Ho fatto il segretario in questo referendum contro la magistratura e mi sono
divertito un casino, consiglio a tutti di lavorare almeno due giorni all’anno
come il sottoscritto, è salutare, direi illuminante! Avevo una bellissima
squadra: Marco Biffi, il nostro presidente, malinconico, gentile, elegante e
nello stesso tempo sorridente, un uomo che fa a nuoto lo stretto di Messina
(senza ponte per ora) e poi tante altre cose, una gara che si chiama Iron Man,
tutte cose faticosissime, anche una gara nella Torre Allianz, 50 piani di corsa!
Tanta ammirazione da parte mia, io che se arrivo al terzo piano di scale vivo è
già un miracolo! E poi c’era Emma, laureata in matematica, una ragazza sempre
sorridente che mi ha confidato che fa ancora colazione col Nesquik! Nella nostra
squadra c’erano anche Marta e Jacopo. Marta, una studentessa di medicina, piena
di grazia e fascino, che mi ha detto “Ho visto tre autopsie”, e mi sono venuti i
brividi! Se vedo una persona con un ginocchio sbucciato rischio di svenire.
Marta, Marta, ma come fai? Ti ammiro.
Poi Jacopo, un ingegnere elettronico altissimo, dagli occhi azzurri e ridenti,
che ama sciare in Georgia e andare a fare canoa nelle Filippine. Quanta
innocenza meravigliosa in Jacopo mi ha detto che nelle Filippine ha
chiacchierato e bevuto con una ragazza del posto, poi si è offerto di
accompagnarla a casa in motorino e lei gli ha detto “Sono duecento pesos” e lui
ci è rimasto malissimo. Ah, i giovani, che belli! E proprio i giovani ci hanno
salvato da questo colpo di Stato al rallentatore che era la riforma Nordio. Ho
amato ogni ora passata insieme a questo gruppo.
Sono accadute cose leggendarie, pensate che in un’altra sezione hanno fatto
trovare una piccola torta con delle candeline nella cabina elettorale a un
ragazzo che faceva gli anni proprio il giorno della votazione. Quanto mi è
piaciuto dare del lei ai ragazzi che votavano per la prima volta: “Prego
signore, vada a ritirare la scheda dal nostro presidente”. E quanta gentilezza
ho respirato, come sono educati gli italiani quando votano, poi nel traffico si
fanno le corna e si mandano a quel paese, ma davanti alle urne si sente tutta la
solennità del momento, basta chiacchiere, ora parlano i cittadini! E i cittadini
hanno detto un monosillabo fantastico: No. No alla riforma della nostra
Costituzione antifascista da parte di un governo di destra! Giù le mani dalla
nostra bella Costituzione!
Lavorare è bellissimo, due giorni all’anno, massimo tre. Mi sono alzato
all’alba, dio mio, andavo in bicicletta nella mia scuola dove ho fatto le medie,
dove ho baciato per la prima volta in vita mia Monica, la più bella della
classe! E vedevo questa cosa chiamata alba, ma perché nessuno di voi mi ha detto
che esisteva questo fenomeno naturale così stupefacente? Mi alzerò presto la
mattina da oggi, voglio rivedere l’alba, l’alba di un nuovo giorno, l’alba ci è
amica, è come la speranza, solo che è la prima a vivere… e non muore mai,
nemmeno per ultima.
Alle 15 di lunedì finivano le votazioni, abbiamo fatto il conto alla rovescia
come a Capodanno, e poi via, lo spoglio (spogliarello) delle schede tutte verdi
speranza! No, no, no, sì, sì, sì, no, no, e ancora no! Thriller elettorale, per
un attimo ho temuto il peggio, una sequela di sì impressionante ma poi, come una
vertigine d’amore, tanti no, uno dopo l’altro!
Che bello risvegliarsi in un paese ancora democratico, che bella è l’alba. Vi
abbraccio cittadini italiani del no, una carezza di compassione anche per chi ha
votato sì in buona fede, e una nota di merito per tutti i nostri giovani, loro
che vivono ogni alba nel corpo, loro che sono l’incarnazione di un’alba che non
muore mai. W la Costituzione! W la Repubblica!
