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La gru del cantiere cede e precipita addosso alle auto in transito: le immagini riprese dalle dashcam delle macchine
A Wuhan, in Cina, una gru a portale è crollata improvvisamente sulla strada colpendo alcune macchine. L’episodio è accaduto domenica 1 febbraio. La gru si trovava nei pressi della carreggiata perché erano in corso alcune operazioni di smantellamento alla stazione di Xinchun, lungo la linea 12 della metropolitana cinese. Le immagini impressionanti sono state catturate da diverse dashcam delle automobili che stavano transitando dov’è poi caduta la gru. In uno dei video si vedono le auto in coda che lentamente procedono sulla strada ristretta a una corsia, a causa dei lavori in corso. Il traffico scorre fino a quando la gru cede e si abbatte sul cofano di una vettura nera. Da altre immagini scattate dai passanti si può vedere un’automobile bianca sfondata dal crollo dell’impalcatura. Le autorità locali hanno reso noto di aver aperto un’indagine per chiarire le cause dell’incidente e accertare eventuali responsabilità. > Feb 1: the supporting legs of a gantry crane at a subway construction site in > Wuhan toppled as they were being dismantled and crushed a car passing by (the > white one), killing one person and injuring another. > > A very close shave for the people in the black car behind… > pic.twitter.com/37wKjaQh7R > > — Byron Wan (@Byron_Wan) February 2, 2026 L'articolo La gru del cantiere cede e precipita addosso alle auto in transito: le immagini riprese dalle dashcam delle macchine proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Più controlli e stop alle pubblicità di interventi estetici, sono diventati un’ossessione”: le misure del governo cinese dopo ilboom di “ritocchini” tra Millennial e GenZ
L’ossessione per la chirurgia e per la medicina estetica ha travolto la Cina negli ultimi anni. Vista la domanda crescente, soprattutto da parte di giovanissimi, è nato un pericoloso sottobosco di cliniche dagli standard discutibili e personale non qualificato che usa i social per promuovere i propri servizi. Il governo ha deciso di mettere un freno, intensificando i controlli e limitando le comunicazioni ingannevoli online o le pubblicità di interventi ad alto rischio. La medicina estetica è un settore in crescita un po’ ovunque, ma in Cina ha conosciuto un boom particolare tra i millennial e la generazione Z, che dispongono di una capacità di spesa maggiore delle generazioni precedenti. Ci sono vari fattori culturali e sociali che pesano su queste scelte: in una società altamente competitiva come quella cinese, l’aspetto fisico è una carta in più da giocare per ottenere un lavoro prestigioso o un buon matrimonio. Spesso sono proprio i genitori che, dopo gli esami, regalano ai figli interventi e procedure per ritoccare il viso. In più, l’onnipresenza dei social, dei filtri e delle immagini ritoccate ha normalizzato standard di bellezza irreali. Non sono più solo influencer, personaggi pubblici o professionisti dello spettacolo a ricorrere alla chirurgia estetica: sono studenti, a volte anche minorenni, e giovani professionisti di qualsiasi settore. Si parla infatti di “visual economy”, l’economia dell’aspetto fisico: un volto simmetrico e attraente non è un lusso o un capriccio, ma un investimento sul futuro. “L’aspetto più malsano della medicina estetica in Cina in questo momento è che alcune cliniche di medicina estetica vogliono solo fare soldi, senza considerare i problemi di salute”, ha detto al Washington Post il chirurgo plastico Lin Ruiyu, sottolineando come dieci anni fa fosse il “Far West”. Come accade in altre parti del mondo, l’impennarsi della domanda ha favorito la nascita di cliniche clandestine e “scuole” che promettono di formare medici estetici e chirurghi in una settimana. I risultati, purtroppo, sono ben noti: sui giornali e sui social si moltiplicano le storie di interventi andati male. C’è chi racconta di tessuto necrotico, chi ha subito infezioni o ha dovuto gestire rigidità innaturali. Il governo cinese è passato al contrattacco con una serie di resoconti sui rischi di ogni procedura – dalla richiestissima blefaroplastica al Botox – e nuove norme, più severe. Già nel 2021 l’Amministrazione statale per la regolamentazione sul mercato aveva vietato gli annunci in ambito