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I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma spingono le merci cinesi verso l’Italia
I dazi di Donald Trump non hanno ridotto, semmai rallentato, la crescita delle esportazioni italiane, neanche di quelle dirette negli Usa, tanto che la bilancia commerciale nel 2025 è risultata in surplus per 50 miliardi, due in più del 2024, semmai le tariffe statunitensi sulle merci hanno accentuato la penetrazione cinese nel mercato europeo e nel nostro in particolare. Potrebbe essere questo il riassunto del poderoso “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” pubblicato lunedì dall’Istat, che in realtà contiene anche molto altro, ad esempio la particolare esposizione della nostra economia agli attuali rischi geopolitici o il ruolo dell’austerità nella creazione del modello “export-led” (orientato alle esportazioni) della crescita italiana. LO SPAURACCHIO TRUMP Andiamo con ordine e partiamo proprio dalle scelte della Casa Bianca: “L’imposizione dei dazi aggiuntivi sembra avere prodotto effetti ancora poco diffusi”, scrive l’istituto statistico nazionale, “la grande maggioranza delle unità che esportavano negli Stati Uniti non ha registrato variazioni rilevanti nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. Anche l’orientamento strategico sui mercati esteri, per la gran parte delle imprese, non ha subito variazioni significative”. E ancora: “Le restrizioni tariffarie statunitensi sembrano avere avuto un effetto inferiore alle attese anche sull’andamento delle esportazioni. Nel 2025 la dinamica degli scambi in valore è stata positiva (rispettivamente +3,3% per l’export e +3,1 per l’import), con incrementi significativi nei confronti degli Stati Uniti (+7,2 per cento all’export e +35,9 all’import)”. Un fatto rilevante a fronte delle performance negative degli altri grandi Paesi Ue: l’export tedesco verso gli Usa fa segnare -9,4% nel 2025, quello spagnolo -9,7%, quello francese -0,9%. CHI VINCE, CHI PERDE In realtà un effetto i dazi lo hanno avuto, rallentando in qualche settore la crescita delle esportazioni: una cosa che ha riguardato in particolare “le imprese che avevano gli Usa come primo mercato di destinazione”, soprattutto nel comparto dei Mobili e, in misura minore, per Abbigliamento, Alimentari e Prodotti in metallo (per Istat hanno sofferto “una mancata crescita delle vendite pari complessivamente a 1,5 miliardi di euro”). Nonostante questo solo un’impresa su venti pianifica di investire in nuovi impianti produttivi negli Usa. Se si scompone il dato generale delle esportazioni, si scopre che la crescita delle vendite estere della manifattura, che vale l’80 di tutte le vendite di beni all’estero, “si concentra in un numero molto ristretto di settori: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e metallurgia hanno registrato nel 2025 incrementi molto sostenuti, compresi tra il 16,5 e il 28,5 per cento”. Sono gli stessi, in particolare i primi due, che hanno trainato l’export italiano negli Usa, spiega sempre Istat, e che hanno generato gran parte dell’aumento dell’import (+35,5% la farmaceutica). LA CINA È VICINA L’altro effetto rilevante dei dazi di Trump riguarda paradossalmente il nostro rapporto commerciale con Pechino. L’eccesso di produzione dovuto al corposo calo delle esportazioni cinesi verso gli Usa s’è riversato, come previsto, in Europa: +17,2% nel 2025 (+20,1 nella manifattura), “sui livelli più elevati di sempre”, scrive Istat. Una dinamica che in Italia è più accentuata che nel resto dell’Ue: “La quota della Cina sulle importazioni complessive dell’Italia, nel 2025, era la più elevata tra le maggiori economie dell’Unione (10,3% a fronte del 7,5 della Germania e del 6,6 della Francia)”. Peraltro non si parla più della vendita dei soli beni finali: gli acquisti di input intermedi cinesi destinati alle fabbriche italiane sono cresciuti del 60% dal 2017. “Nel triennio 2023-2025, la Cina si è affermata come il primo fornitore di prodotti a valenza strategica per il sistema industriale dei principali paesi dell’Ue (9,3% del valore totale) e, soprattutto, per l’Italia (11,3%)”. Se l’import cresce, peraltro, non altrettanto fanno le esportazioni: quelle italiane verso Pechino nel 2025 sono calate del 6,6%, meno di quello tedesche (-9,7), ma più di quelle francesi (-1,5%). La Spagna, invece, va in controtendenza: +7,2%. MERCATO POCO COMUNE E RISCHI GLOBALI “Tra i principali partner europei, l’Italia continua a rappresentare il Paese più esposto alla domanda extra-Ue (nel 2025 pesava il 48,2 per cento sulle esportazioni nazionali) e, in particolare, a quella statunitense (10,8 per cento)”, scrive Istat. E d’altra parte l’Italia deve il suo surplus commerciale al resto del mondo, perché resta “un acquirente netto nei confronti dell’area Ue”. Questa dipendenza dal commercio extra-Unione, peraltro, rende anche il nostro Paese più esposto ai rischi geopolitici (il Golfo Persico in guerra, per dire, vale oltre 25 miliardi di export l’anno). Un pericolo ancora più cogente per le importazioni. Della Cina s’è detto e basti qui citare le forniture energetiche per illustrare la preoccupata conclusione dell’Istat: “Circa il 60 per cento dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi a rischio politico medio o alto”. A COSA È SERVITA L’AUSTERITÀ Scrive l’Istat che “la vocazione export-led del nostro Paese e la sua forte proiezione verso i mercati extra Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua crescita economica” nell’era della globalizzazione: tra 2000 e 2024 il contributo della domanda estera netta alla crescita del Pil italiano è stato positivo, ma in quantità “inferiore – circa la metà – rispetto a quello della