I dazi di Donald Trump non hanno ridotto, semmai rallentato, la crescita delle
esportazioni italiane, neanche di quelle dirette negli Usa, tanto che la
bilancia commerciale nel 2025 è risultata in surplus per 50 miliardi, due in più
del 2024, semmai le tariffe statunitensi sulle merci hanno accentuato la
penetrazione cinese nel mercato europeo e nel nostro in particolare. Potrebbe
essere questo il riassunto del poderoso “Rapporto sulla competitività dei
settori produttivi” pubblicato lunedì dall’Istat, che in realtà contiene anche
molto altro, ad esempio la particolare esposizione della nostra economia agli
attuali rischi geopolitici o il ruolo dell’austerità nella creazione del modello
“export-led” (orientato alle esportazioni) della crescita italiana.
LO SPAURACCHIO TRUMP
Andiamo con ordine e partiamo proprio dalle scelte della Casa Bianca:
“L’imposizione dei dazi aggiuntivi sembra avere prodotto effetti ancora poco
diffusi”, scrive l’istituto statistico nazionale, “la grande maggioranza delle
unità che esportavano negli Stati Uniti non ha registrato variazioni rilevanti
nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. Anche l’orientamento strategico
sui mercati esteri, per la gran parte delle imprese, non ha subito variazioni
significative”. E ancora: “Le restrizioni tariffarie statunitensi sembrano avere
avuto un effetto inferiore alle attese anche sull’andamento delle esportazioni.
Nel 2025 la dinamica degli scambi in valore è stata positiva (rispettivamente
+3,3% per l’export e +3,1 per l’import), con incrementi significativi nei
confronti degli Stati Uniti (+7,2 per cento all’export e +35,9 all’import)”. Un
fatto rilevante a fronte delle performance negative degli altri grandi Paesi Ue:
l’export tedesco verso gli Usa fa segnare -9,4% nel 2025, quello spagnolo -9,7%,
quello francese -0,9%.
CHI VINCE, CHI PERDE
In realtà un effetto i dazi lo hanno avuto, rallentando in qualche settore la
crescita delle esportazioni: una cosa che ha riguardato in particolare “le
imprese che avevano gli Usa come primo mercato di destinazione”, soprattutto nel
comparto dei Mobili e, in misura minore, per Abbigliamento, Alimentari e
Prodotti in metallo (per Istat hanno sofferto “una mancata crescita delle
vendite pari complessivamente a 1,5 miliardi di euro”). Nonostante questo solo
un’impresa su venti pianifica di investire in nuovi impianti produttivi negli
Usa. Se si scompone il dato generale delle esportazioni, si scopre che la
crescita delle vendite estere della manifattura, che vale l’80 di tutte le
vendite di beni all’estero, “si concentra in un numero molto ristretto di
settori: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e
metallurgia hanno registrato nel 2025 incrementi molto sostenuti, compresi tra
il 16,5 e il 28,5 per cento”. Sono gli stessi, in particolare i primi due, che
hanno trainato l’export italiano negli Usa, spiega sempre Istat, e che hanno
generato gran parte dell’aumento dell’import (+35,5% la farmaceutica).
LA CINA È VICINA
L’altro effetto rilevante dei dazi di Trump riguarda paradossalmente il nostro
rapporto commerciale con Pechino. L’eccesso di produzione dovuto al corposo calo
delle esportazioni cinesi verso gli Usa s’è riversato, come previsto, in Europa:
+17,2% nel 2025 (+20,1 nella manifattura), “sui livelli più elevati di sempre”,
scrive Istat. Una dinamica che in Italia è più accentuata che nel resto dell’Ue:
“La quota della Cina sulle importazioni complessive dell’Italia, nel 2025, era
la più elevata tra le maggiori economie dell’Unione (10,3% a fronte del 7,5
della Germania e del 6,6 della Francia)”. Peraltro non si parla più della
vendita dei soli beni finali: gli acquisti di input intermedi cinesi destinati
alle fabbriche italiane sono cresciuti del 60% dal 2017. “Nel triennio
2023-2025, la Cina si è affermata come il primo fornitore di prodotti a valenza
strategica per il sistema industriale dei principali paesi dell’Ue (9,3% del
valore totale) e, soprattutto, per l’Italia (11,3%)”. Se l’import cresce,
peraltro, non altrettanto fanno le esportazioni: quelle italiane verso Pechino
nel 2025 sono calate del 6,6%, meno di quello tedesche (-9,7), ma più di quelle
francesi (-1,5%). La Spagna, invece, va in controtendenza: +7,2%.
MERCATO POCO COMUNE E RISCHI GLOBALI
“Tra i principali partner europei, l’Italia continua a rappresentare il Paese
più esposto alla domanda extra-Ue (nel 2025 pesava il 48,2 per cento sulle
esportazioni nazionali) e, in particolare, a quella statunitense (10,8 per
cento)”, scrive Istat. E d’altra parte l’Italia deve il suo surplus commerciale
al resto del mondo, perché resta “un acquirente netto nei confronti dell’area
Ue”. Questa dipendenza dal commercio extra-Unione, peraltro, rende anche il
nostro Paese più esposto ai rischi geopolitici (il Golfo Persico in guerra, per
dire, vale oltre 25 miliardi di export l’anno). Un pericolo ancora più cogente
per le importazioni. Della Cina s’è detto e basti qui citare le forniture
energetiche per illustrare la preoccupata conclusione dell’Istat: “Circa il 60
per cento dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi a
rischio politico medio o alto”.