medico-estetico che promuovevano “ansia sull’aspetto fisico”. Successivamente Pechino ha rafforzato i controlli sulla formazione dei medici per garantire la sicurezza dei pazienti. Lo scorso maggio sono state emanate nuove linee guida che richiedono alle piattaforme social di regolamentare la pubblicità in ambito medico, rimuovendo gli annunci non conformi. Il governo ha avviato anche una massiccia campagna di sensibilizzazione rivolta ai più giovani (e ai loro genitori) sulle possibili complicazioni e la possibilità di traumi psicologici. Oltre alla sicurezza sanitaria, il governo di Pechino è preoccupato di un’eccessiva “occidentalizzazione” nel rapporto con lo specchio: l’ossessione per l’aspetto fisico è ben lontana dall’ideologia nazionale fatta di orgoglio, sobrietà e duro lavoro. Ma potrebbe già essere troppo tardi. Secondo un’analisi riportata dal Washington Post, la Cina è il secondo mercato per la medicina estetica dopo gli Stati Uniti. Una stima che somma sia gli interventi di chirurgia vera e propria, sia le iniezioni (come filler e Botox) sia liposuzioni e interventi di rimodellamento. Per molti giovani cinesi è una chance di successo, emancipazione e libertà: e una volta ottenuta, è difficile tornare indietro. L'articolo “Più controlli e stop alle pubblicità di interventi estetici, sono diventati un’ossessione”: le misure del governo cinese dopo ilboom di “ritocchini” tra Millennial e GenZ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Usa vs Cina, ecco la guerra che Trump ha già perso. L’intervista ad Alessandro Aresu
Lunedì 2 febbraio alle 18 l’intervista ad Alessandro Aresu, autore di La Cina ha vinto (Feltrinelli, 2025) – L’interdipendenza è la cifra del mondo globalizzato, ma chi ne ha beneficiato lo ha fatto in modo differente. Gli Stati Uniti cercano da tempo di ridurre la propria dipendenza dalla Cina – e relativo deficit commerciale: importano molto più di quanto esportano. Ma il processo va a rilento perché le catene di valore sono fortemente interconnesse, soprattutto quando si tratta di tecnologia. Non solo: La sfida risente anche della cosiddetta “guerra dei cervelli“, con la Cina primo esportatore di laureati in materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), nelle università americane ma anche nelle Big Tech statunitensi, dove ormai non è raro che si parli mandarino. E noi europei quel treno l’abbiamo perso? L'articolo Usa vs Cina, ecco la guerra che Trump ha già perso. L’intervista ad Alessandro Aresu proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se
di Carblogger Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se, come insegna la storia. I tempi potrebbero essere lunghi come inaspettatamente brevi, perché oggi molto, non tutto, dipende da un presidente degli Stati Uniti che ha sostituito i valori di democrazia e diritto con quelli di soldi e uso della forza. Scrivo molto e non tutto pour cause: dare semaforo verde alla vendita di auto cinesi significherebbe per i Repubblicani al potere scontrarsi nell’anno del Midterm con l’elettorato di alcuni stati chiave come il Michigan, quartier generale delle tre big di Detroit. Ma vale il rischio la montagna di investimenti che i cinesi sarebbero pronti a fare, quasi a qualsiasi prezzo, per entrare su questo mercato, considerando i loro problemi di sovraproduzione e crescita insieme agli obiettivi imperiali del Partito? I segnali per l’auto cinese negli Usa sono almeno un paio. Il primo è il tipo di accordo raggiunto dalla Casa Bianca per tenere in attività il social cinese TikTok, che tanto ha aiutato la campagna elettorale vincente di Trump. C’è stato un trasloco a una nuova società, la TikTok USDS, necessario dopo il bando della piattaforma – con l’accusa di spionaggio – voluto dall’amministrazione Biden. Bando ora eluso da Trump, d’intesa con Pechino: nella joint venture, il proprietario cinese ByteDance scende al 20% (anzi al 19,9% per rispettare la legge federale) passando il controllo a un consorzio di investitori statunitensi e internazionali, con Oracle e MGX (fondo di Abu Dhabi) al 15% e il resto in altre mani “sicure”. Non sembra cruciale che il ceo di TikTok sieda nel nuovo cda, né che il ceo della nuova società abbia gestito funzioni vitali nella precedente gestione. Dirimente è la separazione operativa sancita nell’intesa: i dati degli utenti americani