Sapete, mi è piaciuto così tanto lavorare che, quasi quasi, a 57 anni vado in
cerca di un lav… beh no, adesso non esageriamo Ricky, in fondo sei in età
pensionabile più o meno, che ti metti a lavorare proprio adesso quando tutti
entrano nel meritato riposo in attesa di quello eterno?
L'articolo Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un
casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Referendum Giustizia
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è sempre più in bilico. In
questi minuti sono in corso valutazioni a Palazzo Chigi e ai vertici di Fratelli
d’Italia sulla posizione del sottosegretario. L’ipotesi è che nelle prossime ore
possano arrivare le dimissioni del sottosegretario per la vicenda degli affari
con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con
l’aggravante mafiosa, dice al Fatto Quotidiano una fonte a conoscenza della
questione. In queste ore sono in corso riunioni a Palazzo Chigi e a via della
Scrofa, la sede di Fratelli d’Italia. L’ipotesi è che possa fare un passo
indietro prima del question time di domani del ministro della Giustizia Carlo
Nordio che è stato chiamato da Pd e Avs a rispondere in Parlamento sul caso.
L'articolo Delmastro valuta le dimissioni, pressing di Palazzo Chigi e dei
vertici di Fdi dopo lo scoop del Fatto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Caro direttore Travaglio,
condivido la gioia per la netta vittoria del NO alla Riforma costituzionale
voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera
compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria,
voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con
le quali i capi della compagine del SI hanno cercato di ingannare gli italiani.
Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai
primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti
scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato
profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito
quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è
proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione.
Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano
fondamentali.
PERCHÉ GLI ITALIANI SONO TORNATI A VOTARE IN BUON NUMERO?
Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine,
esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica.
Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente
nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate
varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento
né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al
contrario di quello che credevano molti capi della compagine del SI e nonostante
tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha
dimostrato di non avere gli anelli al naso.
PERCHÉ GLI ITALIANI NON SOLO HANNO VOTATO IN BUON NUMERO MA HANNO VOTATO NO A
QUESTA RIFORMA?
Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la
magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro
indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto
esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi
magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire
che tanti che hanno votato NO pensino che non sia necessario fare riforme
importanti e significative nella magistratura. Questo NO vuol dire: vogliamo una
magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più
mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata.
E chiediamo che i Nordio e le Bertoluzzi cambino mestiere. Propongo che da
subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per
correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della
magistratura.
PERCHÉ I NO HANNO DI GRAN LUNGA SORPASSATO IL NUMERO DI VOTI CHE I PARTITITI
POLITICI HANNO OTTENUTO NELLE PIÙ RECENTI ELEZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE?
Perché sono confluiti nel NO anche molti voti che vengono impropriamente
attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti
contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una
loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata
nel primariato come scardinamento finale della Costituzione. Oltre agli
indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è
formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si
sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al
livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho
mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è
parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma
mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili
che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo
referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica
politicante.
PERCHÉ I SONDAGGI E I GIORNALISTI, IN GRANDE MAGGIORANZA, SBAGLIANO REGOLARMENTE
LE LORO PREVISIONI E LE HANNO SBAGLIATE CLAMOROSAMENTE ANCHE IN QUESTO
REFERENDUM?
Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a
questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai
cosa si dice nel Paese.
PERCHÉ, SECONDO LE ATTRIBUZIONI DI VOTO, LA GRANDE MAGGIORANZA DI CHI VOTA LEGA
HA VOTATO PER IL SI?
Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di
Bossi e che aveva sollevato molte speranze.
PERCHÉ NESSUNA PERSONA RESPONSABILE HA, SINO AD ORA RICHIESTO, LE DIMISSIONI DI
MELONI?
Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo,
soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono
chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la
collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto
devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui
programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per
il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum
berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le
dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né
insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire
che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto
non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed
estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo
non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi
sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è
stato un voto per la Costituzione.
Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti,
permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione
territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano
annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho
cercato di delineare.
Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente
costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di
sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte
e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere.