A COSA È SERVITA L’AUSTERITÀ
Scrive l’Istat che “la vocazione export-led del nostro Paese e la sua forte
proiezione verso i mercati extra Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua
crescita economica” nell’era della globalizzazione: tra 2000 e 2024 il
contributo della domanda estera netta alla crescita del Pil italiano è stato
positivo, ma in quantità “inferiore – circa la metà – rispetto a quello della
Germania e della Spagna”. Notevole che dopo il 2011, l’anno della crisi europea
e dell’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi, “all’effetto positivo della
domanda estera netta sulla crescita del Pil italiano ha contribuito soprattutto
la modesta dinamica delle importazioni, a sua volta determinata dalla debolezza
della domanda interna”. Tradotto: l’austerità distrugge i redditi disponibili,
crollano quindi le importazioni, che fanno aumentare il surplus con l’estero,
guadagnato soprattutto fuori dall’Europa. Ora l’instabilità geopolitica globale
rende probabilmente necessario un riposizionamento delle imprese italiane dai
mercati extra Ue a quello comune: il rischio, però, è che così venga intaccato
significativamente proprio quel surplus che ha pagato a così caro prezzo
nell’ultimo quindicennio.
L'articolo I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma
spingono le merci cinesi verso l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cina
Il conflitto in Medio Oriente è un nuovo banco di prova, per tutti. Dalla Cina
all’Europa, passando per l’Italia che, ancora una volta, si fa trovare
impreparata. Perché nelle guerre che fanno schizzare i prezzi delle materie
prime, a iniziare da quelli di gas e petrolio, resistono meglio i Paesi che
diversificano fonti energetiche e fornitori. E l’Italia è vittima della
strategia industriale del Governo Meloni che, con la guerra in Ucraina appena
iniziata, per risolvere il problema della dipendenza del gas russo, invece di
accelerare sulle rinnovabili, ha preferito rincorrere l’idea di trasformare il
Paese in un “hub del gas”. Idea diventata uno dei pilastri della strategia non
solo energetica, ma anche di politica estera di Giorgia Meloni. Con tanto di
spot sul Piano Mattei per l’Africa, su cui a due anni di distanza dalla partenza
si sa davvero poco. “Possiamo essere un hub del gas europeo” dichiarava nel 2022
il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto
Fratin. Poi, nelle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo si è
parlato sempre più spesso di un più generico “hub energetico”, ma la sostanza
non è cambiata. E l’Italia non è diventata né carne, né pesce. Nel mix
energetico primario del Paese, la dipendenza dalle fonti fossili resta ancora
molto alta e rappresenta una fetta del 69%, mentre le rinnovabili sono al 23%.
Non è un caso se, secondo un’analisi del Financial Times, basata su uno studio
che ha esaminato quindici economie realizzato dalla Oxford Economics, tra i
Paesi europei con le economie più avanzate, l’Italia è la più esposta rispetto
all’impennata dei costi energetici che colpirà le nazioni di tutto il mondo.
Proprio perché troppo dipendente da gas e petrolio e, quindi, dalle
importazioni. Una situazione che avrebbe dovuto spingerla verso lo sviluppo
delle rinnovabili, ma così non è stato. A correre – paradossalmente – è stata la
Cina, che è ancora più dipendente dalle fonti fossili. Lo ha fatto, anche se il
carbone rappresenta il 54% dei suoi consumi energetici finali e, quindi, è uno
scudo dagli shock internazionali.
QUINDICI ANNI DI RALLENTISMO
Ma com’è possibile, invece, che la situazione italiana sia questa a più di 15
anni da quello che sembrava l’inizio di quella che sarebbe stata una
rivoluzione? E che nel 2025 la crescita delle rinnovabili abbia persino
rallentato il passo? È dovuto a un’opposizione politica che ha alimentato quella
ideologica, spesso basate su convinzioni errate. Si ricordano le esternazioni di
Matteo Salvini, vicepremier “favorevole a rinnovabili e all’energia dell’atomo”,
ma molto più entusiasta all’idea “di una centrale nucleare a Milano entro il
2032” che per i “mostri eolici che su terra o mare danneggiano i paesaggi”. C’è
stato un tempo, non troppo lontano in cui persino il ministro (l’ex) della
Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava di “lobby dei rinnovabilisti”.
Alla faccia della transizione. Il resto lo hanno fatto burocrazia, ritardi
nell’attuazione delle direttive, decreti che spesso e volentieri hanno
ingarbugliato l’iter invece di semplificarlo.
LA DIPENDENZA ITALIANA (ED EUROPEA) DALLE IMPORTAZIONI ENERGETICHE
Nel suo complesso, tutta l’Unione europea continua a essere fortemente
dipendente dalle importazioni energetiche con una percentuale del 56,9% sul
totale dei consumi energetici. E l’Italia è abbondantemente sopra la media
europea (74%). La Cina, per intenderci, è al 24 per cento. Rispetto alle fonti
energetiche, il parametro utilizzato per stimare la dipendenza di un Paese è
quello del mix energetico primario. Perché considera – prima della loro
trasformazione – l’insieme delle fonti grezze (gas, petrolio, carbone,
rinnovabili, nucleare), utilizzate per soddisfare la domanda totale di energia
di un paese, non solo quella elettrica, ma anche quella legata a riscaldamenti e
trasporto. E l’Italia non è messa bene, con circa il 70 per cento affidato al
fossile. Un altro parametro molto importante è il consumo finale lordo, che
rappresenta l’energia effettivamente consegnata all’utente, dalle industrie alle
famiglie, dal settore dei trasporti all’agricoltura. Come previsto dal Piano
nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), entro il 2030 – quindi fra
quattro anni – l’Italia deve portare al 39,4% la quota di rinnovabili sul
consumo finale lordo. Oggi è al 19,4%. E dovrà raggiungere anche una capacità
totale installata di 131 GW di potenza rinnovabile. Ma quella installata, dato
aggiornato a dicembre 2025, è di 83,5 gigawatt. D’altronde, se nel 2025 in
Unione europea per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità
delle fossili (Leggi l’approfondimento), l’Italia non è tra i 14 Paesi in cui è
avvenuto il sorpasso.
COSA HA FATTO L’ITALIA E COSA MANCA PER RAGGIUNGERE I TARGET
Il problema è che dopo l’inizio sfavillante, le rinnovabili hanno vissuto anni
di buio totale. Dal 2015 al 2022 l’Italia ha installato una media di 800
megawatt (0,8 gigawatt) all’anno. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, per
ottenere il via libera per un impianto eolico ci volevano in media 5 anni contro
i 6 mesi previsti dalla normativa. Nel 2022 sono stati aggiunti 3 GW di nuova
potenza. Si calcolava che l’Italia avrebbe dovuto aggiungere ogni anno almeno 8
GW necessari per aggiungere 70 gigawatt di nuova potenza entro il 2030.
