Riecco tutta la destra cavalcare la scarcerazione dei manifestanti arrestati per
gli scontri al corteo a Torino per rilanciare la campagna del Sì al Referendum
sulla giustizia. Una vera e propria fake news, considerando i fatti e quanto
previsto dalle norme (che i magistrati sono obbligati ad applicare). Già nei
giorni scorsi, sempre sulla manifestazione per Askatasuna, c’era stato un
surreale post del Comitato “Sì Riforma”: “Chi ha pestato il poliziotto vota No
al referendum”, si leggeva. Oggi, invece, Fratelli d’Italia, con un post sul suo
profilo social ufficiale, pubblica un titolo dell’Ansa: “Scontri a Torino: gip,
due liberi con obbligo di firma” e poi la grafica “Sì, per fermare questo
scempio“. Matteo Salvini rilancia: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al
referendum sulla Giustizia è un dovere morale“. Sulla stessa falsariga
l’intervento dell’azzurro Maurizio Gasparri. In pratica, secondo i partiti di
governo, con la riforma Nordio tutto questo non accadrà più. Ma è così?
Assolutamente no.
LA DECISIONE DEL GIP E LA RICHIESTA DEL PM
Basta considerare un aspetto non certo irrilevante: la procura aveva chiesto la
misura cautelare in carcere, mentre il giudice per le indagini preliminari ha
valutato e deciso diversamente. La vicenda riguarda i tre arrestati per gli
scontri avvenuti il 31 gennaio scorso al termine della manifestazione contro lo
sgombero del centro sociale Askatasuna: il gip ha deciso per due di loro (un
35enne e un 31enne accusati di resistenza a pubblico ufficiale) la scarcerazione
e ha applicato la misura cautelare dell’obbligo di presentazione quotidiana alla
polizia giudiziaria. Un terzo manifestante – il 22enne ritenuto uno dei
componenti del gruppo che avrebbe aggredito l’agente Alessandro Calista – è
finito invece agli arresti domiciliari. Quest’ultimo è accusato anche di
concorso in lesioni personali aggravate e rapina. Quindi gip e pm, come spesso
accade, hanno anche in questo caso preso delle decisioni differenti. Aspetto che
dimostra come le funzioni in Italia siano già ben distinte. Utilizzare questa
vicenda per spingere sul Sì alla riforma sulla separazione delle carriere è
alquanto illogico.
LA SCELTA DELLE MISURE CAUTELARI
Ma magari in qualche passaggio della riforma Nordio è previsto che in casi come
questo gli indagati non potranno essere più scarcerati? Assolutamente no.
L’eventuale entrata in vigore delle nuove norme non cambierebbe nulla. In caso
di arresto, come attualmente previsto, la procura richiede la convalida al gip,
che fissa un’udienza e poi decide sulla legittimità dell’arresto e su eventuali
misure cautelari. Per decidere sulla loro applicazione devono sussistere gravi
indizi di colpevolezza ed essere concrete e attuali le esigenze cautelari:
quindi almeno uno tra rischio di inquinamento probatorio, pericolo di fuga o
reiterazione dei reati. Ma quale scegliere tra le misure cautelari, che vanno
dal carcere all’obbligo di firma o divieto di dimora? Lo dice l’articolo 275 del
Codice di procedura penale: va valutato caso per caso, “ogni misura deve essere
proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene
possa essere irrogata”, tenendo conto che “non può essere applicata la misura
della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il
giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione
condizionale della pena“. Niente carcere anche se “il giudice ritiene che,
all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre
anni“. Vige anche il principio di adeguatezza, cioè dovrà essere scelta la
misura meno gravosa per l’imputato tra quelle idonee a fronteggiare le esigenze
ravvisate. I due scarcerati con obbligo di firma sono accusati di resistenza a
pubblico ufficiale, un reato che prevede – in caso di condanna – una pena da un
minimo di sei mesi a un massimo di cinque anni. Ma l’obbligo di firma è
adeguato? Questo lo deve decidere il gip. Solo per completezza, nel gennaio del
2025 la Corte di Cassazione ha annullato una misura cautelare di divieto di
dimora a una persona accusata di concorso in resistenza a pubblico ufficiale,
ritenendola sproporzionata rispetto alla condotta contestata.
LA POSIZIONE DI NORDIO SUL CARCERE PREVENTIVO
Ma quindi la destra vorrebbe comunque tutti gli indagati in carcere? Non
proprio. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio continua a contestare che in
Italia c’è un uso, a suo avviso, eccessivo di custodia cautelare in carcere:
“Noi abbiamo intenzione di intervenire per limitare il più possibile la
carcerazione preventiva in ossequio alla presunzione di innocenza“, sottolinea.