Germania e della Spagna”. Notevole che dopo il 2011, l’anno della crisi europea e dell’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi, “all’effetto positivo della domanda estera netta sulla crescita del Pil italiano ha contribuito soprattutto la modesta dinamica delle importazioni, a sua volta determinata dalla debolezza della domanda interna”. Tradotto: l’austerità distrugge i redditi disponibili, crollano quindi le importazioni, che fanno aumentare il surplus con l’estero, guadagnato soprattutto fuori dall’Europa. Ora l’instabilità geopolitica globale rende probabilmente necessario un riposizionamento delle imprese italiane dai mercati extra Ue a quello comune: il rischio, però, è che così venga intaccato significativamente proprio quel surplus che ha pagato a così caro prezzo nell’ultimo quindicennio. L'articolo I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma spingono le merci cinesi verso l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con carbone e petrolio) vola sulle energie pulite
Il conflitto in Medio Oriente è un nuovo banco di prova, per tutti. Dalla Cina all’Europa, passando per l’Italia che, ancora una volta, si fa trovare impreparata. Perché nelle guerre che fanno schizzare i prezzi delle materie prime, a iniziare da quelli di gas e petrolio, resistono meglio i Paesi che diversificano fonti energetiche e fornitori. E l’Italia è vittima della strategia industriale del Governo Meloni che, con la guerra in Ucraina appena iniziata, per risolvere il problema della dipendenza del gas russo, invece di accelerare sulle rinnovabili, ha preferito rincorrere l’idea di trasformare il Paese in un “hub del gas”. Idea diventata uno dei pilastri della strategia non solo energetica, ma anche di politica estera di Giorgia Meloni. Con tanto di spot sul Piano Mattei per l’Africa, su cui a due anni di distanza dalla partenza si sa davvero poco. “Possiamo essere un hub del gas europeo” dichiarava nel 2022 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Poi, nelle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo si è parlato sempre più spesso di un più generico “hub energetico”, ma la sostanza non è cambiata. E l’Italia non è diventata né carne, né pesce. Nel mix energetico primario del Paese, la dipendenza dalle fonti fossili resta ancora molto alta e rappresenta una fetta del 69%, mentre le rinnovabili sono al 23%. Non è un caso se, secondo un’analisi del Financial Times, basata su uno studio che ha esaminato quindici economie realizzato dalla Oxford Economics, tra i Paesi europei con le economie più avanzate, l’Italia è la più esposta rispetto all’impennata dei costi energetici che colpirà le nazioni di tutto il mondo. Proprio perché troppo dipendente da gas e petrolio e, quindi, dalle importazioni. Una situazione che avrebbe dovuto spingerla verso lo sviluppo delle rinnovabili, ma così non è stato. A correre – paradossalmente – è stata la Cina, che è ancora più dipendente dalle fonti fossili. Lo ha fatto, anche se il carbone rappresenta il 54% dei suoi consumi energetici finali e, quindi, è uno scudo dagli shock internazionali. QUINDICI ANNI DI RALLENTISMO Ma com’è possibile, invece, che la situazione italiana sia questa a più di 15 anni da quello che sembrava l’inizio di quella che sarebbe stata una rivoluzione? E che nel 2025 la crescita delle rinnovabili abbia persino rallentato il passo? È dovuto a un’opposizione politica che ha alimentato quella ideologica, spesso basate su convinzioni errate. Si ricordano le esternazioni di Matteo Salvini, vicepremier “favorevole a rinnovabili e all’energia dell’atomo”, ma molto più entusiasta all’idea “di una centrale nucleare a Milano entro il 2032” che per i “mostri eolici che su terra o mare danneggiano i paesaggi”. C’è stato un tempo, non troppo lontano in cui persino il ministro (l’ex) della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava di “lobby dei rinnovabilisti”. Alla faccia della transizione. Il resto lo hanno fatto burocrazia, ritardi nell’attuazione delle direttive, decreti che spesso e volentieri hanno ingarbugliato l’iter invece di semplificarlo. LA DIPENDENZA ITALIANA (ED EUROPEA) DALLE IMPORTAZIONI ENERGETICHE Nel suo complesso, tutta l’Unione europea continua a essere fortemente dipendente dalle importazioni energetiche con una percentuale del 56,9% sul totale dei consumi energetici. E l’Italia è abbondantemente sopra la media europea (74%). La Cina, per intenderci, è al 24 per cento. Rispetto alle fonti energetiche, il parametro utilizzato per stimare la dipendenza di un Paese è quello del mix energetico primario. Perché considera – prima della loro trasformazione – l’insieme delle fonti grezze (gas, petrolio, carbone, rinnovabili, nucleare), utilizzate per soddisfare la domanda totale di energia di un paese, non solo quella elettrica, ma anche quella legata a riscaldamenti e trasporto. E l’Italia non è messa bene, con circa il 70 per cento affidato al fossile. Un altro parametro molto importante è il consumo finale lordo, che rappresenta l’energia effettivamente consegnata all’utente, dalle industrie alle famiglie, dal settore dei trasporti all’agricoltura. Come previsto dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), entro il 2030 – quindi fra quattro anni – l’Italia deve portare al 39,4% la quota di rinnovabili sul consumo finale lordo. Oggi è al 19,4%. E dovrà raggiungere anche una capacità totale installata di 131 GW di potenza rinnovabile. Ma quella installata, dato aggiornato a dicembre 2025, è di 83,5 gigawatt. D’altronde, se nel 2025 in Unione europea per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità delle fossili (Leggi l’approfondimento), l’Italia non è tra i 14 Paesi in cui è avvenuto il sorpasso. COSA HA FATTO L’ITALIA E COSA MANCA PER RAGGIUNGERE I TARGET Il problema è che dopo l’inizio sfavillante, le rinnovabili hanno vissuto anni di buio totale. Dal 2015 al 2022 l’Italia ha installato una media di 800 megawatt (0,8 gigawatt) all’anno. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, per ottenere il via libera per un impianto eolico ci volevano in media 5 anni contro i 6 mesi previsti dalla normativa. Nel 2022 sono stati aggiunti 3 GW di nuova potenza. Si calcolava che l’Italia avrebbe dovuto aggiungere ogni anno almeno 8 GW necessari per aggiungere 70 gigawatt di nuova potenza entro il 2030. Condizione necessaria non solo per abbassare il costo delle bollette e sganciarsi dagli idrocarburi russi, ma anche per ridurre le emissioni del 55% entro la fine del decennio rispetto ai livelli del 1990. Mancando anno dopo anno l’obiettivo degli 8 GW (5,6 gigawatt nel 2023 e 7,4 nel 2024) e con il 2030 sempre più vicino, l’Italia deve ora recuperare in pochissimo tempo ciò che non è stato fatto. Oggi l’asticella è fissa sugli 80 gigawatt di nuova potenza rinnovabile aggiuntiva rispetto ai livelli del 2020-2021, per arrivare a un totale installato di almeno 131 gigawatt. Gli 8 gigawatt all’anno, a cui l’Italia non è mai arrivata, non bastano più. Servirebbe una media di circa 10-12 GW di nuova capacità rinnovabile all’anno. Tra l’altro, anche se nel 2025 circa il 48% di tutta l’elettricità prodotta proviene da fonti rinnovabili, lo scorso anno i nuovi impianti hanno subito una battuta d’arresto: 7,2 GW contro i 7,5 del 2024. Morale: se negli ultimi cinque anni sono stati installati 25 gigawatt, nel prossimo lustro si dovranno installare almeno altri 55 GW, più del doppio di quanto fatto fino a oggi. LA CINA E LA SUA CORSA SULLE RINNOVABILI L’Italia e parte dell’Europa sono rimaste a guardare, mentre la Cina diventava leader mondiale delle energie pulite. Ed è il Paese che oggi inquina di più al mondo, anche per il numero della popolazione. Non è infatti né il primo se calcoliamo le emissioni pro-capite, né il primo tenendo conto delle emissioni storiche. Inquina perché è legato a doppio filo al carbone, che pesa per il 54% sui consumi finali di energia, mentre le rinnovabili sono al 13%. Però i cambiamenti, rispetto a pochi anni fa, sono tangibili. I dati presentati a inizio 2026 dalla National Energy Administration dicono che ad oggi il 60% del suo mix elettrico è verde, con una produzione elettrica da fonti rinnovabili che ha raggiunto circa 4mila TWh. “Un valore superiore all’intero fabbisogno elettrico dei 27 Stati membri dell’Unione europea (stimato in circa 3.800 TWh)” ha commentato Xing Yiteng, vicedirettore del Dipartimento di Pianificazione dello sviluppo. E non si tratta solo degli impianti. Rispetto al 2024, la nuova capacità di accumulo è aumentata dell’84%. PECHINO E LA STRATEGIA DELLA DIVERSIFICAZIONE Di fatto, sulla carta, la Cina è tra i Paesi che avrebbero più da perdere nel conflitto in Medio Oriente. Basti pensare che è il più grande importatore di greggio al mondo e acquista a prezzo basso l’80% del petrolio iraniano. Ma Pechino ha attuato una serie di ‘diversificazioni strategiche’ rispetto a fonti energetiche e fornitori che, tra le altre cose, le hanno consentito di ridurre la sua dipendenza dallo Stretto di Hormuz, da cui passa solo il 40-50% delle importazioni petrolifere via mare del Paese. Secondo Ting Lu, capo economista per la Cina di Nomura, le spedizioni di petrolio attraverso lo stretto rappresentano il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese. E comunque, la dipendenza di Pechino dalle importazioni di petrolio, incide solo per il 14% del consumo totale di greggio, oltre al fatto che il Paese può contare su una delle più grandi riserve al mondo. A gennaio 2026, le scorte onshore di greggio cinese erano stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tra i 3 e i 4 mesi di fabbisogno. L’OPPOSIZIONE IDEOLOGICA (E POLITICA) ALLE RINNOVABILI E LA MIOPIA ITALIANA L’Italia, invece, non può contare su una serie di ‘vantaggi’ strategici. Eppure, invece, di mettersi a correre, ha sempre avuto il freno a mano tirato con le rinnovabili, non cogliendone la potenza strategica. Anche a causa dell’opposizione prima di tutto politica, che ha alimentato timori nelle comunità interessate dai progetti. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, neppure il decreto sulle aree idonee pubblicato nel 2024 è riuscito a smorzare la sindrome Nimby (Not in my backyard, ossia ‘Non nel mio cortile’), placando le proteste delle comunità locali, pronte a scendere in piazza contro pale eoliche e pannelli solari a due passi da casa. A volte sulla base di preoccupazioni legittime, dovute a impatti ambientali, incertezza delle norme e alla poca partecipazione ai processi decisionali, in altri casi per una resistenza alimentata da informazioni non sempre corrette e strumentalizzazioni. Un meccanismo che, a sua volta, genera la cosiddetta sindrome Nimto (Not in my terms of office, cioè ‘Non durante il mio mandato elettorale’). Più e più volte, in questi anni, aziende del settore e associazioni di categoria (o ambientaliste) hanno segnalato disinformazione e falsi miti. LE BUFALE SULLE RINNOVABILI. ANCHE DOPO IL BLACK OUT IN SPAGNA Uno di queste è che “le rinnovabili non sono affidabili” perché dipendono da fattori variabili come il sole e il vento. Quando c’è stato il black out in Spagna, Salvini non ha perso tempo. “La decisione spagnola di tornare indietro rispetto al dossier del nucleare è stata sicuramente una concausa del buio delle 24 ore” ha detto. Anche il deputato e responsabile del Dipartimento energia di Forza Italia, Luca Squeri, ha messo il carico: “La Spagna