Condizione necessaria non solo per abbassare il costo delle bollette e
sganciarsi dagli idrocarburi russi, ma anche per ridurre le emissioni del 55%
entro la fine del decennio rispetto ai livelli del 1990. Mancando anno dopo anno
l’obiettivo degli 8 GW (5,6 gigawatt nel 2023 e 7,4 nel 2024) e con il 2030
sempre più vicino, l’Italia deve ora recuperare in pochissimo tempo ciò che non
è stato fatto. Oggi l’asticella è fissa sugli 80 gigawatt di nuova potenza
rinnovabile aggiuntiva rispetto ai livelli del 2020-2021, per arrivare a un
totale installato di almeno 131 gigawatt. Gli 8 gigawatt all’anno, a cui
l’Italia non è mai arrivata, non bastano più. Servirebbe una media di circa
10-12 GW di nuova capacità rinnovabile all’anno. Tra l’altro, anche se nel 2025
circa il 48% di tutta l’elettricità prodotta proviene da fonti rinnovabili, lo
scorso anno i nuovi impianti hanno subito una battuta d’arresto: 7,2 GW contro i
7,5 del 2024. Morale: se negli ultimi cinque anni sono stati installati 25
gigawatt, nel prossimo lustro si dovranno installare almeno altri 55 GW, più del
doppio di quanto fatto fino a oggi.
LA CINA E LA SUA CORSA SULLE RINNOVABILI
L’Italia e parte dell’Europa sono rimaste a guardare, mentre la Cina diventava
leader mondiale delle energie pulite. Ed è il Paese che oggi inquina di più al
mondo, anche per il numero della popolazione. Non è infatti né il primo se
calcoliamo le emissioni pro-capite, né il primo tenendo conto delle emissioni
storiche. Inquina perché è legato a doppio filo al carbone, che pesa per il 54%
sui consumi finali di energia, mentre le rinnovabili sono al 13%. Però i
cambiamenti, rispetto a pochi anni fa, sono tangibili. I dati presentati a
inizio 2026 dalla National Energy Administration dicono che ad oggi il 60% del
suo mix elettrico è verde, con una produzione elettrica da fonti rinnovabili che
ha raggiunto circa 4mila TWh. “Un valore superiore all’intero fabbisogno
elettrico dei 27 Stati membri dell’Unione europea (stimato in circa 3.800 TWh)”
ha commentato Xing Yiteng, vicedirettore del Dipartimento di Pianificazione
dello sviluppo. E non si tratta solo degli impianti. Rispetto al 2024, la nuova
capacità di accumulo è aumentata dell’84%.
PECHINO E LA STRATEGIA DELLA DIVERSIFICAZIONE
Di fatto, sulla carta, la Cina è tra i Paesi che avrebbero più da perdere nel
conflitto in Medio Oriente. Basti pensare che è il più grande importatore di
greggio al mondo e acquista a prezzo basso l’80% del petrolio iraniano. Ma
Pechino ha attuato una serie di ‘diversificazioni strategiche’ rispetto a fonti
energetiche e fornitori che, tra le altre cose, le hanno consentito di ridurre
la sua dipendenza dallo Stretto di Hormuz, da cui passa solo il 40-50% delle
importazioni petrolifere via mare del Paese. Secondo Ting Lu, capo economista
per la Cina di Nomura, le spedizioni di petrolio attraverso lo stretto
rappresentano il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese. E comunque, la
dipendenza di Pechino dalle importazioni di petrolio, incide solo per il 14% del
consumo totale di greggio, oltre al fatto che il Paese può contare su una delle
più grandi riserve al mondo. A gennaio 2026, le scorte onshore di greggio cinese
erano stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tra i 3 e i
4 mesi di fabbisogno.
L’OPPOSIZIONE IDEOLOGICA (E POLITICA) ALLE RINNOVABILI E LA MIOPIA ITALIANA
L’Italia, invece, non può contare su una serie di ‘vantaggi’ strategici. Eppure,
invece, di mettersi a correre, ha sempre avuto il freno a mano tirato con le
rinnovabili, non cogliendone la potenza strategica. Anche a causa
dell’opposizione prima di tutto politica, che ha alimentato timori nelle
comunità interessate dai progetti. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it,
neppure il decreto sulle aree idonee pubblicato nel 2024 è riuscito a smorzare
la sindrome Nimby (Not in my backyard, ossia ‘Non nel mio cortile’), placando le
proteste delle comunità locali, pronte a scendere in piazza contro pale eoliche
e pannelli solari a due passi da casa. A volte sulla base di preoccupazioni
legittime, dovute a impatti ambientali, incertezza delle norme e alla poca
partecipazione ai processi decisionali, in altri casi per una resistenza
alimentata da informazioni non sempre corrette e strumentalizzazioni. Un
meccanismo che, a sua volta, genera la cosiddetta sindrome Nimto (Not in my
terms of office, cioè ‘Non durante il mio mandato elettorale’). Più e più volte,
in questi anni, aziende del settore e associazioni di categoria (o
ambientaliste) hanno segnalato disinformazione e falsi miti.