di TikTok USDS finiranno in un cloud di Oracle, l’algoritmo sarà rifatto in casa e non più controllato dalla casa madre cinese del social, che rimane comunque proprietaria della tecnologia. L’accordo su TikTok – per non sapere né leggere né scrivere – potrebbe diventare il cavallo di Troia dell’auto cinese per entrare nel mercato statunitense. Dopo essere stata bandita – almeno ufficialmente – per gli stessi motivi della piattaforma social: i dati raccolti sulle strade americane da software e hardware delle auto connesse made in China metterebbero a rischio la sicurezza del Paese. La separazione tecnologica applicata a TikTok, con la conservazione dei dati su server nazionali e non più leggibili altrove, potrebbe spianare la strada al bando automobilistico. Un primo passo. Il secondo l’ha fatto a sorpresa Trump parlando poche settimane fa a Detroit: “Lasciate che i cinesi entrino in gioco”, ha detto il presidente, invitando questi costruttori ad aprire fabbriche negli Stati Uniti e ad assumere lavoratori americani quali condizioni ineludibili. S’intende, con i vincoli tecnologici di cui sopra e a caro prezzo, stabilito dal solo Trump. Anche perché già irato contro il Canada di Mark Carney, uno che gli risponde per le rime geopoliticamente parlando, pronto a importare auto cinesi. L’offerta a Pechino di Trump non sarà piaciuta alle big di Detroit, che hanno già chinato la testa ai suoi dazi rimettendoci miliardi di dollari tra prezzi in aumento e revisioni di piani industriali e gamma prodotti. Ma è piaciuta a Pechino e dintorni, leggendo quanto ha dichiarato al Ces di Las Vegas un dirigente di Geely parlando con il sito di Autoline: “La grande domanda per noi è quando e dove andremo negli Stati Uniti. Credo che faremo un annuncio in merito nei prossimi 24-36 mesi”. @carblogger_it L'articolo Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché l’accordo tra Usa e Cina su TikTok non riguarda davvero la privacy. Anzi
A gennaio 2026 il governo degli Stati Uniti e quello della Repubblica Popolare Cinese hanno raggiunto un accordo che ha evitato il blocco definitivo di TikTok sul mercato americano. Chi aveva paura che TikTok sarebbe stata bandita per sempre dal suolo statunitense è stato smentito. L’intesa ha portato alla nascita di una nuova società, TikTok USDS Joint Venture LLC, con sede negli Stati Uniti, pensata per rispondere alle richieste di Washington in materia di sicurezza nazionale e protezione dei dati. La nuova entità è strutturata appunto come una joint venture. Il controllo operativo è statunitense mentre le decisioni strategiche più rilevanti richiedono un equilibrio negoziato tra le due superpotenze, Usa e Cina. ByteDance, la casa madre cinese di TikTok, mantiene una quota del 19,9%, percentuale che consente di esercitare un’influenza significativa senza detenere formalmente la maggioranza. Tra gli investitori figurano fondi americani già presenti nel capitale di ByteDance, come General Atlantic, Susquehanna International Group e Coatue Management, mentre l’infrastruttura dei dati è affidata a Oracle che, come vedremo a breve, è uno dei veri attori protagonisti di questa vicenda. Ufficialmente, la battaglia politica dell’amministrazione Trump è stata condotta in nome della tutela dei dati degli utenti statunitensi. L’idea che un’azienda cinese potesse avere accesso diretto ai flussi informativi di milioni di cittadini americani non era esattamente oggetto di simpatia per il governo Trump. È in questo contesto che, tra gennaio e febbraio del 2025, TikTok è stata temporaneamente rimossa dagli app store di Apple e Google negli Stati Uniti, a seguito dell’entrata in vigore del “Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act”. La rimozione non fu legata a violazioni tecniche bensì fu legata a una manovra politica. L’idea era quella di costringere ByteDance a cedere il controllo, come poi accaduto, o uscire dal mercato. La coerenza di questa narrazione tuttavia appare fragile se inserita nel quadro più ampio della politica estera americana. Donald Trump è lo stesso leader che in più occasioni ha definito Nicolás Maduro un “narcoterrorista”, giustificando sanzioni, pressioni e deportazioni forzose in nome della democrazia. Una lettura che numerosi osservatori, tra cui Nicola Gratteri e Roberto Saviano, hanno trovato quantomai comica dato che