Non solo il trionfo del No è stato trascinato da giovani e studenti. Il
referendum sulla giustizia segna il ribaltamento anche di un altro stereotipo
italiano. Le Ztl delle grandi città sono schierate per il Sì. Dalla lettura dei
risultati sezione per sezione, infatti, viene fuori un quadro abbastanza
evidente. In tutti i capoluoghi di regione vince il No, anche in quelli
amministrati dal centrodestra o nelle tre regioni (Lombardia, Veneto e Friuli
Venezia-Giulia) dove i favorevoli alla riforma hanno superato i contrari.
Nonostante questo, però, nei quartieri più ricchi della città sono i Sì a
prevalere.
Un elemento che accomuna quasi tutte le metropoli italiane. E che è anche
visivamente percepibile nelle mappe elaborate da Gabriele Pinto, economista e
data scientist, sovrapponendo i dati del Viminale sui seggi elettorali alla
geografia delle principali città italiane : il blu rappresenta il vantaggio del
Sì, mentre le gradazioni di viola il vantaggio del No fino all’arancione e il
giallo, con i contrari sopra il 60%.
Nella Capitale, ad esempio, il centro storico e la zona dei palazzi della
politica segnano un vantaggio dei Sì, così come ai Parioli. Negli altri rioni di
Roma e nelle periferie è invece il No a passare in vantaggio, con percentuali
anche molto elevate. E i confini stradali o fisici, come il Tevere, segnano un
punto di passaggio, un confine tra il vantaggio del Sì e quello del No. Stesso
discorso per Milano. Qui addirittura è geometricamente racchiusa nella prima
cerchia, quella del centro storico e dell’Area C, la zona dove gli elettori si
sono espressi in maggioranza a favore della riforma. Gli altri quartieri e le
periferie però spingono il No che, in totale, nell’intera città supera così il
58%.
Simile è ciò che avviene a Torino. Il Sì è in vantaggio nelle sezioni della
centralissima piazza San Carlo e nel quartiere di Crocetta, celebre per i suoi
edifici in stile Liberty. Anche a Genova i favorevoli alla riforma della
giustizia si concentrano nelle zone più ricche, come nell’elegante quartiere
residenziale di Albaro. Questa volta, pertanto, sono le Ztl ad andare in
soccorso del governo di Giorgia Meloni per confermare la riforma della
separazione delle carriere, senza però raggiungere l’obiettivo.
L'articolo Il referendum ribalta un altro stereotipo: il Sì avanti nelle Ztl e
nei quartieri ricchi delle grandi città proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Referendum Giustizia
Il referendum sulle modifiche costituzionali che si è appena chiuso è un
referendum con un’importanza decisamente maggiore di tutti i precedenti, pur
sempre sulla Costituzione, che ci sono stati negli scorsi anni. Questo perché
oggi, nel 2026, viviamo al crocevia di una serie di crisi gravi e convergenti
mai viste prima. Le guerre, la crisi climatica, la rivoluzione dell’Intelligenza
Artificiale con le sue conseguenze sul lavoro e sugli esseri umani. Il
diffondersi di un tecno-populismo che vede uomini sempre più ricchi, tutti
maschi, bianchi e quasi tutti anziani, esaltare da un lato la tecnologia nelle
sue forme estreme e dall’altro aggredire i principi democratici, i diritti
civili, la parità di genere, con una sconvolgente mancanza di empatia. In questo
scenario, buona parte dei cittadini italiani, giustamente accompagnati da paure
di ogni sorta, attraverso questo referendum chiedevano a chi li governa
soprattutto una cosa. Protezione dalle guerre e dai potenti senza empatia e
senza controllo, cioè gestione delle crisi. Un ampliamento delle tutele, sotto
tutti i fronti: tutele pensionistiche, tutele se si fanno figli, tutele se si è
malati o si aspetta per ricevere una diagnosi. Una protezione dei salari, i più
bassi d’Europa, di fronte a una inflazione che sta mettendo in ginocchio il ceto
medio.
Nessuno di questi aspetti è stato messo in pratica dal governo Meloni.