LE BUFALE SULLE RINNOVABILI. ANCHE DOPO IL BLACK OUT IN SPAGNA
Uno di queste è che “le rinnovabili non sono affidabili” perché dipendono da
fattori variabili come il sole e il vento. Quando c’è stato il black out in
Spagna, Salvini non ha perso tempo. “La decisione spagnola di tornare indietro
rispetto al dossier del nucleare è stata sicuramente una concausa del buio delle
24 ore” ha detto. Anche il deputato e responsabile del Dipartimento energia di
Forza Italia, Luca Squeri, ha messo il carico: “La Spagna è stata portata come
esempio per il suo privilegiare fotovoltaico ed eolico che però, essendo per
loro natura intermittenti, con la loro instabilità tendono a destabilizzare la
rete”. A parte la spiegazione sulle cause rinnegata dai fatti, c’è da
sottolineare che oggi l’intermittenza delle rinnovabile può essere superata con
tecnologie di accumulo avanzate, reti intelligenti e sistemi di gestione
energetica. La risposta del premier spagnolo Pedro Sanchez? “Chi collega questo
incidente alla mancanza di energia nucleare, francamente, sta mentendo o
dimostrando la propria ignoranza”. Altro falso mito: i pannelli fotovoltaici
inquinano di più di quanto producono. In realtà, oggi è al massimo di due anni
il ‘tempo di ritorno energetico’ di un pannello solare, ossia il tempo
necessario a compensare l’energia usata per costruirlo, mentre gli impianti
durano oltre i 25 anni. Non solo: attualmente è riciclabile circa il 95-98% dei
materiali di un pannello fotovoltaico. Un altro cavallo di battaglia dei
detrattori delle rinnovabili: rubano il suolo agricolo. La realtà è che per
raggiungere i target al 2030 si stima un’occupazione al massimo di 80mila
ettari, ossia lo 0,5% della superficie agricola totale italiana (16 milioni di
ettari). Una superficie più o meno simile a quella che viene abbandonata ogni
anno.
IL BLOCCO PERSISTE. LE STORIE AL LIMITE DEL PARADOSSO
Nel frattempo, le rinnovabili devono fare i conti con vecchi e nuovi problemi,
come i ritardi nell’attuazione delle direttive europee, mentre mancano il
decreto Fer X, che dovrebbe definire le regole per le procedure di Asta dal 2026
al 2030 e il Fer2 per le aste delle rinnovabili non ancora tecnologicamente
mature. Neppure il nuovo Decreto Aree Idonee mette d’accordo. Tutto questo
alimenta i paradossi. Nell’ultimo report di Legambiente ‘Scacco alle
rinnovabili’ si racconta, per esempio, la storia di un progetto eolico da 23
megawatt di Ariano Irpino (Avellino), presentato in una ex cava e discarica
degli anni ’90, oggi riconosciuta come disastro ambientale. È stato bloccato
perché, a conferenza di servizi inoltrata, è riemerso un vincolo archeologico
imposto nel 1995 per impedire la discarica. Un vincolo ignorato dal Commissario
per l’emergenza rifiuti, che aveva consentito l’attivazione della discarica
rimasta operativa fino a pochi anni fa. Oggi quell’area è una discarica tombata,
piena di rifiuti che dovrebbero essere bonificati. “Ciò che è stato possibile
per i rifiuti – denuncia Legambiente – diventa improvvisamente impossibile per
le rinnovabili”. In Umbria, invece, alcuni cittadini di Terni si sono visti
negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e
addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Non sia mai.
L'articolo L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con
carbone e petrolio) vola sulle energie pulite proviene da Il Fatto Quotidiano.
I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione
energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza
una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una
“relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel
settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe
di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente
attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano
una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma
con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel
2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale
non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come
plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie
pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte
lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key
Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella
transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e
autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova
forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi
dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa
interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice
dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni
commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di
calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di
manovra.
IL RUOLO DELLA CINA NELLA TRANSIZIONE ITALIANA (E I SUOI MODESTI INVESTIMENTI)
Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in
Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa,
davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione
significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche,
lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani
colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da
Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla
finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La
capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane
altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle
importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di
produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei
componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte
delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli
investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie
pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati
dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e
Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in
impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello
studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando
che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito
del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si
tradurrà in flussi concreti”.
LE RAGIONI DI UNA “RELAZIONE ASIMMETRICA”
Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando
all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica
non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione
interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia
particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio,
rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria
del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la
spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri
di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e
meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia.
L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti
esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’,
con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al
governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e
alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani,
se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali
essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri
di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili
siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli
investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare
e pianificare.
L’ITALIA SULLA LINEA DIFENSIVA
“Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la
traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur
mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che
dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico
paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo
degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale
dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina
2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di
Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale
politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta
Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti
rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste
competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei
componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti
fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità
tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think
tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a
rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il
regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle
tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti
fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti
in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un
premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere
che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La
questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina –
scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione,
integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico
trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può
realisticamente competere”.
TRASFORMARE L’INTERDIPENDENZA IN UN VANTAGGIO COMPETITIVO
E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore
energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche
più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene
domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato
indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per
le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in
modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per
Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con
l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per
ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza
cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una
strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni
individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di
lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una
valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione
commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica
alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle
relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare
il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale
nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico,
cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti
che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non
cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a
competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda
e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata”
sulle batterie puntando sull’economia circolare.
L'articolo Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione
‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Gli Stati Uniti e Israele stanno bombardando un alleato del Cremlino: domani
sarà una settimana tonda dall’avvio della campagna militare. Adesso l’Iran
brucia e lo fa anche una regione in cui gli interessi politici. ed equilibrio
strategici della Federazione, passano attraverso il rapporto dei russi con gli
ayatollah. L’escalation regionale non piace ai russi, ma, paradossalmente,
potrebbe finire per rafforzarli mentre la guerra contro l’Ucraina va avanti.