L'articolo La vittoria del No al referendum: dall’affluenza alle urne ai
sondaggi, dal ruolo dei partiti ai giornali. Ecco alcune considerazioni proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La battaglia politica sul referendum costituzionale questa volta non ha
arruolato calciatori e sportivi. La riforma della giustizia non era tema
facilmente maneggiabile e nessun partito ha voluto puntare su un volto pop,
preso magari dal mondo dello sport. Tanto meno gli atleti hanno pensato di
schierarsi, almeno pubblicamente: pratica ormai in disuso. Tra i pochissimi ad
esprimere la propria scelta, seppur a referendum già concluso, c’è stato Claudio
Marchisio ,
“Il “NO” più bello della giornata”, ha scritto l’ex centrocampista della
Juventus e della Nazionale in una storia su Instagram. Un inequivocabile
festeggiamento per la vittoria del No al referendum, di fronte ai suoi 4,8
milioni di follower. Oggi 40enne, Marchisio dopo il ritiro dal calcio giocato
nel 2019 ha sempre dimostrato un grande interesse per i temi sociali e civili.
All’inizio della sua collaborazione come opinionista sportivo, ha scritto per il
Corriere della Sera diversi articoli anche su temi come lavoro, ecologia, odio e
abuso di potere delle forze dell’ordine. Nella sua bio su Instagram si legge:
“Non amo le barriere, se non sui calci di punizione”. Da tre stagioni lavora
come opinionista per Prime Video.
L'articolo Claudio Marchisio si schiera sul referendum: “Il ‘NO’ più bello della
giornata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ogni quattro elettori di Forza Italia ce n’è uno che non ha approvato la riforma
della giustizia, il sacro graal berlusconiano. Un sostenitore su due di Azione
ha disatteso l’indicazione di Carlo Calenda. E non c’è stata grande sintonia
anche tra leader e base di Più Europa e Italia Viva. Mentre, all’interno del
mondo Pd, è stato un flop l’indicazione controcorrente per il Sì dell’ala
guidata da Pina Picierno. A conti fatti, anche tenendo conto dell’alta
affluenza, il terzopolismo – che fa dell’alterità sulla giustizia uno dei suoi
punti di forza – non se la passa benissimo.
Almeno stando allo studio di Youtrend, che ha condotto un instant poll sulle
intenzione di voto per SkyTg24. I risultati sono sorprendenti per quanto
riguarda partiti e correnti alfieri dell’approvazione della riforma Nordio. Il
dato più eclatante è quello che riguarda Forza Italia, il partito che ha voluto
più di tutti la separazione delle carriere parlando esplicitamente della
realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi.
E invece, sostiene l’istituto di sondaggi, il 16% degli elettori di FI e Noi
Moderati ha votato No al referendum e il 12 per cento si è astenuto. Poco più di
uno su quattro, insomma, ha fatto mancare il proprio sostegno alla riforma
bandiera del partito. Il sondaggista Lorenzo Pregliasco ha spiegato che per
Forza Italia c’è stato “un tasso di caduta non banale” che si spiega con la
tipologia della base forzista: “Un elettorato moderato, civico, urbanizzato” che
pur non essendo in via di principio ostile alla separazione delle carriere, in
parte “ha voluto inviare un segnale di freno al rischio di concentrazione dei
poteri, un segnale di moderazione al governo”.
In Azione, partito che Calenda ha schierato per il Sì, ha votato contro il
parere del leader ben il 32% della base e un altro 20 per cento si è astenuto.
Per quanto riguarda gli elettori di Più Europa e Iv ben il 60% hanno rigettato
la riforma, il 18 per cento astenendosi. Non è andata benissimo anche alla Lega:
il 14% degli elettori ha votato No e il 4% si è astenuto.