è stata portata come esempio per il suo privilegiare fotovoltaico ed eolico che però, essendo per loro natura intermittenti, con la loro instabilità tendono a destabilizzare la rete”. A parte la spiegazione sulle cause rinnegata dai fatti, c’è da sottolineare che oggi l’intermittenza delle rinnovabile può essere superata con tecnologie di accumulo avanzate, reti intelligenti e sistemi di gestione energetica. La risposta del premier spagnolo Pedro Sanchez? “Chi collega questo incidente alla mancanza di energia nucleare, francamente, sta mentendo o dimostrando la propria ignoranza”. Altro falso mito: i pannelli fotovoltaici inquinano di più di quanto producono. In realtà, oggi è al massimo di due anni il ‘tempo di ritorno energetico’ di un pannello solare, ossia il tempo necessario a compensare l’energia usata per costruirlo, mentre gli impianti durano oltre i 25 anni. Non solo: attualmente è riciclabile circa il 95-98% dei materiali di un pannello fotovoltaico. Un altro cavallo di battaglia dei detrattori delle rinnovabili: rubano il suolo agricolo. La realtà è che per raggiungere i target al 2030 si stima un’occupazione al massimo di 80mila ettari, ossia lo 0,5% della superficie agricola totale italiana (16 milioni di ettari). Una superficie più o meno simile a quella che viene abbandonata ogni anno. IL BLOCCO PERSISTE. LE STORIE AL LIMITE DEL PARADOSSO Nel frattempo, le rinnovabili devono fare i conti con vecchi e nuovi problemi, come i ritardi nell’attuazione delle direttive europee, mentre mancano il decreto Fer X, che dovrebbe definire le regole per le procedure di Asta dal 2026 al 2030 e il Fer2 per le aste delle rinnovabili non ancora tecnologicamente mature. Neppure il nuovo Decreto Aree Idonee mette d’accordo. Tutto questo alimenta i paradossi. Nell’ultimo report di Legambiente ‘Scacco alle rinnovabili’ si racconta, per esempio, la storia di un progetto eolico da 23 megawatt di Ariano Irpino (Avellino), presentato in una ex cava e discarica degli anni ’90, oggi riconosciuta come disastro ambientale. È stato bloccato perché, a conferenza di servizi inoltrata, è riemerso un vincolo archeologico imposto nel 1995 per impedire la discarica. Un vincolo ignorato dal Commissario per l’emergenza rifiuti, che aveva consentito l’attivazione della discarica rimasta operativa fino a pochi anni fa. Oggi quell’area è una discarica tombata, piena di rifiuti che dovrebbero essere bonificati. “Ciò che è stato possibile per i rifiuti – denuncia Legambiente – diventa improvvisamente impossibile per le rinnovabili”. In Umbria, invece, alcuni cittadini di Terni si sono visti negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Non sia mai. L'articolo L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con carbone e petrolio) vola sulle energie pulite proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi
I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra. IL RUOLO DELLA CINA NELLA TRANSIZIONE ITALIANA (E I SUOI MODESTI INVESTIMENTI) Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi concreti”. LE RAGIONI DI UNA “RELAZIONE ASIMMETRICA” Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia. L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare. L’ITALIA SULLA LINEA DIFENSIVA “Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere”. TRASFORMARE L’INTERDIPENDENZA IN UN VANTAGGIO COMPETITIVO E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando sull’economia circolare. L'articolo Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’alleato iraniano brucia, ma la Russia potrebbe trarne vantaggio (anche facendo affari con la Cina)
Gli Stati Uniti e Israele stanno bombardando un alleato del Cremlino: domani sarà una settimana tonda dall’avvio della campagna militare. Adesso l’Iran brucia e lo fa anche una regione in cui gli interessi politici. ed equilibrio strategici della Federazione, passano attraverso il rapporto dei russi con gli ayatollah. L’escalation regionale non piace ai russi, ma, paradossalmente, potrebbe finire per rafforzarli mentre la guerra contro l’Ucraina va avanti. Teheran continua a bruciare, ma dagli iraniani non è arrivata alcuna richiesta di sostegno militare alla Russia da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato a lanciare attacchi in tutto il Paese. “Non ci sono state richieste dall’Iran” ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov ieri, mentre esplosioni continuavano a intensificarsi sul territorio persiano. Il presidente Putin ha condannato il “cinico assassinio” della Guida Suprema Ali Khamenei, evitando di esprimersi sulla campagna di bombardamenti Usa in corso. Mosca, oltre alle sempre taglienti dichiarazioni di condanna e di rito (particolarmente accusatorie quelle dell’ex presidente Medvedev) si è limitata a esprimere il proprio dissenso presso le istituzioni internazionali, come al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il blocco dello Stretto di Hormuz, coinvolto nelle ostilità belliche, ha immediatamente fatto schizzare i prezzi del petrolio e gas naturale liquefatto fino ad ottanta dollari al barile ma la cifra è destinata a gonfiarsi ulteriormente. Per i bombardamenti, gli impianti delle monarchie del Golfo hanno sospeso o ridotto la loro capacità di produzione ed esportazione, trasferendo vantaggi a fornitori energetici di greggio alternativi. In questo elenco di Paesi c’è sicuramente la Russia, che si prevede amplierà le sue fette di mercato. Teheran sta cambiando gli equilibri globali: tra le conseguenze meno dirette c’è il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino, sempre più lontano dall’Ovest. Le forniture tra Russia e Cina erano già in crescita, ma tra gennaio e febbraio 2026 sono cresciute del 5,8%. Se i