la vera posta in gioco è il controllo delle risorse energetiche venezuelane (leggi: petrolio). In questo senso, anche nel caso di TikTok, la privacy digitale rischia di diventare uno dei tanti argomenti morali utilizzati per legittimare decisioni squisitamente geopolitiche ed economiche. Dal punto di vista degli utenti, almeno nel breve periodo, l’esperienza d’uso di TikTok negli Stati Uniti non dovrebbe subire cambiamenti visibili. Ed è comprensibile, dato che quando due superpotenze si siedono al tavolo per salvare una piattaforma, significa che il valore economico e culturale in gioco è troppo alto per essere compromesso da interventi radicali sull’algoritmo o sul prodotto. Chiunque mastichi di social media, e abbia contezza storica delle grandi acquisizioni avvenute in passato (Facebook che compra Instagram e WhatsApp, Microsoft che compra LinkedIn etc) è consapevole di un assunto universale: social media che vince non si cambia. Intervenire su TikTok, macchina di attenzione globale che in molti paesi rappresenta l’app social col maggiore tasso di utilizzo, significa rischiare di sabotarne il funzionamento, e comprometterne dunque il ritorno economico. Le decisioni commerciali e il cuore dell’algoritmo pare che resteranno dunque fortemente influenzati da ByteDance. Il vero spostamento di potere avviene dunque altrove, nella gestione dei dati. Negli Stati Uniti, questi saranno archiviati e trattati da Oracle, azienda che diventa così un nodo strategico tra piattaforma, governo e inserzionisti. Un ruolo che ricorda da vicino quanto accaduto durante la pandemia, quando social network come Meta e X (all’epoca Twitter) subirono pressioni politiche dirette per moderare contenuti ritenuti sensibili, dalla gestione sanitaria alle narrazioni geopolitiche. Non è quindi irragionevole ipotizzare che anche Oracle possa trovarsi esposta a pressioni simili. La differenza è che in questo caso la leva non è più la moderazione dei contenuti, ma l’accesso privilegiato a dati estremamente granulari. Alcuni utenti americani hanno infatti segnalato su Reddit che la nuova versione statunitense dell’app esplicita opzioni di tracciamento più invasive. TikTok dichiara ora di poter raccogliere informazioni dettagliate su localizzazione, genere, orientamento sessuale e status di cittadinanza. Dati che, se l’utente non nega il consenso, possono essere condivisi con partner commerciali per finalità pubblicitarie anche al di fuori della piattaforma. Il che pone interrogativi sul reale obiettivo di questo potenziamento del tracking dei dati, visto che la nuova TikTok a stelle e strisce si interesserà di scoprire se un utente, ad esempio, sia transessuale o abbia uno specifico status migratorio. Per noi utenti europei almeno per ora lo scenario è diverso, nella misura in cui tutto resta invariato. L’app utilizzata nell’Unione Europea resta quella sviluppata da ByteDance e sottoposta ai regolatori comunitari, che sulla carta garantiscono tutele più stringenti rispetto al contesto statunitense. Una distinzione che rende TikTok un caso quasi unico. In teoria la piattaforma è una, eppure i modelli politici e giuridici sono diversi. Resta infine una domanda più ampia, che va oltre TikTok. Quante contraddizioni dovranno ancora emergere tra tecnologia e geopolitica prima che l’Europa inizi a interrogarsi seriamente su chi sia, oggi, l’interlocutore più affidabile? Tra Stati Uniti e Cina la partita non è mai stata morale, ma di potere. E chissà a quante altre storture del governo Trump un cittadino europeo dovrà essere esposto prima di cominciare a simpatizzare più verso Oriente che verso Occidente. L'articolo Perché l’accordo tra Usa e Cina su TikTok non riguarda davvero la privacy. Anzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Xi Jinping è il capo dell’esercito cinese: cacciati gli ultimi due membri della Commissione militare