L’amicizia con Trump ha danneggiato profondamente il nostro paese (e si è
ritorta contro il governo); le promesse delle destra sociale si sono infrante di
fronte all’aumento dell’età pensionabile, e a riforme grottesche da poche decine
di euro in più al mese o riservate a pochissimi grazie a criteri escludenti.
Nessuna misura per gli stipendi e nessun aiuto sulle bollette, anche perché
l’unico aiuto possibile sarebbe quello di incentivare le rinnovabili (pur con il
nostro paesaggio più complesso di quello spagnolo) e invece ci hanno per
l’ennesima volta legato mani e piedi alle lobby del gas.
Ecco perché, alla fine, questo referendum, che era sulla giustizia, si è
trasformato nel referendum più politico degli ultimi decenni. Un modo per
gridare, basta, non ce la facciamo, dovete cambiare rotta, troppo grandi sono le
tragiche sfide che dobbiamo affrontare. Un referendum pro e contro il governo (e
d’altronde quest’ultimo è stato il primo a volerlo politicizzare).
In questo quadro, c’è stata un’altra importante novità. Il voto dei giovani tra
i 18 e i 65 anni, con oltre il 60% di no. Questo perché i giovani italiani al
governo entrato in carica nel 2022 chiedevano molto di più. Anzitutto, visto che
ogni giorno viene loro impartita la lezioncina sul merito e sulla necessità di
rispettare le regole, sono stati sensibili in particolare ad alcuni aspetti:
l’avere ministri degni di questo nome. Ministri che lasciano il posto se colpiti
da indagini. Ministri che non abbiano rapporti con i mafiosi. Una meritocrazia
vera e non amici e parenti di bassissimo livello piazzati in posti importanti e
cruciali, qualcosa di veramente insopportabile. Di più: i giovani chiedevano e
chiedono anche una modernizzazione del paese urgente e improcrastinabile,
rispetto ai diritti civili – fine vita, diritti delle persone omosessuali,
parità di genere. Tutti aspetti sui quali tra i giovani e questo governo c’è un
abisso, ormai sono due mondi paralleli, pianeti lontanissimi.
Come ha risposto il governo a queste esigenze? Con una anti-meritocrazia
veramente scandalosa. Con una ossessione sulla natalità di stampo novecentesco,
sbagliata e malposta. Ma anche con l’indifferenza verso diritti civili, ad
esempio il rispetto della sofferenza di chi è gravemente malato e non ce la fa
più, il rispetto, e non la discriminazione, dell’orientamento sessuale. Anche,
il riconoscimento, almeno quello, pur magari nella differenza di soluzioni
ipotizzate, del fatto che abbiamo una crisi ambientale senza precedenti. E che,
altro che ecoansia vista come un problema soggettivo, è qualcosa di oggettivo e
che terrorizza ovviamente chi ha tutta la vita davanti. Sono cose ovunque ovvie,
tranne che qui.
Tanti, dunque, i no che i giovani hanno detto attraverso questo voto. No alla
corruzione, no all’anti-meritocrazia, no al negazionismo climatico, no
all’elogio del fossile che ci uccide, no all’incoerenza delle false promesse, no
alla difesa di un modello di famiglia inesistente. No al rifiuto ideologico
della modernità, no alla strumentalizzazione becera dei casi di cronaca o della
presunta criminalità degli immigrati, che forse ha potuto ingannare qualche
anziano con un titolo di studio basso, ma non un giovane che vive in una città e
magari ha in tasca almeno un diploma, se non di più. No, in definitiva, a un
governo di bassissimo livello, letteralmente impresentabile, incapace di farci
sentire al sicuro di fronte alle minacce sempre più grandi e incapace di portare
l’Italia sul terreno che i suoi cittadini meritano. Un terreno fatto di verità,
giustizia, diritti, un ambiente salubre, politici competenti e comunque degni di
questo nome. Come la Costituzione, appunto, afferma. Una Costituzione, lei sì,
modernissima. I giovani lo hanno capito. E in buona parte anche gli altri. E
questa è una bellissima notizia, nonostante tutto.