Più allineate le intenzioni di voto di Fratelli d’Italia: il 5% ha votato No e
il 10% si è astenuta. Nel centrosinistra schierato per il No è il M5s a
registrare più defezioni (il 10% dei Sì con il 9% di astensione), seguito da Avs
(6% di Sì e 9% di astenuti). Mentre il partito che mediaticamente era più
spaccato, cioè il Pd, è quello che ha fatto registrare il voto più allineato in
termini assoluti. Solo il 10% degli elettori dem si è astenuto e appena il 2% ha
votato Sì sposando la linea Picierno, la vicepresidente dell’Europarlamento che
ha sostenuto l’approvazione della riforma e, alla fine, si è spesa attivamente
nella campagna referendaria. Percentuali sorprendenti alla luce del “peso”
mediatico che hanno avuto i distinguo rispetto alla linea del partito.
L'articolo Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E
la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.
A sera appare sugli schermi Giorgia Meloni, veste color avorio e capelli sciolti
un filo spettinati, come una madonna dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva
del Popolo, avvenga di me quello che ha detto il referendum…”. Il quadro
immaginario non è estraneo agli eventi, poiché anche i palazzi ecclesiastici
hanno dato un silenzioso contributo al sabotaggio del progetto governativo.
Il risultato di un referendum è fatto di tanti “mattoni” come una costruzione
Lego. Non c’è dubbio che uno di questi sia stato il voto giovanile
prepotentemente orientato verso il No. Egualmente un fattore da tenere presente
è l’impegno della Cei per la partecipazione al voto. Un impegno non gridato, ma
presente sul territorio e insistente. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente
dell’episcopato, si è mosso in tempo. Al Consiglio permanente della Cei,
svoltosi a gennaio, ha esortato i cattolici a recarsi alle urne. “La separazione
delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi
che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”,
ha dichiarato. Naturalmente Zuppi non ha dato indicazioni di voto, ma ha tenuto
a evidenziare che il giusto processo può essere declinato secondo “diverse
possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Un
modo elegante per mettere in dubbio le certezze proclamate dall’area di
maggioranza.
E intanto, mentre si spendeva per mobilitare quegli elettori che rischiavano di
disinteressarsi di un quesito apparentemente troppo tecnico, il cardinale
lanciava contemporaneamente una frase-chiave: “C’è un equilibrio tra poteri
dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da
preservare”. Chi voleva capire, ha capito.
Per la maggioranza dei vescovi italiani e di molta parte del clero la
Costituzione è tuttora culturalmente una pietra angolare dell’ordinamento
politico-sociale. E se nelle generazioni più anziane è viva la memoria della
fondamentale partecipazione della Democrazia cristiana alla ricostruzione dello
Stato dopo la II Guerra mondiale, nelle generazioni più recenti gioca un ruolo
l’idea di un “buon equilibrio” delle istituzioni nonché l’insofferenza per le
manifestazioni di populismo e sovranismo, che celano pulsioni autoritarie. Le
campagne virulente contro la cosiddetta “malagiustizia” non hanno mai
appassionato i vescovi.
E’ partito così, senza clamori, semmai in maniera sotterranea, un trend di
sabotaggio ad una riforma che a gran parte del personale ecclesiastico è parsa
troppo sgangherata: la magistratura spaccata in due organismi, il bizzarro
sorteggio differenziato per laici e magistrati, l’accrocco dell’Alta Corte…
In questa diffusione lenta ma costante di un clima negativo nei confronti della
legge messa in campo non va sottovalutato – nell’area cattolica, specie
meridionale – la posizione di vecchi leoni democristiani tipo Clemente Mastella
o Cirino Pomicino (mancato qualche giorno fa). L’appello di Mastella “Voterò No,
nonostante vicende personali processuali”, è diventato per una serie di notabili
moderati del Sud un potente antidoto contro lo schieramento del Sì, che agitava
scompostamente i fantasmi di Tortora e Garlasco. Uguale influenza hanno
esercitato le parole di Pomicino che all’inizio dell’anno affermava con
convinzione che la “riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire,
il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Diocesi… parrocchie… in
certe situazioni non è necessario fare grandi proclami: basta generare una
tacita sfiducia, un silenzioso rifiuto della novità proposta.
Il passo successivo è consistito nell’annunciata partecipazione del
vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ad un evento per il No,
organizzato da Magistratura democratica. Il vescovo ha poi rinunciato a
intervenire, ma una sua nota ufficiale – pur nel suo linguaggio irreprensibile –
è suonata come una chiara bocciatura della riforma governativa. “Primo:
custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato”, ha scandito Savino, perché
l’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. “Quando i
poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi – ha spiegato – la libertà
diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i
più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o
relazionali per difendersi”.
