6%), rappresentano le rare isole felici in un panorama
industriale desertificato.
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, fa notare che
il -0,2% del 2025 “non sembra apparentemente una disfatta” ma “il problema è che
si aggiunge ai crolli precedenti: -4% nel 2024 e -2% nel 2023. Prosegue,
insomma, lo tsunami iniziato 3 anni fa. Un tunnel in cui le imprese sono entrate
nel 2023 e dal quale non riescono a uscire”. Un baratro, continua, dal quale
“non si può uscire grazie ai consumi delle famiglie, essendo ridotti all’osso”
nonostante i trionfalismi di Giorgia Meloni su un presunto record italiano per
aumento del potere d’acquisto. Non per niente i beni di consumo calano dello
0,5%, due volte e mezza la produzione totale, -0,8% per i beni durevoli, 4 volte
l’indice complessivo”.
Il Movimento 5 Stelle mette nel mirino l’assenza di politiche industriali
efficaci e il fallimento delle misure promosse dal governo Meloni. “Schemino
semplice semplice per i festanti agiografi e trombettieri meloniani: tre anni
consecutivi di calo della produzione industriale”, affermano i parlamentari M5S
in una nota. “A una premier e a una maggioranza che sproloquiano di incremento
del potere d’acquisto, manipolando dati forniti da giornali compiacenti, l’Istat
sbatte in faccia l’ennesimo certificato fallimentare. Il Governo Meloni ha
ucciso l’industria. Qualcuno, tra palazzo Chigi, via XX Settembre e via Veneto,
dovrebbe trarne le conclusioni”.
Secondo i deputati e senatori grillini, il governo Meloni ha fallito nel
promuovere politiche di sostegno all’industria, con misure come l’Ires premiale
e il piano Transizione 5.0 che non hanno avuto un impatto significativo. La
“nuova” versione del piano, “basata su un meccanismo penalizzante per le piccole
imprese come l’iperammortamento, non è nemmeno stata ancora attuata”. Quanto
alla crescita, che la premier ha definito sua prima preoccupazione di quest’anno
insieme alla sicurezza, “con questo governo dell’Italia è stata azzerata, il
Paese è stato rispedito nei bassifondi delle classifiche Ue e mondiali per la
crescita stessa, la produzione industriale ha subìto uno dei peggiori colpi che
si ricordino e i salari reali degli italiani sono crollati”.
L'articolo Produzione industriale a -0,2% nel 2025 dopo i crolli di 2023 e 2024.
“Istat certifica il fallimento del governo Meloni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In confronto a gennaio 2021, i salari reali degli italiani sono più bassi
dell’8,1%. Ecco l’ultimo aggiornamento dell’Istat, che fotografa la situazione
di dicembre 2025. Le retribuzioni stanno lentamente recuperando un po’ di potere
d’acquisto, ma è ancora notevole la distanza dal periodo precedente la fiammata
inflazionistica iniziata nel 2022. Anche se gli stipendi salgono in valore
assoluto, quindi, resta alta la perdita causata dal carovita che negli anni
scorsi ha viaggiato molto più velocemente. Da questo punto di vista, lo Stato è
tra i peggiori datori di lavoro possibili: i contratti collettivi della pubblica
amministrazione, infatti, sono tutti scaduti a fine 2024 e quelli relativi al
triennio 2022/24 sono stati rinnovati in ritardo nel corso del 2025. Nel settore
privato, invece, il 73,8% dei contratti risulta rinnovato, quindi ancora in
vigore.
Rispetto a settembre 2025, quando rispetto al 2021 eravamo sotto dell’8,8%, la
situazione è leggermente migliorata. I lavoratori con il contratto scaduto e in
attesa di rinnovo sono oggi 5,5 milioni, il 42,2% del totale, gruppo composto
per oltre metà da dipendenti pubblici (circa 3 milioni). Il tempo medio di
attesa del rinnovo è di 18,9 mesi. La crescita media delle retribuzioni nel 2025
è stata pari al 3,1%. Frutto di una crescita del 3,2% nel settore privato e del
2,7% nel pubblico. Ecco perché il recupero del potere d’acquisto è stato reso
possibile soprattutto grazie all’inflazione contenuta, che si è fermata
all’1,7%, e non a un particolare dinamismo dei rinnovi contrattuali.