L'articolo Tutti i No che hanno detto i giovani (non solo alla riforma) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Mentre la maratona di Enrico Mentana accompagnava l’inarrestabile cavalcata del
NO al referendum Nordio-Meloni, il solito avvelenatore di pozzi, il cardinale di
Curia Paolo Mieli proseguiva nella sua opera – sorrisetto mellifluo d’ordinanza
– da guastatore di qualsivoglia ipotesi stato nascente di fuoriuscita dallo
stagno maleodorante dove galleggia la politica. L’ennesimo sgambetto a chi
oserebbe disturbare il presente immobile del club a cui il cardinal Mieli si è
iscritto da quando ha capito come “va il mondo”, abbandonando chioma e spiriti
sessantottardi: l’ordine partitocratico, al cui servizio opera come membro
esterno della cosiddetta Casta.
Ecco – dunque – il Mieli novello Iago shakespeariano, manipolatore e consigliere
infido, premurarsi di gettare il seme della discordia nel campo (più fatiscente
che largo) del lasco coordinamento tra i partiti del NO. Sicché l’invito di
Giuseppe Conte, in pieno spoglio referendario, a programmare un percorso per
l’appuntamento elettorale 2027 veniva inficiato dall’apparente automatismo
tecnico della consacrazione a leader dello schieramento vincente di Elly
Schlein; in quanto segretario del Pd, presunta corazzata del fronte
progressista. Il tutto dopo l’iniziale mala parata mieliana di buttare là il
nome del tuttora oggetto misterioso sindaco di Genova Silvia Salis. Ipotesi
bocciata su due piedi da Enrico Mentana, seppure abitualmente molto in linea con
il sopire-troncare dell’improvviso sponsor della singolare ospite in casa
d’altri (il PD dei cacicchi – i Franceschini e gli Andrea Orlando – che
continuano a tenere le chiavi del singolare ostello che ospita i naufraghi di
PCI e DC; e che la neo-segretaria prometteva di accantonare, quando ne sarebbe
presto finita ostaggio in piena sindrome di Stoccolma).
Ma facendo lo sforzo di accreditare Mieli di un’ipotetica buona fede, vale
comunque la pena di ricordare, a lui e a tutti i soci del garden club
partitocratico, ciò che davvero significa la vittoria del NO: stop alla
pervicace invadenza della corporazione trasversale della politica, che presume
di aver ottenuto un’unzione divina con l’accesso al Palazzo del Potere, inteso
come incontrollabilità e – dunque – insindacabilità. Per cui – come ha ribadito
Andrea Scanzi – la contraerea capace di respingere con insperata efficacia la
minaccia nucleare incombente sulla Costituzione degli Stranamore governativi è
nata nel Sociale. Non nel Politico della diafana Schlein e dei compagni dalle
convinzioni ondivaghe. A questo proposito mi permetto di ricordare che su il
Fatto all’epoca diretto da Antonio Padellaro avevo contestato la dichiarazione a
favore delle carriere separate dei magistrati da parte dell’allora responsabile
giustizia PD chiedendogli “perché continui a fotocopiare le tesi dell’avvocato
Ghedini?”. Se la memoria non mi inganna si chiamava Andrea Orlando.
Difatti ben più determinanti per la vittoria sono state voci non provenienti
dalla politica come professione. Per cui, se volessimo seguire l’impostazione di
Mieli che chiamerebbe chi ha vinto il referendum a guidare la nuova “invincibile
armata” (?) liberatrice dalla ultra-destra meloniana, dovremmo rivolgerci ai
testimonial scesi in campo contro l’orda anticostituzionale. E fare i nomi –
primi fra tutti – dei Nicola Gratteri e dei Marco Travaglio. Combattenti di cui
sarei portato a escludere la disponibilità a impelagarsi nella politica
politicante. Sicché, stante l’inguardabilità del personale di governo e
l’inaffidabilità di quello all’opposizione, sarebbe urgente aprire cantieri di
riflessione sulle condizioni di un New Deal della politica; dai criteri di
selezioni alle modalità per organizzare in maniera meno stereotipata il rapporto
tra rappresentanza e partecipazione. Con le indispensabili tabule rase e i
conseguenti, radicali, ricambi. La rinascita della politica a misura di una
democrazia rifondata, senza la quale tra un anno saremo costretti a sorbirci
questa immangiabile ribollita o ritornare al non voto.