Secondo – ha sostenuto il vicepresidente della Cei ( rappresentante per l’area
Sud dell’episcopato italiano) – è necessario “riconoscere che l’indipendenza
della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale
dello Stato di diritto”. Terzo, la giustizia deve rimanere distante dal potere.
E’ in questa distanza, ha rimarcato il vescovo, che una democrazia “misura la
propria credibilità”. Non c’era da aggiungere altro. Il prevalere
sostanzialmente compatto del No in tutto il Meridione e nelle Isole rivela che
la rete ecclesiale ha fatto il suo lavoro.
Un piccolo, utile “mattone” nella grande costruzione della sconfitta di Giorgia
Meloni.
L'articolo Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha
sabotato il progetto Nordio-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
In città respiriamo a metà, con mezzo polmone soltanto. Lo realizziamo in
montagna, quando il torace si dilata per gonfiarsi d’aria, mentre qui serriamo
d’istinto la bocca per non inalare smog. La stessa sensazione che ho provato
ieri, dopo tanto tempo. Di sollievo a metà. Un’euforia floscia come un pallone
bucato. La soddisfazione per la travolgente vittoria del No fatica a farsi largo
nelle viscere attanagliate dall’angoscia. Guardavo le persone scese in piazza,
cercando la mia stessa contentezza ammaccata, soffocata dalla preoccupazione
costante di questi anni. Le bandiere che sventolavano davanti ai miei occhi si
sovrapponevano all’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa, come i
disegni stampati sui vetrini dell’oculista quando, da bambina, andavo a curare
lo strabismo. Le bandiere e le gambette del piccolo Karim bruciate dalla
sigaretta. Karim, un bambino palestinese di un anno, è stato torturato dai
soldati israeliani per estorcere una confessione a suo padre, a un check point
del campo profughi di Al-Maghazi. C’è il referto medico, le foto, i testimoni,
come per molte altre vicende di abusi sui bambini palestinesi. Torturato per 10
ore davanti agli occhi del papà e rilasciato al Comitato Internazionale della
Croce Rossa in stato di shock. Gambette, Bruciature, bandiere, il buco di un
chiodo piantato nella carne. L’orrore al quale assistiamo ogni giorno non ci
abbandona mai, nemmeno mentre esultiamo per la vittoria del No.
Diversi parlamentari di centrosinistra hanno sostenuto il Sì, a fronte di nessun
parlamentare del centrodestra che sostenesse il No. Curioso che a votare con le
destre fossero gli stessi esponenti del centrosinistra in prima linea quando c’è
da richiamare gli elettori al voto utile per fermare le destre (ma quando uno
vuole abolire il Senato, dice che se non gli riesce lascia la politica e poi fa
il senatore io alzo le mani). Il risultato è che ci sono più elettori di
centrodestra che hanno votato No che elettori di centrosinistra che hanno votato
Sì. Un altro grande successo dei terzopolisti e riformisti del Pd, quelli a
favore delle riforme sì, purché della destra.
Non mi stupisce che nel Pd chi si è espresso per il Sì appartenga alla
famigerata “Sinistra per Israele” che si è data il compito di negare il
genocidio e la sua meticolosa pianificazione. Votano nel merito della riforma,
dicono. Me li immagino a comprare acquerelli di Hitler perché era un buon
pittore.
Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a
prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che
si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale
vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri
accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del
bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre
assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di
fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha
l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro
che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa
strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata.
Questo hanno fatto i giovani andando a votare: non sono preoccupati di
salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Se qualcuno lo è, la vive come
una preoccupazione subordinata di fronte al collasso della democrazia al quale
assiste angosciato, senza che i giudici o il Csm o i giornalisti o i politici,
l’Ue, l’Onu, gli adulti tutti riescano a fermare i responsabili di questo
sfacelo del diritto, della logica, dell’umanità. Non sono preoccupati che la
riforma sia preludio del premierato: considerano già tutto perduto, sono
nauseati, sono sconvolti, sono furiosi.