Negli ultimi mesi del 2025, va ricordato, sono stati rinnovati i contratti dei
metalmeccanici e quello delle telecomunicazioni. In queste settimane, il governo
ha iniziato la trattativa per il rinnovo del contratto delle funzioni centrali,
cioè dei ministeri e delle agenzie, che fanno sempre da apripista. I contratti
nel triennio 2022/24, oltre a essere firmati in ritardo, hanno permesso aumenti
inferiori al 6% a fronte di un’inflazione superiore al 17%. Per quanto riguarda
invece il triennio 2025/27 gli aumenti si prospettano un po’ più generosi della
bassa inflazione prevista, ma comunque insufficienti a colmare la perdita subita
nel triennio precedente.
Quando parliamo di retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat, ci riferiamo ai
salari lordi. Quindi quell’8,1% misura la distanza tra le retribuzioni lorde
previste dai contratti. In questi anni, gli interventi fiscali hanno reso meno
ampia la forbice sui salari netti. Per esempio, alcune settimane fa l’Inps ha
stimato questi effetti sulle buste paga nette: tra il 2019 e il 2024 – ha
scritto l’istituto di previdenza – la retribuzione del decimo percentile di
distribuzione del reddito, pari a 21.571 euro lordi, ha avuto una crescita del
7,1% come lordo, che corrisponde a una crescita del 14,5% sul netto. Resta
comunque sotto l’inflazione, ma un po’ meno distante.
In ogni caso, il dato sulla distanza tra le retribuzioni lorde prima e dopo
l’inflazione resta importante per misurare una serie di questioni. Innanzitutto,
mostra la capacità del sistema economico di rinnovare tempestivamente e a buone
condizioni i contratti collettivi, quindi tutelare il potere d’acquisto senza il
necessario intervento dello Stato. Questo è anche una misura della produttività
delle imprese, quindi di quanta capacità hanno di distribuire ricchezza ai loro
dipendenti. Ancora, dalle retribuzioni lorde dipendono anche le tutele di lungo
periodo dei lavoratori, come la pensione e il trattamento di fine rapporto.
Quindi è importante che crescano soprattutto le voci lorde della busta paga.
Oggi l’Inps ha diffuso anche i dati sulla cassa integrazione. A dicembre 2025 le
ore autorizzate sono diminuite del 13% rispetto a dicembre 2024. Considerando
l’ultimo trimestre dell’anno appena passato, le ore autorizzate sono state 130,7
milioni, in diminuzione del 10% rispetto agli ultimi tre mesi del 2024. Come al
solito, nei dettagli continua però a emergere la crisi dell’industria: la cassa
integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – ha raggiunto 60,7 milioni
di ore autorizzate nel trimestre, in aumento rispetto alle 41,1 milioni di ore
dello stesso periodo del 2024. “A incidere sull’incremento tendenziale della Cig
straordinaria del quarto trimestre 2025, rispetto al quarto trimestre 2024, sono
state le note difficoltà del settore metalmeccanico e l’incremento di ore
autorizzate per solidarietà del settore delle telecomunicazioni, in particolare
nel mese di ottobre 2025”, spiega l’Inps.
L'articolo L’Istat dice che rispetto al 2021 i salari reali sono più bassi
dell’8%. E i contratti collettivi della PA sono tutti scaduti a fine 2024
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lunedì 26 gennaio è iniziata, dopo undici anni dall’ultima edizione, la nuova
Rilevazione delle persone senza dimora: l’iniziativa di Istat e fio.Psd è
denominata ‘Tutti contano’ e si svolge in 14 città metropolitane nelle sere del
26, 28 e 29 gennaio. Mi sono candidato a fine dicembre come volontario per
contare, censire e intervistare le persone che si trovano in situazioni di
disagio sulla città di Milano, e qualche giorno fa mi è stato assegnato il
municipio 4, una zona particolarmente raccontata dalla cronaca negli ultimi
mesi: qui, all’ombra del nuovo Villaggio olimpico per i Giochi di
Milano-Cortina, si è verificata qualche giorno fa la morte di un 28enne
marocchino ucciso da un poliziotto, nello stesso quartiere in cui – nel 2024 –
Ramy Elgaml morì in un inseguimento coi carabinieri.