russi restano assorbiti dalla crisi ucraina mentre il loro alleato in Medio Oriente viene progressivamente neutralizzato, gli americani concentrano le loro energie sull’Iran. E sul fronte ucraino, i negoziati non registrano avanzamenti per il nuovo teatro di guerra mediorientale che ha drenato sia attenzione che risorse americane. L’incertezza repubblicana che ha dato priorità a una nuova urgenza strategica isola ancora di più Kiev a cui rimasto solo supporto europeo. “Continueremo il processo diplomatico quando i nostri partner americani saranno pronti a lavorare come concordato: formati bilaterali con loro, formati trilaterali con la Russia, così come il lavoro con gli europei”, ha detto Zelensky, ma “In questo momento praticamente tutta l’attenzione del mondo è concentrata sulla situazione intorno all’Iran e, indipendentemente da quanto dureranno lì le ostilità, dobbiamo essere pronti a riprendere la diplomazia in qualsiasi momento”. L'articolo L’alleato iraniano brucia, ma la Russia potrebbe trarne vantaggio (anche facendo affari con la Cina) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lo choc sistemico della guerra in Medioriente: l’Asia si scopre vulnerabile e dipendente
di Aniello Iannone* Ciò che sta accadendo negli ultimi giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran non va interpretato come sola crisi regionale in medio oriente. Sarebbe una lettura superficiale, incapace di cogliere il movimento più profondo delle strutture storiche che hanno spinto all’attacco del 28 febbraio. L’uccisione di Ali Khamenei nei raid congiunti non ha soltanto intensificato un conflitto storico, ma ha reso visibile una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale, in cui il Medio Oriente non è un teatro isolato, ma uno snodo attraverso cui si ridefiniscono gerarchie, dipendenze e possibilità politiche su scala interregionale. La Cina ha definito l’azione inaccettabile e ha chiesto un cessate il fuoco immediato. L’errore analitico più frequente consiste nel separare la dimensione militare da quella politico-economica. In realtà, i conflitti del nostro tempo non si limitano a produrre distruzione; essi riorganizzano i campi entro cui il potere viene esercitato. La prima conseguenza della crisi è energetica, ma non nel senso ristretto del prezzo del petrolio. L’Asia importa circa due terzi del proprio greggio dal Golfo; circa metà delle importazioni cinesi e il 90 per cento di quelle giapponesi dipendono da quella regione. Inoltre, il 20 per cento del consumo globale di petrolio transita normalmente dallo Stretto di Hormuz. Questo dato non esprime soltanto una vulnerabilità commerciale ma una struttura di dipendenza. Significa che la stabilità dell’Indo-Pacifico è parzialmente fondata su un’infrastruttura esterna, distante, militarizzabile e politicamente contendibile. È qui che la crisi assume il carattere di uno shock sistemico. Non è necessaria una chiusura totale di Hormuz per produrre effetti disciplinanti. Basta l’incertezza. Quando i mercati anticipano la possibilità di una rottura, gli Stati iniziano a riadattarsi preventivamente: rivedono scorte, diversificano fornitori, modificano rotte, accettano costi più alti pur di ridurre il rischio. Reuters ha riferito che governi e raffinatori asiatici si sono mossi proprio in questa direzione, con Giappone, India, Corea del Sud e Taiwan già impegnati in valutazioni di emergenza su approvvigionamenti e trasporti. In questo passaggio, lo shock non distrugge soltanto: produce nuove gerarchie di adattamento. Alcuni attori assorbono il colpo; altri scoprono che la propria autonomia era meno reale di quanto il linguaggio sovrano lasciasse intendere. La Cina si colloca al centro di questa contraddizione. Da un lato, Pechino ha interesse alla stabilità. Importa più dell’80 per cento del petrolio iraniano esportato via mare, una quota che equivale a circa il 13,4 per cento delle sue importazioni marittime complessive di greggio. Dall’altro lato, la crisi offre a Pechino un vantaggio strategico indiretto: un coinvolgimento prolungato degli Stati Uniti nel Golfo consuma attenzione, risorse e capacità di concentrazione americana in Asia orientale. Chatham House ha osservato che la Cina sta giocando sul lungo periodo in Iran, evitando un sostegno militare diretto ma riconoscendo che la pressione statunitense può aumentare la dipendenza di Teheran da Pechino. Qui si vede con chiarezza una verità fondamentale, l’egemonia non si misura solo nella capacità di colpire, ma anche nella capacità di costringere il rivale a disperdere la propria forza in teatri multipli. Per l’Indo-Pacifico, dunque, la questione non è marginale. Non si tratta soltanto di chiedersi che cosa accadrà in Iran, ma di comprendere come questa crisi ridefinisca i margini di azione di Cina, Stati Uniti e potenze intermedie. Per il Sud-est asiatico, la risposta è prevedibilmente prudente: moderazione, dialogo, rinvio della scelta. Non è passività. È la forma politica assunta da Stati che abitano strutture di dipendenza e cercano di sopravvivere all’interno di esse. In ultima istanza, questa crisi ci ricorda che i conflitti contemporanei non ridisegnano solo confini. Ridisegnano il rapporto tra potere e autonomia. Ed è proprio in questi momenti che diventa visibile la natura storica dell’ordine internazionale, non un equilibrio neutrale, ma un campo di forze in cui il consenso, la coercizione e la dipendenza si combinano per riprodurre, in forme nuove, le vecchie asimmetrie. * docente di Politica Indonesiana e del Sud-Est Asiatico presso l’Università Diponegoro di Semarang, in Indonesia L'articolo Lo choc sistemico della guerra in Medioriente: l’Asia si scopre vulnerabile e dipendente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump ha colpito Teheran per soffocare economicamente la Cina. Ma l’Iran non è il Venezuela