Teheran continua a bruciare, ma dagli iraniani non è arrivata alcuna richiesta
di sostegno militare alla Russia da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato
a lanciare attacchi in tutto il Paese. “Non ci sono state richieste dall’Iran”
ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov ieri, mentre esplosioni continuavano a
intensificarsi sul territorio persiano. Il presidente Putin ha condannato il
“cinico assassinio” della Guida Suprema Ali Khamenei, evitando di esprimersi
sulla campagna di bombardamenti Usa in corso. Mosca, oltre alle sempre taglienti
dichiarazioni di condanna e di rito (particolarmente accusatorie quelle dell’ex
presidente Medvedev) si è limitata a esprimere il proprio dissenso presso le
istituzioni internazionali, come al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il blocco dello Stretto di Hormuz, coinvolto nelle ostilità belliche, ha
immediatamente fatto schizzare i prezzi del petrolio e gas naturale liquefatto
fino ad ottanta dollari al barile ma la cifra è destinata a gonfiarsi
ulteriormente. Per i bombardamenti, gli impianti delle monarchie del Golfo hanno
sospeso o ridotto la loro capacità di produzione ed esportazione, trasferendo
vantaggi a fornitori energetici di greggio alternativi. In questo elenco di
Paesi c’è sicuramente la Russia, che si prevede amplierà le sue fette di
mercato. Teheran sta cambiando gli equilibri globali: tra le conseguenze meno
dirette c’è il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino, sempre più lontano
dall’Ovest. Le forniture tra Russia e Cina erano già in crescita, ma tra gennaio
e febbraio 2026 sono cresciute del 5,8%.
Se i russi restano assorbiti dalla crisi ucraina mentre il loro alleato in Medio
Oriente viene progressivamente neutralizzato, gli americani concentrano le loro
energie sull’Iran. E sul fronte ucraino, i negoziati non registrano avanzamenti
per il nuovo teatro di guerra mediorientale che ha drenato sia attenzione che
risorse americane. L’incertezza repubblicana che ha dato priorità a una nuova
urgenza strategica isola ancora di più Kiev a cui rimasto solo supporto europeo.
“Continueremo il processo diplomatico quando i nostri partner americani saranno
pronti a lavorare come concordato: formati bilaterali con loro, formati
trilaterali con la Russia, così come il lavoro con gli europei”, ha detto
Zelensky, ma “In questo momento praticamente tutta l’attenzione del mondo è
concentrata sulla situazione intorno all’Iran e, indipendentemente da quanto
dureranno lì le ostilità, dobbiamo essere pronti a riprendere la diplomazia in
qualsiasi momento”.
L'articolo L’alleato iraniano brucia, ma la Russia potrebbe trarne vantaggio
(anche facendo affari con la Cina) proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Aniello Iannone*
Ciò che sta accadendo negli ultimi giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran non va
interpretato come sola crisi regionale in medio oriente. Sarebbe una lettura
superficiale, incapace di cogliere il movimento più profondo delle strutture
storiche che hanno spinto all’attacco del 28 febbraio. L’uccisione di Ali
Khamenei nei raid congiunti non ha soltanto intensificato un conflitto storico,
ma ha reso visibile una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale, in
cui il Medio Oriente non è un teatro isolato, ma uno snodo attraverso cui si
ridefiniscono gerarchie, dipendenze e possibilità politiche su scala
interregionale.
La Cina ha definito l’azione inaccettabile e ha chiesto un cessate il fuoco
immediato. L’errore analitico più frequente consiste nel separare la dimensione
militare da quella politico-economica. In realtà, i conflitti del nostro tempo
non si limitano a produrre distruzione; essi riorganizzano i campi entro cui il
potere viene esercitato. La prima conseguenza della crisi è energetica, ma non
nel senso ristretto del prezzo del petrolio. L’Asia importa circa due terzi del
proprio greggio dal Golfo; circa metà delle importazioni cinesi e il 90 per
cento di quelle giapponesi dipendono da quella regione. Inoltre, il 20 per cento
del consumo globale di petrolio transita normalmente dallo Stretto di Hormuz.
Questo dato non esprime soltanto una vulnerabilità commerciale ma una struttura
di dipendenza. Significa che la stabilità dell’Indo-Pacifico è parzialmente
fondata su un’infrastruttura esterna, distante, militarizzabile e politicamente
contendibile.
È qui che la crisi assume il carattere di uno shock sistemico. Non è necessaria
una chiusura totale di Hormuz per produrre effetti disciplinanti. Basta
l’incertezza. Quando i mercati anticipano la possibilità di una rottura, gli
Stati iniziano a riadattarsi preventivamente: rivedono scorte, diversificano
fornitori, modificano rotte, accettano costi più alti pur di ridurre il rischio.
Reuters ha riferito che governi e raffinatori asiatici si sono mossi proprio in
questa direzione, con Giappone, India, Corea del Sud e Taiwan già impegnati in
valutazioni di emergenza su approvvigionamenti e trasporti. In questo passaggio,
lo shock non distrugge soltanto: produce nuove gerarchie di adattamento. Alcuni
attori assorbono il colpo; altri scoprono che la propria autonomia era meno
reale di quanto il linguaggio sovrano lasciasse intendere.
La Cina si colloca al centro di questa contraddizione. Da un lato, Pechino ha
interesse alla stabilità. Importa più dell’80 per cento del petrolio iraniano
esportato via mare, una quota che equivale a circa il 13,4 per cento delle sue
importazioni marittime complessive di greggio. Dall’altro lato, la crisi offre a
Pechino un vantaggio strategico indiretto: un coinvolgimento prolungato degli
Stati Uniti nel Golfo consuma attenzione, risorse e capacità di concentrazione
americana in Asia orientale. Chatham House ha osservato che la Cina sta giocando
sul lungo periodo in Iran, evitando un sostegno militare diretto ma riconoscendo
che la pressione statunitense può aumentare la dipendenza di Teheran da Pechino.
Qui si vede con chiarezza una verità fondamentale, l’egemonia non si misura solo
nella capacità di colpire, ma anche nella capacità di costringere il rivale a
disperdere la propria forza in teatri multipli. Per l’Indo-Pacifico, dunque, la
questione non è marginale.