L'articolo C’è il tempo per virare il No referendario a rinascita della
politica? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sosteneva, neanche una settimana fa, che fosse necessaria “per ridare all’ordine
giudiziario efficienza, ruolo e prestigio”. Ma, una volta bocciata, pare abbia
scoperto che i “veri problemi” della giustizia sono altri. E gli elenca anche,
uno a uno, in due interviste concesse a Il Foglio e Il Giornale. Sabino Cassese
contro Sabino Cassese. Aveva appoggiato in maniera piena la riforma Nordio,
spiegando, da ultimo il 18 marzo in un dialogo con Il Riformista, nel quale
ribadendo che il Sì era un atto dovuto argomentava: “È l’ultimo gradino per
assicurare ai cittadini la massima garanzia di imparzialità del giudice e per
ridare all’ordine giudiziario efficienza, ruolo e prestigio. In Italia, solo un
terzo dei cittadini è soddisfatto del sistema, siamo ben sotto la media dei
Paesi Ocse del 56%. Occorre cambiare”.
Un Sì per migliorare i problemi della giustizia, insomma. Ma ora che è arrivata
un sonoro No da parte degli italiani, il giudice emerito della Corte
Costituzionale sembra aver cambiato idea. Innanzitutto, chiarisce: “Sono uno
studioso di diritto e non di comportamenti dell’opinione pubblica. Per cui non
facevo previsioni”. Eppure il giudizio era chiaro: la riforma serviva per ridare
“efficienza, ruolo e prestigio” all’ordine giudiziario. E argomentava: “Separa
le carriere e riconosce la diversità delle due funzioni, assicurando una maggior
efficienza del sistema”. Adesso, invece, dialogando con due giornali che hanno
sostenuto la causa del Sì, interpreta il successo del No: “Occorre chiedersi
cosa c’è dietro: non c’è un invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi
della giustizia”.
Il quadro è chiaro a Cassese, tant’è che pur imputando agli “oppositori” della
riforma Nordio, quali sono i “veri problemi della giustizia”, gli elenca uno ad
uno ne specifica poi dettagli e possibili soluzioni: “Gli arretrati, i tempi
della giustizia, la geografia giudiziaria, la distribuzione del personale e così
via”. Quindi, spiega ora il professore: “Il governo dovrebbe allora trarre
questa lezione dal referendum e mettersi a lavorare su questi temi. Bisogna dare
l’interpretazione giusta al No. Occorre chiedersi cosa c’è dietro: non c’è un
invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi della giustizia”.
Cassese parla chiaramente dei “tribunalini”, dei carichi di lavoro, della Scuola
di magistratura (da pochi giorni passata sotto la guida di Mauro Paladini,
sponsorizzato da Alfredo Mantovano). Aspetti che il governo dovrebbe affrontare?
“Dovrebbe obbedire al risultato del referendum e rendersi conto che questo esito
è stato dovuto a quanto sostenuto da chi si opponeva alla riforma
costituzionale, cioè: ‘Si affronta il problema della giustizia dalla parte
sbagliata’. Tante voci hanno detto questo”. Fino a oggi, non la sua.
L'articolo Cassese contro Cassese: dal Sì per ridare “efficienza” alla giustizia
a “il governo affronti i veri problemi” dei magistrati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Neppure la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere, mitiga le
ambizioni di riforma del centrodestra. La retromarcia sulla giustizia sembra
esclusa, anzi la maggioranza prova subito a ripartire rilanciando su
intercettazioni e carcerazione preventiva. “Archiviata la separazione delle
carriere pensiamo a portare avanti le numerose proposte di legge ferme in
Parlamento”, recita la nota post-referendum firmata dal deputato Tommaso
Calderone, Forza Italia, componente della commissione Giustizia. Pur ammaccata
dallo schiaffo referendario, la maggioranza dovrebbe prendere in esame le
“intercettazioni indirette“, avvisa il parlamentare azzurro. Perché “non è
accettabile che a chi non partecipa a una conversazione tra terzi non venga
offerta alcuna garanzia tecnico-probatoria. Penso anche alle intercettazioni
‘non rilevanti'”. Del resto, accusa Calderone, “oggi si attribuisce potere di
vita e di morte a chi ascolta senza garanzie per il cittadino indagato”. Dunque
l’onorevole propone la soluzione con una stoccata alla premier: “Potremmo
cominciare da queste proposte ‘impantanate’, in questi anni si è pensato poco o
niente alle garanzie del cittadino. In compenso abbiamo approvato rave party e
maternità surrogata“. Due provvedimenti, questi ultimi, targati Meloni e
Fratelli d’Italia.