Lo stesso ministro che ha introdotto l‘interrogatorio preventivo prima
dell’arresto. L’effetto di questa norma è che in questi anni decine di presunti
criminali si sono dati alla fuga, o peggio, scoprendo dalle carte chi li aveva
denunciati, hanno minacciato i testimoni: l’ultimo caso raccontato dal Fatto
riguarda un’indagine per traffico di droga a Bergamo.
GLI ALTRI CASI
Comunque sia, almeno per i manifestanti accusati di resistenza a pubblico
ufficiale il governo pretende il carcere. Il capogruppo di Forza Italia
Gasparri, per il caso di Askatasuna, rispolvera il concetto di toghe
politicizzate: “Questo è un ulteriore episodio di uso politico della giustizia.
È una vergogna”, dichiara. Ma decisioni simili in realtà sono state prese spesso
da tanti giudici, anche quando non riguardano manifestazioni politiche. Ad
esempio per gli scontri tra tifosi prima di Bologna-Celtic del 22 gennaio un
tifoso scozzese è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale aggravata:
il giorno dopo l’arresto è stato convalidato ma è stata emessa la misura del
divieto dimora. Un esempio recente di tanti altri che potrebbero essere
elencati. Un’ennesima conferma che in questa vicenda la separazione delle
carriere non c’entra nulla e che la riforma di Nordio non cambierà niente.
L'articolo “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di
Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Referendum Giustizia
“Il Comitato del Sì per il referendum sulla giustizia dice che i violenti di
Torino votano No? Oggi veramente è arrivata una nota dei neofascisti di Casa
Pound, che dicono che votano Sì. E lo slogan è “Falli piangere, vota Sì”.
Quindi, mi sembra che quelli che votano Sì non siano ben accompagnati“. Sono le
parole pronunciate a Dimartedì (La7) dalla segretaria del Pd Elly Schlein,
commentando la card social che è stata diffusa Comitato “Sì Riforma” e che
collegava i responsabili dell’aggressione a poliziotto negli scontri di Torino
al fronte del No al referendum.
Schlein osserva: “Questa è la dimostrazione di come questo utilizzo sia del
tutto strumentale. Davanti a fatti gravi le istituzioni devono unire e non
dividere”.
La leader del Pd commenta poi un montaggio che unisce le dichiarazioni del
ministro della Giustizia Carlo Nordio, della senatrice e responsabile Giustizia
della Lega Giulia Bongiorno e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se
il Guardiasigilli e la parlamentare leghista smentiscono che la riforma Nordio
renda la giustizia più veloce ed efficiente, Meloni dice il contrario.
Schlein commenta sorridendo: “Si mettessero d’accordo tra di loro, le persone
non si fanno prendere in giro. Questa riforma, lo dice Nordio, non renderà più
efficiente la giustizia per i cittadini italiani, non renderà più veloci i
processi, non assumerà 12mila precari della giustizia che il governo rischia di
lasciare a casa da giugno. Allora a chi serve questa riforma? L’ha detto molto
chiaramente Meloni – spiega – quando la Corte dei Conti ha bocciato il ponte
sullo Stretto di Messina. Meloni ha detto: questa è una intollerabile invadenza,
adesso vi facciamo vedere chi comanda. Questa riforma è voluta da un potere che
vuole le mani libere e pensa che prendere un voto in più alle elezioni li
legittimi a non essere mai giudicati“.
E aggiunge: “Questa è una riforma che non serve ai cittadini. Difendere la
Costituzione serve ai cittadini, perché l’indipendenza della magistratura è a
vantaggio di chi da solo non ha voce, non ha soldi e non ha potere per far
valere le proprie ragioni. Sbaglia chi pensa che sia un referendum sui
magistrati, è un referendum sui diritti di tutti e tutte noi come cittadini –
conclude – La magistratura è indipendente proprio a garanzia di chi altrimenti
non può far valere la sua voce anche davanti agli abusi del potere.
L’indipendenza della magistratura è un valore costituzionale da difendere a
tutela di tutti i cittadini”.
L'articolo Referendum, Schlein sulla card dei Sì coi violenti di Torino:
“Casapound voterà come loro, non sono ben accompagnati”. Su La7 proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Scintille a Otto e mezzo (La) tra il direttore del Fatto Quotidiano Marco
Travaglio e l’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti, portavoce del
Comitato per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia.