Non si tratta soltanto di chiedersi che cosa accadrà in Iran, ma di comprendere
come questa crisi ridefinisca i margini di azione di Cina, Stati Uniti e potenze
intermedie. Per il Sud-est asiatico, la risposta è prevedibilmente prudente:
moderazione, dialogo, rinvio della scelta. Non è passività. È la forma politica
assunta da Stati che abitano strutture di dipendenza e cercano di sopravvivere
all’interno di esse. In ultima istanza, questa crisi ci ricorda che i conflitti
contemporanei non ridisegnano solo confini. Ridisegnano il rapporto tra potere e
autonomia. Ed è proprio in questi momenti che diventa visibile la natura storica
dell’ordine internazionale, non un equilibrio neutrale, ma un campo di forze in
cui il consenso, la coercizione e la dipendenza si combinano per riprodurre, in
forme nuove, le vecchie asimmetrie.
* docente di Politica Indonesiana e del Sud-Est Asiatico presso l’Università
Diponegoro di Semarang, in Indonesia
L'articolo Lo choc sistemico della guerra in Medioriente: l’Asia si scopre
vulnerabile e dipendente proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Stefano Maciocchi
A Donald Trump e alla maggioranza degli americani non importa nulla delle atroci
gesta ordinate dall’ayatollah e commesse dai suoi pasdaran sulla popolazione
civile iraniana. Non è questo che ha spinto Trump ad iniziare le ostilità
belliche in Iran, assieme a Netanyahu.
Alcuni affermano che questa operazione sia stata effettuata per distogliere
l’opinione interna statunitense dai guai che pian piano stanno affiorando dai
file del “caso Epstein”, ma non è nemmeno questa la causa prima degli attacchi
aerei su Teheran.
Per scovare la vera motivazione occorre chiarirsi bene e una volta per tutte che
la vera guerra che sta infiammando il nostro pianeta è quella tra gli Usa e la
Cina. Trump sa che il paese governato da Xi Jinping è un colosso dai piedi
d’argilla, privo delle materie prime che servono a sostenere l’economia reale,
ossia il gas e il petrolio. Nonostante gli sforzi fatti dalla Cina per la
transizione alle sostanze rinnovabili il paese comunista ha bisogno ancora e per
molto tempo dei derivati fossili.
I maggiori esportatori di gas e petrolio verso la Cina erano, pensate un po’, il
Venezuela di Maduro e l’Iran di Khamenei. Dunque, per combattere efficacemente
il colosso cinese, non potendolo invadere e bombardare, occorre soffocarne
l’economia con dazi elevati e tagliando l’afflusso di gas e petrolio. E questo
sta facendo Trump. Prima ha deportato Maduro, adesso ha ammazzato Khamenei. La
Cina senza più il petrolio venezuelano ed iraniano è morta e questo non può che
far piacere anche alla Russia che, al di la di tenue condanne formali, non ha
mosso un dito per aiutare i suoi (ex) alleati iraniani nel Medio Oriente.
Purtroppo però l’Iran non è il Venezuela e la sua “normalizzazione” verso
l’Atlantico sarà un’operazione lunga e sanguinosa con conseguenze devastanti per
l’economia mondiale a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio che
inevitabilmente si verificherà a partire dalle prossime ore. Speriamo che almeno
stavolta a Crosetto non venga in mente di andare in vacanza a Teheran per
promuovere la canzone italiana assieme a La Russa, Gasparri e Pucci.
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L'articolo Trump ha colpito Teheran per soffocare economicamente la Cina. Ma
l’Iran non è il Venezuela proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’eco del conflitto militare sempre più serrato tra Pakistan e Afghanistan sta
crescendo così tanto d’intensità da farsi sentire anche ben oltre i confini
della regione. Sono molti i Paesi che guardano con apprensione agli sviluppi sul
terreno e che avrebbero da perdere in caso di un rovesciamento dei Talebani che
regnano su Kabul, tra cui alcune delle principali potenze a livello mondiale.
CINA
Il primo e più ovvio attore coinvolto è ovviamente la Cina: da Pechino è
arrivato quasi immediatamente un richiamo a una soluzione diplomatica delle
tensioni che corrono tra Kabul e Islamabad e non potrebbe essere altrimenti. La
Repubblica Popolare ha nel Pakistan uno dei suoi alleati di ferro nell’area –
per quanto, va detto, negli ultimi mesi non sono mancati allontanamenti più o
meno espliciti – e uno degli snodi più importanti delle Nuove Vie della Seta.
Un’infrastruttura che proprio sul territorio pachistano è molto spesso oggetto
di attacchi da parte del movimento separatista locale, situazione a cui il
governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha recentemente risposto creando
un’unità di sicurezza dedicata esclusivamente a proteggere i cittadini cinesi
presenti in Pakistan. Allo stesso tempo, Xi Jinping ha puntato molto sulla
distensione coi Talebani per due motivi principali: primo, evitare che
l’Afghanistan possa diventare una base di partenza per eventuali attacchi
terroristici contro la Cina; secondo, mettere le mani, più in prospettiva che
nell’immediato, sulle risorse minerarie afgane, potenzialmente molto rilevanti.
INDIA
Al netto delle tensioni bilaterali tra Pakistan e Afghanistan, molto di quello
che sta succedendo in queste ore ha a che fare con l’India. Il primo ministro
Narendra Modi è infatti appena rientrato in patria da un viaggio in Israele con
in tasca accordi di varia natura e anche uno molto importante sul fronte della
Difesa. Pare che a Nuova Delhi sarà concesso l’utilizzo della tecnologia
israeliana basata su un sistema laser per intercettare droni e missili, che va
sotto al nome di Iron Beam. Fumo negli occhi per il Pakistan che ha nell’India
il suo nemico per eccellenza. A Islamabad hanno fatto velocemente i conti:
colpire i Talebani si inserisce in questa dinamica perché quest’ultimi stanno
vivendo una sorta di luna di miele con il governo indiano e i rapporti politici
tra le due parti sono quanto mai calorosi. Non bisogna correre il rischio di
appiattire il conflitto in corso interpretandolo solo in quest’ottica, ma
sicuramente il Pakistan ha agito anche mosso da spirito di vendetta nei
confronti del nemico indiano.