Il desiderio di proseguire con la riforma della giustizia, malgrado la cocente
sconfitta, è ribadito anche dalla Lega. Il capogruppo al Senato Massimiliano
Romeo, all’Aria che tira su La7, ha annunciato la ripartenza “con la volontà di
cercare di riformare la giustizia, dai tre sì delle tre Regioni fondamentali per
il nostro Paese che sono Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia“. Avanti
tutta, anche perché “conseguenze per il Governo e per la maggioranza non ce ne
saranno”, ha concluso l’esponente del Carroccio.
Tra gli obiettivi del governo – secondo Carlo Nordio ospite di SkyTg24 – ora c’è
“innanzitutto il piano carceri“. Che include “il piano edilizio”, ma anche “la
riduzione della carcerazione preventiva“. Cioè limitare la custodia cautelare
per gli indagati, uno strumento per evitare l’inquinamento delle prove, la
reiterazione del reato oppure la fuga dell’indagato. Anche le misure riguardanti
trojan e intecettazioni, ha sottolineato il ministro della Giustizia, sono “in
discussione in parlamento e sarà il parlamento a decidere quali saranno limiti
ed estensioni”. La battaglia sulla giustizia dunque non sembra affatto finita:
dalla campagna per il referendum si sposta alla Camera e al Senato.
Del resto, secondo Nordio, le toghe con il referendum hanno dimostrato una volta
in più di essere schierati. In particolare l’Associazione nazionale magistrati.
“L’Anm è la vera vincitrice, che diventa un soggetto politico anomalo, che si
contrappone ai governi”, ha dichiarato Nordio. Intervistato dal Corriere della
Sera, aveva già ammonito sull’interventismo della toghe dopo il referendum: “nel
senso che limiterà l’iniziativa politico-parlamentare in alcuni ambiti a
cominciare dall’immigrazione”. Passato il referendum, l’Anm è già nel mirino di
chi ha sostenuto il Sì. Ancora più duro il deputato di Forza Italia Tullio
Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture: “L’Anm, in questa campagna
referendaria, è diventato a tutti gli effetti un partito politico”. Ferrante
invoca l’organo di autogoverno della magistratura paventando ritorsioni delle
toghe contro i fautori della separazione delle carriere: “Mi aspetto una presa
di posizione netta e decisa da parte del Csm, perché mi chiedo con quale
serenità un cittadino schierato per il SÌ potrà sottoporsi al giudizio di questi
magistrati ideologizzati e privi di qualsiasi apparenza di imparzialità”. Sullo
sfondo il ministro della Difesa Guido Crosetto che amplia il ragionamento: “Ha
vinto la Costituzione, ha vinto la democrazia” – dice – ma “l’ordine giudiziario
non può e non deve essere a fianco di una parte politica o contro una parte
politica né diventare attore del confronto politico perché altrimenti viene meno
le sua altissima funzione di equilibrio ed i poteri delegati ai magistrati
possono diventare uno strumento di altro che non ha a che fare con la Giustizia.
L'articolo Lo schiaffo del referendum non frena la destra sulla giustizia.
Nordio e Forza Italia: “Ora la riforma delle intercettazioni e del carcere
preventivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho fatto il segretario in questo referendum contro la magistratura e mi sono
divertito un casino, consiglio a tutti di lavorare almeno due giorni all’anno
come il sottoscritto, è salutare, direi illuminante! Avevo una bellissima
squadra: Marco Biffi, il nostro presidente, malinconico, gentile, elegante e
nello stesso tempo sorridente, un uomo che fa a nuoto lo stretto di Messina
(senza ponte per ora) e poi tante altre cose, una gara che si chiama Iron Man,
tutte cose faticosissime, anche una gara nella Torre Allianz, 50 piani di corsa!