Il tema dello scontro è la riforma Nordio, sulla quale Travaglio osserva: “È
strano che quelli che si ritengono vittime dei pm giustizialisti votino tutti
Sì, perché così pensano di vendicarsi. C’è un solo condannato di Tangentopoli
tra quelli famosi che ha detto che vota No ed è Cirino Pomicino. Secondo me, è
il più intelligente e il più sveglio della categoria dei condannati – spiega il
direttore del Fatto – perché ha capito che il pm creato dalla riforma Nordio è
un pm molto più giustizialista di quanto non vengano accusati di esserlo oggi i
pm. Si tratta, infatti, di un pm che non viene più educato, insieme al giudice,
a cercare la verità in maniera imparziale, ma viene educato ad accusare“.
Travaglio ricorda: “È lo stesso ministro della Giustizia Nordio, autore di
questa legge, ripetere che il pm nella sua visione è come quello americano: lo
chiama proprio ‘l’avvocato dell’accusa’. Al contrario, il nostro pm non lo è
affatto, altrimenti io, Sallusti, Annalisa Cuzzocrea saremmo tutti in galera da
anni, perché i pm, invece di archiviare tutte le querele temerarie che ci
vengono fatte, porterebbero a termine tutte le accuse. La loro fissa, infatti,
non sarebbe quella di cercare la verità, e cioè di vedere chi tra il denunciato
e il denunciante ha ragione: farebbero, invece, collezione di rinvii a giudizio
e di condanne”.
E sottolinea: “Noi dovremmo aspettare ogni volta il processo per essere assolti,
mentre adesso, per fortuna, la gran parte delle querele temerarie viene
archiviata perché il pm le butta via dopo aver scoperto che sono farlocche”.
“Le tue vengono archiviate, non le mie – ribatte Sallusti – Tu scambi le querele
che fanno a te con le querele che fanno agli altri giornalisti”.
“Sono uguali le querele”, replica Travaglio.
L’ex direttore del Giornale ribatte: “A te la maggior parte delle querele viene
chiusa in istruttoria, ma non è così per tutti”.
“Ma dipende da quello che hanno scritto”, insorge la conduttrice Lilli Gruber.
Sallusti rilancia: “Quello che scrive Travaglio viene giudicato con grande
attenzione”.
“Quindi Travaglio è coccolato dai ‘magistrati rossi’?”, chiede sarcasticamente
Gruber.
Sallusti rievoca la sua vicenda giudiziaria, quando nel 2012 fu sottoposto a
misura cautelare per l’esecuzione di una condanna definitiva a 14 mesi di
reclusione per diffamazione aggravata a mezzo stampa e omesso controllo come
direttore responsabile. I fatti risalgono al febbraio 2007, quando Sallusti era
direttore di Libero: il giornale pubblicò due articoli su un caso delicato,
riguardante una tredicenne di Torino incinta che aveva interrotto
volontariamente la gravidanza con autorizzazione del giudice tutelare, perché i
genitori erano separati e il padre non era informato.
Uno degli articoli, firmato da Renato Farina con lo pseudonimo Dreyfus,
presentava la vicenda in modo falso e aggressivo, descrivendo un aborto coattivo
imposto dal giudice Giuseppe Cocilovo, definendo i protagonisti (genitori,
medico e magistrato) come ‘assassini’ e auspicando per loro ‘la pena di morte’.
Il giudice tutelare querelò per diffamazione aggravata; Sallusti fu imputato
anche per omesso controllo. Dopo i gradi di giudizio, la Cassazione confermò la
pena detentiva senza sospensione condizionale.
Grazie al decreto svuota-carceri, la pena fu convertita in arresti domiciliari
nel novembre 2012, scontati per circa 21 giorni. Successivamente Sallusti
ottenne la grazia parziale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
che commutò la parte detentiva residua in pena pecuniaria.
Nel 2019 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò l’Italia per violazione
del diritto alla libertà d’espressione, ritenendo la pena detentiva
sproporzionata per un giornalista in un caso di diffamazione, pur confermando la
responsabilità per le falsità pubblicate. Sallusti ricevette 12mila euro di
risarcimento, a fronte di 100mila euro richiesti.
“Io per una querela di un magistrato – afferma Sallusti – sono stato condannato
e arrestato”.
“Sì, perché era stato scritto un grave falso”, commenta Travaglio.
Sallusti ribatte che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato
l’Italia a risarcirlo per ingiusta detenzione e aggiunge: “Quindi, non era vero.
Io sono uno degli italiani che ogni 8 ore viene ingiustamente arrestato”.
“No, no – replica Travaglio – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è
intervenuta sul merito della condanna”.
L'articolo Lite Sallusti-Travaglio. “Io arrestato per la querela di un
magistrato”. “Sul tuo giornale fu scritto un grave falso”. Su La7 proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Botta e risposta a Otto e mezzo (La7) tra il direttore de Il Fatto Quotidiano,
Marco Travaglio, e Alessandro Sallusti, direttore della testata online
politicoquotidiano.it e portavoce del Comitato per il Sì al referendum
costituzionale sulla giustizia.