Dopo la formazione di rito per i volontari – seimila in tutta Italia – la sera
di lunedì ci siamo ritrovati al punto di partenza; mi è stata assegnata una
squadra (insieme alle volontarie Marta e Ludmilla, in foto) e un’area di
esplorazione (l’Ortomercato della città). Alle 20.30 è iniziato il censimento
ufficiale per strada, anticipato alle ore 19 per il conteggio nelle strutture:
ogni squadra si è recata nella propria area di pertinenza e – chi con mezzi
propri, chi a piedi – ha iniziato a esplorare. Poche regole ma molto chiare:
prendere in considerazione ogni giaciglio, ogni tenda, ogni auto utilizzata come
luogo per dormire, ma anche ogni persona in movimento diretta chiaramente verso
la propria postazione notturna.
Trattandosi di una zona periferica e residenziale, con pochi esercizi
commerciali e grandi aree di passaggio (parchi, mercati, l’aeroporto di Linate e
le stazioni suburbane di metro e treni), ci aspettavamo di trovare poche
persone: così è stato, complice anche il freddo che spinge molti a cercare
riparo nelle strutture dedicate. La sensazione che però ho avuto – in comune con
molti altri volontari – è che l’area sia stata ‘ripulita’ in vista delle
imminenti Olimpiadi: per questo credo che il dato di Milano, così come
probabilmente avverrà per le altre città, sarà decisamente ribassato rispetto al
reale. Inoltre, complice anche la partecipazione di molti lavoratori tra i
volontari, il censimento si è svolto tra le 20.30 e le 23.30: un momento della
serata in cui ancora molte persone senza dimora non hanno raggiunto il proprio
punto di appoggio per la notte.
Finito il conteggio, quindi la fase puramente quantitativa, ora si apre il
momento delle interviste: il 28 gennaio si andrà nelle strutture dedicate, il 29
invece direttamente in strada. Istat ha fornito un questionario molto esaustivo
sulle informazioni da raccogliere: non soltanto dati generici sulla persona
(naturalmente si tratta di interviste anonime che garantiscono la privacy dei
senzatetto), ma anche abitudini sociali, interazioni con le istituzioni,
eventuali ricoveri ospedalieri, eccetera. Tutte le persone di genere femminile
verranno intervistate, per dare maggiore visibilità al fenomeno poco conosciuto
delle donne senza dimora, mentre per gli altri utenti ci si regolerà su un
campione, in base al numero raccolto durante la serata del conteggio.
Scopo dell’iniziativa è orientare e indirizzare meglio le politiche economiche e
pubbliche e, come riportato anche sul sito del Comune di Milano, “comprendere i
profili e i bisogni delle persone senza dimora e le dinamiche che conducono alla
povertà estrema in città”. Un progetto importante, soprattutto nella città che
più di ogni altra in Italia tende ad espellere la classe media e conta tra gli
indigenti anche i lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese per
stipendi troppo bassi e costo della vita troppo elevato: un gioco al massacro
che, mi auguro, questa inchiesta possa aiutare ad attenuare.
L'articolo Ho partecipato come volontario al censimento Istat delle persone
senza dimora: ecco la mia esperienza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dal 2021 al 2025 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente
del 17,1%, ma per i beni essenziali la corsa è stata molto più intensa. I dati
Istat aggiornati a dicembre dello scorso anno consentono di tirare le somme e
evidenziano per il “carrello della spesa” un rincaro cumulato del 24%, mentre i
beni energetici sono saliti del 34,1%. Dati che fotografano la perdita di potere
d’acquisto subìta dalle famiglie negli ultimi cinque anni e che nei giorni
scorsi hanno spinto l’Autorità garante della concorrenza ad avviare un’indagine
sui prezzi dei prodotti alimentari nella grande distribuzione.