Tanta ammirazione da parte mia, io che se arrivo al terzo piano di scale vivo è
già un miracolo! E poi c’era Emma, laureata in matematica, una ragazza sempre
sorridente che mi ha confidato che fa ancora colazione col Nesquik! Nella nostra
squadra c’erano anche Marta e Jacopo. Marta, una studentessa di medicina, piena
di grazia e fascino, che mi ha detto “Ho visto tre autopsie”, e mi sono venuti i
brividi! Se vedo una persona con un ginocchio sbucciato rischio di svenire.
Marta, Marta, ma come fai? Ti ammiro.
Poi Jacopo, un ingegnere elettronico altissimo, dagli occhi azzurri e ridenti,
che ama sciare in Georgia e andare a fare canoa nelle Filippine. Quanta
innocenza meravigliosa in Jacopo mi ha detto che nelle Filippine ha
chiacchierato e bevuto con una ragazza del posto, poi si è offerto di
accompagnarla a casa in motorino e lei gli ha detto “Sono duecento pesos” e lui
ci è rimasto malissimo. Ah, i giovani, che belli! E proprio i giovani ci hanno
salvato da questo colpo di Stato al rallentatore che era la riforma Nordio. Ho
amato ogni ora passata insieme a questo gruppo.
Sono accadute cose leggendarie, pensate che in un’altra sezione hanno fatto
trovare una piccola torta con delle candeline nella cabina elettorale a un
ragazzo che faceva gli anni proprio il giorno della votazione. Quanto mi è
piaciuto dare del lei ai ragazzi che votavano per la prima volta: “Prego
signore, vada a ritirare la scheda dal nostro presidente”. E quanta gentilezza
ho respirato, come sono educati gli italiani quando votano, poi nel traffico si
fanno le corna e si mandano a quel paese, ma davanti alle urne si sente tutta la
solennità del momento, basta chiacchiere, ora parlano i cittadini! E i cittadini
hanno detto un monosillabo fantastico: No. No alla riforma della nostra
Costituzione antifascista da parte di un governo di destra! Giù le mani dalla
nostra bella Costituzione!
Lavorare è bellissimo, due giorni all’anno, massimo tre. Mi sono alzato
all’alba, dio mio, andavo in bicicletta nella mia scuola dove ho fatto le medie,
dove ho baciato per la prima volta in vita mia Monica, la più bella della
classe! E vedevo questa cosa chiamata alba, ma perché nessuno di voi mi ha detto
che esisteva questo fenomeno naturale così stupefacente? Mi alzerò presto la
mattina da oggi, voglio rivedere l’alba, l’alba di un nuovo giorno, l’alba ci è
amica, è come la speranza, solo che è la prima a vivere… e non muore mai,
nemmeno per ultima.
Alle 15 di lunedì finivano le votazioni, abbiamo fatto il conto alla rovescia
come a Capodanno, e poi via, lo spoglio (spogliarello) delle schede tutte verdi
speranza! No, no, no, sì, sì, sì, no, no, e ancora no! Thriller elettorale, per
un attimo ho temuto il peggio, una sequela di sì impressionante ma poi, come una
vertigine d’amore, tanti no, uno dopo l’altro!
Che bello risvegliarsi in un paese ancora democratico, che bella è l’alba. Vi
abbraccio cittadini italiani del no, una carezza di compassione anche per chi ha
votato sì in buona fede, e una nota di merito per tutti i nostri giovani, loro
che vivono ogni alba nel corpo, loro che sono l’incarnazione di un’alba che non
muore mai. W la Costituzione! W la Repubblica!
Sapete, mi è piaciuto così tanto lavorare che, quasi quasi, a 57 anni vado in
cerca di un lav… beh no, adesso non esageriamo Ricky, in fondo sei in età
pensionabile più o meno, che ti metti a lavorare proprio adesso quando tutti
entrano nel meritato riposo in attesa di quello eterno?