RUSSIA
Il relativo isolamento internazionale di Mosca non poteva che spingere i
Talebani tra le braccia del presidente russo Putin. La Russia è stato il primo
Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il governo del movimento
fondamentalista, una mossa poco costosa quanto potenzialmente vantaggiosa: il
Cremlino punta a mettersi in prima fila per quando Kabul dovrà pensare a chi
coinvolgere in progetti sul territorio afgano e a Putin fa comodo trovare sponda
nel contrasto al terrorismo internazionale. Il ruolo di colomba non si addice
all’esecutivo russo, ma il Ministero degli Esteri moscovita ha richiamato
Pakistan e Afghanistan a un ritorno immediato al tavolo negoziale.
IRAN E ALTRI PAESI DELLA REGIONE
Nonostante abbia attualmente altri problemi da gestire, Teheran si è proposta
come mediatrice tra Kabul e Islamabad, capitali con cui intrattiene relazioni
cooperative. La vicinanza geografica al fronte di guerra rende però la
situazione rischiosa per l’Iran, con il possibile arrivo di nuovi rifugiati
afgani, dopo che la Repubblica Islamica negli ultimi mesi ne ha rimpatriate
centinaia di migliaia. Anche le repubbliche centro-asiatiche temono una
destabilizzazione che potrebbe mettere a rischio i loro progetti
infrastrutturali nell’area. Pochi giorni fa, il presidente del Kazakistan si è
recato in Pakistan proprio per parlare di un collegamento ferroviario tra i
porti pachistani di Karachi e Gwadar e il territorio kazaco, via Afghanistan e
Turkmenistan. Un’iniziativa che al momento sembra quanto mai improbabile.
L'articolo Cina, India e tutti gli altri: le potenze mondiali interessate alla
“guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Henan Kuangshan Crane Co., Ltd, azienda cinese nota a livello mondiale per la
produzione di gru e attrezzature per la movimentazione dei materiali, ha
distribuito oltre 180 milioni di yuan (circa 26 milioni di dollari) ai propri
dipendenti come premio di fine anno. Il modo in cui i lavoratori hanno
guadagnato i soldi extra è particolare. Come si vede dalle immagini, durante la
serata di gala sono state portate delle valigette piene di banconote e versate
sul lungo tavolo allestito nella sala. I presenti sono rimasti stupiti dalla
scena e, in pochi secondi, si sono ammassati per racimolare il denaro. Le
immagini dell’evento mostrano i dipendenti intenti a contare pile di banconote.
A guidare l’iniziativa è stato Cui Peijun, socio di maggioranza dell’azienda che
detiene il 99% delle quote. Diversi dipendenti sono poi stati invitati sul palco
per ricevere altri premi (tra cui delle lavatrici) per il lavoro svolto tra il
2025 e il 2026.
L’evento è stato commentato dallo stesso Cui che, ai media locali, ha
dichiarato: “Perché regalare lavatrici? Pensate che il prezzo dell’oro sia
aumentato? Negli anni passati abbiamo donato collane e anelli, oppure
distribuito 20.000 yuan a testa”. L’imprenditore non è apparso stupito, dato che
la Henan Kuangshan Crane Co., Ltd è nota in Cina per i premi particolari
assegnati ai dipendenti. Negli anni precedenti, l’azienda premiava i lavoratori
con gioielli o elettrodomestici. Quest’anno, il manager ha deciso di cambiare
strada, puntando sui premi in denaro. Secondo Cui, infatti, le banconote sono la
miglior ricompensa per il lavoro svolto, poiché aiutano soprattutto i lavoratori
più giovani ad alleggerire il peso economico e a ripagare mutui e prestiti per
l’acquisto di automobili o case.
> ???????? 70% of Henan Kuangshan Crane Co., Ltd.’s profits were handed out to
> its 7,000 employees.
>
> The boss gave $26 million to his workers for Chinese New Year.
> pic.twitter.com/ahux4aY0VA
>
> — Lord Bebo (@MyLordBebo) February 26, 2026
L'articolo Il capo premia i dipendenti con una ‘pioggia’ di soldi: “Sul tavolo
del gala aziendale sono state svuotate valigette con 26 milioni di dollari”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Crescono i timori di un imminente attacco degli Stati Uniti all’Iran. Il
Dipartimento di Stato, riferisce il New York Times, ha autorizzato il personale
non essenziale della propria ambasciata a Gerusalemme a lasciare Israele, nel
timore che una eventuale risposta di Teheran possa essere rivolta verso lo Stato
ebraico. In una e-mail inviata venerdì mattina ai dipendenti della sede
diplomatica, il rappresentante diplomatico Mike Huckabee li ha avvertiti che se
volevano lasciare Israele, “avrebbero dovuto farlo OGGI”.
“Il 27 febbraio 2026, il Dipartimento di Stato ha autorizzato la partenza del
personale governativo statunitense non impegnato in situazioni di emergenza e
dei familiari del personale governativo statunitense dalla Missione in Israele a
causa di rischi per la sicurezza”, si legge in un post dell’ambasciata. “In
risposta a incidenti di sicurezza e senza preavviso, l’Ambasciata degli Stati
Uniti potrebbe ulteriormente limitare o vietare ai dipendenti del governo e ai
loro familiari di recarsi in determinate aree di Israele, nella Città Vecchia di
Gerusalemme e in Cisgiordania”.
Anche la Cina si muove. Pechino ha consigliato “ai cittadini cinesi attualmente
presenti in Iran di rafforzare le misure di sicurezza e di evacuare il prima
possibile“, ha affermato il ministero degli Esteri cinese citando un
“significativo aumento dei rischi per la sicurezza esterna”. “Alla luce
dell’attuale situazione di sicurezza in Iran, il ministero degli Esteri cinese e
le ambasciate e i consolati cinesi in Iran ricordano ai cittadini cinesi di
evitare per il momento di recarsi in Iran”, ha aggiunto Pechino.