Il 2025 ha segnato sì una fase di rallentamento dell’inflazione, ma senza alcuna
inversione di tendenza sul fronte dei beni primari. Nell’anno appena concluso
l’inflazione media si è attestata all’1,5%, in aumento rispetto all’1% del 2024,
con una dinamica più contenuta nella seconda parte dell’anno. Il livello dei
prezzi resta strutturalmente più elevato rispetto all’inizio del decennio. Nel
dettaglio, lo scorso anno i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 2,8%,
accelerando rispetto al 2,2% del 2024. A trainare l’aumento sono stati
soprattutto gli alimentari non lavorati, con rincari medi del 3,4%, mentre
quelli lavorati hanno segnato un +2,4%. Anche le spese per abitazione, acqua,
elettricità e combustibili tornano in territorio positivo (+1,1%), dopo il calo
registrato nel 2024. Al contrario, rallentano o calano i prezzi dei trasporti
(-0,2%) e, in misura più contenuta, quelli dei servizi ricettivi e della
ristorazione (+3,4%), che restano comunque tra le voci più onerose per i bilanci
familiari. Proprio i prodotti alimentari e i servizi di alloggio e ristorazione
sono le divisioni che contribuiscono maggiormente alla crescita media
dell’indice generale nel 2025.
La lettura di lungo periodo è però quella che pesa di più. Dal 2019, ricordano
le opposizioni, l’inflazione cumulata supera il 17%, mentre i salari non hanno
tenuto il passo, restando diversi punti sotto il carovita. L’Unione Nazionale
Consumatori parla di vera e propria stangata: secondo le stime
dell’associazione, l’inflazione media del 2025 si traduce in un aggravio annuo
di 561 euro per una coppia con due figli. L’Unc sottolinea inoltre come, sul
periodo 2021-2025, il carrello della spesa abbia accumulato un aumento di sette
punti superiore all’inflazione generale, con effetti particolarmente pesanti sui
redditi medio-bassi. L’Adoc rileva un “allarme tra gli scaffali” e chiede al
governo di “abbandonare la logica dei ‘pannicelli caldi’: misure temporanee come
i bonus o la carta Dedicata a te non bastano più a contenere un’emorragia di
risparmi così profonda. Servono riforme strutturali urgenti: uno stop deciso
alla speculazione, il contrasto al fenomeno della shrinkflation, la
rimodulazione dell’Iva sui beni di prima necessità e lo scorporo immediato delle
accise sui carburanti”.
La dem Anna Ascani, vicepresidente della Camera, denuncia una perdita continua
del potere d’acquisto: “Non si arresta la perdita del potere d’acquisto, le
cittadine e i cittadini sono sempre più in difficoltà e faticano a far fronte a
spese minime. Il lavoro è povero e precario. Esiste una gigantesca questione
salariale che questo governo, preso dai vani e vuoti trionfalismi, fa finta di
non vedere. Inutile celebrare la stabilità dei conti, se si condanna il Paese
all’immobilismo. L’esecutivo metta da parte la propaganda e intervenga
seriamente a sostegno degli italiani”.
Critiche analoghe arrivano dal Movimento 5 Stelle, che parla di una “bomba
sociale” legata all’impennata dei prezzi dei beni essenziali. I parlamentari
pentastellati delle commissioni Attività produttive di Camera e Senato accusano
l’esecutivo di immobilismo, ricordando come salari e pensioni restino diversi
punti sotto l’inflazione e come le misure annunciate contro il caro-energia non
abbiano ancora trovato attuazione concreta. “Mentre la grancassa meloniana
rivendica le pacche sulle spalle delle agenzie di rating e brinda allo spread in
picchiata”, attaccano, “gli italiani masticano amaro alle casse dei
supermercati”.
Sulla stessa linea Alleanza Verdi e Sinistra. Il senatore Tino Magni “condanna
senza appello” per le politiche economiche del governo: “Pane, latte e bollette
stanno diventando beni di lusso, mentre salari e pensioni restano fermi e non si
interviene sugli extra-profitti. Il costo dell’inflazione viene scaricato ancora
una volta su chi vive di reddito fisso”.