L'articolo Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un
casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è sempre più in bilico. In
questi minuti sono in corso valutazioni a Palazzo Chigi e ai vertici di Fratelli
d’Italia sulla posizione del sottosegretario. L’ipotesi è che nelle prossime ore
possano arrivare le dimissioni del sottosegretario per la vicenda degli affari
con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con
l’aggravante mafiosa, dice al Fatto Quotidiano una fonte a conoscenza della
questione. In queste ore sono in corso riunioni a Palazzo Chigi e a via della
Scrofa, la sede di Fratelli d’Italia. L’ipotesi è che possa fare un passo
indietro prima del question time di domani del ministro della Giustizia Carlo
Nordio che è stato chiamato da Pd e Avs a rispondere in Parlamento sul caso.
L'articolo Delmastro valuta le dimissioni, pressing di Palazzo Chigi e dei
vertici di Fdi dopo lo scoop del Fatto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Caro direttore Travaglio,
condivido la gioia per la netta vittoria del NO alla Riforma costituzionale
voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera
compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria,
voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con
le quali i capi della compagine del SI hanno cercato di ingannare gli italiani.
Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai
primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti
scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato
profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito
quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è
proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione.
Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano
fondamentali.
PERCHÉ GLI ITALIANI SONO TORNATI A VOTARE IN BUON NUMERO?
Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine,
esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica.
Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente
nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate
varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento
né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al
contrario di quello che credevano molti capi della compagine del SI e nonostante
tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha
dimostrato di non avere gli anelli al naso.
PERCHÉ GLI ITALIANI NON SOLO HANNO VOTATO IN BUON NUMERO MA HANNO VOTATO NO A
QUESTA RIFORMA?
Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la
magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro
indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto
esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi
magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire
che tanti che hanno votato NO pensino che non sia necessario fare riforme
importanti e significative nella magistratura. Questo NO vuol dire: vogliamo una
magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più
mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata.
E chiediamo che i Nordio e le Bertoluzzi cambino mestiere. Propongo che da
subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per
correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della
magistratura.
PERCHÉ I NO HANNO DI GRAN LUNGA SORPASSATO IL NUMERO DI VOTI CHE I PARTITITI
POLITICI HANNO OTTENUTO NELLE PIÙ RECENTI ELEZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE?
Perché sono confluiti nel NO anche molti voti che vengono impropriamente
attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti
contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una
loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata
nel primariato come scardinamento finale della Costituzione. Oltre agli
indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è
formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si
sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al
livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho
mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è
parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma
mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili
che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo
referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica
politicante.
PERCHÉ I SONDAGGI E I GIORNALISTI, IN GRANDE MAGGIORANZA, SBAGLIANO REGOLARMENTE
LE LORO PREVISIONI E LE HANNO SBAGLIATE CLAMOROSAMENTE ANCHE IN QUESTO
REFERENDUM?
Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a
questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai
cosa si dice nel Paese.
PERCHÉ, SECONDO LE ATTRIBUZIONI DI VOTO, LA GRANDE MAGGIORANZA DI CHI VOTA LEGA
HA VOTATO PER IL SI?
Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di
Bossi e che aveva sollevato molte speranze.
PERCHÉ NESSUNA PERSONA RESPONSABILE HA, SINO AD ORA RICHIESTO, LE DIMISSIONI DI
MELONI?
Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo,
soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono
chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la
collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto
devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui
programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per
il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum
berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le
dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né
insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire
che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto
non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed
estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo
non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi
sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è
stato un voto per la Costituzione.
Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti,
permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione
territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano
annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho
cercato di delineare.
Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente
costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di
sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte
e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere.