A sollevare il caso è la conduttrice Lilli Gruber, che chiede conto a Sallusti
della card diffusa sui social dal Comitato “Sì Riforma”, nella quale compare
l’immagine dell’aggressione al poliziotto durante gli scontri di Torino del 31
gennaio 2026, accompagnata dalla scritta “Loro votano no”.
“Voi scrivete che gli autori delle violenze di Torino votano No al referendum –
domanda ironicamente la giornalista – Allora mi è venuta questa curiosità: li
avete identificati e intervistati questi violenti?“.
Sallusti risponde: “Il fatto che chi ha organizzato quella manifestazione vota
No è ufficiale”.
Travaglio scoppia a ridere e interviene: “Sì certo, Askatasuna”
L’ex direttore del Giornale prosegue, confondendo il direttore del Fatto con
Roberto Saviano: “La nostra era una risposta a Marco Travaglio il quale ha
scritto e sostenuto che chi vota sì è complice della mafia. O era anche una
risposta a Saviano, se vuoi”.
Travaglio replica, sbigottito: “E vabbè, ma ci sarà anche una differenza tra me
e Saviano“.
Sallusti rilancia: “Allora spiegami perché il No può fare questi accostamenti
paradossali e il Sì non può farli. Tu hai sostenuto che chi vota no è un nemico
della democrazia e addirittura favorisce la mafia”.
Il direttore del Fatto ribatte: “Mi hai confuso con Saviano, che ha parlato dei
danni per le indagini di mafia. Saviano peraltro non ha detto che chi vota Sì
sta con la mafia, e quindi è complice della mafia. Ha scritto un articolo di
un’intera pagina su Repubblica per spiegare come mai, secondo lui, questa
riforma indebolirebbe le indagini di mafia. Io non l’ho mai scritto”.
E aggiunge: “In ogni caso, credo che quelli di Askatasuna non vadano a votare.
Credo anche che quelli che hanno menato in piazza siano in gran parte stranieri
e vengano tutti da paesi dove le carriere sono già separate e dove probabilmente
non si fanno referendum come il nostro. Ma, comunque, il No al referendum non
c’entra proprio niente con quello che è successo a Torino“.
Sallusti insiste: “Ma neanche la mafia c’entra niente”.
“Ma perché continui a chiedermi conto di un articolo di Saviano? – controbatte
Travaglio – Quando sarà presente Roberto Saviano, che ha scritto delle cose
secondo me condivisibili, ma che non dicono che chi vota Sì è con la mafia,
glielo dirai”.
L'articolo Referendum, Travaglio smonta la tesi di Sallusti e la card del
Comitato Sì: “Il No non c’entra niente con Torino”. Su La7 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La nostra è una Costituzione meravigliosa, vi invito tutti a difenderla al
prossimo referendum“. Queste le parole dell’attore Elio Germano, in vista del
voto del 22 e 23 marzo sulla giustizia, nel corso della proiezione speciale a
Roma del film documentario “Disunited Nations” di Cristophe Cottaret,
partecipando a un dibattito insieme alla vicedirettrice del Fatto Quotidiano,
Maddalena Oliva, alla relatrice speciale Onu per la Palestina e i Territori
Occupati, Francesca Albanese, e allo scrittore Matteo Nucci.
Germano, già protagonista negli scorsi mesi di uno scontro con il ministro della
Cultura Alessandro Giuli e critico verso diversi provvedimenti del governo, come
il ddl Sicurezza, contesta così anche la legge Nordio, in vista del referendum
confermativo. “Bisogna mantenere il pensiero critico per non cadere nelle
propagande. E ancora vi ricordo che a una grande propaganda siamo destinati, che
è quella dell’appuntamento referendario, quindi in questo senso liberiamoci
dalle propaganda e cerchiamo di pensare con la nostra testa”.
L'articolo Referendum, l’appello di Elio Germano: “Andate a difendere la
Costituzione. Serve spirito critico contro la propaganda” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una lettera indirizzata a tutti i parlamentari per chiedere un intervento
legislativo urgente che permetta a lavoratori e studenti fuori sede di votare
nel comune di domicilio in occasione del referendum del 22 e 23 marzo sulla
riforma Nordio. A sottoscrivere l’appello i portavoce di tutti i comitati per il
No: il costituzionalista Enrico Grosso e il giudice Antonio Diella per il
comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, il
fisico Giovanni Bachelet per quello della società civile, Franco Moretti a nome
degli “Avvocati per il No” e Carlo Guglielmi per il comitato promotore della
raccolta firme popolare per il referendum.