L'articolo Per il carrello della spesa aumenti del 24% dal 2021. Le opposizioni:
“Rincari drammatici e il governo è immobile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A novembre torna a crescere la produzione industriale. L’Istat registra un
incremento dell’1,5% su base mensile e dell’1,4% su base annua dopo il calo di
ottobre. L’aumento su base mensile coinvolge in particolare l’energia (+3,9%), i
beni strumentali (+2,1%) e i beni di consumo (+1,1%). Su base annua, invece, si
registrano variazioni positive per i beni strumentali (+3,3%), l’energia (+2,0%)
e i beni intermedi.
Mese su mese l’aumento è trainato dalla farmaceutica (+7,5%), da un rimbalzo
delle Industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+3,1). Gli incrementi
tendenziali – cioè anno su anno – maggiori si registrano per prodotti
farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+8,7%), la fabbricazione di
computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali,
apparecchi di misurazione e orologi (+5,8%) e la fabbricazione di
apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche
(+5,1%).
Il recupero è stato “assai più marcato del previsto” secondo Paolo Mameli,
economista del Research department di Intesa Sanpaolo. “La variazione annua
segna un massimo da quasi tre anni. La crescita congiunturale è diffusa a tutti
i raggruppamenti principali di industrie con l’eccezione dei beni intermedi,
sostanzialmente fermi, e dei beni di consumo durevoli (categoria che comprende
apparecchi per uso domestico, mobili, motocicli ecc, ndr). Proprio l’ampia
flessione dei durevoli lascia i beni di consumo in calo su base annua, a
differenza degli altri gruppi”. “Non si vede ancora alcuna luce in fondo al
tunnel nel quale le nostre industrie sono entrate nel febbraio del 2023”, dice
invece il presidente dell’Unione nazionale consumatori, Massimiliano Dona.
Aggiornamenti arrivano anche sul fronte del commercio estero. Il surplus
commerciale cresce a novembre a 5,078 miliardi di euro, in deciso rialzo
rispetto ai 3,38 miliardi di euro del novembre 2024. Il risultato arriva
sfruttando un aumento dell’export pari allo 0,4% su mese e un calo dell’import
pari al 3,2%, in un contesto di riduzione del deficit energetico e dell’aumento
del surplus relativo allo scambio di beni non energetici. L’aumento dell’export
è relativo sia all’Ue (+0,5%) che a quella extra-Ue (+0,4%). Su base annua,
invece, l’export è di fatto stazionario (-0,1%), mentre l’import registra un
calo del 3,5%.
A livello di destinazioni la Turchia (-40,5%) è il paese che fornisce il
contributo negativo maggiore all’export nazionale, mentre diminuiscono anche le
esportazioni verso Regno Unito (-16,2%), area Asean (-21,5%), Stati Uniti
(-2,9%) e Paesi Bassi (-9,7%). In crescita invece quelle verso paesi Opec
(+18,9%), Svizzera (+12,2%), Belgio (+9,4%), Spagna (+4,9%) e Austria (+12,1%).
L'articolo Produzione industriale in recupero a novembre: +1,5%. Bene
farmaceutica e chimica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per Giorgia Meloni la crescita, insieme alla sicurezza, è il grande “focus” del
2026. Ma i numeri non vanno nella direzione sperata dalla premier. L’Istat,
nella nuova nota sull’andamento dell’economia italiana, rileva che in Italia i
dati più recenti “segnalano un indebolimento generalizzato” a ottobre dopo la
ripresa nel mese precedente e “un quadro di crescita debole rispetto alla media
dell’area euro, con andamenti differenziati tra i diversi settori”. Questo
nonostante, negli ultimi mesi del 2025, “l’attenuazione delle tensioni
commerciali e il taglio dei tassi d’interesse” abbiano “ridotto l’incertezza e
favorito la liquidità, contenendo in parte le pressioni al ribasso sulla
crescita dell’economia mondiale”. Prima che l’anno nuovo iniziasse con “nuovi
focolai di instabilità che supportano le previsioni di un rallentamento
dell’attività economica a livello internazionale per l’anno in corso”.