L'articolo La vittoria del No al referendum: dall’affluenza alle urne ai
sondaggi, dal ruolo dei partiti ai giornali. Ecco alcune considerazioni proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La battaglia politica sul referendum costituzionale questa volta non ha
arruolato calciatori e sportivi. La riforma della giustizia non era tema
facilmente maneggiabile e nessun partito ha voluto puntare su un volto pop,
preso magari dal mondo dello sport. Tanto meno gli atleti hanno pensato di
schierarsi, almeno pubblicamente: pratica ormai in disuso. Tra i pochissimi ad
esprimere la propria scelta, seppur a referendum già concluso, c’è stato Claudio
Marchisio ,
“Il “NO” più bello della giornata”, ha scritto l’ex centrocampista della
Juventus e della Nazionale in una storia su Instagram. Un inequivocabile
festeggiamento per la vittoria del No al referendum, di fronte ai suoi 4,8
milioni di follower. Oggi 40enne, Marchisio dopo il ritiro dal calcio giocato
nel 2019 ha sempre dimostrato un grande interesse per i temi sociali e civili.
All’inizio della sua collaborazione come opinionista sportivo, ha scritto per il
Corriere della Sera diversi articoli anche su temi come lavoro, ecologia, odio e
abuso di potere delle forze dell’ordine. Nella sua bio su Instagram si legge:
“Non amo le barriere, se non sui calci di punizione”. Da tre stagioni lavora
come opinionista per Prime Video.
L'articolo Claudio Marchisio si schiera sul referendum: “Il ‘NO’ più bello della
giornata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ogni quattro elettori di Forza Italia ce n’è uno che non ha approvato la riforma
della giustizia, il sacro graal berlusconiano. Un sostenitore su due di Azione
ha disatteso l’indicazione di Carlo Calenda. E non c’è stata grande sintonia
anche tra leader e base di Più Europa e Italia Viva. Mentre, all’interno del
mondo Pd, è stato un flop l’indicazione controcorrente per il Sì dell’ala
guidata da Pina Picierno. A conti fatti, anche tenendo conto dell’alta
affluenza, il terzopolismo – che fa dell’alterità sulla giustizia uno dei suoi
punti di forza – non se la passa benissimo.
Almeno stando allo studio di Youtrend, che ha condotto un instant poll sulle
intenzione di voto per SkyTg24. I risultati sono sorprendenti per quanto
riguarda partiti e correnti alfieri dell’approvazione della riforma Nordio. Il
dato più eclatante è quello che riguarda Forza Italia, il partito che ha voluto
più di tutti la separazione delle carriere parlando esplicitamente della
realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi.
E invece, sostiene l’istituto di sondaggi, il 16% degli elettori di FI e Noi
Moderati ha votato No al referendum e il 12 per cento si è astenuto. Poco più di
uno su quattro, insomma, ha fatto mancare il proprio sostegno alla riforma
bandiera del partito. Il sondaggista Lorenzo Pregliasco ha spiegato che per
Forza Italia c’è stato “un tasso di caduta non banale” che si spiega con la
tipologia della base forzista: “Un elettorato moderato, civico, urbanizzato” che
pur non essendo in via di principio ostile alla separazione delle carriere, in
parte “ha voluto inviare un segnale di freno al rischio di concentrazione dei
poteri, un segnale di moderazione al governo”.
In Azione, partito che Calenda ha schierato per il Sì, ha votato contro il
parere del leader ben il 32% della base e un altro 20 per cento si è astenuto.
Per quanto riguarda gli elettori di Più Europa e Iv ben il 60% hanno rigettato
la riforma, il 18 per cento astenendosi. Non è andata benissimo anche alla Lega:
il 14% degli elettori ha votato No e il 4% si è astenuto.
Più allineate le intenzioni di voto di Fratelli d’Italia: il 5% ha votato No e
il 10% si è astenuta. Nel centrosinistra schierato per il No è il M5s a
registrare più defezioni (il 10% dei Sì con il 9% di astensione), seguito da Avs
(6% di Sì e 9% di astenuti). Mentre il partito che mediaticamente era più
spaccato, cioè il Pd, è quello che ha fatto registrare il voto più allineato in
termini assoluti. Solo il 10% degli elettori dem si è astenuto e appena il 2% ha
votato Sì sposando la linea Picierno, la vicepresidente dell’Europarlamento che
ha sostenuto l’approvazione della riforma e, alla fine, si è spesa attivamente
nella campagna referendaria. Percentuali sorprendenti alla luce del “peso”
mediatico che hanno avuto i distinguo rispetto alla linea del partito.
L'articolo Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E
la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.