Due alti generali della Repubblica Popolare Cinese sono indagati per “gravi violazione disciplinari e violazioni della legge”, una formula che solitamente si riferisce alle accuse di malaffare e corruzione. I bersagli dell’Anticorruzione sono Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare centrale e il membro dell’esercito con il grado più alto in circolazione, e Liu Zhenli, membro della suddetta commissione e capo dello Stato maggiore congiunto. A riferirlo è stata una breve nota del Ministero della difesa cinese. Dopo questa mossa, il presidente Xi Jinping è subentrato al vertice nella commissione e ha assunto il controllo dell’Esercito popolare di liberazione in veste di commander-in-chief. La Commissione militare centrale, organo che definisce la strategia delle forze armate e la direzione delle operazioni militari, negli ultimi tempi è stata svuotata. Rispetto alla composizione a sette membri dell’ultimo congresso di partito nel 2022, è rimasto in carica soltanto Xi Jinping. Gli ultimi sopravvissuti alle epurazioni erano proprio Liu Zhenli e Zhang Youxia, che tra l’altro lo scorso ottobre aveva ricevuto la nomina di commissario politico che presiede l’organismo di controllo anticorruzione militare. Zhang ha combattuto nella guerra contro il Vietnam nel 1979 ed è uno dei pochi veterani ancora in servizio, considerato fino a poco fa uno dei più stretti alleati di Xi. Un legame che parte dalle loro famiglie, originarie della stessa regione: i loro padri, infatti, avevano combattuto fianco a fianco nella guerra civile cinese. Gli scossoni in Commissione non sono l’unica mossa del segretario comunista per riformare l’esercito. Nel 2023 sono stati epurati i vertici della Rocket Force, l’unità che gestisce le testate nucleari. Nel complesso sono otto gli alti generali che dall’ottobre scorso sono stati espulsi dal Partito con l’accusa di corruzione- tra cui il generale He Weidong il secondo in gerarchia nella Commissione. Negli ultimi anni anche due ex ministri della Difesa sono stati cacciati per corruzione. L'articolo Xi Jinping è il capo dell’esercito cinese: cacciati gli ultimi due membri della Commissione militare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump, pubblicata la Strategia di Difesa: alleati più soli e la Russia diventa “gestibile”. Ecco cosa dice il Pentagono
Nella Strategia di Difesa Nazionale (NDS) del 2026 di 34 pagine pubblicata dal Pentagono, la prima dal 2022, sotto l’allora presidente Joe Biden, gli Usa esortano gli alleati a prendere il controllo della propria sicurezza e riaffermano l’attenzione dell’amministrazione di Donald Trump sul predominio nell’emisfero occidentale, America Latina in testa, rispetto all’obiettivo di contrastare la Cina. “Ci impegneremo in buona fede con i nostri vicini, dal Canada ai nostri partner in America centrale e meridionale, ma ci assicureremo che rispettino e facciano la loro parte per difendere i nostri interessi comuni”, si legge nel documento, “e laddove non lo facessero, saremo pronti a intraprendere azioni mirate e decisive che promuovano concretamente gli interessi degli Stati Uniti”. “Per troppo tempo, il governo degli Stati Uniti ha trascurato, anzi rifiutato, di mettere al primo posto gli americani e i loro interessi concreti”, sottolinea il Pentagono. Supporto “più limitato”, dunque, agli alleati in Europa e altrove. “Mentre le forze statunitensi si concentrano sulla difesa del territorio nazionale e dell’Indo-Pacifico, i nostri alleati e partner si assumeranno la responsabilità primaria della propria difesa, con un supporto fondamentale ma più limitato da parte delle forze americane”, si legge nel documento. La NDS 2026 segna un significativo allontanamento dalla passata politica del Pentagono, sia per l’enfasi posta sugli alleati, chiamati ad assumersi maggiori oneri con un minore sostegno da parte di Washington, sia per il tono più morbido nei confronti dei tradizionali nemici. La precedente strategia di difesa nazionale, pubblicata sotto il democratico Biden, descriveva la Cina come la sfida più significativa per Washington e affermava che la Russia rappresentava una “grave minaccia“. Al contrario, il nuovo documento sollecita “relazioni rispettose” con Pechino: “Il presidente Trump cerca una pace stabile, un commercio equo e relazioni rispettose con la Cina”, l’obiettivo “non è dominare la Cina, né strangolarla o umiliarla”, “questo non richiede un cambio di regime o qualche altra lotta esistenziale”. E non menziona Taiwan, che la Cina rivendica come proprio territorio ed è un alleato degli Stati Uniti, obbligati dalle proprie leggi a supportare militarmente. Quanto alla minaccia russa, il nuovo documento la definisce “persistente ma gestibile“. Il Pentagono “darà priorità agli sforzi per chiudere i nostri confini, respingere qualsiasi