di Stefano Maciocchi A Donald Trump e alla maggioranza degli americani non importa nulla delle atroci gesta ordinate dall’ayatollah e commesse dai suoi pasdaran sulla popolazione civile iraniana. Non è questo che ha spinto Trump ad iniziare le ostilità belliche in Iran, assieme a Netanyahu. Alcuni affermano che questa operazione sia stata effettuata per distogliere l’opinione interna statunitense dai guai che pian piano stanno affiorando dai file del “caso Epstein”, ma non è nemmeno questa la causa prima degli attacchi aerei su Teheran. Per scovare la vera motivazione occorre chiarirsi bene e una volta per tutte che la vera guerra che sta infiammando il nostro pianeta è quella tra gli Usa e la Cina. Trump sa che il paese governato da Xi Jinping è un colosso dai piedi d’argilla, privo delle materie prime che servono a sostenere l’economia reale, ossia il gas e il petrolio. Nonostante gli sforzi fatti dalla Cina per la transizione alle sostanze rinnovabili il paese comunista ha bisogno ancora e per molto tempo dei derivati fossili. I maggiori esportatori di gas e petrolio verso la Cina erano, pensate un po’, il Venezuela di Maduro e l’Iran di Khamenei. Dunque, per combattere efficacemente il colosso cinese, non potendolo invadere e bombardare, occorre soffocarne l’economia con dazi elevati e tagliando l’afflusso di gas e petrolio. E questo sta facendo Trump. Prima ha deportato Maduro, adesso ha ammazzato Khamenei. La Cina senza più il petrolio venezuelano ed iraniano è morta e questo non può che far piacere anche alla Russia che, al di la di tenue condanne formali, non ha mosso un dito per aiutare i suoi (ex) alleati iraniani nel Medio Oriente. Purtroppo però l’Iran non è il Venezuela e la sua “normalizzazione” verso l’Atlantico sarà un’operazione lunga e sanguinosa con conseguenze devastanti per l’economia mondiale a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio che inevitabilmente si verificherà a partire dalle prossime ore. Speriamo che almeno stavolta a Crosetto non venga in mente di andare in vacanza a Teheran per promuovere la canzone italiana assieme a La Russa, Gasparri e Pucci. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Trump ha colpito Teheran per soffocare economicamente la Cina. Ma l’Iran non è il Venezuela proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cina, India e tutti gli altri: le potenze mondiali interessate alla “guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan
L’eco del conflitto militare sempre più serrato tra Pakistan e Afghanistan sta crescendo così tanto d’intensità da farsi sentire anche ben oltre i confini della regione. Sono molti i Paesi che guardano con apprensione agli sviluppi sul terreno e che avrebbero da perdere in caso di un rovesciamento dei Talebani che regnano su Kabul, tra cui alcune delle principali potenze a livello mondiale. CINA Il primo e più ovvio attore coinvolto è ovviamente la Cina: da Pechino è arrivato quasi immediatamente un richiamo a una soluzione diplomatica delle tensioni che corrono tra Kabul e Islamabad e non potrebbe essere altrimenti. La Repubblica Popolare ha nel Pakistan uno dei suoi alleati di ferro nell’area – per quanto, va detto, negli ultimi mesi non sono mancati allontanamenti più o meno espliciti – e uno degli snodi più importanti delle Nuove Vie della Seta. Un’infrastruttura che proprio sul territorio pachistano è molto spesso oggetto di attacchi da parte del movimento separatista locale, situazione a cui il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha recentemente risposto creando un’unità di sicurezza dedicata esclusivamente a proteggere i cittadini cinesi presenti in Pakistan. Allo stesso tempo, Xi Jinping ha puntato molto sulla distensione coi Talebani per due motivi principali: primo, evitare che l’Afghanistan possa diventare una base di partenza per eventuali attacchi terroristici contro la Cina; secondo, mettere le mani, più in prospettiva che nell’immediato, sulle risorse minerarie afgane, potenzialmente molto rilevanti. INDIA Al netto delle tensioni bilaterali tra Pakistan e Afghanistan, molto di quello che sta succedendo in queste ore ha a che fare con l’India. Il primo ministro Narendra Modi è infatti appena rientrato in patria da un viaggio in Israele con in tasca accordi di varia natura e anche uno molto importante sul fronte della Difesa. Pare che a Nuova Delhi sarà concesso l’utilizzo della tecnologia israeliana basata su un sistema laser per intercettare droni e missili, che va sotto al nome di Iron Beam. Fumo negli occhi per il Pakistan che ha nell’India il suo nemico per eccellenza. A Islamabad hanno fatto velocemente i conti: colpire i Talebani si inserisce in questa dinamica perché quest’ultimi stanno vivendo una sorta di luna di miele con il governo indiano e i rapporti politici tra le due parti sono quanto mai calorosi. Non bisogna correre il rischio di appiattire il conflitto in corso interpretandolo solo in quest’ottica, ma sicuramente il Pakistan ha agito anche mosso da spirito di vendetta nei confronti del nemico indiano. RUSSIA Il relativo isolamento internazionale di Mosca non poteva che spingere i Talebani tra le braccia del presidente russo Putin. La Russia è stato il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il governo del movimento fondamentalista, una mossa poco costosa quanto potenzialmente vantaggiosa: il Cremlino punta a mettersi in prima fila per quando Kabul dovrà pensare a chi coinvolgere in progetti sul territorio afgano e a Putin fa comodo trovare sponda nel contrasto al terrorismo internazionale. Il ruolo di colomba non si