La produzione industriale a ottobre ha subito una flessione dell’1% rispetto al
mese precedente, seguita da una riduzione generalizzata anche nel settore delle
costruzioni, che ha visto una diminuzione congiunturale di -0,1%. Performance
negative in contrasto con le speranze in una ripresa sostenuta dalla minore
incertezza commerciale e dal calo dei tassi.
Nel frattempo, il mercato del lavoro ha mostrato un quadro contrastante.
Nonostante una lieve crescita dell’occupazione (+0,3% congiunturale), i dati di
novembre hanno evidenziato un calo delle persone occupate, soprattutto tra le
donne e le classi di età più giovani, e un preoccupante aumento degli inattivi.
In ambito commerciale, l’Italia ha registrato un aumento delle esportazioni
(+3,4%) nei primi dieci mesi dell’anno, con un notevole contributo del settore
farmaceutico, che ha visto le vendite crescere del 33,7%. Ma, a livello
complessivo, gli scambi commerciali sono risultati deboli, con una crescita
modesta delle esportazioni (+0,3%) e delle importazioni (+0,2%) tra agosto e
ottobre. Questo rallentamento riflette la debolezza della domanda globale e le
difficoltà che le imprese italiane continuano a incontrare nei mercati esteri.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione ha mostrato una lieve accelerazione a
dicembre (+1,2%), ma è rimasta inferiore alla media dell’area euro.
Rallentamento dovuto in gran parte alla flessione dei prezzi dei beni
energetici, che ha compensato l’aumento dei prezzi alimentari e dei servizi.
Nonostante la crescita del settore farmaceutico, che ha dato un impulso positivo
alle esportazioni, l’economia italiana deve fare i conti con un quadro di
crescita debole, aggravato da difficoltà strutturali del mercato del lavoro e da
un contesto internazionale che continua a essere incerto. Le previsioni per il
2026 sono tutt’altro che rosee: l’Italia rischia di trovarsi intrappolata nella
stagnazione, con una crescita ben al di sotto della media dell’area euro.
L'articolo Istat: indebolimento generalizzato dell’economia italiana, industria
e costruzioni in calo. E nel 2026 tutto il mondo rallenterà proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Alleanza contro la povertà, coordinamento di una trentina di organizzazioni
sociali, sindacati e istituzioni, torna a criticare la legge di Bilancio 2026
appena approvata dal Parlamento. “In un Paese sempre più povero, il governo
riduce in modo consistente il fondo per il sostegno alla povertà e
all’inclusione attiva, uno degli strumenti centrali per il funzionamento delle
politiche sociali sui territori”, l’accusa. Il riferimento è al Fondo povertà
(ufficialmente Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale), che
dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza finanzia l’assegno di inclusione.
Il taglio è pesante: solo nel 2026, è stato ridotto di circa 267 milioni di
euro. “Si tratta di un taglio strutturale che incide direttamente sulla capacità
dei Comuni e degli ambiti territoriali di garantire servizi sociali, presa in
carico delle persone in difficoltà, percorsi di inclusione e accompagnamento”.
Incluso l’assegno di inclusione, che “rischia di ridursi a mero sussidio
finanziario, destinato a una platea molto ridotta”.
Un’altra novità negativa riguarda il mese di sospensione tra un ciclo di
erogazione e l’altro: quel periodo di limbo è stato eliminato, ma in compenso il
governo ha dimezzato la prima mensilità dopo il rinnovo della misura. Ergo, come
denuncia Alleanza contro la povertà, “lo Stato guadagna così un centinaio di
milioni di euro, ma a farne le spese sono, ancora una volta, i più fragili del
Paese”.
Il portavoce dell’Alleanza, Antonio Russo, dichiara: “In un Paese in cui milioni
di persone faticano a soddisfare i bisogni essenziali, servirebbero investimenti
stabili e una strategia di lungo periodo, non tagli che colpiscono i servizi più
vicini alle persone”. Secondo gli ultimi dati Istat, quasi 2,2 milioni di
famiglie e oltre 5,7 milioni di persone in Italia vivono in condizioni di
povertà assoluta. Tagliare le misure di sostegno alla povertà significa colpire
i minori, le famiglie numerose e le persone sole.
L'articolo Alleanza contro la povertà: “Il governo taglia il Fondo povertà.
