C’è il tempo per virare il No referendario a rinascita della politica?

Il Fatto Quotidiano - Tuesday, March 24, 2026

Mentre la maratona di Enrico Mentana accompagnava l’inarrestabile cavalcata del NO al referendum Nordio-Meloni, il solito avvelenatore di pozzi, il cardinale di Curia Paolo Mieli proseguiva nella sua opera – sorrisetto mellifluo d’ordinanza – da guastatore di qualsivoglia ipotesi stato nascente di fuoriuscita dallo stagno maleodorante dove galleggia la politica. L’ennesimo sgambetto a chi oserebbe disturbare il presente immobile del club a cui il cardinal Mieli si è iscritto da quando ha capito come “va il mondo”, abbandonando chioma e spiriti sessantottardi: l’ordine partitocratico, al cui servizio opera come membro esterno della cosiddetta Casta.

Ecco – dunque – il Mieli novello Iago shakespeariano, manipolatore e consigliere infido, premurarsi di gettare il seme della discordia nel campo (più fatiscente che largo) del lasco coordinamento tra i partiti del NO. Sicché l’invito di Giuseppe Conte, in pieno spoglio referendario, a programmare un percorso per l’appuntamento elettorale 2027 veniva inficiato dall’apparente automatismo tecnico della consacrazione a leader dello schieramento vincente di Elly Schlein; in quanto segretario del Pd, presunta corazzata del fronte progressista. Il tutto dopo l’iniziale mala parata mieliana di buttare là il nome del tuttora oggetto misterioso sindaco di Genova Silvia Salis. Ipotesi bocciata su due piedi da Enrico Mentana, seppure abitualmente molto in linea con il sopire-troncare dell’improvviso sponsor della singolare ospite in casa d’altri (il PD dei cacicchi – i Franceschini e gli Andrea Orlando – che continuano a tenere le chiavi del singolare ostello che ospita i naufraghi di PCI e DC; e che la neo-segretaria prometteva di accantonare, quando ne sarebbe presto finita ostaggio in piena sindrome di Stoccolma).

Ma facendo lo sforzo di accreditare Mieli di un’ipotetica buona fede, vale comunque la pena di ricordare, a lui e a tutti i soci del garden club partitocratico, ciò che davvero significa la vittoria del NO: stop alla pervicace invadenza della corporazione trasversale della politica, che presume di aver ottenuto un’unzione divina con l’accesso al Palazzo del Potere, inteso come incontrollabilità e – dunque – insindacabilità. Per cui – come ha ribadito Andrea Scanzi – la contraerea capace di respingere con insperata efficacia la minaccia nucleare incombente sulla Costituzione degli Stranamore governativi è nata nel Sociale. Non nel Politico della diafana Schlein e dei compagni dalle convinzioni ondivaghe. A questo proposito mi permetto di ricordare che su il Fatto all’epoca diretto da Antonio Padellaro avevo contestato la dichiarazione a favore delle carriere separate dei magistrati da parte dell’allora responsabile giustizia PD chiedendogli “perché continui a fotocopiare le tesi dell’avvocato Ghedini?”. Se la memoria non mi inganna si chiamava Andrea Orlando.

Difatti ben più determinanti per la vittoria sono state voci non provenienti dalla politica come professione. Per cui, se volessimo seguire l’impostazione di Mieli che chiamerebbe chi ha vinto il referendum a guidare la nuova “invincibile armata” (?) liberatrice dalla ultra-destra meloniana, dovremmo rivolgerci ai testimonial scesi in campo contro l’orda anticostituzionale. E fare i nomi – primi fra tutti – dei Nicola Gratteri e dei Marco Travaglio. Combattenti di cui sarei portato a escludere la disponibilità a impelagarsi nella politica politicante. Sicché, stante l’inguardabilità del personale di governo e l’inaffidabilità di quello all’opposizione, sarebbe urgente aprire cantieri di riflessione sulle condizioni di un New Deal della politica; dai criteri di selezioni alle modalità per organizzare in maniera meno stereotipata il rapporto tra rappresentanza e partecipazione. Con le indispensabili tabule rase e i conseguenti, radicali, ricambi. La rinascita della politica a misura di una democrazia rifondata, senza la quale tra un anno saremo costretti a sorbirci questa immangiabile ribollita o ritornare al non voto.

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