Intanto emerge che MizarVision, società cinese di analisi dell’intelligence
commerciale, ha fotografato e diffuso sui social le immagini dei movimenti
militari statunitensi degli ultimi due anni, compreso quello recente della più
grande portaerei del mondo, la Uss Gerald R. Ford, che in questi giorni ha
lasciato la base navale Nato di Souda, nell’isola greca di Creta, facendo rotta
verso Israele sullo sfondo di un possibile attacco all’Iran. Lo riportano i
media israeliani e il South China Morning Post.
La società, nata cinque anni fa, negli ultimi mesi ha aumentato la frequenza e
l’accuratezza dei suoi post includendo le immagini di varie risorse militari
statunitensi in Israele, Arabia Saudita, Giordania, Grecia e Qatar. Gli stessi
media cinesi, a fine gennaio, avevano pubblicato le immagini di MizarVision che
segnalavano un aumento della presenza Usa nella base aerea qatarina di Al Udeid.
Pechino è uno spettatore interessato sia per il legame che ha con Teheran – una
quota rilevante del greggio iraniano è diretta verso la Cina a prezzi scontati –
sia per studiare le mosse militari statunitensi.
L'articolo Iran, la Cina ai concittadini: “Lasciate subito il paese”. Usa: “Via
il personale non essenziale dall’ambasciata in Israele proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le ambizioni europee di costruire un’industria continentale delle batterie?
Stanno crollando sotto il peso dei costi e della (apparentemente inarrivabile)
concorrenza cinese. Importanti progetti industriali per la fabbricazione di
accumulatori sono stati interrotti o del tutto cancellati proprio mentre
l’Unione Europea si prepara a mettere in atto un intervento protezionistico per
legare i sussidi all’acquisto di vetture a batteria e l’accesso al mercato
europeo solo a chi produce nel vecchio continente.
All’inizio di febbraio, Automotive Cells Company (ACC) – sostenuta da Stellantis
e Mercedes-Benz – ha sospeso i piani per le fabbriche di celle a Kaiserslautern,
in Germania, e Termoli, in Italia. Colpa, a detta dei costruttori, di una
domanda di veicoli elettrici inferiore alle aspettative. Il fallimento della
Northvolt, poi, ha ulteriormente spento le speranze per un impianto su larga
scala a Heide (Germania).
“Questi passi indietro sottolineano il crescente divario tra la retorica
strategica dell’Europa e la realtà industriale”, sottolinea la testata
specializzata Autonews.com, “mentre i funzionari dell’UE definiscono le batterie
come essenziali per la ‘resilienza industriale’ e la competitività a lungo
termine, le decisioni di investimento sono sempre più dettate dalla pressione
sui costi e dal rallentamento delle vendite di auto elettriche”.
Ora a Bruxelles stanno mettendo a punto l’Industrial Accelerator Act, uno
strumento pensato per rafforzare le catene di approvvigionamento europee per le
tecnologie strategiche, incluse le batterie appunto. Il target rimane quello di
indirizzare la domanda verso la produzione europea. In parallelo, l’UE ha
introdotto il “Battery Booster” – parte di un pacchetto automotive più ampio –
che offre circa 1,8 miliardi di euro in aiuti pubblici, principalmente
attraverso prestiti a tasso zero (ma la legislazione richiederà mesi per essere
approvata).
Sarah Michaelis della VDMA, una delle associazioni di macchinari più influenti
d’Europa, ha affermato che l’Europa deve dimostrare di poter rendere scalabile
la produzione di celle batteria utilizzando attrezzature europee. Ma senza
grandi ordini di batterie, i fornitori di macchinari potrebbero ritirarsi dal
settore, rischiando una perdita di competenze difficile da ricostruire.
Criticità messe in evidenze dall’impianto di Salzgitter gestito da PowerCo,
un’unità di Volkswagen: dal dicembre 2025, l’impianto tedesco sta aumentando la
produzione verso una capacità annua di 20 gigawattora, sufficienti per
alimentare circa 250 mila veicoli elettrici. Una fabbrica gemella a Valencia, in
Spagna, dovrebbe iniziare la produzione entro fine 2026. Tuttavia, sebbene le
celle siano assemblate in Germania e Spagna, gran parte delle attrezzature di
produzione proviene dall’Asia, in particolare dalla Cina. Significa che l’Europa
ospita la produzione di batterie senza controllare pienamente la tecnologia
sottostante e, anzi, ogni nuova fabbrica costruita con macchinari asiatici
espande l’impronta globale dei fornitori cinesi, rafforzando il loro vantaggio
competitivo in termini di costi.
Infatti, il dominio della Cina si basa sulla grande scalabilità, su fitte reti
di fornitura e su un sostegno statale massiccio: i produttori asiatici hanno
spesso accesso a decine di fornitori di componenti concorrenti, rispetto ai
pochi presenti in Europa. Un fattore che abbassa i prezzi e accelera
l’innovazione. Per le case automobilistiche europee, già alle prese con il
rallentamento della domanda di vetture elettriche e con la pressione sui
margini, pagare un sovrapprezzo per celle batteria prodotte in Europa potrebbe
diventare insostenibile.
Oltretutto, per l’associazione tedesca dell’industria automobilistica, la
potente VDA, il problema della produzione europea di batterie con componenti
“Made in Europe” risiede negli elevati prezzi dell’energia, del costo del lavoro
e degli oneri normativi. “Dal punto di vista della qualità, possiamo produrre
celle in piccole serie”, sostiene Robert Cameron, responsabile produzione e
logistica della VDA: “Il problema è che la Germania come sede produttiva è
attualmente decisamente troppo costosa”.
Insomma, la strategia europea sulle batterie appare piena di criticità e senza
investimenti rapidi e condizioni competitive, i fornitori di macchinari
avvertono che potrebbero spostare l’attenzione altrove (consolidando
ulteriormente il primato tecnologico asiatico). Non solo, le regole pensate per
favorire i prodotti europei rischiano di far lievitare ulteriormente i costi in
un momento in cui i car maker sono già sotto pressione, rendendo utopico il
sogno di poter competere col Dragone.
L'articolo Batterie made in Europe, il sogno si spegne sotto il peso del Dragone
proviene da Il Fatto Quotidiano.