“Oltre cinque milioni e mezzo di persone – studenti, lavoratori precari, malati
costretti a curarsi lontano dalla propria residenza, cittadini che vivono
temporaneamente in un’altra regione – rischiano di essere di fatto esclusi dalla
partecipazione democratica. Non per disinteresse, non per scelta, ma per
ostacoli economici e logistici che rendono proibitivo affrontare un viaggio solo
per votare”, si legge nella lettera. “Compito delle istituzioni”, sottolineano i
rappresentanti dei comitati, “è incentivare la partecipazione: in un momento
storico in cui l’affluenza alle urne diminuisce in modo preoccupante, escludere
milioni di persone dal voto non è solo un problema tecnico, ma un vulnus
democratico. Il diritto di voto non può diventare un privilegio riservato a chi
ha tempo e risorse economiche per spostarsi”.
Nei giorni scorsi il governo ha bocciato gli emendamenti dell’opposizione
(+Europa, Pd, M5s, Avs, Iv e Azione) al decreto Elezioni che chiedevano di
confermare la sperimentazione del voto fuori sede, già messa in campo alle
Europee del 2024 (ma solo per gli studenti) e poi ai referendum su cittadinanza
e lavoro dello scorso anno: per la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro
(Fratelli d’Italia) ripetere la procedura stavolta non è possibile per “problemi
tecnici dovuti ai tempi“. Per esercitare il diritto di voto nel comune di
domicilio, però, esiste anche un’altra strada, quella di accreditarsi ai seggi
come rappresentanti di un partito o di un comitato: in questo senso, Alleanza
Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle hanno già annunciato che riserveranno agli
elettori fuorisede i posti a propria disposizione.
(Iscriviti a “Preferirei di No”, la newsletter settimanale gratuita del Fatto
Quotidiano sui temi del referendum)
L'articolo Referendum, l’appello dei comitati del No per il voto fuori sede. E
M5s e Avs offrono posti da rappresentante di lista proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Il governo non dà ordini alla magistratura e forse bisognerebbe ricordare alla
presidente del Consiglio che in questo paese vige ancora l’obbligatorietà
dell’azione penale, perché i magistrati sanno perfettamente che cosa devono fare
e quali norme applicare”. È il messaggio lanciato a Tagadà (La7) da Rosy Bindi a
Giorgia Meloni, intervenendo sugli scontri avvenuti a Torino durante il corteo
nazionale per il centro sociale Askatasuna.
Per l’ex ministra la violenza esplosa in piazza viene utilizzata politicamente,
soprattutto in vista del referendum sulla giustizia. Bindi parte da una premessa
che rivendica con forza: “Io ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nei
nostri servizi, ed è proprio per questo che mi chiedo se sia possibile che non
si sappia che quando si verificano queste manifestazioni arrivano sempre questi
gruppi violenti, se davvero non siamo in grado di fermarli prima o di evitare
quello che abbiamo visto a Torino”.
E sottolinea: “Il rischio concreto è che a prendere una manganellata siano uno
studente, una suora o un anziano, mentre questi signori riescono a evitare il
blocco della polizia”. Una dinamica che, ricorda, “si ripete da Genova in poi e
che continua a segnare questo paese”.
Nel suo intervento, l’ex presidente della Commissione Antimafia respinge l’idea
che la risposta possa essere affidata esclusivamente alla repressione: “I centri
sociali non si risolvono con gli sgomberi, ma con il dialogo e con il confronto,
cercando di capire quali problemi si annidano in una società che finisce per
produrre, in tutte le grandi città, luoghi di aggregazione che non possono
essere preventivamente criminalizzati. Il problema casa esiste – sottolinea – il
problema lavoro esiste. Immaginare pacchetti di sicurezza, aumentare le norme e
aggiungere pene non risolve la questione”. Un approccio che, secondo l’ex
ministra, “non fa parte della cultura di questa destra”.
Il passaggio più duro riguarda però il rapporto tra politica e magistratura.
Bindi critica le parole della premier che invita i giudici a valutare gli
episodi di violenza “senza esitazioni”: “So che vogliono togliere
l’obbligatorietà dell’azione penale, lo hanno detto molte volte. Questa sarebbe
la seconda fase, che spero non ci sarà perché al referendum sulla riforma Nordio
vinceremo con il No“.
Bindi denuncia il fatto che l’attacco del governo Meloni ai magistrati sia ormai
sistematico: “In ogni circostanza si usa quello che accade per fare propaganda,
arrivando persino ad aprire un caso diplomatico con la Svizzera perché non si
condivide il modo in cui agisce la magistratura svizzera. Si vuole lisciare il
pelo a quella parte del paese convinta che le forze dell’ordine individuino i
delinquenti e che poi siano i magistrati a liberarli”.