Quello che per noi è uno spettro – il piano di Licio Gelli, la torsione
autoritaria – per loro è la norma, per loro questo fa chi sta a Palazzo Chigi.
Quali provvedimenti ti aspetti che adotti per migliorare il funzionamento della
giustizia chi resta saldamente alleato di paesi che bombardano a tappeto scuole,
ospedali, ponti, città, case, caffè in riva al mare con tutte le persone che ci
sono dentro?! Cosa vuoi discuterci? Quali riforme vuoi affidare a gente simile?
La fermi e basta, pianti la matita sulla scheda come un bastoncino
nell’ingranaggio e questo è il trionfo del “No”. Un trionfo del “basta”.
L'articolo Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno fatto i
giovani andando a votare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo spoglio per il referendum si è chiuso ormai da ore, ma c’è una sezione in cui
le operazioni di scrutinio non sono ancora state completate. Motivo? Nella
sezione 127 di Sassari il conteggio tra il numero di schede e il numero di voti
espressi riporta una discordanza.
Ieri, al termine delle attività di spoglio, la presidente del seggio, constatato
che i conti non tornavano, aveva chiuso le operazioni senza completare lo
scrutinio. Tutte le schede sono state inviate all’Ufficio provinciale per il
referendum presso il Tribunale di Sassari che ora dovrà riesaminare i voti e il
verbale di seggio per poi rendere valido lo scrutinio e inviare il risultato
finale all’Ufficio centrale per il referendum.
La sezione in questione, come detto, è la numero 127, ubicata nella scuola media
di Via Monte Grappa: 346 gli elettori aventi diritto. Come si legge sulla
piattaforma del Viminale “gli atti della sezione 127 del comune di Sassari sono
stati inviati all’ufficio centrale per il completamento delle operazioni”. Non è
chiaro cosa sia accaduto nel corso delle operazioni di scrutinio, solitamente
lineari nel caso di un referendum. Sempre nel Sassarese, in occasione delle
regionali del 2014, una sezione non aveva concluso lo spoglio nelle 12 ore
previste dalla legge. Anche allora fu l’ufficio centrale del tribunale a
chiudere e validare lo scrutinio.
L'articolo Referendum Giustizia, non tornano i conti: a Sassari spoglio
incompleto a 24 ore dalla chiusura dei seggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un dato assoluto chiaro. Il No alla riforma della giustizia ha ottenuto
oltre 15 milioni di voti, staccando di quasi 2 milioni i favorevoli. Gli
italiani che si sono espressi contrari al referendum sono pertanto quasi 5
milioni e mezzo in più rispetto a quelli che alle Europee del 2024 hanno votato
per Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistri, i tre
partiti che hanno sostenuto il No. Confrontando il dato con quello delle
Politiche del 2022, il fronte del No ha ottenuto 3,9 milioni di voti in più
rispetto a quelli ottenuti dalle liste che lo sostenevano.
Secondo le analisi di Youtrend “almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono
riconducibili ai partiti che lo sostenevano”. I voti per il Sì, d’altro canto,
sono 2,4 milioni in meno rispetto a quelli ottenuti dal centrodestra e da
Italia-Viva, Azione e +Europa rispetto alle Politiche e circa 400mila in meno
rispetto alle scorse Europee.
> Il No ha preso 3,9 milioni di voti in più rispetto a quelli ottenuti alle
> politiche 2022 dalle liste che lo sostenevano, mentre il Sì 2,4 in meno
> rispetto ai partiti che erano a favore della riforma.#MaratonaYoutrend
> pic.twitter.com/pTjkBUuZNZ
>
> — Youtrend (@you_trend) March 24, 2026
Nella tornata referendaria, infatti, il fronte di No resta compatto mentre
quello del Sì perde pezzi. “Pd, M5s e Avs hanno tenuto oltre l’80% del proprio
elettorato“, sottolinea Youtrend, mentre “il fronte del Sì ha registrato
defezioni più significative: Forza Italia mostra un tasso di caduta non
trascurabile verso il No, leggibile come segnale di un elettorato moderato e
urbano che ha voluto esprimere un freno“. Per quanto riguarda Azione, Italia
Viva e +Europa “risultano sostanzialmente spaccate, con il No prevalente tra gli
elettori di IV e +Europa”, viene aggiunto.