forma di invasione ed espellere gli immigrati clandestini”, afferma il documento del 2026. Oltre a Cina e Russia, “sfide più pericolose per la sicurezza nazionale” di qualsiasi minaccia terroristica, la Strategia di Biden menzionava i pericoli associati al cambiamento climatico: “minaccia emergente”, che sono invece spariti dal nuovo documento del Pentagono. Analogamente a quanto fatto con la “Strategia per la Sicurezza Nazionale” pubblicata dalla Casa Bianca all’inizio di dicembre, il Pentagono pone l’America Latina in cima alle sue priorità. Il Pentagono “ripristinerà il predominio militare americano nell’emisfero occidentale. Lo useremo per proteggere la nostra Patria e il nostro accesso a territori chiave in tutta la regione”, si legge nel documento, che parla di “Corollario Trump alla Dottrina Monroe”. L'articolo Trump, pubblicata la Strategia di Difesa: alleati più soli e la Russia diventa “gestibile”. Ecco cosa dice il Pentagono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un libro, un corso: Mappa Mundi. La lezione di Alessandro Aresu: “La grandezza composta. il modello cinese”
Giovedì 22 gennaio alle 18 arriva la terza lezione gratuita della Scuola di cittadinanza del Fatto Quotidiano. Sarà Alessandro Aresu a tenere la lezione dal titolo “La grandezza composta: il modello cinese” La Scuola di Cittadinanza del Fatto Quotidiano ha tra i suoi fondatori una mente d’eccezione, il sociologo Domenico De Masi, che ha contribuito a idearla e l’ha costruita con profondità e originalità per trasformare la “solitudine intellettuale del cittadino” di fronte alle difficoltà crescenti di una realtà contemporanea sempre più complessa, in coscienza civica e cittadinanza attiva. Per approfondire la conoscenza e il pensiero di questo straordinario sociologo, sempre attento a recepire e comprendere i fenomeni più vitali della società, ecco una serie di 10 corsi (5 lezioni da 2 ore) dedicati singolarmente ad alcuni dei suoi libri pubblicati nell’arco di una lunga carriera di professore, studioso e intellettuale militante. Ogni libro dà il titolo al corso e costituisce il principale oggetto di studio del corso stesso, in cui si potranno esaminare e ampliare i temi fondamentali, con l’aiuto di 5 professori di diverse discipline. “Domenico De Masi. Un libro, un corso” permetterà ai partecipanti di conoscere in modo approfondito il pensiero, il metodo conoscitivo e le proposte culturali di uno degli studiosi italiani più acuti per quel che riguarda l’indagine sul futuro. Mappa Mundi. Modelli di vita per una società senza orientamento è il libro con cui proseguiamo questo viaggio aperto a tutti coloro che vogliono comprendere lo spirito che guida la Scuola del Fatto. Mappa Mundi rappresenta una straordinaria guida orientativa per conoscere i principali modelli di società in atto nel mondo, da quello indiano a quello cinese, da quello ebraico a quello musulmano, per metterli a confronto e poterli “misurare” dal punto di vista del loro avanzamento culturale, tecnologico, politico ed economico. Riconoscere quali siano i modelli di società più efficaci, anche in vista di nuove proposte politico-economiche, sarà certamente uno degli scopi del corso, che si avvarrà di economisti, storici, sociologi, esperti dei diversi Paesi e che, nel loro insieme, andranno a delineare in 5 lezioni un vero e proprio affresco mondiale. L'articolo Un libro, un corso: Mappa Mundi. La lezione di Alessandro Aresu: “La grandezza composta. il modello cinese” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La Cina costruisce ponti? Lì non hanno sindacati, Tar e Corte dei Conti. Fanno e buonanotte”: il ministro Salvini elogia Pechino
Codice della strada, limite dei 30 chilometri orari nelle città (“no all’ideologia di chi fa la guerra a macchine e motorini”), treni e infrastrutture. Matteo Salvini ha rilasciato un’intervista a Massimiliano Ossini, a UnoMattina, su Rai1, toccando alcuni degli argomenti vicini al suo operato da ministro dei Trasporti e di cui si è occupato in più di tre anni di governo. “Siamo tra i Paesi Ue più avanti dal punto di vista della sicurezza e della sicurezza” ha detto rispetto alla mobilità su rotaia. Per poi aggiungere: “Sono andato in Cina dove i treni vanno a 400km/h, il ministro cinese mio omologo ha qualche difficoltà in meno a fare i ponti, le gallerie, lì non è che