L’invito conclusivo è a riportare il confronto su un terreno di competenza e
responsabilità: “Servono conoscenza dei processi, conoscenza della legge e
conoscenza delle situazioni concrete, perché problemi gravi come questi vanno
affrontati seriamente e non utilizzati a fini di propaganda politica“.
L'articolo Scontri a Torino, Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordini alla
magistratura, esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”. Su La7 proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Voterò NO alla separazione delle carriere perché credo nell’indipendenza della
magistratura e nell’equilibrio del processo penale tra accusa e difesa.
Quest’affermazione farà storcere il naso a qualcuno, ma se sostenere la riforma
è un diritto, e noi avvocati del diritto ne siamo i primi cultori e difensori,
lo è altrettanto contestarne il principio con consapevolezza, provando a
spiegare, in brevi battute, cosa si può celare dietro una riforma che non
separerebbe semplicemente due funzioni.
Attraverso le domande che mi pongono alcuni amici, riconosco l’assenza, nel
dibattito pubblico, di un’analisi giuridica, tradotta in termini semplici,
attraverso la quale la politica dovrebbe parlare alla gente comune, per
spiegarle anche quali assetti costituzionali potrebbero essere modificati con
questa riforma.
Nel nostro ordinamento abbiamo già, di fatto, due funzioni separate: c’è un
pubblico ministero che rappresenta l’accusa e un giudice terzo che giudica. Non
vi è alcuna promiscuità tra i due ruoli. È vero che per accedere alla
magistratura il percorso è unico ed è anche vero che il passaggio da una
funzione all’altra è ancora possibile, ma con gli anni è divenuta una prassi
residuale e la selezione è molto rigorosa: può avvenire una sola volta ed entro
un breve limite temporale, stabilito dalla legge, dall’ingresso in magistratura.
Inoltre, il Consiglio Superiore della Magistratura prima valuta il curriculum,
la competenza professionale e l’idoneità del richiedente.
Il Csm, l’attuale organo di autogoverno della magistratura, secondo l’articolo
104 della Costituzione, è formato da tre membri di diritto: Presidente della
Repubblica, Presidente della Corte di Cassazione, Procuratore Generale presso la
Corte di Cassazione. Inoltre, da ventiquattro membri elettivi che rimangono in
carica per quattro anni. Sedici dei quali sono magistrati togati che provengono
da diverse funzioni. Otto membri laici eletti dal Parlamento, tra i quali vi
sono professori universitari e avvocati. Tra i membri del Csm, i magistrati
togati sono la maggioranza perché è fondamentale evitare il controllo diretto da
parte della politica. Se dovesse passare questa riforma gli organi di
autogoverno della magistratura saranno due ma nella sostanza cambierà la loro
composizione. È previsto, ad esempio, lo strumento del sorteggio per la quota
dei magistrati. Ciò significa indubbiamente lasciare al caso la professionalità
e la competenza dei suoi componenti.
A ben vedere, il punto centrale di questa riforma non è la terzietà del
giudicante, quella è già garantita. In gioco c’è soprattutto l’indipendenza del
magistrato inquirente.
C’è chi potrebbe sollevare delle obiezioni, contestandomi che nel testo della
riforma non c’è un articolo che confermi questa mia preoccupazione. In realtà,
non trovo una espressa previsione che sia in grado di sottrarre, in futuro,
l’organo inquirente da un potenziale indirizzo politico.
L’articolo 101 della Costituzione prevede che “I giudici sono soggetti soltanto
alla legge”. Questa garanzia, oggi, si estende anche al pubblico ministero in
forza dell’unità della magistratura e del collegamento tra gli articoli 104,
105, 107, 108 e 112 della nostra Costituzione. Finché pubblici ministeri e
giudici fanno parte dello stesso ordine costituzionale, condividono le stesse
garanzie di indipendenza. Ottenuta la separazione delle due funzioni per il
pubblico ministero verrebbe meno il suo inserimento in quel sistema di tutele
costituzionali.
La riforma sulla separazione delle carriere si limita a delineare l’esistenza e
la struttura essenziale dei due organi di autogoverno: Consiglio Superiore della
magistratura giudicante e requirente, senza blindarne l’architettura interna.
Non sono fissate in Costituzione le regole decisive sul numero dei magistrati e
sui meccanismi di selezione che vengono invece demandati alla legge ordinaria.