Comuni senza risorse per garantire i servizi sociali” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un’iniziativa rivolta a chi vive un momento di difficoltà, organizzata da “una
famiglia larga che prova a costruire dei legami di contrasto alla solitudine” in
un giorno di festa. Anche quest’anno, la Comunità di Sant’Egidio organizza il
pranzo di Natale. Nell’edizione scorsa, c’è stata la partecipazione di quasi
250mila persone in 71 Paesi, e quest’anno ne sono attese circa 80mila in Italia.
La prima volta fu nel 1982, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma:
da allora la tavola si è allargata e ha aggiunto sempre più posti, arrivando
anche nelle carceri. Si tratta quindi di un evento diffuso, affiancato da una
campagna di donazioni attiva dal primo al 27 dicembre.
Spesso, quando si parla di povertà, si tende a pensarla come una condizione
statica, ma è sbagliato: è un processo. Il coordinatore del servizio rom della
Comunità di Sant’Egidio di Milano, Stefano Pasta, racconta: “Le storie di
solitudine e di povertà sono molto diverse tra di loro. Forse il tratto che
accomuna povertà diverse è trovarsi isolati a un certo punto della vita.
Parliamo di famiglie, bambini, persone anziane e sole”. Un cambio di prospettiva
che aiuta a decostruire la narrazione sulle persone al margine, che spesso
vengono deumanizzate: “I poveri non sono una categoria, ma persone con cui si
può vivere una familiarità anche nel giorno di Natale”.
Temi come la povertà e la marginalità sociale non trovano grande spazio
nell’agenda politica, nonostante siano di triste attualità visto che in Italia
il 10% dei residenti è in povertà assoluta secondo gli ultimi dati Istat.
Stefano Pasta racconta che i processi di impoverimento hanno diverse cause, tra
cui l’aumento del costo della vita, l’emergenza abitativa e le cure mediche. Non
a caso, la Comunità di Sant’Egidio ha anche lanciato un appello per mettere in
luce le dinamiche di esclusione sociale in grandi città come Roma e Milano.
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In situazioni simili, ricorrenze come il giorno di Natale hanno un significato
diverso, un peso diverso: “Le giornate di festa rischiano di essere le più
tristi a causa dei ricordi oppure del peso sociale, magari perché il Natale è
uguale a tutti gli altri giorni”. Ecco quindi lo scopo dell’iniziativa: “Il
pranzo di Natale è il pranzo di famiglia più importante dell’anno, e noi
decidiamo di passarlo con la famiglia di Sant’Egidio. Non è un unicum, è dentro
una storia di amicizia e familiarità che dura tutto l’anno”. Dei veri e propri
“legami” per contrastare la solitudine, come li chiama Pasta. I pranzi saranno
undici e vedranno la presenza di circa duemila persone, tra cui: le famiglie di
scuola della pace, persone senza fissa dimora, persone anziane dalle rsa e dagli
istituti, persone profughe, persone della comunità rom e persone iscritte alla
scuole di lingua e cultura italiana.
La Comunità di Sant’Egidio invita le persone a supportare l’iniziativa con il
gesto del dono, ma a una condizione: “Chiediamo di regalare una cosa nuova,
qualcosa che restituisca dignità alla persona: proprio come in famiglia”. Dopo
la raccolta, infatti, i regali verranno abbinati e distribuiti alle persone in
base ai loro bisogni.
Questo l’elenco degli oggetti che si possono donare: giochi per bambine e
bambini di tutte le età (preferibilmente non in scatola), gift card per
adolescenti, articoli sportivi come palloni da calcio o da pallavolo, indumenti
e accessori femminili e maschili, biancheria e casalinghi, plaid per le persone
anziane. Chi volesse partecipare a Milano, può consegnare i pacchi sabato 20
dicembre in via Olivetani 3, dalle 10 alle 18. Per ulteriori informazioni
sull’iniziativa basta visitare consultare questo link.
L'articolo La Comunità di Sant’Egidio raccoglie doni per il pranzo di Natale:
“Ci troveremo tutti insieme a tavola contro la solitudine” proviene da Il Fatto
Quotidiano.