addice all’esecutivo russo, ma il Ministero degli Esteri moscovita ha richiamato Pakistan e Afghanistan a un ritorno immediato al tavolo negoziale. IRAN E ALTRI PAESI DELLA REGIONE Nonostante abbia attualmente altri problemi da gestire, Teheran si è proposta come mediatrice tra Kabul e Islamabad, capitali con cui intrattiene relazioni cooperative. La vicinanza geografica al fronte di guerra rende però la situazione rischiosa per l’Iran, con il possibile arrivo di nuovi rifugiati afgani, dopo che la Repubblica Islamica negli ultimi mesi ne ha rimpatriate centinaia di migliaia. Anche le repubbliche centro-asiatiche temono una destabilizzazione che potrebbe mettere a rischio i loro progetti infrastrutturali nell’area. Pochi giorni fa, il presidente del Kazakistan si è recato in Pakistan proprio per parlare di un collegamento ferroviario tra i porti pachistani di Karachi e Gwadar e il territorio kazaco, via Afghanistan e Turkmenistan. Un’iniziativa che al momento sembra quanto mai improbabile. L'articolo Cina, India e tutti gli altri: le potenze mondiali interessate alla “guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il capo premia i dipendenti con una ‘pioggia’ di soldi: “Sul tavolo del gala aziendale sono state svuotate valigette con 26 milioni di dollari”
La Henan Kuangshan Crane Co., Ltd, azienda cinese nota a livello mondiale per la produzione di gru e attrezzature per la movimentazione dei materiali, ha distribuito oltre 180 milioni di yuan (circa 26 milioni di dollari) ai propri dipendenti come premio di fine anno. Il modo in cui i lavoratori hanno guadagnato i soldi extra è particolare. Come si vede dalle immagini, durante la serata di gala sono state portate delle valigette piene di banconote e versate sul lungo tavolo allestito nella sala. I presenti sono rimasti stupiti dalla scena e, in pochi secondi, si sono ammassati per racimolare il denaro. Le immagini dell’evento mostrano i dipendenti intenti a contare pile di banconote. A guidare l’iniziativa è stato Cui Peijun, socio di maggioranza dell’azienda che detiene il 99% delle quote. Diversi dipendenti sono poi stati invitati sul palco per ricevere altri premi (tra cui delle lavatrici) per il lavoro svolto tra il 2025 e il 2026. L’evento è stato commentato dallo stesso Cui che, ai media locali, ha dichiarato: “Perché regalare lavatrici? Pensate che il prezzo dell’oro sia aumentato? Negli anni passati abbiamo donato collane e anelli, oppure distribuito 20.000 yuan a testa”. L’imprenditore non è apparso stupito, dato che la Henan Kuangshan Crane Co., Ltd è nota in Cina per i premi particolari assegnati ai dipendenti. Negli anni precedenti, l’azienda premiava i lavoratori con gioielli o elettrodomestici. Quest’anno, il manager ha deciso di cambiare strada, puntando sui premi in denaro. Secondo Cui, infatti, le banconote sono la miglior ricompensa per il lavoro svolto, poiché aiutano soprattutto i lavoratori più giovani ad alleggerire il peso economico e a ripagare mutui e prestiti per l’acquisto di automobili o case. > ???????? 70% of Henan Kuangshan Crane Co., Ltd.’s profits were handed out to > its 7,000 employees. > > The boss gave $26 million to his workers for Chinese New Year. > pic.twitter.com/ahux4aY0VA > > — Lord Bebo (@MyLordBebo) February 26, 2026 L'articolo Il capo premia i dipendenti con una ‘pioggia’ di soldi: “Sul tavolo del gala aziendale sono state svuotate valigette con 26 milioni di dollari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, la Cina ai concittadini: “Lasciate subito il paese”. Usa: “Via il personale non essenziale dall’ambasciata in Israele
Crescono i timori di un imminente attacco degli Stati Uniti all’Iran. Il Dipartimento di Stato, riferisce il New York Times, ha autorizzato il personale non essenziale della propria ambasciata a Gerusalemme a lasciare Israele, nel timore che una eventuale risposta di Teheran possa essere rivolta verso lo Stato ebraico. In una e-mail inviata venerdì mattina ai dipendenti della sede diplomatica, il rappresentante diplomatico Mike Huckabee li ha avvertiti che se volevano lasciare Israele, “avrebbero dovuto farlo OGGI”. “Il 27 febbraio 2026, il Dipartimento di Stato ha autorizzato la partenza del personale governativo statunitense non impegnato in situazioni di emergenza e dei familiari del personale governativo statunitense dalla Missione in Israele a causa di rischi per la sicurezza”, si legge in un post dell’ambasciata. “In risposta a incidenti di sicurezza e senza preavviso, l’Ambasciata degli Stati Uniti potrebbe ulteriormente limitare o vietare ai dipendenti del governo e ai loro familiari di recarsi in determinate aree di Israele, nella Città Vecchia di Gerusalemme e in Cisgiordania”. Anche la Cina si muove. Pechino ha consigliato “ai cittadini cinesi attualmente presenti in Iran di rafforzare le misure di sicurezza e di evacuare il prima possibile“, ha affermato il ministero degli Esteri cinese citando un “significativo aumento dei rischi per la sicurezza esterna”. “Alla luce dell’attuale situazione di sicurezza in Iran, il ministero degli Esteri cinese e le ambasciate e i consolati cinesi in Iran ricordano ai cittadini cinesi di evitare per il momento di recarsi in Iran”, ha aggiunto Pechino. Intanto emerge che MizarVision, società cinese di analisi dell’intelligence commerciale, ha fotografato e diffuso sui social le immagini dei movimenti militari statunitensi degli ultimi due anni, compreso quello recente della più grande portaerei del mondo, la Uss Gerald R. Ford, che in questi giorni ha lasciato la base navale Nato di Souda, nell’isola greca di Creta, facendo rotta verso Israele sullo sfondo di un possibile attacco all’Iran. Lo riportano i media israeliani e il South