Non intendo dire che il pubblico ministero diventi formalmente dipendente dal
governo, ma che la sua indipendenza non sia più una garanzia costituzionale
diretta. È questo uno dei rischi reali della riforma: spostare l’asse delle
garanzie del pubblico ministero dal livello costituzionale a quello legislativo,
rendendo possibile un condizionamento indiretto attraverso, ad esempio, regole
su carriere, incarichi, uffici e progressioni professionali.
In sostanza, sebbene nella forma i doveri del pubblico ministero rimarranno gli
stessi, la sua indipendenza non sarà più blindata e a quel punto non servirà
violarla, basterà condizionarla.
L'articolo Referendum, in gioco non c’è la terzietà del giudicante ma
l’indipendenza del magistrato inquirente proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’Appello di Napoli, il
confronto tra magistratura ed esecutivo entra immediatamente nel vivo. In prima
fila siede il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano,
che nel suo intervento evoca lo storico Alessandro Barbero e invita i magistrati
a “non demonizzare chi sostiene tesi opposte alle proprie, con slogan che
perfino i social network, non sospettabili di vicinanza al governo, qualificano
come fake e in qualche caso sono arrivati a rimuovere”. Un monito accompagnato
da una non convincente rassicurazione politica: “Se viene confermato il disegno
di legge, non sarà l’Apocalisse”.
La replica del procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, arriva puntuale
e si struttura fin dall’esordio come una risposta diretta al rappresentante del
governo. “Desidero rivolgere un saluto particolare al sottosegretario Alfredo
Mantovano che, con ponderate parole che io non condivido, ha illustrato il suo
punto di vista”.
Il magistrato apre il suo intervento richiamando un episodio che segna
simbolicamente l’avvio del nuovo anno giudiziario: “Il 2026 si è aperto per i
nostri uffici con un colpo d’arma da fuoco esploso contro la finestra di un
ufficio della Procura Generale. Abbiamo apprezzato il ministro dell’Interno che
ha prontamente stigmatizzato con fermezza l’accaduto, definendolo un atto
gravissimo, e apprezziamo veramente di cuore le numerose manifestazioni di
solidarietà che sono venute dall’avvocatura, dalla magistratura, dalle
istituzioni, dalla politica e dai cittadini”.
Ma il grave episodio, avverte il procuratore generale, non può essere liquidato
come un fatto isolato: “Ci deve far riflettere su due aspetti. Il primo aspetto
è dato dalle crescenti campagne denigratorie contro i magistrati, e mi dispiace,
probabilmente non siamo solo noi a demonizzare, ma anche gli altri. Il secondo
elemento è la sempre più ampia diffusione di armi. Assistiamo veramente con
grande preoccupazione a queste martellanti campagne denigratorie contro i
magistrati, che si trasformano, al di là dell’intenzione, velocemente in
campagne d’odio”.
Policastro descrive un’escalation che travalica il piano del confronto
democratico: “La discussione diventa aggressione, la divergenza diventa
delegittimazione, i social amplificano e deformano. Con amarezza abbiamo
registrato in questo tribunale aggressioni verbali e addirittura fisiche ai
magistrati, e continuano”.
Il punto fermo resta il ruolo costituzionale della magistratura: “Deve essere
chiaro che i magistrati non rispondono né alla piazza né al potere, il
magistrato risponde soltanto alla legge. È un impegno che abbiamo assunto quando
abbiamo giurato sulla Costituzione, e lo faremo. Il magistrato non rema contro
nessuno, ma garantisce i diritti costituzionali delle persone”.
E avverte: “Questo clima purtroppo va peggiorando nell’avvicinarsi alla scadenza
referendaria. Io ho già espresso in due occasioni la mia contrarietà netta a
questa riforma”. E chiarisce il senso dell’intervento pubblico della
magistratura: “Non si demonizza niente, ma si riflette insieme, ed è un
contributo, penso, doveroso e dovuto da parte della magistratura”.
Nel merito della riforma, il giudizio è severo e articolato: “Un sorteggio
sbilanciato, con uno sdoppiamento e con la separazione delle carriere, un
sorteggio che favorisce i componenti della politica oggettivamente, l’Alta corte
disciplinare, composta in un determinato, produrranno, a mio parere, un
indebolimento della giustizia con un diverso equilibrio tra i poteri e
sicuramente nessun beneficio per la giustizia e per i cittadini”. Un passaggio
sul quale, aggiunge, manca una spiegazione convincente: “Nessuno, fino a oggi,
me l’ha spiegato”.
A sostegno della critica richiama l’autorevolezza del penalista Franco Coppi:
“Lo dice anche un grande giurista come lui: nessuno gli ha mai spiegato come la
separazione delle carriere possa favorire la giustizia”. Le conseguenze
istituzionali sono, secondo Policastro, inevitabili: “È indubbio che uno
sdoppiamento del Csm e quella modalità di elezione dei suoi componenti produrrà
un autogoverno debole. E un autogoverno debole, nei fatti, produce una
indipendenza debole”.