Anche per l’Istituto Cattaneo, gli elettori di Pd, M5s e Avs “hanno votato in
maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo.
La quota del ‘voto divergente‘ è minima sia da una parte sia dall’altra”.
L’istituto segnala però un’eccezione significativa: “Nelle città del Sud una
quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per
il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del
centrosinistra”. “Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno
ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli
schieramenti politici“, si legge nell’analisi dell’Istituto Cattaneo.
Ma questi milioni di voti in più per il No rispetto ai partiti possono essere
considerati come potenzialmente trasferibili alla coalizione del campo
progressita? È un quesito che i sondaggisti si sono posti, sollevando molti
dubbi. “Le elezioni suppletive tenute lo stesso giorno in due collegi veneti
confermano che il voto referendario non si converte automaticamente in consenso
partitico: circa 30.000 elettori che hanno scelto il No non hanno votato
centrosinistra sulla scheda delle suppletive. Votare No è facile, ha una forza
sintetica e binaria. Tradurlo in adesione a una coalizione è un’altra
questione”, sottolinea Youtrend.
“È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in
occasione di future elezioni politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se
cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea
politica del governo e il No un indicatore del consenso verso la linea politica
delle opposizioni, le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla
coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo
ad una maggioranza relativa dei seggi”, spiega l’Istituto Cattaneo sul
referendum.
Infine c’è da considerare i flussi dell’affluenza rispetto ai partiti. Se gli
elettori di Pd e Avs (ma anche Azione e Italia Viva), secondo le stime, hanno
partecipato in massa al voto, quelli del centrodestra si sono astenuti tra il 12
e il 15% rispetto alle Politiche. Quota simile a quella degli elettori del M5s:
in questo caso va considerato che la partecipazione al referendum è stata in una
misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024. Secondo
l’Istituto Cattaneo, “se il tasso di partecipazione al voto referendario
dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione
dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti
percentuali in più“.
L'articolo Referendum, per il No 5,5 milioni di voti in più rispetto a quelli di
Pd, M5s e Avs alle Europee. Voto trasferibile per la coalizione? I dubbi degli
esperti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un pronostico perfetto, con tanto di cifre precise, peccato che il risultato si
è rivelato poi esattamente opposto. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio
e leader della Lega, aveva dato la sua previsione per il referendum sulla
giustizia di domenica 22 e lunedì 23 marzo, vinto alla fine dal No, ma il
risultato ha tradito il ministro dei trasporti consegnandolo nelle grinfie del
pubblico ludibrio.
Era intervenuto in collegamento telefonico il 19 marzo, ospite di Un Giorno da
Pecora su Rai Radio1 e, in risposta alla domanda del conduttore che chiedeva un
pronostico per il prossimo referendum, aveva risposto: “54% sì, 46% no” e aveva
sarcasticamente aggiunto: “Se la becco cosa vinco?“. Una domanda che ha sancito
il sonoro autogol del vicepresidente del Consiglio dopo i risultati del
referendum, che hanno consegnato la vittoria al No proprio con il 54%.
Ad amplificare la non eccezionale prestazione del ministro era stata la
violazione del silenzio elettorale nella giornata di sabato 21 marzo, un giorno
prima dell’inizio delle votazioni: Salvini aveva postato sul proprio profilo X
una foto con un semplice, ma chiarissimo “Sì”, ripetuto anche in didascalia. Nei
commenti in tanti si erano scagliati contro il leader della Lega contestandogli
la violazione del silenzio elettorale. Da un punto di vista legale il
vicepresidente del Consiglio non ha violato alcuna legge, non essendo inserita
la componente social tra i limiti imposti, ma ha violato una sostanziale prassi
che si tiene nei giorni subito precedenti alle elezioni: una scelta che ha
amplificato la reazione dei social, già infuocata dal pronostico così
“precisamente sbagliato“.
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giusta, ma a vincere è stato il No proviene da Il Fatto Quotidiano.