China Morning Post. La società, nata cinque anni fa, negli ultimi mesi ha aumentato la frequenza e l’accuratezza dei suoi post includendo le immagini di varie risorse militari statunitensi in Israele, Arabia Saudita, Giordania, Grecia e Qatar. Gli stessi media cinesi, a fine gennaio, avevano pubblicato le immagini di MizarVision che segnalavano un aumento della presenza Usa nella base aerea qatarina di Al Udeid. Pechino è uno spettatore interessato sia per il legame che ha con Teheran – una quota rilevante del greggio iraniano è diretta verso la Cina a prezzi scontati – sia per studiare le mosse militari statunitensi. L'articolo Iran, la Cina ai concittadini: “Lasciate subito il paese”. Usa: “Via il personale non essenziale dall’ambasciata in Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Batterie made in Europe, il sogno si spegne sotto il peso del Dragone
Le ambizioni europee di costruire un’industria continentale delle batterie? Stanno crollando sotto il peso dei costi e della (apparentemente inarrivabile) concorrenza cinese. Importanti progetti industriali per la fabbricazione di accumulatori sono stati interrotti o del tutto cancellati proprio mentre l’Unione Europea si prepara a mettere in atto un intervento protezionistico per legare i sussidi all’acquisto di vetture a batteria e l’accesso al mercato europeo solo a chi produce nel vecchio continente. All’inizio di febbraio, Automotive Cells Company (ACC) – sostenuta da Stellantis e Mercedes-Benz – ha sospeso i piani per le fabbriche di celle a Kaiserslautern, in Germania, e Termoli, in Italia. Colpa, a detta dei costruttori, di una domanda di veicoli elettrici inferiore alle aspettative. Il fallimento della Northvolt, poi, ha ulteriormente spento le speranze per un impianto su larga scala a Heide (Germania). “Questi passi indietro sottolineano il crescente divario tra la retorica strategica dell’Europa e la realtà industriale”, sottolinea la testata specializzata Autonews.com, “mentre i funzionari dell’UE definiscono le batterie come essenziali per la ‘resilienza industriale’ e la competitività a lungo termine, le decisioni di investimento sono sempre più dettate dalla pressione sui costi e dal rallentamento delle vendite di auto elettriche”. Ora a Bruxelles stanno mettendo a punto l’Industrial Accelerator Act, uno strumento pensato per rafforzare le catene di approvvigionamento europee per le tecnologie strategiche, incluse le batterie appunto. Il target rimane quello di indirizzare la domanda verso la produzione europea. In parallelo, l’UE ha introdotto il “Battery Booster” – parte di un pacchetto automotive più ampio – che offre circa 1,8 miliardi di euro in aiuti pubblici, principalmente attraverso prestiti a tasso zero (ma la legislazione richiederà mesi per essere approvata). Sarah Michaelis della VDMA, una delle associazioni di macchinari più influenti d’Europa, ha affermato che l’Europa deve dimostrare di poter rendere scalabile la produzione di celle batteria utilizzando attrezzature europee. Ma senza grandi ordini di batterie, i fornitori di macchinari potrebbero ritirarsi dal settore, rischiando una perdita di competenze difficile da ricostruire. Criticità messe in evidenze dall’impianto di Salzgitter gestito da PowerCo, un’unità di Volkswagen: dal dicembre 2025, l’impianto tedesco sta aumentando la produzione verso una capacità annua di 20 gigawattora, sufficienti per alimentare circa 250 mila veicoli elettrici. Una fabbrica gemella a Valencia, in Spagna, dovrebbe iniziare la produzione entro fine 2026. Tuttavia, sebbene le celle siano assemblate in Germania e Spagna, gran parte delle attrezzature di produzione proviene dall’Asia, in particolare dalla Cina. Significa che l’Europa ospita la produzione di batterie senza controllare pienamente la tecnologia sottostante e, anzi, ogni nuova fabbrica costruita con macchinari asiatici espande l’impronta globale dei fornitori cinesi, rafforzando il loro vantaggio competitivo in termini di costi. Infatti, il dominio della Cina si basa sulla grande scalabilità, su fitte reti di fornitura e su un sostegno statale massiccio: i produttori asiatici hanno spesso accesso a decine di fornitori di componenti concorrenti, rispetto ai pochi presenti in Europa. Un fattore che abbassa i prezzi e accelera l’innovazione. Per le case automobilistiche europee, già alle prese con il rallentamento della domanda di vetture elettriche e con la pressione sui margini, pagare un sovrapprezzo per celle batteria prodotte in Europa potrebbe diventare insostenibile. Oltretutto, per l’associazione tedesca dell’industria automobilistica, la potente VDA, il problema della produzione europea di batterie con componenti “Made in Europe” risiede negli elevati prezzi dell’energia, del costo del lavoro e degli oneri normativi. “Dal punto di vista della qualità, possiamo produrre celle in piccole serie”, sostiene Robert Cameron, responsabile produzione e logistica della VDA: “Il problema è che la Germania come sede produttiva è attualmente decisamente troppo costosa”. Insomma, la strategia europea sulle batterie appare piena di criticità e senza investimenti rapidi e condizioni competitive, i fornitori di macchinari avvertono che potrebbero spostare l’attenzione altrove (consolidando ulteriormente il primato tecnologico asiatico). Non solo, le regole pensate per favorire i prodotti europei rischiano di far lievitare ulteriormente i costi in un momento in cui i car maker sono già sotto pressione, rendendo utopico il sogno di poter competere col Dragone. L'articolo Batterie made in Europe, il sogno si spegne sotto il peso del Dragone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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