Il procuratore generale richiama poi un episodio parlamentare preciso, la
bocciatura di un ordine del giorno presentato dalla deputata del M5s Valentina
D’Orso il 16 gennaio 2025: “Si chiedeva una cosa molto semplice e minimale, e
cioè che il governo si impegnasse a non interferire nelle indagini e a non
indebolire la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria dal pm.
Quell’ordine del giorno è stato bocciato da chi sostiene oggi questa riforma”.
E sottolinea: “Questo ci preoccupa come segnale culturale, perché era un impegno
minimale, ma ci preoccupa ancora di più, alla luce delle dichiarazioni che
abbiamo ascoltato attoniti dal vicepresidente del Consiglio. Non sono invenzioni
nostre”.
Il riferimento è ad Antonio Tajani, che lo scorso 25 gennaio, durante un evento
di Forza Italia a Roma per promuovere il Sì al referendum, ha sostenuto che la
separazione delle carriere non basta, proponendo di aprire un dibattito su
ulteriori passi: rafforzare la responsabilità civile dei magistrati e “liberare
la polizia giudiziaria dal controllo dei pm”.
Lo sguardo del magistrato, quindi, torna quindi al referendum: “L’appuntamento
referendario, sono convinto, è importante. Auspico veramente una grande
partecipazione del popolo, che la nostra Costituzione riconosce come sovrano,
non soltanto quando va a votare le politiche, ma anche quando va a votare ai
referendum. Sono d’accordo con il sottosegretario Mantovano, che il governo
abbia il diritto e il dovere di adempiere al mandato chi gli hanno dato i propri
elettori”.
Ma rivendica un contrappeso democratico altrettanto legittimo: “Al tempo stesso
c’è il diritto e il dovere del popolo di esprimersi su quelle riforme”.
Il finale è un appello al rispetto reciproco e alla libertà di parola della
magistratura, con una bordata alla stampa anti-magistratura e al governo Meloni:
“Spero che il confronto divenga rispettoso, che non ci troviamo un giorno sì e
un giorno no con campagne di stampa dirette, non al merito, ma a delegittimare
uno per uno i magistrati ogni giorno. Vorremmo anche avere il diritto di
esprimere il nostro pensiero, anche se siamo magistrati”.
L'articolo Referendum, il procuratore generale Policastro al governo: “Basta con
la delegittimazione e le campagne denigratorie contro i magistrati” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il Sì in vantaggio di sei punti sul No, con un quarto dell’elettorato ancora
indeciso su cosa votare o direttamente se recarsi o meno alle urne. Dopo il
“pareggio tecnico” stimato da Ixé, un altro sondaggio dà la partita del
referendum sulla riforma Nordio ancora molto aperta a cinquanta giorni dal voto
del 22 e 23 marzo. Secondo una rilevazione dell’istituto Demopolis, condotta dal
28 al 30 gennaio su un campione di duemila intervistati, il 39% degli italiani è
orientato a confermare la modifica costituzionale approvata dalle Camere, il 35%
a bocciarla, mentre un 26% non ha ancora preso posizione e/o non sa se andrà a
votare. Scorporando questa quota e considerando solo chi si è espresso, il Sì è
stimato al 53%, il No al 47%. Un distacco molto inferiore alla media di quelli
stimati dai sondaggi delle ultime settimane, che in alcuni casi superavano
ampiamente i dieci punti.
La tendenza all’aumento dei contrari, d’altra parte, emerge anche dalla media
bisettimanale delle rilevazioni curata dall’istituto Bidimedia sondaggi: tra il
15 e il 19 gennaio il No ha recuperato 1,8 punti sul Sì, attestandosi al 43,7%
contro il 56,3% (media tra il 50,1% di Ixé e il 62,8% stimato da Lab21 per
Affaritaliani). La campagna referendaria, però, ha ancora margini enormi per
orientare gli elettori: sondaggio Demopolis emerge che solo un terzo degli
italiani (il 34%) afferma di conoscere i principali contenuti della riforma
approvata dalle Camere, il 21% “solo genericamente”, mentre il 45% non li
conosce affatto. Già adesso, però, la maggioranza degli intervistati è convinta
che la riforma “non migliorerà il funzionamento complessivo del sistema
giudiziario in Italia”: risponde così il 51%, contro un 35% secondo cui invece
avrà un effetto positivo e un 14% che non si esprime in merito.
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riforma Nordio “non migliorerà la giustizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.