hai i sindacati, le opposizioni, la Corte dei conti, il Tar, se decide di farlo lo fanno e buonanotte”. “Stiamo investendo centinaia di milioni di euro per cambiare le carrozze degli Intercity, dell’Av, ho chiesto anche di avere più attenzione per gli animali che viaggiano in treno”, ha concluso Salvini. Nel video qui sotto, il riferimento alla Cina è a 8.40. L'articolo “La Cina costruisce ponti? Lì non hanno sindacati, Tar e Corte dei Conti. Fanno e buonanotte”: il ministro Salvini elogia Pechino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un’auto elettrica su 5 venduta in Italia è “made in Cina”. L’alert della Uilm: “L’invasione è realtà, il governo si muova”
Ogni cinque auto elettriche vendute in Italia nel 2025, una era cinese. Una percentuale che fa dire alla Uilm: “L’invasione diventa realtà”. Il sindacato ha elaborato i dati Unrae notando come lo scorso anno sia stato quello del boom delle vetture ecologiche “made in China” che vanno verso un dominio del mercato, con una crescita del 336% in un contesto che ha visto lievitare le vendite del 44 per cento. Negli scorsi dodici mesi sono state vendute in Italia 94.973 auto elettriche, quasi 30mila in più rispetto al 2024 quando ne furono vendute 65.989. E le cinesi? Sono passate da 4.200 unità a 18.300, triplicando la quota di mercato nel contesto della motorizzazione green dal 6,4 al 19%. LA GRANDE CORSA DELLE CINESI Se si allarga il contesto alle vendite totali, i gruppi cinesi – la Uilm ha considerato i marchi Mg, BYD, Omoda&Jaecoo, Leapmotor che fa capo a Stellantis, Dfsk, Lynk&Co, Polestar e Voyah – si assestano al 6,5% con 99mila auto vendute, quando nel 2024 si fermavano al 3% con 47mila unità. E le auto elettriche prodotte in Italia? Sempre più marginali: nel segmento della motorizzazione sono scese dal 3,6% del 2024 all’1,8%, frutto delle appena 1.735 vetture vendute da Stellantis con la 500 elettrica assegnata a Mirafiori. Nel conteggio non sono state inserite le auto di Dr Automobiles, che assembla nelle fabbriche italiane componenti cinesi di Chery, Dongfeng, Jac e Baic. “Per anni abbiamo avvertito il Governo sul rischio dell’invasione di auto cinesi nel nostro mercato e in Europa, grazie a costi più bassi che minano la concorrenza. Oggi, con la nostra ricerca, dimostriamo numeri alla mano, che quel rischio è diventato realtà e c’è bisogno di una scossa immediata per evitare un disastro occupazionale, sociale e industriale senza precedenti”, ha spiegato il segretario generale della Uilm Rocco Palombella. SOLO DUE AUTO ITALIANE TRA I 50 MODELLI PIÙ VENDUTI Anche perché dei primi 50 modelli più venduti in Italia nel 2025, appena due sono prodotti nel nostro Paese: la Fiat Panda, regina del mercato domestico, con 102mila vetture sfornate a Pomigliano d’Arco, e l’Alfa Romeo Tonale con 10.700 unità assemblate sempre nello stabilimento campano. Numeri che restano esiziali di fronte alle 1,525 milioni di auto vendute lo scorso anno, in calo del 2,1 per cento rispetto al 2024. “I dati sulle immatricolazioni in Italia delineano un quadro drammatico per l’industria automobilistica nazionale – sottolinea il leader Uilm – Mentre il mercato complessivo registra una piccola flessione e la produzione crolla ai livelli del Dopoguerrra, i gruppi cinesi raggiungono una crescita senza precedenti sia nell’elettrico che nel termico”. PALOMBELLA: “STELLANTIS PORTI QUI NUOVI MODELLI” La corsa dei cinesi, infatti, ha visto le vendite totali aumentare del 110% in un mercato in difficoltà. “Quella che avevamo previsto come un’invasione è diventata realtà – conclude – Siamo in una tempesta perfetta. Senza interventi immediati, rischiamo di perdere una filiera fondamentale. Chiediamo a Stellantis nuovi modelli, prioritariamente ibridi, in tutti gli stabilimenti italiani per rilanciare la produzione e salvaguardare l’occupazione e l’anticipo del piano industriale. Chiediamo all’Unione europea di cancellare le regole assurde del Green Deal e e sostenere la produzione interna prima di considerare la rimozione dei dazi alla Cina. Al Governo diciamo che il tempo delle passerelle è finito”. L'articolo Un’auto elettrica su 5 venduta in Italia è “made in Cina”. L’alert della Uilm: “L’invasione è realtà, il governo si muova” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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